Archivio per Gustave Le Bon

I Fatti d’Opinione

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 dicembre 2013 by Sendivogius

TOTAL RECALL

“I giornalisti oggi svolgono una funzione pubblica: denunciano, giudicano, assolvono e condannano.”

 Camille Desmoulins
 Les Révolutions de France et de Brabant
 (Nov.1789)

Tempo addietro, un noto polemista italiano, deprecando la “scomparsa dei fatti”, ebbe a scrivere su come in Italia le opinioni abbiano ormai la prevalenza sulla realtà, tramite l’interessata abolizione delle notizie, con una implicita quanto aspra contestazione dei salottini dell’approfondimento mediatico. Lasciamo perdere su come il medesimo abbia costruito la propria carriera giornalistica sulla costante manipolazione dei fatti, in funzione della propria interpretazione promossa a verità imprescindibile, diventando ospite fisso di un noto talk-show televisivo, dove il “fatto” (più che mai nella sua versione cartacea) è sempre speculare all’opinione e mai viceversa.
Il giornalismo politico è in fondo una rielaborazione degli eventi nella parzialità dei giudizi. Non che ci sia qualcosa di male in questo… L’importante è avere l’onestà intellettuale di ammetterlo. Non per niente, il genere si afferma, fino a diventare fenomeno di massa (che mira ad orientare), durante la Rivoluzione francese…

«Questo esercizio diretto di un ruolo politico mette capo ad una tipologia particolare di prodotto giornalistico. Rispetto alla raccolta ‘esterna’ di notizie, prevale nei fogli della rivoluzione francese l’esposizione di contenuti e idee che provengono dall’interno della redazione.»

 Giovanni Gozzini
 “Storia del giornalismo”
(Mondadori, 2000)

E nel vuoto istituzionale della Francia rivoluzionaria, dove il controllo della piazza si trasforma in potere, colui che è capace di orientare gli umori della folla ed eccitarne l’immaginazione, in fin dei conti, indirizza il corso degli eventi. O si illude di poterlo fare.
In tale ambito, certo giornalismo d’opinione, diventato ‘rivoluzionario’, non racconta più i fatti ma li crea, convinto com’è di esserne l’artefice e quindi di fare la storia. O almeno ciò avviene negli anni euforici dei suoi primordi…

Camille Desmoulins «Nel novembre 1789, Camille Desmoulins, uno dei leader della folla che ha assaltato la Bastiglia, pubblica “Les Révolutions de France et de Brabant”, un settimanale che fin dal titolo esprime la coscienza storica dei mutamenti in atto. Desmoulins lo scrive quasi interamente da solo, forte di una solida cultura classicista che gli ispira una prosa ironica e controllata.
Marat […] Nel settembre del 1789 nasce un altro dei fogli storici della Rivoluzione: “L’Ami du Peuple” (l’Amico del Popolo). Jean Paul Marat, che lo dirige, è di quasi vent’anni più vecchio del trentenne Desmoulins: ha conosciuto gli Enciclopedisti, è stato seguace di Rousseau, ha scritto saggi filosofici, eppure il suo settimanale di otto pagine è più demagogico e sensazionalistico di quello di Desmoulins. È il classico esempio del nuovo tipo di giornalismo creato dalla Rivoluzione: quasi un volantino di agitazione, pressoché privo di informazioni, il cui scopo principale è fare appello alla mobilitazione contro coloro che di volta in volta sono indicati come i nemici del popolo. “Una lunga litania di invettive”, lo definisce Jeanneney [a sua volta autore di una “Storia dei media” n.d.r]. È la faccia più estrema del nuovo potere incarnato dalla stampa: la cultura della notizia è sostituita dalla propaganda strumentale.
Jacques-René Hébert Jacques Hebert invece viene dal popolo. Poco più vecchio di Desmoulins, è figlio di un orafo e ha fatto mille mestieri, anche la maschera in un teatro di varietà. È una lezione che non scorderà. Il periodico che fonda nel gennaio 1791 si chiama infatti “Le Père Duchesne”, e fa riferimento ad un personaggio proverbiale della cultura popolare parigina: una macchietta sempre pronta a scagliarsi contro l’ingiustizia. È un trisettimanale che cerca di mantenere linguaggio e ruolo simboleggiati nella testata. […] Il suo pubblico è principalmente composto da sanculotti, i plebei in pantaloni lunghi, ma la prosa violenta e talvolta sboccata del periodico riscuote successo anche tra i parigini più colti

 Giovanni Gozzini
“Storia del giornalismo”
 (Mondadori, 2000)

È superfluo ricordare che tutti quanti finiranno malissimo, chi sulla ghigliottina, chi assassinato a mollo in una tinozza, divorati impietosamente da quella rivoluzione che avevano creduto di poter cavalcare, schiacciati in “processi politici” che troppo spesso avevano evocato a sproposito. E con buona pace della libertà di stampa, che i governi “rivoluzionari” taglieranno via in fretta, insieme alle loro teste.
In tempi più recenti, la carica di certa “controinformazione” d’assalto si è depotenziata, risucchiata com’è nelle fumisterie degli imbonitori salottieri dei sedicenti programmi di approfondimento, che fluttuano nella vacuità parolaia dei campioni del presenzialismo televisivo, tra l’indifferenza generale ed i facili entusiasmi di un pubblico ristretto.
Sono coloro che, con curioso anticipo sui tempi, già Gustave Le Bon chiamava “meneur” (conduttore); termine che però può essere benissimo tradotto come “agitatore” e liberamente come “duce”.

«I meneurs tendono oggi a sostituirsi progressivamente ai poteri pubblici, nella misura in cui questi ultimi si lasciano indebolire. In virtù della loro tirannia, questi nuovi padroni ottengono dalla folle una docilità molto più completa di quella ottenibile da ogni governo.»

 Gustave Le Bon
 “Psicologia delle folle”
(1895)

Di solito, in un crescendo chiasmatico di indignazione telecomandata, si distinguono per l’assoluta irresponsabilità in merito agli effetti delle loro intemerate su un corpo sociale, facile all’eccitabilità perché debole nella riflessione, attraverso la continua rincorsa al sensazionalismo di eventi parcellizzati, ma gonfiati per opportunismo ed elevati in fretta a fenomeno ‘paradigmatico’. E nel farlo enfatizzano più che altro delle suggestioni, alle quali si vorrebbe attribuire un valore universale. Il caso dei “Forconi” è eclatante, nell’assoluta inconsistenza di un sedicente “movimento” inghiottito nel vuoto siderale della sua miseria.  

Playmobil

Non di rado l’opinione, se ben strutturata su più vasta scala, diventa pressione organizzata. Ed è funzionale al consolidamento di un certo tipo di potere, a tutela di precisi interessi, in un gioco di sponda e di lobbies, in cui l’utile idiota “rivoluzionario” è sempre speculare al mantenimento del preesistente, in un eterno ritorno al sempre uguale, dove l’immobilismo è la migliore garanzia che tutto cambi perché rimanga com’è…
La nascita delle Laide Intese, la rielezione di un’ultraottuagenario alla Presidenza della Repubblica (di cui La Repubblica è il maggior sponsor), e le manovre dei ‘grandi’ quotidiani affinché ciò fosse possibile, ne costituiscono la perfetta riuscita per incisione sulle opinioni. Lo stravolgimento della Carta costituzionale e dello stesso assetto istituzionale, cortocircuitato nella monarchia presidenziale di una democrazia svuotata e sotto protettorato, sono le circonvoluzioni necessarie al mantenimento di uno statu quo che non si cura d’altro che preservare se stesso.
Casshern - The Old PresidentE ciò avviene a dispetto dei teatrini digitali dove si agitano i nuovi Exagérés del travaglismo hebertista, tra folle ringhiose e gli enragés pentastellati che di una simile cristallizzazione del reale, impantanato in un immobilismo chiamato “stabilità”, costituiscono la giustificazione perfetta, la scusa ideale che diversamente mancherebbe.

