La Città degli Specchi

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , on aprile 18, 2014 by Sendivogius

Gabriel Garcia Marquez «Aureliano non era mai stato così lucido in nessun atto della sua vita come quando dimenticò i suoi morti e il dolore dei suoi morti, e tornò a sbarrare le porte e le finestre con le crociere di Fernanda per non lasciarsi turbare da alcuna tentazione del mondo, perché allora sapeva che nelle pergamene di Melquíades era scritto il suo destino. Le trovò intatte, tra le piante preistoriche e le pozze fumanti e gli insetti luminosi che avevano bandito dalla stanza ogni vestigio del passaggio degli uomini sulla terra, e non ebbe la serenità di portarle alla luce, ma in quel luogo stesso, in piedi, senza la minima difficoltà, come se fossero state scritte in spagnolo sotto lo splendore accecante del mezzogiorno, come a decifrarle a voce alta. Era la storia della famiglia, scritta da Melquiades perfino nei suoi particolari più triviali, con cent’anni di anticipo. L’aveva redatta in sanscrito, che era la sua lingua materna, e aveva cifrato i versi pari con la chiave privata dell’imperatore Augusto, e quelli dispari con chiavi militari lacedemoni. La protezione finale, che Aureliano cominciava a intravedere quando si era lasciato confondere dall’amore di Amaranta Ursula, si basava sul fatto che Melquíades non aveva ordinato i fatti nel tempo convenzionale degli uomini, ma che aveva concentrato un secolo di episodi quotidiani, di modo che tutti coesistessero in un istante. Affascinato dalla scoperta, Aureliano lesse ad alta voce, senza salti, le encicliche cantate che lo stesso Melquíades aveva fatto ascoltare ad Arcadio, e che erano in realtà le predizioni della sua esecuzione, e trovò annunziata la nascita della donna più bella del mondo che stava salendo al cielo in corpo e anima, e conobbe l’origine di due gemelli postumi che rinunciavano a decifrare le pergamene, non soltanto per incapacità e incostanza, ma perché i loro tentativi erano prematuri. A questo punto, impaziente di conoscere la propria origine, Aureliano passò oltre. Allora cominciò il vento, tiepido, incipiente, pieno di voci del passato, di mormorii di gerani antichi, di sospiri di delusioni anteriori alle nostalgie più tenaci. Non se ne accorse perché in quel momento stava scoprendo i primi indizi del suo essere, in un nonno concupiscente che si lasciava trascinare dalla frivolità attraverso un altipiano allucinato, in cerca di una donna bella che non lo avrebbe fatto felice. Aureliano lo riconobbe, incalzò i sentieri occulti della sua discendenza, e trovò l’istante del suo stesso concepimento tra gli scorpioni e le farfalle gialle di un bagno crepuscolare, dove un avventizio saziava la sua lussuria con una donna che gli si dava per ribellione.
Era cosí assorto, che non sentì nemmeno il secondo assalto del vento, la cui potenza ciclonica strappò dai cardini le porte e le finestre, svelse il tetto dell’ala orientale e sradicò le fondamenta.
Soltanto allora scoprì che Amaranta Ursula non era sua sorella, ma sua zia, e che Francis Drake aveva assaltato Riohacha soltanto perché loro potessero cercarsi per i labirinti più intricati del sangue, fino a generare l’animale mitologico che avrebbe posto termine alla stirpe. Macondo era già un pauroso vortice di polvere e macerie, centrifugato dalla collera dell’uragano biblico, quando Aureliano saltò undici pagine per non perder tempo con fatti fin troppo noti, e cominciò a decifrare l’istante che stava vivendo, e lo decifrava a mano a mano che lo viveva, profetizzando sé stesso nell’atto di decifrare l’ultima pagina delle pergamene, come se si stesse vedendo in uno specchio parlante. Allora saltò oltre per precorrere le predizioni e appurare la data e le circostanze della sua morte. Tuttavia, prima di arrivare al verso finale, aveva già compreso che non sarebbe mai più uscito da quella stanza, perché era previsto che la città degli specchi (o degli specchietti) sarebbe stata spianata dal vento e bandita dalla memoria degli uomini nell’istante in cui Aureliano Babilonia avesse terminato di decifrare le pergamene, e che tutto quello che vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.»

Gabriel Garcìa Màrquez
“Cent’anni di solitudine”
(Mondadori, 1982)

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Il Re della Giungla

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , , , , , , on aprile 15, 2014 by Sendivogius

Le avventure di Tarzan

Cercare di penetrare il pensiero di Grillo è come effettuare una rettoscopia a mani nude e pensare di riuscire a trarne qualcosa di buono. Perché solo un avanzo di fogna di tal fatta, per giunta applaudito dalla platea pagante delle sue scimmie urlatrici, poteva parafrasare le parole di Primo Levi e ridurre una tragedia umana e personale a strumento propagandistico. Completamente incapace di percepirne il senso, ne stravolge il messaggio, senza cogliere minimamente l’abnormità della manipolazione, funzionale alle sue squallide mitologie distopiche da psicopatico gravemente dissociato dalla realtà e, soprattutto, da ogni forma di decenza.

Nessuno è più pericoloso di un uomo privo di idee, il giorno che ne troverà una gli darà alla testa come il vino ad un astemio.”

  Gilbert Keith Chesterton
Eretici” (1905)

Tutto è stuprato e ricondotto all’appagamento del narcisismo ipertrofico del Deretano del MoVimento: il contenitore costruito a propria misura, del quale amplifica i peti alla stregua di un megafono, mentre stacca i biglietti e conta i soldi vendendo spettacoli per comizi.

Pertanto, escluso qualsiasi spessore di una qualche rilevanza ‘politica’, ogni categorizzazione patologica del personaggio e della sua canea al guinzaglio sarebbe superflua… Ci troviamo infatti dinanzi all’imbecille supremo, che trascende tutte le leggi della stupidità. È tesi, antitesi, e sintesi del cretino totale; un Fruttero ed un Lucentini non basterebbero per descrivere la prevalenza di un simile fenomeno da discarica, prima ancora che da baraccone.
Convinto com’è di essere il centro dell’universo, non si accorge di costituirne piuttosto un’escrescenza emorroidale, dimenticata nella più infima ed oscura periferia del cosmo.
Come altri istrioni prestati all’antipolitica prima di lui…

“..ha l’istinto del condottiero di ventura, la pregiudiziale che gli uomini devono seguire lui, il gusto per l’unanimità cortigiana. La sua politica verso i partiti ha la teatralità di tutti i deboli e ignora che i grandi statisti hanno sempre saputo dominare le differenze della realtà senza sopprimerle.
[...] Infatti per i nostri connazionali non i fatti contano ma l’enfasi di una dimostrazione ben riuscita in piazza e la voce grossa del fanatismo presuntuoso.

  Piero Gobetti
(30/10/1923)

braccino sempre teso Ovviamente, coerenza, linearità di pensiero e realismo critico, sono totalmente ininfluenti e tutto sommato inutili nel vuoto propositivo e nell’inconsistenza programmatica di una setta di perdigiorno reclutati nei bar (gente che ha superato il 30esimo anno con un c/v in bianco), laureati in fuffologia applicata o fuori corso da un paio di decadi, e dai quali provengono gli “attivisti” miracolati in parlamento con una ventina di voti on line ed auto-votati all’irrilevanza politica, che vegetano e strepitano nell’adorazione di “Beppe”. Come verità di fede, sono pronti a sostenere tutto ed il contrario di tutto, a seconda di come scroscia il Vate® la mattina sul Sacro Blog.
Il successo di una simile accozzaglia di contraddizioni senza senso è la dimostrazione provata di quanto Chesterton andava affermando sugli istinti dell’uomo comune…

“Non è che la gente che smette di credere alla politica non crede più a niente, crede a qualsiasi cosa”

In fondo, si tratta dei soliti avanzi di cetomediume arrabbiato, piccoli borghesi terrorizzati dalla prospettiva di sembrare poveri, ed i loro lagnosi rampolli dalle ambizioni frustrate ed il forcone di cartone…
Sono i degni eredi di quel popolo delle scimmie di cui già parlava Antonio Gramsci, in concomitanza con la crisi del parlamentarismo, e che andranno a gonfiare le fila del fascismo incipiente:

«La piccola borghesia si incrosta nell’istituto parlamentare: da organismo di controllo della borghesia capitalistica sulla Corona e sull’amministrazione pubblica, il Parlamento diviene una bottega di chiacchiere e di scandali, diviene un mezzo al parassitismo. Corrotto fino alle midolla, asservito completamente al potere governativo, il Parlamento perde ogni prestigio presso le masse popolari. Le masse popolari si persuadono che l’unico strumento di controllo e di opposizione agli arbitrii del potere amministrativo è l’azione diretta, è la pressione dall’esterno.
[...] Questa nuova tattica si attua nei modi e nelle forme consentiti a una classe di chiacchieroni, di scettici, di corrotti…. con tutti i loro riflessi giornalistici, oratori, teatrali, piazzaioli durante la guerra, è come la proiezione nella realtà di una novella della giungla del Kipling: la novella del Bandar-Log, del popolo delle scimmie, il quale crede di essere superiore a tutti gli altri popoli della giungla, di possedere tutta l’intelligenza, tutta l’intuizione storica, tutto lo spirito rivoluzionario, tutta la sapienza di governo, ecc., ecc. Era avvenuto questo: la piccola borghesia, che si era asservita al potere governativo attraverso la corruzione parlamentare, muta la forma della sua prestazione d’opera, diventa antiparlamentare e cerca di corrompere la piazza.
[...] Ma ha anche dimostrato di essere fondamentalmente incapace a svolgere un qualsiasi compito storico: il popolo delle scimmie riempie la cronaca, non crea storia, lascia traccia nel giornale, non offre materiali per scrivere libri

  Antonio Gramsci
“Il Popolo delle Scimmie”
(02/01/1921)

Perché, passano i secoli, ma la giungla è vasta e sempre piena di Tarzan brizzolati con le loro tribù di macachi ammaestrati.

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RIFORMATORIO

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on aprile 9, 2014 by Sendivogius

Deviation'98 by Mike Deodato jr

Tempo addietro (era il 28/05/13), mentre si accingeva a patteggiare col Dipartimento di Giustizia statunitense la modica cifra di tredici miliardi di dollari, per aver provocato con le sue speculazioni finanziarie la più grave recessione ad impatto globale come non si vedeva dal 1929, l’ispirato management della JP Morgan Bank si preoccupava di stabilire in un accorato rapporto quali fossero le vere cause della crisi sociale ed economica in atto, con un occhio di riguardo alla realtà europea.
Con formidabile acume, gli analisti della “London Branch” individuarono nelle costituzioni anti-fasciste e nell’assetto parlamentare delle istituzioni democratiche la vera causa di tutti i problemi.
Ovviamente, le attività speculative della JP Morgan Chase ed il suo ruolo nella crisi europea, per tacere della raffica di multe da cui la banca di investimenti è stata investita per la violazione sistematica di ogni possibile legge sull’antiriciclaggio e sulla regolazione della transazioni, non costituiscono certo argomento di valutazione strategica.
Il lungimirante rapporto, tutto dedicato agli aggiustamenti necessari (secondo JP Morgan) nell’Area Euro, dedicano un occhio di riguardo alla condizione italiana, tanto da costituire un “test chiave” nella politica di svolta…

“The key test in the coming year [ovvero il 2014] will be in Italy, where the new government clearly has an opportunity to engage in meaningful political reform. But, in terms of the idea of a journey, the process of political reform has barely begun.”

E se ne comprende anche il perché, visto che tra il 2012 ed il 2013 la banca di investimenti ci ha infatti rimesso una decina di miliardi di dollari, mentre cercava in tutti i modi di determinare il default dell’Italia (peraltro in insospettabile compagnia).
Trovate le cause (Costituzione e parlamenti forti), bisognava dunque trovare la soluzione, che prontamente la banca individua in una impellente riforma del “burocrazia” (leggi: “revisione costituzionale”) e soprattutto nella “riforma della giustizia”.

