(65) Cazzata o Stronzata?

Posted in Zì Baldone with tags , , , , , , , , , , on luglio 30, 2014 by Sendivogius

Classifica Luglio 2014”

Madre DC  Alla veneranda età di 90 anni, dimenticata nell’ospizio in cui era stata abbandonata, si spegne l’Unità: compianta da tutti, ma da nessuno rimpianta. E di certo non dal PD che infatti gli ha preferito il quotidiano Europa, nella sua osmosi tutta democristiana, ma che continua ad utilizzare il brand delle Feste dell’Unità per autofinanziarsi a nome di un giornale che non esiste più, suscitando i facili entusiasmi degli ex figiciotti che l’hanno condotta al tracollo. In fondo, nel nuovo “partito democratico”, il giornale fondato da Antonio Gramsci per gli ‘operai’ non aveva più ragione di esistere, essendo stato completamente dimenticato il primo e messi in cassa-integrazione i secondi. Restano invece i padroni delle ferriere, più ringalluzziti che mai; e con quelli i “riformisti” si intendono benissimo: da Marchionne ad Elkann; da Colaninno a Gnutti…
Sul fronte interno, il Telemaco della generazione Erasmus sta scoprendo invece a sue spese quanto sia difficile portare a casa le “riforme”, concordate privatamente con il papi che a quanto pare è stato garantito da ogni ‘rottamazione’, in un Senato non sufficientemente addomesticato e convertito al sacro verbo del renzismo. E se davvero basta una mezza dozzina sfilacciata di senatori di “Sinistra e Libertà”, per mettere in crisi il grande disegno accentratore del Bambino Matteo e farne implodere tutte le contraddizioni, nonostante le ritorsioni, le provocazioni, la forzature dei regolamenti e la strategia di annessione, scientificamente posta in essere ai danni di SEL grazie all’utile idiota di turno, quel Gennaro Migliore il cui LED sembra essersi spento prima ancora di accendersi, allora onore e gloria a SEL!
O più semplicemente il governo del chiostro fiorentino nasconde fondamenta di sabbia, se tanto poco basta a provocare una crisi di nervi nel concistoro di zelanti chierichetti stretti attorno al piccolo cesare. Perché il Telemaco alla guerra non si piega e non si spezza, ma se trova chi lo frega prima si piega e poi si spezza. E stavolta non basterà agitare il solito spauracchio a cinque stelle, sempre pronto all’uso, con lo sbavante Capo-Grullo che grida al golpe un giorno sì e l’altro pure, mentre i suoi manipoli fanno ammuina al Senato.

  Hit Parade del mese:

Coglione del Mese
01. INVERSAMENTE PROPORZIONALI

[03 Lug.] «Il numero complessivo dei disoccupati è aumentato anche perchè si sono messi a cercare lavoro molti scoraggiati che avevano smesso di cercarlo.»
 (Giuliano Poletti, lo Scoraggiante)

Matteo Renzi02. I DISCORSI DELL’ASILO

[13 Lug.] «Calcisticamente parlando, qualcuno pensa che io sia un fantasista, cioè quello che inventa il colpo a sorpresa, o il portiere fortunato, che para i rigori perché provoca l’avversario. Non hanno capito che, dal punto di vista amministrativo, io sono un mediano (o in termini non calcistici, accessibili anche a chi non si interessa di pallone, un mulo), che su tutti i palloni si mette lì e “butubum-butubum” studia le carte. Ma è meglio che non lo abbiano compreso: così arrivo a fari spenti lì dove voglio arrivare, con buona pace di tutti i commentatori e dei professionisti della gufata.»
 (Matteo Renzi, Capo-scout)

BEPPE GRILLO? NO GRAZIE!03. CONVERTITEVI AL VERBO DEL PROFETA!

[19 Lug.] «Se avessero ascoltato il M5S forse la tragedia dell’aereo abbattuto non sarebbe accaduta.»
 (Beppe Grillo, immancabile coglione)

Mi scappa la cacca04. COLPI DI STATO (I): Gomblotto internazionale

[19 Lug.] «Berlusconi merita il premio Nobel per la pace: quando un capo del governo viene costretto a dimettersi per un complotto internazionale è roba da guerra civile. Se non c’è stata la guerra civile è perché il presidente Berlusconi ha sempre anteposto gli interessi dell’Italia e degli Italiani a quelli personali.»
 (Elvira Savino, Staffetta partigiana)

Grillo04.bis COLPO DI STATO (II): di-mis-sio-ni!

[25 Lug..] «Si chiama colpo di Stato. Mussolini ebbe più pudore, non le chiamò ‘riforme’. Il regista di questo scempio è Napolitano che dovrebbe per pudore istituzionale dimettersi subito.»
 (Beppe Grillo, il duce a 5 stelle)

Beppe Grillo saluta le sue camicie nere - La solita vecchia merda04.ter COLPO DI STATO (III): Rinviato per ferie

[27 Lug.] «Rimarremo ancora fino a quando sarà possibile cercare di impedire il colpo di Stato»
 (Beppe Grillo, il Vigilante)

Tarcisio Vicario05. PECCATO MORTALE

[01 Lug.] «Chi contrae un matrimonio civile vive in una infedeltà continuativa: non si tratta di un peccato occasionale, che può essere cancellato con un pentimento sincero, come per esempio un omicidio»
 (don Tarcisio Vicario, prete moderno)

Carlo Sibilia06. L’INVASIONE DEGLI ULTRA-DEMENTI (I):
Sibilia forever!

[20 Lug.] «Oggi si festeggia l’anniversario dello sbarco sulla luna. Dopo 43 anni [veramente sono 45!] ancora nessuno se la sente di dire che era una farsa.»
 (Carlo Sibilia, Ineguagliabile)

Essere o non essere06.bis L’INVASIONE DEGLI ULTRA-DEMENTI (II): A pensarci prima…

[01 Lug.] «Avete mai pensato che molte guerre vengono combattute per il rifornimento idrico fondamentale per l’industria della carne?»
(Alessandro Di Battista, il Tonno)

Albano e Romina06.ter L’INVASIONE DEGLI ULTRA-DEMENTI (III): Il cielo non è più blu!

[20 Lug.] «Dopo 3 giorni di cieli azzurri, hanno iniziato di nuovo con le scie chimiche. Ma io dico, quanto hanno investito in questi veleni destinati a noi? Come mai non hanno soldi per le scuole, ogni anno licenziano maestri, tagliano materie e programmi eppure hanno abbastanza soldi per spruzzare attraverso i cieli questi veleni?»
(Romina Power, Sciatrice chimica)

Big Bang Italia - MATTEO07. SE C’ERA LUI…

[29 Lug.] «L’Unità, il giornale fondato da Gramsci, non può e non deve essere nella disponibilità del PD e di Matteo Renzi. Purtroppo non lo è. Se lo fosse non chiuderebbe.»
 (Matteo Renzi, il Provvidenziale)

Barcone08. RISCHIO EPIDEMIA DI EBOLA

[30 Lug.] «Negli aeroporti e nei luoghi di transito vengono già effettuate visite mediche nei casi che vengono ritenuti necessari. In Italia il pericolo non c’è.»
 (Beatrice Lorenzin, Commissario di sanità)

Sparate sulle ambulanze09. LA GUERRA SANTA

[09 Lug.] «Non esiste guerra più giusta di questa»
  (Benjamin Netanyahu, Nazista con la kippah)

Maria Elena Boschi10. STATISTI E BUGIE

[21 Lug.] «Un grande statista, che è stato anche un grande presidente di questa assemblea, un riferimento per tante donne e uomini della mia terra, compreso mio padre, Amintore Fanfani, ha detto una piccola grande verità, “le bugie in politica non servono”»
  (Maria Elena Boschi, la Madonna del Consiglio)

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La Tirannide della Maggioranza

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on luglio 28, 2014 by Sendivogius

Alexis de Tocqueville«Cos’è, infatti, una maggioranza presa collettivamente, se non un individuo che ha opinioni e più spesso interessi contrari a quelli di un altro individuo che si chiama minoranza? Ora, se ammettete che un uomo, investito di un potere assoluto, può abusarne contro i suoi avversari, perché non ammettete la stessa cosa per una maggioranza? Gli uomini, riunendosi, hanno forse cambiato carattere? Diventando più forti, sono forse diventati più pazienti di fronte agli ostacoli? Per parte mia, non posso crederlo; e un potere onnipotente, che io rifiuto a uno solo dei miei simili, non l’accorderei mai a parecchi.
Non è che, per conservare la libertà, io creda che si possano mescolare insieme diversi principi in uno stesso governo, in modo da opporli realmente uno all’altro.
Il governo che si chiama misto mi è sempre parso una chimera. A dire il vero, governo misto (nel senso che si dà a questa parola) non esiste, perché, in ogni società, si finisce sempre per scoprire un principio d’azione che domina tutti gli altri.
[...] Ritengo, dunque, che bisogna sempre porre da qualche parte un potere sociale superiore a tutti gli altri; ma credo che la libertà sia in pericolo, quando questo potere non trova davanti a sé nessun ostacolo capace di rallentare il suo cammino e di dargli il tempo di moderarsi.
L’onnipotenza è in sé cosa cattiva e pericolosa. Il suo esercizio mi sembra al di sopra delle forze dell’uomo, chiunque egli sia; ….Non vi è, dunque, sulla terra autorità tanto rispettabile in sé stessa, o rivestita di un diritto tanto sacro, che io vorrei lasciar agire senza controllo e dominare senza ostacoli. Quando vedo accordare il diritto e la facoltà di far tutto a una qualsiasi potenza, si chiami essa popolo o Re, democrazia o aristocrazia, sia che lo si eserciti in una monarchia o in una repubblica, io affermo che là è il germe della tirannide.
[...] Quando negli Stati Uniti, un uomo o un partito subisce un’ingiustizia, a chi volete che si rivolga? All’opinione pubblica? È essa che forma la maggioranza e la serve come uno strumento passivo; alla forza pubblica? La forza pubblica non è altro che la maggioranza sotto le armi; alla giuria? La giuria è la maggioranza investita del diritto di pronunciare sentenze: i giudici stessi, in certi Stati, sono eletti dalla maggioranza. Per iniqua o irragionevole che sia la misura che vi colpisce, è necessario che vi sottomettiate.
[...] In America, la maggioranza traccia un cerchio formidabile intorno al pensiero. Nell’ambito di questi limiti, lo scrittore è libero; ma guai a lui se osa uscirne. Non ha da temere un auto-da-fé, ma è esposto ad avversioni di ogni genere e a persecuzioni quotidiane. La carriera politica gli è chiusa: ha offeso la sola potenza che abbia la facoltà di aprirgliela. Gli si rifiuta tutto, perfino la gloria. Prima di rendere pubbliche le sue opinioni, credeva di avere dei partigiani; gli sembra di non averne più, ora che si è fatto conoscere da tutti; poiché coloro che lo biasimano si esprimono ad alta voce e coloro che pensano come lui, senza avere il suo coraggio, tacciono e si allontanano. Egli allora cede, si piega sotto lo sforzo quotidiano e rientra nel silenzio, come se provasse rimorsi di aver detto il vero.
Catene e carnefici sono gli strumenti grossolani che la tirannide usava un tempo; ma ai nostri giorni la civiltà ha perfezionato perfino il dispotismo, che pure sembrava non avesse più nulla da imparare.
I principi avevano, per così dire, materializzato la violenza; le repubbliche democratiche dei nostri giorni l’hanno resa del tutto spirituale, come la volontà umana, che essa vuole costringere. Sotto il governo assoluto di uno solo, il dispotismo, per arrivare all’anima, colpiva grossolanamente il corpo; e l’anima, sfuggendo a quei colpi, s’elevava gloriosa al di sopra di esso; ma nelle repubbliche democratiche, la tirannide non procede affatto in questo modo: essa trascura il corpo e va dritta all’anima. Il padrone non dice più: tu penserai come me o morirai; dice: sei libero di non pensare come me; la tua vita, i tuoi beni, tutto ti resta; ma da questo giorno tu sei uno straniero tra noi. Conserverai i tuoi privilegi di cittadinanza, ma essi diverranno inutili, poiché, se tu ambisci l’elezione da parte dei tuoi concittadini, essi fingeranno anche di rifiutartela.
[...] Tale forma particolare di tirannia, chiamata dispotismo democratico e di cui il Medio Evo non aveva idea, è già loro familiare. Non più gerarchie della società, non più classi distinte, non più ranghi stabiliti; ma un popolo composto di individui quasi simili e interamente eguali. Questa massa confusa è riconosciuta per solo legittimo sovrano, ma accuratamente privata di tutte le facoltà che potrebbero permetterle di dirigere o anche di sorvegliare essa stessa il proprio governo.
[...] Per me, quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte, poco m’importa di sapere chi mi opprime, e non sono maggiormente disposto a infilare la testa sotto il giogo solo perché un milione di braccia me lo porge.
Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell’abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare.
Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri.
Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronirsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia sopruso. Basterà che si preoccupi per un po’ di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto. Che garantisca l’ordine anzitutto! Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all’altro può presentarsi l’uomo destinato ad asservirla. Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere. Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all’universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo.
[...] E’ facile essere eguali nella servitù, più difficile, ma necessario, essere liberi nell’eguaglianza.»

  Alexis de Tocqueville
  “La democrazia in America”
  UTET, 2007.