Curse-of-the-Golden-Flower

Per ogni “rivoluzione” fallita, c’è sempre una “restaurazione” perfettamente riuscita…

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L’illusione populista

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 novembre 2013 by Sendivogius

Grillini si connettono al webbé

Noi parliamo alla pancia della gente. Siamo populisti veri. Non dobbiamo mica vergognarci. Quelli che ci giudicano hanno bisogno di situazioni chiare. Ad esempio prendete l’impeachment di Napolitano. Molti di voi forse non sono d’accordo, lo capisco. Ma è una finzione politica. E basta. Non possiamo dire che ha tradito la Costituzione. Però diamo una direttiva precisa contro una persona che non rappresenta più la totalità degli italiani. Noi siamo la pancia della gente. Abbiamo raddrizzato la situazione, siamo stati violenti per far capire alla gente.
Se andiamo verso una deriva a sinistra siamo rovinati.

  Beppe Grillo
  (30/10/13)

POPULIST PARTY Circoscritto alla sua dimensione premoderna, il “populismo” propriamente detto è stato un fenomeno limitato, ancorché velleitario, tipico di realtà preminentemente rurali: i narodniki della Russia zarista nella seconda metà del XIX secolo e, alle sue propaggini opposte, il People’s Party negli Stati Uniti di fine ‘800. Entrambi furono pervasi da confuse istanze progressiste, nella loro forma ibrida ancora in evoluzione.
Sostanzialmente, il populismo si configura come una forma di primitivismo politico, che si alimenta di suggestioni e pulsioni emotive.
Come reazione alla modernità, nel trionfo dell’irrazionalismo e nel culto dell’azione nutrito dal mito per la “rivoluzione”, si confonde spesso e volentieri col nazionalismo, contribuendo non poco a concimare il substrato ideologico dei fascismi europei.
In Sudamerica, il populismo si contraddistinguerà come il tratto distintivo dei vari caudillos latinoamericani, dal Brasile di Getulio Vargas al “Partito Giustizialista” nell’Argentina di Juan Domingo Peron. E, con tutte le sue varianti nazional-popolari, fornisce a tutt’oggi la forma di governo predominante nel continente.
Southpark peopleNei sistemi politici maturi, il “populismo” ha sempre costituito un fenomeno marginale, alimentato da insofferenze piccolo-borghesi e ribellismo fiscale. Con ondate regolari, si manifesta ad ogni vento di crisi, spinto dalla marea di un malcontento diffuso ma propositivamente effimero. Nella sua forma ricorrente, rappresenta una cesura polemica tra la rappresentanza elettorale ed il corpo votante, in cerca di rassicurazioni e soluzioni semplificate a problemi complessi. Si muove su una piattaforma trasversale, attingendo tra i delusi della politica tradizionale; oscilla a sinistra, ma quasi sempre finisce per collocarsi a destra lambendone le estreme.
Nell’Europa della post-democrazia, con la crisi della rappresentanza e lo svuotamento progressivo delle libertà costituzionali, il populismo è rapidamente assurto dalla sua posizione irrilevante, confinato com’era nella periferia del tribalismo protestatario, a espressione prevalente ed in rapida ascesa nell’asfittico panorama della politica tradizionale.

«Nati spesso dal nulla come movimenti di protesta, privi di strutture, di quadri e di organizzazione, mossi da un imprenditore politico, i partiti populisti – ma non solo – si identificano innanzi tutto con il loro leader. E nonostante la loro estrema varietà, tutti i populismi hanno almeno un elemento in comune: l’importanza della leadership, al punto che molti di questi movimenti mantengono la loro unità e sopravvivono solo finché perdura il carisma del fondatore.
[…] Il populismo non si riferisce al capo solo come incarnazione dell’autorità: il leader è anche colui che esprime attraverso la sua persona i valori di cui il “popolo” è portatore. Grazie al suo carisma è in grado di mobilitare le energie al servizio del popolo e della nazione.»

 Yves MENY e Yves SUREL
 “Populismo e Democrazia”
 Il Mulino (Bologna, 2001)

Per i limiti congeniti alla carica anti-sistemica, solitamente i movimenti populisti non riescono quasi mai ad “istituzionalizzarsi”, finendo con l’esaurire la loro spinta propulsiva per l’impossibilità intrinseca di realizzare la “missione” prefissata. Incentrati esclusivamente sulla figura carismatica del “capo politico”, al quale legano le sorti in un rapporto esclusivo, si dissolvono in fretta con l’eclisse politica del fondatore per difetto di organizzazione.
NSDAP poster - Free Saxony from Marxist trash In una comunità carismatica, l’unico ruolo riconosciuto è quello del leader, che individua e quindi distribuisce le mansioni all’interno del gruppo, avocando a sé la sostanza degli aspetti decisionali ed il controllo delle reti di finanziamento, decidendone le forme e l’indirizzo secondo propria discrezione.
La concentrazione dei poteri in un’unica figura, legittimata dal fascino totalizzante del suo carisma, presuppone una debolezza intrinseca delle strutture organizzative del movimento, funzionali all’esercizio del potere carismatico e non alla creazione di una struttura permanente. L’assenza di ruoli formali distinti da quelli del “Capo”, l’irregolarità del finanziamento, la mancata strutturazione di regole e procedure, con organismi interni di garanzia per la corretta applicazione delle norme, ne costituiscono una conseguenza endemica.
D’altronde un’organizzazione strutturata in forme più complesse è rifiutata a priori, in quanto identificata con l’aborrita forma-partito, e sostituita quindi con la leadership padronale ed il rapporto diretto, quasi messianico, tra il “capo politico” ed il “popolo”, inteso più che altro come collettore omogeneo di messaggi “contro”.
A partire dagli anni ’90 del XX secolo, le nuove paure legate all’immigrazione di massa ed alla globalizzazione selvaggia, hanno gonfiato il bacino elettorale di “movimenti” e partiti populisti, facendoli tracimare dal loro alveo tradizionale, tanto che la loro espansione sembra diventata una peculiarità nei Paesi dell’area mediterranea. In questo, ha trovato fertile terreno soprattutto in Italia, da sempre laboratorio ideale di tutte le degenerazioni politiche e gli avventurismi personalistici…
Nella sua Psicologia della folla (1895), Gustave Le Bon attribuiva la tendenza ad una naturale eccitabilità delle folle latine.

“Non essendo la folla impressionata che da sentimenti eccessivi, l’oratore che vuole sedurla deve abusare delle affermazioni violente. Esagerare, affermare, ripetere, e non mai tentare di nulla dimostrare con un ragionamento, sono i procedimenti di argomentazione familiari agli oratori di riunioni popolari.”

Un secolo dopo, in tempi non sospetti, dinanzi al preponderante affermarsi del fenomeno, il Taguieffsociologo francese Pierre-André Taguieff concentrò le sue attenzioni sull’insorgenza capillare dell’illusione populista, utilizzando come termine di riferimento per il suo studio: il Front National della famiglia Le Pen ed il FPO” austriaco del prematuramente scomparso Jörg Haider, nel rapporto tra nazional-populismo e nuova destra.
Nella sua ricerca, Taguieff distingue due tipi di populismo politico: il Protestario e l’Identitario.
E su questi delinea i tratti salienti del fenomeno analizzato nella sua complessità:

«Il populismo politico presuppone una dimensione polemica (essere populista significa innanzitutto “essere contro”). Occorre precisare che entrambe le forme di populismo possono collocarsi a destra o a sinistra, abbinarsi ad un orientamento liberale o ad una posizione conservatrice, mascherare un’ostentata posizione anticapitalista o un appello alla “libertà economica”, al “capitalismo popolare” ecc.
La retorica dei movimenti populisti di destra si caratterizza in particolare per il fatto di sfruttare quelli che alcuni politologi hanno chiamato i “sentimenti antipartitici”, tramite la denuncia del programma e dell’azione di altri partiti – dei “partiti di governo” prima di tutto – o dalla condanna del comportamento di questi ultimi. Questi partiti populisti, collocati a destra o all’estrema destra, si presentano non senza paradosso come “partiti antipartiti”. La traduzione in slogan di questa posizione paradossale è la denuncia del “sistema”, dell’establishment, della “classe politica”, del “sistema dei partiti”, e della “burocrazia”.»

