Le stelle sono tante

Posted in Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , , , , , on ottobre 24, 2014 by Sendivogius

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Nell’infinità dello spazio profondo, le stelle si contano a milioni…
Esattamente come i ‘coglioni’. E nell’universo pentastellato questi ultimi non mancano proprio mai.
Alessandro Di Battista Dopo il Dibba che pensa di “elevare ad interlocutore” il terrorista che si carica di esplosivo e si fa esplodere in Manlio Di Stefanometropolitana, Manlio Di Stefano che considera i massacratori dell’ISIS un “fenomeno da approfondire con calma e rispetto”, non poteva certo mancare all’appello un’altra punta di diamante del notorio moVimento come Carlo Sibilia: il glande a completamento dei due didimi.
SibiliaTutti e tre insieme sono le supernovae della galassia a cinque stelle; incommensurabili nei livelli di minchioneria esibita e per questo completamente fuori scala.
Di tutte le panzane in circolazione, le menate complottarde e le boiate più assurde, Sibilia è una ‘garanzia’: non si fa mancare nulla!
Signoraggio bancario, il finto sbarco sulla Luna (con scenografia allestita da Kubrick), il falso 11 Settembre organizzato dalla CIA (e gli “agenti sionisti” del Mossad, no?!?), le scie chimiche… Più grossa è la stronzata e più potete esser certi che Sibilia ci crederà!
CoglionazzoTra un complotto del Bilderberg ed una cospirazione degli Illuminati, passando per la Trilateral, bisognerebbe accostarsi con prudenza e gentilezza a Carletto O’pazzariello e provare a spiegargli che, per nostra somma sventura e ludibrio, lui è comunque un deputato del Parlamento della Repubblica. E questo nonostante abbia l’intelligenza di un criceto leucotomizzato, ma con una conoscenza della Carta costituzionale di gran lunga inferiore a quella del puccioso roditore.
Ed io posso ben capire che sei un coglioneNel suo ruolo di parlamentare, si è cimentato in leggi fondamentali come il matrimonio tra specie diverse, purché “consenzienti”, esibendosi in altre buffonate come il Restitution Day: l’evento più rivoluzionario dagli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Noterete che gli imbecilli usano sempre l’inglese, per dire cose che potevano benissimo esprimere in italiano. O forse è meglio di no.
Incidentalmente, Carlo Sibilia è anche lui un “onorevole”. E perciò, a tutti gli effetti (collaterali), lo si deve considerare a pieno titolo un “politico”. Che poi Sibilia di ‘politica’ non capisca assolutamente un caxxo e viva perennemente connesso nel mondo fantastico di Adam Kadmon, è un altro discorso.
I Misteri di KadmonOra, in virtù del non-ragionamento di Sibilia, se “sparare ai politici” non è un reato, abbattere un Sibilia in quanto politico sarebbe solo l’atto legittimo di “qualcuno che ha ritrovato la ragione”..!!
Spiegare l’aberrante assurdità di un simile sillogismo (“sparare ai politici” e non certo cacciare Sibilia via dal parlamento) è inutile. Innanzitutto perché siamo certi che Sibilia, oltre a non avere la più pallida idea di cosa sia la Logica aristotelica, non ne capirebbe mai il funzionamento. Per questo ci vorrebbe un miracolo e un cervello disponibile.

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La Nevrosi del Convertito

Posted in Kulturkampf, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on ottobre 23, 2014 by Sendivogius

Irshad Manji

Per quanto il fenomeno rientri tra gli effetti collaterali di ogni proselitismo religioso, lo zelo esibito e fanatico del neofita, integralizzato nei fondamenti assoluti della sua nuova fede, da solo non basta a spiegare i fatti di Ottawa, o gli exploit fai-da-te del monomaniaco lobotomizzato a colpi di tecno-jihad.
Explain the DifferenceIn realtà, la religione (qualunque essa sia) non costituisce mai un fine, ma è sempre il mezzo col quale gli psicotici danno libero sfogo alle loro Gli Isl'Amici e la Democraziafrustrazioni. Che poi sia una certa interpretazione dell’Islam, degenerato in perversione della mente, ad alimentare le turbe ossessive del momento, questa rappresenta soltanto un riflesso del degrado dei tempi. E ciò avviene soprattutto dinanzi al proliferare di disadattati sociali, variamente disturbati, neo-convertiti alla religione della pace: a mal vedere, l’unica che fa della guerra santa un atto fondante del proprio culto, inserendola nei doveri religiosi del ‘vero’ credente.

islamic-radicalsSobria manifestazione di Isl’Amici, perfettamente integrati nei paesi europei cha hanno l’indubbio piacere di ospitarne la presenza

Nei casi patologicamente più aggravati, sono quelli che per dimostrare quant’è profondo il rapporto coi “fratelli” acquisiti in Allah rinnegano ogni Gli Isl'Amici e la Democrazia (1)legame con la propria vita precedente, rigettata come “impura”. E che magari si sentono in dovere di immolarsi pubblicamente in azioni suicide, in modo da entrare nell’agognato mondo dei morti della Janna e poter così giacere ogni notte con dozzine di compiacenti fanciulle dagli occhi neri (le Urì), che riacquisiscono la verginità al termine di ogni amplesso, per tornare ad essere nuovamente deflorate (un tormento!) dall’ingrifato mujaheddin trapassato a miglior vita.

Life after Beth

E per questo smaniano per aggregarsi alle orde barbute dell’Isis, ed essere ricordati come martire del giorno tra gli isl’amici, reputando un preciso atto di devozione schiavizzare le donne dei nemici abbattuti, brutalizzare le popolazioni asservite, lapidare le adultere o scannare i prigionieri, per piacere a dio.
Siria - Vita quotidiana a RaqqaPer descrivere lo stato di dissonanza cognitiva, che contraddistingue un simile stato di alterazione compulsiva, in una delle sue opere più famose (pubblicata nel 1998), Naipaul parlava di “nevrosi primaria del convertito”.

Fedeli a Oltranza  «L’Islam è originariamente una religione araba; tutti i musulmani non arabi sono convertiti.
L’Islam non è solamente una questione di coscienza o di fede personale: ha aspirazioni imperialistiche. Il convertito cambia la sua visione del mondo, perché i luoghi santi sono in terra araba, perché la lingua sacra è l’arabo. Cambia pure la sua idea della storia: il convertito rinuncia alla propria e diventa, che gli piaccia o no, parte della storia araba. Quindi deve voltare le spalle a tutto ciò che gli è proprio. Lo sconvolgimento sociale che ne deriva è enorme e può protrarsi anche per mille anni, mentre l’atto di “voltare le spalle” deve essere ripetuto in continuazione. Di conseguenza gli uomini si creano immagini fantasiose di chi sono e cosa sono e nell’Islam dei paesi convertiti si insinua un elemento di nevrosi e di nichilismo. Da qui la facilità di tali paesi a infiammarsi.
[...] Può anche darsi che le grandi conversioni, delle nazioni o delle culture…. avvengano quando gli uomini non hanno più un’idea di sé, e non hanno i mezzi per capire e recuperare il passato. La crudeltà del fondamentalismo islamico è che permette solo a un popolo – gli arabi, il popolo originario del Profeta – di avere un passato e luoghi sacri, pellegrinaggi e onoranze alla terra. Questi luoghi sacri arabi diventano i luoghi sacri di tutti i popoli convertiti. I convertiti devono sbarazzarsi del proprio passato; a loro non si chiede altro che una fede purissima (se è mai possibile una cosa simile): Islam, sottomissione. La forma più intransigente di imperialismo

  V.S. Naipaul
FEDELI A OLTRANZA.
  Un viaggio tra i popoli convertiti all’Islam
Adelphi (Milano, 2001)

Naipaul Sir Vidiadhar Surajprasad Naipaul (questo il suo nome per intero!), “baronetto” di sua Maestà britannica (1990), Premio Nobel per la letteratura nel 2001, e un carattere impossibile, rientra a pieno titoli negli scrittori che si apprezzano per le proprie Luttwakopere (a noi capita la stesso con E.N.Luttwak), ma che mai si vorrebbero frequentare di persona.
Arrogante, indisponente, provocatoriamente altezzoso, sessista, insopportabile misantropo e rabbioso misogino, ma anche scrittore raffinatissimo e personaggio sofisticato, Naipaul è quanto di più prossimo alle parole che il regista Giuseppe Tornatore fa pronunciare ad Onoff/Depardieu, in uno dei suoi film più riusciti:

Una pura formalità«Non bisognerebbe mai incontrare i propri miti. Visti da vicino ti accorgi che hanno i foruncoli. Rischi di scoprire che le grandi opere che ti hanno fatto sognare tanto le hanno pensate stando seduti sul cesso, aspettando una scarica di diarrea

“Una pura formalità”
(1994)

Nonostante i difetti, Naipaul è una sorta di anemometro del vento fondamentalista, che ha saputo misurare con ampio anticipo, cogliendone la pressione laddove le correnti erano più forti ed il fenomeno meno investigato, nel sostanziale disinteresse di un Occidente, che evidentemente si reputava immune alla perturbazione integralista.
Gli Isl'Amici e la Democrazia (2)L’opera si struttura in quattro parti: Indonesia; Iran; Pakistan; Malesia. A suo modo, e con piglio quasi etnografico, Naipaul è tra i primi a mettere in luce il fuoco interiore che sembrano contraddistinguere società diverse, dalla struttura ancora feudale e frammentata nelle sue divisioni tribali. Tutte sono unite dalla comune ossessione per un ideale sempre più distorto e ancestrale di “purezza religiosa”, in una persistente nevrosi culturale e identitaria. A questa si accompagna un’incapacità cronica nel gestire le complessità della modernità, concepita dagli interessati più che altro come una crosta superficiale, a retaggio della colonizzazione britannica.
Oggi si tende, con una certa facilità, a liquidare il sedicente Stato islamico di Iraq e Levante come qualcosa di completamente estraneo alla tradizione musulmana, in quanto aberrazione della medesima. E se pessime sono le criminalizzazioni nella semplificazione generalizzata, nemmeno giovano le assoluzioni a priori, nella rimozione di peculiarità che, prima ancora che negate, andrebbero meglio confutate, onde prevenire i rischi.
I confini ideali del CaliffatoIn concomitanza con l’avvento dell’ISIS, vale la pena rileggere le pagine che Naipaul dedica al suo viaggio nel sub-condinente indiano e soprattutto al Pakistan (la Terra dei puri), che l’Autore dichiara evocativamente “fuori dalla mappa della storia”, e cogliere le differenze con l’ibrido mediorientale attualmente in fieri

