E Cossiga se ne andò all’Inferno

”La verità è che la menzogna, ben più della verità è all’origine della vita, perché se gli uomini si sono evoluti è stato solo grazie alla loro capacità di mentire agli altri e a sé stessi”

Tuttavia, più che le menzogne, sono le verità non dette, surrogate dalle esternazioni salaci di un professionista della provocazione, a caratterizzare la vita e le ‘opere’ di Francesco Cossiga: presidente emerito, e dimissionario, della Repubblica; l’Intransigente; il Picconatore; il Gladiatore; il KoSSiga, massacratore di studenti; il guerriero anticomunista più amato dal PCI… È stato altresì l’uomo dei misteri della “Ragion di Stato”, tutta democristiana, e delle mezze rivelazioni, sputate con l’irruenza mordace di chi ha fatto del primato di una certa politica una scelta non negoziabile.
Quello che di Cossiga non si poteva accettare da vivo, e che non si riesce a perdonare da morto, è stato il suo ergersi ad oracolo danzante, castigatore e moralizzatore di un sistema del quale è stato parte integrante e dal quale, specialmente negli ultimi anni, ha più volte finto di distaccarsi con l’assunzione fittizia di responsabilità, declinate in progressione per moto auto-assolutorio. Ad essere insopportabile era quel gusto narcisistico della polemica referenziale, nell’appagante indulgenza di sé, che sorvolava volentieri sulle sue gravi responsabilità personali per muovere assalti all’arma bianca, brandendo il piccone del risolutore, con divertita irruenza e parole taglienti come lame, dal cinico esibizionismo verbale. E in questo modo appagare nell’anticonformismo di soliloqui sprezzanti, e ricercatamente provocatori, le bramosie celebrative di un Ego smisurato, nella demistificazione della sostanza, dove la sfrontatezza delle reiterate invettive presidenziali sfocia spesso nell’offesa gratuita verso coloro che di determinate decisioni politiche portano un pesante tributo di sangue.

La sostanza è che Cossiga è stato un protagonista della politica italiana, assolutamente organico al Potere, articolato nelle sue forme più repressive e violente, sempre rivendicate con malcelato orgoglio e sottile compiacimento, dove i (pochi) dubbi non hanno mai lasciato spazio ad alcun pentimento in chi, con ogni evidenza, si credeva esente da colpe gravi.
E questo risulta ancora più insopportabile per uno che, vuoi per scelta vuoi per ventura, si è ritrovato a gestire (male quando non malissimo) alcuni dei più delicati incarichi di governo in momenti difficilissimi della storia repubblicana, che (dati gli esiti) avrebbero richiesto un maggior pudore nel loquace presidente dimissionato. Ma la convinzione di essere una specie di immacolato era talmente radicata in Cossiga, da fargli credere di aver diritto ad un posto speciale nell’empireo dei giusti ed un posto riservato in Paradiso.

Una passione antica per i servizi segreti e di sicurezza, conduce infatti quest’ennesimo Grande Statista nei gorghi oscuri delle Leggi straordinarie, nella creazione di corpi speciali, nella difesa di organizzazioni segrete paramilitari, sempre sul filo sottile della legalità costituzionale. L’ordine pubblico, nella visione manichea dei blocchi contrapposti, è inteso dal Cossiga ministro come cristallizzazione immutabile dell’esistente, nella preservazione dello statu quo democristiano, con un’unica finalità: controllare, reprimere, e in caso sopprimere, ogni movimento spontaneo che esuli dal gioco partitocratico delle elite dominanti. È una convinzione che Cossiga persegue con convinzione e cinica determinazione, nel corso della sua carriera istituzionale.
Soprattutto, sembra quasi che l’esistenza di Francesco Cossiga sia stata caratterizzata da una sorta di odio viscerale nei confronti dei giovani e contro ogni forma di idealismo anarcoide, non veicolato nella forma partito. Istanze giovanili e studenti sono infatti l’oggetto prediletto del disprezzo di un uomo nato vecchio (come quasi tutti i professionisti della politica), che non ha mai vissuto una vera giovinezza, imbalsamata nelle grisaglie del potere perseguito e praticato, in una società irreggimentata in una concezione da caserma.
Durante il III° Governo Andreotti, che gode dell’appoggio esterno del PCI di Berlinguer, in una delle tante brillanti tattiche che condurranno la sinistra italiana all’autodistruzione, Francesco Cossiga è Ministro dell’Interno (12/02/1976 – 11/05/1978).
L’11 Marzo 1977, lo studente universitario Pierfrancesco Lorusso viene ucciso dai Carabinieri durante la rivolta studentesca di Bologna, nata durante la protesta contro un’assemblea degli integralisti di ‘Comunione e Liberazione’ all’interno della facoltà di Medicina dell’università felsinea.
Per il ministro Cossiga si tratta di un’ottima occasione per “dare una lezione” agli studenti e stroncare i movimenti dell’ultrasinistra extraparlamentare (in particolare, Autonomia Operaia e Lotta Continua).