“It is also about changing the bureaucracy and the judicial system”

Come pronosticato, il 2014 è arrivato: l’Italia ha un nuovo premier e con esso una nuova stagione riformista, all’insegna di un blairismo italianizzato con un tuffo nell’Arno. Il Tony Blair originale nel frattempo è diventato consulente della JP Morgan Chase, in qualità di senior advisor.
Doppia disgraziaCon l’irruenza di un Berlusconi ringiovanito (dopo essersi subito preoccupato, come primo atto, di riportare in vita l’originale) e la naturale propensione alla discussione che lo contraddistingue (“fatevene una ragione!”), insieme alla sua cucciolata di giovani democristiani in fuga dall’oratorio, il Bambino Matteo ha finalmente individuato gli scabrosi problemi che paralizzano il Paese, aprendo una sorta di fronte tutto personale contro:
Sindacati e massimamente contro la CGIL, che proprio si ostina a non apprezzare la nuova “riforma del lavoro” che istituzionalizza il precariato a vita.
Soprintendenze per i beni architettonici e paesaggistici; colpevoli di cercare di tutelare quello che ancora resta del nostro patrimonio artistico, e contro le quali Renzi ebbe un lungo contenzioso durante il suo mandato di sindaco (evidentemente il ragazzo è rancoroso e non dimentica).
Assemblee elettive; perché nominare i rappresentanti è molto meglio che farli eleggere. Per ora si comincia con Senato e Province, che non è “riduzione dei costi della politica” (per quelli bastava contenere emolumenti e diarie) ma riduzione del pluralismo, tramite l’eliminazione della rappresentatività elettorale.
Costituzionalisti; ma solo quelli che osano sollevare critiche sulla “riforma costituzionale” e che ovviamente sono tutti “vecchi”, “ka$ta”, “conservatori”, e ovviamente attaccati ai “privilegi”. Che è poi un metodo fascista per non entrare mai nel merito della critica, denigrando l’interlocutore e sfuggendo alla confutazione. Non per niente, le espressioni care alla retorica mussoliniana quando ci si riferiva al Senato era “gerontocomio” e “camera dei vecchioni”. Questo perché Matteo Renzi ha giurato sulla Costituzione, che sta facendo a pezzi con colpi di decreto e voti di fiducia, procedendo come un buldozer. Non per niente, come ama dire, mica “ho giurato su Zagrebelsky e Rodotà”: due notori delinquenti sovversivi. Infatti le riforme è molto meglio farle col Papi di Arcore, condannato all’interdizione dai pubblici uffici ed elevato a “padre costituente della Terza Repubblica” (che visti gli auspici sarà una merda peggiore delle prime due messe assieme).
SilvioneSembrava impossibile, ma finalmente anche la destra italiana ha trovato un vero leader dinamico ed europeo: Matteo Renzi.
Il Bambino MatteoPer il momento a giudicare dalle bozze in circolazione sull’impianto della riforma del Senato, il Bambino Matteo si accinge a superare la SavoiaCostituzione repubblicana per ritornare sostanzialmente allo “Statuto Albertino”, col suo Senato nominativo (e rigorosamente non elettivo) di membri designati dal Capo dello Stato (il Re) e informalmente dal Governo. Rigorosamente senza indennità. A tanto ci con-Duce il nuovo che avanza, con in cantiere il rilancio della figura del premier benedetto da nuovi e più cogenti poteri, con funzioni di governo adattate alle esigenze dei tempi…

“I ministri sono alle dipendenze del capo del Governo o Primo Ministro, il quale ne coordina e ne dirige l’azione. Il Primo Ministro è responsabile soltanto verso il Re. In tal modo il potere esecutivo ha l’autorità e la stabilità necessarie al governo di una grande nazione: esso non è più soggetto alle mutevoli volontà del Parlamento.”

L’illuminante esemplificazione è tratta da ilduce.net, a sottolineare la straordinaria modernità della ‘nuova’ riforma costituzionale in corso.
Trattasi di quello che un tempo, in riferimento ai sistemi monarchici, veniva chiamato governo costituzionale, nel senso che il potere esecutivo è rimesso nelle mani del sovrano che ne esercita le funzioni in presenza di uno Statuto, in contrapposizione ai governi parlamentari che rimettono la centralità dell’azione politica al potere legislativo.
Il giurista di mussolini Il 19/12/1925, Alfredo Rocco (apprezzatissimo da quel faro -spento- di democrazia che fu Montanelli!), insigne giurista e guardasigilli del Governo Mussolini a cui si deve la riforma del codice penale, in merito alle nuove attribuzioni e prerogative del Presidente del Consiglio, durante il varo di quelle che passeranno alla storia come le leggi fascistissime, ebbe a rassicurare i senatori più scettici:

«Questo disegno di legge non consacra il governo parlamentare nel senso stretto e tradizionale della parola, il governo cioè in cui la sovranità sia tutta quanta concentrata nella Camera elettiva, ma neanche il governo costituzionale puro, in cui il potere esecutivo sia tutto nelle mani del capo dello Stato, che l’esercita direttamente, con l’aiuto di ministri da lui liberamente scelti, salvo il controllo della Camera; e meno che mai un governo assoluto, in cui il sovrano concentra in sé tutti i poteri e li esercita senza controlli di sorta. Io non sono amico delle definizioni e credo pericolosissimo darne in questa materia. Non definirò pertanto il regime che uscirà dalla nuova legislazione fascista. È un tipo di governo creato dal nostro spirito, dalle nostre esigenze, dalla nostra pratica. Altri paesi l’imiteranno forse, perché la decadenza del regime parlamentare, come puro dominio della Camera elettiva, è un fenomeno generale in Europa

Alfredo Rocco: Scritti e discorsi politici (Vol.III). La formazione dello Stato fascista (1925-1934)”

Certo poi le cose presero ben altra piega… ma vuoi mettere!?! Le intenzioni erano così nobili.
Gaetano MoscaIn tale circostanza, con lucidità preveggente, un campione della conservazione come Gaetano Mosca, cogliendo appieno lo stravolgimento dell’intera architettura istituzionale che la “riforma” comportava, in riferimento al ruolo del Presidente del Consiglio e del Capo dello Stato (il Re), ebbe ad obiettare in aula:

«Finora il governo monarchico rappresentativo si è svolto in Europa secondo due tipi diversi; quello cosiddetto parlamentare e quello costituzionale.
Quale è la differenza capitale, fondamentale tra queste due forme? Nel governo parlamentare il gabinetto è collettivamente responsabile davanti al Parlamento e davanti al re, e, una volta perduta la fiducia del Parlamento, in generale, suole presentare le sue dimissioni.

Parlamento

Nel governo costituzionale invece basta che il capo del potere esecutivo abbia la fiducia del sovrano: se il capo del governo propone una legge e il Parlamento la respinge, la proposta non diventa legge, ma egli resta al governo lo stesso fino a quando gode la fiducia del capo dello Stato.
Ora, se oggi ci si dicesse chiaramente che al governo parlamentare viene surrogato il governo costituzionale, ammetto che si potrebbe discutere seriamente la proposta. Ma invece è detto espressamente nella relazione che accompagna il disegno di legge, che il capo del governo non corrisponde all’antico cancelliere germanico e che non resta perciò al potere finché piaccia al re di farcelo restare. Ed è detto pure che il capo dello Stato lo manterrà al potere finché quel complesso di forze economiche politiche e morali che lo hanno portato al governo non lo abbandonerà. Ora fino a quando questo complesso di forze economiche politiche e morali che sosteneva il gabinetto, e che qualche volta lo disfaceva, si manifestava coi voti del Parlamento, la cosa era chiara. Ma se questo complesso di forze non è più rappresentato dal Parlamento, allora si domanda da chi è rappresentato?
In fondo non si vuole accordare al re la libera scelta del suo governo e non si vuole che questa scelta sia influenzata dai voti del Parlamento. Tutto questo sarebbe un rebus indecifrabile se non si sapesse leggere attraverso le righe della relazione e del disegno di legge

Altri tempi… oppure no?!?

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I Professionisti dell’Anti-Ka$ta

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on aprile 6, 2014 by Sendivogius

BANE

Se c’è una professione di sicuro successo che sembra non conoscere alcuna forma di crisi, questo è il professionismo anti-casta, assolutamente preponderante nella sua dimensione tutta mediatica. La categoria conta alcuni specialisti di comprovata esperienza nel settore e diversi milioni di aspiranti tali, con tutto l’esibizionismo narcisista del castigatore virtuale, particolarmente attivi sulla piazza autistica dei cosiddetti social-network.
Nella sua autoreferenzialità circoscritta all’invettiva iconoclastica, tale sentimento cresce esponenzialmente con l’aggravarsi delle regressioni che, prima ancora che economiche, sono di natura sociale.
Di preferenza, costituisce il sottoprodotto infetto di un populismo dilagante, speculare ad un qualunquismo di ritorno e quantomai collegato al substrato fascistoide da cui l’italiano medio è intrinsecamente corrotto.
Rizzo e StellaCampioni indiscussi del genere letterario sono sicuramente la premiata ditta Rizzo-Stella, che sui misfatti della “casta” (l’invenzione lessicale è loro) hanno costruito le proprie fortune professionali, inaugurando un filone editoriale di successo. Curioso che entrambi siano editorialisti di punta del “Corriere della Sera”, il quotidiano governativo per antonomasia che delle esecrate “caste” politiche ha sempre abbracciato la difesa a prescindere. Sorvoliamo sul fatto che certe denunce, lungi dall’essere disinteressate, siano spesso e volentieri funzionali ad una determinata ideologia ordoliberista...
Professionisti dell'AnticastaA prescindere, il piazzismo anti-casta rende bene, con un ottimo ritorno di vendite e di visibilità, soprattutto per i presenzialisti da salotto televisivo. Un esperto di marketing come l’imprenditore Umberto Cairo ne ha fatto l’asse portante del palinsesto de La 7, che si fonda su un’overdose catodica di programmi d’infotainment, trainati dal tg nazionalpopolare di Enrico Mentana. La coppia Travaglio-Santoro, che del genere sono i precursori e gli indiscussi maestri, sanno bene come dosare gli ingredienti di un’indignazione permanente, da far lievitare a portata di Auditel ed introiti pubblicitari. Gli effetti speciali, il coup de théâtre, tra interviste esclusive e “docufiction” ad effetto, ne costituiscono l’armamentario al servizio della scenografia, alimentando la farsa manichea che così tanta presa esercita sugli appassionati della serialità anticasta, concentrata nel semplicismo analitico delle sue mitologie catartiche:

«..un mondo (ideale) in cui ad una società civile pura e immacolata si contrappone una casta politica furbetta e maneggiona. Questa convinzione giacobina è una sonora leggenda anzi la politica è l’esatto specchio della società che rappresenta, nel bene e nel male. In rari casi della storia è stata un po’ migliore ma quasi mai peggiore. Per dire: nel 1994, agli albori della seconda repubblica post tangentopoli, ci fu già una grande infornata di società civile nei palazzi della politica, al grido di vade retro politica corrotta. Beh, il risultato, venti anni dopo, non è certo stato dei migliori
[...] Il voler fare di tutta l’erba un fascio solo perché la mistica dell’anti-casta oggi si porta bene in società, non solo comico, ma alla fine diventa stucchevole. E probabilmente pericoloso.»

Quando l’ossessione della casta rasenta il comico…
Marco Alfieri
(10/05/2013)

Lungi dal fornire soluzioni serie e concrete, il sentimento “anti-casta” finisce col tradursi in sterile revanchismo protestatario, che spesso e volentieri degenera nell’invettiva becera e nulla più. Rifugge il pensiero complesso e si nutre di irrazionalismo. È collettore di livori, che nella loro destrutturazione logica forniscono la stura alle ambizioni di demagoghi, in cerca di facili consensi. Soprattutto, presuppone un rassicurante senso di auto-assoluzione che proietta le causa del problema sempre altrove, lontano da ogni assunzione di responsabilità che non sia un mero riduzionismo (a)teorico; meglio se fondato sulla preponderanza di luoghi comuni elevati a metro di giudizio. Ciò non solo allontana le soluzioni possibili, ma opera come una forma di distorsione cognitiva, dove l’elemento irrazionale prevale sulla logica. Va da sé che, se sapientemente incanalato da demiurghi senza scrupoli, il sentimento anticasta è esso stesso una forma di controllo. E dunque di “potere”.