British_soldiers_looting_Qaisar_Bagh_Lucknow«Il periodo britannico fu un periodo di rinascenza indù. Gli indù, soprattutto in Bengala, accolsero con favore la nuova scienza di stampo europeo e le istituzioni introdotte dai britannici. I musulmani, feriti dalla perdita del potere e in obbedienza a vecchi scrupoli religiosi, rimasero a guardare. Fra le due comunità si venne così a creare un divario intellettuale, che con l’indipendenza non ha fatto che approfondirsi. Ed è questo, ancor più della religione, che oggi, alla fine del ventesimo secolo, fa dell’India e del Pakistan due paesi decisamente diversi. L’India, con una classe intellettuale che cresce a passi da gigante, si espande in tutte le direzioni. Il Pakistan, che non fa altro che proclamare la fede e soltanto la fede, si ripiega sempre di più su se stesso.
hinduFu dall’insicurezza dei musulmani che nacque l’istanza di creare il Pakistan. E anche da un’idea della gloria passata, dall’immagine degli invasori che avevano fatto irruzione da nord-ovest, saccheggiando i templi dell’Indostan e imponendo la fede agli infedeli. Questa fantasia è tuttora viva, e per il musulmano convertito del subcontinente è l’origine della sua nevrosi, perché in tale fantasia dimentica ciò che è e diventa tutt’uno con l’invasore e il profanatore.
Riferendosi a un altro continente, è come se le popolazioni indigene del Messico e del Perù si schierassero con Cortés e Pizarro e gli spagnoli, in quanto portatori della vera fede.
Islamic invasion of indostan[...] Il nuovo Stato era nato in fretta e furia e non aveva un vero programma. Non poteva diventare la patria di tutti i musulmani del subcontinente; sarebbe stato impossibile. Di fatto, i musulmani destinati a rimanere in India erano più numerosi di quelli che avrebbero fatto parte del nuovo Stato islamico. Pareva piuttosto che, al di là e al di sopra di qualunque finalità politica, il nuovo Stato dovesse rappresentare il trionfo della fede, un paletto conficcato nel cuore del vecchio Indostan

 V.S. Naipaul
Fedeli a oltranza. Un viaggio tra i popoli convertiti all’Islam
Adelphi (Milano, 2001)

Per devoti e fanatici, unicamente preoccupati di non sembrare mai abbastanza “puri” e non compiacere a dovere l’iddio onninvadente, l’organizzazione delle strutture amministrative nella nuova entità religiosamente conforme è da sempre l’ultimo dei problemi…

«Nessuno aveva mai riflettuto davvero su cosa significasse amministrare il nuovo paese. Ci si aspettava che tutto discendesse naturalmente dal trionfo della fede.
[...] Le leggi procedurali ereditate dagli inglesi, i principali legislatori del subcontinente, furono modificate senza convinzione e con scarso senso pratico. Vennero aggiunte alcune appendici islamiche che spesso gli avvocati non riuscivano ad applicare in maniera coerente; e il sistema legale, già manipolato dai politici, diventò ancor più caotico. I diritti delle donne non furono più garantiti. L’adulterio divenne un delitto. Ciò significava che un uomo poteva sbarazzarsi della moglie accusandola di adulterio e mandandola in prigione.
[...] Sullo sfondo c’erano sempre i fondamentalisti che, nutriti prima dall’estasi della creazione del Pakistan e in seguito dalla parziale islamizzazione delle leggi, volevano riportare il paese sempre più indietro, al settimo secolo, al tempo del Profeta. La realizzazione di questo sogno era affidata a un programma fumoso quanto quello della creazione del Pakistan: soltanto una vaga visione di preghiere regolari e di punizioni coraniche, il taglio delle mani e dei piedi, l’imposizione del velo alle donne e, di fatto, la loro reclusione, la concessione agli uomini di diritti padronali su quattro donne alla volta, da usare e gettare a proprio piacimento. E in un modo o nell’altro, si credeva che, attraverso tutto questo, attraverso una società chiusa e devota in cui, secondo i dettami religiosi, avrebbero spadroneggiato uomini privi di istruzione, lo Stato si sarebbe legittimato e il potere si sarebbe affermato, come si era affermato agli albori dell’Islam.
Gli Isl'Amici e la Democrazia (3)La causa del Pakistan era stata sostenuta seriamente per la prima volta nel 1930 da un poeta, Muhammad Iqbal, in un discorso tenuto al convegno della Lega musulmana prima della divisione. Il tono del discorso è più civile e in apparenza più razionale degli slogan di strada del 1947, ma gli impulsi sono gli stessi. Iqbal apparteneva a una famiglia indù convertita di recente; e forse solo un neofita poteva esprimersi in quel modo.
L’Islam non è come il cristianesimo, afferma Iqbal. Non è una religione che coinvolge solo la coscienza individuale e la condotta privata. L’Islam comporta certi “princìpi legali” che, come tali, hanno “rilevanza civica” e creano un certo tipo di ordine sociale. L’«ideale religioso» non può essere disgiunto dall’ordine sociale. “Per un musulmano è impensabile la costituzione di un’entità politica su basi nazionali che comporti l’esclusione del principio islamico della solidarietà”. Nel 1930 un’entità politica nazionale significava uno Stato in tutto e per tutto indiano.
Muhammad Iqbal E’ stupefacente che un uomo dotato di ragione abbia fatto un discorso del genere nel Novecento. Ciò che Iqbal sostiene in maniera involuta è che i musulmani possono vivere soltanto insieme ad altri musulmani. A voler prendere alla lettera le sue parole, ciò implicherebbe che il mondo ideale, quello a cui bisogna aspirare, è un mondo puramente tribale, precisamente ripartito, con ciascuna tribù al suo posto. Un’idea del genere sarebbe stata giudicata stravagante

 V.S. Naipaul
“Fedeli a oltranza. Un viaggio tra i popoli convertiti all’Islam”
 Adelphi (Milano, 2001)

Come si può vedere, gli Isl’amici del Califfato levantino, e le loro intraprendenti matricole occidentali, folgorate sulla via di Raqqa, non hanno inventato proprio nulla.

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Sono solo canzonette

Posted in Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , , on ottobre 21, 2014 by Sendivogius

GuitarHeroIIIChe la maggior parte delle “popstars” (vere o presunte tali) siano concentrate nella contemplazione estatica del proprio ombelico, meglio se esibito dinanzi a platee in visibilio per cotanto apparire, rientra nella condizione implicita del narcisismo esibizionista tipico dell’artista. Trattasi di personaggio complesso, ricercatamente complicato e di preferenza ‘tormentato’, che vive della propria immagine riflessa, trasformata in merce e venduta un tanto a biglietto, nel culto idolatrico di se medesimo. La cosa è parte integrante dell’esibizione, per patto implicito col pubblico: il prodotto tiene fintanto che vende. Non v’è nulla di male.
Il (melo)dramma comincia semmai quando la farsa continua fuori dal palco, con l’artista che ritiene di essere il portatore di una missione superiore, investito di un ruolo messianico proteso oltre l’esibizione scenica a pagamento; davvero convinto che le canzoni cambino il mondo e che lui sia un essere speciale, magari animato da una qualche scintilla divina.
Nei casi migliori, e senza dubbio più lodevoli, organizzano “eventi” contro la fame nel mondo; oppure staccano assegni sostanziosi, per il salvataggio della foresta amazzonica. Nell’ipotesi peggiore invece si improvvisano capi-popolo, giocando al piccolo tribuno. Che poi è il modo più patetico per rilanciare la propria immagine, usurata dagli anni.
Sarebbe facile liquidare la folla vociante e tanto inkazzata, radunata sotto il Palazzo comunale di Genova a recitare il solito mantra “dimissioni”, alla stregua dei “bottegai piccolo-borghesi” spietatamente descritti a suo tempo da Gramsci:

«..la più vile, la più inutile, la più parassitaria: la piccola e media borghesia, la borghesia “intellettuale” (detta “intellettuale” perché entrata in possesso, attraverso la facile e scorrevole carriera della scuola media, di piccoli e medi titoli di studio generali), la borghesia dei funzionari pubblici padre-figlio, dei bottegai, dei piccoli proprietari industriali e agricoli, commercianti in città usurai nelle campagne

  Antonio Gramsci
  (13/12/1919)

L’accostamento è ingiusto e ingeneroso. Forse. Tuttavia, confessiamo che dinanzi alle poche centinaia di masaniello specializzati nell’indignazione telecomandata e qualunquismo all’ingrosso, ensiferi in libera uscita del grillismo militante e fascisti forzanovisti rimasti orfani dei “forconi”, l’idea ci ha più che sfiorato…
Se poi a guidare l’assalto ai forni ci sono Francesco Baccini e Cristiano De Andrè, allora non ci resta che ridere. Dopo la comparsata subissata dai fischi di Capitan Grullo in abiti bianchi, che viene a battere il pizzo (2.000 euri a comizietto) spalleggiato dai suoi squadristi, ora è il turno dei Menestrelli a 5 stelle che allietano le comparsate pubbliche del “capo politico”, fornendo l’intrattenimento musicale per gli adepti della setta.
vino e bottigliaDove fossero i due disinteressati tribuni canterini quando c’era da spalare, resta un mistero che non vale nemmeno la pena stare ad indagare. E d’altronde gli aedi del grillismo di lotta e sciacallaggio non hanno mai nulla da ridire sulle raffica di espulsioni per raccomandata, o i nuovi amici in Europa come l’acquisto polacco dal nome impronunciabile, che finalmente ha portato una ventata di modernità nel MoVimento: rivedere il diritto di voto alle donne e picchiare la moglie. Il tipino, schifato persino dal Front National della Le Pen, proviene dal KNP (Congresso della Nuova Destra): l’alternativa politica con cui vale la pena fare alleanze.
Certo, prendere lezioni di etica pubblica e di coscienza sociale da un ubriacone anaffettivo come Cristiano De André, noto più che altro per i suoi bagordi alcolici, l’ottimo rapporto con le  figlie Fabrizia e Francesca, è davvero il massimo.  A ciascuno il suo…
E allora #di-mis-sio-ni!!