«E la disposizione che avevo dato alla Polizia era: se sono operai, giratevi dall’altra parte; se sono studenti, picchiate tosto e giusto»

Il PCI naturalmente si schiera a favore della repressione più brutale, per far bella figura coi moderati e spazzare via ogni possibile “concorrente”.
Rassicurato dall’acquiescenza del Parlamento, il ministro mobilita persino gli M-113: veicoli cingolati da combattimento per il trasporto truppe, in dotazione all’Esercito, e mitragliatrici pesanti.
Il risultato fu che le frange più estreme del ‘movimento’ optarono per la lotta armata, vista come l’unica scelta possibile contro la repressione dello Stato ed il totale autismo degli organi di rappresentanza parlamentare.
Il dubbio deve aver sfiorato anche l’energico Cossiga, perché anni dopo dichiarerà in un’intervista al Corriere della Sera (25/01/07):

«Ho uno scrupolo. Io ho stroncato definitivamente l’autonomia: mandando i blindati a travolgere i cancelli dell’università di Roma e rioccuparla dopo la cacciata di Lama; poi inviando a Bologna, dopo la morte di Lorusso, i blindati dei Carabinieri con le mitragliatrici, accolti dagli applausi dei comunisti bolognesi. Tollerammo ancora il convegno di Settembre; poi demmo l’ultima spazzolata, e l’autonomia finì. Ma la chiusura di quello sfogatoio spostò molti verso le Brigate rosse e Prima Linea»

Il 12 Maggio 1977, il copione di ripete a Roma dove viene uccisa la 19enne Giorgiana Masi durante una manifestazione non autorizzata del Partito Radicale, intento a raccogliere le firme per l’abrogazione (tra gli altri) dei reati di opinione, previsti dal vecchio codice Rocco di stesura fascista, e delle leggi speciali di Polizia. Da sottolineare che per disposizione ministeriale dello stesso Cossiga, il divieto di manifestare era stato imposto a tutti i partiti o movimenti esterni all’arco costituzionale (cioè senza una rappresentanza in Parlamento). La tattica utilizzata dalla Polizia diventerà una prassi consolidata: infiltrazione di agenti provocatori nel corteo, poliziotti in borghese che sparano ad altezza uomo tra la folla. Ai pistoleri con la divisa, si aggiungono anche i vigili della Polizia Municipale di Roma, ai quali il sindaco Alemanno ha recentemente restituito l’arma.
Ad ogni modo, è lo stesso Cossiga a spiegarci la tecnica nei dettagli, consegnandoci un’efficace ricetta democratica, o almeno quello che lui intende per democrazia:

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno. In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perchè pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito… Lasciarli fare. Ritirare le forze di Polizia dalle strade e dalle Università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di Polizia e Carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì… questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio.»