 Pierre-André Taguieff
 “L’illusione populista”
 Mondadori, 2003

Il segreto intrinseco per sciogliere la dicotomia di “partito-antipartito” sta nella scelta volksgemeinschaftsemantica del nome, declinato col termine di “movimento”. L’anti-parlamentarismo si traduce come critica alla “democrazia rappresentativa”, a favore di una democrazia “diretta”. Ovvero una democrazia plebiscitaria, dove di “diretto” c’è solo il costante appello al “popolo”, enumerato nel suo insieme come massa anonima ed omogenea.
Secondo Taguieff, la forma decisionale per eccellenza della democrazia populista è il referendum:

«..e più particolarmente il referendum di iniziativa popolare, che permette di aggirare le mediazioni politiche o amministrative, di scavalcare cioè il sistema rappresentativo, dato che sono gli stessi elettori, a certe condizioni, a prendere l’iniziativa della legge. Questa prima forma di populismo politico ha quindi la principale caratteristica di essere incentrata sulla contestazione o sulla critica del sistema di rappresentanza politica e sociale. Un tale tipo di populismo lo si incontra negli atteggiamenti, nei movimenti, o nelle ideologie protestatarie che mettono in atto una funzione “tribunizia”.
[…] L’appello al popolo implica la denuncia del sistema costituito della rappresentanza politica, simbolizzato nel discorso di Jorg Haider dai “vecchi partiti”…. La sua forma di legittimazione più efficace consiste nell’esigere una sempre maggior democrazia. Il 31/08/1994, Haider può così dichiarare: “Non ricostituiremo lo stato di diritto se prima non la faremo finita con il regno dei partiti costituiti. La democrazia rappresentativa è superata”.
[…] A questa domanda talvolta iperbolica di “democratizzazione” si aggiungono altre caratteristiche del discorso populista, che permettono globalmente di collocarlo a destra.
1) L’antintellettualismo, che implica l’esaltazione del sapere spontaneo o della saggezza ancestrale del popolo, il quale sa meglio dei suoi lontani dirigenti che cosa gli conviene.
2) L’iperpersonalizzazione del movimento, attraverso la figura carismatica del leader: Haider in Austria, Le Pen in Francia, Bossi nel Nord Italia, senza dimenticare Berlusconi. Nella maggior parte dei casi viene diffusa una leggenda oleografica ed edificante, che mette in evidenza la vita esemplare e la virilità del leader, il suo successo sociale e perfino la sua “onestà” o “sincerità”…. Del leader viene anche messa in rilievo l’esemplare capacità di contatto o di comunicazione con il popolo, qualità che gli permette di mostrarlo vicino “a chi sta in basso” e di distinguerlo dagli altri uomini politici, trattati come esemplari di un’unica e identica casta lontana dal popolo.
3) La difesa dei “valori del liberalismo economico”, indistinguibile da quella della piccola impresa e della proprietà privata; di qui anche la preferenza per certe categorie sociali: professioni liberali, piccoli e medi imprenditori, contadini ecc. (in realtà le classi definite medie a esclusione dei lavoratori dipendenti). Le altre categorie sociali tendono ad essere stigmatizzate come parassiti (gli impiegati pubblici in primo luogo) o come pericolosi deviati (gli artisti, tendenzialmente drogati e/o omosessuali). Si riconosce qui la tematica del “capitalismo popolare” (presente nel poujadismo ma anche nel lepenismo delle origini), che più o meno si avvicina al protezionismo economico ed è accompagnato da dichiarazioni antimondialiste o antiliberoscambiste. Questo populismo di difesa dei privilegiati specula sulla paura del declassamento sociale e si presenta, secondo l’espressione consueta, come “sciovinismo del benessere”, se non addirittura un “razzismo dei ricchi”.
[…] Un nuovo tipo ibrido è nato: il tribuno-proletario-miliardario.»

A maggior ragione, l’appello diretto al “popolo” del capo carismatico..

«implica non solo la sua intenzione di fare a meno delle mediazioni istituzionali e delle elite intermedie, ma anche di guarirlo contro queste ultime. In tale atto, che è anche l’espressione di un desiderio, si riconosce la dimensione anti-establishment, che può tradursi in una posizione anti-parititica, se non addirittura anti-politica. Di qui l’autodefinizione di una simile forza politica come “movimento”, come raggruppamento popolare incarnato dal leader carismatico e orientato contro il sistema politico, preso di mira nel suo insieme o solo in certe figure. Il Front National si colloca così sia tra i partiti antipartitici che in quelli antisistema.
[…] L’appello diretto al popolo corrisponde a due orientamenti: da una parte, il sogno di un ordine politico privo di mediazioni, liberato dagli astratti e complessi sistemi di rappresentanza, che apre uno spazio utopico in cui il principio della sovranità del popolo si ritraduce in un suo puro autogoverno (la “democrazia diretta”); dall’altra, la cristallizzazione dei sogni di fiducia, trasparenza, purezza e unità fusionale del faccia a faccia idealizzato tra il “capo” ed il “suo” popolo (la democrazia diretta illustra allora il tipo di autorità carismatica, diventando indistinguibile da una democrazia plebiscitaria). L’autenticità del popolo è così costruita attraverso una duplice denuncia di potenze ostili, più o meno invisibili…. Il sogno di trasparenza reso evidente dall’appello alla democrazia diretta (che si riduce a referendum di iniziativa popolare) ha come rovescio il ricorso alla “teoria del complotto”

 Pierre-André Taguieff
 “L’illusione populista”
 Mondadori, 2003

A soggetti inversi il prodotto non cambia. Si parla dei fascisti del Fronte Nazionale (ed altre deiezioni sparse), ma sembra la descrizione di qualcun altro…

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MASSA ACRITICA

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 agosto 2013 by Sendivogius

Hellblazer

«La semplicità e l’esagerazione dei sentimenti delle folle le preservano dal dubbio e dall’incertezza.
[…] Non essendo la folla impressionata che da sentimenti eccessivi, l’oratore che vuole sedurla deve abusare delle affermazioni violente. Esagerare, affermare, ripetere, e non mai tentare di nulla dimostrare con un ragionamento, sono i procedimenti di argomentazione familiari agli oratori di riunioni popolari.»

 Gustave Le Bon
Psicologia delle folle
 (1895)

Nell’estate del 1921, dinanzi all’irrazionalismo dilagante e fanatizzato dei grandi movimenti di massa, che di lì a poco avrebbero precipitato l’Europa nel ventre oscuro del totalitarismo, il contestato Sigmund Freud dava alle stampe una delle sue opere meno note: Psicologia delle masse e analisi dell’io, sui processi di massificazione alla base della psicologia dei gruppi, strappati alla logica del branco e sprofondati nell’anonimato della folla con la quale condividere pulsioni e paranoie.
Nel tentativo di tracciare le linee di una teoria comportamentale delle masse, Freud attinge ampiamente dalla Psicologia delle folle di Gustave Le Bon (della quale avevamo già avuto modo di parlare QUI) e da La psiche collettiva, pubblicata appena un anno prima da William McDougall.
games of thrones white walkersCoerente con la sua fama, Freud inquadra l’analisi sociologica dei comportamenti collettivi nell’immancabile cornice pansessualista, secondo cui è la pulsione erotica a tenere unita la massa, tramite una serie di relazioni “amorose” (rapporto di tipo sadomasochista col leader, inteso alla stregua di un padre uranico) che costituiscono l’essenza della psiche collettiva alla base del movimento massificato. Per Freud si tratta di una vita psichica collettiva, dove suggestione e libido si intrecciano con innamoramento e ipnosi, fino alla totale identificazione col Capo carismatico (Padre-Dio-Padrone) che incarna l’ideale collettivo della massa, orientata dall’inconscio piuttosto che dalla coscienza.

«All’interno di una massa e per influsso di questa, il singolo subisce una profonda modificazione della propria attività psichica. La sua affettività viene straordinariamente esaltata, la sua capacità intellettuale si riduce in misura considerevole, entrambi i processi tendendo manifestamente a eguagliarlo agli altri individui della massa; si tratta di un risultato che può venir conseguito unicamente tramite l’annullamento delle inibizioni pulsionali peculiari a ogni singolo e attraverso la rinuncia agli specifici modi di esprimersi delle sue inclinazioni».