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Il Genio della Fuffa

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on ottobre 17, 2014 by Sendivogius

Manneken Pis by Oona

Dopo lunga e attenta valutazione, il Bambino d’Oro del governo più amato dalla destra italiana e dai padroni di Confindustria ha finalmente scoperto con ampio ritardo il principio dei vasi comunicanti: se uno si svuota, l’altro si riempie.
Partita di giroSe poi a riempirsi sono le tasche dei soliti noti, attraverso una immensa partita di giro, con corollario aggiunto di provvedimenti dal sapore squisitamente demagogico, l’intera operazione si qualifica per ciò che realmente è…
Renzi il Paraculo  Perché risulta assai facile “ridurre le tasse”, togliendole soprattutto a chi le ha sempre eluse, spostando il carico fiscale dallo Stato agli enti locali, con buona pace di chi poi è chiamato a risponderne sul territorio; incidendo sulla qualità delle prestazioni e dei servizi sociali, che hanno un costo e che inevitabilmente risentono di un minor gettito di spesa.
A Roma c’è un detto, volgare ma efficace: “fare il frocio col culo degli altri”.
È in pratica quanto va facendo il governo centrale, che delega l’onere dei tagli a totale carico delle regioni, bullandosi pubblicamente della riduzione delle imposte (dirette) e declinando ogni ogni responsabilità sulle conseguenze, che una manovra così confezionata inevitabilmente avrà in assenza di coperture garantite.
Matteo Renzi pupazzoPer il lavoro, sporchissimo, Telemaco ha a disposizione una squadra di economisti allevati di preferenza nel vivaio bocconiano, una mezza dozzina di riserve in panchina, e un solo centravanti di sfondamento, Yoram Gutgeld, che decide per tutti all’insaputa dell’intero ‘cucuzzaro’ in spremuta permanente (lo chiamano brain storming).
Yoram Gutgeld Il prof. Gutgeld è il super-esperto targato McKinsey & Company, la società famosa per le ottime consulenze gestionali, a suo tempo fornite alla Enron (chiusa per bancarotta fraudolenta, in uno dei più grandi scandali finanziari della storia USA), alla Swissair (la compagnia di bandiera svizzera liquidata per fallimento), alla General Motors (condotta sull’orlo del tracollo), e la compagnia telefonica AT&T (che sconsigliò di investire nella telefonia mobile, giudicata con rara lungimiranza un “mercato di nicchia”).
mobile-phonesMa alla fin fine la c.d. Legge di Stabilità imposta dal Bambino Matteo, e che accorpa in sol blocco la vecchia “finanziaria” e “manovre correttive” (chiamate “aggiustamenti”), si inserisce nel solco tutto democristiano delle più classiche alchimie di dorotea memoria:

Forza Italia «..drastiche restrizioni alla spesa pubblica e ai bilanci comunali e provinciali…. invece promettendo, in modo caotico e irresponsabile, incentivi e finanziamenti non corrispondenti ad alcuna organica valutazione delle necessità dello sviluppo regionale…. in una intollerabile ridda di demagogiche promesse.
[...] Si deve allora pensare che sia prevalso finora un orientamento di pratica subordinazione o almeno di insufficiente resistenza alla linea moderata e conservatrice della Democrazia Cristiana…. sia bloccata ogni dialettica democratica e siano schiacciate sotto il peso del listone andreottiano-doroteo

Sono le parole con cui l’Unità (defunta) salutava la conferenza regionale del primo Governo Moro nel lontano Maggio del 1964, ma possono benissimo valere anche per l’oggi.
FuffaIndorata la pillola e agitato il manganello, ovviamente non manca la carota; meglio se grattugiata a piccoli bocconcini, per palati di bocca buona…
80 euriSi conferma la marchetta tutta elettorale degli strombazzati 80 euri (con un disavanzo di quasi 10 miliardi di euro), riservata ai lavoratori dipendenti sotto i 1.500 euro mensili e convertita in detrazione fiscale, ma dalla quale resteranno esclusi i pensionati, i lavoratori parasubordinati, e gli impiegati (a reddito fisso) della Pubblica Amministrazione. Quindi i 2/3 degli italiani a più basse entrate.
Renzi televenditaIl trasferimento del TFR in busta paga (fortunatamente su base volontaria), oltre a privare i lavoratori di una fondamentale integrazione al reddito per la fine del rapporto di lavoro, verrà sottoposto a imposizione ordinaria, mentre ora gode di una tassazione separata e agevolata.
manoSe la bozza finanziaria dovesse essere confermata, l’accredito in busta paga del TFR verrebbe assoggettato a tassazione ordinaria e non imponibile ai fini previdenziali e quindi sommato all’imponibile IRPEF, con un notevole aggravio fiscale per i redditi al di sopra dei 15.000 euro (lordi) all’anno. Questo vuol dire che sommando il tfr alla variabile dello stipendio e degli eventuali straordinari, il lavoratore incorre nel serio rischio di passare ad uno scaglione di reddito più alto, oltrepassando la fascia ridotta e vedendosi applicare un’aliquota maggiorata ai fini fiscali. Ne riceverebbe un danno triplicato, col risultato di non avere più il trattamento di fine rapporto al momento della pensione o della cessazione del contratto di lavoro, pagare un’aliquota piena che può arrivare fino al 38% del proprio imponibile, e perdere in tal modo tanto l’eventuale bonus degli 80 euro quanto le detrazioni fiscali riservate ai redditi più bassi.
In pratica, al netto dei benefici presunti nella capacità di spesa, meno soldi e più tasse in busta paga. Più che di una partita di giro, si tratta di una truffa bella e buona, consumata a tutto svantaggio degli idolatrati ceti medi.
Middle ClassLungi dal costituire un vantaggio per il Fisco, l’operazione non è nemmeno indolore ed ha costi scandalosi, qualora andasse in porto secondo gli auspici governativi…
In pratica, è previsto un “tetto di garanzia” di 100 milioni di euro, a totale carico pubblico e cioè dei contribuenti.
bank Ad anticipare la somma, saranno gli istituti di credito privato che aderiranno alla convenzione e che, su certificazione dell’INPS (l’ente previdenziale pubblico) da parte dell’azienda interessata, provvederanno al pagamento. Ovverosia, l’impresa dispone le quote di TFR nella busta paga del dipendente che ne faccia richiesta, ma i soldi ce li mette per intero la banca (che si fa pagare gli interessi del credito: il 2,25%), alla stregua di un normale finanziamento. In caso di mancata restituzione della somma da parte degli imprenditori, il saldo verrà interamente accollato alle casse dell’INPS che risponderà in solido del finanziamento, con una contro-garanzia dello Stato che si sostituisce al creditore (l’azienda) insolvente, con un ulteriore aggravio sulla spesa pubblica ma a fini privati. Un capolavoro!

Il Sirenetto (by Edoardo Baraldi)«Tolgo l’Articolo 18, i contributi e la componente lavoro dall’Irap.
Cosa vuoi di più? Per chi vuole assumere verranno meno tutti gli alibi!»

Matteo Renzi
(15/10/2014)