(24 Ottobre 2008, in merito alle proteste studentesche sulla riforma Gelmini)

 Ogni riferimento ai fatti di Genova (Luglio 2001) è puramente casuale…
Per ribadire meglio il concetto, il presidente emerito, preso dall’incontenibile nostalgia dei bei tempi che furono, chiarisce il pensiero sulle colonne de La Repubblica:

«Un’efficace politica dell’ordine pubblico deve basarsi su un vasto consenso popolare, e il consenso si forma sulla paura, non verso le forze di polizia, ma verso i manifestanti […] L’ideale sarebbe che di queste manifestazioni fosse vittima un passante, meglio un vecchio, una donna o un bambino, rimanendo ferito da qualche colpo di arma da fuoco sparato dai dimostranti: basterebbe una ferita lieve, ma meglio sarebbe se fosse grave, ma senza pericolo per la vita.
Io aspetterei ancora un po’ e solo dopo che la situazione si aggravasse e colonne di studenti con militanti dei centri sociali, al canto di Bella Ciao, devastassero strade, negozi, infrastrutture pubbliche e aggredissero forze di polizia in tenuta ordinaria e non antisommossa e ferissero qualcuno di loro, anche uccidendolo, farei intervenire massicciamente e pesantemente le forze dell’ordine contro i manifestanti.»
 
(Dalla lettera aperta alle forze dell’ordine dell’8 novembre 2008; citato in “I consigli di Cossiga”, la Repubblica, 08/11/08)

Ultimamente, questa specie di mamutones sardo travestito da Bava Beccaris ha dichiarato di aver sempre saputo l’identità di chi ha assassinato la giovane Giorgiana Masi, ma siccome sono passati tanti anni e si tratta di un buon padre di famiglia sarà mica il caso di rovinargli la vita proprio ora?!? Perciò silenzio totale, con buona pace di chi quella vita l’ha persa nel fiore degli anni senza mai capirne il perché. Anzi sì! Perché Cossiga voleva giocare alla guerra contro i sovversivi ed ergersi a salvatore della Patria.

Il 1978 è l’anno del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse. Tra i massimi sostenitori della “linea della fermezza”, Cossiga rivendica lucidamente di aver determinato la condanna a morte di Moro, rifiutando ogni compromesso o minima possibilità di accordo coi sequestratori.
Qualche anno (1981) ed il fronte della fermezza si discioglie come neve a Ferragosto, con un collettivo calo di braghe, nel caso di
Ciro Cirillo: assessore ai Lavori Pubblici per la Regione Campania. Ciò che non si fa per il presidente della DC, Aldo Moro, lo si fa per un oscuro assessore democristiano. Per l’occasione, non ci si fa scrupolo a mobilitare pure camorristi e piduisti. Cirillo verrà rilasciato col pagamento di un riscatto, dopo 3 mesi di prigionia.

Nel 1979, Cossiga diventa presidente del Consiglio (04/08/1979 – 18/10/1980) in uno dei più infausti governi della Repubblica.
Il 27 Giugno 1980 viene abbattuto il DC-9 ITAVIA sopra i cieli di Ustica. È nota l’interminabile serie di depistaggi, insabbiamenti, morti sospette di testimoni chiave, occultamento di prove, che hanno visto coinvolti militari, servizi di sicurezza e intelligence di mezzo mondo, senza che i sempre lungimiranti politici italici muovessero un solo ditino.
Il 2 Agosto 1980 è il giorno terribile della strage alla Stazione di Bologna. Per il Governo Cossiga e la Polizia le cause sono assolutamente accidentali, attribuibili allo scoppio di una caldaia difettosa.
Della strage di Bologna ci siamo già occupati
QUI.
Successivamente, nominato Presidente della Repubblica, il 15/03/1991 Francesco Cossiga decide che la matrice della strage non è “fascista” e si affretta a chiedere scusa ai diretti interessati ed eredi del MSI, chiedendo che la lapide commemorativa delle vittime venga corretta. È evidente che in tutti gli anni precedenti (e successivi) il presidente Cossiga non abbia mai ritenuto necessario rivolgere invece le sue scuse ai familiari degli 85 morti e degli oltre 200 feriti, per 30 anni di “segreti di Stato”, depistaggi, omissioni, e silenzi portati avanti dai vertici dei servizi segreti dell’epoca, che una ipocrita vulgata vorrebbe deviati.
Si scoprirà che tutti gli alti ufficiali del SISMI, massimamente coinvolti nella manipolazione delle indagini, sono affiliati alla Loggia P2. Naturalmente, Cossiga ha qualcosa da dire anche su questo:

«Io non so se alcune persone che sono state messe nelle liste ci fossero o no, io ho detto semplicemente che alcune di quelle persone le conosco, sono dei grandi galantuomini e per i servizi che hanno reso, essendo io al governo del Paese, sono dei patrioti.»

