PROFONDO ROSSO

Saluti da CostantinopoliAd un secolo di distanza, parlare della grande mattanza degli Armeni non si può e non si deve, a meno che non si voglia urtare la suscettibilità della Turchia… Basti pensare alla reazione spropositata del governo di Ankara, ogni qualvolta viene evocata la parola proibita: “genocidio”.
In alternativa, si può incorrere nel rischio concreto di venire oscurati da qualche solerte hacker, in vena di vendicare l’onore nazionale così ferito nella sua identità villipesa.
esibizione delle teste Che lo si voglia chiamare genocidio oppure no, lo sradicamento e la distruzione delle comunità armene dell’Anatolia non fu un fatto sporadico e nemmeno isolato, giacché l’opera di annientamento interessò quasi tutte le minoranze non musulmane (percepite come una minaccia alla stabilità) presenti all’interno dei territori imperiali… Un trattamento non dissimile fu riservato infatti alle popolazioni assiro-caldee, distribuite tra gli altipiani del Taurus Orientale fino alle province di Diyarbakir e Hakkari (regione curda attualmente incastonata al confine tra Iraq e Iran). E di grazia esteso anche agli sventurati Yazidi del Sinjar, tanto per non farsi mancare proprio nulla al ricco carniere delle repressioni.
Eastern_provinces_Ottoman-Empire-Western ArmeniaSoprattutto, le persecuzioni degli Assiro-Caldei (cristiani nestoriani), degli Armeni (monofisisti), dei Greci del Ponto (ortodossi), che si intensificano in epoca moderna dopo secoli di relativa convivenza, segnano un torbido spartiacque nel difficile periodo di transizione dall’Impero alla Repubblica General Mustafa Kemal Ataturknazionale, sull’onda lunga della prima guerra mondiale e dei suoi stravolgimenti geo-politici, con la creazione dell’attuale Stato turco, se non etnicamente omogeneo (cosa peraltro impossibile), sicuramente omologato in un’unica matrice etnico-culturale. La predominanza dell’elemento nazionalista, il primato del potere militare sulla vita pubblica e politica, l’asfissiante censura e la repressione poliziesca di uno stato dai forti richiami autoritari, sono gli elementi che (in negativo) condizionano la moderna Turchia e ne contraddistinguono le prese di posizione ogni volta che, nolente, è costretta a fare i conti con le ombre del proprio passato.
19 - Fanteria Grande Guerra (2)C’è pure da dire che agli albori del XX secolo il fragile Impero Ottomano non era politicamente attrezzato per fronteggiare le spinte verso il cambiamento e le rivendicazioni dei movimenti Sultano Abdul Hamid IIindipendentisti, né il Sultano della Sublime Porta sembrava più davvero in grado di disinnescare con efficacia la minaccia delle forze centrifughe che rischiavano di sbriciolare il suo impero, sotto i colpi e la pressione sempre costante dell’Impero russo ai suoi confini, con lo zar che amava atteggiarsi a gran protettore dei cristiani ortodossi.
1877 - Conquista della piazzaforte di PlevenDopo la Guerra turco-russa (1877-1878), l’Impero Ottomano deve rinunciare alla quasi totalità dei suoi territori europei e negli anni successivi (1881-1882) perde anche gran parte delle suoi possedimenti mediterranei (Tunisia ed Egitto); costretto ad arretrare ovunque, ripiega in una crisi profonda.
Abdul Hamid II Dinanzi all’insorgenza dei nazionalismi ottocenteschi ed agli irredentismi dei millet (le comunità etnico-religiose in seno all’impero), spesso e volentieri fomentati dalle potenze coloniali europee tutt’altro che disinteressate, il sultano Abdul Hamid II reagisce come può, ricorrendo a ciò che gli riesce meglio: una repressione brutale e spietata, ovunque si accendano focolai di rivolta. Perché gli autocrati quando fondano la loro autorità su un potere incerto non sono mai magnanimi.
Caricatura sultanoIn questo contesto già ampiamente compromesso, a farne le spese furono soprattutto gli Armeni che, a torto o a ragione, vennero identificati come una sorta di “quinta colonna” ostile, che operava nelle retrovie d’intesa con il nemico straniero, agendo dall’interno dei territori imperiali.
The Six armenian Vilayets in Ottoman AnatoliaCon una considerevole presenza nelle grandi città di Smirne e Costantinopoli, dove si concentrano gli elementi più dinamici e più istruiti della borghesia armena, il grosso della comunità è distribuita in Cilicia (Piccola Armenia), vanta un insediamento importante a Trebisonda sul Mar Nero, e soprattutto si concentra nelle regioni interne dell’Anatolia sud-orientale. Le province (vilayet) col maggior numero di Armeni sono sei: Bitlis, Erzerum, Van, Diyarbakir (Diabekir), Sivas, e Karput.