In questo “legame libidico” di identificazione totale, il singolo si trasforma in “individuo collettivo”, fino a regredire in uno stato di “orda primordiale” simile alla condizione di bambini immaturi, con la perdita progressiva dell’autonomia personale e delle capacità critiche.

«Possiamo dire che gli estesi legami affettivi da noi individuati nella massa bastano a spiegare uno dei suoi caratteri: la mancanza di autonomia e d’iniziativa nel singolo, il coincidere della reazione del singolo con quella di tutti gli altri, l’abbassamento del singolo – per così dire – a individuo collettivo. Ma, se la consideriamo come un tutto, la massa presenta anche altre caratteristiche. Segni tipici come l’indebolimento delle facoltà intellettuali, lo sfrenarsi dell’affettività, l’incapacità di moderarsi o di differire, la propensione a oltrepassare tutti i limiti nell’espressione del sentimento e a scaricarla per intero nell’azione, forniscono un inequivocabile quadro di regressione dell’attività psichica a uno stadio anteriore, affine a quello che non desta meraviglia trovare nei selvaggi o nei bambini. Questo ci ricorda quanti di questi fenomeni di dipendenza appartengano alla costituzione normale della società umana, quanto poca originalità e quanto poco coraggio personale si trovino in questa, quanto ogni singolo sia dominato dagli atteggiamenti di un’anima collettiva che si manifestano come peculiarità razziali, pregiudizi sociali, adesione a regimi totalitari e così via

L’individualità dei singoli, col crescere dell’elemento passionale (e irrazionale), libidico e illusorio, defluisce nella cosiddetta “anima della massa”, inteso come un tutto rassicurante e coerente in una dimensione sempre più primitiva, dove a prevalere non è la coerenza logica dell’insieme bensì la pulsione gregaria: deresponsabilizzante e speculare all’onnipotenza del leader.

«La massa è impulsiva, mutevole e irritabile.
[…] Non sopporta alcun differimento dalla realizzazione di un desiderio. Prova una sensazione di onnipotenza; per un individuo che fa parte di una folla non esiste la nozione dell’impossibile.
La folla è straordinariamente influenzabile e credula; manca di senso critico, niente per essa è inverosimile. Pensa per immagini che si richiamano le une alle altre per associazione, come negli stati in cui l’individuo dà libero corso alla propria immaginazione, senza che un’istanza razionale intervenga a giudicare sul grado della loro conformità alla realtà. I sentimenti della folla sono sempre molto semplici e molto esaltati. Essa non conosce il dubbio né l’incertezza.
La folla giunge subito agli estremi. Un accenno di sospetto si trasforma immediatamente in indiscutibile evidenza. Una semplice antipatia diventa subito odio feroce.
Portata a tutti gli eccessi, la folla è influenzata solo da eccitazioni esasperate. Chiunque voglia agire su di essa non ha bisogno di dare ai propri argomenti un carattere logico: deve presentare immagini dai colori più stridenti, esagerare, ripetere incessantemente la stessa cosa.
[…] Nelle folle possono coesistere le idee più opposte, senza reciproco ostacolo e senza che dalla loro contraddizione logica derivi un conflitto. Ora, la psicanalisi ha dimostrato che tutto ciò si verifica anche nel caso di un soggetto infantile o del nevrotico.
Inoltre la folla è molto sensibile alla forza magica delle parole, che hanno il potere sia di provocare nell’anima collettiva le tempeste più violente, sia di placarla.
[…] E infine le folle non hanno mai provato il desiderio della verità. Chiedono solo illusioni delle quali non possono fare a meno. Danno sempre la preferenza al surreale, piuttosto che al reale

Sigmund Freud
“Psicologia delle masse e analisi dell’io” (1921)
Newton Compton (Roma, 2012)

Pensare è un esercizio che alla lunga costa fatica.
Specialmente se non si è allenati allo sforzo.

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Flussi e Riflussi

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , , , , , on 15 febbraio 2013 by Sendivogius

AKIRA - Neo-Tokio

Italia 1993-2013. La sedicente ‘Seconda Repubblica’ si conclude così com’era cominciata: travolta dagli scandali e dalla corruzione, sulla scia di una nuova crisi economica. Tangenti SAIPEM e Finmeccanica; saccheggio indiscriminato dell’erario pubblico, con la devastazione del Sanità pubblica; i casi abnormi con le malversazioni in Lombardia e Lazio e Sicilia, in una sequela potenzialmente infinita…
La presunta ‘Terza Repubblica’ non sembra promettere auspici migliori.
La raffica di scandali bancari dallo IOR ad MPS, passando per la Banca Popolare di Milano, ricordano per molti aspetti il caso della “Banca Romana” (e siamo nel 1893!), con il crollo di un’intera classe politica e l’instaurazione di una serie di governi autoritari che condussero il Paese in disastrose avventure coloniali ed alla macelleria della Prima Guerra Mondiale, seminando i germi per l’ascesa del fascismo.
Little Big PigIn tempi attuali, la fine del Ventennio berlusconiano si trascina agonizzante nel peggiore dei modi, senza risparmiarci l’imbarazzo degli ultimi sussulti prima della dipartita, col suo principale protagonista ridotto a mascherone funebre di se stesso. Non poteva mancare certo il testamento politico di questo gangster recidivo, che si reinventò “statista” e si impose come un vecchio sudicione. A imperitura memoria del suo operato, ci lascia un surreale elogio della corruzione, con istigazione a delinquere.
Nata sulla scia di “Tangentopoli”, la seconda Repubblica non ha debellato la corruzione, esplosa piuttosto a livelli mai visti. A cambiare è stata la percezione della medesima, nel frattempo diventata sfrontata nella certezza dell’impunità e nell’esibizione sguaiata del bottino, da parte di una oligarchia di parvenu al potere, senza altro titolo di merito se non l’arroganza e l’accumulazione compulsiva della “robba”.
A saltare sono stati i freni inibitori, gli anticorpi sociali, di un Paese invecchiato e immiserito moralmente da una mutazione antropologica regressiva. In questo, se l’Italia sembra imprigionata senza soluzione di continuità, in una sorta di loop temporale dall’eterno ritorno al sempre uguale, ad essere cambiati sembrano essere invece gli italiani (e non in meglio): incattiviti e soprattutto incarogniti; essendo passati troppi in fretta dallo sghignazzo al pianto, ma sempre inclini alla lagna.
Capita così di assistere al passaggio di consegne da un venditore di sogni ad un mercante di incubi, che lucra sulle ansie e le paure di un popolo allo sbando, blaterando di guerre mondiali e complotti.
Adesso, in merito alla situazione generale, si fa un gran parlare di “miscela esplosiva”, di “polveriera sociale”, e di altre pirotecniche metafore per descrivere una condizione ed una serie di sentimenti diffusi ma inespressi.
Con grande lucidità, Gad Lerner (29/01/13) ha parlato in proposito di “rabbia rassegnata”, come fenomeno introspettivo di vuoto permanente, nell’incapacità di uno sbocco propositivo e compartecipato:

«Nessuna pulsione rivoluzionaria. Manca fra noi l’orizzonte del rovesciamento delle gerarchie, dei dogmi classisti e tanto meno dei rapporti di produzione. La furia si ripiega su se stessa, fino a bruciare l’anima in cui s’è accesa

Ed è una “furia” senza sbocchi apparenti, circoscritta com’è ad una mera sommatoria di recriminazioni individuali e frustrazioni egoistiche di piccoli borghesi insoddisfatti e ancor più terrorizzati di retrocedere nella graduatoria sociale: il metro privilegiato con cui sembrano misurare le proprie azioni.
Tali sentimenti “delineano una rabbia debole che sembra ovattata. Rabbia di lamento e di protesta; rabbia gracile…. Un malessere sordo, difficilmente esprimibile in senso di comunità”.