Una frase quella degli “alibi” già troppe volte sentita in passato…
Per le imprese che assumono sono altresì previsti ulteriori agevolazioni fiscali per un costo (iniziale) di due miliardi di euro. Il provvedimento, più volte utilizzato in passato, ha finora dato risultati minimi in termini occupazionali, per costi massimi in materia di spesa.
In pratica, si abolisce in blocco tutta la normativa che proibisce i licenziamenti senza giustificato motivo, si riduce l’indennità del lavoratore licenziato (senza giusta causa) da 20 a 12 mensilità, si lascia sostanzialmente invariata la selva dei contratti atipici e parasubordinati (una cinquantina di tipologie), si solleva l’imprenditore, ovvero il padrone, dal pagamento degli oneri contributivi per tre anni.
Ovviamente, il versamento dei contributi (all’INPS), fondamentali per il calcolo della pensione e per l’erogazione dei sussidi di disoccupazione, è a totale carico pubblico dello Stato.
00-greedy-capitalist-pig-15-09-12Dal momento che con l’abolizione di ogni residuo dell’Art.18 si introduce la totale libertà di licenziamento, in forme sconosciute tanto in Germania quanto in Gran Bretagna, non ha alcun senso di parlare di contratti a tempo indeterminato, col risultato che l’azienda, intascate le detrazioni, potrà tranquillamente licenziare i lavoratori allo scadere dei tre anni, conseguendo il massimo beneficio a costo zero. Al momento, dinanzi all’ipotesi più che plausibile non sono previste contro-partite o clausole di salvaguardia da parte del Governo, il cui modello economico di riferimento è probabilmente la Serbia.
Fiat SerbiaI lavoratori licenzianti però potranno contare su un miliardo e mezzo di euro in “ammortizzatori sociali”, assolutamente insufficienti a fronteggiare il disagio economico persino degli attuali disoccupati.
Prendi tutto e non dare nullaA questo si aggiunga il taglio dell’IRAP, sulla componente lavoro, per la bellezza di 5 miliardi di euro, a tutto beneficio dei grandi gruppi industriali. E peccato che l’IRAP (imposta regionale sulle attività produttive) costituisca una delle principali entrate nei bilanci regionali, che destinano il 90% del gettito così ottenuto al finanziamento della Sanità ed il rimanente per i servizi sociali.
Come le singole realtà locali potranno continuare a mantenere ospedali, scuole, trasporti, manutenzione pubblica, beni culturali.. e per giunta senza ricorre a nuove imposte, è un mistero che il bullo fiorentino si guarda bene dallo spiegare tra un twitter ed un selfie.
Il Bullo FiorentinoÈ ovvio che nella Confindustria abbiano le lacrime agli occhi per la commozione: non avrebbero potuto ottenere di più nemmeno da una Margaret Thatcher rediviva!
E sempre a proposito di ‘regalie’, i provvedimenti per il recupero dell’evasione fiscale, con un gettito aleatorio e tutto da dimostrare di circa 4 miliardi di euro, è in realtà l’ennesima sanatoria nascosta a beneficio dei ladri. Si abbassano ulteriormente le sanzioni minime che saranno inferiori ad 1/8 della cifra evasa.
Però, nei 36 miliardi (e oltre) della manovra, sono previsti 500 milioni di aiuti alle famiglie più bisognose e con minori a carico: le detrazioni sono previste fino al terzo anno di età dei figli. Poi ci si può anche arrangiare.
homelessBriciole verranno stanziate anche per il fondamentale rilancio dell’innovazione e della ricerca scientifica: 300 milioni di euro, con trasferimento dei crediti d’imposta.
Per l’ammodernamento della macchina giudiziaria e digitalizzazione informatica delle pratiche documentali: 250 milioni.
In compenso, non poteva mancare il classico provvedimento clientelare, con l’ennesima infornata di massa che in passato tanto hanno giovato al sistema scolastico, e l’assunzione in blocco di 150.000 precari della scuola; rigorosamente senza concorso pubblico, con buona pace delle graduatorie, dello stato di servizio, e di chi per anni ha seguito corsi di specializzazione presso SSIS sobbarcandosi tutti gli oneri e le spese.
La signora Agnese sarà contenta.
Insomma, dalla Fuffa alla Truffa, fintanto che gli italiani vorranno stare al bluff.

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Il Piano Funk

Posted in Business is Business, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on ottobre 15, 2014 by Sendivogius

MIMIC

«Le discussioni sulla struttura e sull’organizzazione dell’economia tedesca ed europea dopo la guerra, compresi gli effetti che la guerra avrà sull’economia mondiale, negli ultimi tempi stanno riempiendo le colonne della stampa tedesca e straniera, in misura crescente.
Tanto gli uomini d’affari che gli analisti stanno dando una particolare attenzione a questi problemi, mentre alcune idee e piani più o meno fantastici hanno causato una notevole confusione.
Anche il grande filosofo Hegel è stato tirato in ballo, come fonte di prova a sostegno di certe opinioni. Abbondano le frasi fatte di tutti i tipi, tra le quali la più abusata è che l’Europa deve diventare uno spazio economico più grande.
Qualunque sia la verità contenuta in questa affermazione, prima di tutto si deve ammettere che questa Grande Europa attualmente non esiste, che questa deve prima essere creata e che all’interno della sua area ci sono ancora molte frizioni.
In queste circostanze, sento il dovere di fare una affermazione chiara e obiettiva che condurrà la discussione fuori dal regno della fantasia e della speculazioni, verso il mondo della realtà e dei fatti.
[...] Mi limiterò dunque ad indicare semplicemente i mezzi che possono essere utilizzati per raggiungere il nostro obiettivo. Principalmente, la nuova economia europea deve crescere in modo organico.
[...] Il nuovo ordine economico in Europa si svilupperà al di fuori delle circostanze esistenti, in special modo finché esisteranno le condizioni naturali per una stretta cooperazione economica tra la Germania e gli altri paesi europei.
germania_europa[...] La questione del futuro assetto generale dell’Europa deve perciò rispondere a quanto segue: dopo la conclusione vittoriosa della guerra, applicheremo tali metodi nella politica economica, che ci hanno permesso di conseguire i nostri grandi successi economici prima della guerra e soprattutto in tempo di guerra, al contempo escludiamo di consentire ancora una volta l’azione di forze non controllate che hanno coinvolto l’economia tedesca in grandissime difficoltà.
Siamo convinti che i nostri metodi si riveleranno di gran utilità non solo per la grande economia tedesca, ma anche per tutte le economie europee che per loro natura si troveranno ad essere in stretti rapporti commerciali con la Germania.
Per quanto riguarda la questione inerente le basi di una nuova moneta, che è stata recentemente oggetto di un dibattito particolarmente vivace, dovrebbe essere detto quanto segue:
La valuta è sempre secondaria alla politica economica generale. Quando l’economia è malata non ci può essere una moneta stabile. In una sana economia europea, con una divisione razionale del lavoro tra le economie dei paesi europei, la domanda di valuta si risolverà da sé, perché sarà solo un problema tecnico di gestione monetaria. In ciò risiede la ragione per cui il marco tedesco avrà un ruolo dominante. L’enorme incremento della potenza del Grande Stato Tedesco, porterà inevitabilmente nella sua scia la stabilizzazione del marco.
L’area valutaria del marco, che sarà liberata dall’assorbimento del debito esterno non saldato e dalle pratiche del cambio monetario, deve essere incrementata.
Partendo dai metodi di negoziazione bilaterale già applicati ci sarà un ulteriore sviluppo in direzione di uno scambio commerciale multilaterale e dell’aggiustamento delle bilance commerciali dei singoli paesi, così che i singoli paesi possono impegnarsi in relazioni commerciali regolamentate tra di loro, tramite una compensazione tra importazioni ed esportazioni.
Naturalmente non ci saranno problemi ad abolire il controllo dei cambi e di compensazione obbligatoria tutto in una volta. Né costituisce un problema una certa quota di libero scambio in valuta estera contro una unione monetaria europea, ma il prossimo passo sarà quello di sviluppare una ulteriore tecnica di compensazione, in modo tale che i pagamenti possano essere attivati agevolmente tra i paesi collegati tramite il Clearing House.
The House Of Spikes by JonasDeRoA maggior ragione che i presupposti per un tale sviluppo esistono già per quasi tutti i paesi, adeguatamente predisposti per l’inclusione in un centro di compensazione (clearing) europeo, che abbia una qualche forma di controllo sugli scambi esteri.
I prerequisiti per un soddisfacente funzionamento del sistema di compensazione tra esportazioni ed importazioni risiede nel fatto che la disposizione dovrebbe prevedere tassi di cambio fissi per tutti i pagamenti, che i tassi dovrebbero rimanere stabili per un lungo periodo di tempo, e che gli importi assegnati per la compensazione devono sempre essere pagati immediatamente.
Il pagamento di trasferimenti scoperti, non garantiti dal clearing, pone un problema monetario interno ai singoli paesi. Il timore ovunque prevalente che possano esserci bilanci scoperti, tuttavia, sparirà; la ripresa economica generale, che dove essere messa al primo posto dopo la guerra, causerà un incremento della circolazione monetaria anche in quei paesi che finora hanno aderito ad una politica economica delle banche centrali, basata sul sistema aureo e le operazioni automatiche del gold-standard e, in secondo luogo, col dovuto controllo del governo sulla bilancia dei pagamenti, il problema dei saldi di compensazione scomparirà gradualmente.

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Il livello dei prezzi dovrà essere adeguato a quello della Germania. Ma una unione monetaria porterà a un graduale livellamento dello standard di vita, che anche per il futuro non sarà e non dovrà essere la stesso per tutti i paesi collegati al sistema di clearing europeo, poiché i presupposti economici e sociali per esso mancano, e sarebbe assurdo regolare l’economia europea su questa base nel prossimo futuro. In Europa, ogni paese dovrebbe sviluppare e ampliare le proprie forze economiche e ogni paese dovrebbe essere in grado di operare con qualsiasi altro, ma i principi ed i metodi che disciplinano questo commercio devono essere, generalmente parlando, gli stessi.
Questo ha il vantaggio che le misure di controllo economico e di vincolo sotto una valuta ed un sistema di pagamenti in comune possono essere ridotte in larga misura; perché questi controlli e regole dettagliate, proprie di un sistema burocratico che può ostacolare notevolmente le transazioni individuali, non sarà più necessario.

[...] Daremo una particolare importanza al commercio dei nostri prodotti industriali di alta qualità, in cambio di materie prime sui mercati mondiali. Ma qui è necessaria una premessa. Dobbiamo verificare se sussiste un approvvigionamento sufficiente nell’area economica europea di tutti quei beni che rendono quest’area economicamente indipendente da tutte le altre. Quindi dobbiamo garantire la sua libertà economica.

hands[...] In sintesi:

1. Attraverso la conclusione di accordi economici a lungo termine con i paesi europei, sarà possibile assegnare un posto per il mercato tedesco nella pianificazione della produzione di lungo periodo di questi paesi, che saranno considerati alla stregua di uno sbocco commerciale a salvaguardia delle esportazioni, per le merci tedesche sui mercati europei.

2. Attraverso la creazione di uno stabile sistema di cambio, dovrà essere garantito un sistema uniforme dei pagamenti per il proseguimento degli scambi commerciali tra i singoli paesi. Così facendo, ci collegheremo agli accordi di pagamento esistenti che saranno ampliati per includere un maggiore volume commerciale sulla base di tassi di cambio fissi.
Attraverso uno scambio di esperienze nel campo dell’industria e dell’agricoltura, l’incremento della produzione di generi alimentari e l’accaparramento di materie prime deve essere il nostro scopo, mentre in Europa deve essere portata a termine una divisione economica razionale del lavoro….