«Dal 2006, più o meno, l’Italia fa i conti non tanto col luogo comune per cui “sono tutti uguali” – quello c’era da prima e ci sarà sempre, come molti luoghi comuni – bensì con quel luogo comune esteso a qualsiasi settore umano che somigli, anche da lontano, al “potere”, e promosso a opinione maggioritaria, argomento politico, linea editoriale, proposta commerciale, persino programma di governo. Con effetti disastrosi, su tutti uno fondamentale e colpevole: la perpetuazione degli stessi vizi e delle stesse mediocrità che gli anti-casta in buona fede, diciamo, vorrebbero combattere.
[...] Prendiamo la politica, “la casta” per antonomasia. Solo chi ha un’idea distorta della realtà può pensare di difendere una classe dirigente che, seppure con vari e diversi livelli di colpa, è oggi una delle meno credibili e preparate d’Europa.
[...] In un Paese normale, specie se dopo dieci anni di crescita zero e nel mezzo della più grave crisi economica dalla Seconda guerra mondiale, sentimenti del genere produrrebbero cambiamenti politici di portata storica: nei partiti, negli enti locali, nei governi, a tutti i livelli. Alcuni in meglio e alcuni in peggio, ma questo vale sempre. In Italia qualcosa è accaduto, ma ancora poco e da troppo poco tempo. C’entra “la casta”, certo, e la sua straordinaria rendita di posizione politica, economica e mediatica. Ma c’entrano, per un pezzo più che significativo, anche uno squadrone di Guglielmo Giannini al cubo, campioni di demagogia, bravi a spararla grossa, che da anni incassano – politicamente, economicamente – i dividendi della mediocrità politica della casta, preservandola. Sono i professionisti dell’anti-casta.
Sacco di merda Beppe Grillo ne è l’esponente più sboccato, quello che unisce il massimo dell’incontinenza verbale col massimo della demagogia, il massimo delle balle col massimo del complottismo, vendendoci sopra DVD, libri e biglietti per i suoi comizi/spettacoli. Antonio Di Pietro, la Lega, Silvio Berlusconi e il variegato fronte antiberlusconiano ne sono stati, da posizioni diversissime, i più significativi Gabibbointerpreti politici. Striscia la Notizia e Le Iene quelli televisivi, gli ultimi soprattutto di recente. Dietro di loro crescono e prosperano una valanga di politici, scrittori, giornalisti, conduttori televisivi, opinionisti e blogger che cercano e trovano spazi di affermazione con analoghe strategie.
Sono professionisti dell’anti-casta per ragioni sia di metodo sia di merito. Nel metodo, perché cercano e ottengono applausi a forza di sparate e “provocazioni”. Perché associano con frequenza i loro avversari ai regimi e ai peggiori dittatori del Novecento. Perché gli è capitato di chiedere le dimissioni di governi regolarmente eletti sulla base del successo popolare di una manifestazione di piazza. Perché sono manichei, perché semplificano, brigano, cercano scorciatoie, producono denunce e appelli a nastro. Perché replicano, insomma, lo stile comunicativo di chi contestano. Nel merito, perché sono spesso imprecisi, faciloni, ingannevoli, a volte in buona fede, spesso in cattiva fede. Perché maneggiano pericolosamente la dietrologia: per fare un esempio, dicevano che il governo Prodi non sarebbe mai caduto prima di una certa data perché i parlamentari avrebbero voluto prima maturare la pensione – Beppe Grillo ci fece addirittura un conto alla rovescia sul suo blog – eppure il governo Prodi cadde prima di quella certa data. Perché dicono bugie, in nome del fine che giustifica i mezzi. Perché propagandano idee clamorosamente sballate e dannose.
Lo scorso 18 ottobre [18/10/11] un sondaggio mostrato durante Ballarò illustrava quale dovesse essere secondo gli italiani “l’intervento prioritario contro la crisi”. Eravamo in pieno panico da spread, gli ultimi giorni del governo Berlusconi. Ce n’erano di cose su cui dividersi: spendere per rilanciare i consumi o tagliare la spesa per ridurre le tasse? Alzare o no l’età pensionabile? Privatizzare o nazionalizzare? Nessuna di queste ipotesi risultò in testa al sondaggio di Ballarò. Ottenne invece il 61 per cento dei voti, la maggioranza assoluta, questa proposta: “la riduzione del numero dei parlamentari”. Un altro 10 per cento sostenne che la cosa da fare subito per uscire dalla crisi fosse “abolire le province”. Misure simbolicamente importanti ma che non avrebbero impatti immediati sull’economia – se li avessero sarebbero probabilmente recessivi, almeno nel breve periodo – e che non scalfirebbero nemmeno il mastodontico debito pubblico italiano. È brutto da dire, ma in tutto sono un 71 per cento di italiani che non aveva idea di che cosa si stesse parlando

  Francesco Costa
“I professionisti dell’anticasta”
Il Sole 24 Ore – 27/06/2012

Lungi dal risolvere la questione originale, oramai del tutto posta ai margini della discussione, anni di retorica anti-casta e manipolazione mediatica…

«..hanno formato un’opinione pubblica immatura, lagnosa, superficiale, disinformata, che ragiona per luoghi comuni e frasi fatte. E che quindi nella maggior parte dei casi non può che scegliersi una classe dirigente egoista, localista, populista, appiattita verso il basso, che non rende conto di niente in particolare perché nessuno gli chiede conto di niente in particolare, dato che “sono tutti uguali”. I politici lo hanno capito e ci marciano, infatti da tempo non promettono più di essere eccezionali ma di essere “gente come noi”. Rassicurano, invece che scuotere. Seguono, invece che guidare.
La “casta” dei politici italiani, con tutte le sue grandi e pompose storture, non è piovuta dal cielo, né oggi rimane al suo posto grazie a superpoteri invincibili o paranormali. È stata votata, e poi ri-votata, e poi votata ancora. Dagli stessi che se ne lamentano, il più delle volte. E questo perché “la casta” dei politici è l’espressione ultima di un Paese che è interamente strutturato in modo castale. Si pensi alla nostra scarsissima mobilità sociale, per esempio, oppure allo scandaloso apartheid a cui sono relegati i lavoratori precari. Agli stipendi che si muovono solo e soltanto sulla base dell’anzianità, oppure all’arcaica e corporativa regolamentazione delle professioni. Caste, vere.»

 Francesco Costa
 “I professionisti dell’anticasta”
 Il Sole 24 Ore – 27/06/2012

È aspetto questo che sembra totalmente avulso da ogni altra considerazione che non sia circoscritto alla mera contabilità da scontrino alla bouvette di Montecitorio, in una democrazia minimale che si nutre di suggestioni e rigurgiti autoritari che scambia per “decisionismo”.

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L’è tutto un gomblotto!

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , on aprile 3, 2014 by Sendivogius

The Forbidden Kingdom

Un condannato in via definitiva ha chiesto e ottenuto di essere ricevuto dal Presidente della Repubblica. Che messaggio viene dato al Paese? E questo sarebbe possibile in Gran Bretagna, Germania o Francia, o anche in Italia con Pertini o Ciampi? La risposta è ovviamente no
(Beppe Grillo – 03/04/14)

Sieg Heil! 10/07/2013. Il Presidente della Repubblica riceve al Quirinale il ragionier Giuseppe Grillo: pluripregiudicato, attualmente indagato per istigazione a delinquere, condannato con sentenza definitiva per diffamazione aggravata (con reiterazione del reato), e soprattutto per omicidio colposo plurimo. In pratica, ha solo ammazzato tre persone mentre faceva lo sborone col SUV (che non sapeva guidare), in alta montagna su una strada ghiacciata chiusa al traffico.
Evidentemente, c’è pregiudicato e pregiudicato…
Lui in base al non-statuto non si può candidare, ma ovviamente può fare il “capo politico”, decidere le regole, dettare la linea al “movimento” con marchio registrato a proprio nome, entrare e uscire da Parlamento e Quirinale a proprio piacimento, e all’occorrenza telefonare a “Re Giorgio” quando più gli aggrada, visto che ne possiede il numero privato.
Beppe Grillo e NapolitanoPotrebbe mai essere possibile una cosa del genere in un Paese mediamente civilizzato dello scacchiere occidentale?!? Naturalmente, no. L’energumeno verrebbe fermato all’ingresso da più solerti gendarmi dei nostri e, in caso di insistenza, accompagnato al più vicino centro di igiene mentale per un trattamento obbligatorio.
Per fortuna noi siamo in Italia, dove la farsa è la regola e c’è sempre un posto d’onore riservato al cialtrone di turno. Di solito, vengono nominati presidente del consiglio.

Silvio-Berlusconi

Nello stesso istante in cui un “condannato in via definitiva” contesta all’altro l’ingresso al Quirinale, rivendicando il diritto esclusivo di visita, complice il silenzio dei media venduti della ka$ta, si consuma un altro terribile dramma ai danni del Vate® a 5 stelle. Qualcuno (i Rettiliani? Gli Illuminati? Gli hackers del PD? Il Bilderberg?) sta boicottando i comizi a pagamento del Grullo! Al Capo comico (è risaputo) il soldo, ancor più se facile, piace. Sproloquiare a gratis davanti ai suoi seguaci invece gli gusta un po’ meno; perciò molto meglio se paganti. E visto il flop clamoroso della prevendita biglietti, dovrà pur trovare un modo per annullare la sua tournée circense. Perché matto sì, ma stupido no.
Casaleggio Nel magico mondo brizzolato dei bella chioma, non potevano poi mancare le esternazioni di Giangi belli capelli, che con la consueta allegria di un corteo funebre preannuncia serafico: “in questo periodo, giustappunto prima delle elezioni, stanno preparando dossier su di me, sulla mia famiglia e sulla mia società”. Come se ci fosse molto da sapere…
Da semplice perito informatico, nel marzo dell’anno 2000, Belli Capelli diventa amministratore delegato della Webegg S.p.A (ex Logicasiel): società del Gruppo Olivetti (poi passata a Telecom Italia nel 2002) è specializzata in web-marketing, digitalizzazione informatica, e ottimizzazione dei sistemi di rete, con un fatturato di quasi 92 milioni di euro (anno 2001). In meno di un paio d’anni, la lungimirante amministrazione di Giangi riesce a schiantare i bilanci dell’azienda conducendola al tracollo con una voragine di quasi 16 milioni di euro e riducendo i dipendenti da 719 a circa 200 unità, quando nell’aprile del 2003 viene “consensualmente” (dice Lui) accompagnato all’uscita principale.
A quel punto fonda la propria società personale con altri manager fuoriusciti (cacciati?) da Webegg e si dedica alla cura di immagine e del blog di Antonio Di Pietro, espurgando all’esuberante Tonino la modica cifra di oltre un milione di euro l’anno per i servizi internet aggregati. Questo prima di tracimare tutta la baracca ed i burattini della sepolta IdV nel nuovo “movimento” proprietario del Grullo digitale, col quale è tuttora in affari. Fine della storia.
Ma è sempre meglio gridare al “complotto”. Il prodotto vende bene.

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(61) Cazzata o Stronzata?

