VITE DISORDINATE

Posted in Kulturkampf, Masters of Universe con i tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on febbraio 9, 2010 by Sendivogius
La ‘modernità’ è una roba terribilmente complicata. Specialmente se  si siede all’estrema destra del papa. Fortunatamente, esistono portali che tengono le più alte gerarchie ecclesiastiche al passo coi tempi… Non perdetevi http://www.pontifex.roma.it/ col suo effervescente mese di Febbraio: una finestra aperta su un mondo interessantissimo, che alcuni ingenui  credevano scomparso. Una vera camera con vista… sul Medioevo!

 «Tutte le convivenze more uxorio ovvero fuori del vincolo sacramentale del matrimonio, infrangono la legge di Dio e per questo motivo si tratta di pubblici peccatori. Lo sono sia i gay che gli etero che convivono e a queste categorie, specialmente se il fatto per il celebrante é notorio, non si amministri la comunione»
 Cardinale Michele Giordano, arcivescovo emerito di Napoli

 «Le leggi contro l’omofobia io non le ritengo giuste  in quanto non é mai assimilabile, dunque omologabile, ciò che é la normalità, ovvero la famiglia eterosessuale fondata da uomo e donna e quella omosessuale che famiglia non é, per la semplicissima ragione che non é in grado di ottemperare alla riproduzione. L’atto sessuale é volto a questo e non alla ricerca di lussuria»
 Monsignor Francesco Zerrillo, vescovo emerito di Lucera-Troia.

 «Mi fa ribrezzo parlare di queste cose e trovo la pratica omosessuale aberrante, come la legge sulla omofobia che di fatto incoraggia questo vizio contro natura. I vescovi e i pastori devono parlare chiaro, guai al padre che non corregge suo figlio. Penso che dare le case agli omosessuali, come avvenuto a Venezia, sia uno scandalo, e colui che apertamente rivendica questa sua condizione dà un cattivo esempio e scandalizza»
 Monsignor Giacomo Babinim, vescovo emerito di Grosseto

 «La convivenza tra persone cattoliche more uxorio e non sposate é peccaminosa e comunque un atto impuro e come tale non permette al sacerdote di dare la comunione al convivente.
(…) L’Islam é per natura violento in quanto ciò che a noi cristiani sembra aberrante per loro é naturale e persino giusto.
(…) La pratica conclamata della omosessualità é un peccato gravissimo, costituisce uno scandalo e bisogna negare la comunione a tutti coloro che la professino, senza alcuna remora, proprio in quanto pastori di anime. Io non darei mai la comunione ad uno come Vendola»
 Monsignor Simone Scatizzi, vescovo emerito di Pistoia

Ahhh mò ho capito tutto!

LASCIATE CHE I PARGOLI VENGANO A ME…
  Si sa, da sempre molti casti uomini di Chiesa devono confrontarsi col fardello del sesso, optando per soluzioni alternative, all’insegna della più spregiudicata ipocrisia, tramite il ricorso a pratiche omoerotiche consumate con sofferente colpevolezza. E mentre l’omosessualità (pur essendo una specialità della casa) suscita pubblico orrore, un po’ meno sembrano preoccupare le disgustose inclinazioni alla pedofilia: una perversione sessuale (o “disturbo” come amano dire nell’ambiente) assai diffusa tra i pastori della vera Fede…
Don Marco Dessì è un missionario cagliaritano molto attivo in Nicaragua. La sua passione sono gli orfanelli ed i bimbi abbandonati. Infatti i suoi rifugi si trasformano presto in un harem personale: dei recinti di allevamento per piccole prede sessuali. Nel 2007, in Italia, don Marco viene condannato a 14 anni di carcere.
Don Ruggero Conti è il parroco della chiesa ‘Natività di Maria Santissima’, nella zona di Selva Candida, a Roma. Impegnato politicamente è il ‘garante elettorale’ del sindaco Gianni Alemanno per le periferie e per la famiglia.
Nel tempo libero, don Ruggero colleziona materiale pedopornografico e adesca bambini in oratorio. Una passione alla quale il sacerdote è fedele da almeno 30 anni. Del resto, don Ruggero proviene dai Legionari di Cristo e già il fondatore dell’ordine,
Marcial Maciel Degollado, insaziabile sessuomane, sembra avevesse il vizietto di molestare chierichetti e seminaristi, quando non era impegnato a sedurre ricche signore in giro per il mondo, secondo uno strano concetto di missione pastorale…
Molto da fare si è dato pure don Pierangelo Bertagna, il 46enne parroco di Farneta (AR), che nel 2005 ha confessato abusi su almeno 38 bambini. Per gli stupratori in tonaca, la ‘giustizia’ ha sempre un occhio di riguardo: 8 anni di reclusione. Una pena esemplare, nonché un ottimo deterrente.
Poco lontano, nella provincia di Firenze, era invece molto attivo
don Lelio Cantini: 10 anni di abusi sessuali pluriaggravati su minori, dal 1975 al 1980. Data l’età, 85 anni, difficilmente Cantini verrà processato. E c’è voluto l’intervento di papa Ratzinger (nel 2008), affinché Cantini venisse almeno deposto allo stato laicale!
Contro il prete stupratore però pesa la durissima condanna del tribunale ecclesiastico, su severa indicazione del
cardinale Ennio Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, che il 17 gennaio 2007 rende noto il provvedimento:

«Il priore non potrà né confessare, né celebrare messa in pubblico, né assumere incarichi ecclesiastici, e per un anno dovrà fare un’offerta caritativa e recitare ogni giorno il Salmo 51 o le litanie della Madonna»

Il comprensivo cardinale Antonelli così spiega tanta inusitata severità:

Il male una volta compiuto non può essere annullato, ma occorre rielaborare in una prospettiva di fede la triste vicenda invocando a Dio la guarigione della memoria

SOPIRE… TRONCARE
 Tuttavia, più che l’aberrazione del delitto, l’accertamento delle responsabilità, la punizione dei colpevoli, a preoccupare il Vaticano sembra siano soprattutto gli oneri economici e l’ammontare dei risarcimenti per le vittime delle violenze.
Il 7 Luglio 2004, tramite patteggiamento,
don Bruno Puleo viene condannato a 2 anni e 6 mesi di reclusione per abusi sessuali nei confronti dei ragazzi che  frequentavano il seminario di Agrigento. Una delle giovani vittime si chiama Marco Marchese che a 12 anni, appena entrato in seminario, diventa oggetto sessuale delle morbose attenzioni di don Bruno. Il ragazzo subisce le violenze per i successivi 4 anni, quando decide di confidarsi col vice-rettore don Silvano Castronovo, ed il rettore del seminario, don Gaetano Montana, che gli impongono il silenzio. Ma Marco non si arrende e nel Novembre del 2000 si appella direttamente all’arcivescovo della città, monsignor Carmelo Ferraro, che come da tradizione evita ogni provvedimento in merito. Finalmente, Marco Marchese decide di rivolgersi alla magistratura. A questo punto, si smuove dal suo torpore pure il vescovo Ferraro, che interviene prontamente e fa causa contro il ragazzo, chiedendo 200.000 euro di risarcimento per il danno di immagine subito dalla curia..!

Che si faccia, ma che non si sappia in giro! Giacché in questi casi la discrezione è un obbligo, ma il silenzio è meglio. Lo sanno bene 67 ex studenti sordomuti dell’Istituto Antonio Provolo di Verona (QUI), impossibilitati fisicamente alla parola. Un’occasione unica per almeno 25 religiosi operanti nella struttura d’eccezione, fino al 1984. Del resto la scuola resta l’ambito privilegiato dell’azione pastorale e non solo…

«Abusi sessuali sugli studenti, pressioni per sedute di masturbazione, stupri segreti nei sotterranei degli istituti. Per anni, forse per decenni, alcune delle più prestigiose scuole superiori private cattoliche in Germania sono state il luogo dell’orrore, la stanza chiusa in cui forti della loro autorità sacerdoti, insegnanti, organisti hanno distrutto l’animo degli adolescenti che avevano il compito di istruire. Per anni le vittime hanno taciuto, chiuse nel pudore, nel dolore e nella vergogna, o piegate dalle pressioni dei loro carnefici. Adesso il muro d’omertà è caduto, e quella realtà celata per anni viene narrata ogni giorno dai media tedeschi. Per le scuole cattoliche e indirettamente per la stessa Chiesa, nel paese natale del Pontefice, è un colpo durissimo d’immagine, reputazione e credibilità. Il caso appare ogni giorno più grave, evoca quasi gli abusi sessuali compiuti dai religiosi negli Usa, in Irlanda o in altri paesi.
Lo scandalo è scoppiato dapprima al Canisius, il prestigioso ginnasio cattolico di Berlino Ovest, diretto dai gesuiti, un bellissimo palazzo nel quartiere delle ambasciate. Berliner Morgenpost (conservatore), Der Tagesspiegel (liberal), tra i quotidiani, poi i settimanali come Der Spiegel, hanno narrato tutto. Nel dicembre 2009, poi in gennaio, alcuni ex alunni, ormai adulti, non ce l’hanno fatta più a tenersi dentro dolore, incubi, ferite nell’anima. Hanno scritto lettere al rettore attuale, Klaus Mertes, chiedendogli di agire. Si è parlato dapprima di almeno sette casi, poi di decine.
Non è stato che l’inizio. Dopo le vittime del Canisius, si sono decisi a rompere il muro del silenzio anche ex studenti di scuole superiori cattoliche ad Amburgo, Hannover, Goettingen, a Hildesheim o nella Selva Nera. Un altro istituto superiore di prestigio, lo Aloisiuskolleg di Bad Godesberg (il quartiere meridionale di lusso di Bonn) sarebbe stato luogo di casi di abuso sessuale particolarmente gravi. Un avvocato delle vittime di violenze sessuali al Canisius si sta preparando a una causa collettiva presso la giustizia americana, nel caso che alcuni ex studenti abbiano attualmente la cittadinanza degli Stati Uniti.
I racconti delle vittime, che spesso chiedono l’anonimato, sono agghiaccianti. Allo Aloisiuskolleg, e in altri istituti, un giovane negli anni Sessanta fu violentato da un sacerdote. Altri furono costretti a masturbarsi davanti agli occhi dei presuli, o a carezzare i genitali dei sacerdoti mentre costoro si masturbavano guardando i giovani. Altri ancora furono brutalmente violentati.
(…) Die Welt ha pubblicato una lunga intervista con Norbert Denef, ex studente, allora vittima di abusi. “Lo schema è tipico”, ha detto. “Dapprima si cerca di coprire i casi col silenzio, se ne parla solo quando si è con le spalle al mure e ci si comporta come se ci si sforzasse di fare luce sui fatti”. Norbert Denef ha ricevuto un indennizzo di 25mila euro dalla diocesi di Magdeburgo, ma  -  scrive il giornale  -  solo perché la diocesi sperava di garantirsi così il suo silenzio. I carnefici dell’allora giovane Norbert Denef furono puniti solo con trasferimenti, ma mai denunciati alla giustizia.»

L’articolo integrale lo trovate cliccando QUI!

 In attesa che Dio provveda (e le vicende vengano insabbiate…), più che “guarire” sarà meglio rinfrescare la memoria:
 Brasile; nell’anno 2005 ci sono state oltre 1700 denunce (10% dei sacerdoti presenti nel Paese) per adescamento, abusi sessuali, uso di droga ed orge con bambini, come nel caso di padre Felix Barbosa Carreiro (QUI).
 Irlanda; centinaia di casi accertati, ma mai perseguiti.
Nel 2006 viene istituita una commissione di inchiesta presieduta dal magistrato Yvonne Murphy, per indagare sulle violenze pedofile nell’arcidiocesi di Dublino. Il copione segue la solita  recita collaudata, secondo uno schema universalmente valido (dagli scandali dello IOR ai delitti comuni) col quale i vertici del Vaticano lasciano cadere rogatorie e richieste di collaborazione.