Donne armene«Gli Armeni rappresentano la più grande tra le varie minoranze non-turche presenti nella regione anatolica (greci, circassi, curdi, ebrei). Sono circa due milioni su una popolazione di oltre 15 milioni, ma la percentuale cresce nei vilayet della Grande Armenia pur senza raggiungere la maggioranza in alcun luogo. Come composizione sociale, gli Armeni sono per l’80% contadini poveri cui si aggiunge una modesta, piccola borghesia provinciale urbana, composta da artigiani e negozianti. La classe dirigente si concentra nella capitale e nelle città più importanti, e comprende una ricca oligarchia bancaria e mercantile, e una vivace elite intellettuale

Sergio De Santis
“Gli Armeni” (1996)

Ben più precaria è la condizione di chi vive nelle regioni interne dell’Anatolia, lungo il massiccio del Tauro, dove gli Armeni, che sono in massima parte contadini sedentari e chiusi in comunità Donna armenarigidamente endogamiche come sovente avviene per le minoranze emarginate, devono affrontare una difficile convivenza con le tribù di pastori seminomadi che vivono sull’altipiano e coi quali si contendono lo sfruttamento delle terre e dei corsi d’acqua. Soprattutto, devono subire la piaga endemica del banditismo curdo, con le sue bande di predoni che taglieggiano le popolazioni stanziali delle pianure, ai quali si aggiunge la rapacità dei funzionari ottomani e dei governatori provinciali (vali).
16 - Irregolari curdiIn quanto “infedeli”, gli Armeni, insieme a tutte le altre comunità non musulmane, sono tenuti al pagamento di una sovrattassa per la ‘protezione’, come prevede la legge islamica, e tenuti in una pesante condizione di inferiorità giuridica che ne pregiudica i diritti e le tutele, né li salvaguardia dagli abusi e dalle violenze.
turkish rebelsLe prime tensioni erano già esplose in tutta la loro terribile violenza tribale già nella metà del XIX secolo, quando le comunità armene ed assiro-caldee della provincia di Diyarbakir, pessimamente consigliate dai loro intriganti patriarchi ecclesiastici, s’erano lasciati coinvolgere nelle beghe di potere dei sangiaccati autonomi dei signorotti curdi in lotta tra loro per la secessione dall’Impero ottomano, col risultato di trovarsi esposti alle rappresaglie degli uni e successivamente a quelle delle truppe ottomane inviate nella regione per reprimere la rivolta, che senza troppe distinzioni si scatenarono soprattutto contro le popolazioni cristiane (le più ‘ricche’ da depredare), in un primo devastante assaggio (stimato in 50.000 morti) delle mattanze che sarebbero avvenute in seguito.
CircassiAd esasperare ulteriormente i rapporti, contribuisce inoltre l’arrivo dei profughi balcanici e soprattutto dal Caucaso, i circassi (ceceni), che il governo ottomano reinsedia in massa nelle regioni armene a scopo di contenimento. E che in concreto porta ad un intensificarsi delle scorrerie a danno degli Armeni e dei cristiano-caldei.