3. Tra le nazioni europee deve essere stimolato un forte senso di comunità economica, attraverso la collaborazione in tutte le sfere economiche e politiche (moneta, credito, produzione, commercio, etc.). Il consolidamento economico dei paesi europei dovrebbe migliorare la loro posizione negoziale nelle relazioni con gli altri soggetti economici in una economia globale.
Questa Europa unita non si sottometterà a termini politici ed economici, che siano dettati da un qualsiasi organismo extra-europeo.
Sarà il commercio sulla base dell’uguaglianza economica a determinarne in qualsiasi momento la consapevolezza del suo peso negli affari economici.

reichsmark[...] Alla Grande Germania deve essere assicurato il massimo della sicurezza economica e per il popolo tedesco il massimo consumo di beni per incrementare il livello di benessere della nazione. L’economia europea deve essere adattata per rispondere a questo obiettivo. Lo sviluppo procederà a tappe differenti per i diversi paesi

 Walther Funk
 “La riorganizzazione economica dell’Europa”
(25 Luglio 1940)

Walther FunkPer la cronaca, il previdente Walther Funk è stato editorialista ed analista finanziario, governatore della Banca Centrale tedesca (all’epoca si chiamava Reichsbank), plenipotenziario per la pianificazione economica (Wirtschaftsbeauftragter), ministro dell’Economia… e fervente nazista.
Il cosiddetto “Piano Funk” rientrava nell’ambito delle analisi previsionali di pianificazione economica, che costituivano parte organica dell’azione di governo dei funzionari delegati agli Affari economici, in un sistema sostanzialmente accentrato come il Reich nazionalsocialista. E non contiene niente di così eclatante: un po’ di keynesismo militare (mutuato da Hjalmar Schacht), molto bilateralismo commerciale su trattati separati e impostato sul primato delle esportazioni, a fronte di un’autosufficienza autarchica all’interno del sistema economico tedesco; ingenti trasferimenti di valuta pregiata a saldo della compensazione sugli scambi commerciali; superamento del gold-standard.
The Motivator - Nazi Super ScienceIl suo “Piano” è curioso, perché è il primo documento organico di politica ‘economica’ a parlare apertamente di “area economica europea” e mercato condiviso a livello continentale, introduzione di una moneta unica (che abbia a modello il marco) e tassi di cambio fissi (per favorire le esportazioni W.Funktedesche). Il Piano Funk è altresì interessante, perché la nuova area commerciale e valutaria è funzionale a garantire il saldo in attivo della bilancia commerciale della Germania, favorendone le esportazioni su scala continentale. Serve inoltre ad assicurare il primato dell’economia tedesca, che diventa il sistema drenante delle risorse europee, tramite la stipula e l’osservanza ferrea di trattati inderogabili, in virtù della nota flessibilità che contraddistingue i connazionali di Hegel.
C’è anche un abbozzo embrionale alla ben nota retorica dei “compiti a casa”, da svolgere con diligenza se si vuole sperare di ottenere qualche briciola in Commissione:

“Il consolidamento economico dei paesi europei dovrebbe migliorare la loro posizione negoziale nelle relazioni con gli altri soggetti economici in una economia globale.”

E si può notare come la politica egemonica di Berlino, depurata delle sue componenti razziali e militariste, non sia poi troppo diversa dagli obiettivi economici, coi quali sostanzialmente viene esplicata sullo scacchiere europeo, sempre più ridotto ad una macroarea valutaria a penetrazione commerciale tedesca, con ben poche contropartite per i suoi partner subordinati all’espiazione del Debito.

Leggendo il Piano Funk, c’è da chiedersi se ci fosse qualcosa di inconcepibilmente ‘giusto’ nel nazionalsocialismo, oppure troppi elementi profondamente sbagliati nella struttura dell’attuale “Unione Europea”, così come è stata finora concepita.

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VACANZE ROMANE

Posted in Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , , , , , on ottobre 13, 2014 by Sendivogius

O noi o la democraziaL’eloquente screenshot della kermesse del M5S al Circo Massimo

Porco di mare[12/10/14] “Vorrei dirvi che noi volevamo andare domani, tutti i parlamentari.
Ho chiesto io un favore personale se potevano farmelo,
son tutti entusiasti ad andare a Genova e no ma…”

..Ma poi ha pensato che era molto meglio restarsene a grufolare sotto il sole di Roma, approfittare del week-end e proseguire la vacanza, continuando a far ciò che gli riesce meglio (il buffone!), cogliendo subito l’occasione per salire su un palco e speculare sulle disgrazie altrui, da miserabile sciacallo qual’è.
Il clima quasi primaverile delle splendide ottobrate romane, soggiorno all’Hotel Forum, vista mozzafiato sul foro di Augusto, abbondanti mangiate e ancor più grandi abbuffate a base di tartufo bianco (solo 650 euro al chilo), tanto è tutto spesato.
Vuoi mettere Roma con Genova?!?

WEEKEND DA PAURAWeek-end da paura!

A proposito: era buono il carpaccio ai tartufi, Beppe?

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La Mamma dei Cretini

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on ottobre 11, 2014 by Sendivogius

La famiglia imperialeA proposito del carattere degli italiani, qualcuno ha detto che la loro forma ideale di governo è la signoria tardo-rinascimentale. Fondata sull’arbitrio dei potentes, la signoria urbana è un fenomeno di derivazione clanica: un patto tra famiglie per la gestione oligarchia del potere (ereditario), a struttura gerarchica, incentrata nella figura autocratica di un Dominus che progressivamente accentra su di se tutte le funzioni pubbliche.
Cesare Borgia  La devozione al ‘Signore’ (profano), o per meglio dire la deferenza clientelare attraverso la piaggeria servile nei confronti del padrone di turno, costituisce a sua volta un meccanismo di promozione sociale: il modo più semplice per avere accesso a cariche e vantaggi diversamente preclusi, grattando via le briciole lasciate cadere apposta nel sottobosco del potere. Per le elite, è invece il sistema migliore per consolidare interessi e profitti, ricercando la protezione del Principe, o condizionandone l’azione col proprio sostegno (economico) tutt’altro che disinteressato.
Supplica  Luogo di aggregazione per eccellenza non è l’agorà, tanto cara alle democrazie elleniche, ma la ‘piazza’ plebea, in cui il Principe beneficia i sudditi più fedeli e dispensa i suoi proclami, mentre la massima elevazione resta l’ammissione alla corte del sovrano.
Sarà per questo che gli italiani quando ragliano l’Inno di Mameli, storpiandone sistematicamente le strofe, starnazzano con convinzione “Stringiamci a corte” perdendo per strada la seconda “o” di ‘coorte’ (che ha tutt’altro significato).

The court of king Louis XV of France«La nuova corte, simile in questo a quelle della prima età moderna, è il regno dei servi volontari, dei cortigiani, dei buffoni e, ovviamente, delle cortigiane…. In Italia si è infatti affermato un potere che non è né arbitrario, né autoritario, né dispotico, né illegittimo, ma è enorme e con la sua stessa esistenza distrugge la libertà dei cittadini

  Maurizio Viroli
  “I peccati dei popoli nascono dai principi”
  Sole24Ore
  (23/10/11)

Nello specifico, le parole del filosofo Viroli si riferivano al Pornonano ed al suo sottosistema di governo, ma nella pratica conservano una validità universale; a dimostrazione di quanto il modello sopravviva a se stesso, tanto da rigenerarsi ogni volta impermeabile ai mutamenti.
ServantsPerché se il servilismo di certi italiani è una costante endogena, in grado di riproporsi intatta e con poche variazioni nel corso dei secoli, nessun affrancamento servile sarà possibile fintanto che a prevalere saranno gli schiavi innamorati delle loro catene, alla continua ricerca di un padrone da servire. Oppure, per dirla con le parole di Malcolm X, “negri da cortile e negri da fatica”.

E siccome la categoria abbonda a tutti i livelli, mentre la madre dei cretini si ostina a non usare contraccettivi, con cadenza regolare per ogni cambio del guardiano, nell’alternanza dei medesimi, si omaggia il sovrano con roboanti proclami (a pagamento) di imperitura devozione, da parte degli aspiranti domestici in cerca di stabile assunzione a corte, in dimenticabilissime profusioni di fedeltà a scadenza contrattuale.
Sono i 1.000 e più cretini, quelli che “ci mettono la faccia”, ansiosi di mostrarsi al mondo in tutta la loro metafisica minchioneria di servizio.
Le Sentinelle a MilanoA suo tempo, nel Febbraio del 2012, era stata la volta degli studenti bocconiani con la loro Lettera aperta all’allora presidente del consiglio, rigorosamente non eletto: il criogenico Mario Monti.
Bocconi L’appello riformatore si distingueva per le contorsioni stilistiche, col quale questo grumo fighettino di studenti bocconiani, aspiranti padroni di domani, descrivevano la loro insostenibile condizione di privazione in cui sono costretti, nel timore sia loro negata nel prossimo futuro la legittima pretesa a fottere il prossimo loro per diritto di nascita e di reddito. Per questo rivolgevano la supplica al loro ex rettore, mettendosi a disposizione per i lavoretti domestici.
La lettera, tutta incentrata sui temi della precarietà occupazionale e sulla riforma del mercato del lavoro, raggiungeva punte di puro surrealismo col quali questi privilegiati figli di papà, con assunzione già pronta come dirigenti nelle fabbrichette di famiglia o attività già avviata nello studio professionale paterno, grufolavano qualcosa su “protezioni sociali” e “apartheid sociale” scacazzando senza vergogna nella greppia dove si ingozzano a sbafo da generazioni:

bocconi-avvelenati«Le imprese italiane, per offrire nuova occupazione e competere a livello internazionale, devono poter “stare sul mercato”. Abbiamo forti speranze ed una notevole fiducia in questo esecutivo, crediamo insomma che sia il momento giusto per osare. Chiediamo che si rinunci definitivamente al clima di discriminazione nei confronti dei giovani.
[...] Oggi imprenditore e lavoratore si muovono nella stessa direzione e condividono i medesimi obiettivi, entrambi vogliono il bene dell’azienda. Si aggiunga che il «nanismo» del settore imprenditoriale è anche cagionato da norme oggi superate, che hanno finito per imporre un regime di incertezze in cui risulta vincente il precariato come modello d’impiego, specie per i giovani. Non ci stiamo: proprio perché crediamo di valere molto, ci diciamo pronti alla sfida. Si valutino merito, creatività e talento: si premino i più bravi attraverso un nobile sistema di incentivi economici e sociali. Quella che auspichiamo è anche una riforma culturale, i nostri padri oggi vivono nella bambagia delle tutele grazie ad un “dispetto generazionale”: siamo costretti noi tutti a soccombere rispetto alle mille garanzie che le generazioni che ci hanno preceduti si sono arbitrariamente assegnate. È tempo di ristabilire le priorità e allocare con equità i necessari sacrifici: l’egoismo dei protetti, l’ingordigia dei privilegiati sono malattie che rischiano di ammorbare il nostro avvenire. Scommettiamo senza indugio nella flessibilità e distribuiamo lealmente le tutele: sono queste le nostre richieste, in sintesi.»