«Il Vaticano, secondo il rapporto, non rispose, limitandosi a comunicare al ministero degli Esteri irlandese che “la richiesta non era andata attraverso gli appropriati canali diplomatici“. La commissione ha sottolineato però che era indipendente dal governo e quindi non aveva ritenuto opportuno usare canali diplomatici. Fu anche ignorata, secondo la Bbc, una richiesta di informazioni avanzata al nunzio apostolico a Dublino nel febbraio 2007, in cui la commissione chiedeva tutti i documenti rilevanti (gli abusi e la loro gestione toccati dall’inchiesta vanno dal 1975 al 2004) in suo possesso. Non ci fu risposta neanche alla richiesta di commento al rapporto, parte del quale fu inviato al Nunzio, visto che menzionavano il suo ufficio»

In compenso, c’è stata da parte delle gerarchie ecclesiastiche una grande profusione di “scuse” per le migliaia di abusi.
Australia; 107 condanne definitive contro preti e religiosi cattolici per violenze sessuali su minori.
Il 19 Luglio 2008, Benedetto XVI approfitta della “Giornata mondiale della gioventù” per lanciare la sua fiera condanna dei preti pedofili. Coerentemente, il papa si è guardato bene dall’incontrare i coniugi Foster, genitori delle sorelline Emma (morta suicida nel 2008) e Katherina (alcolizzata), ripetutamente violentate dal sacerdote
Kenin O’Donnell, tra il 1988 ed il 1993. O’Donnell pare godesse delle protezioni dell’arcivescovo di Sidney, George Pell, nel frattempo promosso cardinale.

I ‘risarcimenti’ sono una preoccupazione particolarmente sentita dalle gerarchie ecclesiastiche… Nel senso che è meglio non darli. Specialmente dopo la bancarotta delle diocesi statunitensi, travolte da uno scandalo di proporzioni immani.

Pedofilia, 660 milioni di dollari a 508 vittime
Nello scandalo della pedofilia nella Chiesa si apre un nuovo capitolo.

È l’arcidiocesi di Los Angeles ha accettato di pagare la cifra record di 660 milioni di dollari a 508 vittime di molestie sessuali: «Alcune delle vittime hanno aspettato una soluzione per mezzo secolo», ha detto Boucher, avvocato secondo il quale la cifra pattuita nell’accordo extragiudiziario è «la prima rata di un debito da tempo scaduto». L’intesa pone fine a tutte le azioni legali nei confronti della arcidiocesi. La prima delle 15 cause intentate alla Chiesa di Los Angeles, avrebbe dovuto prendere il via domani. Chiudere la maratona legale prima di arrivare in corte era stato giudicato urgente per le gerarchie cattoliche perché, l’arcidiocesi, sarebbe andata incontro a danni punitivi. Nella storia dello scandalo scoppiato cinque anni fa a Boston, l’indennizzo di Los Angeles è da Guinness dei primati. Altri 114 milioni di dollari erano stati promessi dalla Chiesa di Los Angeles in accordi precedenti, portando a un totale di 774 milioni di dollari il totale che la diocesi californiana deve reperire. La cifra fa impallidire indennizzi precedenti. I 157 milioni di dollari di Boston e i 129 milioni di dollari di Portland in Oregon. Le azioni legali del clero sono già costati alla Chiesa cattolica Usa la cifra astronomica di 1,5 miliardi di dollari. Ogni diocesi deve vedersela da sola ma senza aiuti finanziari dal Vaticano. Cinque diocesi come San Diego, Davenport nell’Iowa, Portland, Spokane nello stato di Washington e Tucson in Arizona, hanno chiesto la protezione dalla bancarotta. L’avvocato della diocesi Henningham ha detto che, parte dei fondi, arriveranno da ordini religiosi: «Le parrocchie non saranno toccate». A ciascuna vittima andranno 1,3 milioni di dollari e c’è chi ha espresso riserve: «Una cifra enorme che dimostra un enorme senso di colpa. Ma io non avevo fatto causa per avere soldi. Non ci sono soldi abbastanza che mi possono ridare la mia infanzia», ha detto Mary Ferrell, che ha 59 anni. Alcuni casi affondano nella notte dei tempi. I 660 milioni di dollari metteranno la parola fine a 570 denunce di abuso da parte di 221 preti, frati e altri dipendenti laici della diocesi in un arco di 70 anni: nel 2002 – ed è una anomalia rispetto ad altre congregazioni – lo stato della California approvò una legge che creava una finestra di un anno durante la quale potevano essere presentate denunce senza limiti retroattivi di tempo”

  Il Tempo  (18/07/2007)

Dall’insaziabile orda arrapata non si salvano neppure gli eschimesi! La Diocesi di Fairbanks, in Alaska, nel febbraio 2008 ha dichiarato bancarotta, in seguito al risarcimento di 150 vittime del clero cattolico tra il 1950 e il 1980 (QUI). E la dichiarazione di bancarotta  continua ad essere il miglior modo per evitare di pagare.
Sulla costa orientale degli Stati Uniti, se possibile, le cose vanno persino peggio…

«Nel 2002 è occorso il primo scandalo con eco internazionale, scoppiato in seguito alla scoperta di abusi sessuali perpetrati da più sacerdoti nei confronti di minorenni nell’arcidiocesi di Boston.
Nel giugno 2002 la Conferenza episcopale americana ha nominato una commissione indipendente (National Review Board) per indagare sul fenomeno degli abusi sessuali su minori perpetrati da ecclesiastici cattolici. Il governatore dell’Oklahoma Frank Keating, cattolico praticante ed aderente al partito Repubblicano è stato chiamato alla direzione della commissione. Nel giugno successivo, dopo le critiche ricevute dall’arcivescovo di Los Angeles per aver paragonato alcuni leader della Chiesa americana alla Mafia, ha rassegnato le sue dimissioni, affermando che il non obbedire ai mandati di comparizione dei Gran Jury, sopprimere i nomi dei preti accusati, negare, confondere, non spiegare, è il modello di un’organizzazione malavitosa, non della mia Chiesa“.
Secondo una stima di Andrew Greeley, sacerdote dell’arcidiocesi di Chicago e professore di sociologia alle Università di Chicago e dell’Arizona, da 2.000 a 4.000 preti avrebbero abusato di 100.000 minori, spesso senza che alcun provvedimento venisse preso al riguardo.
Il rapporto commissionato dai vescovi americani allo studio legale John Jay esamina la situazione dei preti denunciati alla magistratura per reati sessuali. Dal 1950 al 2002 4.392 sacerdoti americani (su oltre 109.000, circa il 4%) sono stati accusati di relazioni sessuali con minorenni (comprendendo, quindi, casi di pedofilia e casi di rapporti sessuali con adolescenti).
La maggior parte delle vittime che hanno denunciato, il 50.9%, ha una età compresa tra gli 11 e i 14 anni, 27.3% hanno tra i 15 anni e i 17, il 16% sono bambini e bambine tra gli 8 e i 10 anni e circa il 6% hanno una eta sotto i 7 anni. Si noti che secondo la legislazione italiana atti di pedofilia sono compiuti sui minori di 14 anni.
Complessivamente circa il 73% delle vittime che hanno denunciato ha 14 anni o è un bambino.
L’81% delle vittime sono maschi e il 19% femmine. Le vittime maschili tendono ad essere più vecchie delle vittime femminili Oltre il 40% delle vittime sono maschi con una età compresa tra gli 11 e i 14 anni»

Il cardinale Bernard Francis Law, all’epoca dei fatti, era l’arcivescovo di Boston: una delle diocesi maggiormente coinvolte nello scandalo dei preti pedofili. La massima preoccupazione di Law fu quella di coprire ed insabbiare i crimini perpetrati dai suoi sacerdoti, garantendo coperture ed omissioni. I religiosi coinvolti nello scandalo furono trasferiti altrove, dove continuarono le loro sordide pratiche nella sicurezza dell’impunità. I preti pedofili sembrano agire come un virus: ovunque arrivano infettano e distruggono il tessuto in cui si innestano. Le gerarchie cattoliche, invece di isolare e distruggere una simile peste, si sono limitate a trapiantare altrove i ceppi infetti, propagando il contagio.
Con estrema coerenza, Bernard Law attualmente fa parte del Pontificio Consiglio per la Famiglia, presieduto dal cardinale Antonelli.

I soliti scherzi da prete!

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PERSONALITA’ MULTIPLE

Posted in Stupor Mundi con i tag , , , , , , , , , on febbraio 8, 2010 by Sendivogius

“Quando una riunione è estremamente seria e qualcuno vi introduce, alla leggera, argomenti diversi, spesso i partecipanti esprimono freddezza nei suoi confronti e vanno in collera.
Ciò non è bene. In momenti simili l’etichetta del samurai prescrive di mantenere la calma e di trattare l’interlocutore con benevolenza. Maltrattare qualcuno è un comportamento degno di un servo.”

  Yamamoto Tsunetomo
  Hagakure (I, 77)

2 Febbraio 2009; S.B. visita Israele e Palestina. Un vero piazzista non è mai a corto di chiacchiere. L’importante è piacere.
Le idee invece si cambiano in fretta… come le mutande usate. 

Mattina:

«L’Italia si onora di molti gesti di solidarietà verso il vostro paese, come ad esempio il rifiuto del nostro governo a partecipare alla Conferenza “Durban II” di Ginevra, che voleva sanzionare Israele con intollerabili accuse di razzismo e di violenza (…)  Come il nostro voto contrario al rapporto Goldstone, che intendeva criminalizzare Israele per la giusta reazione ai missili di Hamas lanciati da Gaza»

Pomeriggio:

«Come è stato giusto piangere le vittime della Shoah così è giusto manifestare dolore per quanto che è successo a Gaza. Sempre, quando alla pace si sostituisce la guerra, alla ragionevolezza si sostituisce la violenza, viene meno l’umanità e il rapporto tra gli uomini»

03 Feb. a Betlemme:

«Ecco, io faccio la parte del Bambino Gesù»

Speriamo che 33 anni arrivino in fretta…

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(11) Cazzata o Stronzata?

Posted in Zì Baldone con i tag , , , , , , , , on gennaio 28, 2010 by Sendivogius

 “Classifica GENNAIO 2010”

  Anno nuovo e vizi antichi, per una stagione che si preannuncia particolarmente ricca…
Grande protagonista del mese è il parkinsoniano Partito Democratico che, con i suoi contorcimenti dadaisti, guida la classifica di inizio anno, nella sua personale fiera al ribasso.
Palla al centro, gioco fermo, spalti vuoti e una rete traforata dai goal, per una nomenkatura antica, nella sua disperazione, prona ai capricci della leziosa UDC: la puttanella del villaggio che a tutti la concede, tranne che all’azzerbinato PD.
Certo, infierire sul Party Dummy dei sinistrati riformisti è un po’ come sparare sui Panda: bisognerebbe avere maggiori riguardi per le specie in via d’estinzione. Tuttavia, il corpaccione inerte del PD, che langue arenato sulle spiagge dell’inconsistenza, è solamente un avatar: l’involucro formale di una pluralità di anime in perfetta salute, già pronte a trasmigrare in nuovi corpi da possedere e consumare, per il loro eterno perpetuarsi nel vuoto dell’inconcludenza.