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Chronica in advenienda

Posted in Kulturkampf, Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on luglio 25, 2014 by Sendivogius

'The Murder of Caesar' by Karl von Piloty, 1865

Facciamo un nuovo giochino estivo, dalle velleità culturali ma senza pretese di sorta…
Pensate ai muli, ai porci, ai ronzini, e alle altre bestie che popolano la moderna fattoria degli animali, scalciando l’aria al vento nei recinti politici di Fuffolandia da un anno a questa parte.
Dite chi vi ricorda di più e trovate le differenze:

Médaille Bimillénaire d'Arles Caius Iulius Caesar Jules César par Vézien«Benché nemico irriducibile del senato, Cesare lo conservò, ma lo tenne in suo potere e lo trasformò da cima a fondo…. popolò il senato con uomini a lui devoti e, dopo averlo sopraffatto con il numero, riuscì a privarlo di ogni potere. Ottenne così non tanto una riserva di collaboratori, quanto una scuola di cortigiani, pronti a servirlo con sollecitudine come un gregge addomesticato.
[...] Le antiche istituzioni repubblicane, comizi, magistrature, senato e governatorati, che in apparenza esistono ancora, sono svuotati di ogni contenuto e sistemati sulla scena della storia come uno scenario illusorio. In realtà esiste un unico pensiero e un’unica volontà: quella di Cesare. Indifferente al sordo rancore dei nemici sconfitti, capaci soltanto di rifugiarsi in rimpianti sterili e incomunicabili, sdegnoso dei consigli di cui non sa che fare, nel pieno vigore delle forze e delle idee, chiede agli uomini di servirlo ed alle istituzioni di riprodurre e trasmettere la sua dominazione.
[...] L’adozione dei plebisciti e l’adozione dei senatoconsulti erano ormai soltanto semplici formalità; l’assemblea e la curia solo strumenti per votare le mozioni che il “gabinetto” di Cesare elaborava nell’ombra, dalla prima all’ultima riga, e che nessuno si sarebbe sognato di cambiare.
[...] Tutto veniva deciso prima fra lui ed i segretari.
[...] La vittoria di Cesare, che era stata la vittoria di un partito, determinò la scomparsa dei partiti. Se i partiti avevano effettivamente vanificato con la loro emulazione e poi dilaniato con le loro lotte la repubblica, di fronte alla nuova autocrazia non avevano più motivo di esistere. Cesare li eliminò: tra i nobili, servendosi dell’adesione sincera o ipocrita degli ultimi difensori della “libertà”; nella plebe, limitando volutamente il diritto di associazione; nell’opinione pubblica, con una propaganda libera da qualsiasi contraddizione

Jerome Carcopino
“Giulio Cesare”
Bompiani, 2011

Jerome Carcopino Questo è un classico della storiografia, pubblicato per la prima volta nel 1936 (un anno significativo..), anche se si occupa di fatti accaduti oltre duemila anni fa, si parla di crisi della Respublica romana, della trasformazione dello stato, di ‘riforme costituzionali’ e ‘cambiamenti epocali’…
Ovviamente, l’estratto non presuppone alcun confrono con Gaio Giulio Cesare, poiché i decisionisti da operetta che animano i teatrini di un piccolo paese non valgono nemmeno l’unghia del dito mignolo del piede di una figura ineguagliabile, scimmiottandone piuttosto l’ombra nei fumi della polvere. Questi più che altro ricordano le macchiette di Ettore Petrolini: da Gastone a Gigi er bullo.

Il Bullo Fiorentino
TANTO PE CANTÀ
«Matteo Renzi, oltre ad essere un personaggio molto colorito, è utile come “reagente” chimico per capire il popolo italiano.
Nell’attuale “mezzo del cammin di nostra vita” quest’uomo, a forza di capacità di comunicare e di demagogia, è arrivato a Palazzo Chigi. E al riguardo bisogna essere precisi. Non è che la demagogia sia una sua personale specialità: tutti i politici di successo, con più o meno buon gusto, sono demagoghi. Ma lui ha avuto un immenso successo per l’audacia, per la sfrontatezza, per la capacità di rilanciare senza badare alla posta. Gli altri – ad esempio il beneducato Enrico Letta – promettevano la fine della crisi e la ripresa, ma senza una data precisa ed anzi condendo la previsione con attenuazioni, condizionali e riserve. Renzi invece è uno spericolato giocatore di poker e batte qualunque rilancio con un rilancio ancora più alto. Gli altri promettono cose in un lontano futuro? Lui dice: “Il mese prossimo”. “Entro la tale data”. “Ci metto la faccia”. “Datemi del buffone se non mantengo la parola”. Altro che “contratto con gli italiani”, durata prevista una legislatura. E così, appena eletto, ha promesso una riforma al mese. A gennaio questo, a febbraio quest’altro, a marzo ancora una riforma e in aprile avremo cambiato l’Italia da così a così. E non si annunciavano riformette tanto per ridere: si parlava di giustizia, di Pubblica Amministrazione, di quei grandi nodi che decenni di politica non son riusciti a sciogliere.
renzi-letta-bennyNaturalmente non se n’è fatto niente. Ma l’immagine del personaggio non ne ha risentito. Il consenso sul suo nome rimane ampio e diffuso. Perché gli italiani, nonostante il loro scetticismo, hanno creduto quanto meno alla sua buona volontà. “Chissà – si sono detti – che il suo giovanile entusiasmo, accoppiato con la sua simpatica sprovvedutezza, non compia qualche miracolo”. Sono tanto affamati di speranza  che hanno votato per uno come Grillo che si è rivelato soprattutto uno specialista in parolacce. Perché non concedere dunque a lui di provarci? Dopo tutto è uno che almeno è riuscito a divenire giovanissimo sindaco di Firenze e ad impossessarsi del Pd.  Non farà il cento per cento di ciò che ha detto, forse non farà neanche il cinquanta, ma anche venti sarebbe meglio di niente.
NapoleoneLe esagerazioni di Renzi tuttavia non potevano non rivoltarglisi contro. Sconfitto, Napoleone passò da esiliato ad imperatore in cento giorni. Matteo, più umile, se ne era concessi centoventi, ma in capo a sei mesi non ha combinato niente. Ha dato soltanto dato ottanta euro a testa (nostri) ad alcuni lavoratori, non a tutti e non ai pensionati. Ed ora finalmente riconosce che nessuno può fare l’impossibile: va in Parlamento e parla solennemente di mille giorni per rinnovare l’Italia. E qui, senza contare i sei mesi che sono già passati, siamo quasi a nove volte di più del tempo annunciato ad inizio d’anno. Gli italiani gli perdoneranno anche questa?  Non avranno per caso l’impressione che stia chiedendo la licenza di non far niente e di rimanere lo stesso sulla poltrona di Capo del Governo?
È quello che vedremo. Certo, questo passare dalla promessa di  una serie di miracoli a ritmo di samba all’eternità di quasi tre anni è l’ammissione di una sconfitta. Si torna con i piedi sulla terra. Ci si inchina dinanzi al riverito pubblico e si confessa che i miracoli intravisti sono stati soltanto dei trucchi. E del resto, che cosa ci si aspettava da un prestigiatore?
Il fenomeno rimane comunque interessante. Se Renzi non fosse quell’eccellente attore, quel superlativo intrattenitore, quel geniale affabulatore che è, oggi sarebbe sommerso dai fischi e dai lazzi. Per immaginare quali, si pensi a Berlusconi che promette una grande riforma al mese per quattro mesi. La vicenda di Renzi dimostra però che noi italiani non siamo affatto guariti dall’idea che la politica, anzi la realtà, sia fatta di parole. Ed allora dovremmo smettere di irridere Mussolini. Con i suoi richiami alla romanità, con la sua volontà di fare di noi un popolo di guerrieri, o quanto meno di sportivi velleitari, ci rappresentava benissimo. L’uomo di Predappio ebbe successo perché, come cantavano Petrolini e Nino Manfredi, ci “arintontoniva de bucie”.
Noi siamo così scontenti della realtà da rifugiarci nel sogno e chiudiamo gli occhi per crederci. Presto, forse, le massaie porgeranno a Renzi i bambini perché li baci e i malati di scrofola perché li tocchi e li guarisca. Ma riusciremo a rimanere su queste nuvole per mille giorni ancora?»

Gianni Pardo
(25/06/2014)

Aureus Augusti  Tornando al precedente modello cesariano, in parallelo con le intenzioni che per fortuna sono destinate a restare tali, data la proverbiale cialtroneria degli attuali protagonisti, rimangono le analogie, le ambizioni assolutiste volte alla concentrazione dei poteri in un demiurgo salvifico, e soprattutto il “gregge addomesticato”, più che mai ansioso di sottomettersi ad un padrone e farsi cingere il collo con un guinzaglio d’oro. E se ieri era pronto a vendersi per una sportula o per l’investitura a qualche carica pubblica, oggi lo fa per una ricandidatura in parlamento o per la promessa di 80 euro, da infilare in una busta paga che non c’è più. A tanto ammonta il prezzo della democrazia in Italia. Più che da saldo, è una cifra da svendita fallimentare.

Ottanta Euri

Il problema è che l’Augustolo fiorentino, quello che volle farsi premier credendosi Cesare, in cassa non ha più neanche quelli di euro (per questo esistono le “privatizzazioni”). E, in concreto, sembra non andare oltre le raffiche di tweet, coi quali mitraglia l’etere nel vuoto di risultati, ma nell’esibizione di ciò che meglio riesce al Bullo di Firenze: chiacchiere e distintivo.
Renzi il ParaculoEcco perché ora preme più che mai per andare alle elezioni anticipate, dopo aver scatenato la guerra al Senato, cercando la prova di forza, e aver scientemente provocato la spaccatura con tutte le opposizioni che non siano quelle dell’Amico ritrovato di Arcore, negando ogni margine di trattativa vera, all’infuori delle pantomime con le quali va smargiassando in giro.

Silvio Berlusconi - Il ritorno del duce

Dimenticabilissime sono poi le farse in streaming; soprattutto l’ultima, dove si ricorda solo l’enorme culone del prossimo Rottamando, quanto mai inchiattonito, ad occupare l’intero schermo.
E le elezioni le vuole prima che diventi evidente l’entità del fallimento…
C’è il pareggio di bilancio che non è stato affatto rinviato al 2016 così come non ci è stata concessa alcuna flessibilità sul famigerato patto di stabilità, nonostante gli sconsolanti siparietti inscenati con fräulein Merkel a Bruxelles, in cambio della nomina di una vecchia cariatide liberista come Junker, e un falco ultra-rigorista come Katainen momentaneamente al posto di un altro flagello ambulante quale è stato Olli Rehn. Se il nostro Telemaco riservasse alla UE metà delle spacconate che ama esibire in patria, forse raccoglierebbe qualche crosta in più rispetto alle briciole finora ottenute con lo sputo. Talmente incisivo è il ruolo in Europa del Mediano che guida a fari spenti (ubriaco in autostrada e contromano), che non è nemmeno riuscito ad ottenere il coinvolgimento della pletorica ed inutilissima Frontex, dinanzi all’immane esodo di profughi dalla Libia.
Sul fronte economico le cose, se possibile, vanno persino peggio….
Il crollo verticale dei consumi e del potere d’acquisto delle famiglie italiane, con tutto quello che ne deriva circa il prolungarsi di una recessione che sembra senza fine.
Una stagnazione economica ormai strutturale e che, a dispetto di tutte le previsioni per una crescita che non c’è o quanto meno non si vede, sembra avviata a trasformarsi in una devastante depressione anche se si continua a negare l’evidenza.
Il collasso definitivo di ciò che ancora resta della siderurgia italiana, nella totale assenza di un qualunque piano industriale.
L’emorragia inarrestabile dei posti di lavoro, inghiottiti nei gorghi della crisi e la precarizzazione di massa degli ultimi assunti, sotto ricatto e senza garanzie, da parte di un padronato che ha espatriato i capitali ma non ha perso l’arroganza.
La probabile ineluttabilità di una manovra correttiva dall’importo ancora incerto, dai 10 ai 20 miliardi di euro (gli 80 euro di mancetta elettorale sono costati all’erario oltre 6 miliardi), che verrà ad affiancare alla legge di stabilità in autunno.
Finora, la principale preoccupazione della “Generazione Erasmus” al governo è la  fondamentale “riforma” del Senato. Repetita iuvant!
King is nakedPer questo Telemaco spinge per provocare la fine della legislatura, aprendo una crisi istituzionale al Senato. E ci prova prima che sia troppo tardi; prima possa essere evidente a tutti che il re è nudo nell’incapacità di coprire le vergogne. Peccato solo che, per quanto compiacente e protettivo, l’anziano ‘Ulisse’ sul Colle difficilmente stavolta correrà a togliergli le castagne dal fuoco. Non scioglierà mai le Camere durante il sacralizzato “semestre europeo” e meno che mai prima dell’approvazione della consueta legge finanziaria di fine anno. Riuscirà Telemaco da bravo democristiano a sopravvivere, galleggiando fino a primavera inoltrata, confidando nel letargo prolungato degli italiani?
usato sicuroConsiderando quello che in alternativa offre la piazza, forse sì. Specialmente se potrà continuare ad utilizzare lo spauracchio provvidenziale della Setta del Grullo, con le sue orde di inquietanti esaltati allo sbaraglio.

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CINISMOCRAZIA

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on luglio 23, 2014 by Sendivogius

DC wants YOU!

Madonna Boschi  «Un grande statista, che è stato anche un grande presidente di questa assemblea, un riferimento per tante donne e uomini della mia terra, compreso mio padre, Amintore Fanfani, ha detto una piccola grande verità, “le bugie in politica non servono”»

Maria Elena Boschi
(21/07/2014)

Le bugie non servono, ma all’occorrenza aiutano. Più che mai in assenza di fatti.
A maggior ragione, in politica (le menzogne e non certo i fatti!) costituiscono la norma; a dispetto della massima di quel Fanfani che fece della bugia politica un uso senza scrupoli quanto sistematico, specialmente se funzionale alla conservazione del proprio potere. E se questi sono i miti fondativi del nuovo partito democratico (cristiano), c’è di che stare allegri!
Amintore Fanfani (1972)Nella sua lunga carriera, Amintore Fanfani si distingue per attivismo e le ambizioni smisurate. Amici ed avversari lo chiamano “il Motorino”, ma è una macchina perennemente accesa che nei fatti gira più a vuoto che altro.
Durante la dittatura mussoliniana, si distingue per il suo mostruoso anti-fascismo, partecipando con entusiasmo ai seminari di “mistica fascista” e scrivendo ispirati articoli su riviste coraggiosamente schierate contro il regime quali “Dottrina fascista” e “Difesa della razza”. Si dirà che anche figure intellettuali del calibro di Giorgio Bocca fecero lo stesso, ma con una differenza sostanziale: Bocca nel 1938 era uno studente 18enne; Fanfani aveva 30 anni belli e compiuti, con una laurea in tasca ed una cattedra all’università. Essendo nato prima del fascismo, e avendo 16 anni prima del suo avvento, si presuppone avesse avuto anche il tempo di maturare una propria coscienza critica, che non gli impedirà di aderire con entusiasmo al regime, che si rivela un ottimo strumento di carriera.
A scanso di equivoci, nel 1944, Bocca va in montagna a combattere con la Resistenza, mentre Fanfani scappa in Svizzera. E nel ’46 è già pronto per entrare a far parte dell’Assemblea costituente.
Francobollo_Fanfani_2008Nel 1954 si presenta come l’erede designato di Alcide De Gasperi; toscano di Arezzo, è una sorta di “rottamatore” ante-litteram: all’interno della Democrazia Cristiana, si accredita come ‘riformista’; ha fama di modernizzatore e non perde occasione per attaccare la vecchia guardia democristiana, che ha fatto il suo tempo e che deve mettersi in disparte per lasciare spazio ai ‘giovani’ come lui (le schiere di quarantenni che scalciano nel ventre democristiano), rivendicando il proprio spazio nel partito e nel governo. Tra un incarico e l’altro, ci rimarrà ininterrottamente per quasi mezzo secolo di attività, inaugurando un nuovo corso delle relazioni politiche, che autori come Sergio Turone, con un fulminante neo-logismo, chiameranno: cinismocrazia.
cambiamentoSu posizioni blandamente progressiste, con un’economia sociale implicitamente ispirata al vecchio corporativismo fascista, ed aperture trasformistiche a “sinistra”, Amintore Fanfani più che uno ‘statista’ è stato un dinosauro democristiano, destinato a lasciare la sua impronta fossile nella politica italiana. Di lui si ricorda l’utilizzo spregiudicato del Caso Montesi per silurare i propri avversari all’interno della Democrazia Cristiana e conquistare la supremazia nel partito; la cementificazione selvaggia del territorio italiano, nel più grande scempio urbanistico che la storia patria ricordi; la morte in carcere di Gaspare Pisciotta dopo un caffé corretto alla stricnina; i governi lampo, impallinati dai “franchi tiratori” e destinati ad esaurirsi in pochi mesi; l’uso clientelare dell’industria di Stato, No al divorzioutilizzata come un immenso ufficio collocamento; fino alla sua crociata personale contro l’introduzione del divorzio in Italia. Dalla sua corrente di partito, Iniziativa democratica, figliò il gruppo dei Dorotei destinato a diventare la corrente egemonica della DC e che ne rappresentò la componente più retriva, reazionaria e affaristica del partito cattolico.
Nato come giovane ‘rottamatore’, Fanfani diventa eterno e segna un record personale nel 1987 diventando il più anziano presidente del consiglio nella storia repubblicana, alla tenera età di ottant’anni!