Master a bocconi La soluzione è il licenziamento, libero e selvaggio come i bollenti spiriti padronali di questi ardenti bambocci, poiché i diritti e le tutele dei lavoratori sono un “dispetto generazionale” per gli arroganti rampolli del padrone in ansia da prestazione. Sono quelli che si comprano (coi soldi di papà) la laurea in economia, ma che con ogni evidenza non sanno tirar di conto, o sono troppo ottusi nella loro saccente presunzione, per poter lontanamente capire che la differenza tra i figli dell’imprenditore e lavoratore risiede nel reddito e nella discriminazione di opportunità che da questo consegue. È per tale motivo che la stragrande maggioranza degli studenti italiani NON potrebbe mai permettersi l’iscrizione alla Bocconi…
Iscrizione BocconiEd è un fatto che alcuni di questi ‘figli’ eternamente ggggiovani sembrino di gran lunga più stronzi dei ‘padri’.

nascita gesuCon l’avvento del Bambino Matteo, se possibile, i toni della vulgata agiografica hanno raggiunto livelli messianici. Per ritrovare simili profusioni di fede, bisogna forse rievocare la retorica staraciana dei Cinegiornali Luce ai tempi del fascio, quando c’era Lui

Noi sosteniamo Renzi«Il nostro Paese sta vivendo una delle sue più difficili stagioni.
L’indeterminatezza delle scelte, il continuo rinvio delle decisioni, il declino dei suoi valori popolari hanno portato l’Italia sul limite del baratro che potrebbe avere conseguenze ben più drammatiche di quanto visto fin qui.
A questa urgenza sta cercando di rispondere Matteo Renzi con un governo creato con la decisione ed il cipiglio di una volontà giovanile che non cerca sconti né per sé né per le scelte da affrontare.
Matteo Renzi - smorfieÈ comprensibile che questa azione trovi critiche, ostacoli, e anche attriti.
Ma non è accettabile che si lasci il suo sforzo privo dell’appoggio dei cittadini che si identificano con la sua volontà di non mollare, di battersi e di cercare un futuro per l’Italia e per i suoi giovani.
Noi, semplici italiani, con questo piccolo gesto intendiamo rompere il muro di silenzio che ha avvolto il Presidente del Consiglio dopo i duri attacchi di questi giorni.
Noi come tanti altri desideriamo andare avanti. Insieme a chi ci crede.
Matteo Renzi sta cercando di farlo. Noi siamo con lui

Duce su MarteOrmai siamo alle verità di fede!
L’annuncio è stato pubblicato a pagamento sulle pagine del Corriere della Sera.
Per la serie: il culo del padrone è il posto più morbido dove mettere la lingua.
Segue a sciolta, la scarica di un centinaio di firme che sembrano un selezione scelta di personaggi fantozziani: dal Visconte Cobram alla Contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mar, passando per la Giulia Sofia di Maurizio Crozza!

Fantozzi lei gioca a stecca

In rigoroso ordine alfabetico, tra i “semplici italiani”, conquistati dal “cipiglio di una volontà giovanile” e senza sconti (in un governo ovviamente non eletto), si segnalano:

«Alberto Milla, classe 1931. Già fondatore della banca Euromobiliare ai tempi di Carlo De Benedetti, di cui oggi è vicepresidente, presiede anche Equita Sim, una delle società di intermediazione regine a Piazza Affari guidata da Francesco Perilli.
Poi c’è Anna Cristina du Chene de Vere, presidente della finanziaria Ida e vicepresidente di Publitransport, società leader nella pubblicità guidata dai fratelli Fabrizio e Federico.
Brilla fra i 108 il nominativo di Antonio Perricone: sarà il Perricone amministratore delegato di Amber Capital, società di gestione nel cui board c’è persino Carlo De Benedetti, o il Perricone già in Rcs e oggi presidente di Ntv, operatore ferroviario privato lanciato da Luca Cordero di Montezemolo, Diego Della Valle e Intesa, oggi in grave tensione finanziaria?
Poi c’è Clarice Pecori Giraldi: classe 1961, fiorentina (tanto per cambiare), è il nume tutelare in Italia della grande società internazionale di aste. Christie’s.
Non manca Federico Schlesinger, un top manager di Intesa Sanpaolo. Poi fra i 108 c’è una sfilata di cognomi aristocratici: Alessandra Ferrari de Grado, Federico Lalatta Costerbosa (socio anche del sito Linkiesta.it), Gerolamo Caccia Dominioni (ex amministrato delegato di Benetton) e Claudio Biscaretti di Ruffia, che insegna alla Bicocca di Milano. Senza dimenticare l’ultima in ordine alfabetico dei 108: Vannozza Guicciardini, autorevole membro del FAI

  Andrea Giacobino
  “Renzi e i suoi 108 Vip-Fans”

E, a meno che non si tratti di clamorose omonimie, spiccano i nomi di avvocati, amministratori delegati, aristocratici, e buona parte del nuovo gotha di poteri deboli che hanno trovato nel ‘renzismo’ la loro nuova sponda in uno stretto abbraccio di “classe”.
È l’Italia che non arriva alla fine del mese.

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EL DESCAMISADO

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on ottobre 8, 2014 by Sendivogius

Juan Domingo PeronJuan Domingo Perón
Il presidente descamisado dell’Argentina

La prolifica tradizione dell’italico cialtronismo ci ha ormai abituato all’esposizione di una lunga galleria degli orrori, in cui continuano ad accumularsi i ritratti della nazione: dalle nature morte del vecchio partitume grigio-seppia, alle tinte vivaci dell’intramontabile demagogia qualunquista in sempre nuovi spruzzi di colore, dove gli imbrattatele sovrastano gli artisti.
Merda d'artistaConcentrata l’offerta in prodotti sostanzialmente uguali per confezione e per sostanza, venendo incontro alla domanda di consumatori più che omologati, la scelta elettorale si riduce nelle sue massime espressioni a prodotti equipollenti, nella prevalenza del partito liquido, ‘aperto’, e soprattutto informe (come una scarica di diarrea!), che si vorrebbe all’amerikana, con ben poche varianti a seconda delle esigenze di marketing.
Come risultato, la ruota degli esposti tra gli orfanelli prepotenti del post-ideologico è circoscritta alla girandola istrionica di gemelli diversi, ma tutti frutto dello stesso parto.
Tre galletti nel pollaioSono il padre, il figlio, e il santone senza spirito dell’anti-politica in polvere: tre partiti populisti per tre bolsi gaglioffi, attorniati dalle loro groupies in fregola per una poltrona in platea.
Come il gioco delle tre carte, si perde sempre.
three-cardsIn apparenza, compatte come può esserlo uno yogurt allungato, sono formazioni a scadenza ravvicinata e bassa digeribilità, con programma minimo e propaganda massima. La loro funzione è raccattare voti, drenando ogni palude disponibile, senza preoccuparsi troppo del filtraggio delle acque; in quanto comitati elettorali esistono e si sciolgono in funzione del capo politico. Vivono e scompaiono con lui. E pertanto risultano intercambiabili, a seconda delle necessità e della campagna acquisti.
In quanto contenitori vuoti di idee, sono come i bidoni indifferenziati della spazzatura: raccolgono tutto ciò che può tornare utile in termini di consensi; totalmente indifferenti alla puzza, smaltiscono qualsiasi rifiuto. E scambiano la compattazione scarti per formattazione selettiva.
pallonataChe si chiamino “partiti”, oppure “movimenti” come scelta semantica di ripiego e più appetibile sul mercato elettorale, la loro natura è quella propria del Fan-Club: fanno coreografia per le esibizioni del leader, gestiscono la prevendita dei biglietti per lo show, e in cambio acquisiscono parte dei diritti di copyright sullo smercio del merchandising promozionale (o un seggio in parlamento).
Se il maestro indiscusso del genere è stato il Pornonano, coi suoi club ForzaSilvio! ed i manipoli di papiminkia in adorazione dell’Unto, il modello ha toccato punte di successo estatico con le fangirls isteriche del Grullo sbavante. Tuttavia, il vero apice sembra essere stato raggiunto dalle inaspettate cheerleaders del signor lor, Renzi il mefitico, e delle algide madonnine che fluttuano tra una poltrona e l’altra, contro ogni “meritocrazia”, nel disciolto partito bestemmia ad uso del Capo.
Santa Maria ElenaIn questo, le divisioni in corso d’opera nel vecchio “partitone” costituiscono poco più che una lite condominiale, sull’uso degli spazi comuni e la scelta della tinteggiatura, per la salvaguardia della “Ditta” in liquidazione, ridotta a spaccio da caserma, con delega in bianco, per la vendita di prodotti avariati all’incanto.
Make your choiceSi tratta solo di una squallida pantomima ad uso interno: poliziotto buono e poliziotto cattivo, che si danno il cambio nella recita delle parti, alternando il bastone e la carota (con o senza vasellina). In realtà, a fattori inversi, la somma non cambia. Ed è altamente sotto la sufficienza.
Matteo Renzi All’atto pratico, superata la prova nel nove, non vi è nulla di davvero originale nel Renzismo di fuffa e di governo: decisionismo fanfarone di derivazione neo-cesarista e post-berlusconismo d’accatto, un po’ di blairismo fuori tempo massimo, obamite di facciata a plagio persistente dell’originale, larghe pennellate di vernissage di genere che poi è la faccia nascosta del sessismo…
Per il premier fast & furious, solo parti riciclate!
E lo fa accompagnandosi ai peggiori figuri, che più hanno funestato l’Italia negli ultimi trent’anni, senza provare alcuna ombra di imbarazzo o un minimo di disgusto. In questo e altro, le Laide Intese ed i “Patti del Nazareno” funzionano benissimo, per una esperienza di governo a prova di elezione. E di Costituzione, che infatti si cambia a colpi di fiducia, meglio se con potere di delega (e deroga).
Il suo non è nemmeno autoritarismo, ma bullismo istituzionale.
machomanSi aggiunga l’onnipresenzialismo con sovraesposizione mediatica: una mattina di queste solleverete la tavoletta del cesso e vi vedrete spuntare lo scoppiettante Telemaco, che cinguetta ottanta euro e quarantuno-per-cento! in training autogeno.
Leonardo SciasciaE si sorvoli sulle maniche di camicia perennemente arrotolate, e tanto cretinismo digitale che fa molto modernismo provinciale, con ampie spruzzate di luogocomunismo trasversale che piace tanto alla “gente”…
Di pochissime letture (meglio se confuse) e nessuno studio, la principale fonte d’ispirazione è la serie televisiva “House of Cards”, ovvero: la storia di un perfetto stronzo in politica, che vive il potere per il gusto del potere, nell’esercizio esclusivo del medesimo.