  Hit Parade del mese:

 

01.  RISO AMARO

[27 Gen.]  «Nel PD comando io»
  (Pierluigi Bersani, segretario su cauzione)

 

02.  I SOLITI GIORNALISTI

[23 Gen.]  «Vedo che tutti danno per scontato che a vincere le primarie sarà Vendola. Sono verità preconfezionate nelle redazioni dei giornali, che non sempre riflettono quello che avviene nella società»
  (Massimo D’Alema, il Lungimirante)

 

03.  LE SPALLE SCOPERTE

[25 Gen.]  «La larga vittoria di Vendola conferma il legame del presidente della nostra Regione con tanta parte dell’elettorato del centrosinistra, compresi gli elettori del Partito democratico. Prendo atto di questo risultato e della necessità, quindi, per il PD di sostenere lealmente Vendola come già facemmo nelle elezioni regionali del 2005»
  (Massimo D’Alema, la Badante)

 

04.  BOCCIOFILA BOCCONI

[13 Gen.]  «La rappresentazione della Primavera pugliese minacciata dal sacro inciucio della volpe del Tavoliere con il famigerato Casini, secondo la frizzante descrizione tentata ancora da Curzio Maltese ieri su Repubblica, è tutt’altro che convincente, anche se viene da uno dei migliori giornalisti italiani. (…) A proposito di potere voglio dire a Vendola che vedendolo così a suo agio nel salotto di Santoro e così coccolato da così tante intelligenze della cosiddetta sinistra radicale, che a me sembrano purtroppo molte lontane dalle persone in carne e ossa e dai loro problemi, ho l’impressione che non sia io ad avere forti legami»
  (Francesco Boccia, l’inutile idiota)

 

04.bis  SPIRITI LIBERI

[26 Gen.]  «Tutto si può dire tranne che Boccia sia un candidato piovuto dall’alto.
(…) Non c’è sudditanza nei confronti dell’UDC»

  (Enrico Letta, The Mentalist)

 

05.  EREZIONI REGIONALI

[23 Gen.]  «Non mi dimetto. Dare le dimissioni non mi ha mai sfiorato il cervello, è un’idea che non esiste, è un punto di vista che non mi appartiene. Io non sono ricattabile. So perfettamente cosa ho fatto; so di avere rispettato le leggi, di aver sempre speso bene le risorse pubbliche, mai per interessi personali né miei né di altre persone e lo dimostrerò in tutte le sedi. (…) Sarà faticoso, sarà impegnativo, ma questo è il mio punto di vista e io cercherò di essere giudicato dai bolognesi sia sulla limpidezza della mia azione, sia per quello che farò per questa città»
  (Flavio Delbono, la stella filante)

 

06.  I VALORI DI UNA FAMIGLIA:
 L’Amore è un Bancomat…

[26 Gen.]  «Rifarei tutto (…) Non mi sono lasciata abbattere. E poi lo dovevo anche a mia figlia: deve imparare che non è giusto farsi stritolare da chi è più forte. E l’ho fatto per ottenere il rispetto per me e per il diritto al mio lavoro»
  (Cinzia Cracchi, the Secretary)

 

07.  ER MEJO FICO DER BIGONZO

[24 Gen.]  «Si assiste a una fiera della vanità: si viene qua con l’ansia di far bella figura davanti alle telecamere, si sventolano le bandiere, ma non c’è uno che dice lavorate e poi andate davanti alle telecamere e prendete la medaglietta»
  (Guido Bertolaso, l’Uomo con la tuta)

 

08.  TURBAMENTI EROTICI

[15 Gen.]  «Vi è un passo nel quale Anna Frank descrive in modo minuzioso le proprie parti intime e la descrizione è talmente dettagliata da suscitare turbamento in bambini delle elementari»
  (Paolo Grimoldi, il Disturbato)

 

09.  INCUBI

[09 Gen.]  «Sogno una vera riforma tributaria. Come quella che avevamo immaginato nel ‘94. Con due sole aliquote. E adesso stiamo studiando tutte le possibilità per realizzarla»
  (S.Berlusconi, il Prestigiatore)

 

10.  NANI CORAGGIOSI

[10 Gen.]  «Bisogna avere il coraggio di cambiare anche gli articoli della prima parte della Costituzione (…) che ignora temi e concetti fondamentali, come quelli del mercato, della concorrenza e del merito»
  (Renato Brunetta, Mercante in fiera)

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C’era una volta…

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf con i tag , , , , , , , , , , , on gennaio 23, 2010 by Sendivogius

  Nel giorno in cui il ducetto di Arcore rilancia la campagna di tesseramento per un milione di iscritti al PdL, e della condanna di compare Turiddu Cuffaro, vale la pena ricordare un’altra storia (sicuramente poco conosciuta) di partiti, di tessere, di ‘indegni’ e funzionarini zelanti, a riprova di come certe analogie, oltre ad essere ricorrenti, comincino a diventare persino imbarazzanti per somiglianza e coincidenze. Tutto torna, in ciclica processione, nell’eterno ritorno al sempre uguale e nell’immutabile riproduzione dell’esistente, con tutto il suo disarmante squallore…
Approfittiamo della circostanza per rendere un piccolo omaggio ad un grande giornalista dalla penna ironica e scrittore  dalla prosa brillante, tragicamente scomparso, Sergio Turone: un uomo che molto avrebbe avuto da dire sulle miserie del tempo presente e di quello venturo, attraverso l’arguta conoscenza della storia passata…

Il troppo zelo di Giuriati, il moralizzatore mancato

 “Era il momento della ‘moralizzazione’. Assestatosi al potere dopo il felice superamento della crisi matteottiana, Mussolini aveva messo a segno altri due colpi vincenti di cospicua rilevanza: l’intesa di Palazzo Vidoni, con cui aveva catturato alla propria causa una parte della dirigenza sindacale riformista e fondato il sindacalismo di regime; e soprattutto, nel febbraio 1929, la firma dei Patti lateranensi di conciliazione tra Stato e Chiesa cattolica.
(…) Dall’intesa di Palazzo Vidoni scaturì (1928) il corporativismo, ossia quel sistema di relazioni industriali con cui Mussolini pretese di superare la lotta di classe. Nel corporativismo, operai e industriali di un medesimo settore produttivo erano associati alla stessa corporazione di categoria. Di fatto, ciò toglieva alla parte più debole, i lavoratori, ogni possibilità di reale tutela dei propri interessi. Ciò permise una politica economica di fortissima compressione dei salari e, contemporaneamente, di sistematico protezionismo. Rispetto al mondo industriale, l’Italia divenne una provincia marginale e il livello dei consumi era minimo. Però il ceto imprenditoriale, enormemente favorito da quella strategia economica, finì con l’identificarsi col fascismo.
Anche più vantaggiosa fu, per Mussolini, l’operazione Concordato con cui si attribuì – legittimamente – il merito di aver composto un dissidio risalente al 1870, e creò le condizioni per un’adesione di massa dei cattolici al Partito fascista.
Rilanciato da successi così vistosi, Benito Mussolini, si rese conto che – se voleva procedere senza scosse nell’acquisizione del consenso borghese – doveva ripulire il partito almeno dalla feccia più lercia. Uno dei personaggi francamente ripugnanti passati dal manganello al potere era Mario Giampaoli, federale di Milano. Forse non fu casuale che Milano, città genitrice dei Fasci di combattimento, avesse covato i primi rappresentati del fascismo smaccatamente corrotto.
(…) Giampaoli aveva utilizzato la violenza squadristica per fare insieme carriera e quattrini. Conduceva una vita lussuosa tra donne facili e affaristi grintosi. L’incarico di liquidarlo fu dato da Mussolini ad Achille Starace, vicesegretario del partito. Starace – che era di limitata intelligenza ma non disonesto personalmente, e soprattutto aveva un intuito sublime nell’interpretare e realizzare la volontà di Mussolini – condusse un’inflessibile inchiesta su Giampaoli, ne smascherò le magagne e destituì il federale di Milano. Colpì anche i suoi fedeli espellendoli dal partito.
Soddisfatto dell’operazione, Mussolini elogiò Starace. Quanto però, poco dopo, dovette trovare un successore per Augusto Turati, non ritenne il caso di promuovere il vice, che considerava «un cretino obbediente». Per verità, che la scelta sia caduta su Giuriati è abbastanza sorprendente, perché da testimonianze accreditate non risulta che Mussolini avesse del prescelto una stima superiore. Anzi, lo definiva – riferendosi al suo aspetto sussiegoso – «l’austero fesso». Evidentemente, bruciato dall’esperienza Farinacci – la cui indiscutibile intelligenza volpina si era rivelata pericolosa per il duce stesso – Mussolini riteneva adatti al ruolo di segretario di partito uomini di scarsa professionalità e soprattutto fedeli.
A Giuriati diede subito un incarico delicato: condurre su scala nazionale quell’operazione di pulizia del partito che Starace aveva condotto a Milano: «vi farò un monumento – disse al neosegretario – se riuscirete a eliminare 10.000 indegni».
Nella circostanza, l’inventore del motto «Credere, obbedire, combattere» si rivelò più fesso che austero. Perché si buttò sull’operazione con uno zelo furibondo. Inviò circolari severissime ai segretari di federazione, «i quali, allibiti, si chiedevano come fosse possibile espellere su due piedi dal partito personaggi che in alcune zone erano l’immagine stessa del regime con tutte le loro potenti consorterie, come nel caso del clan di Costanzo Ciano» [A.Spinosa, “Starace”, Rizzoli]. Vista la scarsa collaborazione dei federali, Giuriati si mise al lavoro di persona, esaminando caso per caso le situazioni dei fascisti chiacchierati, col dichiarato proposito di ritirare la tessera «agli iscritti che hanno carpito il distintivo fascista o per nascondere le mende passate, o per munire di una comoda etichetta i loro affari».
Compiuta l’opera, il segretario del PNF si fece ricevere da Mussolini per informarlo. Dalle sue memorie possiamo desumere l’orgoglioso compiacimento che doveva essere in lui quando parlò: «Duce! Ecco la statistica dei casi da me esaminati, ed ecco l’elenco, nome per nome, delle tessere che ho ritirato: gli esclusi dal tesseramento ammontano a 120.000».
Il livello di involontario umorismo ispirato da questa vicenda reale – e riferita proprio dall’interessato – raramente fu toccato dalle barzellette che circolavano clandestinamente durante il fascismo. 
Centoventimila tessere ritirate per indegnità. Mussolini si afferrò la testa tra le mani, restò in silenzio qualche istante, poi esplose in una serqua di invettive contro Giuriati. Lo stesso Mussolini, d’altronde, aveva dato al segretario del partito, quando gli aveva conferito l’incarico della ‘moralizzazione’, un dato numerico preciso: diecimila indegni. L’eccesso di zelo aveva indotto Giuriati a strafare: l’austero fesso non aveva capito che a Mussolini interessava non la moralizzazione del partito, ma un restauro di facciata buono a soddisfare una borghesia ormai vogliosa di lasciarsi infinocchiare, per imbarcarsi sul carro del regime.
La segreteria di Giuriati durò pochissimo. L’ora di Achille Starace stava arrivando. L’interessato – a dimostrazione dell’assioma che il cretino può essere furbo – seppe accellerarla, accreditando la voce (sicuramente falsa) secondo cui Giuriati era omosessuale. Nella concorrenza cannibalesca tra gerarchi, era questa un’arma largamente usata. È noto che sotto il fascismo non c’era infamia peggiore dell’omosessualità. Voci in proposito circolarono anche su Starace che però seppe neutralizzarle.
(…) Assunta la carica, Starace (secondo voci probabilmente false, ma che il nuovo segretario lasciò circolare) diede ordine che fosse bruciata la poltrona del suo predecessore: a ostentare schifo per le asserite preferenze sessuali del povero Giuriati.”

 Sergio Turone
 “Corrotti e Corruttori
 Ed. Laterza, 1984.

Naturalmente, tra i ranghi del pretorio delle libertà non si ha la minima idea di cosa sia la famigerata moralizzazione; tanto meno si avverte la necessità di prestare tempo e risorse all’incresciosa finzione, alimentando inutili ipocrisie legalitarie. Semmai è palese il contrario. Da questo punto di vista, la rivoluzione berlusconiana è unica nel suo genere: la mutazione antropologica che fa della violazione la regola, del favoreggiamento a delinquere un vanto, dell’impunità dei potenti una missione. Reiterata, come il gusto per il reato.

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USI A SERVIR PIACENDO

Posted in Stupor Mundi con i tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on gennaio 22, 2010 by Sendivogius
  Il cortigiano è una razza di antichissimi natali, che in Italia vanta solide radici.
Immune ai cambiamenti, non conosce crisi né vergogna ma a tutto sopravvive, indenne nel corso dei secoli, secondo un’inveterata tradizione che pone il cortigiano (e letterato) a specchio compiacente del signore presso il quale stabilmente dimora.
Accondiscendente, ne riflette i gusti in virtù dei benefici e delle protezioni che la corte può offrire. Scambia il proprio servaggio interessato a ruolo di illuminato consigliere nel ristretto concistorium principis, da dove si illude di poterne indirizzare l’azione incrementando per sé i vantaggi.