Basibozuk-1877-78

È la prima concreta risposta che il sultano Abdul Hamid fornisce alle ingiunzioni delle potenze occidentali e dell’Impero russo che gli intimano di “realizzare senza alcun ritardo i miglioramenti e le riforme rese necessarie dalle esigenze locali nelle province abitate dagli armeni”, come prevede l’Art.61 del Trattato di Berlino (1878) e che il sultano interpreta come un’offesa personale ed un’indebita ingerenza al suo potere assoluto.
circassi (ceceni)Per rintuzzare la minaccia russa ai confini orientali del suo impero e tenere sotto controllo gli Armeni, nel 1891 il sultano Abdul Hamid istituisce dei nuovi reggimenti di cavalleria 1890 Ottoman Hamidiye Corpleggera ad imitazione di quelli dei cosacchi e che vengono chiamati in suo onore “Hamidiye”. Già che c’è, pensa pure a risolvere in un sol colpo anche il problema del banditismo, reclutando i nuovi cavalleggeri tra le bande di predoni curdi, circassi e turcomanni, ai quali pone a capo un ufficiale turco. Per il mantenimento degli squadroni irregolari di “Hamidiye” viene istituzionalizzata una doppia tassazione ovviamente a carico di Armeni e Assiri, in aggiunta alle grassazioni già abbondantemente praticate. Tutte le unità vengono formalmente poste sotto il comando di Zekki pascià, maresciallo generale dell’impero, vengono rifornite dall’esercito regolare unicamente di munizioni e fucili a ripetizione, con la fornitura occasionale di tuniche grigie come uniforme. Per il resto, ogni squadrone di cavalleria si auto-finanzia con i frutti dei saccheggi e delle requisizioni arbitrarie, godendo di una libertà d’azione quasi illimitata.
Capi tribali curdi degli HamidiyeNel frattempo anche gli Armeni, animati da un nuovo ceto intellettuale che spesso si è formato all’estero nelle università europee, iniziano ad organizzarsi spingendo per un nuovo corso politico.
Fedayees armeni 1890-1896Nel 1887 un gruppo di studenti in esilio fondano a Ginevra una organizzazione politica, l’Hunchakian (la “Campana”), o Hintchak; di orientamento marxista, è vicino alla socialdemocrazia russa da cui sostanzialmente riprende l’impronta socialrivoluzionaria e lo spirito anti-zarista. Pochi anni dopo, nel 1890, viene costituito in Georgia la Federazione Rivoluzionaria Armena: il Dashnaktsutiun (Dashnak). È un partito di ispirazione socialista, ma dai riferimenti ideologici più bakuniani (anarchismo) che marxisti. Nati per chiedere il ripristino della Costituzione del 1876, promulgata e subito abrogata dal sultano Abdul Hamid, entrambi i partiti condividono molti elementi in comune col populismo russo della Narodnaja volja ed avranno un ruolo di primo piano, nell’organizzare la resistenza armata contro lo sterminio degli Armeni.

Garegin Nzhdeh - Armenian freedom fighter during his voluntary service in the Bulgarian army«Sulla carta i due partiti puntano soprattutto al “Tanzimat” (cioè alle riforme) e si propongono come obiettivo più la liberazione di un popolo che di un territorio: in realtà entrambi sognano di ripetere l’esperienza bulgara, vale a dire l’inizio di una guerriglia capace di provocare prima un’insurrezione popolare, poi un intervento straniero, e infine l’indipendenza nazionale su pressione internazionale.
La prima rivolta dei guerriglieri della Federazione (i cosiddetti “fedais”) avviene a Sassun. La repressione lascia sul terreno 8.000 morti ed è così selvaggia da provocare una commissione d’inchiesta internazionale.
Hintchak - gruppo di ArdzivI fedais si illudono di aver messo in movimento il meccanismo della liberazione nazionale, senza rendersi conto che la loro posizione è estremamente debole. Il popolo armeno infatti non dispone di un solo “focolare” ben definito, ma si trova sparpagliato in tutta l’Anatolia e mescolato ad altre etnie; manca di un appoggio internazionale “forte” (salvo quello sello zar, che però a molti non fa meno paura del sultano), e non dispone neanche di collegamenti organici coi i grandi centri della cristianità, dato il carattere scismatico del Patriarcato apostolico armeno.
Inoltre (e non è cosa da poco), sia l’Hintchak sia il Daschnak destano sospetti per il loro orientamento rivoluzionario, non solo presso la Russia ma anche presso le grandi potenze liberali dell’Occidente

Sergio De Santis
(1996)