la-grande-bellezza

Proprio Giorgio Bocca, in uno dei suoi cammei più riusciti, ne traccia un ritratto spietato che poi è anche un immagine dell’animus democristiano che asfissia il Paese:

«La fortuna di Fanfani è che egli si presenta alla ribalta democristiana, sicuro di sé, entusiasta, proprio mentre i vecchi dirigenti si sentono impari a compiti sempre più pesanti.
[...] Per Fanfani il movimento cattolico, la cultura cattolica sono orti da coltivare, ma ciò che interessa veramente, per non dire unicamente, è il partito: questo incredibile strumento di potere che da un giorno all’altro ti innalza ai vertici dello stato, ti dà poteri economici decisionali anche se fino a ieri hai scritto libri di nessun valore, anche se sei un economista di cui nelle università dei paesi avanzati riderebbero.
I best sellers di Renzi[...] Con Fanfani e i suoi coetanei la disputa sui convincimenti e sui principi è solo un pretesto: tutti sono disponibili per tutto purché assicuri il potere. Il dono del potere facile e il suo uso fin dalla più tenera età creano in questa generazione una presunzione e un mestiere che la fanno diversa ed estranea al resto del paese.
Questa gente arrivata facilmente al potere, riverita, corteggiata, si convince di possedere veramente delle qualità superiori di talento politico. E l’Italia laica stupita, umiliata, dovrà ascoltare per anni le banalità di Fanfani, le elucubrazioni di Aldo Moro, le malinconie di Antonio Segni, le divagazioni avventuristiche di Giovanni Gronchi, i festosi deliri populistici di Giorgio La Pira, ripresi dai mass-media come espressioni di un pensiero politico rispettabile. Nel contempo però questa classe politica di estrazione casuale, che ha vinto, nel ’44 o ’45, il terno a lotto di iscriversi a un partito che la Chiesa, la paura del comunismo, la situazione internazionale, hanno gonfiato di voti, diventa con il passare degli anni una classe di politici professionali che conoscono tutti i meccanismi del potere e che a un certo punto, gestendolo quasi in esclusiva, sono gli unici che sanno come funziona. Donde quella mescolanza di mediocrità culturale e capacità manovriera, di mediocre cultura e di scaltrezza che definiscono questa classe politica. Gente di scarse o nulle letture, che abita in case modeste e di cattivo gusto, che non ha la minima dimestichezza con letterati, artisti, che conosce poco o niente del mondo industriale; ma è imbattibile a manovrare nei corridoi di un congresso, ad organizzare la clientela, a tenere buono il clero protettore

Giorgio Bocca
 “Storia della Repubblica italiana
Rizzoli, 1982

Matteo Renzi - smorfie Col ciarliero Cazzaro 2.0 (che per arroganza non è secondo a nessuno), oltre alla medesima provenienza geografica, Fanfani condivide la strafottenza indisponente, il piglio decisionista e la presunzione. Curiosamente, ad accomunarli c’è pure il primato elettorale, seppure conseguito in diverse elezioni: il 41% delle ‘Europee’ con cui Telemaco si bulla un giorno sì e l’altro pure; il 42,3% ottenuto dal segretario Fanfani alle elezioni politiche del 1958 (uno dei migliori risultati mai raggiunti dalla DC). Peccato che alla successiva tornata, il risultato conseguito dallo ‘statista’ aretino fu di gran lunga al di sotto delle aspettative, determinando un suo allontanamento dalla presidenza del consiglio per i successivi venti anni.

Moro e FanfaniSi dice che allora uno sferzante Aldo Moro abbia regalato al premier perdente le Memorie di Napoleone in esilio a S.Elena. Un precedente incoraggiante, che lascia ben sperare…

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NOI TIREREMO DRITTO!

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on luglio 21, 2014 by Sendivogius

Da bomb by Alexiuss

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei…
Se le “riforme si fanno con chi ci sta”, non è questo un buon motivo per stralciare la Carta costituzionale, contingentando al massimo i tempi di discussione; per procedere a tappe forzate con scadenze prefissate sul calendario; per sostituire d’imperio i presidenti non sufficientemente allineati delle commissioni parlamentari; per umiliare e dileggiare pubblicamente ogni voce critica (i gufi.. i professoroni..), ricorrendo all’infamia (lo fanno perché non vogliono perdere i ‘privilegi’); per non percepire l’anomalia di un testo di legge blindato su presentazione governativa: l’imprescindibile “bozza” imposta da madonna Boschi ad un assemblea quanto meno scettica, in aule non abbastanza “sorde e buie”. La Madonna del ConsiglioSe poi la (contro)riforma della Costituzione la si impone col ricorso alla classica tirannia del numero, scegliendosi come principale referente ‘istituzionale’ e interlocutore privilegiato un vecchio libidinoso, interdetto dai pubblici uffici per corruzione, accogliendone in blocco tutte le pretese possibili, e realizzando in una manciata di mesi ciò che al Pornocrate non era riuscito di fare per decenni (all’epoca si gridava alla “deriva autoritaria”, mentre oggi si chiama “governabilità”!), allora un governo si qualifica fin troppo bene per ciò che è…
In passato, e con ampio anticipo, avevamo già paragonato l’esecutivo renziano ad “un incrocio ibridato tra Moro e Fanfani in tempi di post-berlusconismo”… Evidentemente, è persino peggio!
Come la distruzione scientifica dell’antichissima istituzione senatoria, trasformata per imposizione governativa in una sorta di doppione scadente della Conferenza Stato-Regioni, inciderà sul rilancio dell’occupazione, venendo incontro alle “richieste della gente” (!?!) costituisce un mistero (della fede nelle magnifice sorti progressive del renzismo) a cui i chierichetti del chiostro fiorentino hanno subito fornito una spiegazione eloquente: “ce lo chiede l’Europa!”. Ma quando mai?!?
Sinceramente, non si capisce la relazione con la crescita dell’economia e l’incremento del PIL, la ripresa degli investimenti produttivi e lo sblocco del credito bancario, l’alleggerimento del “patto di stabilità” e il “pareggio del debito”. Sfugge anche la correlazione con la lotta alle nuove povertà e la ripresa dei consumi; per fortuna, gli 80 euri di mancetta elettorale (a carico pubblico) dispensati ai più garantiti stanno già producendo risultati strabilianti!
80 euriIn compenso, avremo qualcosa di completamente nuovo: un Senato che non potrà definirsi tale; svuotato di ruolo e deprivato del suo indirizzo di controllo, in un accentramento autocratico dei poteri concentrati nella figura di un premier “forte”. Uno di quelli che, qualsiasi cosa accada, tirano sempre dritto perché convinti di vederci più lungo degli altri…

Matteo Renzi - Occhio di lince

«Mai prima d’ora la classe dirigente italiana s’era ridotta a puntare tutto su un uomo solo come sta facendo adesso con Renzi. Mai s’era arrischiata a mettere così tutte le uova nello stesso paniere. Renzi è l’ultima risorsa d’una classe dirigente ormai consunta dai propri liquami tossici. La sua unica vera forza è la mancanza di alternative.
I tecnici sono bruciati, i moderati sono sputtanati, i populisti non sanno trovarsi il culo in una stanza tappezzata di specchi.
Renzi è l’ultima carta del mazzo. Se cadesse ora, l’intero sistema politico-mediatico italiano di controllo sociale detto ”democrazia” franerebbe come un castello di sabbia, anzi di fuffa.
Per questo tutti nel sistema sostengono Renzi, a cominciare dai suoi presunti avversari, fino a chi lo odia a morte davvero, cioè i colleghi di partito.
Il rischio d’estinzione sta frenando persino l’endemica spinta autoimmune del PD, tenendo insieme fazioni che da sempre si disprezzano profondamente a vicenda.
L’equilibrio però è precario. Il trono di Renzi è solido come la fuffa.»

Il Trono di Fuffa
 Alessandra Daniele
 (20/07/2014)

Il nuovo Senato riformato manterrà, secondo le intenzioni dei relatori, un ruolo consultivo che però sarà puramente simbolico: potrà infatti esprimere pareri e proposte di modifica sulle leggi approvate alla Camera, ma il Parlamento (ed il Governo) non sarà assolutamente vincolato a tenere conto delle osservazioni e potrà rigettare tutte le richieste, eventualmente mosse da un senato depauperato di funzioni e prestigio.
Caligola fa nominare senatore il suo cavalloSenato rigorosamente non elettivo, surclassato da un Parlamento di nominati su listini elettorali bloccati. Parlamento che mantiene intatte indennità, emolumenti, stipendi, e numero dei componenti: 630 deputati contro un senaticchio di 100 “senatori”, pescati tra gli scarti dei consigli regionali. In compenso, i nuovi senatori condivideranno con gli onorevoli colleghi della Camera la medesima immunità, che contemplerà ogni fattispecie criminale possibile e non soltanto i cosiddetti “reati di opinione”, che invece continueranno a riguardare tutto il resto dei cittadini comuni). Grazie alla “riforma” Renzi-Boschi-Berlusconi, col fondamentale contributo della strana coppia Finocchiaro e Calderoli (l’odontotecnico prestato alle riforme costituzionali ed al quale si deve la famosa legge porcata), i vari Fiorito e Formigoni ed i quasi 600 consiglieri regionali attualmente rinviati a giudizio per i più svariati reati contro il patrimonio pubblico, dalla corruzione al peculato, dalla concussione all’appropriazione indebita, potranno godere dell’impunità che fino ad ora non avevano.
Qualche numero di contorno?
Regione Lombardia: 40 consiglieri indagati
Regione Piemonte: 42 consiglieri indagati
Regione Campania: 53 consiglieri indagati
Regione Abruzzo: 25 consiglieri indagati
Regione Molise: 32 consiglieri indagati
Regione Sicilia: 83 consiglieri indagati
Si tratta del bacino di riferimento privilegiato, tra i quali verranno scelti i componenti del nuovo “senato delle autonomie” (e delle impunità), in assenza di una seria normativa anti-corruzione che attualmente non s’ha da fare, specialmente se si concordano i contenuti e le procedure coi diretti interessati… come per esempio l’Interdetto ai servizi sociali.
La “questione morale” ai tempi del renzismo. È esattamente il tipo di risposta che i “cittadini” attendevano.

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Nipoti d’Egitto

Posted in Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , , , on luglio 19, 2014 by Sendivogius

Walk like an egyptian

Felicitazioni vivissime per l’Utilizzatore finale, che è stato assolto dall’accusa di “concussione” e favoreggiamento della prostituzione minorile, perché il fatto non costituisce reato.
Dopo tanto patire, finalmente le ‘Laide Intese’ portano i primi risultati concreti, coi loro frutti maturati tra le fronde del ‘Partito Unico’ all’ombra del Colle…
Con lungimirante sensibilità, la Corte di Appello milanese coglie il senso del delicato momento ‘storico’ e implicitamente fa propria l’opportunità di non disturbare la “pacificazione” in corso (sia mai!). Adesso, la grande stagione riformista può continuare col contributo fondamentale del vecchio sporcaccione, nuovamente eretto nel suo turgore di ‘statista’.
Tutto è bene quel che finisce bene.
Che la sentenza di condanna fosse tutt’altro che ineccepibile e presentasse non poche crepe, dove far leva per smontare l’impianto accusatorio, era cosa abbastanza intuibile per chiunque mastichi qualche nozione elementare di giurisprudenza…
The MummyE se ci siamo arrivati noi a capirlo, è ovvio che un qualunque avvocato degno di questo nome (Franco Coppi) ci avrebbe costruito sopra l’intera strategia difensiva, tutelando il proprio assistito nel processo e non dal processo, al contrario dei due strafottenti e strapagati azzeccagarbugli (Ghedini-Longo), che il don Rodrigo di Arcore ha scagliato come kamikaze nelle procure, durante la sua personale jihad contro la magistratura, ricavandone più danni che vantaggi.
girlLa sentenza di condanna era già viziata all’origine, con una serie di errori che ne indebolivano l’impianto strutturale, a partire dallo stralcio della posizione giudiziaria, circa il comportamento addotto dai funzionari della Questura e l’anomalia nelle procedure di rilascio di Ruby Rubacuori.
Tutte le chiacchiere sulle modifiche apportate dalla c.d. Legge Severino al reato di “concussione” sono invece fuorvianti ed enfatizzano un problema che in realtà non sussiste. La normativa riformata incide infatti sulla determinazione delle pene e non sulla fattispecie di reato, che nella sostanza resta invariato o quasi. Basta leggersi il vecchio articolo del codice penale sul reato di “concussione”, prima dello spacchettamento:

Art.318 c.p.

“Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe o induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro o altra utilità, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni.”

Poi certo lo zelo dimostrato dalla Corte d’Appello nello smontare la sentenza di condanna ha qualcosa di provvidenziale…
Di fatto, il tribunale del riesame ‘cassa’ la condanna emessa in primo grado; la demolisce punto per punto e costruisce un proscioglimento inappuntabile per il giudizio definitivo della Cassazione, agendo come se fosse una sua copia.
Non ravvisa alcuna correlazione con altre fattispecie di reato, né mai ne cerca.
Nell’ambito della presunta “concussione” dei questurini, non intravede la costrizione, ma in assenza di riscontri probatori che attestino un qualche tipo di “utilità”, si affretta a scartare anche l’induzione escludendo a prescindere ogni sudditanza gerarchica o condizionamento psicologico. Sorvoliamo come per l’occasione i funzionari della questura milanese si siano comportati alla stregua un Bargello medioevale e la sua sbirraglia al cospetto del signorotto di turno, compiacendo le pretese del potente con servile accondiscendenza. E del resto la Procura non ha trovato nulla di penalmente rilevante in simili comportamenti, degni più di un’autocrazia sudamericana che di un paese democratico. D’altronde, ci sentiamo di escludere noi stessi qualunque forma di ‘induzione': quella che qualcuno ha definito “polizia cilena”, la sua utilità l’ha già ottenuta con largo anticipo, ai tempi dell’orgia di sangue durante il mattatoio genovese, condividendo con il Pornocrate la medesima presunzione di impunità per sua stessa e ‘graziosa’ concessione. Certe complicità, gli riescono al naturale per corresponsione di amorosi sensi.