Le origini della fortunata Arte si perdono nella notte dei tempi, tanto da costituire il vero tratto distintivo dell’italica identità.
La munificenza del signore condannato alla solitudine del potere non è però del tutto disinteressata. Sull’intrinseca utilità del cortigiano non mancano gli esempi…
Intorno al 64 a.C. il genio letterario di Quinto Tullio Cicerone, fratello del più famoso Marco, partoriva un simpatico manualetto, il Commentariolum petitionis, con una serie di consigli pratici su come far carriera in politica:

Chiunque mostri una qualche simpatia nei tuoi confronti, chiunque ti ossequi, o venga spesso a casa tua, deve essere posto nel novero degli amici; tuttavia è un grandissimo vantaggio l’esser cari e graditi a quanti ci sono amici per motivi più autentici di parentela, o di affinità, o di associazione, o di qualche altro legame.
Successivamente, quanto più un uomo ti è intimamente legato e più è di casa, tanto più bisogna che ti adoperi anzitutto perché egli ti voglia bene e desideri che tu raggiunga le più alte cariche; e poi perchè lo facciano quelli della tua famiglia, i tuoi affini, i tuoi clienti.

(…) Durante questi anni, uomini avidi di onori si sono dati da fare con tutte le loro forze per ottenere dai cittadini della loro tribù tutto ciò che essi chiedevano. Cerca, con tutti i mezzi possibili, che questi uomini ti siano affezionati con tutto il loro animo e con la massima sincerità.
(…) Pertanto tu devi adoperarti per esigere presentemente da loro ciò di cui ti sono debitori, ammonendoli, pregandoli, incoraggiandoli, facendo in modo che capiscano che non avranno più un’altra occasione di dimostrarti la loro gratitudine. Indubbiamente la speranza di altri servigi da parte tua, unita ai favori che di recente hai loro accordato, sarà loro di stimolo a dedicarsi a te con zelo.
E poiché indubbiamente rappresentano il massimo sostegno della tua candidatura le amicizie di tal genere, fai in modo che a ciascuno di coloro che ti sono obbligati sia assegnato un compito preciso e ben definito. E, come tu non hai mai dato loro fastidio in alcuna occasione, così fai in modo di chiedere loro in cambio ciò che ti è dovuto, al momento opportuno
.”

  (Traduzione di Vittorio Todisco)

Sembra scritto ieri, ed il titolo avrebbe potuto essere: ‘Ricordati degli Amici!’
Sulle prospettive del cortigiano esiste invece una letteratura ancor più copiosa, che non manca di idealismi a rivalutazione della prolifica ma bistrattata categoria…
 Alla ‘cortigianeria’ il conte Baldassarre (Baldesar) Castiglione dedica tutto il suo tempo e la sua nobile penna, componendo un’opera dal nome esauriente: Il Cortegiano.
Animato da rispettabilissimi propositi, il buon Baldesar indica una serie di prescrizioni alle quali un buon cortigiano dovrebbe attenersi, se vuole agire sempre per il meglio. Dal tenore delle raccomandazioni, si può ben capire ciò che il cortigiano solitamente non fa e rivela invece quali sono i comportamenti abituali della corporazione, assai lontani dalla ‘perfezione’ alla quale il Castiglione anela:

Il fin adunque del perfetto Cortegiano estimo io che sia il guadagnarsi (…) la benivolenza e l’animo di quel principe a cui serve, che possa dirgli e sempre gli dica la verità d’ogni cosa che ad esso convenga sapere, senza timor o pericolo di dispiacergli; e conoscendo di quello inclinata a far cosa non conveniente, ardisco di contraddirgli, e col gentil modo valersi della grazia acquistata con le sue bone qualità per rimoverlo da ogni intenzion viziosa, ed indurlo al cammin della virtù; e così avendo il Cortegiano in sé la bontà accompagnata alla prontezza d’ingegno, e piacevolezza, e con la prudenzia e notizia di lettere, e di tante altre cose, saprà in ogni proposito destramente far vedere al suo principe, quanto onore, ed utile nasca a lui ed alli suoi dalla giustizia, dalla liberalità, dalla magnanimità, dalla mansuetudine, e dalle altre virtù che si convengono a bon principe; e per contrario, quanta infamia e danno proceda dai vizi opposti a queste.” 

 Baldassarre Castiglione
 “Il Libro del Cortegiano”
 Biblioteca Treccani
 Padova, 2006

In tempi più recenti, spogliati di ogni buon gusto e raffinatezza intellettuale, la perniciosa razza, per untuosità e doppiezza, ricorda più che altro gli osti manzoniani; si reputa campione di “libertà” e spesso ama definirsi “terzista”. Animale parassita per eccellenza, prospera ovunque; in cima alla catena alimentare, segue la cresta dell’onda e non teme predatori. Non ha prudentia, né notizia de lettere. E non sa minimamente cosa sia l’onore.
Vivaio d’eccellenza sono le redazioni dei giornali, e di uno in particolare…
Questo perché:

“In Italia le penne sono sempre state sporche. In alcuni casi luride. Motivo? Semplice. Tanto per cominciare, la tradizione. La nostra stampa (quotidiana e periodica) non è nata per informare, bensì per polemizzare. Chi aveva soldi e interessi da difendere, finanziava un giornale, magari con l’intento di farsi eleggere in Parlamento. E farsi eleggere in Parlamento significava, allora come oggi, abbassare gli avversari per innalzare se stessi. Per fare ciò era necessario assoldare giornalisti disponibili. Disponibili a che? A insultare tutti, tranne il padrone che pagava. Così nacquero la penne sporche, che hanno avuto molti figli e molti nipoti. Che a loro volta si riproducono perché, in fondo, il sistema non è cambiato.”

Nessuno conosce il peccatore meglio di sé stesso. L’autore della formidabile requisitoria è… Vittorio Feltri! Ma era l’anno 1993 e qualche contratto in meno. Sono i tempi del famigerato “golpe giudiziario” e il Feltri furioso era il Robespierre della procura milanese; l’arrabbiato che agitava la picca inneggiando alla ghigliottina virtuale ed alla incipiente ‘rivoluzione’ contro la partitocrazia, i privilegi della ‘casta’ ed i suoi beneficiati:

“Per quattordici anni, diconsi quattordici anni, la Fininvest ha scippato vari privilegi, complici i partiti: la Dc, il Pri, il Psdi, il Pli e il Pci con la loro stolida inerzia; e il Psi con il suo attivismo furfantesco, cui si deve tra l’altro la perla denominata ‘decreto Berlusconi’, cioè la scappatoia che consente all’intestatario di fare provvisoriamente i propri comodi in attesa che possa farseli definitivamente. Decreto elaborato in fretta e furia nel 1984 ad opera di Bettino Craxi in persona, decreto in sospetta posizione di fuorigioco costituzionale, decreto che perfino in una repubblica delle banane avrebbe suscitato scandalo e sarebbe stato cancellato dalla magistratura, in un soprassalto di dignità, e che invece in Italia è ancora spudoratamente in vigore senza che i suoi genitori siano morti suicidi per la vergogna”

Almeno questo è ciò che Feltri scriveva su L’Europeo (11 agosto 1990), in concomitanza con l’approvazione della legge Mammì, che attribuiva a Berlusconi il monopolio delle frequenza televisive ed il mai risolto conflitto di interessi.
L’Hebert bergamasco è un vulcano in eruzione, un’esplosione di pura nitroglicerina:

“Mai provvedimento giudiziario fu più popolare, più atteso, quasi liberatorio di questo firmato contro Craxi.
(…) Di Pietro non si è lasciato intimidire dalle critiche, dalle minacce di mezzo mondo politico (diciamo pure del regime putrido di cui l’appesantito Bettino è campione suonato) e ha colpito in basso e in alto, perfino lassù dove non osano nemmeno le aquile. Ha colpito senza fretta, nessuna impazienza di finire sui giornali per raccogliere altra gloria. Craxi ha commesso l’errore… di spacciare i compagni suicidi (per la vergogna di essere stati colti con le mani nel sacco) come vittime di complotti antisocialisti… È una menzogna, onorevole: che cosa vuole che importi a Di Pietro delle finalità politiche… I giudici lavorano tranquilli, in assoluta serenità: sanno che i cittadini, ritrovata dignità e capacità critica, sono dalla loro parte. Come noi dell’Indipendente, sempre!”

 (da l’Indipendente, 16 dicembre 1992)

Poi l’indipendente Catone bergamasco ha trovato soldi e interessi da difendere e, evidentemente, il padrone giusto al prezzo OK.
L’indignazione in Italia, si sa, ha una data di scadenza. E dura meno di un orgasmo. In merito, Feltri sembra soffrire di eiaculatio precox.
 Dismessi i panni del moralizzatore, è diventato lo sturmtrooper dell’Imperatore: il pretoriano in servizio permanente, per le cariche di cavalleria pesante.
È il Littorio Feltri delle purghe al vetriolo… Il pennivendolo in pianta organica della Reazione a mezzo stampa ed il professionista della calunnia organizzata, a tal punto da diventare l’inesauribile fabbrica di letame a ciclo continuo: il ventilatore sparato a tutta potenza sui propri liquami, pronto a smerdare chiunque gli capiti a tiro.
Di Littorio parla in termini entusiastici un’altro esemplare della categoria: il meshato Filippo Facci che, per una volta, ci regala un bozzetto del Fenomeno vivente…

Per le mazzolate mirate e di massa il vulcanico Littorio, all’occorrenza, si avvale di collaboratori d’eccezione, avvezzi allo squadrismo mediatico per conto terzi e sempre a vantaggio dell’Unico.
È difficile dire se si tratti di spalle comiche, o bravacci prezzolati. Spesso e volentieri si alternano alla conduzione di un’altra creatura di Littorio, con la quale sono interscambiabili… Si tratta della onlus a carico pubblico e chiamata con sprezzo estremo del ridicolo:Libero.
Immancabile è la presenza di
Alessandro Sallusti: la scimmietta di compagnia, abituata ad imitare Littorio il furente e supportarlo durante le spedizioni punitive.
 Il Sallusti Erectus è il primate dell’assalto frontale al fosforo contro le cariche istituzionali, soppesate in termini di appartenenza: o con noi o contro di noi, secondo il ribaltamento evangelico del talebano sanfedista dal volto contratto in moto di perenne disgusto.
Uno che invece ride (anzi ghigna) sempre è
Maurizio Belpietro: il ‘libero’ replicante con ghigno incorporato. Belpietro è lo Hyena Ridens delle TV; onnipresente nelle trasmissioni di Floris e Santoro, è il guastatore professionista dei talk-show in sospetto sinistrorso, nonché  l’incursore kamikaze specializzato in caciara.
Per Hyena Ridens Belpietro sembra prepararsi un futuro radioso in RAI: candidato in pectore come l’anti-Santoro di destra, sarà l’alfiere ad oltranza della difesa padronale con grande profusione di mezzi e di risorse. Sarà divertente vedere se resisterà in onda più a lungo dell’invasato Antonio Socci: il lacrimoso crociato ciellino, condotto d’urgenza dall’esorcista.

Eppur tuttavia la concorrenza nelle stanze della ex-EIAR è particolarmente agguerrita, tra l’immarcescibile Bruno Vespa, il principe dei cicisbei, e l’ultimo acquisto di scuderia: lingua di velluto Augusto Minzolini, le cui sortite rischiano di spingere Emilio (Fido) Fede al pensionamento anticipato quale campione indefesso di imparzialità giornalistica.
 Gli editoriali di Minzolini, alias Scondizolini, sono ormai mitici: veri pezzi di piaggeria cortigiana, sono destinati ad entrare nell’empireo dei ruffiani in livrea. Scodinzolini è la dimostrazione empirica di come la prostituzione adulatoria in Italia non conosca limiti. Sorge però un sospetto… nel loro sbrodolante servilismo, gli editoriali sono veramente frutto della sue psiche asservita, oppure il fedele Augusto(lo) si limita a leggere ciò che altri, in più istituzionale sede, scrivono appositamente per lui?
Ed è davvero curioso constatare come Augusto Minzolini, un tempo reputato un predatore di razza, soprannominato “lo squalo” e ritenuto addirittura “il più veloce dei rapaci della notizia” si sia trasformato in un docile animale da cortile: la gallinella obbediente, che becca il grano tra le mani del padrone.