L’eccidio di Sassun in Cilicia (agosto/settembre 1894) è solo il preludio di una più vasta azione di repressione, che viene messa in atto dall’esercito turco con l’apporto determinante degli irregolari curdi arruolati negli Hamidiye e che sono comunemente ricordati come “massacri hamidiani”.
card-illustrating-hamidian-massacres-of-armenians-18891Il 30/09/1895 i movimenti armeni indicono una manifestazione pacifica a Costantinopoli, in duemila si riuniscono per presentare una petizione e chiedere il ripristino delle garanzie A Turkish army Bashi-Bazouk c-1880costituzionali del 1876. La risposta del sultano non si fa attendere… dopo aver disperso i manifestanti, una folla aizzata dalla gendarmeria si scatena contro i quartieri armeni della capitale che vengono messi a sacco. Rapidamente, la repressione si estende in tutti e sei i vilayet popolati da Armeni, dalla Cilicia ai distretti nord-occidentali dell’Anatolia, con una simultaneità che lascia supporre l’esistenza di un piano ben preordinato, tramite una serie di violenze ininterrotte che si estendono indiscriminatamente contro tutte le popolazioni cristiane e si susseguono per quattro mesi, fino al gennaio del 1896. Le stragi di massa dei cristiani sollevano lo sdegno delle abdul hamidcancellerie europee. Ma oramai il sultano ottomano ha mangiato la foglia e non se ne prende troppa pena. I fatti gli danno ragione… Mentre il Regno d’Italia mantiene una posizione più defilata, la Gran Bretagna, la Francia, gli USA, e perfino il piccolo Belgio minacciano di intervenire militarmente se non cesseranno, ma alla fine non andranno oltre una mera condanna formale e la compilazione di libri colorati (bianco..blu..azzurro..giallo) dove vengono riepilogate le consuete gallerie degli orrori: dagli scuoiamenti di Ezrerum ai 3.000 cristiani rinchiusi e bruciati vivi nella cattedrale di Urfa…
1895 - Massacro di ErzurumAttilio Monaco, console italiano nella città di Erzerum, ebbe Attilio Monacomodo di apprendere delle modalità di sterminio, parlando direttamente con i soldati turchi implicati negli eccidi, attraverso la testimonianza di tal Mustafà Ali-Oglù, ed inviare regolari rapporti all’Ambasciata d’Italia a Costantinopoli:

Hamidye di Hussein pascià«I Curdi erano quasi tutti armati d’eccellenti fucili e ricevevano le munizioni dalle truppe. Di queste il comando effettivo l’aveva Tewfik bey, e Ismail bey era rappresentante del “muscir”: fu Ismail che lesse alle truppe il firmano imperiale, che ordinava la distruzione dei villaggi ribelli. Egli [Ali-Oglù] ha raccontato il modo come i villaggi armeni furono attaccati e distrutti, ripetendo i particolari dati dagli altri due soldati: erano i curdi che mettevano fuoco alle case e che s’occupavano specialmente del saccheggio, portando via le donne giovani, mentre i soldati, benché qualche volta prendevano anche loro, s’occupavano più specialmente di dar la caccia agli abitanti, uccidendo quanti incontravano, uomini o donne, vecchi o bambini. Egli vide in Ghelié-Guzan un soldato uccidere barbaramente un bambino e alcuni altri che sventrarono una donna incinta e le estrassero il feto… Nelle uccisioni, e soprattutto nella caccia che si dava alla gente pei monti e nelle boscaglie, non era risparmiato nessuno e solo le donne giovani erano portate via

Attilio Monaco
(16 Maggio 1895)

Spesso e volentieri, sono i mullah delle moschee ad infervorare la folla coi loro sermoni infiammati e scatenarli nei linciaggi, che si traducono in veri e propri pogrom col supporto dell’esercito che interviene unicamente per reprimere le sacche di resistenza armene.
Ibrahim pasciàSe il sultano ha interesse a presentare i massacri come una reazione spontanea ed incontrollata di folle inferocite, al di fuori di ogni coordinamento militare o indirizzo ideologico, tuttavia, in qualità di testimone oculare, il 30/10/1895 il console Monaco comunica all’Ambasciata:

Sheikh Said of Piran«Senza alcuna provocazione da parte degli Armeni, il massacro è cominciato in tutta la città alla stessa ora, come a un segnale convenuto, quando i musulmani uscivano dalla preghiera di mezzodì. Quello che la plebaglia turca ha commesso è affatto secondario, giacché tutto, uccisioni, saccheggio, devastazioni, incendi, è stato perpetrato dai soldati, in potere dei quali la città è letteralmente rimasta. Coi miei propri occhi sono stato spettatore di tutto ciò, e la stessa sera e il giorno seguente quando ho potuto percorrere i mercati non ho incontrato che soldati, che nelle case e nelle botteghe devastate dai loro compagni cercavano il resto»

A proposito della “questione armena”, il diplomatico riportava nelle sue osservazioni che:

images «È soprattutto in questi ultimi dieci anni che questa quistione armena è entrata nello stato acuto con una serie continuata di oppressioni, che, deve credersi, abbia fatto sperare al governo turco, che il modo migliore di risolvere il problema era quello molto semplice di sopprimere gli Armeni o con l’esilio, o con la prigionia o con lo sterminio. A parte questa triste politica, da diciassette anni che è stato firmato il trattato di Berlino nessuna pratica e seria iniziativa è stata presa da parte del governo, come aveva promesso, per salvaguardare la sicurezza degli Armeni contro le ruberie dei Curdi e le persecuzioni degli impiegati turchi