Pula in Italia

Ma la Corte d’Appello non coglie neppure l’incongruenza di un presidente del consiglio che telefona in Questura, millantando le improbabili parentele di una ragazzina di strada (peraltro già segnalata ai servizi sociali e debitamente inserita nei database della polizia). Non gli sovviene minimamente che possano ravvisarsi gli estremi del “falso ideologico”. Meno che mai sorge nei magistrati giudicanti il dubbio, e dunque la confutazione, che l’iper-attivismo dell’accoppiata Longo-Ghedini nel produrre certificati, e imboccare testimonianze che attestino la maggior età della nipote d’Egitto, presuppongano la consapevolezza da parte del papi, ovvero “l’utilizzatore finale”, di essersi comprato le attenzioni (sessuali) di una minorenne.
pinterest In quanto ai rapporti mercenari intrattenuti con una prostituta non ancora maggiorenne, entrambe le parti coinvolte hanno sempre negato, e dunque perché mai mettere in dubbio la parola dell’imputato adducendo un eventuale supplemento di prova, visto che in caso di ammissione si rischierebbe l’arresto per il reato di “prostituzione minorile”? Per il tribunale del riesame la cosa costituisce una questione assolutamente privata. Dunque perché occuparsene?!? Sia mai che ci scappi la conferma del reato, ‘consumato’ (nel senso stretto del termine) più che presunto.
In effetti, sette anni di reclusione per una scopata a pagamento erano decisamente troppi anche per “papi Silvio Berluscone”: così era registrato in rubrica dalle sue voraci ospiti alle “cene eleganti”. Semmai la Corte d’Appello avrebbe dovuto ravvisare gli estremi di un’estorsione ai danni del ritrovato Uomo della Provvidenza, tanto amato dalla Curia vaticana e dalle prostitute di mezzo mondo… Pagare 5.000 euro per una marchetta è un furto! Con molto meno, e ancor minori complicazioni, il Pompetta Pazza poteva infatti cavarsi lo sfizio, percorrendo i marciapiedi di un qualsiasi vialone di periferia, invece di farsi spedire a domicilio, per esempio, mandrie di troioni da asporto reclutati negli angiporti di Bari.
Implicitamente, per un processo che verrà ricordato soprattutto per i neo-logismi coniati dall’inventivo avvocato-deputato Ghedini, i togati della Corte d’Appello di Milano attestano che Ruby è la nipote marocchina dell’ex dittatore dell’Egitto (evidentemente a sua insaputa); che è ordinaria pratica diplomatica per un premier ospitare in casa propria e trombarsi le nipoti dei presidenti stranieri, promettendo come regalo l’acquisto di un depilatore laser “affinché non si prostituiscano più” (con altri):

«Ho pagato Ruby perché non si prostituisse. L’ho aiutata e le ho dato perfino la chance di entrare con una sua amica in un centro estetico. Doveva fornire un laser antidepilatorio. Costava, se ricordo bene, 45 mila euro anche se Ruby dice che gli euro erano 60 mila. Così ho dato l’incarico di darle questi soldi per sottrarla a qualunque necessità, per non costringerla alla prostituzione, ma per portarla nelle direzione contraria»

S.Berlusconi
(11/05/2011)

Indubbiamente, è un modo molto originale di rivoluzionare i rapporti di politica internazionale, gestiti più che mai col ‘cazzo’, nel senso più prosaico e coi risultati che si possono ben vedere circa il proverbiale prestigio dell’Italia all’estero.
Asian girlProvate voi a telefonare in Questura per informare i poliziotti che hanno appena arrestato la vostra “massaggiatrice” thailandese preferita, che in realtà si tratta della figlia dell’imperatore della Cina e che per evitare un incidente diplomatico avete inviato la vostra igienista dentale, ancorché fatta eleggere consigliere regionale (e che grazie alla “riforma” Renzi potrà presto essere nominata ‘senatore della Repubblica’), a ritirare l’illustre principessa in incognito per poi scaricarla subito a casa di un’altra prostituta brasiliana che voi non conoscete assolutamente ma che, chissà perché, ha il vostro numero riservato di cellulare.
LA SALMAPapponi di tutto il mondo unitevi! Il papi è vivo e lotta insieme a voi!

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TRANSFORMER ITALIA

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Hellraiser - Cubo di Le Marchand

Con l’asciuttezza che ne distingue la prosa e le analisi, gli storici anglosassoni definiscono il Trasformismo, come una pratica di governo per la formazione di coalizioni centriste a maggioranza variabile e mutualità di intenti nella loro fumosità ideologica.

Storia d'Italia «Il trasformismo è uno dei modi in cui può funzionare il sistema parlamentare, e questo tipo di permanente coalizione centrista tendeva indubbiamente a dare alla lotta politica un carattere meno polemico e più moderato. Ma di quando in quando anche taluni liberali erano costretti a riconoscere che…. l’assenza di aperte controversie aveva un effetto paralizzante e negativo.
[...] Il trasformismo venne attaccato e accusato di essere una degenerazione della prassi del compromesso…. che nascondeva l’assenza di convinzioni profonde.
[...] Depretis, Crispi, e lo stesso Giolitti ricorsero tutti uno dopo l’altro allo stesso metodo, e ciò con lo scopo preciso di impedire che potesse formarsi un’opposizione organizzata, in quanto in circostanze di emergenza il Presidente del Consiglio era così sempre in grado di allargare la schiera dei suoi sostenitori, grazie a una “combinazione” con alcuni dei dissidenti potenziali. Quest’assenza di una opposizione ben articolata ebbe talvolta effetti quanto mai negativi nella vita costituzionale italiana, come ad esempio la rapida successione di ministeri che ne risultava, dato che quella che sembrava una solida maggioranza si volatilizzava da un giorno all’altro

  Denis Mack Smith
 “Storia d’Italia
  Laterza, 1987.

Agostino DepretisStoricamente, il metodo si afferma nella seconda metà del XIX° secolo con l’insediamento del gabinetto governativo di Agostino Depretis, quando la contrapposizione, del tutto fittizia, in seno al blocco liberale nel Parlamento tra l’ala conservatrice (“Destra”) e quella progressista (“Sinistra”), si risolse con una serie omogenea di esecutivi di compromesso, fondati sullo scambio clientelare e la gestione condivisa del potere su base personalistica.

«Una volta al governo la Sinistra, che era salita al potere soltanto grazie all’aiuto di gruppi dissidenti della Destra, trovò che le riforme erano più difficili da attuare che da predicare. Il discorso inaugurale della Corona nel novembre del 1876 accennò una volta ancora al maggiore decentramento amministrativo, ma si trattava soltanto di parole. Depretis si sforzò in ogni modo di far apparire il suo ministero più progressista di quello precedente, ma in pratica non poté far molto di più che promettere di studiare possibili riforme future e di usare metodi meno autoritari nell’applicazione della legge. Neppure quest’ultima promessa fu mantenuta

  Denis Mack Smith
  “Storia d’Italia
  Laterza, 1987.

Ed è piuttosto illuminante ricordare come Agostino Depretis illustrò il nuovo corso ai propri elettori, in uno dei suoi celebri discorsi nel suo feudo elettorale di Stradella…

«I partiti politici non si debbono fossilizzare né cristallizzare. Ed eccovi quel che io diceva in questo stesso luogo l’8 Ottobre 1876:
[...] Io spero che le mie parole potranno facilitare quella concordia, quella faconda trasformazione dei partiti, quella unificazione delle parti liberali della Camera, che varranno a costituire quella tanto invocata e salda maggioranza, la quale ai nomi storici tante volte abusati e forse improvvidamente scelti dalla topografia dell’aula parlamentare, sostituisca per proprio segnacolo un’idea comprensiva, popolare, vecchia come il moto, come il moto sempre nuova, il progresso.”
Noi siamo, o signori, io aggiungeva, un Ministero di progressisti.
E lo siamo ancora, e se qualcheduno vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?»

 Agostino Depretis
(08/10/1882)

Cronache marziane Istituito sotto i migliori auspici, il gabinetto Depretis fece del “trasformismo” una filosofia di governo, destinata ad avere successo e contribuendo non poco a sedimentare quella palude istituzionale, che spalancò le porte al fascismo in violenta polemica con le sabbie (im)mobili del “parlamentarismo” ed in aperta rottura con un sistema sostanzialmente sclerotizzato nella propria referenzialità.
Depretis, nel suo galleggiamento ministeriale, reseconfuse le questioni di principio e impossibile ogni chiarezza di pensiero, guardandosi bene:

«...dal formulare una politica ben definita che avrebbe potuto essere respinta da un voto contrario del parlamento e preferiva degli espedienti che potevano essere sconfessati in qualsiasi momento, semplicemente abbandonando al suo destino un ministro impopolare e rimaneggiando il ministero

  Denis Mack Smith
 “Storia d’Italia
 Laterza, 1987.

Concepito come una possibile soluzione alle pastoie del parlamentarismo italiano, con la rissosità congenita di una società profondamente frazionata, il “trasformismo” si è ben presto rivelato come parte integrante del problema.

«Nacque allora la formula definita del “trasformismo” che, presumibilmente concepita come strumento utile a garantire quella che oggi definiremmo “governabilità”, si risolse in un elemento di corruzione spicciola, di cooptazione interessata.
[...] La formula Depretis, peraltro, non poggiava soltanto su questa logica miserevole. La sostennero anche uomini come Marco Minghetti, conservatore, il quale, pur auspicando un sistema bipartitico, imperniato su una dialettica di contrapposte posizioni, riteneva preminente in quel momento assicurare all’Italia un governo stabile e – per avversione tanto all’estrema destra clericale, quanto alla sinistra radicale – avvicinò a Depretis molti deputati di orientamento conservatore. Anche questo elemento, come è ovvio, contribuì a stemperare gli originari propositi riformatori della Sinistra.
Alla morte di Agostino Depretis (1887) divenne presidente del Consiglio Francesco Crispi che, pur dichiarandosi in teoria nemico del trasformismo, fece largo ricorso a quel metodo. Se ne servì negli anni successivi anche Giolitti, ogni volta che in parlamento stava per formarsi un’opposizione organizzata

  Sergio Turone
 “Corrotti e corruttori
 Laterza, 1984

HELLBLAZERIn tempi più recenti, il sostanziale immobilismo, la cooptazione clientelare delle camarille locali, una corruzione endemica funzionale alla strutturazione del consenso, sono confluite nel cosiddetto “consociativismo” che è stata una variante moderna dell’originale trasformismo in evoluzione.
Date le sue peculiarità, non è un mistero come la pratica trasformistica, soprattutto nella sua componente consociativa, abbia costituito un aspetto constante del sistema politico italiano, alla base dell’egemonia democristiana nell’immanenza della sua longevità al potere. Lungi dall’essersi esaurito, oggi il fenomeno sembra più radicato che mai, incistato com’è tra il personalismo emergente dei nuovi caudillos populisti e la ricerca di un unanimismo totalizzante nella ridefinizione degli assetti di potere in atto…

«Il venir meno di ogni discriminante ideologica e programmatica fra i due maggiori schieramenti in campo (ossia la fine di quel sia pur imperfetto modello bipolare che aveva caratterizzato la scena parlamentare italiana nel primo ventennio postunitario) ebbe come effetti un visibile degrado del dibattito politico all’interno della ‘grande maggioranza’ costituzionale e il trasferimento delle funzioni proprie dell’opposizione a forze non pienamente legittimate (l’estrema radicale, repubblicana e poi socialista) oppure a gruppi eterogenei o marginali, pronti peraltro a rientrare alla prima occasione nel gioco delle combinazioni ministeriali.
[...] Il trasformismo non nasceva da una connaturata inclinazione al compromesso dei politici italiani, ma era il portato della debolezza originaria dello Stato unitario, della fragilità delle istituzioni e della cronica esiguità delle loro basi di consenso. Non era il prodotto di un carattere nazionale, ma la risposta, forse sbagliata, a un problema reale

  Giovanni Sabbatucci
 “Enciclopedia delle scienze sociali
 (1998)

Oggi, ci si illude di superare il bipolarismo imperfetto, previa rottamazione della Costituzione repubblicana e revisione del principio maggioritario.
Le cosiddette “riforme”, più strumentali che strutturali, brandite come una clava dalla anomala maggioranza di governo nel solco di più laide intese, costituiscono il tassello evidente di un’anomalia costituzionale ancor prima che istituzionale, con un esecutivo che interviene pesantemente nel gioco parlamentare, facendosi promotore ancor più che garante di una revisione costituzionale da portare avanti a tempi contingentati e tappe forzate. E lo fa preordinando la ‘sua’ riforma, denigrando le voci critiche in seno alle istituzioni repubblicane, rimuovendo dalle commissioni i senatori non allineati (fatto senza precedenti). Impone quindi la propria “bozza” ad un Parlamento ed un Senato, ancorché supini, che subiscono l’iniziativa di un premier mai eletto in un esecutivo presidenziale, tenuto a Carl Schmittbattesimo palatino. Nel superamento dei vecchi schemi politici e di partito, il governo si attribuisce competenze che spettano alle Camere ed agisce esso stesso come un partito (della nazione), accentrando su di se i poteri e istituzionalizzando l’eccezione in virtù di un presunto principio di necessità. Vizio antico ma sempre presente.
L’iniziativa governativa più che integrare l’azione parlamentare, ne determina l’indirizzo e la sovrasta nella sua ipertrofia decisionale. Viste le finalità recondite, circa l’attivismo promozionale (e propagandistico) del governo, viene in mente una vecchia polemica gramsciana riconquistata ad insospettabile attualità:

Gramsci«Il governo ha infatti operato come un “partito”, si è posto al di sopra dei partiti non per armonizzarne gli interessi e l’attività nei quadri permanenti della vita e degli interessi statali nazionali, ma per disgregarli, per staccarli dalle grandi masse e avere “una forza di senza-partito legati al governo con vincoli paternalistici di tipo bonapartistico-cesareo”: cosí occorre analizzare le cosí dette ‘dittature’ di Depretis, Crispi, Giolitti e il fenomeno parlamentare del trasformismo

  Antonio Gramsci
 “Passato e Presente. Agitazione e propaganda
 Quaderno III (§119); Anno 1930.

JOHN McCORMICKAttualmente, il trasformismo centrista di matrice neo-consociativa sembra convivere con le impennate demagogiche di un populismo di ritorno, dal quale trae giustificazione e legittimazione quale necessario argine di contenimento, mentre la componente cesaristica ne diventa strumento indispensabile di governo, in qualità di catalizzatore del consenso personalizzato a dimensione di “leader”. Per disinnescare la carica eversiva della minaccia populista, il “cesarismo” ne assume in parte le istanze; le converte in alchimie di governo consacrate alla preservazione della ‘stabilità’ tramite l’adozione su polarità alternata e contraria di un populismo reazionario, ammantato da un’onnipervasività plebiscitaria, riadattando il sistema alle necessità congenite del leader ed al consolidamento della sua posizione di potere. Si tratta di iniezioni controllate, con inoculazione del veleno a piccole dosi in funzione immunizzante. La pratica si chiama “mitridatismo”. E peccato che le tossine così somministrate a lungo andare finiscano col distruggere l’organismo che s’intendeva preservare.
Per quanto mutevoli possano essere le sue forme, il Cesarismo continua ad essere declinato nella forma prevalente dell’istrione, che a quanto pare resta il figuro più amato dagli italiani, incentrando la sua preminenza sui legami emozionali.