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Una Settimana da Inferno

Posted in Business is Business, Muro del Pianto con i tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , on gennaio 17, 2010 by Sendivogius
  Le parole sono importanti. Per questo abbiamo consacrato la settimana appena trascorsa ad un salutare silenzio, in attesa di trovare qualcosa su cui valesse la pena spendere qualche riga e confidando di scrivere qualcosa di valido.
Mai avremmo pensato di doverci districare tra i numeri di una contabilità mortuaria, contrapposta alle miserie quotidiane della politica nostrana con la quale, nostro malgrado, siamo costretti a confrontarci. Proviamo dunque ad abbozzare una sconfortante sintesi d’insieme, così, tanto per rimanere aggiornati…

 TERROMOTO DI HAITISecondo stime approssimate al ribasso: oltre 50.000 morti accertati nella sola capitale; 300.000 sfollati; un numero ancora imprecisato di feriti, senza alcuna assistenza medica; decine di migliaia di dispersi sotto le macerie di Port au Prince; cataste di cadaveri lasciate imputridire ai margini delle strade; un’intera società collassata su sé stessa, senza alcuna apparente possibilità di ripresa.
Dinanzi all’immane catastrofe umanitaria, l’attenzione del governo italiano è totalmente catalizzata nella ricerca degli italiani dispersi, ai quali sembra circoscritta l’intera emergenza. Il Ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha organizzato una ricerca mirata… A tal proposito il ministro rassicura: Non abbiamo notizie positive, ma per fortuna neanche negative. Infatti a Frattini, come si dice a Roma, la notizia di 200.000 morti presunti gl’arimbalza!
E già ce le immaginiamo queste fantomatiche squadre di ricercatori tricolori che si muovono tra cadaveri in putrefazione, moribondi agonizzanti e profughi affamati, con disinteressata indifferenza a meno che non siano rigorosamente muniti di italico passaporto. È ovvio! Tutti gli altri possono anche crepare. In grazia di Dio.
Tra l’altro, cinicamente parlando, al nostro lungimirante ministro sfuggono i risvolti politici ed i nuovi scenari diplomatici che inevitabilmente si apriranno tra gli USA di Obama, la Cuba avviata al dopo Castro, ed il Venezuela di Chavez, tramite la collaborazione internazionale per affrontare la crisi haitiana. No, l’ineffabile Frattini era troppo impegnato nella sua gitarella continentale tra dittatori africani, per prendere in considerazione simili implicazioni. Attualmente, potete ammirare l’imbalsamato ministro in esposizione temporanea tra le mummie del museo egizio del Cairo, su gentile concessione del governo italiano.
Ad Haiti, sono arrivati aiuti e soccorsi internazionali persino dai lontani Giappone, Russia, Australia, Cina. E da Israele, i migliori professionisti al mondo. Il massimo che il governo italiano ha saputo offrire, per il momento, è un C-130 e qualche pacco di cerotti. Al solitamente loquace Bertolaso sembra invece essersi seccata la favella.
Coerentemente, l’Italia ha stanziato aiuti economici per 1,5 milioni di dollari. Giusto mezzo milione in più rispetto al Gabon ed il Marocco, note potenze iscritte al G-8, e qualcosina in meno rispetto alla Spagna che invece ha messo a disposizione soltanto 4,5 milioni.
Il nostro ministro della guerra, Benito La Russa, ha risposto negativamente alla richiesta brasiliana di inviare unità navali di supporto, perché le navi ci metterebbero 10-20 gg a seconda del tipo. E a quel punto, probabilmente, i soccorsi americani e quelli dei paesi vicini sarebbero già stati utili, più di quanto potremmo fare noi”. Quindi meglio niente. Questo perché, probabilmente, tra 10-20 giorni, l’audience televisivo sull’ecatombe caraibica sarà già calato. Nel frattempo, quel baluardo di libertà e informazione che sono i nostri media avranno già stornato l’attenzione del pubblico sull’ennesimo fattaccio di cronaca nera, ingigantito a emergenza criminale per uso elettorale in concomitanza con le votazioni regionali. Ovvero potrebbero inventarsi qualche altra pandemia influenzale.

 BUFALA AVIARIALa peste del nuovo millennio. Peggio della Febbre Spagnola. Emergenza mondiale. Sono solo alcune delle svergognate panzane con le quali i media (ed i governi) hanno giocato allo spauracchio globale nel corso del 2009. Noi a simili castronerie non abbiamo mai creduto. Di conseguenza, non abbiamo speso una sola parola sull’argomento, reputando il tema un’offesa reiterata all’intelligenza di ogni essere senziente con un minimo di raziocinio. E parliamo di un’infima minoranza dispersa tra una folla di deficienti incurabili. Eppure, a voler leggere tra le righe, qualche isolata voce critica si era pure levata (QUI) …i soliti disfattisti controcorrente!
Comunque, della famigerata influenza, aviaria o suina che fosse, resta l’incredibile porcata: una truffa talmente grande e così ben riuscita che, siamo certi, verrà reiterata tra un paio di stagioni. Giusto il tempo di smaltire gli ultimi strascichi della (costosa) esperienza…
In Italia, per esempio, il governo ha acquistato 24 milioni di dosi di vaccino, che ora non sa come smaltire né a chi rifilare, dal momento che l’inutile vaccinazione di massa è stata sconsigliata dagli stessi medici e snobbata dal personale sanitario. Germania (60 milioni di dosi), Francia (94 milioni!) e Gran Bretagna (90 milioni), sono però riuscite a fare di molto peggio.
L’Italia aveva preventivato l’acquisto di 48 milioni di dosi; metà dalla Sanofi Aventis (contratto poi annullato) e l’altra metà dal colosso svizzero NOVARTIS. 24 milioni di dosi per un costo complessivo di 180 milioni di euro. A condurre la trattativa, in termini riservati, è stato Fabrizio Oleari, direttore generale alla Prevenzione Sanitaria.
Peccato che la Novartis, tra ritardi e disguidi, abbia consegnato solo 10 milioni delle dosi acquistate dal ministero. Peccato che, stando al contratto (che potete leggere qui: Contratto NOVARTIS) controfirmato dall’intraprendete dott. Oleari, dovremmo pagare anche i restanti vaccini non ancora passati in produzione, insieme ad una simpatica sequenza di clausole capestro, tutte rigorosamente a favore di Novartis. Qualche esempio diretto?!?

(Art. 1) Novartis non è assolutamente obbligata a rispettare i termini di consegna previsti.

(Art. 3,3) Le scadenze nei confronti del Ministero della Salute, al contrario, sono invece imprescindibili: il Ministero ha tempo 90 giorni per ritirare i vaccini in dose.
Infatti, “Qualora il Ministero non ritiri il prodotto nel corso dei predetti 90 gg, il prodotto sarà considerato come respinto dal ministero e la proprietà del prodotto sarà attribuita a Novartis, che avrà facoltà di disporne come ritenga opportuno (…) compresa la vendita ad altri clienti senza obbligo di risarcire il Ministero.”

(Art. 4,1) Il Ministero è tenuto a pagare anche qualora il “prodotto” (cioè il vaccino!) sia inutilizzabile o “inidoneo allo scopo”.
“È da considerarsi esclusa ogni garanzia espressa, implicita, o di altra natura in relazione al Prodotto, ivi comprese eventuali garanzia di commerciabilità o idoneità”.

(Art. 4,3) Novartis declina inoltre ogni responsabilità circa lo stato di conservazione, confezionamento, efficacia, tossicità, dopo 10 giorni dalla consegna. Naturalmente, il Ministero resta obbligato al saldo.

(Art. 4,4) E guai a non pagare!
“Qualora il Ministero rifiuti senza giusta causa il Prodotto (o ne respinga la consegna) sarà obbligato a pagare immediatamente a Novartis il relativo prezzo in aggiunta alle spese di smaltimento sostenute da Novartis”.

I nostri preferiti restano però gli articoli 4.5; 4.6; 4.7 dove più si avverte il sublime tocco dell’azzeccagarbugli che strozza il cappone di turno, travestito da funzionario ministeriale.
(Art. 4,5) In caso di indesiderati effetti collaterali sui vaccinati, Novartis si impegna a risarcire i danneggiati.
(Art. 4,6) Novartis declina ogni responsabilità “in conseguenza di danni alle persone”, qualora non siano stati preventivamente contestati dei “difetti nella fabbricazione del Prodotto”. In tal caso, scattano le clausole dell’art. 4,3 col limite tassativo di 10 giorni dall’avvenuta consegna, per le rimostranza del ministero. Ergo, la Novartis, anche se ci scappa il morto, non paga proprio un cazzo! 
(Art. 4,7) Nell’incredibile caso riusciate però a trascinare in tribunale il mostro farmaceutico, la parte lesa “non dovrà accettare compromessi o accordi transattivi o intraprendere azioni sostanziali in relazioni a tali cause senza il previo consenso scritto della Parte Indennizzante”.
In pratica, per fare causa a Novartis, il danneggiato dovrà prima chiedere il permesso a… Novartis!
Inoltre,
“dovrà prestare la propria completa cooperazione e fornire alla Parte Indennizzante adeguata assistenza nel corso delle indagini e della gestione della causa”
E cioè, il mio legale (pagato da me) lavora per assistere gli avvocati della controparte.

Il vero capolavoro, il paradosso da teatro dell’assurdo, si raggiunge tuttavia con l’Art.8 e relativi commi:
Novartis declina ogni responsabilità per omessa consegna dei vaccini in caso di… pandemia!
Ogni commento è inutile.

Persino uno studente al primo anno di ragioneria storcerebbe il naso davanti ad un simile contratto… Forse sarebbe ora di mandare in pensione il dott. Fabrizio Oleari e decurtare la sua pensione a pagamento delle cazzate che è andato firmando.

 FREE INTERNET. Naturalmente, per i governi, certe notizie sarebbe meglio non divulgarle. Di sicuro, non ne parla un Minzolini nei suoi editoriali da cinegiornale Luce: troppo intento ad omaggiare la memoria de L’Esule di Hammamet” per far contenti i 400 e più ladroni al governo senza  Alì Babà. In compenso, perdi un Ghino di Tacco e trovi un Imperatore!
Per questo bisognerebbe azzittire internet, con un “maggior controllo della rete”… in nome della libertà, s’intende! I governi hanno smesso da tempo di temere i propri popoli. Fortunatamente, anche il ‘popolo’ ha smesso da tempo di dare credito alle panzane dei vari Gasparri, Bondi e Maroni (omen nomen). Gentaglia che di nuove tecnologie non capisce assolutamente il solito cazzo di nulla, eppur si ostina a metter lingua quando questa non è occupata altrove…

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A buon intenditor…

Posted in Muro del Pianto, Ossessioni Securitarie con i tag , , , , , , , , , , , , , , on gennaio 9, 2010 by Sendivogius

 
A Rosarno c’è una situazione difficile come in altre realtà, perchè in tutti questi anni c’è stata troppa tolleranza, senza fare nulla di efficace, che ha alimentato da una parte la criminalità e dall’altra ha generato una situazione di forte degrado

 (Roberto Maroni, Ministo dell’Interno)