Come una sorta di contagio diffuso ad arte, i massacri si propagano progressivamente per tutta l’Anatolia, a Bitlis, Kharput, Diyarbekir, Van…
card-illustrating-hamidian-massacres-of-armenians-1889Il 01 Novembre del 1895 le violenze investono il centro di Diyarbekir, quando una folla di invasati si riversa fuori dalla moschea principale della città per assaltare le abitazioni dei cristiani, che organizzatisi per tempo trincerano l’ingresso delle abitazioni e costruiscono barricate nelle strade d’accesso dei loro quartieri, respingendo gli assalitori a fucilate e combattimenti all’arma bianca. I meno fortunati vengono trucidati sul posto. I massacri, i rapimenti di donne, e le conversioni forzate si estendono ben presto nei villaggi distribuiti nei dintorni del capoluogo dell’omonima provincia, dove si abbatte la furia degli irregolari curdi a cavallo, e investe le comunità assire di Sa’diye, Silvan, Farkin, Qarabash… che vengono quasi interamente annientate.
Massacre of Armenians by Ottoman Turks under Abdul Hamid, 1895-1896. Armenian inhabitants of Akhisar, having their throats cut. Religious Conflict Turkey Trade Card French Chromolithograph'Il 09 Novembre è la volta del distretto di Mardin, dove il numero dei cristiani è preponderante. Si tratta di uno dei pochissimi casi, dove musulmani e cristiani, coordinati dal governatore che distribuisce armi ad entrambi, si uniscono per respingere le bande di predoni. Se la città resiste all’attacco e respinge i saccheggiatori, non sfuggono al saccheggio i villaggi dei dintorni, che in buona parte vengono rasi al suolo, innescando la diaspora degli Assiro-Caldei verso Mosul ed il nord dell’Iraq. Dato gli sviluppi odierni: dalla padella alla brace
assyrns7Il 03 Giugno 1896 è la volta di Van, dove l’azione congiunta degli irregolari curdi e dell’esercito turco, è volta distruggere la resistenza delle costituite squadra di auto-difesa armena. Bilancio dell’operazione: 20.000 morti.
Unità di auto-difesa armene all'assesio di VanNel loro complesso le cifre dei cosiddetti “massacri hamidiani” sono quanto di più impreciso possibile, in relazione agli approssimativi censimenti demografici dell’epoca e dalla totale assenza di una contabilità certa, insieme all’ovvio interesse delle autorità ottomane a minimizzare l’entità delle stragi. Quindi il balletto delle cifre schizza da un minimo di 80.000 morti ad un massimo di 300.000 (un numero sicuramente gonfiato).
Johannes Lepsius Il missionario tedesco Johannes Lepsius, che spese gran parte della sua vita nel documentare e denunciare lo sterminio degli Armeni, nella sua “Relazione sulla situazione del popolo armeno in Turchia” circostanziò così l’entità degli eccidi: 88.243 armeni assassinati nei linciaggi e la 4Christian headsdistruzione di 2.493 villaggi; la profanazione di 649 edifici religiosi, tra monasteri e chiese, delle quali 328 sono state trasformate in moschee. A questo si aggiunge un numero imprecisato di cristiani deceduti per le malattie, le ferite riportate, di fame o di freddo, che Lepsius non quantifica stimandolo però di molto superiore ai 100.000 morti.
Nel tentativo di attirare l’attenzione internazionale sulla causa armena, il 26 agosto del 1896 un gruppo di militanti della “Federazione rivoluzionaria armena” (Dashnaktsutiun) irrompe nella Banca Centrale di Costantinopoli, nell’illusione di spingere Gran Bretagna e Francia ad un intervento diretto per porre fine alle persecuzioni. Il risultato concreto sono altri Bashi-Bazouks (Turkish infrantrymen), Bayazid district, Istambul, 18886.000 morti falcidiati in un altro gigantesco pogrom, che investe i quartieri armeni della capitale e le province d’origine dei sequestratori che vengono sottoposte a “punizione collettiva attraverso l’omicidio di massa”. A guidare le rappresaglie ci sono le famigerate milizie degli irregolari balcanici, dal nome quanto mai evocativo “bashi-buzuk” (teste matte), rinfoltiti da chierici delle scuole islamiche.
basibozukPer definire l’abnormità dei cosiddetti massacri hamidiani, perpetrati con rara ferocia omicida contro le comunità cristiane dell’Impero ottomano, per la prima volta sulla stampa occidentale fanno la loro comparsa dei termini completamente nuovi… Si parla di “olocausto” e di “democidio”… Sarà proprio un armeno sopravvissuto agli eccidi a coniare nel 1943 il termine che oggi tutti conosciamo: “genocidio”.
Ma la vera tempesta che avrebbe spazzato via per sempre intere comunità, sarebbe arrivata soltanto un ventennio più tardi, a sancire il passaggio dalla barbarie ottomana all’epoca moderna…