Wien - Kunsthistorisches Museum - Gaius Julius Caesar«L’organizzazione politica del cesarismo si afferma sempre a seguito di un processo di deistituzionalizzazione delle organizzazioni e delle procedure politiche preesistenti. In altri termini, parleremo di cesarismo se, e solo se, la leadership individuale nasce sulle ceneri di un’organizzazione politica istituzionalizzata che è stata colpita da un processo di decadenza e di disorganizzazione.
Il cesarismo è un regime di transizione, intrinsecamente instabile. Sorge per fronteggiare uno stato di disorganizzazione e di crisi acute della comunità politica ed è destinato a lasciare il posto a forme diverse e più stabili di organizzazione del potere.
[...] Un regime politico di transizione, che sorge in risposta alla decadenza di istituzioni politiche preesistenti ed è fondato su un rapporto diretto – ove la componente emozionale (così come è descritta, ad esempio, da Freud) è preminente – fra un leader e gli appartenenti alla comunità politica, veicolato da tecniche plebiscitarie di organizzazione del consenso.
[...] Per usare termini schmittiani potremmo dire che il cesarismo è il regime dello “stato d’eccezione” in cui però l’assunzione di pieni poteri da parte del leader si sposa con un consenso plebiscitario, o semiplebiscitario, della comunità politica (delle sue componenti maggioritarie). In questa prospettiva si può spiegare facilmente anche la scarsa attenzione che la scienza politica presta ai fenomeni cesaristici. Trattandosi di regimi di transizione, i regimi cesaristici hanno una vita effimera. Essi sorgono in risposta a una crisi e si trasformano più o meno rapidamente in regimi diversi

 Angelo Panebianco
Enciclopedia delle scienze sociali
(1991)

Semmai, il problema della transizione risiede nella durata, che qui in Italia si esplica in parentesi prolungate da non prendere mai alla leggera…
Il vecchio che tornaPerché al di là dei toni trionfalistici, l’unanimismo plebiscitario, la piaggeria cortigiana ed i facili entusiasmi, l’attuale governo garantito dai “senza-partito” vincolati al premier da un legame “bonapartistico-cesarista” e dalle più alte Grillinoprotezioni dell’ermo Colle, costituisce nella sostanza una parentesi di transizione, volta ad essere superata in fretta non appena sarà chiaro il trucco delle tre carte al volgere della fine dei giochi, sbollita l’enfasi delle contro-riforme artificialmente pompata da un apparato mediatico più che compiacente. Un “regime cesaristico” si afferma sul disfacimento dei partiti e prosperano traendo alimento dal populismo che inevitabilmente si sprigiona dalla loro decomposizione, con ben pochi vantaggi per lo sviluppo civile e di una società pienamente democratica.

«Man mano che i vecchi partiti da fiorentissimi sono diventati secchissimi (non parlo, com’è ovvio di quelli già defunti sotto le macerie di Tangentopoli), sono riemersi i caratteri di una società civile tradizionalmente avulsa dai meccanismi dell’associazionismo intermedio, mentre si è creata una voragine nel luogo del primitivo insediamento, un vuoto che può essere colmato d’un tratto da qualsiasi predicazione, poco importa se proveniente da demagoghi improvvisati, da corporazioni che invadono il campo della politica, o da partiti d’opinione, che sappia catturare il voto “emotivo”

  Mario Patrono
Maggioritario in erba – Legge elettorale e sistema politico nell’Italia che (non) cambia
Edizioni CEDAM
  Padova, 1999

In questa sua opera ‘minore’ di agevolissima lettura, Mario Patrono, costituzionalista di orientamento socialista ed esperto in Diritto pubblico comparato, coglieva con un ventennio d’anticipo i limiti intrinseci del maggioritario e le implicazioni sul sistema politico italiano, che col senno di poi si sono rivelate in buona parte esatte. A suo tempo il prof. Patrono, con tutte le riserve del caso, aveva posto la propria attenzione sulla “zoppìa del maggioritario in azione, sottolineando i limiti e le speranze già all’alba della sua adozione:

«..visto come il toccasana per guarire d’incanto il sistema politico italiano da tutti i mali che lo affliggevano: la corta durata dei governi, la fragilità della loro azione, la presenza di troppi partiti, la mancanza di ricambio al potere, la degenerazione della politica stessa, il maggioritario – alla prova dei fatti – sembra aver peggiorato piuttosto che migliorato lo stato delle cose, aggiungendo malanni nuovi a quelli preesistenti

Mario Patrono
 “Maggioritario in erba
(1995)

Considerati i soggetti politici attualmente in lizza secondo un’ottica tripartita, il parlamentarismo proporzionalista svolgerebbe una funzione ‘analgesica’, che per esempio un giurista del calibro di Hans Kelsen definiva di per se stessa “sedativa” nei sistemi conflittuali ad alta temperatura. E la stesura di una nuova legge elettorale è forse utile in tal senso, come migliore antidoto a prossime ed eventuali involuzioni nell’ambito dell’offerta politica, segnando una linea di demarcazione tra il rilancio della Politica ed il “commissariamento della Democrazia”, destinata ad essere strozzata dalla garrotta dei “governi tecnici”.

«Quale potrà essere l’esito finale di questo scontro tra chi vuole davvero il maggioritario, e perciò si adopera per valorizzarlo, e chi maneggia invece per affogarlo nella pozza di un sistema piegato ad avere tre poli in luogo dei “classici” di due, non è dato al momento sapere. Da una parte, a favore del bipolarismo gioca il terrore retrospettivo delle condizioni di un tempo, che l’inchiesta giudiziaria “Mani pulite” si vorrebbe aver chiuso per sempre. Ragiono nei termini di un riscatto morale dalla corruzione, e mi riferisco al dato inoppugnabile che il sistema elettorale maggioritario vi si oppone assai meglio della proporzionale, che al contrario la fomenta….
Ma è proprio qui che si nasconde la questione a cui è legata la possibilità dell’Italia di diventare una democrazia “funzionante”. È davvero il capitalismo italiano in grado, lo è davvero la società italiana di fare a meno della corruzione pur conservando la pace sociale e mantenere intatto il livello di benessere, al Nord come al Sud? Se la risposta è ‘no’, mille interessi leciti e illeciti, grandi e piccoli non tarderanno a far rivivere il passato. E la “Seconda Repubblica” rimarrà scritta nel libro dei sogni.
[...] Resta che le difficoltà e i pericoli di questa fase della vita politica si rivelano con chiarezza, non appena si guardi alla somma di incongruenze che vi albergano:
- un maggioritario in erba, parziale e indigesto per difetto di cultura;
- un bipolarismo precario che funziona male e che sono in molti, nel loro intimo, a non volere;
- una situazione politica confusa, fluida, miscelata, con maggioranze scarse;
- una società che – dopo tanto discutere se fosse preferibile “rappresentarla” o piuttosto “governarla” – appare, per colmo di paradosso, né “rappresentata” né “governata”

  Mario Patrono
 “Maggioritario in erba
 (1995)

Pig and his girl by EastMonkey Alla prova dei fatti, possiamo dire che la risposta è stata ‘no’.
E la cosiddetta Terza Repubblica non è che si preannunci tanto meglio delle precedenti. Anzi!
In riferimento invece ai ‘governi tecnici’ (Ciampi e Amato), che hanno preceduto l’insediamento ventennale della pornocrazia berlusconiana, quanto di ‘meglio’ ha saputo incarnare lo spirito della “Seconda Repubblica”, così si esprimeva il prof. Patrono paventandone i rischi e le conseguenze future:

«Inoltre, e questo è forse il danno maggiore, si assiste ad una semiparalisi delle dinamiche istituzionali, che si manifesta con la presenza di un governo “tecnico”, che tiene il cartellone già da parecchi mesi. Il che sta provocando due conseguenze, l’una più grave dell’altra: un tentativo di nascondere dietro le contraddizioni in termini di una (presunta ma impensabile) “neutralità della politica” il fenomeno ben più allarmante di un oscuramento della politica, e ciò accade quando appunto la politica avrebbe dovuto ricevere dal maggioritario un rilancio in grande stile; ed un processo di commissariamento della democrazia, effetto e sintomo nel profondo della crisi che ha investito i partiti e le grandi organizzazioni sindacali, che fa dipendere le grandi scelte politiche da una cerchia di oligarchi senza investitura popolare: un processo che rischia, alla lunga, di aggravare il distacco tra i cittadini e il potere, nel momento stesso in cui il maggioritario è considerato dai suoi fautori (insieme al referendum e dopo di esso) il modo più genuino, immediato, ed anche più attraente di far partecipare il popolo, la “gente” alla vita politica.
OLIGARCHIAPer scrupolo osservo che questa fase…. rappresenta una miccia accesa sotto l’insieme delle libertà repubblicane: se non riusciamo a lasciarcela dietro alle spalle in tutta fretta, il rischio di un logoramento dello stesso contratto sociale diventa inevitabile

Mario Patrono
Maggioritario in erba – Legge elettorale e sistema politico nell’Italia che (non) cambia
Edizioni CEDAM
Padova, 1999

Praticamente, a decenni di distanza, siamo ritornati al bivio di partenza con una situazione sociale e culturale persino peggiore, e ancor più logorata, della matrice originaria…

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Partito della Nazione

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on luglio 4, 2014 by Sendivogius

frase-cuando-hay-un-gran-lider-un-gran-partido-y-una-genuina-patria-brilla-la-nacion-lo-mismo-que-el-kim-jong-ilUltimamente, si sente parlare sempre più spesso e con una certa leggerezza, in conformità con la faciloneria dei tempi che corrono, di “Partito della Nazione”. Si tratta di una scelta semantica funzionale a Alemanno - Partito della Nazionedefinire la catalizzazione del consenso. E di per se stessa si presta a interpretazioni quantomeno dubbiose: se la “nazione” vive politicamente in un partito che ne riflette le scelte e l’animus prevalente, come si dovrebbe definire ciò che ne resta al di fuori per incapacità di omologazione o intrinseca resilienza? Anti-nazionale, e dunque anti-italiano, ‘sovversivo’?!?
Se la scelta delle parole è importante, bisognerebbe saper cogliere anche il presupposto “totalitaristico” di simili definizioni…
JoinTeaPartyNationIl termine, recentemente evocato dal premier Renzi, è in realtà una vecchia trovata di Pier Ferdinando Casini [QUI]. E con ogni evidenza si ispira a quello che in Italia fu il “partito della nazione” per eccellenza: la Democrazia Cristiana. La riscoperta rende bene qual’è il modello ispiratore e l’approdo ultimo delle attuali fregole “riformiste”, soffritte in salsa liberista.
L'arrivo del partito della nazioneMa l’idea di un “partito della nazione” non è certo una novità nello spettro politico, visto che solletica perfino le simpatie di vecchi comunisti in disarmo come Alfredo Reichlin, in una ritrovata visione egemonica ai tempi della post-democrazia.
Partito della NazioneSostanzialmente, costituisce una variante rivista e corretta del cosiddetto catch-all party, il “partito pigliatutto”: invenzione non nuovissima, dal momento che il primo ad utilizzare l’espressione fu il prof. Otto Kirchheimer, che ne teorizzò la struttura già a metà degli anni ’60, considerando il fenomeno come la naturale evoluzione dei partiti di massa. Tramite l’adozione di un armamentario post-ideologico, assolutamente flessibile e trasversale, il “partito pigliatutto” si concentra sulla promozione elettorale di interessi specifici e quanto più variegati possibile. Ottimizza il consenso, tanto più condivise sono le tematiche promosse, quanto più è indefinita la visione ideologica d’insieme e liquido il suo elettorato di riferimento. Allargando l’offerta elettorale delle proposte, pesca suffragi nei bacini elettorali più diversi. Si direbbe che più che indirizzare l’elettore, focalizzando l’azione su specifici temi, ne insegua piuttosto gli umori, avvallandone le pulsioni e funzionando come perfette macchine elettorali, per la massimizzazione del consenso in termini di voti.
Il “partito pigliattutto” è stata l’entità prevalente dell’ultimo decennio, con la sua struttura su base personalistica, mutuata dal linguaggio pubblicitario e dal marketing avanzato. Pertanto, si è passati dal partito-azienda, inteso come emanazione proprietaria delle aziende Mediaset, al sedicente “movimento” che pesca a destra e a sinistra, fuori dai vincoli di appartenenza politica nel culto ossessivo del Capo politico di cui è la protuberanza, ma in quest’ultimo caso siamo fuori scala ed è come contare i coliformi in una fogna. Più ordinario è invece il caso di quell’ex contenitore di correnti l’un contro l’altra armate, che è stato fino a poco tempo il partitone democratico, ridotto oramai a coreografia scenica e filiale organizzativa del renzismo dilagante.
Soprattutto, nella loro offerta indifferenziata, i catch-all parties sono prodotti a forte contenuto mediatico, fondati sulla predominanza degli slogan, e costruiti attorno alla personalità eclettica di un leader di cui si mettono al servizio, essendo strumenti più funzionali che sostanziali. E questo ne costituisce anche il limite e la debolezza più evidente, dal momento che la vacuità ideologica, il personalismo verticistico, ed i trasformismi politici, possono degenerare nei casi peggiori, in culto della personalità, incentrato attorno ad un populismo reazionario e improntati alla massima ubiquità.
Emblema del Partido Colorado del Paraguay Come sempre, gli esempi più deleteri ci vengono dalla realtà latinoamericana, rotta a tutte le degenerazioni possibili. In tale ambito, un modello atipico quanto particolare sono i partidos colorados di Paraguay ed Uruguay, capaci delle involuzioni e dei contorcimenti politici il più eclatanti (e ripugnanti) possibile.
Tornando invece alla specificità italiana, sopravvalutare la portata dei propri successi (ancor più se elettorali per tornate minori) non è mai un buon metro di giudizio, esattamente come non giova all’azione la prudenza eccessiva.
DicaaaE questo bisognerebbe ricordarlo all’aspirante “Telemaco” in viaggio per l’Europa. Peraltro, ad essere pignoli, la scelta mitologica è davvero tra le più infelici: Telemaco nel suo girare a vuoto, è uno dei personaggi più inconcludenti dell’Odissea; tutta la sua vita è consacrata alla ricerca del padre assente (che se la spassa come meglio può, passando di letto in letto), al quale demandare la risoluzione di problemi (tipo i proci che gli hanno occupato casa e gli insidiano la madre) che è totalmente incapace di risolvere da Telemaco e Athena nell'aspetto di Mentoresolo. Che siano la dea Atena, che si manifesta con l’aspetto del vecchio Mentore, papà Ulisse (travestito da vecchio), la madre Penelope… Telemaco si appoggia totalmente agli altri, i “vecchi” per l’appunto, senza i quali è perduto. Quando per forza di cose decide da solo, affrancandosi finalmente dall’ombra paterna, inesorabilmente sbaglia e fa una gran brutta fine.
Ecco, parlare di “Generazione Telemaco” non è esattamente una metafora di buon auspicio. Fortunatamente, la gilda di mercanti riunita sotto la finzione di un europarlamento è troppo intenta a tirar di conto sulla pelle dei popoli, per perder tempo a leggere i Classici (non è stato detto che con la Cultura non si mangia?) e dunque non si corre il rischio possa cogliere l’incongruenza. In quanto agli apologeti di casa nostra, che sempre più numerosi si affollano alla destra del Figlio, riuscirebbero a far passare l’ottone per la pietra filosofale.
È curioso che ci si gingilli invece attorno a recipienti dal contenuto variabile come il “partito della nazione”, tanto da non capire quanto siano anacronistici sia l’uno (il “Partito”) che l’altra (la “Nazione”) in un contesto fortemente diversificato. A meno che non si intenda utilizzare il nuovo contenitore come un vaso di decantazione, dove marinare opinioni, divergenze e sensibilità differenti, lasciate in decantazione fino ad elidere ogni sfumatura contraria, nell’illusione di un unanimismo stretto attorno ad un leader che decide in splendida solitudine. Perché se in Italia c’è una cosa che non manca, sono i suoi aspiranti “salvatori”.