 Un po’ come la ‘munnezza’ in Campania… Ricordate?
“Napoli, aveva un problema non stiamo a riparlarne, noi sappiamo quale”.
La Calabria pure… Fortuna che i maroni non mancano mai!
Ed è chiaro che, per l’Himmler padano prestato al Viminale, l’intollerabile problema che affligge il territorio calabrese siano i NEGRI.
Invece, non sembra destare alcuna preoccupazione nei Cattivik di governo la presenza, dominante nella regione, di una delle mafie più potenti del pianeta. La ‘Ndrangheta (così si chiama), notoriamente, è un’invenzione dei comunisti. Infatti, come tutti sanno, il vero problema sono le famigerate bande di negri che scorrazzano impunite per le amene contrade calabre, da sempre consacrate alla più stretta legalità finché non è giunta l’orda barbarica.
Sono i negri che controllano la grande criminalità. E negri sono i capi delle ‘ndrine locali.
Sono sempre i negri che condizionano il mercato degli appalti, organizzano le grandi truffe per accaparrarsi i finanziamenti pubblici, controllano il ‘voto di scambio’, impongono il pizzo alle poche attività autonome e impermeano col loro sistema criminale un intero tessuto economico.
Interamente composte da negri stranieri sono pure le cosche che gestiscono il traffico internazionale di stupefacenti, insieme al riciclaggio di denaro sporco (da oggi ancora più facile, grazie allo ‘scudo fiscale’ governativo).
Questi negri maledetti! Che per decenni hanno contaminato le coste calabresi con l’affondamento delle “navi dei veleni”, nella totale indifferenza di autorità e abitanti, tramite il lucroso smaltimento clandestino dei rifiuti tossico-radioattivi.
Negri sono pure i clan che organizzano rapimenti, eseguono omicidi, infettano il territorio con faide tribali che si consumano per decenni.
Sporchi NEGRI DI MERDA sono gli Strangio, i Mammoliti, i Piromalli, i Molè, i Tripodo, i Macrì, i Morabito, i Pelle, i Condello, i Bellocco… e gli oltre 150 gruppi criminali organizzati della regione a più alta densità mafiosa d’Italia.
Tuttavia, ciò che preoccupa il ministro Maroni ed i placidi abitanti di Rosarno (che di null’altro si preoccupano) sono i raccoglitori stagionali di origine africana. Sono, per l’appunto, i soliti ‘negri puzzolenti’… I nuovi Balotelli d’Italia! Gli alieni venuti dalla Luna…

Per quella sorta di entità criminofila chiamata “Stato italiano” è assolutamente normale ciò che avviene nelle campagne italiane, e non solo… È prassi comune che i braccianti agricoli vengano impiegati, rigorosamente al nero, nella raccolta stagionale da moderni negrieri che pagano loro 25 euro, per 12-14 ore di lavoro nei campi, incoraggiando con bastonate (quando la circostanza lo richiede) la produttività degli schiavi a giornata, e lesinando persino sull’acqua (mezzo litro al giorno). Inoltre, è cosa buona è giusta che i caporali che smistano il bestiame umano nei campi, pretendano ‘per il disturbo’ 5 euro da ogni lavorante.
Se poi qualcuno di questi animali bipedi si sente male, basta portarlo via e abbandonarlo a crepare da qualche parte lontano dal campo. Se qualcuno protesta, eliminalo! E che sia di lezione agli altri [qui].
Questo non preoccupa minimamente i vari maroni di governo… Non il Ministero del Welfare (per un popolo che non spiccica una parola di inglese ma ama i termini anglofoni). E meno che mai allerta gli ispettori degli “Uffici provinciali del lavoro”.
Certamente, gli standard di vita sub-umani e la grave situazione di sfruttamento illegale non interessano il Ministero delle Politiche sociali, quasi la cosa non lo riguardasse.
E tanto meno se ne sente coinvolta la Regione Calabria dell’incredibile governatore Loiero. Uno che per inviare saltuariamente un presidio mobile sanitario per normale (e doverosa) profilassi, montare qualche doccia da campo o svuotare un paio di cessi chimici, si aspetta forse di essere finanziato con qualche altro centinaio di milione di euro a fondo perduto.
Meno di tutti sembrano indignarsi i bravi abitanti di Rosarno e della Piana di Gioia Tauro, che invece non trovano niente di meglio che giocare al tiro a segno coi negri di ritorno dai campi. E guai se all’ennesima provocazione, che coincide con tentato omicidio, gli schiavi osano ribellarsi dando prova di un senso di comunità e di solidarietà collettiva, assolutamente sconosciuta da queste parti.
Rosarno, amministrazione sciolta per infiltrazione mafiosa, mica insorge contro lo strapotere della ‘ndrangheta. Noooo, sia mai! Presidia il territorio contro l’invasione dei negri, che si ribellano alla prepotenza dei picciotti affiliati alle cosche. E lo fa insieme ad Antonio Bellocco, compaesano benemerito e rampollo della ‘ndrina locale.
In fondo, sparare agli schiavi negri mica è reato! Dove sarebbe il problema?!?
Andate su un qualsiasi motore di ricerca; scrivete “omicidio a Rosarno” e fatevi una ‘cultura’… Oppure cliccate direttamente qui e gustatevi il resto del riepilogo. Su questo, specialmente a Rosarno, non hanno niente da dire… non risultano occupazioni del Municipio, o manifestazioni di pubblica condanna o blocchi stradali di protesta. No, i solerti cittadini di Rosarno e dintorni si fanno prendere dalle convulsioni securitarie solo quando il negraccio ingrato osa ribellarsi alla schiavitù, sfuggendo al naturale ordine delle gerarchie razziali.

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ACCADDE DOMANI

Posted in Risiko! con i tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on gennaio 4, 2010 by Sendivogius

  Con la lucida lungimiranza che da sempre ne contraddistingue gli affari esteri, gli Stati Uniti si preparano ad aprire l’ennesimo fronte di guerra, stavolta nello Yemen, con un perverso gusto per le ‘incompiute’ (Somalia, Iraq, Afghanistan) e la tendenza a scegliersi l’alleato peggiore nel posto sbagliato…
Come l’ennesimo “bombardamento chirurgico” riuscirà a cogliere di sorpresa i presunti terroristi accampati tra le pietraie yemenite, e debellare gli emuli di Al-Qaeda nella regione dell’Hadramout, è un segreto noto solo ai cervelloni dell’intelligence ed ai mastini del Pentagono. Infatti, con largo anticipo sul blitz, l’imminenza dell’attacco statunitense è ormai chiara anche al più ottuso tra i guerriglieri tribali, che quindi avrà tempo e modo di levare le tende, ben prima dello strombazzato arrivo del 7° Cavalleggeri giunto a castigare il cattivone di turno.
Senza essere un fulmine di guerra, chiunque abbia un minimo di conoscenza della sanguinosa ‘Arte’ sa che requisiti fondamentali per la riuscita di una operazione militare sono: Sorpresa; Velocità; Coordinamento.
Per neutralizzare l’effetto ‘sorpresa’ basta sintonizzarsi sulla CNN.
Sulla ‘velocità’ di attivazione, la gigantesca macchina da guerra americana ha i tempi di reazione e la visibilità di un brachiosauro. E dunque è prevedibile.
Sul ‘coordinamento’ invece ci si aspetterebbe una maggiore collaborazione tra agencies, impegnate piuttosto a nascondersi informazioni a vicenda.
Invece, a funzionare benissimo è la propaganda securitaria nella sua variante bellico-patriottica. Questo perché i governi in calo di consenso restano convinti che un popolo spaventato sia più docile all’obbedienza. Anche perché alla comprensione dei problemi e delle dinamiche geopolitiche si preferisce l’entusiasmo bambinone di una “superpotenza” che, sul campo, dalla Corea in poi, non vince più una guerra vera!
 Di sicuro, la ricca dose di “missili intelligenti”, e relativi collateral damages, contribuiranno moltissimo a rafforzare il regime yemenita, instillando commossi sentimenti di gratitudine nella popolazione, beneficiata in modo così esplosivo. Più che mai, il preannunciato raid riuscirà a prosciugare i consensi attorno alla propaganda wahabita, abbondantemente annaffiata dai petrodollari sauditi (ma di questo è meglio tacere), alla base del terrorismo jihadista.
Eppure, a volte, basterebbe poco capire che esistono vespai nei quali è d’obbligo muoversi con estrema cautela, ovvero non entrarvi affatto! Basterebbe fare tesoro delle esperienze passate… Cosa che per esempio non è avvenuta in Afghanistan: la scabrosa disfatta strategica da nascondere sotto il tappetino dell’informazione mediatica; la rachitica piantina morente da innaffiare di tanto in tanto con un po’ di retorica celebrativa. Che la missione in Afghanistan sia un fallimento è ormai evidente persino ai suoi più accesi fautori; per questo se ne parla il meno possibile. E ci si riferisce ad un Paese dove il tempo sembra trascorrere immutabile, in un ciclo perennemente avvitato su sé stesso. Cambiano i protagonisti, ma circostanze e problematiche restano invariate nel corso dei secoli, quasi fossero ascritte in un limbo atemporale. Tant’è che un osservatore dell’800 troverebbe poche differenze con la situazione attuale: 
 a) L’assenza di un governo centrale, abbastanza forte da accentrare su di sé i pieni poteri ed il controllo sui riottosi signori della guerra locali;
 b) Il conflitto endemico tra i vari gruppi etnici in un continuo attrito di forze contrapposte, secondo gli equilibri mutevoli di fragili alleanze siglate sulla necessità del momento… Gli Hazara sciiti, fieramente opposti agli Aimak sunniti. I Tagiki del Badakhshan. Gli Uzbeki e le popolazioni turcomanne del nord-ovest. L’etnia dominante dei Pashtun (o Afghan), che costituisce la maggioranza del Paese al quale dà il nome e che i coloniali britannici chiamavano “Phatan”.  
 c) La costante pressione destabilizzante verso la turbolenta Peshawar.
 d) Una ostilità endemica con l’Iran (Persia).
 e) La funzione strategica che l’Afghanistan ha rivestito, come ridotta di contenimento per l’espansionismo russo (zarista prima e sovietico poi) e per le ambizioni persiane. In quanto cuscinetto ideale a difesa dell’India, ha costituito la valvola di sfogo ideale, tramite interposizione di forze, per le tensioni imperiali delle grandi superpotenze: Impero Britannico nell’800 e USA nel ‘900 versus il gigante chiamato Russia. 
 f) I disastrosi fallimenti che hanno caratterizzato ogni tentativo di invasione e di occupazione diretta del territorio.

Un illustre precedente
 Sorvolando sulla disfatta sovietica negli anni ‘80, durante il XIX sec. i britannici si impegnarono in Afghanistan in tre distinte campagne di guerra, a distanza di 40 anni l’una dall’altra: 1839-1842; 1879-1880; 1919. Evidentemente, le esperienze passate (e gli errori) hanno insegnato poco…
Particolarmente sfortunata è la prima guerra anglo-afgana, che comportò la distruzione di un intero corpo d’armata coloniale durante una disastrosa ritirata: 6 reggimenti di fanteria, in massima parte fucilieri indigeni del Bengala; un reggimento di cavalleggeri ed un altro di artiglieria ippotrainata.
Fu una disfatta che per molti versi ricorda quella subita dalle legioni romane di Publio Quintilio Varo nella selva di Teutoburgo (9 d.C.).
Riportiamo le fasi salienti dell’episodio nella prosa scorrevole e accattivante di Stefano Malatesta, nella sua opera dedicata all’avventurosa vita del generale borbonico Paolo Avitabile.
Si tratta di una lettura assai evocativa… 