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9 Risposte to “PROFONDO ROSSO”

  1. racconto assolutamente impressionante, si capisce da dove provengono certi retaggi odierni; mi colpisce anche il ruolo “malefico” dei curdi. Molti anni fa sono stato proprio in quelle zone del sud-est, fra cui anche Urfa e Harran, non molto lontano da Raqqah in Siria, ma per mia “fortuna” ignoravo questi massacri. Era impossibile parlare della questione curda più recente. La lingua curda credo che sia vietata tuttora. Si respirava, innegabilmente, un clima di oppressione, La “culla della civiltà” è sempre stata un po’ agitata!

    • La “culla della civiltà”, nella sua panspermia culturale pare che abbia esaurito da tempo i semi dello sviluppo, fermandosi al più cupo medioevo e retrocedendo verso una barbarie primitiva.
      Se fossi superstizioso (e non lo sono affatto), e se mi perdoni la parentesi melodrammatica, è come se in quelle regioni aleggiasse una sorta di Male primordiale e sempre immanente, antico come le origini degli uomini che vi dimorano…
      E’ curioso notare che le scene iniziali dell’Esorcista siano ambientate proprio tra le rovine di Hatra, nei territori sfregiati dal sedicente califfato dell’IS… Forse è stato Danilo Arona in uno dei suoi articoli su Carmilla a farmi notare certe interazioni sulla scia del realismo fantastico col mito di Pazuzu, secondo quelle che lui chiama “vibrazioni subliminali”…

      Per contro, ho sempre nutrito un interesse ‘scientifico’ (se così si può dire) per il Male, investigato nelle sua essenza più oscura e assoluta…
      E’ un tipo di pratica che riduce le aspettative nel prossimo e non ti crea mai troppe illusioni sulla natura umana. In tal modo, alla fine, delle persone impari a riconoscere ed apprezzare sempre il meglio che c’è in loro.
      Nonostante sia un tipo assai poco impressionabile, due cose mi hanno sempre colpito: i delitti di Jack The Ripper e lo sterminio degli Armeni… A ben pensarci sono due degli eventi principali che segnano la chiusura del XIX secolo, precorrendo gli orrori su vasta scala del ‘900.

      P.S. Io sono un viaggiatore da biblioteca. Sarebbe davvero interessante (di sicuro per me) poter attingere dalla tua esperienza diretta di viaggio, con l’ulteriore pregio che tu sei un ottimo divulgatore e potrebbero scaturirne prospettive notevoli…

      • ti riferisci a questo articolo sugli Yezidi ?(http://www.carmillaonline.com/2014/08/16/yezidi-estratto-lombra-dio-alato/), lo avevo già letto e salvato, e mi piacerebbe recuperare il libro. Argomento molto interessante, al netto magari di Anton La Vey o di Crowley! Non sono stato ad Hatra o Lalish. In quel viaggio ci siamo fermati ad Akçakale, alla frontiera siriana, dove non ci hanno fatto entrare, per mancanza di visto, sennò si andava giù fino a Damasco. Poi siamo risaliti su, fino al Nemrut Dagi, dove ci sono queste enormi statue,

        qui mi pare siamo in un momento successivo a Pazuzu, ma non di molto. Con un po’ di tempo e pazienza potrei riprendere l’argomento Yezidi, se non ricordo male ne avevi parlato anche tu recentemente. Intanto mi rivedo L’esorcista, alla faccia del califfo!

        • da quest’immagine, parrebbe che anche qui gli abbiano tagliato la testa…alle statue!

          • A proposito di Yazidi, sono sostanzialmente d’accordo con le tue riflessioni. In fondo parliamo di una regione dove, prima del livellamento totalitario del fondamentalismo tutto è (era) sincretico in una sovrapposizione costante di popoli, religioni, culture.
            In base ai miei trascorsi di giurisprudenza, ho più di qualche piccola perplessità sul collegamento tra lo “ius” latino con lo zoroastrismo, fermo restando l’origine sanscrita del termine e la natura religiosa della medesima, di cui peraltro parlava anche Gian Battista Vico.
            Che gli Yazidi sia implicitamente collegati alla religione vedica (e avestica) mi pare più che probabile. E non solo per la loro appartenenza indoeuropea al ceppo iranico…
            E’ interessante notare che i confini etnici del Kurdistan, e quindi anche delle popolazioni yazide, ricalchino sostanzialmente quelli dell’antico popolo dei Mitanni: popolo di origini indo-arie, con una lingua fortemente imparentata col sanscrito, da cui riprendono in parte il pantheon religioso. Soprattutto Mithra e Varuna, ovvero l’Ahura Mazda dell’Avesta.