Infatti, seppur cattolicissimo, Cossiga ha sempre avuto una grande passione per le organizzazioni segrete e per la massoneria. Perciò, quando nel 1990 un giovane magistrato siciliano osa indagare sulle notorie connessioni che sull’isola (e non solo) intercorrono tra mafia e massoneria, il Presidente sbotta furente:

«Possiamo continuare con questo tabù, che poi significa che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno? … Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza! A questo ragazzino io non gli affiderei nemmeno l’amministrazione di una casa terrena, come si dice in Sardegna, una casa a un piano con una sola finestra, che è anche la porta.»

Il “giudice ragazzino” si chiama Rosario Livatino, ha 38anni e verrà assassinato dalla Stidda agrigentina il 21 Settembre 1990.
Dal buio del suo nuraghe, non risulta che Cossiga abbia trovato altre parole per dire l’unica cosa possibile: “Perdonami, sono davvero una vecchia merda.
Poi ci sarebbe la lunga vicenda inerente la struttura
Gladio e Stay Behind, che determineranno le dimissioni di Cossiga dalla Presidenza della Repubblica, non prima di aver glorificato questo gruppo di patrioti specializzato nell’addestramento clandestino di bombaroli e nel rifornimento di armi ed esplosivo, passati sottobanco a gruppi neo-fascisti ed eversivi di estrema destra in nome della santa crociata contro il comunismo: 40 anni di strategia della tensione, passando per Peteano

 In effetti, ci mancheranno le elucubrazioni incensatorie del Cossiga pensiero.
Chissà che giù agli Inferi non le trovino divertenti…

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7 Risposte to “E Cossiga se ne andò all’Inferno”

  1. Midhriel Says:

    La commemorazione funebre che speravo di leggere, soprattutto dopo aver sorbito quella di TG che si sono ben guardati dal mettere in evidenza il lato oscuro della vita di Cossiga. Non mi sembra casuale che Berlusconi lo abbia definito “amico carissino”… è stato uno di quelli che hanno contribuito a sommergere l’Italia di bugie, menzogne e coperture alle peggiori nefandezze, sulle quali siamo ancora lontani dal fare luce.
    Il fatto che Cossiga fosse “cattolicissimo” conferma a mio avviso l’ipocrisia di fondo del mondo cattolico: anche la storia della Chiesa (http://www.youtube.com/watch?v=1PZjztVmp78) è una storia di bugie, manipolazioni storiche, prevaricazioni e stragi compiute da coloro che pretendono di sapere qual è il bene degli altri e glielo impongono loro malgrado – anche se questo, secondo me, è vero per tutte le Chiese.

  2. Le commemorazioni…ah si, una “festa” in cui il potere celebrerà se stesso. Fiumi di lacrime e di inchiostro riverente, verso un parassita che per anni ha sguazzato nel dolore e sulle spalle delle persone. Bè, come per ogni servo pezzi di verità uscivano quà e là a volte, ma solo al momento giusto quando la tempesta placata aveva lasciato spazio solo ad una rassegnazione…per giunta passiva. Briciole di verità, parziali ed “innocue”.
    Inveire contro di lui sarebbe fiato sprecato, anche perchè come colonia non abbiamo tanta libertà di agire e prendere decisioni strategiche fondamentali. Un “utile” paravento che farà spazio al prossimo.

  3. Come sempre ineccepibile…

    Al tuo post “I SOLITI IGNOTI”, commentai dicendoti di inviarlo via mail alla questura, questo invece , essendo una perfetta orazione funebre, potresti inviarla al prelato che officierà le esequie!

    Cordiali e civili saluti.

  4. Carissimi,
    Permettetemi di rivolgere a voi tutti un sincero GRAZIE per la costanza e la benevolenza, con le quali continuate a seguirmi… nonché a sopportarmi..:)
    E lasciate che io ringrazi voi per i vostri contributi, sempre graditi e così forieri di nuovi spunti di riflessione: il dono più prezioso.