   Una gelida mattina del gennaio 1842, regnando graziosamente la regina Vittoria non ancora imperatrice, un ufficiale medico dell’esercito coloniale inglese, di nome Brydon, comparve stremato alla porta principale di Jalalabad, un forte dell’Afghanistan vicino alla frontiera indiana, lungo la pista tra Kabul e il Khyber Pass. Fino a pochi minuti prima lui stesso aveva creduto di non potercela mai fare. Inseguito tra le alture coperte di neve da un gruppo di cavalieri afghani e oramai quasi circondato, aveva già spezzato la sciabola perché non finisse intatta nelle mani di chi l’avrebbe tra poco sgozzato senza pietà, come aveva visto fare innumerevoli volte durante quella spaventosa ritirata da Kabul, fossero donne, uomini o bambini. Improvvisamente gli afghani erano spariti e nello stesso tempo l’ufficiale medico si era trovato di fronte le mura di fango di Jalalabad, dove sventolava la Union Jack. Aveva allora raggiunto lentamente il forte senza sapere ancora di essere l’unico superstite di una delle più umilianti sconfitte che avessero mai subito le truppe britanniche, avviate a conquistare un glorioso, ma effimero impero.
(…) Tutto era cominciato nel 1839 con l’occupazione di Kabul, allora come adesso circondata da un altopiano inospitale e privo di vegetazione, abitata da una popolazione di cui si sapeva poco, e quel poco doveva bastare per tenersi alla larga. Gli afghani potevano essere vivaci, coraggiosi, persino amichevoli, ma una tradizione consolidata li presentava come di animo estremamente mutevole, pronti a trasformarsi in bande assai temibili di traditori e assassini. Non solo odiavano qualsiasi straniero osasse mettere piede nel paese, per una ragione o per l’altra, ma erano incessantemente in guerra tra loro, uno dei popoli più naturalmente portati a cercare e a trovare nel combattimento la soluzione di tutti i problemi.
La divisione in grandi clan tribali, i Durrani, i Ghilzai, i Barakzai, con i loro usi, costumi, lealtà particolari, che venivano in parte ereditati dagli innumerevoli sotto clan, a loro volta divisi tra loro, pronti ad allearsi come a diventare nemici per molto poco, rendevano l’Afghanistan un paese estremamente difficile da capire e assolutamente impossibile da governare. Già allora la sua fama era tale che quando arrivò a Londra la notizia, quattro o cinque mesi più tardi, che
Lord Auckland, governatore generale dell’India, aveva mandato una spedizione a Kabul, una parte dell’establishment, quella più informata della situazione nel lontano oriente come i direttori della East India Company, aveva commentato che entrare in Afghanistan poteva essere facile, uscirne vivi sarebbe stato molto più difficile. Ma Palmerston, ministro degli Esteri del governo Wigh, aveva appoggiato l’iniziativa, come faceva sempre quando c’era da tenere alto l’onore britannico servendosi dei cannoni. Anche perché Auckland si era mosso dopo aver saputo della presenza di inviati russi alla corte del re afghano Dost Mohammed, che apparteneva all’ultima tra le otto casate reali alternatesi in mezzo secolo: erano le prime avvisaglie di un magno confronto imperiale, The Great Game o il Grande Gioco, (come sanno tutti quelli che hanno letto Kim di Kipling) paradossalmente basato su falsi presupposti, ma che terrà desta e pronta a intervenire l’Inghilterra durante tutto l’Ottocento.
È quasi impossibile rendersi conto oggi della paranoia che attraversava l’opinione pubblica inglese e i circoli governativi ad ogni mossa nei russi in Asia. Dai primi del Settecento l’impero degli zar non aveva fatto che espandersi dagli Urali verso Oriente e ora gli inglesi cominciavano a temere per l’India, l’inestimabile gioiello senza il quale le colonie britanniche erano solo dei litorali selvaggi, come pezzi gettati alla rinfusa di un mosaico privato nel motivo centrale. Di volta in volta la Persia, l’Egitto, la Turchia, persino i Balcani erano stati considerati dagli strateghi di Londra come la chiave per il loro amato possedimento e più tardi e a lungo anche la frontiera montagnosa del Nord-Ovest, che si rivelerà assolutamente invalicabile da eserciti.
Ma il primo, se non il più classico Great Game verrà giocato tutto nell’Afghanistan, che nell’ottica della geopolitica britannica doveva avere un ruolo di Stato cuscinetto. Poi, nel 1837, un agente inglese era stato a Kabul e aveva trovato conferma della presenza dei russi, e anche se nessuno sapeva cosa erano venuti a fare, i coloniali britannici erano entrati in fibrillazione, immaginando gli squadroni della cavalleria cosacca risalire al galoppo il Khyber Pass. Passando le informazioni agli uffici governativi di Simla, dove il governatore generale andava a risiedere durante l’estate, trasferendosi dalla bollente Calcutta alle alture pre-himalayane, l’agente aveva raccomandato di considerare Dost, con tutti i suoi possibili flirt con i russi, come un potenziale alleato e un personaggio ragguardevole. Auckland lo riteneva invece un uomo assolutamente infido e dando l’ordine a 9500 soldati della Corona e della East Indian Company di marciare su Kabul, aveva anche spedito un sostituto alla poltrona regale,
Shah Shuja, un elegante vegliardo totalmente inetto, famoso unicamente per essere stato il proprietario del diamante Koh-i-nor, la Montagna di Luce, che oggi riposa negli scrigni del tesoro reale inglese. Shuja si era portato dietro circa seimila sepoys e un paio di squadroni di autentici predoni, gli “Yellow Boys”, che insieme con gli altri formavano quella che pomposamente venne chiamata “L’Armata dell’Indo”.
Come operazione militare, l’invasione si rivelò un pieno successo. Presi di sorpresa gli afghani tardarono a reagire e la più minacciosa fortezza di tutto il paese, Gazhni, fu catturata con un abile e coraggioso colpo di mano di un ufficiale,
Henry Durant, uno degli eroi prototipi dell’epopea coloniale, come Gordon nel Sudan, il tenente Manners Smith tra i Dardi del Karakorum, i soldati sopravvissuti all’attacco dei battaglioni zulù a Rorke’s Drift, tutti decorati con la Victoria Cross. Dost era fuggito, andando a mettersi incautamente nelle mani dell’emiro pazzo di Buchara, l’aveva poi scampata, rientrando in Afghanistan alla testa di un contingente di irriducibili, ma per ragioni che non sono mai state spiegate con chiarezza, e meno di tutti dagli afghani, si era arreso agli inglesi ed era stato mandato in India sotto scorta. Così i rappresentanti di Lord Auckland, dopo aver trasformato il paese in un protettorato britannico, si erano assicurati con un trattato firmato da Shuja appena salito al trono la permanenza per un tempo indefinito delle truppe anglo-indiani, sicuri di costringere i riottosi guerrieri tribali a cooperare alternando la minaccia di usare la forza alla corruzione dei capi tribù. Questa sicurezza era solo un’illusione, derivata dalla non conoscenza dell’indole degli afgani. Intanto alcuni gruppi, come i fondamentalisti islamici chiamati Ghazi, e gli uomini della tribù Ghilzai, che controllavano i principali passi di montagna per l’India, non avevano mai accettato la presenza occidentale e continuavano a muoversi in modo turbolento. Ma anche degli altri apparentemente sottomessi c’era pochissimo da fidarsi, considerando che la simulazione aveva sempre avuto nei costumi tribali uno status paragonabile a quello del coraggio.
A questo punto ci furono due errori di Auckland, uomo di intelligenza modesta e di scarsa immaginazione: pensando che non fosse più necessario mantenere tanti soldati accampati scomodamente intorno d Kabul, aveva fatto ritirare oltre il Khyber buona parte della truppa, lasciando una divisione di fanteria, un reggimento di cavalleria e una batteria di cannoni. E al posto del
generale Keane, il comandante dell’armata che si era mosso con abilità tra le montagne afghane e che ora rientrava anche lui in India, aveva nominato una nullità paragonabile a quell’altra nullità che era il re: il maggior-generale William Elphinstone, un imbambolato reduce di Waterloo, indeciso a tutto. Nessuno di questi ultimi due si era reso conto di quanto il protettorato inglese rendesse furibondi tutti gli afghani, e che il loro intuito politico fosse vicino allo zero fu chiaro quando il linciaggio del residente britannico da parte di una folla inferocita li colse completamente impreparati.

[Ad essere fatti a pezzi furono il capitano Alexander Burnes ed il suo attendente William Broadfoot, entrambi trucidati insieme alla loro piccola scorta indiana. A.Burnes era uno scozzese entrato giovanissimo nella Compagnia delle Indie Orientali. Avventuriero, esploratore, poliglotta, interprete, è uno dei primissimi occidentali a visitare in incognito Kabul e la città di Bukhara dominata con pugno di ferro dal sanguinario emiro Nasrallah. È Burnes l’agente infiltrato in territorio afgano. È sempre lui che si preoccupa della logistica e dei contatti diplomatici, dopo aver invano caldeggiato il sostegno a Dost Mohammed, presso l’ottuso lord Auckland.]

Quasi di colpo, tutto quello che sembrava andare favorevolmente, ora aveva preso un andamento negativo, tra fatti grandi e fatti piccoli, tra i quali si contavano una caduta da cavallo di Elphinstone, diventato ancora più indeciso e anche un po’ suonato, e l’arrivo sulla scena di un formidabile leader della rivolta, Akhbar Khan, il figlio di Dost.
Alla fine del 1841 la situazione era tale per cui le truppe di occupazione, fino a poche settimane prima sicure di controllare gli irriducibili guerriglieri delle montagne, ora si sentivano assediate e non pensavano che andarsene via da quell’orribile paese. Volevano solo la garanzia di non venire ammazzati come cani infedeli lungo la strada di ritorno e una deputazione guidata dal rappresentante del governatore generale andò a chiederla a Akhbar, che aspettava vicino Ghazi. Come risposta e perché non ci fossero equivoci sulla fine prevista per tutti, i componenti della deputazione furono sgozzati e l’Inviato – questo era il suo titolo – ucciso dallo stesso Akhbar.

[È il baronetto William Hay Macnaghten, l’agente politico che aveva convinto il governatore britannico a sostenere le pretese al trono del debole Shuja. Tra le altre cose, sir Macnaghten era il diretto superiore di Burnes, che già aveva provveduto a fare una pessima fine.]

Il 6 gennaio del 1842 quello che rimaneva dell’Armata dell’Indo cominciò la ritirata, la più tremenda della storia militare inglese. La colonna, sparpagliata per una lunghezza di una quindicina di chilometri e composta di oltre sedicimila profughi di cui settecento europei e quasi quattromila soldati indiani, sarebbe stata al sicuro a Jalalabad, distante solo centocinquanta chilometri. Ma era inverno, la strada saliva fino a passi ricoperti di neve e sulle montagne erano in agguato trentamila afghani che cominciarono ad attaccare a piccoli gruppi, come animali da preda. I primi ad essere eliminati furono tutti quelli incapaci di difendersi, la parte più debole della massa fluttuante che seguiva ovunque l’esercito inglese. I resoconti dell’epoca parlano di centinaia di donne indiane spogliate, violentate e sgozzate, i cui corpi venivano lasciati a imputridire lungo la pista. Poi fu la volta dei servi – ogni ufficiale inglese ne aveva da sei a dieci a disposizione – dei portatori semplici e di quelli che trasportavano l’acqua, dei maniscalchi, dei sellai, dei fabbri, dei sarti, degli uomini che pulivano gli ottoni, o che tiravano su le tende, dei cuochi e degli stallieri, dei pastori e dei macellai: tutta l’infinita varietà dei lavoratori che stavano alle dipendenze dell’esercito più viziato che ci fosse, a partire dal tenente in su. Furono massacrati inesorabilmente. I loro padroni non fecero una fine migliore. La ritirata durò sei giorni e durante questo tempo andarono avanti trattative che si risolvevano in altre trappole e altri tradimenti, consumati con gusto dagli afghani, che non vedevano nulla di disonorevole nel non tenere fede alla parola data a un nemico. Disonorevole sarebbe stato non essere riusciti a ucciderlo.
Convocato al comando di Akhbar, il generale Elphinstone venne trattenuto come ostaggio e non se ne seppe più nulla. Un gruppo di soldati inglesi che era riuscito miracolosamente a raggiungere un paese a venticinque chilometri da Jalalabad, fu ospitato con segni di amicizia dai paesani e trucidato di notte.

[Sono i soldati inglesi del 44° Rgt dell’Essex. O meglio, è ciò che ne rimane: 20 ufficiali ed una cinquantina di fanti (sui 670 unità alla partenza). Arrivati a Gandamak, gli inglesi vengono totalmente sopraffatti. Si salvano in 4.]

Qualche giorno più tardi al forte inglese arrivò un lugubre omaggio mandato da Akhbar: era il corpo del povero Elphinstone, avvolto in erbe aromatiche e seguito dal suo valletto, risparmiato per poter accompagnare il comandante inglese nell’ultimo viaggio di ritorno. Degli altri protagonisti della vicenda, il re burattino Shuja fu naturalmente eliminato, ma anche Akhbar morì qualche anno più tardi, probabilmente avvelenato.
Lord Auckland, dopo aver scritto che la catastrofe era stata per lui totalmente incomprensibile, invece di passare il resto dei suoi giorni a meditare delle umane sorti in qualche villa del Surrey, diventò Primo Lord dell’Ammiragliato: una di quelle eccentricità di cui gli inglesi sono stati maestri. Le forze britanniche ritornarono in Afghanistan l’anno successivo, facendo saltare il bazaar di Kabul come inutile intimidazione, perché non riuscirono mai a normalizzare, come si dice, la regione e quarant’anni più tardi furono trascinati in un’altra guerra.”