Tom-Hardy-as-Bane-in-The-Dark-Knight-Rises-HQ-banePiù modestamente, a noi sembra un rimestaggio di vecchi umori e pulsioni irrazionali, tipico di ogni momento di crisi in tempi di transizione. Non c’è niente di nuovo in una plebe, che sembra incapace di elevare lo sguardo al di sopra del proprio ombelico. Non v’è alcunché di ‘rivoluzionario’ in una “massa” che, lungi dall’essere critica, è più che altro sovrapposizione caotica di rancori, espressi nell’anonimato collettivo, e che per farsi coraggio diventa “folla” indistinta (la famosa gggente che non ce la fa più). Da sedurre e manipolare. La procedura, a livello psicologico, era già nota a personaggi del calibro di Gustave Le Bon (ne avevamo parlato QUI). Da allora non molto è cambiato.
In definitiva, il prodotto pare costante nel tempo, riproponendosi immutato con gli stessi meccanismi a cadenza ciclica, secondo schemi collaudati dalla consuetudine e da elementi peculiari che sembrano resistere intatti.
In una prospettiva diametralmente opposta, per fare un esempio, ci hanno ironizzato sopra con sarcasmo polemisti della caratura di un Curzio Malaparte [QUI] o Antonio Gramsci [QUI], abituati a confrontarsi con le piccole meschinità di un popolino più avvezzo alle piazze che alla coscienza di sé, alle rappresentazioni teatrali da avanspettacolo [QUI] piuttosto che alla drammaturgia corale.
George Grosz - La Città (1916)Oggi la non-mobilitazione può contare sull’illusione di farsi coscienza e “partecipazione” nell’anomia diffusa di rassicuranti limbi virtuali, tanto accattivanti quanto fittizi, che pongono seri limiti ed un monito a chi cerca di convogliarne le potenzialità verso una prospettiva più ampia di coinvolgimento…

«Sul web ciascuno può scrivere la sua invettiva e provare la falsa ebbrezza di far parte di una collettività, riunita da migliaia di ‘mi piace’ o anche solo dalla cancellazione del nemico. Galvanizzata dalla capacità di leader virtuali che sublimano in decibel privi di sonoro il disagio, la protesta, la denuncia. Ma vuoi mettere la soddisfazione di avergliele cantate – col nickname che preserva il tuo anonimato – al bersaglio del momento? Fin troppo ovvio è riconoscere in Beppe Grillo il re di queste innocue maledizioni, portavoce di una rabbia tradotta in grossolani calembour o sotto forma di invettiva scurrile. Capita a tutti noi di provare ammirazione per la creatività in rete, senza accorgerci di come essa ci imprigioni in una solitudine, per l’appunto, rabbiosa.
(…) Recitare l’indignazione è l’ultima specialità di troppi conduttori televisivi benestanti, ma è anche il nuovo business dei falsi portavoce del popolo. Basti pensare a Beppe Grillo (…) Lui è il capoccia degli arrabbiati. Non esprime l’ira di Dio né una aspirazione di giustizia sociale, ma solo la miseria di un cattivo sentimento deprivato della speranza.»

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TEATRINI

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 giugno 2011 by Sendivogius

Al principio degli anni ’90, lo scrittore Milan Kundera ebbe a dirne una buona quando, giocando sul significato di imagologia, strappò il neologismo alle fumose stanze della letteratura comparata, per applicare il termine nella definizione della nuova civiltà delle immagini, dominata dai sondaggi di opinione e dai meccanismi pubblicitari, segnando un punto di svolta:

«Le ideologie facevano parte della storia, mentre il domino della imagologia comincia là dove la storia finisce.
[…] Gli imagologhi creano sistemi di ideali e anti-ideali, sistemi che hanno breve durata e ognuno dei quali viene facilmente sostituito da un altro, ma che influenzano il nostro comportamento, le nostre opinioni politiche e il nostro gusto estetico
 (“L’Immortalità. Adelphi, 1990)

Secondo tale prospettiva, il sistema logico delle idee lascia il passo ad una “serie di immagini e di slogan suggestivi”, tramite la semplificazione estrema dei concetti.
Non per niente il termine, reinterpretato da Kundera, è strettamente connesso alla propaganda politica ed al mondo della pubblicità, influenzando convinzioni e tendenze:

«Usano non più di sessanta parole e si esprimono con frasi che non ne contengono mai più di quattro. I loro discorsi si basano su due o tre termini tecnici, ed esprimono uno al massimo due pensieri totalmente primitivi. Non provano la minima vergogna di se stessi e non hanno nessun complesso di inferiorità. Proprio in questo sta la prova del loro potere
 (“L’Immortalità”. Adelphi, 1990)

Il giudizio è interscambiabile e può essere applicato tanto ai pubblicitari, quanto ai politicanti di ogni colore. D’altronde, che la “politica” fosse sempre più simile ad una merce scadente da piazzare all’elettore-cliente da parte del politico-venditore, era una tendenza già evidente da tempo.
Smarrito ogni ideale insieme al crollo delle ideologie (tipico caso in cui il bambino viene buttato via insieme all’acqua sporca), la merce in offerta rischia di diventare avariata nella realtà sempre più rattrappita di un presente senza prospettive.

Svuotata di senso, nella perdita di sostanza, rimane dunque la ‘forma’ estemporaneizzata nella duttilità delle interpretazioni personali, sui palcoscenici variabili dell’interazione politica, intesa soprattutto come recita teatrale nella rotazione costante di siparietti a soggetto.
In assenza di specifiche competenze, nell’incapacità di programmare il futuro e di gestire il presente, non è un caso che il politico professionista, chiuso nella sua auto-referenzialità narcisistica, sia equiparabile ad un attore consumato che calca le scene, conquistando il pubblico con grandi rappresentazioni immaginifiche, suscitando e plasmando le emozioni degli spettatori, attraverso una finzione condivisa in sostituzione del reale. Ciò che conta è la realtà percepita e non quella effettiva, comunque reinterpretabile a seconda delle necessità cogenti nell’impellenza dell’immediato. Un professionista della politica, come il suo omologo teatrale, fonda il proprio successo sulla straordinarietà dell’interpretazione nell’eccezionalità del momento. Le situazioni ordinarie non sono infatti a loro congeniali. Senza effetti speciali, la recita sarebbe scadente in tutta la sua evidenza e il pubblico diserterebbe lo spettacolo, prendendo finalmente atto della mediocrità degli attori.
L’analogia delle due figure (attore e politico), insieme all’importanza della recita come prassi fondamentale dell’azione politica, costituiscono un tema ricorrente del pensiero critico…
Ben consapevole delle anomalie italiane, destinate a ripetersi nelle storia come in un ciclo vichiano, il grande filosofo libertario Camillo Berneri negli anni ’30 elaborò una descrizione calzante del fenomeno, destinata a sopravvivere al destinatario originario.
La lucidità analitica di Berneri è unica; l’eterodossia dei suoi scritti, nei quali si faceva beffe con estrema intelligenza di ogni dogmatismo ideologico, lo condusse ad una morte violenta ad opera di sicari stalinisti nella Barcellona del 1937.
Leggendo le opere di Berneri, è interessante constatare come certi personaggi della storia italiana siano destinati ad incarnare i requisiti fondamentali di un ideal-tipo dominante, in una imbarazzante similitudine comportamentale:

«Tutta la storia è là a dimostrare che gli uomini politici non fanno migliori previsioni – quando non ne fanno peggiori – degli uomini comuni. È assai raro che i fatti diano loro ragione. Avviene quasi sempre che essi si adattino, con molta abilità, a fatti mai immaginati, per dimostrare al pubblico d’essere stati i dominatori della situazione.
[…] L’immensa popolarità è il segno della grandezza politica: segno che avvicina l’uomo politico all’attore tragico e comico, alla danzatrice, al grande banchiere. L’uomo politico è un mostro che può riuscire ad imporsi grazie ad una sola qualità: la eloquenza o la verve giornalistica.
[…] Il “venditore ambulante” delle fiere non occupa un posto molto lontano da quello del grande parlamentare.
[…] L’uomo politico dunque è un virtuoso: è l’eroe del successo, “l’uomo del giorno”, “l’uomo pubblico”.
[…] Il libro tipico dell’uomo politico è l’autobiografia, il genere letterario dei grandi imbroglioni e delle ballerine. Si è detto che i grandi uomini sono “i sostantivi nella grammatica dell’umanità”: penso che si possa dire che gli uomini politici non ne siano che gli aggettivi. Dopo quanto ho detto, si vedrà che riconoscere in M. la… grandezza politica non è, da parte mia, un complimento

Naturalmente, la descrizione di Camillo Berneri non è rivolta all’attuale Papi della Nazione, ma si propone di delineare il ritratto di un altro di quegli uomini della Provvidenza, che ciclicamente fanno capolino nella storia italiana. Tali considerazioni sono raccolte in “Mussolini: psicologia di un dittatore”, successivamente rielaborata in “Mussolini grande attore” (1966). L’opera originale è del 1932, ma potrebbe benissimo essere dedicata al Pornocrate di Arcore, tanto forti sono le attinenze in una continuità ideale senza soluzione.
Mutato nomine, de te fabula narratur

«Non ha dato una sola linea personale alle direttive del proprio governo. Non ha fatto durante quasi dieci anni di potere che dei discorsi rimbombanti, al galoppo di sogni grandiosi. Ha inebriato la gioventù d’entusiasmo, senza nutrirla di idee. Ne ha lusingato l’orgoglio, senza dirle una parola di chiarezza e di orientamento.
[…] Arrivato al potere senza idee chiare, senza una solida cultura, con una preparazione politica essenzialmente giornalistica, Mussolini non era che un “personaggio”. Dovette cercare degli “autori” per recitare la commedia dell’uomo di Stato.»