            Danilo Arona persegue da tempo le sue personali vibrazioni, inseguendo i bagliori della “luce oscura”, sulla quale ha costruito i suoi stilemi narrativi, con commistioni di un certo successo. Per i miei gusti, m’erano piaciute “Le Cronache di Bassavilla” pubblicate su Carmilla e dedicate alla provincia piemontese (e specialmente l’alessandrino che meglio conosco).
            Io ne apprezzo certi suoi intrecci ‘sillogici’ (chiamiamoli così), insieme ai costanti richiami al realismo fantastico (di cui preferisco però gli originali: Bergier e Pauwels). Ovvio che da lì a crederci sia tutta un’altra storia..;)

        • Ho recuperato l’articolo in questione di Danilo Arona: “Una vibrazione oltre la soglia”.
          Precede di qualche mese l’articolo dedicato agli Yazidi, che per inciso è piaciuto molto anche a me…
          E l’avrei citato volentieri ne “Gli Adoratori del Diavolo”, se non l’avessi scritto una settimana prima..;)
          A proposito del “Dio Alato”, ne ho recuperato qualche estratto su Google Libri, fintanto che è stato disponibile, per una sessantina di pagine… Impressioni? Promette bene, ma per quel che ho sbirciato è un tantino deludente (anche se io sono un lettore molto esigente); non so, a me ha ricordato un po’ le opere di Peter Kolosimo (che però leggevo a 9 anni!).
          In merito ai viaggi (e miraggi), per quanto refrattario agli spostamenti io possa essere, sono due i luoghi che mi sarebbe piaciuto visitare: il Giappone (troppo lontano e troppo costoso); e la Siria (che oramai credo sia decisamente da escludere). Tu ci sei andato decisamente più vicino..;)
          A proposito di Nemrut Dağı, sì da quelle parti ce l’hanno la fissa di tagliar teste e scapocciare le statue: dev’essere la misura del sottosviluppo di un popolo, proporzionale al fanatismo religioso. Ma alcuni la chiamano ‘devozione’..!

          • Ti ringrazio per i link, i due articoli sugli Yezidi direi che sono quasi sovrapponibili. Mi sono ricordato che in Emile Benveniste, “Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee”, Einaudi, c’è l’etimologia di yaos, yaozda, yazata, nei capitoli sullo “ius” romano e sul sacro.

            In estrema sintesi, yaos, “purificazione”, proviene dall’avestico (yaz, “sacrificare, riverire gli dei”, l’atto del sacrificio); yaozda (yaos-dhe), significa “rendere yaos”, cioè “rendere conformi alle prescrizioni”, rendere ritualmente adatto l’oggetto per ottenere uno stato di integrità:

            “l’idea di una rigida conformità alla norma; rendere adatto a un’operazione religiosa, mettere l’oggetto nella situazione di soddisfare a tutti i riti”, operazione che conferisce la purezza rituale.

            Non è come il vedico yoh un espressione di augurio, di prosperità, di salute, ma uno stato da realizzare, uno stato di regolarità, di normalità, richiesto dalle regole rituali.
            (In latino, lo ius è una formula di normalità, che prescrive ciò a cui attenersi: testo fissato, formule stabilite e “pronunciate”, ius-dicere).

            Ne consegue anche il nome del dio, yazata, “colui che è degno di culto”.
            Nell’Avesta, lo Yasna è la raccolta di inni e invocazioni recitate durante il culto o offerta, compresa la preparazione e offerta della bevanda sacrificale, Haoma (corrispondente al Soma vedico).

            Mi pare evidente il legame stretto con lo Zoroastrismo e Mazdeismo, mentre gli accostamenti con Pazuzu o Anzu o Sheitan sono frutto di sincretismo posteriore. Tralascio le libere interpretazioni “dark” o “sataniche” contemporanee, che fanno parte dell’immaginario di certa letteratura di “genere”.