Posted in Zì Baldone with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on marzo 30, 2014 by Sendivogius

Classifica MARZO 2014”

Tana! Abolire il Senato (per decreto!), abolire le Province, e magari anche le Regioni, perché così si riducono i costi della politica. La Democrazia infatti ha un prezzo. Ci si chiede se, per risparmiare, non sia il caso di eliminare anche le elezioni, col relativo diritto di voto, visto che ogni tornata elettorale ci costa svariate centinaia di milioni di euro. Tanto oramai si tratta di una pura formalità; anche piuttosto onerosa… e che dunque non ci possiamo più permettere.
Si eliminano le assemblee rappresentative, ma si mantiene intatta la struttura di ‘servizio’ con le sue spese gestionali. Al dunque, i consigli elettivi vengono sostituiti da pletorici conclavi di nomina governativa; perché è molto meglio un notabilato di scarti trombati e funzionarini di partito a spartizione consociativa che un’assemblea di eletti. Giova alla “governabilità” e garantisce la tenuta di ‘intese’ allargate sempre più laide. Sia mai che debbano passare per una qualche investitura elettorale, ché il risultato è incerto e la volontà popolare mutevole. Ovviamente, i nuovi mandarini del Senato rottamato saranno selezionati tra “rappresentati locali” e gli immancabili “esponenti della società civile”, tutti rigorosamente nominati e tutti su designazione dei capibastone di partito. Si elimina il CNEL, le cui funzioni (forse) dovrebbero essere riassorbite dall’organismo non ancora determinato che si vorrebbe al posto dell’aula senatoria. A maggior ragione che le funzioni consultive e di controllo del vecchio Consiglio male si accordano col nuovo corso “decisionista”. La sedicente riforma del Senato, auspicata dal Bambino Matteo e dalla sua imbarazzante congrega di ‘ciofani’ (a dimostrazione di quanto le nuove leve facciano più schifo delle vecchie), ricorda incredibilmente la mussoliniana “Camera dei Fasci e delle Corporazioni”, con la differenza che questa si sostituiva al Parlamento e non al Senato; soprattutto, per composizione e competenze, aveva sicuramente una natura più democratica dell’obbrobrio costituzionale di invenzione renziana.
Ovviamente, l’analogia è più involontaria che voluta, giacché l’intenzionalità presupporrebbe una conoscenza della storia istituzionale del Paese… Figuriamoci come ciò possa essere possibile per uno che ignora persino i fondamenti della Costituzione vigente!
A quanto pare, il problema è circoscritto infatti alla rappresentanza democratica, specialmente se legittimata dal voto attivo della cittadinanza, che a quanto pare meno si esprime e meglio è. Il voto risulta un inutile impedimento che non giova certo al verbo della “stabilità”, che ha il suo fondamento nella continuità… ovvero, la riproposizione delle medesime oligarchie che a cadenza decennale si rinnovano intatte, facendo salva Vecchia merdal’immancabile deiezione del cialtrone populista di turno (che uno squallido buffone pronto uso si trova sempre!). Quest’ultimo costituisce infatti un espletamento scatologico fondamentale, per conferire coesione e legittimazione ad un sistema consolidato che conserva l’appeal di un gessato in naftalina; è la pennellata di colore (tutte le sfumature del marrone), tesa a ravvivare il quadro istituzionale di una natura morta con cadaveri.
Quirinale, giuramento governo RenziTuttavia, almeno da questo punto, l’avvento del Bambino Matteo contribuisce a dare una nota di fresco candore e fanciullesca minchioneria, riassumibile in un vecchio adagio medioevale: risum abundat in ore stultorum
E francamente ci mancava questa versione aggiornata del giggione ridanciano da esportazione, mentre gongola nel vestitino nuovo di sartoria istituzionale tent’è grande la meraviglia. Guardatelo mentre allunga il collo alla ricerca di un obiettivo (fotografico)…

Renzi Ridens

Sembra uno scolaretto in gita, che colleziona autoscatti (adesso si chiamano “selfie”) per il suo album dei ricordi personale. L’incontro con O’Banana ricorda uno sketch comico, dove entrambi sembrano divertirsi da morire tanto grasse sono le risate dei due amiconi.

I due venditori

Sostanzialmente, pareva il meeting tra un piazzista di auto usate ed un mercante d’armi, alla convention dei venditori di fumo.
Deve essere il nuovo corso politico in tempi di post-sobrietà

Il Bambino Matteo

“Il Ruggito del Cazzaro”
  di Alessandra Daniele
  (23/03/2014)

«Renzi aveva promesso di farsi valere in Europa. Quindi ha guardato la Merkel dritto negli occhi, e gliel’ha detto forte e chiaro: “Obbedisco”.
Poi s’è voltato verso la telecamera, ed ha aggiunto: “ma lo faccio per me stesso, non per te”.
Alla camera dei deputati ha invece parlato ininterrottamente per sei ore. Senza dire niente. Come sempre, a braccio: se dovesse riempire un pezzo di carta con le cose che dice davvero, il risultato sarebbe un foglio bianco.
Intanto, entrava in vigore il primo decreto del suo “Jobs Act”, che aumenta ulteriormente la precarietà del lavoro, rendendo milioni di persone ancora piùfaciili da sfruttare e licenziare.
E Cottarelli, il suo commissario alla “Spending Review” annunciava la seconda porzione della sua rivoluzionaria e inedita ricetta economica: tagli a pensioni e sanità.
Renzi è considerato da molti italiani una speranza di cambiamento. L’ultima. I sondaggi gli danno ancora un consenso popolare superiore al 40%.
Renzi in realtà è un cazzaro. L’ennesimo. Quanto ci metteranno gli italiani ad accorgersene stavolta?
Sappiamo che alcuni non se ne accorgeranno mai. Ci sono ancora milioni di italiani che votano Berlusconi, e che alle elezioni europee lo cercheranno sulla scheda, pronti a votare una qualsiasi delle sue figlie – se candidata – solo perché ha lo stesso cognome.
C’è ancora chi vota Alessandra Mussolini per lo stesso motivo.
E c’è chi ha eletto Di Battista del M5S, il figlio segreto della coppia Bonolis – Laurenti.
Certi elettori grillini sono un interessante caso di cecità selettiva: si sono sciroppati tutte le dietrologie snocciolate da Grillo durante l’intervista a La 7, senza vedere come se ne servisse per cambiare discorso ed eludere ogni domanda di Mentana sul vero ruolo di Casaleggio nel M5S.
La settimana scorsa molti leghisti hanno invece votato per l’indipendenza del Veneto, paragonandolo alla Crimea, benché le stonzate che spara la Lega non producano abbastanza metano per un gasdotto.
Ci sarà sempre qualcuno che crederà a Renzi. La cosiddetta luna di miele con la maggioranza del paese però non durerà in eterno. Ultimamente l’emivita dei cazzari s’è ridotta notevolmente. Monti s’è smontato ben prima del previsto. Letta s’è squagliato subito come una di quelle bistecche gonfiate con gli estrogeni che sulla graticola si riducevano immediatamente a uno straccetto carbonizzato.
Renzi è un imbonitore tronfio e logorroico che la sta sparando troppo grossa. Si desccrive come un “torrente impetuoso”, ma è soltanto un tombino intasato.
Quando le date del suo calendario del FantaCambio saranno passate tutte invano, le sue millantate riforme si saranno rivelate tutte per quelle cazzate reazionarie che sono, la maggioranza degli italiani s’accorgerà che la ricetta economica è sempre la stessa e sforna la solita merda, e così anche Renzi sarà bruciato. I suoi Quattro Salti in Padella finiranno nella brace.
Quale altro Coniglio Cacciaballe uscirà dal cappello del governissimo allora?
Il Toto Cazzaro è già cominciato, e non c’è praticamente nessuno nel PD di Renzi che non si stia già provando le sue scarpe. Dai presunti fedelissimi, ai nemici che hanno finto di arrendersi, agli ex amici che ha fregato.
E a Bruxelles già si ridacchia anche di lui

 Hit Parade del mese:

01. LA PENULTIMA PAROLA

[28 Mar.] «Se le riforme non vanno in porto me ne vado a casa: ho messo in gioco me stesso»
  (Matteo Renzi, il Cazzaro 2.0)

Debora Serracchiani02. GARANZIA E INDIPENDENZA ISTITUZIONALE

[30 Mar.] «Grasso è un presidente di garanzia ma credo anche che, essendo stato eletto nel PD, debba accettarne le indicazioni»
  (Debora Serracchiani, la Sellerona)

Ubriacone03. IO SPERIAMO CHE ME LA CAVO

[21 Mar.] «Io ho una casa che mi faccio la mia energia, se ne avanza un po’la metto in rete la do a quel mio vicino di casa. Faccio una rete internet di energia con le mie case dove la produco in loco. Siamo già in grado di farlo.»
  (Beppe Grillo, Buffone digitale)

Scilipoti04. A VOLTE PARLANO…

[27 Mar.] «Il governo cancelli il segreto di Stato sulle cosiddette scie chimiche e faccia cessare le operazioni aeree militari che determinano danni ambientali e alla salute delle popolazioni dei territori interessati»
  (Domenico Scilipoti, il Piccolo Chimico)

Razzi05. CONGRATULAZIONI DEMOCRATICHE

[11 Mar.] «Davvero il generale Kim Jong-un ha vinto le elezioni con il 100 per cento? Non lo sapevo. Un grande risultato. Domani ricevo nel mio ufficio l’ambasciatore nord coreano. Mi congratulerò con lui. Vuol dire che c’è un buon rinnovamento, si governa meglio con il 100 per cento. Sembra che Kim voglia davvero democratizzare il Paese. ‘Fusse che fusse’ la volta buona che in Italia diamo il 100 per cento a Berlusconi»
  (Antonio Razzi, Inarrivabile)

riso06. SILVIO FOR PEACE (I)

[04 Mar.] «Obama e l’Europa in queste ore si ricorderanno della Georgia e rimpiangeranno il ruolo fondamentale di Berlusconi»
  (Daniela Santanché, la Pitonessa)

carri06.bis SILVIO FOR PEACE (II)

[26 Mar.] « Con quello che sta succedendo ora in Russia ed Ucraina, pensate quanto bisogno avremmo di Berlusconi nella politica estera. Lui è l’unico che ha fermato i carri armati!»
  (Daniela Santanché, la Mente)

G.Rotondi07. LA SVOLTA

[01 Mar.] «Sono pronto a candidarmi Premier per tutto il centrodestra. Alla ‘rottamazione’ di Matteo rispondo con la mia ‘restaurazione’. Prodi piantò un ulivo, noi piantiamo un pino marino, simbolo di tutta l’Italia. Sì, l’anti-Renzi sono io»
  (Gianfranco Rotondi, l’Alternativa)

Rospo08. GRANDI STATISTI (I)

[04 Mar.] «Al Presidente del Consiglio Matteo Renzi non sfuggirà che sotto i cieli di Tunisia, in un piccolo cimitero cristiano ai piedi della Medina di Hammamet, riposa un grande italiano: Bettino Craxi. Mi auguro, e con me un’intera comunità, che da parte sua ci sia un pensiero per un patriota che ha amato l’Italia e gli italiani. Un omaggio a Craxi, all’uomo, al socialista, al presidente del Consiglio»
  (Stafania Craxi, Bella de papà)

Wanna08.bis GRANDI STATISTI (II)

[24 Mar.] «Mi hanno tolto il diritto di voto, ma se potessi sceglierei Silvio. Resto profondamente berlusconiana. Non gli permettono di salvare l’Italia… Sarebbe un sogno avere Silvio ai servizi sociali nel mio bar»
(Wanna Marchi, la Perseguitata)

Antonio Germanà09. FORZA ITALIA!