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(64) Cazzata o Stronzata?

Posted in Zì Baldone with tags , , , , , , , , , , , , , , , on giugno 30, 2014 by Sendivogius

Classifica GIUGNO 2014”

Cazzari Dietro ogni castroneria di successo, c’è sempre un grande cazzaro. E l’Italia abbonda in eccesso tanto delle une quanto degli altri. Peccato solo che nella loro inutilità siano ininfluenti, quando non addirittura dannosi.
Nell’ultimo ventennio, pessimamente assortito e peggio ancora subito, il “cazzaro” nel suo trasversale condensato di banalità senza senso, luogocomunismi d’accatto e ovvietà rivoluzionarie, confezionate sotto panatura ‘decisionista’ fritta e rifritta, è diventato il turgido feticcio di una repubblichetta bananiera che evidentemente non ha altri attributi da esibire.
Inflazionata dall’eccesso di offerta, la casistica si è allargata, in una inquietante fenomenologia del cialtrone, tanto che in breve tempo abbiamo avuto:
Malato di fica Il Cazzaro da monta, capace di sdoganare con successo l’intera categoria (e non solo), elevandola a polluzione di governo, per un stupro istituzionale di gruppo consumato in fretta con reflusso precoce. In prospettiva, il patonza-dipendente eletto papi della patria è stato il paziente zero da cui tutto ha avuto origine, seminando un contagio inarrestabile per promiscuità di rapporti non protetti. A tutt’oggi, resta l’insuperabile Re Sòla della patacca universale: après moi le déluge! E a giudicare da odore, colore, e densità, non è acqua quella che continua a scrosciare a catinelle..!
Mario Monti Il Cazzaro cibernetico in modalità ‘sobria’, assemblato all’estero con pezzi di scarto gentilmente forniti dai depositi della Bocconi e del Fondo Monetario, con pilota automatico inserito alla consegna. Programmato per rispondere ad un unico input, “austherity” (la programmazione non prevedeva infatti l’uso dell’italiano) è andato velocemente in corto circuito e dunque avviato alla demolizione, in una discarica di rottami post-industriali.
Beppe Grillo Il Cazzaro digitale e primo esempio realizzato di e_Guru autopromozionale in versione seriale, capace di vendere minchiate apocalittiche e merchandising pubblicitario senza che sia possibile distinguere la differenza, in una cacofonia di rutti e scuregge che scambia per partecipazione diretta. È il Signore dei grilli con la sua corte di miracolati a portata di click.
Matteo Renzi E poi c’è lui, l’ultimo arrivato nel mazzo: il Cazzaro 2.0 della Rottamazione, almeno secondo le velleità della moda, e in concreto un riciclatore di rottami purché funzionali a tenere insieme il suo trono di farse, non ultima la pantomima appena inscenata in “Europa” con la partecipazione amichevole di Angelona Merkel. È il ‘giovane’ che piace ai vecchi, ma schifato da chiunque o quasi abbia meno di quarant’anni, con la sua fanfaronaggine decisionista da ducetto di provincia, la sua retorica stucchevole sui nostri figli con tutto l’appeal di una medusa morta infilata nel costume. Soprattutto, spicca per ambizione e arrivismo il codazzo dei suoi ubbidienti chierichetti, scatenati al parco giochi delle riforme costituzionali. C’è da temere si tratti della parte più deprimente della Generazione Erasmus: irritanti figli di papà e sfigati variamente assortiti, cresciuti nei sottoscala delle associazioni ‘giovanili’ di partito, precocemente invecchiati e già imbolsiti nella loro ebetica espressione porcina; le greggi di nerds, schifati alle feste scolastiche, in astinenza cronica da fica, e sempre con la manina alzata per far bella figura con l’insegnante. Al massimo, viene in mente Beppe Severgnini, ormai trasferitosi in pianta stabile negli studi di “Otto e mezzo” a La7, dove condivide una matrimoniale con Massimo Cacciari.
Che iddio ce ne scampi e liberi in fretta!

  Hit Parade del mese:

01. LIBERA INFORMAZIONE

[18 Giu.] «Meno giornali significa più informazione»
   (Beppe Grillo, il Pluralista)

Bella Guagliò02. RENZISMI (I): Vengo anch’io!

[07 Giu.] «Matteo Renzi ha bisogno di me. Potrei entrare nel PD.»
(Luigi De Magistris, Indispensabile)

Cesare Prandelli02.bis RENZISMI (II): Errare è umano ma perseverare è diabolico

[07 Giu.] «Come sono diventato amico di Renzi? C’era questo ragazzo, già presidente della Provincia, tifosissimo della Fiorentina, che veniva agli allenamenti. Prima di lui ho votato a destra, al centro, a sinistra. Ho sempre guardato l’uomo. Da ragazzo mi piaceva Zaccagnini. All’inizio ho creduto in Berlusconi. Poi ho guardato con interesse a Fini. In Veltroni ho trovato passione sportiva e spessore morale.»
(Cesare Prandelli, Coerente)

Da Grande03. DA GRANDE

[10 Giu.] «Quando nel 2010 sono venuto qui da sindaco di Firenze c’erano migliaia di persone e una statua di Pinocchio che ora non vedo. È una metafora splendida, non perché noi non diciamo più bugie o perché siamo diventati bambini da burattini o perché siamo nella pancia della balena. Ognuno di noi ha dentro Pinocchio. Se ognuno di noi fa il suo dovere, se prova a mettersi in gioco e a cambiare, allora viene davvero fuori l’Italia.»
(Matteo Renzi, il Bambino Matteo)

Il Boss04. ALTERNATIVA A 5 STELLE (I): Votazioni

[12 Gen.] «Nel caso la soluzione più votata non sia praticabile, sarà perseguita la successiva più votata.»
(Beppe Grillo, The Boss)

Bartolomeo Pepe04.bis ALTERNATIVA A 5 STELLE (I): L’Ombra del Maligno

[12 Gen.] «Ci risiamo. Ennesimo omicidio, una strage in cui perdono la vita due bambini piccoli e una mamma. Se per valutare un omicidio occorre guardare gli indizi, cominciando dal nome della mamma (Cristina Omes, anagramma della vicenda Mose che si svolge a Venezia) per finire al nome del paese (Motta Visconti, come quel Visconti che fece Morte a Venezia) alla data, ecc. qui siamo sicuri che non si valuterà alcun indizio ma, prima o poi, incastreranno il padre oppure un pazzo isolato che magari confesserà; nonostante l’arma del delitto sia scomparsa, nonostante mancherà il movente, nonostante tutto. Ora, dopo anni, capisco per quale motivo quando ho iniziato a capire questa storia degli omicidi rituali di matrice esoterica, molti esoteristi mi dicevano ‘lascia perdere, è inutile… ti vai a cacciare in un guaio, quando la gente non è pronta a capire e al massimo ottieni di farti prendere per pazzo’…»
(Bartolomeo Pepe, Pazzo da legare)

Michaela Biancofiore (1)05. HO RIVISTO LA LUCE!

[26 Giu.] «Io in Silvio credevo con un’osservanza quasi religiosa. Sì, io sono una fondamentalista berlusconiana»
(Michaela Biancofiore, Fondamentalista)

Michaela Biancofiore (2)05.bis  TSO URGENTE

[19 Giu.] «Voglio dire una cosa al mio partito: dobbiamo tornare alla piazza. Come dice un mio amico avvocato, noi dobbiamo tornare alla piazza per toccare il Santo, dobbiamo fare le processioni e toccare il Santo. Sì, il Santo è Silvio.»
  (Michaela Biancofiore, Devota)

Bersani06. FUROR DI METAFORA

[13 Giu.] «Quando dissi ‘meglio un piccione in mano che un tacchino sul tetto’ ho trovato davvero singolare che mezza Italia non l’abbia capito.»
  (Pierluigi Bersani, l’Incompreso)

L'uomo di plastica06.bis SENZA RIVALI

[26 Giu.] «Ho due ricordi, dei quali sono molto fiero. A 16 anni, fu data notizia di un mio successo sportivo: vinsi i 100 metri piani all’Arena di Milano con un tempo eccezionale per un dilettante di quell’età. Qualche anno dopo, la mia tesi di laurea in Giurisprudenza, venne premiata come migliore tesi di laurea sulla pubblicità. Conservo ancora incorniciato, ad Arcore, il trafiletto di giornale che riporta la notizia.»
(Silvio Berlusconi, Cazzaro olimpico)

Micciché07. ANCHE I POVERI RIDONO

[3 Giu.] «Con la sola pensione di parlamentare da 4 mila euro al mese non si può vivere bene… per chi come me ha tre figli, di cui due da far studiare fuori Palermo e da far campare pagandogli la casa e quant’altro… posso garantire che con la pensione di parlamentare non si fa una bella vita»
   (Gianfranco Miccichè, il Pensionato)

Buonanno08. NAZISTI DELLA PADANIA (I): Mamma li froci!

[07 Giu.] «Io sono ovviamente etero, e mi fa schifo pensare ad opzioni tra gente dello stesso sesso. Trovo vomitevoli pure i matrimoni tra gay, e schifose le adozioni. In Europa vorrei far parte della lobby etero. Se uno è etero oramai è sempre più discriminato, passa per delinquente, se invece è gay va bene tutto.»
(Gianluca Buonanno, il Perseguitato)

Borghezio08.bis NAZISTI DELLA PADANIA (I): Razza pura

[09 Giu.] «La società multirazziale è una puttanata. Perché infognarsi in quella cosa lì? Marine Le Pen e la nipote Marion rappresentano l’emblema della purezza dell’identità europea. La nipote è bionda, nordica, rappresenta il meglio della nostra etnia. Il colonialismo ha avuto tanta luce, tantissimi effetti positivi e qualche piccola ombra. Gli italiani per esempio hanno costruito strade, ponti, portato acqua, l’igiene, la salute, le scuole, la cura dei giovani, l’alzabandiera e il saluto al Duce.»
(Mario Borghezio, l’Ariano)

Antonio Reppucci09. L’IMPORTANZA DI AVERE I PREFETTI

[21 Giu.] «Con chista distinzione mo’ un giovane magari pensa, ‘sta droga leggera è na strunzata’… e le forze dell’ordine non possono fare da badante a ‘sti ragazzi… il cancro è lì, sta nelle famiglie, perché se una mamma non si accorge d’o figlio che se droga, è una mamma fallita! Ha fallito! E si deve solo suicidare!»
(Antonio Reppucci, Prefetto di Perugia)

Della Valle10. SOLTANTO TRE?!?

[06 Giu.] «Di questo governo ho incontrato 5 ministri: 2 bravi e 3 emeriti deficienti.»
  (Diego Della Valle, quello bravo)

 

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SARAJEVO 1914

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Attentato di Sarajevo (1)

Se la Storia nasce spesso per caso, in un confuso aggrovigliarsi di eventi, dove la logica non sempre si accompagna all’elemento razionale, per i cultori dell’occulto gli avvenimenti possono essere determinati dall’influsso malefico di singoli oggetti, in grado di catalizzare in specifici medium non adeguatamente immunizzati energie negative foriere delle più nefaste conseguenze.
Se dovessimo prendere per buona una simile prospettiva, un incredibile condensato di sfiga mobile fu per esempio la sontuosa limousine, orgoglio delle officine austriache Gräf & Stift, a bordo della quale trovò la morte l’imperiale coppia asburgica in visita a Sarajevo nell’estate del 1914. Attentato di cui ricorre per l’appunto il centenario e che produsse un’onda lunga capace di trascinare un intero continente in un conflitto di portata mondiale, cancellando la bellezza di quattro imperi millenari.
L'auto dell'Arciduca La leggenda (sub)urbana vuole che il regale macchinone sia passato di mano in mano, portando irriducibile jella a tutti i suoi presunti proprietari (una mezza dozzina), che con ogni evidenza non sapevano guidare. Fintanto che fu in circolazione, la decappottabile si distinse per uno straordinario numero di incidenti più o meno disastrosi, uscendo sempre indenne (la macchina e non gli occupanti) a micidiali frontali contro alberi, veicoli, muretti… e quant’altro gli si parava davanti, accartocciandosi in vorticosi ribaltamenti. C’è da credere che, alla fine della lunga catena di sinistri, della carrozzeria originale restasse ben poco.
A corto di nuovi compratori, la presunta automobile maledetta venne rinchiusa in un museo, dove sarebbe finalmente andata distrutta in un bombardamento durante la seconda guerra mondiale. Peccato solo che la Gräf & Stift modello 1910 sia tuttora esposta all’Heeresgeschichtliches Museum di Vienna, insieme ad altri cimeli che ricordano l’attentato all’arciduca Ferdinando.
Di notevole, resta invece la serie di circostanze del tutto fortuite che portarono all’assassinio dell’erede al trono dell’Impero Austro-Ungarico, in una cospirazione da operetta, pessimamente organizzata e gestita peggio, nella quale tutto andò storto salvo il risultato finale prefigurato dai congiurati, con le conseguenze che tutti conosciamo…