Il nostro ‘eroe’ invece ha una cultura sostanzialmente “imprenditoriale”, con tutta l’amoralità primitiva di certo capitalismo cumulativo all’insegna della “roba”. Ma, tant’è, l’analisi calza… Nel corso degli anni il Signor B. ha avuto gli “autori” che di volta in volta hanno orientato la sua carriera di personaggio (attore e politico), suggerendogli in parte le battute del copione da recitare: Licio GelliBettino CraxiMarcello Dell’UtriGianni Letta… e da ultimo persino un Luigi Bisignani, tanto per citare alcuni dei nomi più importanti.

«Per il Presidente del Consiglio l’arte di governare era semplicemente un problema di polizia. Ripartì gli italiani in tre categorie: “Gli indifferenti che restano in casa loro ad attendere; coloro che simpatizzano con noi e che possono circolare; e gli italiani che sono nostri nemici e questi non circoleranno”.»

E, in tempi attuali, è dai pestaggi di massa del G-8 di Genova che la soluzione ottimale nella gestione del dissenso risiede nel controllo e, all’occorrenza, nella repressione poliziesca, attraverso l’ostracizzazione politica delle opposizioni sociali, alle quali è negato ogni diritto di rappresentanza in una finzione democratica speculare al mantenimento di nuovi interessi corporativi.

«Arrivato al potere, seppe assumere il suo ruolo apparente di deus ex machina. Lasciò alla alta burocrazia civile e militare il compito di studiare i problemi e di presentare le soluzioni che gli agenti degli industriali, dei banchieri e degli agrari modificavano a loro piacimento.
Si sa che una schiera di consiglieri lo rifornisce continuamente di progetti, informazioni, chiarimenti. Al momento utile, Mussolini non ha che da estrarre da una delle caselle della sua testa il progetto che occorre. La sua universalità tecnica non esiste. Egli ha solo una mentalità assimilatrice.»

 Rapportata alla situazione contemporanea, se i recenti accadimenti sfatano la mitologia decisionista che pervadeva la mistica di governo del grande statista brianzolo, è impressionante notare come la politica degli ultimi anni sia stata in buona parte eterodiretta (e con successo) dalle pressioni di gruppi di potere e camarille esterne ma collaterali, alle quali non è estranea l’azione sotterranea di faccendieri e network spionistico-militari… Ad esempio: Nicolò Pollari, Pio Pompa, la triade Mancini-Tavaroli-Cipriani. Poi c’è il sempiterno Luigi Bisignani: un millantatore ai limiti della mitomania, ascoltatissimo però nelle stanze governative, capace di direzionare le nomine nelle grandi partecipate di Stato, condizionare appalti, e fornire le linee guida nell’azione dei ministri.

Fanno sorridere inoltre le somiglianze, anche nella sfera caratteriale, che contraddistinguono i due personaggi (B. & M.):

«L’argomento su cui Mussolini non ha timore di ripetersi è quello del suo zelo come “servitore dello Stato”. Nella sua autobiografia si preoccupa di far rilevare che non va mai a teatro, per poter lavorare alla sera. Che abbia una grande resistenza al lavoro, non v’è dubbio, ma egli ha la mania di farsi passare per un lavoratore prodigioso. E ne racconta di grosse! […] Un’altra manìa di Mussolini è quella di stare sempre bene in salute …egli ha sempre simulato di crepare di salute. […] Una gran parte dei suoi sforzi è diretta a sostenere il mito della sua forza instancabile e della sua indipendenza creatrice.»

D’altra parte, l’attuale vuoto programmatico nella stagnazione dell’Esecutivo, che in Italia ha una solida tradizione radicata nella pratica tutta democristiana dei “governi balneari”, si nutre delle suggestioni pirotecniche dell’era berlusconiana, in straordinaria sinergia col suo precedente omologo littorio:

«È l’impotenza di un pensiero che si esalta nell’attualismo senza chiari orizzonti e senza bussola.
[…] Paganesimo e cattolicesimo, attaccamento al passato e futurismo, pacifismo e militarismo, sindacalismo e plutocrazia: tutto si mescola nella retorica di Mussolini. Egli non è che un genialoide. Il genio è la forza dell’atleta, l’ingegnosità del genialoide è la forza dell’epilettico. Il primo è lo splendore, la seconda soltanto il lampo di un breve momento di successo

Da questo punto di vista, è più calzante che mai la definizione che il repubblicano Giovanni Bovio formulò agli inizi del XX° secolo a proposito della figura del “genio”:

«È antico quanto la vanità; l’egoarchia gli è congenita, perchè non vede altro che sè; il paradosso gli è proprio, perchè non può produrre altro; ma si moltiplica ne’ tempi di più facile concorrenza agli onori e alla fama. Allora riesce più immediatamente funesto nella politica che nelle altre parti della vita. Non c’è altezza di ufficio e di potere a cui non si reputi pari; e non queta se nol tiene. Allora i popoli pagano.
Il genio nella direzione dello Stato muta i mezzi e resta saldo nel fine; il genialoide muta mezzi e fine, stimando accidentali tutte le forme di Stato, ed essenziale il suo dominio. Lo si vede quindi andar saltelloni dall’uno all’altro estremo, dalla licenza alla violenza, da Voltaire a Gesù, buttandovi in faccia tutti i paradossi politici, cioè: che la libertà costa ai popoli; che chi non muta si fossilizza; che l’espansione dello Stato è conquista; che una religione si rialza per decreto di Governo o iniziativa di classe; e via, alla svelta.»

Giovanni Bovio
Il genio. Un capitolo di psicologia
Edizioni Treves
Milano, 1900.

In tempi recenti, abbiamo parlato della funzione delle ‘masse’ nella strutturazione del potere, prendendo come spunto di riferimento gli studi di Gustave Le Bon sulla “Psicologia delle folle” [QUI]. A tal proposito, ci sembra giusto chiudere con una delle più amare osservazioni, poste in essere da Camillo Berneri, e destinata ad avverarsi in seguito con spirito profetico:

«Gustave Le Bon ha detto: “Conoscere l’arte d’impressionare la immaginazione delle folle, significa conoscere l’arte di governare”. Ciò è vero psicologicamente, ma è falso storicamente poichè i grandi tribuni han saputo portare le folle all’esaltazione, condurle ove essi volevano condurle, ma il potere conquistato con la sola parola è sempre stato un pallone presto sgonfiatosi sull’abisso.»