[23 Mar.] «Io ne ho parecchi in famiglia di parlamentari, parecchi: dentro c’è mio nipote; prima c’era mio papà; mio fratello due volte al Senato e due alla Camera; i miei cognati senatori e deputati… ma con la politica c’abbiamo rimesso. Non ci siamo arricchiti. Al parlamentare alla fine del mese non resta nulla. Ci siamo impoveriti.»
  (Antonio Germanà, il Poverello di Montecitorio)

Moretti09.bis PARTIRÒ

[26 Gen.] «Non c’è dubbio. Se il governo mi taglia lo stipendio, me ne vado all’estero!»
  (Mauro Moretti, AD FS)

Tripiede10. INTELLIGENZA A 5 STELLE

[26 Mar.] «Sarò breve e circonciso»
(Davide Tripiedi, il Conciso)

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Il Grande Bluff

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , on marzo 27, 2014 by Sendivogius

Most evil

Nell’eterno carnevale italiano si alternano le maschere, ma il canovaccio sembra essere sempre lo stesso… Si recita a soggetto, inseguendo gli umori del pubblico. È teatro interattivo, dove la platea partecipa alla finzione, tramite la commistione dei generi e delle parti, con una spiccata propensione alla farsa.
Del resto, il nostro è il Paese che ha inventato la Commedia dell’arte, esportandola in tutto il mondo. Con la sua predilezione per le maschere di scena, la “Commedia italiana” fonda il suo successo sugli Zanni, i Pulcinella, Brighella, Rugantino, Meo Patacca… che costituiscono i personaggi ricorrenti in una galleria di stolidi crapuloni e imbroglioni incalliti, servi zelanti e infidi, impenitenti fanfaroni e spacconi da quattro soldi, talmente prevalenti da essere declinati su scala regionale. E ora ci tocca viverla la Commedia, nella sua variante “ridicolosa”, convogliata nei teatrini di avanspettacolo ai quali è ridotta la rappresentazione politica, sancendo il trionfo dei guitti innalzati a padroni indiscussi del palcoscenico.
Attualmente, siamo passati dalle macchiette di cabaret, col loro repertorio obsoleto da guerra fredda e scorte industriali di fondotinta, ad una figura completamente sperimentale, nella riproposizione aggiornata di vecchi classici… Signore e Signori, abbiamo un nuovo protagonista: il Cazzaro 2.0.

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Nella sua versione completamente revisionata e potenziata a livello digitale, è destinata a sostituire in fretta i vecchi modelli ancora in circolazione di cacciaballe professionisti, destinati a rapida rottamazione per superati limiti di età; specialmente dopo il disastroso lancio (prontamente ritirato del mercato) del prototipo Monti9000 classe Teknocrat-UE ed ulteriori emuli scadenti (Letta DC/2000).
La preghierina Sopravvive, in edizione fortunatamente limitata e solo per i nostalgici più irriducibili, la proiezione olografica dell’oramai marcescente biodroide sintetico P.A.P.I. (Pelato Automatico a Pompetta Ibrida). Ridotto com’è ad un incrocio tra una palla da bowling ed un pinguino obeso, è il fossile precambriano che conserva intatta tutta la fragranza di un grumo di feci riverniciate di fresco. Al momento, la salma in soluzione ceronata è ostaggio del Clan delle Bella Napoli e si teme per il suo rilascio, per quanto sia prossimo alla discarica più vicina per rifiuti altamente tossici.
Francesca PascaleAl contrario, il Cazzaro 2.0 è intraprendente, dinamico, e soprattutto “giovane”: quindi un ragazzo inesperto a cui tutto si perdona ed al quale molti aspiranti cortigiani vorrebbero far da ‘consigliere’. Poco importa se a quarant’anni e con tre figli, nel resto del pianeta si è considerati uomini belli che fatti. Ammantato di “nuovismo” ma non troppo, si innesta nel solco della tradizione (che poi gli italioti si spaventano!), rinverdendone i fasti con qualche innesto sbarazzino e pescato ad cazzum canis ovunque sia disponibile. Per questo ha riesumato il blairismo con 20 anni di ritardo (ormai un cadavere putrescente), innestato su un iperattivismo molto fanfaniano in crosta tutta democristiana: arte secolare che gli permette di far proprie le tesi più diverse, purché funzionali alla sua sopravvivenza e dare sempre ragione all’interlocutore del momento, qualunque cosa dica, salvo ripensarci strada facendo.
Utilizza le nuove tecnologie, in prevalenza F/B e soprattutto Twitter, che con le sue battute razionate richiede uno sforzo cognitivo minimo, sostanzialmente per sparare cazzate senza posa da mane a sera.
Nella faciloneria fanfarona che lo contraddistingue è avvezzo alle sparate: più grandi sono e meglio è. L’importante è che siano ad effetto, nella fiammata pirotecnica del fuoco fatuo. Dell’antico modello P.A.P.I. possiede più capelli e qualche chilo in meno; sicuramente ha ripreso l’incredibile faccia di tolla ed il cipiglio decisionista, che tanto piace ad un elettorato perennemente alla ricerca di un condottiero.
Fiuta il vento del momento e ovviamente è “anti-casta” e contro i “privilegi della politica”… Semplice tra i semplici, usa il machete al posto dei bisturi, muovendosi con la grazia di un elefante in cristalleria. In un Paese in deficit permanente, dissanguato dalle manovre correttive e dalle politiche monetariste (che permangono intatte) per cercare di mettere i conti in ordine, crede che i soldi crescano sugli alberi, proprio come gli zecchini d’oro di Pinocchio, e che per reperire le risorse indispensabili per una spesa di circa 83 miliardi di euro (a tanto ammontano i costi delle sue promesse lanciate durante la televendita promozionale) è convinto bastino svendere su e_Bay le autoblu e saccheggiare la Cassa Depositi e Prestiti.
maschereCome tutti i decisionisti da operetta, ha un’idiosincrasia naturale per le assemblee rappresentative e le formule consultive… Per questo si prepara a vagliare una legge elettorale che con uno sbarramento dell’8% negherà ogni rappresentanza parlamentare alla metà del corpo votante. Pensa che il precariato di massa si sconfigga riducendo ancor di più le garanzie contrattuali e che il problema siano i sindacati. Volendo contenere i costi della politica ed eliminare il “bicameralismo perfetto”, si prepara ad abolire il Senato e l’elezione dei senatori, per sostituirli con cacicchi di nomina oligarchica, tanto gli pareva strano ridurre eventualmente il numero degli eletti, rivedendone gli emolumenti, e differenziare le funzioni rispetto a quelle del Parlamento. Abolisce per decreto pure le Province, senza ovviamente comprenderne che i costi sono strutturali e che pertanto permangono intatti. In compenso, cancella l’elezione delle assemblee provinciali, per sostituire le medesime con organismi di nominati senza alcun riconoscimento elettorale. E ancora non ha capito il Bambino Matteo che tali riforme richiedono un radicale stravolgimento della Carta costituzionale, che a qual punto andrebbe stralciata e riscritta daccapo senza passare per improbabili “saggi” su indicazione presidenziale.
Il Merdone urlanteAlternativa attiva sull’altro versante della peggiore demagogia populista abbiamo invece la Setta degli Incontaminati, col suo barbuto botolo ringhioso che per le prossime elezioni europee si prepara ad imbarcare la compagnia di giro del suo following, in transumanza per l’Italia con tutto il carrozzone al seguito. Qui siamo invece dalle parti del teatro dei burattini, col puparo ed i pupazzi al seguito. Cercarne un filo logico è cosa pressoché assurda oltreché inutile: siamo infatti dinanzi ad un istrione patologico che si nutre dei propri deliri, ma che ha capito perfettamente la sostanziale identità tra politica e varietà.
grillotour_te_la_do_io_l_europaCaso unico nel suo genere, è il primo “capo politico” che si fa pagare per assistere ai suoi comizi elettorali, venduti (insieme ai biglietti) per spettacolo. Perché alla fine il cuore batte sempre là dove pulsa il denaro…

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L’Idiota in politica

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , on marzo 21, 2014 by Sendivogius

Cobra wants you - by Mcarson

Speculare al concetto di Civiltà, la nobile arte della Politica ha origini antichissime, quando un gruppo di cittadini con parecchio tempo libero a disposizione scoprì che per curare gli interessi propri e quelli della comunità di appartenenza era molto più pratico riunirsi in assemblee deliberanti, più o meno allargate, piuttosto che sfidarsi in combattimenti all’ultimo sangue, dando la stura a faide tribali tra clan rivali. In sostanza è un metro di misura, indice di “urbanità”. Ovviamente le cose non migliorarono. Semplicemente mutarono. Ed i vecchi clan familiari si costituirono in fazioni in lotta per l’egemonia. La gestione del potere divenne dunque una faccenda alquanto sofisticata. Per sua stessa natura, la Politica è strettamente connessa con l’amministrazione della “Polis” (la città) e si interessa da sempre alla “res publica” (la cosa pubblica), con risultati mutevoli come l’animo dei contendenti.
idiot-clown-looking-for-soldiersNata in contrapposizione all’imbelle insipienza degli “idioti” (coloro che pensano ai fatti propri nel loro esclusivo vantaggio), specialmente se rapportata al caso italiano, la Politica ha finito per privilegiare l’interesse di questi ultimi sopra ogni altro aspetto, tanto che tra “politica” ed “idioti” la differenza risulta attualmente minima se non indistinguibile. A tal punto che più che mai si può parlare di predominanza dell’idiota in politica.
Forse ciò avviene perché la “folla”, nell’anomia massificata e opportunisticamente canalizzata nei rituali formali del voto organizzato, nell’immagine amplificata dell’idiota tende a riconoscere se stessa e che in fondo costituisce una figura rassicurante. Adora i Re Travicello e ignora (come giustamente è stato fatto notare) che dopo questi arrivano sempre le serpi.
Sostanzialmente incapace di analisi strutturali dalla minima complessità, che vadano oltre il piagnisteo familista e l’invettiva da bar sport, l’italiota medio è perennemente in bilico tra integrati e apocalittici, a seconda del tornaconto personale che il “sistema” è in grado di garantirgli o meno…
Chiusi nel pantano di una politica più desiderante che deliberante, tra imbonitori politici e venditori di sogni in saldo elettorale, per capire meglio la situazione nostrana, a volte è utile rimettersi allo sguardo clinico e stupido dell’osservatore straniero avvezzo alle cose di casa nostra.
È il caso dell’antropologa francese Lynda Dematteo, che rielaborando la sua tesi di laurea, nel 2007 pubblica il suo saggio più famoso (L’idiota in politica), strutturato come uno studio etnografico, interamente dedicato ad Umberto Bossi ed alla sua Lega Nord.
In proposito, è curioso notare come certe considerazioni incentrate sulla specificità leghista siano perfettamente sovrapponibili al M5S ed alle sparate del suo truce e_guru virtuale. Si parla di Umberto Bossi, ma sembra Beppe Grillo.
Trova le differenzeD’altronde non è un mistero che i fascisti digitali della setta pentastellata abbiano assorbito il grosso dell’elettorato leghista, tanto che ad oggi il moVimento sembra, per linguaggio e modalità, esserne l’erede più diretto. La chiave del successo di questo ennesimo partito antisistema, nella medesima pretesa “rivoluzionaria”, probabilmente risiede nell’aver proiettato il suo revanchismo protestatario oltre i miti neo-völkisch dell’etnonazionalismo padano, introiettando l’inestirpabile qualunquismo italiano con il suo substrato fascistoide, in tutta la sua carica poujadista dilatata su scala nazionale. La componente stalinista-giacobina degli Enragés anti-casta non è altro che una sua integrazione. jean-paul-marat-aroused-hatred-in-the-hearts-of-the-paris-mobsTutto il resto, dalle menate mistico-esoteriche di Casaleggio, al ruolo salvifico del webbé, sono poco più che folklore coreografico, per impressionare i neofiti della setta. Perché è noto che più che gli apprendisti stregoni ad impressionare l’immaginario collettivo degli italiani solitamente sono i buffoni con le loro mirabolanti promesse. E, in genere, più sono volgari e analfabeti, più piacciono; giacché lo spirito dell’ineffabile italiota sembra incapace di elevarsi al di sopra delle propria cintola, mentre circola con la patta aperta…

L'Idiota in politica«Nei confronti di chi li governa gli italiani hanno un atteggiamento di disincanto e di distacco, che denota un rapporto molto particolare con la dimensione politica. In tale contesto il gioco dell’idiozia risulta terribilmente efficace poiché, pur generando un’inevitabile disapprovazione, suscita una forma di divertita indulgenza.
[...] (Bossi/Grillo?) È il giullare che non rispetta niente e nessuno, nemmeno il papa; può dire tutto poiché viene ritenuto non responsabile delle proprie affermazioni e, in genere, i suoi attacchi sono particolarmente irriverenti perché indirizzati verso temi o persone che godono di rispetto. Come il tradizionale buffone, opera sul registro dell’ambiguità. Il suo obiettivo fondamentale è insinuare il dubbio in chi lo ascolta, impedendogli di cogliere i veri fini o la natura del suo discorso, per poterlo circuire meglio

  Lynda Dematteo
L’idiota in politica. Antropologia della Lega Nord
Feltrinelli (2011)

In fondo, si tratta del solito “teatrino” politico, tanto stigmatizzato a parole quanto prediletto nei fatti. Non v’è tragedia in questo, perché la preminenza risiede tutta nella farsa…

«La strategia comunicativa del leader corrisponde alle tradizionali modalità d’azione della Commedia dell’Arte. Con lui la pratica politica perde qualsiasi significato, si riduce ad una serie di effetti prodotti da dichiarazioni, minacce, pernacchie, promesse tanto inopinate quanto impossibili da mantenere: si tratta essenzialmente di spettacolo.
Anche se le dichiarazioni di Jean-Marie Le Pen rievocano talvolta le provocazioni del leader della Lega, i francesi non ridono di Le Pen come fanno gli italiani di Bossi, poiché quest’ultimo non incute alcun timore, suscita solo compassione.»