MINOLTA DIGITAL CAMERA

BOLLITO MISTO CON FRITTURA
Guerre balcaniche Agli inizi del XX° secolo, che la regione balcanica, pervasa com’era dall’irredentismo slavo, da divisioni etniche e odi religiosi, non fosse esattamente il posto più tranquillo del mondo gli europei e massimamente gli austro-ungarici lo sapevano bene. E tuttavia la cosa non impedì a questi ultimi di accendere la miccia in una polveriera in procinto di scoppiare, pensando (a torto) di poterne controllare l’esplosione…
1908 - Crisi bosniacaCon l’annessione nell’Ottobre del 1908 della Bosnia-Erzogovina che fino ad allora era stato un “protettorato” austriaco, formalmente ancora appartenente all’Impero Ottomano ma di fatto inglobato nell’impero asburgico a dispetto della Sublime Porta di Costantinopoli, il governo di Vienna era riuscito nel formidabile intento di far incazzare la quasi totalità degli altri regni europei vicini e lontani.
Fucilieri ottomaniL’antica provincia bosgnacca si incuneava infatti nella turbolenta area dei Balcani, premendo le costole degli ambiziosi regni slavi di Serbia e Montenegro in piena sbornia nazionalista, forti nelle loro pretese Nicola II Romanovterritoriali di un protettore d’eccezione: l’Impero russo dello zar Nicola, che però era uscito con le finanze dissanguate dalla guerra del 1905 contro il Giappone, dando peraltro una prestazione militare non eccelsa, e che dunque non poteva permettersi di sostenere gli oneri di un nuovo conflitto in tempi così brevi.
guerra russo-giapponeseIn particolare, l’annessione della Bosnia ed Erzegovina avrebbe dovuto costituire un’operazione di consolidamento territoriale in funzione anti-serba, giacché le fregole ultranazionaliste del neonato Regno di Serbia destavano non poche preoccupazioni nei governanti di Vienna che miravano ad arginarne la spinta espansionistica. E in secondo luogo, contenere eventuali velleità dell’Impero Ottomano, sospinto dall’entusiasmo militarista dei Giovani Turchi al potere.
Giovani TurchiAllo scopo, Alois Ährenthal, ministro degli esteri artefice dell’operazione, aveva sostenuto la creazione del Regno di Bulgaria di cui riconobbe immediatamente l’indipendenza dall’Impero ottomano, in duplice funzione anti-turca e soprattutto anti-serba.
Fante bulgaro Negli anni successivi, Vienna sarà impegnata a rintuzzare i colpi del panslavismo serbo, dell’irredentismo italiano, e delle spinte centrifughe all’interno del proprio impero multietnico, in una situazione che definire instabile è ben poco…
Dal 1911 al 1913, i nemici storici dell’Austria sono intenti più che altro a combattere una serie di violenti conflitti locali a discapito dell’agonizzante Impero Ottomano.
I Russi sono lontani; Italiani, Slavi e Greci, si sono avventati sui resti dell’Impero morente del Sultano, strappandone via continui brandelli a morsi e contendendosi i resti come iene…
Per contro, I Turchi sono in rotta ovunque e da tempo non costituiscono più un problema, tanto che l’assedio di Vienna del 1683 che aveva così terrorizzato l’Europa è ormai un ricordo lontano, sbiadito nel tempo.
Ussari polacchi respingono i turchi a ViennaIn Europa, i nuovi regni balcanici, contraddistinti da un’arretratezza socio-economica fuori dal comune, si distinguono massimamente per il formidabile livello di sottosviluppo raggiunto, compensati da una overdose di aggressività, con la tipica deformazione della mentalità del contadino più becero che misura la propria grandezza in termini di roba accumulata. Pertanto, tutti i loro sforzi sono tesi a scannarsi allegramente con ogni vicino possibile, soppesando le zolle di terra sottratte gli uni agli altri.
fanti greci Riuniti nella cosiddetta Lega balcanica, gli eserciti coalizzati di Bulgaria, Grecia, Serbia e Montenegro, si lanciano in una famelica guerra d’annessione ai danni dell’Impero Ottomano, che è costretto ad abbandonare la quasi totalità dei suoi distretti europei. Le truppe del Sultano ripiegano di sconfitta in sconfitta fino all’entroterra di Costantinopoli, trascinandosi dietro una massa sterminata di profughi allo sbando. Il conflitto assume subito i toni di una “crociata”, per gentile ispirazione del sovrano bulgaro che prende la cosa molto sul serio, mentre tutti i contendenti in lizza gareggiano tra loro in ferocia.

Turks

Come consuetudine, il Sultano scatena le milizie ausiliarie, più o meno regolari, che affiancano l’esercito ottomano e che i turchi chiamano “basci-buzuk” (letteralmente, teste bacate), composte in massima parte da albanesi e macedoni. la “Lega balcanica” contrappone le sue milizie irregolari di volontari montenegrini e bulgari, che si distinguono per eccidi e saccheggi.
Esecuzione di civili a Edirne durante l'occupazione bulgaraSconfitti gli ottomani, a partire dal 29 Giugno 1913, gli ex alleati cominceranno a sbranarsi tra di loro con invariata ferocia, in quella che è conosciuta come seconda guerra balcanica, cercando di accaparrarsi quante più strisce di territorio possibile.
Irregolari montenegriniLa Bulgaria ne esce con le ossa rotte, mentre il Regno di Serbia in un paio d’anni raddoppia il proprio territorio, tornando ad agitare più che mai i sogni del governo di Vienna.
Irregolari bulgariIl Regno d’Italia, storico nemico dell’Impero austro-ungarico, ne è al contempo formalmente alleato (nel 1912 rinnova il trattato di alleanza) per una di quelle strane alchimie che contraddistinguono da sempre i contorti 03 - BASCI BOZUK - Irregolare albanesemeccanismi politici dell’italico trasformismo. Ansioso di levarsi gli italiani dalle scatole e tenerli il più lontano possibile dalle coste adriatiche, il governo austriaco ne incoraggia timidamente l’avventurismo militare in Africa, sperando di spingere l’Italia sabauda in rotta di collisione con gli insaziabili Francesi. Ma quando nel 1912 gli Italiani, sempre a danno dei soliti turchi, decidono di ritagliarsi il loro posto al sole in Libia, i cui deserti vengono magnificati come la nuova terra promessa, l’Austria non gradisce trovando una ragione in più per preoccuparsi.

Alpini del Battaglione Edolo in Libia - Guerra italo-turca (1912)Alpini del Battaglione Edolo in Libia – Guerra italo-turca (1912)

Un eccessivo indebolimento dell’Impero Ottomano rischia infatti di pregiudicarne la funzione di contenimento anti-russa, che Vienna considera fondamentale. Lo stato maggiore austriaco ne è contrariato a tal punto da pensare di scatenare una guerra preventiva contro l’Italia ed il vecchio imperatore Francesco Giuseppe contiene a stento i suoi generali.
Turkish Army during the Balkan War (1912-13) E mentre gli Asburgo cercavano di puntellare come meglio potevano il loro traballante impero, in balia delle agitazioni balcaniche, l’intera Europa si scaldava i muscoli, bruciata dalle febbri del virus nazionalista: infezione all’epoca particolarmente diffusa, che si manifestava in stati infiammatori particolarmente acuti, con esibizioni machiste e furori allucinatori, attorno a stracci colorati da agitare in pompose parate militari.
In un crescendo di provocazioni, ripicche, “incidenti”, tutti corrono a rimpinguare i propri arsenali di nuovi armamenti a scopo ‘deterrente’; i generali scarabocchiano carte topografiche, preparando piani di battaglia e simulando war games, in attesa di una deflagrazione che ormai viene data per scontata seppur non nell’immediato. Infatti, se nel triennio precedente lo scoppio di una guerra su larga scala veniva considerato quasi certo, il 1914 si preannunciava come un anno assai più tranquillo…

Ottobre 1912 - Lanceri turchi a Costantinopoli

L’ARCIDUCA ALLE GRANDI MANOVRE
Francesco Ferdinando d'Austria-Este (1) Descritto spesso dai manuali più stolidamente patriottardi come un gretto reazionario guerrafondaio, l’arciduca Francesco Ferdinando d’Este, erede designato alla successione sul trono imperiale dell’Austria-Ungheria, non è in realtà più conservatore di quanto non lo siano le altre teste coronate europee, né peggiore né migliore.
Caccia all'elefante nel DeccanAmante dei viaggi e della caccia, che pratica con passione viscerale ovunque ci sia qualcosa di esotico su cui sparacchiare, l’arciduca non Francesco Giuseppe I d'Austria-Ungheria (1830-1916)spicca per doti particolari e la sua successione è più subita che voluta dal vecchio imperatore Francesco Giuseppe, che si attiene scrupolosamente alla scaletta dinastica per ordine di nascita.
Altero come tutti gli Asburgo, Ferdinando è pero irascibile e soggetto a scatti d’ira che reprime in fretta. Ed è mal sopportato a corte, specialmente dall’imperiale zio, che non condivide certe sue “stravaganze” tipo aver Matrimoniosposato la contessa boema Sophie Chotek von Chotkowa, poi promossa ‘duchessa’, non abbastanza titolata per la Casa d’Austria. Le nozze, boicottate dall’intera famiglia imperiale, vennero celebrate con matrimonio morganatico: formula medioevale che escludeva la prole da ogni pretese alla successione e negava alla sposa rango e titoli del marito.
Re BombaImpropriamente, l’arciduca è per metà “italiano”, visto che sua madre è la principessa napoletana Maria Annunziata di Borbone: una delle figlie di Re Bomba. E dunque è indirettamente legato allo scomparso Regno delle Due Sicilie.
Francesco Ferdinando d'Asburgo (1863-1914)Viso paffuto e vistose orecchie a sventola, le fotografie ufficiali dell’epoca ce lo restituiscono imbalsamato, fasciato com’è nella sua attillata giubba militare, in pose volutamente marziali e nelle quali spicca più che altro per lo sguardo allampanato e le palpebre calanti, coi soliti baffoni impomatati d’ordinanza.
Politicamente, ammira il kaiser Guglielmo, l’inquietante megalomane che regna in Germania; detesta i Magiari e aspira a controbilanciarne il potere in seno all’impero, concedendo il suffragio universale e cooptando gli slavi presenti nei territori del dominio asburgico, tramite costituzione di una sorta di triarchia etnica, con la creazione di un “regno” degli slavi del sud a trazione croata in grado di isolare l’irredentismo serbo.
Insomma, a conti fatti, niente che in Europa non si fosse già visto prima.
Francesco Ferdinando d'Austria-Este (2) Nell’estate del 1914, l’arciduca Ferdinando si sta godendo insieme alla moglie Sofia la villeggiatura estiva ad Ilidža, un sobborgo di montagna a poca distanza da Sarajevo, finché in una piovigginosa mattina di cento anni fa, il 28/06/1914, giungono in visita di cortesia alla capitale della Bosnia ed Erzegovina, per l’inaugurazione del nuovo museo cittadino e per assistere all’immancabile esibizione militare di turno, passando in rassegna le truppe schierate nella piazza d’armi di Filipovic.
Oskar PotiorekAd attenderli in alta uniforme c’è Oskar Potiorek, governatore generale della Bosnia ed Erzegovina, insieme ad una lussuosa decappottabile a sei posti, gentilmente imprestata dal conte Boos Waldeck di Gorizia, con alla guida l’autista triestino Carlo Cirillo Diviak in alternanza con Leopold Lojka (il fantomatico “Franz Urban”). Le misure di sicurezza prese dal governatore Potiorek, se guardate con gli standard attuali, sono praticamente inesistenti. E tutti i protagonisti della vicenda si contraddistinguono per un’inefficienza ed una dabbenaggine talmente abnorme da dare adito a più di un sospetto…
L'attentato di SarajevoLa visita della coppia imperiale a Sarajevo venne annunciata con ampio anticipo (un mese prima) ed il programma era stato persino pubblicato sui giornali con tutti i dettagli possibili sul percorso e le tappe previste dal corteo. Né il generale Potiorek s’era preoccupato di predisporre chissà quali misure particolari, a parte qualche arresto preventivo per ‘sovversivi’ notori (una sorta di daspo molto in voga all’epoca): l’arciduca avrebbe viaggiato su una berlina scoperta, in bella vista, per le strette vie della città tra due ali di folla, con personale di polizia pesantemente sotto organico (solo una quarantina di agenti a fare da cordone per l’intero percorso). Poi certo l’arciduca ci mette del suo, dando prova di una incoscienza sconcertante, che gli sarà fatale.
Esercito montenegrinoLe informative riservate dell’Evidenzbureau austriaco (i servizi segreti imperiali), che comunicano il serio rischio di un attentato, vengono bellamente ignorati perché privi di riscontro. E dal canto suo il primo ministro serbo, Nikola Pašić, non aveva mancato di far giungere al governo austriaco avvertimenti sibillini, misti a minacce, circa l’opportunità di annullare l’evento.

Mano Nera

LA MANO NERA
Re Raska Perfino la data scelta per la visita risulta essere infelice. Il 28 Giugno ricorre infatti l’anniversario della Battaglia di Kosovo Polije (1389), nella quale il re Lazzaro Raska e l’aristocrazia serba trovarono la morte sulla “piana dei merli”, sancendo l’annessione dell’antico Regno di Serbia all’Impero Ottomano. La data, ad alto valore simbolico, eccita le fantasie scioviniste di un gruppo di giovani fanatici che vagheggiano il sogno nazionalista di una “Grande Serbia”. Riuniti nei circoli studenteschi della città, questo sparuto gruppetto di matricole serbo-bosniache, a malapena maggiorenni, fantastica di complotti e attentati eclatanti, in attesa del gran colpaccio. Molti di questi aderiscono ad un’associazione segreta che chiamano “Giovane Bosnia” (Mlada Bosna), forse con l’intenzione di scimmiottare la “Giovane Italia” di Mazzini, in un confuso guazzabuglio di istanze radicali, anarco-nichiliste, e rivendicazioni nazionalistiche, conferendo all’organizzazione un carattere quasi ascetico, probabilmente credendosi una specie di stirpe di guerrieri mistici.
Mano Nera (1)Il circoscritto gruppo di cazzoni esaltati, che originariamente ha in programma di assassinare il governatore Potiorek, passa inosservato alla polizia austriaca, ma non allo spionaggio militare serbo che ravvisa nella sgangherata combriccola i perfetti utili idioti da utilizzare per i propri scopi terroristici, senza doversi esporre troppo. La maggior parte degli ufficiali serbi, e non pochi funzionari governativi, sono infatti affiliati ad una società segreta, ben più temibile e potente, conosciuta come “Mano Nera” (Crna Ruka), che con la sua omonima mafiosa condivide il nome e la violenza.