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L’UOMO DELLA FOLLA

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , on 14 aprile 2011 by Sendivogius

Nella notte più buia della repubblica, capita che un bivacco parlamentare di voraci macchiette in svendita, per compiacere l’Utilizzatore finale, sforni una delle più devastanti leggi della storia repubblicana e che, nel sollazzo di ogni buonsenso, trasformi il processo penale in un “tana libera tutti”, rapportato al censo di chi meglio gli avvocati può pagare.
Dai manipoli agli Scilipoti, dall’impunità allo Stato d’eccezione, sembra di trovarsi nella situazione demenziale di chi ascolta l’orchestrina del Titanic aggrappato alla balaustra di poppa, mentre la nave affonda
Dopo un ventennio di cure ad personam e massicce iniezioni di rincoglionimento mediatico, finalmente l’Italia è diventata una solida Pornocrazia, fondata sul meretricio e sulla devoluzione…delle coscienze!
Il principio cogente della Nazione rifondata risiede nel ‘fottere’ ad oltranza: vero momento di identificazione collettiva di chi, essendo incapace di dare, non può far altro che vendersi, nell’illusione di avere e nella certezza di ‘prenderlo’.
È la prostituzione infatti la condizione ideale di un paese accondiscendente attorno alla miserie umane del Pornonano, proiettate ben oltre gli squallidi siparietti postribolari del bunga-bunga per il sollazzo del satrapo in calore:
Prostituzione mentale di una plebe che tutto accetta con supina indifferenza, nel servaggio compiaciuto della questua generalizzata, e intanto “sugge” (senza champagne) accovacciata ai piedi del suo Sultano ridanciano…
 Prostituzione organica di un parlamento appecoronato di marchettari a contratto, di gaglioffi gorgoglioni che umiliano la ragione e la logica, in evidente assenza di dignità, perennemente in saldo e disponibili ad ogni ribasso. Senza vergogna perché totalmente privi di decenza, sono le truppe d’assalto in livrea al servizio dell’Imperatore.

È una simpatica Italietta, intimidita e vigliacca, frustrata nella sua irrilevanza internazionale, prostrata nella sua decadenza economica, abbrutita nella sua desolante insipienza culturale, e per questo continuamente in cerca di rassicurazioni. Fedele alla tradizione, non poteva che scegliere il peggio, ritrovando il suo omino della provvidenza nella variante ingrifata e miniaturizzata di una barzelletta ambulante, conforme allo spirito dei tempi, a immagine e somiglianza dei suoi devoti.
Tuttavia, come insegna il Belli nei suoi sonetti, bisognerebbe diffidare di chi sghignazza in continuazione; chi ride sempre, in fondo, non fa altro che “mostrare i denti”…

 Le risate del Papa

Er Papa ride? Male, amico! E’ segno
Ch’a momenti er zu popolo ha da piagne!
Le risatine de sto bon patrigno
Pe noi fijastri so’ sempre compagne.
 
Ste facciacce che porteno er triregno
S’assomijeno tutte ale castagne:
belle de fora, eppoi, peddìo de legno,
muffe de dentro e piene de magagne.
 
Er Papa ghigna?
Ce so guai per aria:
tanto più ch’er zù ride de sti tempi
nun me pare una cosa necessaria.
 
Fiji mii cari, state bene attenti.
Sovrani in allegria so brutti esempi.
Chi ride cosa fa? Mostra li denti.

 [G.G.Belli 17/11/1833]

D’altronde, il Papi nazionale è il grimaldello da scasso che ha fatto saltare i tombini dalle fogne della storia: liberata da ogni inibizione o pudore residuo, una certa Italia può finalmente tirare fuori dalla naftalina la vecchia camicia nera del nonno per marcire marciando.
D’altra parte, il berlusconismo è sempre più psicologia collettiva ed identità condivisa, strutturato in movimento di massa destinato a sopravvivere alle declinanti fortune del suo logorato demiurgo. Per quanto pervasivo e forte economicamente, il potere berlusconiano infatti non potrebbe resistere tanto a lungo senza una vasta identificazione popolare, basata su di un radicato consenso, coniugata alla capacità di sollecitare l’immaginario del suo potenziale elettorato con l’afflusso costante di suggestioni condivise.

«La naturale sete di comando dei capi viene assecondata dal naturale bisogno della folla di venir guidata, nonché dalla sua indifferenza. Nelle masse vi è proprio un profondo impulso a venerare chi sta in alto. Nel loro primitivo idealismo, esse hanno bisogno di divinità terrestri, alle quali si attaccano di affetto tanto più cieco, quanto più aspramente la durezza della vita le afferra. Sovente questo bisogno di adorare è l’unico rocher de bronze che sopravviva alla metamorfosi delle loro convinzioni.»

 Robert Michels
Democrazia e legge ferrea dell’oligarchia (1909)

E forse, volendo fornire un vestito culturale per coprire le vergogne del berlusconismo, bisognerebbe ricorrere proprio ai teorici dell’Oligarchia, passando per la teologia politica di Karl Schmitt, in una riscoperta dei classici del pensiero conservatore.

[Si tratta di autori ai quali avevamo già avuto modo di accennare in passato nelle pagine riservate ai commenti. In particolare, vi avevamo fatto riferimento in almeno tre diverse occasioni: (1) (2)(3).]

Soprattutto, per spiegare i meccanismi di questa sorta di fascinazione collettiva, alla base della seduzione berlusconiana e della sua potenza ammaliatrice, si potrebbero persino rispolverare gli studi di Gustave Le Bon che nella sua opera più famosa, ‘Psicologia delle folle’ (1895), analizzava i comportamenti delle folle “da un punto di vista psicologico”, cercando di individuarne caratteristiche e orientamenti comuni da catalogare scientificamente. Tramite la classificazione delle folle e la definizione delle tecniche di persuasione più efficaci, Le Bon si propone di fornire i meccanismi di controllo e finanche di disinnesco del potenziale demagogico ed eversivo del quale una massa teleguidata è naturale vettore d’infezione.
Gustave Le Bon disprezza infatti le folle organizzate (eterogenee e non anonime) nella loro suggestionabilità irrazionale e nel “semplicismo” manipolabile delle loro opinioni a fini politici (folle elettorali). Nella sua visione sostanzialmente elitaria, Le Bon diffida profondamente della democrazia in quanto coinvolgimento popolare di massa, e che intimamente aborre, vedendo in essa una regressione distruttiva ed un potenziale pericolo sociale.
Liquidato tra i pensatori reazionari, la sua opera è stata assai apprezzata dai totalitarismi di ogni colore: da Mussolini a Lenin, passando per Hitler. In particolare, Benito Mussolini ne era affascinato ed utilizzava la “Psicologia delle Folle” alla stregua di un manuale pratico per la conquista indolore del consenso, mentre le violenze squadristiche del regime trovavano invece la loro giustificazione intellettuale nella ruminazione di Georges Sorel (‘Riflessioni sulla violenza‘).

La “Psicologia delle folle”, 116 anni ben portati, contiene aspetti curiosi che a tutt’oggi conservano una loro validità più che mai attuale. È illuminante constatare come certi principi, certe disamine culturali, si ripropongano con costanza nel tempo rimanendo sostanzialmente invariate nei loro condizionamenti psicologici. È sconcertante notare come il Pornocrate (che di sicuro non ha mai letto l’opera di Le Bon) ne conosca alla perfezione i meccanismi e gli umori, gestendoli a suo personale profitto con assoluta dimestichezza.
Nel Cap.II (parte I) Gustave Le Bon si propone di analizzare “sentimenti e moralità delle folle”, che sviluppa in punti analitici. Riportiamo alcuni estratti tra i più significativi:

1. – Impulsività, mobilità e irritabilità delle folle.
 La folla, alla mercé di tutti gli stimoli esterni, ne riflette le continue variazioni. Dunque é schiava degli impulsi che riceve.

2. – Suggestionabilità e credulità delle folle.
La folla pensa per immagini, e l’immagine evocata ne evoca essa stessa molte altre che non hanno nessun nesso logico con la prima. Si capisce facilmente questo stato pensando alle bizzarre successioni d’idee a cui ci porta qualche volta l’evocazione di un fatto qualsiasi. La ragione ci fa vedere l’incoerenza di simili immagini, ma la folla non la vede; e confonderà con l’avvenimento stesso tutto quello che la sua immaginazione vi aggiunge, deformandolo. Incapace di separare il soggettivo dall’obiettivo, la folla ammette come reali le immagini evocate nel suo spirito, e che, il più delle volte, non hanno nessuna parentela col fatto osservato.
[…] La qualità mentale degli individui di cui si compone la folla non smentisce questo principio. Questa qualità non ha importanza. Dal momento che sono in folla, l’ignorante e il dotto diventano egualmente incapaci di fare osservazioni.