Tuttavia, il palcoscenico più congeniale a simili rappresentazioni è più che altro il palco dei cabaret; la sua modalità d’azione preferita sono i siparietti di avanspettacolo.
La SalmaIn questo, almeno dall’ascesa di Mussolini in poi, l’Italia ha sempre fatto da precursore per lo sdoganamento dei personaggi più improbabili e dei fenomeni più beceri nell’ambito della rappresentanza politica, personalizzata a misura di cialtrone (Bossi, Berlusconi, Grillo…), in una degenerazione generale della Democrazia tanto preoccupante da sembrare irreversibile.

«Come può una persona che detiene il potere essere tanto ignorante quanto irresponsabile? E che cosa comporta questo in termini di rappresentazione politica? Peraltro, si tratta di un fenomeno non circoscritto unicamente alla situazione italiana: George W. Bush è stato ridicolizzato in tutto il pianeta per la sua idiozia nel corso dei suoi due mandati presidenziali. Ci troviamo forse di fronte ai sintomi di un provincialismo che si sta progressivamente facendo largo in Europa e negli USA, poiché l’Occidente non è in grado di reggere le conseguenze della globalizzazione di cui pure è stato promotore?»

G.W.Bush

A tal proposito si potrebbe parlare di trionfo universale dell’idiota, tanto il fenomeno sembra radicato ed in piena espansione…

«L’uso della parola “idiota” impone qualche precisazione. Idiota, in senso etimologico, significa “uomo del luogo” ed è un termine la cui radice greca vuol dire “particolare”. Per gli antichi greci idiota era colui che non aveva accesso alla dimensione universale, quello che viveva ancora nella caverna, o meglio, nella sua caverna. Secondo gli ateniesi, i più stupidi erano i loro vicini più prossimi, quelli che abitavano ai margini della polis. Il termine fu appositamente coniato per definire quei soggetti, tuttavia gli ateniesi sapevano di avere degli “idioti” anche all’interno della loro città: i cinici.
Idiota è dunque il soggetto votato alla più irriducibile autoctonia e al ripiego identitario. Quando un simile soggetto valica i confini del proprio universo culturale, si comporta spesso in modo improprio e grottesco. Preso singolarmente o all’interno della cerchia più o meno ampia dei familiari, nessuno è idiota; i problemi cominciano fuori, quando si passa da un universo simbolico noto a un universo poco, o per nulla, conosciuto. Quando mancano i codici che governano questi mondi, si adottano comportamenti che risultano sconvenienti, se non addirittura fuori luogo. In un certo senso la dimensione dell’idiozia ci riguarda un po’ tutti. Entrando in contatto con mondi e universi diversi dal suo, l’antropologo ne fa addirittura una professione; la sua abilità dipende proprio dalla capacità di uscirne. Al contempo è “misurandosi con la propria idiozia” che riesce a cogliere il suo oggetto di studio.
Di fronte alla nostra idiozia possiamo adottare due atteggiamenti: possiamo ridurla mostrando empatia nei confronti degli altri, oppure possiamo “fare gli idioti”, chiudendoci in noi stessi, contro tutti e contro qualsiasi sollecitazione proveniente dall’esterno

La Setta dei Pentastellati

In una commistione costante di linguaggi e registri stilistici, è la Darth Vader condomcacofonia parolaia del “Capo” a prevalere sui contenuti, fino a sostituirsi ad essi, senza alcuna preoccupazione per il mantenimento di una coerenza narrativa o una logica costruttiva misurata nel tempo. Si recita a soggetto, con la maschera più funzionale al momento.
Nel brano si parla di Umberto Bossi, ma potrebbe benissimo essere un Grillo…

«Nella tradizione italiana, a definire la maschera è il linguaggio: ogni maschera ha i suoi precisi connotati linguistici che le danno immediata riconoscibilità. Le performance di Umberto Bossi sono deplorevoli, ridicole, scandalose. Per la maggior parte degli italiani è il “tipico italiota” della scena politica. È l’iniziatore di una vera e propria “rivoluzione del linguaggio” destinata a disintegrare il “politichese” e a segnare il passaggio dalla Prima alla Seconda repubblica. Fino a oggi gli analisti italiani non hanno sviscerato in profondità i discorsi del leader della Lega Nord. La maggior parte ritiene che la forma dequalifichi il significato, ma si tratta di una lettura un po’ troppo superficiale delle sue performance stilistiche. Umberto Bossi non è un tribuno nel senso classico del termine: i suoi discorsi contravvengono a qualsiasi regola di ars oratoria, assolvono principalmente alla funzione dello “sfogo”. La violenza del linguaggio è l’esatta misura del discredito in cui è piombata la classe politica italiana a partire dagli anni ottanta. I suoi comizi sono improntati sulla diatriba. Le sue rocambolesche ricostruzioni storiche contengono accuse inverosimili; il suo discorso è privo di sviluppo, è fatto di digressioni legate le une alle altre da parole d’ordine scandite in alcuni precisi momenti per inculcare il messaggio nella testa delle persone.
Il linguaggio di Bossi pretende di essere naturale e viscerale, ma suscitando emozioni genera l’effetto di annullare qualsiasi distanza critica. Presenta registri molto diversi: discorsi filosofici, considerazioni ingenue e insulti. L’obiettivo è anzitutto fuorviare l’uditore: incoerenze, trovate strampalate, rimproveri inattesi suscitano il riso a dispetto della veemenza dei contenuti.
[...] La sua inventiva contribuisce a determinarne il successo. Più che il contenuto è la forza delle immagini evocate a trasmettere le sue convinzioni, ed è lo stesso Bossi ad attribuire una funzione pedagogica al suo strano linguaggio: “Con la gente devi semplificare e caricare, devi fare brillare i colori”. Coinvolge spesso il suo uditorio per fargli capire meglio gli intrighi del “Palazzo” in cui lui, uomo del popolo, è riuscito a introdursi. Spiegando le dinamiche del “Palazzo” in modo completamente fantasioso è riuscito a trascinare persone che non avevano mai fatto politica

Oggi il “Palazzo” è stato sostituito col termine altrettanto ondivago ed onnicomprensivo di “Casta”, ma la sostanza rimane invariata.
VaderÉ un inseguimento al ribasso degli umori delle folle. Linguaggio, tempi, interventi, sono calibrati unicamente verso la cooptazione del consenso puro e semplice, senza una reale prospettiva d’intenti, secondo un susseguirsi di luoghi comuni e stereotipi improntati alla massima semplificazione.

«Si tratta infatti di un linguaggio semplice e concreto, radicato nella quotidianità dell’italiano medio, usato per risultare immediatamente comprensibile, pieno di stereotipi tanto linguistici quanto sociali. Le dicotomie semantiche impiegate tratteggiano un mondo manicheo in cui i “nemici” sono chiaramente identificati. L’uso dei luoghi comuni rappresenta il punto di forza della propaganda leghista, poiché permette di stabilire un legame immediato con quanto gran parte delle persone già pensa e dice senza rifletterci.
Talvolta, è difficile seguire gli sviluppi delle argomentazioni di Bossi. I suoi discorsi evocano la glossolalia di alcuni malati di mente che costruiscono un idioma personale sulla base di neologismi organizzati secondo una sintassi rudimentale. Molti italiani credono che Bossi utilizzi parole a caso senza conoscerne il senso o attribuendogli un significato che solo lui conosce. La dimensione infantile di alcune espressioni completa il quadro clinico. L’aspetto delirante dell’insieme confonde il tenore del messaggio ideologico: il personaggio che asserisce simili assurdità con un linguaggio così insolito non può essere preso sul serio.»

In questo, la maschera è funzionale al successo di personaggi caricaturali, prossimi al giullare, persi nei frizzi dialettici di in un eterno carnevale: destabilizzante eppur rassicurante nella sua finzione scenica consacrata al trionfo delle mediocrità…

«Nei “riti di inversione di status”, generalmente la maschera riveste una funzione ben precisa: incute paura (non eccessiva) per accelerare il cambiamento e dissolvere le tensioni che attraversano la società

La metamorfosi così intrapresa, la fusione con la “maschera” indossata è tale che il Capo stesso…

«..si comporta come una maschera che trasgredisce le norme e che, realizzando un rovesciamento di status, permette a persone marginalizzate, provenienti da gruppi sociali e/o politici diversi, di ricrearsi un’immagine positiva di sé affermando la propria padanità contro il sentimento della maggioranza degli italiani. Realizza un riscatto

Sostanzialmente, è l’appagamento effimero del mediocre che non sa elevarsi oltre i limiti della propria ignoranza, elevata a motivo di vanto ed esibita senza vergogna, in un sostanziale vuoto di proposte e di argomentazioni per deficienza congenita…

«Gli attacchi personali sono sistematici e ad essere messa in discussione non è mai la politica dell’avversario, bensì l’avversario stesso. La vita politica italiana si riduce allora a relazioni di potere tra persone e diventa un teatrino.
[...] Irridendo i suoi avversari, nega loro qualsiasi valore in quanto dirigenti politici. A differenza dell’ingannatore che cerca di trarre vantaggio dalla sua vittima, lo sbeffeggiatore afferma la propria superiorità, gratuitamente e semplicemente per il piacere di sentirsi superiore. Questa forma attenuata di violenza in genere è l’arma dei deboli.
[...] I suoi discorsi sono spesso logorree noiose e penose che, senza alzate di voce, senza insulti di carattere sessuale o scatologico, farebbero fuggire i fedeli

  Lynda Dematteo
“L’idiota in politica. Antropologia della Lega Nord”
Feltrinelli (2011)

Ed in questo gli allievi superano nettamente i (pessimi) maestri, giacché al peggio sembra non esserci mai fine…

Good Luck & Good Night

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , on marzo 12, 2014 by Sendivogius

The Red Moon PreachersMarco Tullio Cicerone, che ora ottimo retore e pessimo politico, considerava l’arte oratoria come la capacità di padroneggiare il potere della parola e con essa dominare l’immaginario del pubblico, determinandone le emozioni a proprio piacimento e vantaggio.
Consapevole che demagogia, finzione e mimica, ne costituiscono i corollari fondamentali, l’intrigante avvocato di Arpino arrivò a prendere lezioni di recitazione da attori teatrali, per allenare la favella e affinare la propria abilità. Sicché, con la modestia che lo contraddistingueva, al culmine della sua carriera, Cicerone si considerava l’oratore perfetto e sintesi vivente dell’arte in questione, tanto da perderci la testa…
Ovviamente, l’ars dicendi, lungi dall’estinguersi con la dipartita del vanaglorioso ciociaro, nel tempo si evolve, muta pelle, si arricchisce di nuovi strumenti che ne esaltano la potenza e ne estendono la portata oltre le anguste piazze del foro o i palchi estemporanei dei comizi… In epoca contemporanea, per dire, ci sarebbe da chiedersi cosa sarebbero stati un Hitler, un Churchill o un Roosevelt, senza il potere onnipervasivo della radio.

«L’uomo politico è anzitutto “oratore”. L’oratore è l’artista della parola. L’uomo politico non è soltanto questo: egli è l’attore della parola. Oratore è colui che domina il pubblico; oratore politico colui che si serve della propria arte per dominare il pubblico.»