  STEFANO MALATESTA
  “Il napoletano che domò gli afgani”
  Neri Pozza Editore;
  Vicenza 2002

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(10) Cazzata o Stronzata?

Posted in Zì Baldone con i tag , , , , , , , , , , , on dicembre 30, 2009 by Sendivogius

 

  Si chiude dunque lo squallido 2009. È un anno che  in pochi  rimpiangeranno; fatto di crisi, disoccupazione cronica, disgregazione sociale, promesse non mantenute, vertici inconcludenti, problemi insoluti e destinati a trascinarsi nel tempo… A noi, naturalmente, tutto ciò non riguarda.
In questo Dicembre, consacrato all’Amore Universale, una colata di miele in eccesso di zuccheri si è riversata in abbondanza nel consueto letamaio della politica nostrana. Il risultato è un orrido pastone, più indigeribile del solito, tra proclami di fratellanza ed inviti alla moderazione in nome della perdonanza imperiale.
È un profluvio di lacrime e buoni sentimenti, coagulati intorno al sangre real del Redentore di Arcore, mentre i suoi mastini legati alla catena provano ad intonare improvvisati canti natalizi…
Dal suo mistico ritiro per le incredibili ferite riportate, il martire vivente mostra le piaghe dell’Eletto tra le bende che, come la sindone, ne nettano il sacro volto: un incrocio tra Darkman e la Mummia. Nell’infinita magnanimità dell’Unto, il Damiens di Milano verrà perdonato ma anche punito sì, con raccomandabile severità.
Con una simile overdose di stronzate buoniste sotto glassa ed incredibili ipocrisie più che interessate, si rischiava quasi di sottovalutare il resto delle minchiate che, copiose, hanno affollato anche questo mese…

 

 

01.  IL PROFUMO DELL’OTTIMISMO

[01 Dic.]  «La crisi economica si sta trasferendo sulla disoccupazione. Il dato tuttavia è molto meglio della media europea e degli altri Paesi»
  (Claudio Scajola, Atomic Man)

 

02.  AMBIENTE? NO GRAZIE!

[18 Dic.]  « Storico accordo con Cina, India, Brasile e Sudafrica. Non è sufficiente per combattere il cambiamento climatico, ma si tratta di un importante primo passo. Nessuna nazione è interamente soddisfatta con tutte le parti dell’accordo. Ma questo è un significativo e storico passo avanti, è una base sulla quale costruire ulteriori progressi (…) Il mondo accetti anche un’intesa non perfetta»
  (Barack Obama, bolla di sapone)

 

03.  IL BUON PADRE

[17 Dic.]  «Si leggono dei veri e propri inni all’istigazione alla violenza. Negli anni 70, che pure furono pericolosi, non c’erano questi momenti aggregativi, che ci sono su questi siti. Così si rischia di autoalimentare l’odio che alligna in alcune frange»
  (Renato Schifani, l’esperto informatico)

 

04.  CUIUS REGIO EIUS RELIGIO

[23 Dic.]  «I valori cristiani testimoniati dal pontefice sono sempre presenti nell’azione di governo da me presieduto, che adotterà tutte le misure necessarie per garantire la serenità e la pace sociale»
  (S.Berlusconi, l’Uomo della Provvidenza)

 

05.  L’ANOMALIA

[10 Dic.]  «In Italia succede un fatto particolare di transizione a cui dobbiamo rimediare: la sovranità, dice la Costituzione, appartiene al popolo e il Parlamento fa le leggi, ma se queste non piacciono al partito dei giudici questo si rivolge alla Corte Costituzionale e la abroga la legge»
  (S.Berlusconi, l’ago della bilancia)

 

06.   I SILENTI ONNIPRESENTI

[09 Dic.]  «Lavorando di più in Procura e senza le luci delle telecamere si arresta qualche latitante in più, quindi con qualche convegno in meno e qualche latitante in più si fa il bene del Paese»
  (Angelino Alfano, il Benefattore)

 

07.   BONAIUTI SHOW (I): Estrazioni del Lotto

[29 Dic.]  « Per quanto riguarda la giustizia c’è un distinguo da fare: non siamo di fronte a leggi ad personam ma di fronte a una giustizia ad personam nei confronti di Berlusconi. Lo testimoniano i 789 pm e giudici che lo hanno indagato e coinvolto in 2500 udienze. Questa non e’ una giustizia giusta è una giustizia ad uso politico»
  (Paolo Bonaiuti, Ventriloquo del Re)

 

08.  BONAIUTI SHOW (II): Orgoglio nazionale, modello criminale

[29 Dic.]  «Lo scudo fiscale ha portato un grande risultato, soldi che rientrano in circolo nel nostro Paese per la difesa dei posti di lavoro esistenti e per la creazione di nuovi. Mi dispiace che la sinistra strabica non abbia voluto vedere quanto era utile questo procedimento proprio a favore dei più deboli»
 (Paolo Bonaiuti, il Tutelante)

 

09.  L’INCOMPRESO

[23 Dic.]  «A volte si ha l’impressione che più che di informare si abbia l’obiettivo di condizionare il nostro partito. Forse non è piaciuto l’esito del congresso. Forse qualcuno pensa che si debba scardinare la maggioranza che lo ha vinto, isolando D’Alema e condizionando Bersani. Sono intenti politici. È incredibile perseguirli distorcendo le informazioni e lanciando accuse calunniose e indimostrate. Quali sarebbero, in tutti questi anni, gli accordi sottobanco che avremmo fatto con Berlusconi? Sarei curioso di sentire l’elenco»
  (Massimo D’Alema, il ‘rosso’ Calimero)

 

10.  CI ERAVAMO TANTO AMATI

[24 Dic.]  «Se l’Udc sta con noi, trionfiamo. Diversamente, ci ammazzeremmo tutti. Quanto a Vendola, è un traditore! Al congresso del Pd avrebbe dovuto lavorare per sostenermi e farmi avere la meglio quando celebrammo le primarie. Perchè se fossi rimasto segretario del partito, com’era dal 2007, Nichi sicuramente sarebbe stato il candidato di tutto il centrosinistra. Senza l’Udc. Ma a quel punto, sarei bastato io al posto dell’Udc per attirare le preferenze dei moderati»
  (Michele Emiliano, fratello coltello)

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PATTO DI PACIFICAZIONE

Posted in A volte ritornano con i tag , , , , , , , , , on dicembre 22, 2009 by Sendivogius


A Natale puoi
fare quello che non puoi fare mai:
(…)
È Natale e a Natale si può fare di più,
è Natale e a Natale si può amare di più,
è Natale e a Natale si può fare di più
per NOI

  Immancabile come un raffreddore stagionale, inevitabile come i conguagli delle bollette, ti scalda le viscere con la piacevole consistenza di un clistere.
È difficile immaginare le indicibili privazioni alle quali vengono sottoposti i grassi bimbi ariani che, liberi solo a Natale, puntualmente ti propinano un’orgia catodica di panettoni e zuccherosi sentimentalismi a buon mercato (reali quanto la neve artificiale sopra un presepe in cartapesta) nell’adescamento di consumatori compulsivi.
Quest’anno, la stucchevole ipocrisia delle atmosfere natilizie sembra aver contagiato anche i rissosi inquilini di Casa Montecitorio, convertiti al verbo dell’amore evangelico sull’altare delle riforme a soggetto. Un’annoiata sazietà pervade il lettore smaliziato che abbia sfogliato i quotidiani dell’ultima settimana: tra profusioni di devozione incondizionata al Re Pescatore, offeso nel suo ritiro; dissociazioni e obiezioni con premessa solidale; nuovi mistici dell’Amore universale conto i guerrieri dell’odio, per il reciproco rispetto e comune legittimazione. Inutile e persino ripetitivo ripercorrere le tappe e le incongruenze di tanti fumosi afflati pervasi da vaporosi sensi…

AMARCORD
C’era una volta un misericordioso Unto che si immolò per salvare l’Italia dai comunisti e dall’apocalisse bolscevica.
Peccato che nell’accezione berlusconiana, “comunista” costituisca una categoria onnicomprensiva nella quale rientrano a forza tutti coloro che in qualche modo esprimano una qualsiasi forma di dissenso nei confronti dell’Unico e Solo; ovvero osino contestare le decisioni del dio vivente. Siano essi comuni mortali, organismi istituzionali, premi Nobel, o “elite di merda”. E questo può essere un problema, giacché per il Ghandi di Arcore, “il comunista” non dovrebbe avere cittadinanza. Coerentemente è “l’anti-italiano” per eccellenza. Come incarnazione del Male, è fuori dal consesso civile e come tale dovrebbe essere sradicato o, quanto meno, messo in condizione di non nuocere. E l’intero Paese andrebbe spurgato dall’immondo contagio che l’ha infettato in parte: dalle arti, alla cultura; dalle Istituzioni alla Costituzione repubblicana (giudicata “sovietica”). La grande democraticità del Cavaliere Nero consiste nel non passare per le armi la categoria, come invece avveniva nella più pratica Argentina.
Le elezioni sono una prova ordalica, in cui si manifesta il potere di Dio: una scelta di civiltà, affinché “il Bene prevalga sul Male”. Se proprio non vuoi schierarti dalla parte del “Popolo della Libertà e del Buon Governo” nella migliore delle ipotesi sei un “coglione”.
Non esistono alternative possibili! «Se la sinistra andasse al governo l’esito sarebbe questo: miseria, terrore, morte. Così come avviene ovunque governi il comunismo». In base ad una equazione per la quale i due termini sono sinonimi inscindibili.
Quando ciò malauguratamente avviene, non può essere che attraverso la manipolazione del risultato elettorale. È il partito dell’Amore contrapposto alla “politica dell’odio”: contro i “brogli della sinistra”; contro Prodi, un vecchio boiardo democristiano accusato di essere una spia del KGB (con tanto di commissione di inchiesta parlamentare)… E molto altro ancora si potrebbe raccontare…

In virtù di siffatte e reiterate profusioni d’amore, con lo spirito del Natale sotto l’alberello prende forma l’idea di un nuovo “Patto di pacificazione nazionale” tra Pdl e UdC e PD, per isolare i “giustizialisti” di casa democratica e gli “eversori” della IdV. E sempre in nome dell’Amore che pervade gli animi e riempie i cuori dei vari Cicchitto, Quagliarello & Co. garantire l’impunità assoluta al bodhisattva della Brianza. Infine cancellare, col muto avvallo delle opposizioni più “responsabili”, ciò che rimane dello Stato di diritto.
Qualcosa di molto simile avvenne nel 1921.
Cambiano i soggetti politici, ma la sostanza che ne ispira la filosofia è la stessa…
Il 23 Luglio 1921 il cavalier Benito Mussolini dichiara di essere favorevole ad una ‘pacificazione’ tra fascisti, socialisti riformisti e cattolici del Partito Popolare, per isolare le frange ‘eversive’ in seno alla società.
Il 3 Agosto 1921 il “Patto di Pacificazione” viene siglato ufficialmente, tra socialisti e fascisti, con la mediazione del Presidente della Camera. Non aderiscono i Popolari, i Repubblicani ed i comunisti. Soprattutto, al Patto si oppongono con ferocia i caporioni fascisti delle zone padane e delle provincie settentrionali, che non riconoscendo alcuna tregua intensificheranno indisturbati i loro raid.
All’atto pratico, il patto di pacificazione permise a governo e fascisti dapprima di isolare politicamente e poi distruggere le formazioni di autodifesa contro le violenze squadriste, di spezzare ogni tentativo di fronte unitario da parte delle opposizioni, cancellare le forze popolari estranee alla logica dei partiti, e preparare indisturbati la successiva ‘Marcia su Roma’. Il seguito è noto…
Perciò, a dispetto di patti, baci e abbracci, a noi il Natale (e pure il resto dell’anno) piace festeggiarlo così…

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