Majski prevrat 1903

La Ruka era diretta emanazione dei militari golpisti che l’11/06/1903, giudicando il re Alessandro Obrenovic non abbastanza patriottico, lo avevano massacrato insieme alla moglie nelle stanze del palazzo reale, affettando i regali consorti a colpi di sciabola e seminando poi i pezzi in giro dalle finestre del palazzo.
The assassination of King Alexander Obrenović (1)Il capo dei congiurati, il capitano Dragutin Dimitrijević, per l’ottima condotta dei suoi uomini, venne acclamato “salvatore della patria”, promosso colonnello e posto al comando dello spionaggio militare dal nuovo re della Serbia; promosso per meriti sul campo, salvo venire poi fucilato per altro tradimento nel maggio 1917 mentre organizzava un nuovo colpo di stato.
Dragutin DimitrijevićConosciuto negli ambienti del terrorismo di stato come il “Colonnello Apis”, l’instancabile Dimitrijević viene informato dai suoi agenti provocatori distaccati a Sarajevo, delle velleità cospiratorie della “Giovane Bosnia” e ravvisa nella visita dell’arciduca d’Austria la possibilità di concretizzare qualcosa di ben più grande…
Danilo Ilic Ad animare il gruppuscolo di studenti serbo-bosniaci che si incaricheranno dell’esecuzione materiale dell’attentato, è il 23enne Danilo Ilic che sta completando il suo corso di studi a Sarajevo, lavorando come giornalista. Ilic è in realtà affiliato alla “Mano Nera” e lavora in gran segreto per lo spionaggio serbo, che lo infiltra in associazioni clandestine, come la “Giovane Bosnia”, per orientarne l’azione e influenzarne l’indirizzo politico.
Nell’inverno del 1913, Ilic viene a conoscenza di un fantomatico complotto per uccidere il governatore Potoniek, ad opera di un altro membro della Giovane Bosnia, collegato alla nobiltà bosgnacca di ascendenza ottomana. Si tratta del 28enne Muhamed Mehmedbašić che per lo scopo vorrebbe saltare addosso al governatore e pugnalarlo con una daga avvelenata.
Ilic asseconda le millanterie del compare, ma per precauzione ne parla coi suoi referenti a Belgrado che si mostrano molto interessati alla cosa, prospettandogli la possibilità di prendere due piccioni con una fava: colpire tanto il generale Potoniek che l’arciduca Ferdinando. Quindi coinvolge un altro studente con cui condivide la stanza in affitto, dividendosi le spese.
Gavrilo Princip Si tratta di un certo Gavrilo Princip, che gli amici chiamano “Gavro”: un giovane malaticcio e di nessuna speranza; non ancora ventenne e dagli studi inconcludenti, consumato dalla tubercolosi e dalla febbre nazionalista. Insieme, coinvolgono altri studenti gravitanti nell’orbita della Mano Nera e tutti malati di tubercolosi. Essendo all’epoca la malattia mortale, ci si preparava senza rimpianti all’eventualità di una missione suicida.
Trifko Grabez C’è il 19enne Trifun Grabež, detto “Trifko”, figlio di un pope ortodosso di Pale. Più che irrequieto, si fa notare all’età di 16 anni per essere stato espulso da scuola, dopo l’aggressione ai danni di un suo insegnante.
Nedeljko Cabrinovic Nedeljko Čabrinović, 19 anni anche lui, operaio metallurgico e aiutante tipografo; giovanissimo ma con un ‘passato’ già all’attivo come agitatore sindacale e simpatizzante anarchico. Lettore compulsivo, ha una passione smisurata per i libri, che a quanto pare costituivano l’unica vera compagnia di un’esistenza travagliata e di estrema solitudine, vissuta nell’ineluttabilità della fine imminente visto che, anche nel suo caso, la tubercolosi lo sta uccidendo.
Vaso Cubrilovic Vaso Čubrilović, coi suoi 17 anni è il più giovane del gruppo. A suo modo, è un precursore del “socialismo nazionale”, visto che propugna una sorta di comunismo etnico in chiave ultranazionalista. A partire dal 1918, Čubrilović intraprenderà una brillante carriera accademica e politica che continuerà nella Jugoslavia titina, diventando famoso per i suoi manuali con le istruzioni per una pratica applicazione della pulizia etnica su vasta scala, soprattutto contro gli albanesi del Kosovo. È morto nel 1990 all’età di 93 anni.
Cvjetko Popovic Già che c’è, Cubrilovic coinvolge anche il fratello Veliko e si trascina dietro l’amico del cuore: il 18enne Cvjetko Popović.
A prendere contatti con gli aspiranti attentatori e curare i collegamenti col ‘Colonnello Apis’ (Dragutin Dimitrijević) ci pensa il navigato Milan Ciganovic, agente sotto copertura del servizio informazioni serbo e anche lui appartenente alla Mano Nera.

Grabez-Ciganovic-PrincipTrifko Grabež, Milan Ciganovic (al centro) e Gavrilo Princip a Belgrado nel 1914.

E questa improbabile banda di idealisti ed estremisti dalla più svariata provenienza politica, malati terminali, futuri professori, e studenti aspiranti agenti segreti, digiuni di esperienza militare e privi di qualsiasi preparazione, rosi dai dubbi (parecchi membri del commando pensarono più volte di tirarsi indietro), riuscì a portare in porto un progetto da quasi tutti ritenuto impossibile, a partire dal ministro Pasic che sembra avesse pure provato invano a bloccare gli attentatori armati dalla Serbia.
Vojislav TankosicNel maggio del 1914, Danilo Ilic che coordina il gruppo incontra a Belgrado il maggiore Voislav Tankosic, il quale incarica Ciganovic di rifornire i terribili di sette con pistole automatiche, bombe a mano, documenti falsi e capsule di cianuro (avariate), assicurandosi il loro ritorno a Sarajevo senza inconvenienti.

1923 - Serbian Chetnik Voivode Voja Tankosić with his band

GLI SPARI CHE DISTRUSSERO UN MONDO
Sophie and Franz Ferdinand La Domenica del 28 Giugno 1914, l’arciduca Ferdinando e consorte arrivano a Sarajevo in anticipo e pare abbiano avuto persino il tempo di concedersi una capatina nel bazar cittadino.
Alle 10,00 del mattino le manovre militari sono già concluse. Salutata da 24 salve di cannone, la coppia parte in convoglio col resto del seguito alla volta del Municipio di Sarajevo. Sette autovetture per sette attentatori.
francesco_ferdinandoAd aprire il convoglio viene posta un’automobile con la polizia locale: tre poliziotti comandati da un ispettore.
Segue il sindaco della città, Fehim Curcic, ed il commissario capo Edmund Gerge.
Nella terza vettura siede l’arciduca e la moglie, affiancati dal governatore Oskar Potiorek e dal conte Franz von Harrach, che in qualità di tenente colonnello è addetto alla sicurezza personale dell’arciduca.
La quarta vettura trasporta l’entourage più stretto della coppia: il capo della cancelleria militare di Francesco Ferdinando, barone Carl von Rumerskirch; la damigella di Sofia, contessa Wilma Lanyus von Wellenberg; l’aiutante capo di Potiorek, tenente colonnello Erich Edler von Merizzi; il tenente colonnello nonché conte Alexander Boos-Waldeck che ha imprestato la propria automobile.
Segue il resto dello staff, distribuito su altri tre autoveicoli a chiusura del corteo.
Insomma, le principali vetture vip con i personaggi più in vista viaggiano praticamente incollate, rendendo l’obiettivo ancora più ghiotto e difficile da proteggere.
Il convoglio imbocca il lungofiume, percorrendo l’Appel-Kai in direzione del Municipio.
Francesco-ferdinando-municipio-sarajevoIl primo ad avvistare la colonna è Popovic che paralizzato dall’emozione non muove un muscolo, mentre Danilo Ilic che è disarmato impartisce istruzioni al gruppo.
Mehmedbasic, il più spaccone a parole, incontra un poliziotto che conosce, si fa prendere dal panico e abbandona la sua postazione dandosi alla fuga. Da latitante, troverà in seguito rifugio nel Montenegro.
Čabrinović, che forse è il meno convinto all’azione, si dimostra alla prova dei fatti anche il più determinato. Alle 10,15 lancia una bomba contro la vettura su cui viaggia l’arciduca. Ferdinando che si vede piovere addosso la granata la caccia via al volo con una manata. Deviata dall’imperiale schiaffone, la bomba va a deflagrare addosso all’auto di coda, ferendo in modo non mortale gli occupanti tra cui il tenente colonnello Merizzi. La duchessa Sofia non si accorge di nulla, mentre gli altri passeggeri scambiano il botto per l’esplosione di un pneumatico, prima di rendersi conto dello scampato pericolo. Cabrinovic scappa via inseguito dalla folla inferocita. Inghiotte la sua capsula di cianuro, che però è scaduta e gli provoca niente più di una scarica di diarrea. Quindi tenta il suicidio gettandosi nel fiume Miljacka in secca. Inzuppato di fango e merda, viene riempito di botte e arrestato senza difficoltà.
Come se nulla fosse, il convoglio riprende la sua avanzata fino al municipio e l’arciduca ha anche il tempo di lagnarsi con il borgomastro Curcic per l’incidente. Per nulla scosso, fa pure lo spiritoso, mentre la cerimonia prosegue come da programma. A questo punto, l’attentato sembrava miseramente fallito ed il resto degli attentatori si dilegua per le vie laterali.
Gavrilo Princip, sconsolato, si rifugia a bere in una birreria in prossimità del Ponte Latino, quando del tutto inaspettatamente dalle vetrate del locale vede sfilare davanti a sé il resto del convoglio che, con ogni evidenza ha sbagliato strada, col generale Potierek che rimbrotta aspramente l’autista della vettura di testa, mentre il veicolo dell’arciduca è bloccato tra la folla in mezzo alla strada mentre cerca di invertire la manovra.
Arresto di Gavrilo Princip“Gavro” non ci pensa due volte, schizza fuori dal locale, raggiunge l’auto, salta sul predellino e riesce a sparare due proiettili a distanza ravvicinata che colpiscono arciduca e consorte, ferendoli a morte. Francesco Ferdinando viene centrato al collo, sicché il corpetto imbottito che l’arciduca indossava come rudimentale giubbottino antiproiettile si dimostra ancor più inutile. Pare che le ultime parole dell’arciduca siano state: “Non è niente”.

Attentato di Sarajevo

NON È NIENTE
Francesco Giuseppe I d'Austria (1910) Informato della morte del suo erede, l’84enne imperatore Francesco Giuseppe, che non aveva mai nutrito eccessiva simpatia per il nipote e meno che mai per la duchessa Sofia, non si stracciò certo le vesti. Dopo aver espresso un generico rammarico per gli orfani, pensando all’esercitazione militare della prima mattinata aveva esternato la sua principale preoccupazione: Le manovre si sono concluse con successo?.
J.Reiner - Attentat auf Kaiser Franz JosephEvidentemente, considerava gli attentati come un inconveniente del mestiere. Lui stesso, appena 23enne, era scampato ad un tentativo di omicidio, uscendone indenne. Sempre in famiglia, suo fratello Massimiliano si era imbarcato in una sgangherata avventura, facendosi incoronare “Imperatore del Messico” e finire fucilato nel 1867 dall’esercito repubblicano di Benito Juarez.
Edouard Manet - Esecuzione di Massimiliano I del MessicoL’imperatrice, Elisabetta di Baviera, meglio conosciuta dalla filmografia Elisabetta di Bavieraagiografica come la Principessa Sissi, donna di rara bellezza ed eccezionale intelligenza, era stata assassinata a Ginevra nel 1898 dall’italiano Luigi Lucheni (il vil pugnale). Il figlio della coppia imperiale, Rodolfo, che avrebbe potuto essere un sovrano rivoluzionario (addirittura dalle idee socialisteggianti), si era suicidato nel 1887 insieme alla sua giovanissima amante diciassettenne, la contessina Maria Vetsera, a Mayerling.
Insomma, niente sembrava davvero turbare il gelido imperatore asburgico, chiuso nella sua fortezza di ghiaccio.
In quanto agli attentatori di Sarajevo, ci furono 25 arresti e nove proscioglimenti.
Danilo Ilic fu condannato a morte e giustiziato per impiccagione.
Nedeljko Čabrinović, Gavrilo Princip e Trifko Grabež, scamparono alla pena capitale in virtù dell’età e condannati a 20 anni di prigione. Nell’arco di qualche anno morirono tutti in carcere, consunti dalla tubercolosi.
Vaso Čubrilović venne condannato a 16 anni, mentre suo fratello Veliko saliva sul patibolo. Cvjetko Popović otteneva una condanna a 13 anni. Entrambi riguadagnarono la libertà dopo il 1918.
Muhamed Mehmedbasic In seguito alla dissoluzione dell’Impero austro-ungarico, Muhamed Mehmedbašić fece ritorno da uomo libero a Sarajevo nel 1919, salvo finire trucidato dagli Ustascia croati nel 1943.
Gli agenti della Mano Nera non vennero mai condannati. La risposta della Serbia all’ultimatum imposto dall’Austria (ed il cui mancato ottemperamento provocò la prima guerra mondiale) venne considerato dalle potenze alleate dell’epoca (Francia, Gran Bretagna, Russia) “ragionevole”, tanto erano assurde le richieste austriache. L’ipocrisia è una costante delle cancellerie europee.
Vojislav Tankosic (1)In pratica, il governo serbo si rifiutava di sciogliere l’organizzazione terroristica della Mano Nera; negava l’estradizione del colonnello Dimitrijević e degli altri ufficiali coinvolti nella congiura, Ciganović e Tankošić, confermandoli nei loro incarichi istituzionali e ordinando per tutta risposta la mobilitazione generale dell’esercito. In particolare, a Milan Ciganović fu dato un salvacondotto per gli USA, e una volta rientrato in patria venne pure indennizzato dal governo per il fastidio subito.
Soldati serbiNel lontano Luglio del 1914, la sonnacchiosa diplomazia europea era assente per ferie.
Gli inglesi erano più preoccupati di una rivolta in Irlanda, che di una guerra nei Balcani.
L’ambasciatore russo a Belgrado, Nikolaj Hartwig, aveva dimenticato di far abbassare la bandiera in segno di lutto.
L’opinione pubblica francese era tutta presa da un fattaccio di cronaca nera che aveva come protagonista la moglie dell’ex primo ministro Joseph Caillaux: la signora Caillaux si era sentita offesa dalla denigratoria campagna di stampa orchestrata dal quotidiano Le Figaro. Indignata, era piombata nell’ufficio del direttore del quotidiano e gli aveva scaricato addosso sei colpi di rivoltella.
Come recentemente ha avuto a scrivere lo storico australiano Christopher Clark, nel suo monumentale I Sonnambuli, facendo il verso ad Hermann Broch, i governati dell’Europa si avviarono alla catastrofe guidando per mano i propri popoli al macello nella totale inconsapevolezza delle proprie azioni, attraverso una lunga serie di valutazioni completamente errate.

1913 - Austro-hungarian infantry regiment«Lo scoppio della guerra fu il momento culminante di concatenazioni di decisioni assunte da attori politici che perseguivano consapevolmente degli obiettivi ed erano capaci di riflettere su quanto stavano facendo, e che individuarono una serie di azioni formulando le valutazioni più adeguate in base alle migliori informazioni di cui disponevano. Il nazionalismo, gli armamenti, le alleanze e la finanza furono tutti elementi che entrarono a far parte della storia, ma acquistano valenza esplicativa solo quando si possa mostrare la loro effettiva influenza sulle decisioni che, congiuntamente, fecero scoppiare la guerra

Prima guerra mondialeL’ignavia di piccoli nani presuntuosi allo sbando, pervasi dal senso dell’ineluttabile.

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