  Camillo Berneri
“Della demagogia oratoria”
(Almanacco libertario, 1935)

Attualmente, convogliata nei circuiti mediali del grande circo televisivo, con le sue cacofonie indistinte di urlatori catodici, telepredicatori e apocalittici da salotto, l’antica arte ha perso fronzoli ed allori, per tracimare nel “facilismo retorico” che sempre si accompagna alla facondia tribunizia di politicastri con aspirazioni da presunto ‘statista’ e ben più mediocri ambizioni.
CatilinaIn fondo, l’Italia è sempre stata patria di inesauribili cazzari, per un paese inguaribilmente malato di ‘ducismo’: quello paternalistico e arraffone dei Re Travicello. Dagli imbonitori da fiera ai giggioni da avanspettacolo, ha sempre contrapposto soluzioni minime a grandi problemi, nella prevalenza del cialtrone travestito da decisionista di successo. Per questo siamo passati da un fenomeno fuori competizione alla sua copia ringiovanita e ancora crinita, in perfetta sintonia di amorosi sensi, per un’overdose di proclami, annunci, promesse, nella fanfaronesca faciloneria del Bambino Matteo, perso tra le esplosioni pirotecniche ed i crepitii dei suoi fuochi d’artificio, e quanto mai ansioso di sembrare ‘grande’ nella piccineria dei suoi semplicismi.
Perché lo strombazzante neo-premier Renzi riscuote tanto successo di pubblico e di critica presso una stampa più prona che pronta?

«Perché è prestante, perché ha eloquenza fascinatrice e resistente, ma soprattutto perché la sua psicologia somiglia sinceramente a quella del popolo: ottimista, semplicista, facilona, ricca più d’immagini che di idee, e di forme più che di cose»

Il fenomeno d’arresto e d’involuzione;
l’ottimismo ferriano e le sue conseguenze
Critica Sociale (1908)

Sono le parole di Giovanni Zibordi, socialista riformista di inizio ‘900, che ovviamente non si riferiva al Giamburrasca fiorentino ma allo scoppiettante Enrico Ferri che da socialista rivoluzionario si riciclò fascista.
Del resto, Anna Kuliscioff aveva già liquidato il personaggio con poche sferzanti parole:

«Il gran cialtrone non ha né cultura solida né ingegno. È un vanesio, che non vive che dell’approvazione pubblica, se gli manca questa non è più niente»

Evidentemente il genius ferriano è destinato a rivivere dilatato su scala nazionale, in sembianze fiorentine, mentre il Rottamatore (o “Riciclatore” di impresentabili?) si accinge a smantellare il Senato così come ci si disfa di un paio di scarpe rotte, sacrificando l’antichissima istituzione ai furori qualunquisti del momento. E per di più lo fa mentre si appresta a varare una legge elettorale che mortifica i più elementari criteri di rappresentanza democratica, dopo aver boicottato la parità di genere e riesumato la salma del Pornonano, improvvidamente elevato a compagno di merende (costituzionali).
E siccome nel grande villaggio di Borgo Citrullo non ci facciamo mancare proprio nulla, ci si è concessi pure la parentesi delirante del grullismo militante, insufflato dai rutti etilici di uno psicopatico barbuto che si crede il “dio” di una religione privata, mentre la sua setta si consuma in purghe staliniane e atti di contrizione interna, con l’inquisizione degli apostati del moVimento proprietario a marchio registrato.
moebiusNell’estetica plastificata del suo riduzionismo minimalista, il verbo si è fatto carne (e sangue.. e merda!), per essere consegnato agli appetiti della massa, quantificata in consistenza elettorale, e da questa consumata agevolmente, nell’ansia di piacere e di piacersi e più in fretta spendere i crediti di un consenso effimero, fondato sull’effetto temporaneo… sul coup de théâtre in teatrini politici a conduzione variabile per identico copione, col quale si celebrano i fasti dell’approssimazione. È il trionfo dello slogan, meglio se calzato d’infilata con sparate crescenti di colpi caricati a salve, dove il rumore ed il fumo delle cannonate in bianco copre la vacua inconsistenza del nulla.

«Se la grandezza dell’oratore fosse tutta nei gesti, nella voce, nel giuoco delle sue espressioni, l’ars oratoria non sarebbe che una branca dell’arte teatrale.
L’eloquenza di Mussolini è ricca di immagini, e le immagini sono nei discorsi ciò che gli aggettivi sono negli scritti. Più il pensiero è solido e l’espressione potente ed immediata, meno aggettivi ed immagini si incontrano nel discorso, che non è altro che prosa parlata. Il grande oratore è il Molière della parola, colui che crea i suoi discorsi e li pronuncia con arte, mentre l’oratore comune tesse con bei gesti e belle frasi, e con una sua mimica, un velo ricco di riflessi che però si ridurrà ad uno straccio quando non ci sarà più il suo tessitore ad agitarlo.
Dell’eloquenza di Mussolini come di quella di Gladstone non resterà che un’eco rumorosa. La vera eloquenza è quella della fonte perenne; quella del tribuno è una voce che muore appena tace: come quella del cantante.
Mussolini è dunque un grande tribuno. Gustave Le Bon ha detto: “Conoscere l’arte d’impressionare la immaginazione delle folle, significa conoscere l’arte di governare”. Ciò è vero psicologicamente, ma è falso storicamente poiché i grandi tribuni han saputo portare le folle all’esaltazione, condurle ove essi volevano condurle, ma il potere conquistato con la sola parola è sempre stato un pallone presto sgonfiatosi sull’abisso.»

 Camillo Berneri
 “Della demagogia oratoria”
(Almanacco libertario, 1935)

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MASS-ATTACK!

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on marzo 6, 2014 by Sendivogius

LUKAS

In un’epoca all’apparenza complicata come la nostra, dove (tra società liquida, post-democrazia, tecnocrazia, mediocrazia, iper-democrazia…) i neologismi si sprecano, per spiegare ciò che nella sua polverizzazione semantica sfugge ad una catalogazione certa, in abbondanza di interpretazioni, forse è il caso di (ri)dare la parola ad un Autore che ‘complicato’ lo fu davvero. Non foss’altro perché nella poliedricità del suo pensiero, le etichettature gli vanno sicuramente strette, con tutta la banale semplificazione che ciò sempre comporta. Il riferimento è allo spagnolo José Ortega y Gasset: sincero liberaldemocratico ed icona del pensiero conservatore; ostensore del primato della ‘tecnica’, ma raffinato umanista e filosofo (che di competenza scientifica non ne aveva alcuna). Elitista e vagheggiante propugnatore di una nuova aristocrazia dello spirito, è un individualista convinto, ma impermeabile ad ogni forma di discriminazione. Intriso di idealismo tedesco, spazia dal razionalismo scientifico alla metafisica (senza dimenticare Cartesio), passando per lo storicismo, per approdare ad una originale sintesi sincretica tra esistenzialismo e vitalismo nietzschiano. Ammiratore del liberalismo anglosassone e avverso ad ogni dispotismo (specialmente se di matrice ‘statalista’), si ispira quanto mai alle opere di un fiero reazionario (ma non razzista) come Oswald Spengler, con la sua statolatria autoritaria, ed alla filosofia dell’ermetico Martin Heidegger, con le sue simpatie naziste ed il sedimentato antisemitismo.
Ortega y GassetIn sommi capi, secondo Ortega y Gasset, per avere una visione quanto più organica possibile della realtà, è necessario mettere insieme e collegare le diverse prospettive individuali, onde delineare i contorni di uno schema concettuale unitario, tanto più completo quanto più ampia è la sommatoria delle diverse prospettive e tutte degne di interesse.
Con ampio anticipo, quello che il filosofo iberico paventa è un’iperdemocrazia ostaggio della superficialità umorale delle masse, consegnate nell’anonimato della loro mediocrità (e ignoranza) alla manipolazione emotiva attraverso stimoli indotti, nella costante riduzione dei problemi ad una estrema semplificazione su base puramente emotiva. E in questo individua subito il vero protagonista dell’età contemporanea…

«C’è un fatto che, bene o male che sia, è il più importante nella vita pubblica europea dell’ora presente. Questo fatto è l’avvento delle masse al pieno potere sociale. E siccome le masse, per definizione, non devono né possono dirigere la propria esistenza, e tanto meno governare la società, vuol dire che l’Europa soffre attualmente la più grave crisi che tocchi di sperimentare a popoli, nazioni, culture. Questa crisi s’è verificata più d’una volta nella storia. La sua fisionomia e le sue conseguenze sono note. Se ne conosce anche il nome. Si chiama la ribellione delle masse

  José Ortega y Gasset
La ribellione delle masse
Il Mulino (1962)

È quella “massa”, intesa come folla anonima e frenetica, che spesso e volentieri viene impropriamente chiamata “popolo” quando invece è plebe, coi suoi istinti elementari e pulsioni primarie. Popolo e plebe sono Grilloi due termini che sovente vengono confusi, nell’incapacità di distinguerne l’intrinseca differenza. E il “popolo” diventa il feticcio ideologico pronto uso, per ogni lestofante che voglia ammantarsi dell’aurea messianica del condottiero di folle, adibite a strumento coreografico e di pressione per i propri personalismi.

«Il concetto di moltitudine è quantitativo e visivo. Traduciamolo, senza alterarlo, nella terminologia sociologica. Allora troviamo l’idea della massa sociale. La società è sempre una unità dinamica di due fattori: minoranze e masse. Le minoranze sono individui o gruppi d’individui particolarmente qualificati. La massa è l’insieme di persone non particolarmente qualificate. Non s’intenda, però, per masse soltanto, né principalmente, “le masse operaie”. Massa è l’uomo medio.»

Nell’impazzimento generale del tempo presente, tra rigurgiti populisti e neo-fascismo di ritorno, tra nuove elite tecnocratiche e oligarchie timocratiche, dove la figura dominante è tornata ad essere il Capo (“politico” o meno che sia) in tutta la sua immanenza tribunizia e decisionista, sia essa la salma inceronata del papi nazionale, o il profilo ridanciano di un Renzi, o il muso barbuto di un Grillo che tra purghe interne e atti di sottomissione grugnisce qualcosa a proposito di “iperdemocrazia e partecipazione diretta” (certificata dal fantomatico Staff), nella sua profondità preveggente, il pensiero di Ortega y Gasset riconquista una freschezza ed una attualità insospettabili.

«Oggi assistiamo al trionfo d’una iperdemocrazia in cui la massa opera direttamente senza legge, per mezzo di pressioni materiali, imponendo le sue aspirazioni e i suoi gusti. È falso interpretare le nuove situazioni come se la massa si fosse stancata della politica e ne devolvesse l’esercizio a persone «speciali». Tutto il contrario. Questo era quello che accadeva nel passato, questo era la democrazia liberale. La massa presumeva che, in ultima analisi, con tutti i loro difetti e le loro magagne, le minoranze dei politici s’intendevano degli affari pubblici un po’ più di essa.
Adesso, invece, la massa ritiene d’avere il diritto d’imporre e dar vigore di legge ai suoi luoghi comuni da caffè [oggi diremmo “da bar” n.d.r.]. Io dubito che ci siano state altre epoche della Storia in cui la moltitudine giungesse; a governare così direttamente come nel nostro tempo. Per questo parlo d’iperdemocrazia.»

Ortega y Gasset parla di “ribellione delle masse” ad ogni forma di coinvolgimento realmente analitico e responsabilizzazione individuale, che vada oltre i colori cangianti degli umori che si agitano sulla superficie delle società massificate.
Mars AttacksNe contesta la pretesa universalistica nelle sue assolutizzazioni ideologiche; la sua aspirazione all’unanimità, che poi è insofferenza verso ogni forma di dissenso o comportamento discrepante dalla volontà della maggioranza. Soprattutto non tollera l’uso che della volgarità le masse (ed i suoi demiurghi) fanno, elevandola a titolo di merito di una semplificazione estrema, rivendicando una sorta di genuinità primigenea nell’arroganza tipica di chi fa dell’esibizione della propria ignoranza un vanto…

«Se gl’individui che affollano la massa si ritenessero particolarmente dotati, avremmo non più che un caso d’errore personale, non già un sovvertimento sociologico. Il fatto caratteristico del momento è che l’anima volgare, riconoscendosi volgare, ha l’audacia d’affermare il diritto della volgarità e lo impone dovunque.
La massa travolge tutto ciò che è differente, singolare, individuale, qualificato e selezionato. Chi non sia come “tutto il mondo”, chi non pensi come “tutto il mondo” corre il rischio di essere eliminato. Ed è chiaro che questo “tutto il mondo” non è “tutto il mondo”. “Tutto il mondo” era normalmente l’unità complessa di massa e minoranze discrepanti, speciali.
Adesso “tutto il mondo” è soltanto la massa.»