    Come giustamente fa notare l’amico Johnny, il “Potere” si alimenta anche dei rituali autocelebrativi, intrisi di ipocrisie e deferenze castali, con i quali la Politica istituzionalizzata per professione si assegna tributi ed assoluzioni, in piena solidarietà corporativa. In effetti, il miglior antidoto contro la nefasta influenza, ed eredità, di simili “statisti” de’noantri è lasciarli scivolare via nell’oblio della loro infamia.
    Senza compianti; sine animo et ira.
    La stucchevole parata commemorativa che suscita la legittima indignazione di Midhriel è parte integrante di questa sorta di recita istituzionale, dove si esaltano i pregi e le virtù di vite esemplari. Non è un caso che il Signor B. omaggiato a suo tempo dalla definizione di “Nano libidinoso”, si professi ora carissimo amico del “compianto” trapassato, nella generale finzione condivisa.
    Per il resto, dopo i funerali di Stato decretati al golpista Edgardo Sogno, non mi meraviglio più di nulla.
    E’ interessante constatare che entrambe i personaggi siano stati insigniti delle massime onoreficenze al merito della Repubblica. E questo, almeno nel mio caso, non fa che confermare l’intrinseca natura di uno Stato che resta per me fondamentalmente alieno.
    Per farsi un’idea della megalomania di Cossiga, basti ricordare che l’uomo, poco prima di dimettersi da Presidente, è stato capace di autonominarsi: “Capo e Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana“.
    Un po’ come Napoleone che si auto-incorona imperatore…
    E ciò dovrebbe dirla lunga sulla sua psiche.
    Naturalmente ho visto il video… Non è un caso che alcuni dei massimi ministri della Chiesa siano subito corsi al capezzale del Cossiga morente.
    Di conseguenza, l’orazione funebre risponderà fedelmente a tutti gli stereotipi elucubrativi del buon cristiano e dell’abnegazione dei cattolici in politica, naturalmente per il bene del Paese, con le immancabili spruzzatine patriottarde. E questo lo sappiamo bene tanto io quanto Mario..:)

  5. È morto Francesco Cossiga. Resterà vivo il suo “Non ricordo”.
    (Spinoza)

    Era troppo bella per non condividerla con voi.

  6. Post et ridere coepi, dormiens primo, deinde vigilans. Hoc enim de me mihi indicatum est et credidi, quoniam sic videmus alios infantes; nam ista mea non memini. et ecce paulatim sentiebam, ubi essem, et voluntates meas volebam ostendere eis, per quos implerentur, et non poteram, quia illae intus erant, foris autem illi nec ullo suo sensu valebant introire in animam meam. Itaque iactabam membra et voces, signa similia voluntatibus meis, pauca quae poteram, qualia poteram: non enim erant veresimilia. et cum mihi non obtemperabatur vel non intellecto vel ne obesset, indignabar non subditis maioribus et liberis non servientibus et me de illis flendo vindicabam.

    “In seguito cominciai anche a ridere, prima nel sonno, poi da sveglio. Questo particolare su di me mi è stato riferito e vi ho creduto, perché così vediamo fare gli altri neonati; io certo non ricordo questi momenti della mia vita. Ed ecco, a poco a poco, mi accorgevo di dove mi trovavo e volevo indicare alle persone i miei desideri perché li esaudissero e non potevo, perché questi erano dentro di me, quelle invece erano fuori e con nessuno dei loro sensi riuscivano a entrarmi nell’anima. E così muovevo il corpo e la voce: erano segnali
    – quei pochi che potevo, e come potevo – simili ai miei desideri, non al vero. E se non mi si obbediva, o perché non ero stato capito, o perché non ne ricevessi un danno, io mi indignavo con quelle persone più grandi che non stavano sotto di me, con quelle persone libere che non si facevano mie schiave, e attraverso il pianto mi vendicavo di loro.”

    (Agostino, Confessioni, 8)

  7. […] Ciò detto, quando si indica Giorgio Napolitano, come il peggior Presidente della Repubblica, evidentemente si ignora o ci si è dimenticati di cosa sono state le presidenze di Gronchi e Segni. Senza evidentemente scordare KoSSiga. […]

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