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L’Arte cinese della guerra

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , on ottobre 7, 2014 by Sendivogius

Esercito di terracotta

  “VUOTI E PIENI”
   (Xushi)

Sunzi«Ciò che fa muovere il nemico di sua iniziativa è la prospettiva di un vantaggio, e ciò che gli impedisce di muoversi è il timore di un disastro.
Se il nemico è riposato, si cerchi di affaticarlo.
Se è sazio, si cerchi di affamarlo.
Se è tranquillo, lo si metta in agitazione.
Si facciano sortite, costringendolo ad affrettarsi alla difesa, avanzando al contempo in direzioni impreviste. Per spostarsi di mille ‘li’ senza fatica ci si muova in territorio sgombro di nemici.
Per attaccare con certezza di successo si attacchi ciò che non è difeso; per difendere con certezza di stabilità, si difenda ciò che non è attaccato. Con chi è abile nell’attacco, il nemico non sa da che parte difendersi; con chi è abile a difendersi, il nemico non sa da che parte attaccare.
[...] Chi voglia attaccare in modo irresistibile, lo faccia infilandosi nei vuoti; chi voglia ritirarsi senza essere inseguito, sia talmente veloce da non poter essere raggiunto.
[...] Il luogo dell’attacco non dev’essere conosciuto, perché in tal modo il nemico starà in guardia su molti fronti. Così facendo, il punto in cui darò battaglia risulterà sguarnito. Per rafforzare l’avanguardia sguarnirà infatti la retroguardia e viceversa. Se non c’è un punto in cui non cerchi di rafforzarsi, non vi sarà un punto in cui non sia sguarnito.
[...] Quand’anche il nemico fosse più numeroso, si può sempre fare in modo da evitare lo scontro.
Valutandolo, si possono conoscere le pianificazioni vantaggiose e svantaggiose.
Spiandolo, si conosceranno le regole secondo cui si muove.
Capendone la disposizione, si saprà su quali terreni si muove e su quali si sopravvive.
Provocandolo, si conosceranno i punti di maggior forza e quelli in cui le forze sono insufficienti.
La massima abilità nel disporre le truppe sta nel non avere forma certa. In tal modo, chi si infiltri in profondità non può decifrarla e gli esperti non possono ordire piani. È basandosi sulla disposizione che si determina la vittoria, ma la massa non può capire come.
Tutti possono conoscere i risvolti esterni del mio successo, ma nessuno può capire il disegno interno che lo determina.
In caso di vittoria, è bene non ripetersi, adottando un’inesauribile varietà dispositiva.
La disposizione delle truppe deve assomigliare all’acqua. Come l’acqua nel suo movimento scende e si raccoglie in basso, così le truppe devono evitare i punti di forza e concentrarsi sui vuoti. Come l’acqua regola il suo scorrere in base al terreno, così l’esercito deve costruire la vittoria adattandosi al nemico. Gli eserciti non hanno equilibri di forza costante, così come l’acqua non ha forma costante

 Sun Tzu
L’arte della guerra
 Newton Compton
 Roma, 1994

ISIL flagInsomma, tutto quello che l’ISIS del califfato nero applica con successo e che invece la svolazzante “coalizione” non fa, oppure ignora bellamente, a meno che non si tratti di una raffinata preparazione dei Trentasei stratagemmi, prima della loro messa in pratica.
La battaglia dei tre regniIn tal caso, ci troviamo abbondantemente nell’ambito delle fasi preliminari, che gli antichi generali cinesi riepilogavano nei primi 12 stratagemmi, che preludevano la battaglia vera e propria…

Warlords- Stratagemmi da utilizzare quando si dispone di una posizione di vantaggio:

1. Solcare il mare all’insaputa del cielo
Pianificare in segreto la propria strategia, sfruttare l’effetto sorpresa, e fare in modo che tutti gli altri fraintendano o ignorino gli obiettivi reali, sottovalutando i preparativi.

2. Assediare Wei per salvare Zhao
Non attaccare il nemico concentrato in forze.
Aspetta che si disperda per annientarlo a piccoli gruppi.

3. Uccidere con una spada presa in prestito
Serviti di un alleato incerto per eliminare il tuo nemico.

4. Aspettare ben riposati il nemico stanco
Lascia che il tuo nemico logori la sua capacità offensiva indebolendo le proprie forze, per attaccarlo con determinazione al momento opportuno sul campo di battaglia più vantaggioso.

5. Saccheggiare la casa che brucia
Approfittare delle disgrazie del nemico per trarne il massimo vantaggio.

6. Rumore ad Occidente ed attacco a Oriente
Creare diversivi ed attaccare il nemico dove meno se lo aspetta.

una-scena-de-la-battaglia-dei-tre-regni- Stratagemmi da utilizzare in parità di forze:

7. Creare qualcosa dal nulla
Predisporre diversivi che ingannino il nemico, con l’utilizzo di false informazioni.

8. Avanzare su Chen Chang lungo una via segreta
Sorprendi il nemico alle spalle, creando una falsa linea del fronte dove il nemico possa concentrare il grosso delle sue truppe.

9. Osservare l’incendio sulla riva opposta del fiume
Sfrutta le divisioni dei tuoi nemici e lascia che si logorino a vicenda, prima di attaccare.

10. Celare un pugnale dietro ad un sorriso
Carpisci la fiducia dei tuoi nemici e colpiscili quando sono più vulnerabili.

11. Sacrificare il pruno per salvare il pesco
Alcune posizioni vanno sacrificate, per ottenere vantaggi in futuro.

12. Rubare la pecora che ti si para davanti
Cogli tutte le opportunità che ti si presentano lungo il cammino e traine un vantaggio all’insegna della massima flessibilità organizzativa.

turkish-army-tanks-kobaneSe la strategia del governo turco (e dei suoi omologhi mediorientali) è ravvisabilissima nell’insieme, sorprende invece l’imbambolato stato confusionale delle cancellerie occidentali e di un catatonico O’Banana immerso nel suo sonnambulismo, in attesa di capirci qualcosa…
Kobane_battleDum Romae consulitur, Saguntum expugnatur.

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SYRIANA (I)

Posted in Kulturkampf, Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on ottobre 4, 2014 by Sendivogius

Hellblazer - Constantine - PandemoniumIn merito alla strategia di contenimento da attuare contro il sedicente “califfato” dell’ISIS, è difficile dire cosa sia preferibile (o peggiore) tra l’esibizione muscolare della macchina bellica statunitense alla sua ennesima potenza, tramite un precipitoso interventismo militare a scopo punitivo; oppure l’inconcludente irrisolutezza per eccesso di prudenza di una presidenza indecisa su tutto, in assenza di prospettive definite.
Tagliagole dell'ISIS  D’altronde, dopo i catastrofici precedenti del passato, ed il caos della situazione presente, non si può certo biasimare il cauto Barack Obama per la sua riluttanza ad infilarsi a piedi nudi nel ginepraio mediorientale, per giunta in prossimità con le Midterm Elections (e con sondaggi per lui tutt’altro che confortanti).

I resti di James Foley

I resti di James Foley

Del resto, nessun Mr President avrebbe potuto restare inerte dinanzi all’esecuzione a freddo di cittadini statunitensi, macellati in pubblico ed esibiti come trofeo, con tanto di trasmissione in mondovisione.
Il problema risiede semmai nelle modalità di azione e di coinvolgimento sul campo. E, ad essere sinceri, finora la coalizione dei nuovi “volenterosi”, messa in piedi a difficoltà, con estenuanti trattative e diplomazie sotterranee, non è andata oltre l’impegno formale, più di facciata che di sostanza, con l’apporto riluttante di ingombranti alleati divisi su tutto.