Ne denuncia il primitivismo e la presunzione di chi, pretendendo di sostituirsi agli ordinamenti vigenti, non è minimamente in grado di garantirne il funzionamento o costruire una valida alternativa…

“L’uomo-massa attuale è, effettivamente, un primitivo, che dalle quinte è scivolato sul palcoscenico della civiltà.”

Ed è curioso che le sue osservazioni sugli eccessi della iperdemocrazia giungano in un periodo in cui l’intera Europa è sconquassata dall’avvento dei totalitarismi, cogliendo nella contraddizione l’intima connessione tra le degenerazioni di una gigionesca ipertrofia democratica, che finisce per essere una parodia della stessa nella distorsione delle forme partecipative, e la sua intrinseca negazione in senso autoritario…

«Noi viviamo sotto il brutale impero delle masse. Esattamente: già abbiamo chiamato due volte “brutale” quest’impero, già abbiamo pagato il nostro tributo al dio dei luoghi comuni; e adesso, con il biglietto alla mano, possiamo allegramente entrare nel tema, osservare di dentro lo spettacolo.»

In questo Ortega y Gasset, con la sua diffidenza verso l’avvento di masse amorfe dalla matrice unidimensionale e facilmente influenzabili, ripercorre il solco già tracciato da autori come Georges Sorel o Gustave Le Bon, ma anche Sigmund Freud e Robert Musil.
GROSZ - MetropolisNella sua opera più famosa, La Ribellione delle masse, che poi è una raccolta di articoli pubblicati nell’arco del 1929 in piena depressione economica e durante la crisi della Repubblica di Weimar, come una serie di nodi irrisolti, estrapolati dal loro specifico contesto storico e sociale, si potrebbero quasi riconoscere le analogie con la situazione attuale (dall’Europa alla crisi della rappresentanza democratica), tanto numerose sono le affinità a tal punto da non riuscire sempre a distinguere con sicurezza passato e presente.
Nell’ambito prospettico da lui stesso enunciato in merito all’analisi sociale, quella di Ortega y Gasset costituisce dunque una prospettiva di pensiero dal notevolissimo spessore, che merita di essere riproposta come una sorta di variante parodistica ai cicli vichiani. Oppure, per fare il verso a Friedrich Nietzsche (che influenzò non poco il pensiero del filosofo spagnolo), come un ennesimo richiamo alle suggestioni dell’eterno ritorno

Grosz«Nel nostro tempo domina l’uomo-massa; è lui che decide. E non si dica che questo era quello che accadeva già all’epoca della democrazia del suffragio universale. Nel suffragio universale non decidono le masse; ma la loro funzione è consistita nell’aderire alla decisione dell’una o dell’altra minoranza. Ciascuna di queste presentava il suo “programma” vocabolo eccellente. I programmi erano, in realtà, programmi di vita collettiva. In essi si invitava la massa ad accettare un progetto di decisione.
Oggi avviene una cosa assai differente. Se si osserva la vita pubblica dei paesi dove il trionfo delle masse s’è spinto innanzi sono i paesi mediterranei sorprende di notare che in essi sì vive politicamente giorno per giorno. Il fenomeno è oltremodo strano. Il Potere pubblico si trova nelle mani di un rappresentante di masse. E queste sono tanto potenti, che hanno annullato ogni possibile opposizione. Sono padrone del Potere pubblico in forma tanto incontrastabile e assoluta, che sarebbe difficile trovare nella Storia situazioni di governo tanto prepotenti come queste. E tuttavia, il Potere pubblico, il Governo, vive alla giornata; non si presenta come un avvenire franco, non significa un chiaro annunzio del futuro, non appare come l’inizio di qualcosa il cui sviluppo o evoluzione risulti opinabile. Insomma, vive senza programma di vita, senza progetti. Non sa dove va, perché, a rigore, non avanza, non guarda a un cammino prefisso, a una traiettoria segnata in anticipo. Quando questo Potere pubblico cerca di giustificarsi, non allude per nulla al futuro, ma, al contrario, si reclude nel presente e dice con perfetta sincerità: «Sono un modo anormale di governo che è imposto dalle circostanze». Cioè dall’urgenza del presente, non per calcolo del futuro. Da qui il fatto che la sua estrinsecazione si riduca a schivare il conflitto di ogni ora; non a risolverlo, ma ad eluderlo provvisoriamente, impiegando tutti i mezzi, qualunque essi siano, a costo anche di accumulare con il loro ricorso maggiori conflitti sul prossimo avvenire. Così è stato sempre il Potere pubblico, quando lo esercitarono direttamente le masse: onnipotente ed effimero. L’uomo-massa è l’uomo la cui vita manca di programma e corre alla deriva. Per questo non costruisce mai, sebbene le sue possibilità, i suoi poteri, siano enormi.»

È passato quasi un secolo dalla sua stesura originale, ma sembra il ritratto sputato dell’Italia contemporanea con le sue pastoie burocratiche e governi di “larghe intese”.
Con singolare preveggenza, l’elitarismo aristocratico e nostalgico di Ortega y Gasset, la cui visione idealizzata delle elite liberali ottocentesche non è del tutto scevra da spunti più che reazionari, nel denunciare il livellamento dal basso, tiene conto anche della tipologia dominante dell’anti-politico, ritratto nel suo narcisismo auto-referenziale e nell’insipienza della sua mediocrità elevata ad elemento dominante del suo agitarsi ‘movimentista’.

Silvione lo Zozzone«L’uomo-massa si sente perfetto. Un individuo di selezione, per sentisi perfetto, ha bisogno di essere particolarmente vanitoso, e la pretesa nella sua perfezione non è essenzialmente legata alla sua natura, non è genuina, ma gli deriva dalla sua vanità, e perfino lui stesso serba un carattere fittizio, immaginario e problematico. Per ciò il vanitoso ha bisogno degli altri, cerca in loro la conferma dell’idea che vuole nutrire di se stesso. Sicché nemmeno in questo caso morboso, neppure se “accecato” dalla vanità, l’uomo selezionato riesce a sentirsi veramente completo. Invece, all’uomo mediocre dei nostri giorni, il nuovo Adamo, non capita affatto di dubitare della sua plenitudine.
La propria fiducia in sé è, al pari di Adamo, paradisiaca. L’ermetismo formatosi nella sua anima gl’impedisce d’intuire quella che sarebbe la prima condizione per scoprire la propria insufficienza: paragonarsi ad altri individui. Paragonarsi significherebbe uscire un istante da se stesso e trasferirsi nell’ambito del prossimo. Però l’anima mediocre è incapace di trasmigrazioni – attività suprema.
Noi c’incontriamo, allora, con la stessa differenza che eternamente esiste fra l’ignaro e il perspicace. Quest’ultimo si sorprende sempre a un pelo d’essere ignaro; perciò fa uno sforzo per sfuggire all’imminente ignoranza, e in questo sforzo risiede l’intelligenza. L’ignaro, invece, non si sospetta neanche: si ritiene avvedutissimo, e da qui l’invidiabile tranquillità con cui l’ignaro s’abbandona e si conferma nel suo torpore.
Il MerdoneCome quegl’insetti che non si sa come estrarre dal nido dove abitano, non c’è neanche il modo di sloggiare l’ignaro dalla sua insipienza, di portarlo un po’ più in là della sua cecità e obbligarlo a mettere a fuoco la sua torbida visione abituale con altri punti di vista più sottili. L’ignaro lo è a vita e senza respiro. Per questo diceva Anatole France che un imbecille è più funesto d’un malvagio: perché il malvagio qualche volta si riposa, l’imbecille mai.
Ma non si tratta che l’uomo-massa sia ignaro. Al contrario, l’attuale è più pronto, possiede maggiore capacità intellettiva di qualunque altro di altre epoche. Però questa capacità non gli serve a nulla; a rigore, la vaga sensazione di possederla gli serve soltanto per chiudersi di più in se stesso e non usarla. Una volta, per sempre egli consacra dentro la propria coscienza l’assortimento di luoghi comuni, pregiudizi, parvenze d’idee, o, semplicemente, vocaboli vacui che il caso ha ammucchiato nel suo intimo, e, con una audacia che si spiega soltanto con l’ingenuità, li imporrà dovunque.
Questo è ciò che nel primo capitolo indicavamo come caratteristica della nostra epoca: non già che l’uomo volgare creda d’essere eccellente e non volgare, ma è ch’egli stesso proclami e imponga il diritto della volgarità, o la volgarità come un diritto.»

  José Ortega y Gasset
La ribellione delle masse
Il Mulino (1962)

È quasi inquietante notare come la descrizione fenomenologica di Ortega y Gasset sembri calzare alla perfezione sulle deprimenti macchiette nostrane che, lungi dal costituire un unicum nazionale, costituiscono piuttosto un ideal-tipo predominante nei periodi di crisi in tutta la sua funesta evanescenza.

«L’uomo medio si trova con “idee” dentro di sé, però manca della funzione di pensare. Non sospetta neppure qual è l’elemento sottilissimo in cui le idee possono vivere. Vuole opinare, però non vuole accettare le condizioni e i presupposti dello stesso pensare. Da qui procede che le sue idee non siano effettivamente se non appetiti rivestiti di parole [...] L’uomo-pirlacchionemassa si sentirebbe perduto se accettasse la discussione, e d’istinto ripudia l’obbligo di rispettare questa istanza suprema che si trova al di fuori di lui. Perciò il “nuovo” è in Europa “finirla con le discussioni”, e si detesta ogni forma di convivenza che per se stessa implichi rispetto di norme oggettive, dalla semplice conversazione fino al Parlamento, passando per il territorio della stessa scienza. Questo vuol dire che si rinunzia alla convivenza della cultura, che è una convivenza al riparo di norme, e si retrocede a una convivenza barbara.
[...] Bisogna ricordare che in ogni tempo, allorché la massa, per questo o quel motivo, ha agito nella vita pubblica, lo ha fatto in forma di “azione diretta”. È stato sempre, invero, il modo di operare naturale alle masse. [...] Ogni convivenza umana va precipitando sotto questo nuovo regime in cui si sopprimono le istanze indirette. Nella pratica sociale si sopprime la «buona educazione». La letteratura, come “azione diretta”, si affida all’insulto.
Parla con me[...] Civiltà vuol dire, anzitutto, volontà di convivenza. Si è incivile e barbaro nella misura con cui ciascuno non senta il rapporto reciproco con gli altri. La “barbarie” è soprattutto tendenza alla dissociazione. E così tutte le epoche barbare hanno costituito sempre una dissipazione umana, un pullulare di gruppi minimi e tra loro separati e ostili.
[...] La massa non desidera la convivenza con ciò che non s’identifica con essa. Odia a morte ciò che non è essa stessa.
Orellana sfiduciato[...] Ci sono istituzioni morte, valori e stime che sono pure Matteo Renzisopravvivenza e ormai prive di significato, soluzioni indebitamente complicate, norme che hanno rivelato la loro insufficienza. Tutti questi elementi dell’azione indiretta, della civiltà, richiedono un’epoca di slancio semplificatore. L’abito di gala e lo sparato romantici sollecitano una vendetta per mezzo dell’attuale déshabillé e dello stare “in maniche di camicia”

  José Ortega y Gasset
“La ribellione delle masse”
Il Mulino (1962)

Sembra quasi di ritrovarsi allo specchio, seppur ritrovato in soffitta tra i cimeli di famiglia…
Mala tempora currunt sed peiora parantur.

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