3.° – Esagerazione e semplicismo dei sentimenti delle folle.
La semplicità e l’esagerazione dei sentimenti delle folle le preservano dal dubbio e dall’incertezza. Come le donne, esse vanno subito agli estremi. La supposizione si trasforma senz’altro in evidenza indiscutibile. Un principio di antipatia e di disapprovazione, che nell’individuo isolato rimarrebbe poco accentuato, diventa subito un odio feroce nell’individuo della folla.
[…] Nelle folle, l’imbecille, l’ignorante e l’invidioso sono liberati dal sentimento della loro nullità e impotenza, che é sostituita dalla nozione di una forza brutale, passeggera, ma immensa.
[…] Non essendo la folla impressionata che da sentimenti eccessivi, l’oratore che vuole sedurla deve abusare delle affermazioni violente. Esagerare, affermare, ripetere, e non mai tentare di nulla dimostrare con un ragionamento, sono i procedimenti di argomentazione familiari agli oratori di riunioni popolari.

4.° – Intolleranza, autoritarismo e conservatorismo delle folle.
Le folle, non conoscendo che i sentimenti semplici ed estremi, accettano e rifiutano in blocco le opinioni, le idee, le credenze che vengono suggerite loro, e le considerano come verità assolute o come errori non meno assoluti. Quante sono le credenze nate dalla suggestione, invece d’essere state generate dal ragionamento! Tutti sanno quanto siano intolleranti le credenze religiose, e che impero dispotico esercitino sulle anime. La folla, non avendo nessun dubbio su ciò che per lei é verità o errore, e avendo d’altra parte la nozione chiara della propria forza, é autoritaria quanto intollerante. L’individuo può accettare la contraddizione e la discussione, ma la folla non le ammette mai. Nelle riunioni pubbliche, la più piccola contraddizione da parte di un oratore é accolta con urli di collera e violenti invettive, seguite ben presto da vie di fatto e dall’espulsione se l’oratore insiste un poco. Se non fossero presenti gli agenti dell’autorità, il contraddittore sarebbe spesso linciato. L’autoritarismo e l’intolleranza sono caratteristiche di tutti i generi di folle, ma vi si trovano in gradi diversi, e qui ancora riappare l’importanza fondamentale della razza, dominatrice dei sentimenti e dei pensieri umani. L’autoritarismo e l’intolleranza sono più forti nelle folle latine.
[…] L’autoritarismo e l’intolleranza sono per le folle sentimenti molto chiari, che esse sostengono tanto facilmente quanto facilmente li praticano. Le folle rispettano la forza e sono mediocremente impressionate dalla bontà, che é facilmente considerata come una forma di debolezza. Le loro simpatie non sono mai state per i padroni miti, bensì per i tiranni, che le hanno dominate con energia. Ad essi vengono innalzate le statue più imponenti. Se esse volentieri calpestano il despota detronizzato, si é perché avendo questi perduto la sua forza, rientra nella categoria dei deboli che si disprezzano e non si temono. Il tipo dell’eroe caro alle folle avrà sempre la struttura di un Cesare. Il suo pennacchio le seduce, la sua autorità si impone e la sua sciabola fa loro paura. Sempre pronta a sollevarsi contro un’autorità debole, la folla si curva servilmente dinanzi a un’autorità forte.
[…] (Le folle) hanno istinti conservatori irriducibili e, come tutti i primitivi, un rispetto feticista per le tradizioni, un orrore incosciente per le novità capaci di modificare le loro condizioni reali di vita.

Sono considerazioni dalle quali possono scaturire spunti interessanti…
a) La reiterazione della menzogna politica col ricorso all’iperbole, fatta per stupire più che per convincere, studiata per solleticare l’immaginazione piuttosto che la ragione, sovrapponendosi al ragionamento logico nella sua totale sostituzione, quasi in funzione mitopoietica.
b) Il bisogno di mostrarsi “cattivi”, insieme alle esibizioni muscolari, per assicurarsi il favore di certo elettorato (soprattutto quello in camicia verde), particolarmente sensibile alle seduzioni dell’uomo forte, capace di galvanizzarne gli istinti più beceri e retrivi, nel disprezzo del “debole” (sia esso povero, diverso, immigrato).
c) La predisposizione naturale delle “folle latine” verso il cesarismo e la loro intrinseca natura reazionaria.

Né Gustave Le Bon perde occasione per ribadire l’impermeabilità delle folle al ragionamento razionale, che quanto più è complesso tanto più sfugge alla loro comprensione logica.
L’elemento predominante nella costruzione delle opinioni risiede nell’associazione di “immagini”. Se si considera che all’epoca in cui Le Bon scriveva la TV non esisteva, si può capire quale sia l’impatto del medium televisivo su una platea sostanzialmente amorfa che si attiva unicamente per etorodirezione…

 – I ragionamenti delle folle –
«Si può dire in modo assoluto che le folle non sono influenzabili con ragionamenti. Ma gli argomenti che esse impiegano e quelli che agiscono su di esse appariscono, dal punto di vista logico, di un ordine talmente inferiore che solo per via di analogia si può qualificarli come ragionamenti. I ragionamenti inferiori delle folle sono, come i ragionamenti elevati, basati su associazioni: ma le idee associate delle folle non hanno tra di loro che legami apparenti di rassomiglianza e di successione. […] Gli oratori che sanno maneggiare le folle, presentano sempre loro associazioni di questo genere che sole possono influenzarle. Una serie di ragionamenti stringati, sarebbe totalmente incomprensibile alle folle, e perciò é permesso dire che esse non ragionano o fanno ragionamenti falsi, e non sono influenzabili con un ragionamento. La leggerezza di certi discorsi che hanno esercitato un’influenza enorme sugli uditori, talvolta stupisce alla lettura; ma si dimentica che essi furono fatti per trascinare delle collettività, e non per essere letti da filosofi. L’oratore, in intima comunione con la folla, sa evocare le immagini che la seducono. Se egli riesce, il suo scopo é stato raggiunto; e un volume di arringhe non vale le poche frasi che sono riuscite a sedurre gli animi che bisognava convincere. Inutile aggiungere che l’importanza delle folle a ragionare giustamente le priva di ogni spirito critico, vale a dire dell’attitudine di discernere la verità dall’errore, e a formulare un giudizio preciso. I giudizi che esse accettano non sono che quelli imposti e mai quelli discussi. Sotto questo punto di vista, numerosi sono gli individui che non si elevano sopra le folle. La facilità con la quale certe opinioni diventano generali deriva specialmente dalla impossibilità della gran parte degli uomini di formarsi un’opinione particolare basata sui propri ragionamenti.
[…] Le folle sono un po’ come un dormiente, in cui la ragione é momentaneamente annullata, e vede sorgere nel suo spirito delle immagini d’una intensità estrema, ma che si dissipano subito appena vengono a contatto con la riflessione. Le folle, essendo incapaci di riflettere e di ragionare, non conoscono l’inverosimile; ora, le cose più inverosimili sono generalmente quelle che colpiscono di più. Per questo le folle sono impressionate maggiormente da ciò che c’é di meraviglioso e di leggendario negli avvenimenti. Il meraviglioso e il leggendario sono in realtà i veri sostegni delle civiltà. Nella storia l’apparenza ha sempre avuto più importanza della realtà. L’irreale predomina sul reale.
[…] Le folle, non potendo pensare che per immagini, non si lasciano impressionare che dalle immagini. Soltanto queste ultime le spaventano o le entusiasmano e regolano i loro atti

 “Psicologia della folla”
CAP.III – Parte I 
(Idee, ragionamenti, e immaginazione delle folle)

Per questo gran parte degli italiani crede che il Pornocrate abbia costruito il suo impero economico, investendo la liquidazione paterna. E se sono disposti ad accettare che Ruby sia la nipote di Mubarak… Se sono disposti a credere che gli Scilipoti, i Razzi e munnizza varia siano un gruppo di “responsabili”… Se sono convinti che l’ultima schifezza appena sfornata da un parlamento di dipendenti Publitalia e di avvocati (la legge ammazza-processi), inerente la prescrizione breve, sia una norma fondamentale a tutela di tutti i cittadini e che ora i processi saranno più rapidi….
Allora l’Italietta delle folle plaudenti non può che vedersi confermata nel suo intrinseco ruolo di paese di merda.

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