Puericoltura nel Califfato dell'ISISPuericoltura nel Califfato dell’ISIS

Di fatto, i raids aerei in Siria sono tanto più inutili quanto inefficaci, dal momento che non esiste alcuna pianificazione o strategia condivisa con le formazioni combattenti operanti sul territorio (e sull’argomento dovremo tornare con una trattazione a parte…), in assenza di una qualunque logistica degna di questo nome, e senza che intercorrano scambi di informazioni nel terrore di dover dare l’impressione di una qualche collaborazione col regime del dittaroe siriano Bashar al-Assad.
Bashar al-AssadAl di là di un pletorico dispiegamento di cacciabombardieri, per altro sotto-utilizzati contro bersagli totalmente marginali se non addirittura risibili, la coalizione nei fatti non c’è, mancando di tutti i requisiti fondamentali per potersi definire tale: coordinamento tattico, organizzazione strategica, collegamenti logistici e comunicazione, con una totale assenza di controllo del territorio e della presenza di truppe operative di supporto, là dove più forte è la pressione delle milizie dell’IS.

ALERT

Il simpatico “emiro” canadese Abu Abdul Rahman al-Iraqi coi suoi giocattoli

A maggior ragione che delle forze combattenti del cosiddetto “Califfato”, ad eccezione delle efferatezze e della brutalità dei suoi capi-banda, si conosce ben poco: non l’esatta consistenza numerica, non l’effettivo potenziale bellico a disposizione, non gli scenari di battaglia. È difficile infatti credere che 15.000-20.000 psicopatici omicidi possano controllare con successo un fronte di guerra di oltre 1000 km². E la sensazione dominante è che siano stati altamente sottovalutati.
ISIS-truck-convoy-Anbar-ProvinceDalle poche informazioni disponibili, si ha più che altro l’impressione di una forza elastica, che possiede il suo punto di potenza sull’altissima mobilità delle proprie truppe, capaci di creare diversivi strategici, con attacchi su più obiettivi secondari, per disorientare i comandi avversari e concentrare poi l’offensiva su un preciso saliente di guerra, scatenando con successo offensive mirate su più direttrici d’attacco. E lo fa, tramite un dispiego minimo di mezzi pesanti e l’efficace utilizzo di artiglieria leggera, con improvvisate batterie mobili montate su pick-up riadattati per la guerra nel deserto. Con assalti mordi e fuggi, sortite ed incursioni, e ricongiungimenti improvvisi di unità autonome con rapidi movimenti sul terreno, l’ISIS sembra applicare la più classica ed antica, tra le tattiche di combattimento beduine.

isis

Non serve essere un Rommel per capire come attacchi mirati e bombardamenti a distanza siano assolutamente inutili, contro uno schieramento tanto flessibile; oltre all’assurdo economico di sprecare missili per centinaia di migliaia di dollari, contro un minivan adibito al trasporto delle munizioni di riserva.
raidI limiti della strategia obamiana diventano evidenti in tutta la loro inefficacia, volgendo lo sguardo alla scelta dei partner strategici sul terreno di guerra, che dovrebbero supplire all’assenza di una forza davvero reattiva e propria di una efficiente fanteria meccanizzata.

ALERT

Soldati iracheni sulla via di Kirkuk

Certamente non è il caso del vaporoso e demoralizzato esercito iracheno, falcidiato dalle disfatte e dalle diserzioni, sconquassato dalle divisioni tribali al suo interno, nonché totalmente inaffidabile. Ma nell’ottica strategica di Washington, Zbigniew Brzezinskidove ancora forte è l’impronta di un Zbigniew Brzezinski (che peraltro ha platealmente sconfessato la strategia presidenziale in Siria) con la guerra per procura, utilizzando milizie ausiliarie, reclutate ed addestrate tra i combattenti locali, proprio l’esercito regolare di Baghdad dovrebbe costituire la principale forza di intervento sul campo. L’inconveniente non da poco consiste nel fatto che le armate di Baghdad oramai esistono solo sulla carta: le sue brigate sono sotto organico e totalmente inadatte al combattimento, come i fatti hanno ampiamente dimostrato, per giunta comandate da generali inetti quanto intriganti.
Esecuzioni dell'ISISSicuramente più efficienti sono i combattenti peshmerga, per giunta logorati da anni di guerra, dell’autoproclamata “Regione autonoma del Kurdistan iracheno”, entità semi-indipendente ritagliata nelle montagne a nord dell’Iraq, nel distretto di Mosul, al confine con l’Iran. All’atto pratico si tratta di un’enclave tribale, dominata dal PDK (partito democratico del Kurdistan) di Masud Barzani, e divisa al suo interno dalla storica rivalità col progressista UPK (Unione Patriottica del Kurdistan) del socialista Jalal Talabani, con cui è in rotta da sempre. Entrambi sono visti col fumo negli occhi dal governo di Baghdad, a sua volta diviso tra sciiti e sunniti, che considerano la “Regione Autonoma” curda come una usurpazione della sovranità nazionale.

Kurdish pop star Helly Luv poses in front of Kurdish Peshmerga troops at a base in DohukLa popstar curda Helly Luv in posa con la milizia di Dohuk

Ovvio che le autorità centrali centellino al massimo sostegno economico ed aiuti militari, in attesa della resa finale dei conti. Per contro, le squadracce dell’ISIS devono essere state implicitamente viste da Baghdad come un utile strumento, per svolgere il lavoro sporco che Baghdad non è in forza di realizzare. È non è un caso che nessun supporto sia mai arrivato durante l’attacco a Mossul, abbandonata al suo destino come gli Yazidi del Sinjar o le comunità cristiane della Chiesa assiro-caldea.
June 12 - Terrorists Stealing Control of IraqQuando, su pressione degli statunitensi, il governo centrale si è finalmente deciso, con ampio ritardo, ad inviare un risicato contingente della Brigata ‘Skorpio’, unità speciali della polizia militare (indiziata di gravi abusi ai danni della popolazione civile), per difendere la fondamentale diga di Mossul, invece di combattere contro i miliziani dell’Isis, i ‘rinforzi’ hanno trascorso la gran parte del tempo a contrapporsi coi guerriglieri curdi, boicottandone le controffensive e arrivando sul punto di spararsi addosso tra di loro. Approfittando delle divisioni tra il catastrofico governo settario dello sciita al-Maliki costretto alle dimissioni, milizie sunnite, ed autonimisti curdi, nella regione di confine di Mosul si sono progressivamente insinuati Pasdaranuomini e mezzi dall’Iran, che invece non lesina combattenti ed aiuti militari, contribuendo a rendere ancora più ingarbugliata la situazione nel nord del Kurdistan iracheno, in un groviglio di alleanze e di interessi geopolitici in continua evoluzione. Tant’è, che a tutt’oggi la più efficace difesa contro le orde dell’ISIS nella regione risultano essere i battaglioni scelti della Brigata Al-Quds (tra cui la famigerata “Unità 400”), ovvero i pasdaran iraniani della “Guardia rivoluzionaria”.
Brigata navale iraniana dei Guardiani della RivoluzioneParadossalmente, le forze in campo davvero operative sul teatro di guerra siro-iracheno, e finora le uniche che combattano davvero con una qualche determinazione le orde dell’Isis, sono proprio quelle di cui gli USA farebbero Truppe iranianevolentieri a meno, nell’impossibilità di sancire alleanze strategiche a geometria variabile senza rompere il fronte (ancor più infido) degli storici ‘alleati’ sunniti, ovverosia: le monarchie assolute del Golfo arabico, che l’Isis hanno sostenuto, finanziato e armato, in chiave anti-sciita, condividendo almeno in parte il medesimo fondamentalismo salafita di ispirazione wahabita.
ISIS in IrakL’unica armata moderna davvero in grado di contrastare con successo l’ISIS sul suo stesso terreno è forse l’esercito turco, che però non ha alcuna intenzione di lasciarsi trascinare in un conflitto che avvantaggerebbe due Bashar Assaddei suoi nemici storici: i Curdi e la Siria di Bashar al-Assad. Dopo il respingimento della sua ammissione nella UE, il governo di Ankara è ormai proiettato ad Oriente in una deriva neo-ottomana, cercando di TAF - Esercito turcoritagliarsi un ruolo come potenza regionale e trescando segretamente tanto con le formazioni jihadiste della “resistenza” siriana, tanto con le fazioni siriane dell’IS, mantenendo una sostanziale ambiguità di fondo. Nell’immediato sta a guardare, in attesa di cogliere il momento propizio per intervenire nell’area contesa.
RojavaSul confine turco-siriano, nella totale indifferenza della “coalizione” anti-califfo, resistono nel più disperato isolamento i curdi della confederazione del Rojava, da non confondersi coi peshmerga del PDK. People's Protection Units FlagSono i miliziani delle unità di difesa popolare (YPG) quelli che hanno organizzato un ponte di soccorso, spezzando l’assedio di cristiani e yazidi accerchiati sul Monte Sinjar, permettendone la salvezza, mentre i peshmerga titubavano nelle loro ridotte attorno a Mosul in attesa di aiuti occidentali mai arrivati. E sempre l’YPG ha costituito un’enclave di protezione per le popolazioni civile, in contrapposizione tanto al regime siriano di Damasco quanto alle bande sanguinarie dell’ISIS, senza distinzione etniche o religiose. Ma figuriamoci! Si tratta di una confederazione anarco-comunista a trazione PKK.

Raid USAF

E dunque indegna di qualsiasi protezione e sostegno da parte dei raid aerei, blindo YGPche infatti a contro tutto sono diretti, tranne dove gli assembramenti delle squadracce del Califfato sono più consistenti e le loro offensive più virulente. Ed è ovvio che non saranno i trattori trasformati in improvvisati ‘tanko’ corazzati in lamiere saldate, o improbabili autoblindo (più che altro lenti bersagli mobili) a respingere l’assalto dei salafiti.
TankoLa presa della città di Kobane, stretta d’assedio dai mujaheddin ceceni Kobaneconfluiti nell’ISIS sta lì a dimostrare tutta la pletorica inutilità dei “volenterosi” di O’Banana che nella migliore delle ipotesi sbagliano clamorosamente bersaglio e nella peggiore giocano una partita che nulla ha a che vedere con la causa ‘umanitaria’, contro la barbarie del terrorismo islamico fattosi ‘Stato’.

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