            Gli Yezidi sono quindi ciò che resta (i superstiti) dello zoroastrismo-mazdesimo (e Mithra), evidentemente trapassato a Roma come ius (e qui sarebbe interessante ricostruire come). I sincretismi successivi si giustificano sia come tentativo di sopravvivenza in un clima divenuto ostile (l’Islam), sia come modalità di scambio, di buoni rapporti di vicinato con culti simili. Ma senza mai assimilarsi all’Islam o al cristianesimo.

            Quanto all’articolo sul “Dio Alato”, mi pare che Danilo Arona insegua una sua via particolare, “vibrazionale”, di tecnica dell’estasi o sciamanesimo o “visione di dio” o “apertura delle porte”, l’”universo B” o “gli altri mondi”, cui deve essersi avvicinato in alcune occasioni, ricreando a sua volta un suo immaginario sincretico liberamente ispirato alle varie fonti citate:

            “Ritengo a questo proposito di far parte, senza dubbio alcuno, della lista (alla cui compilazione forse un giorno mi dedicherò) dei Visionari e degli occasionalmente connessi”.

            Sarebbe utile ovviamente leggere, a questo proposito, il libro di Mauro D’Angelo, La dea nera. Ma qui siamo più su Pazuzu e Lilitu, + fisica quantistica, + Stati “alterati” di coscienza, + Magico Cultuale, e assai poco, anzi niente, sugli Yezidi e lo Yaos-dhe, e figuriamoci lo “ius”. Tutto legittimo, naturalmente, ma almeno sul piano filologico mi attengo all’avvertimento di Benveniste: “Non si accede a una preistoria comune del sacro”. Ahura Mazda non è Pazuzu. Poi sul piano narrativo ognuno fa quel che gli pare. Es e ha successo, tanto di guadagnato  (per lui)

  2. indubbiamente mi sono espresso male; lo zoroatrismo non è “trapasssato” a Roma. Mi riferivo più strettamente alla comparazione fra ius (ius dicere) e l’avestico yaos-dhe, in quanto entrambi “formule di normalità” . Se la comparazione etimologica è corretta, (e Benveniste sostiene che gli unici termini comparabili a ius fuori dal latino siano yoh e yaz), deve esserci stata una trasmissione o contatto da una parte all’altra, non casuale. Benveniste non ne parla, ma si può ipotizzare che, come in altri casi, i Romani abbiano “preso in prestito” termini o istituzioni da altre fonti, per esempio dai greci, ma anche dal Medio Oriente, adattandole ai propri scopi. Per esempio, in occasione delle XII Tavole, sono stati inviati dei “consulenti” in Grecia o in Magna Grecia (vado a memoria, corìgeme se sbajo). O, ad esempio, il termine sponte, che indicava una libagione rituale presso gli Ittiti (se non sbaglio), divenuto spondeo, respondeo, responsabilità, etc Ovviamente, come la trasmissione, lo scambio siano avvenuti concretamente diventa un rompicapo anche per i più esperti ricercatori, salvo avere fonti attendibili, certe, inoppugnabili. Ad ogni modo forse siamo andati troppo OT rispetto all’argomento del genocidio armeno. Accontentiamoci di aver detto una cosetta in più sugli Yezidi, che illumina anche un pochino la loro ritualità e i loro legami con lo Zoroastrismo, cui nel tempo si sono aggiunti sincreticamente altri acquisti.

    • Non ho l’autorità, né le competenze, e soprattutto la presunzione, per potermi permettere di correggere un linguista del calibro di Emile Benveniste..;) Posso però dire che, per quel pochissimo che so ed ho potuto appurare, la sua comparazione col termine latino “ius” (dall’arcaico “ious”) ed il sanscrito “yos”/”yaos” è universalmente condivisa e accettata, direi, da tutti gli studiosi di sociolinguistica.
      In merito alla stesura delle XII Tavole, se la memoria ancora mi assiste, mi pare che i Decemviri avessero richiesto una ‘consulenza’ al greco Ermodoro che era originario di Efeso e quindi della Ionia, una regione da sempre a contatto con gli Ittiti, quindi è facile arguire che le commistioni ci furono eccome. A proposito, credo che il termine ittita di riferimento fosse “spand” (o qualcosa di simile) ed indicava la stipula di una tregua o di un patto di pacificazione, sancita da un banchetto rituale e lo scambio di doni (o di ostaggi), e che per l’appunto era “responsabilità” rispettare in virtù di un giuramento sacro.
      Il mondo moderno assomiglia molto ai fili intrecciati di una matassa aggrovigliata, ma sempre con almeno un gomitolo in comune..:)

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