GLOBALISMO

Immortal ad vitam

Teorico della “società del rischio” (da cui il nome della sua opera più famosa), Ulrich Beck è stato uno dei massimi studiosi dei processi della globalizzazione nelle moderne società di massa delle quali ha analizzato le dinamiche e teorizzato gli effetti, attraverso la “pluralizzazione conflittuale dei rischi” e della loro definizione. Seguendo l’incidenza dei mutamenti su una società sempre più in bilico tra individualizzazione ed atomizzazione, ha contribuito a delinearne i profili.
Beck,-Ulrich-(R.-Schmeken) Nell’ambito della critica sociologica, Ulrich Bech, pur pervaso da un inguaribile ottimismo e con l’occhio sempre attento alla peculiarità tedesca, è stato uno dei più lucidi interpreti della “modernità” della quale ha saputo tracciare le nuove prospettive in un mondo globalizzato, che sapeva investigare come pochi. Ne ha rilevato le trappole concettuali, fornendo sempre nuove chiavi di lettura per potersi orientare in una realtà convulsamente asimmetrica. Distinguendo nettamente tra “globalismo” e “globalizzazione”, mette in discussione la “metafisica del mercato mondiale” con la sua mistica neo-liberale, rivendicando la politicità di una società cosmopolita e policentrica nella sua multidimensionalità su scala mondiale.
Con la scomparsa di Herr Bech, perdiamo una finestra affacciata sulla complessità degli eventi.

helmetMetafisica del mercato mondiale

«Il globalismo riduce la nuova complessità della globalità e della globalizzazione ad un’unica dimensione – quella economica – che viene anche pensata in maniera lineare, come tutto ciò che dipende permanentemente dalle regole del mercato mondiale. Tutte le altre dimensioni (globalizzazione ecologica, glocalizzazione cultura, politica policentrica, il sorgere di spazi e di identità transnazionali) vengono generalmente tematizzate solo presupponendo il dominio della globalizzazione economica. La società mondiale viene così ridotta e contraffatta nella società mondiale del ‘mercato’. In questo senso, il globalismo neo-liberale è una manifestazione del pensiero e dell’agire “unidimensionali”, un’espressione della visione del mondo “monocasuale”, cioè dell’economicismo. Fascino e pericolo di questa nient’affatto nuova metafisica della storia del mercato mondiale traggono origine da un’unica fonte: il bisogno, anzi la smania di semplificare, per orientarsi in un mondo divenuto indecifrabile.
Quanto questa metafisica del mercato mondiale renda ciechi lo si vede nelle discussioni sulla riforma delle pensioni.
[…] Quando, in economia e in politica, i neoliberali sostengono che il sistema pensionistico è antieconomico, poiché lo stesso denaro potrebbe essere investito in modo più redditizio in fondi pensione privati, essi dimostrano una volta di più che del significato politico-culturale di queste cose capiscono quanto i sordi della musica. Infatti, da un lato le pensioni assicurano anche quelli che non pagano contributi per esse, come gli altri membri della famiglia (moglie e figli), e dall’altro i datori di lavoro sono fatti partecipare ai costi.
Wolfgang Schäuble[…] Quel che c’è di spregevole quando si parla delle pensioni come di un “sistema collettivo di coercizione” (Wolfgang Schäuble) è che con ciò viene diffamato e sacrificato un pezzo di solidarietà sociale, e proprio da parte di quelli che più di tutti lamentano la perdita dei valori tradizionali.

Il cosiddetto libero mercato mondiale

Il globalismo leva un inno al libero mercato mondiale. Si sostiene che l’economia globalizzata sia destinata ad aumentare il benessere in tutto il mondo e con ciò ad eliminare situazioni sociali insostenibili. Anche nella tutela dell’ambiente, così si dice, si possono ottenere progressi tramite il libero mercato, poiché il meccanismo della concorrenza contribuirebbe alla protezione delle risorse e indurrebbe ad un rapporto non aggressivo con la natura.
Con ciò viene tuttavia trascurato intenzionalmente il fatto che viviamo in un mondo infinitamente lontano da un modello di libero mercato fondato sui vantaggi che possono derivare dalla comparazione dei costi à la David Ricardo. L’alta disoccupazione nel cosiddetto terzo mondo e nei paesi postcomunisti d’Europa costringe i governi di questi paesi a praticare una politica economica orientata alle esportazioni a spese degli standard ecologici e sociali. Con basse retribuzioni, spesso con condizioni di lavoro pessime ed estromettendo di fatti i sindacati, questi paesi concorrono l’un contro l’altro e con i ricchi paesi dell’Ovest per assicurarsi capitale straniero.
L’affermazione per cui il mercato mondiale rafforza la competizione e porta ad un abbassamento dei costi, del quale alla fine tutti approfittano, è notevolmente cinica. Non si dice che ci sono due modi di abbassare i costi: o tramite un’accresciuta redditività (miglior tecnologia, organizzazione, ecc.) oppure tramite l’abbassamento degli standard di produzione e lavoro umani. Le aziende ricavano di più, ma solo grazie ad una caduta della qualità dei prodotti e dei servizi offerti.

Drammaturgia del rischio

[…] Anche la pretesa di insediare sua maestà il marco tedesco sul trono dei rapporti sociali è tutt’altro che nuova….
Il globalismo trae il suo potere solo in piccola parte dal suo effettivo verificarsi. Il potere del globalismo deriva per lo più dalla messa in scena della minaccia: domina il “potrebbe essere”, il “dovrebbe essere”, il “se…allora”.
Ciò da cui le imprese transnazionali traggono il loro potere è dunque una specie di società del rischio. Non il “malaugurato verificarsi” dell’effettiva globalizzazione economica, come ad esempio il completo trasferimento di posti di lavoro in paesi dai bassi salari ma, prima ancora, la di minaccia di ciò: il gran parlare che se ne fa provocano paure, spaventano e costringono infine gli antagonisti politici e sindacali a fare ciò che la “disponibilità agli investimenti” richiede, per evitare qualcosa di ancora peggiore. L’egemonia semantica, la paura del globalismo fomentata pubblicamente è una fonte di potere, dalla quale il sistema industriale ricava il suo potenziale stretegico.

Assenza di politica come rivoluzione

Il globalismo è un virus che ha colpito ormai tutti i partiti, tutte le sedi, tutte le istituzioni. Il principio su cui si base non ha a che vedere solo con la politica dei profitti, ma sul fatto che tutti e tutto – politica, scienza, cultura – sono sottomessi al primato dell’economico.
[…] Una sorta di setta religiosa i cui seguaci e profeti non distribuiscono volantini alle uscite della metropolitano, ma annunciano la salvezza del mondo ad opera del mercato.
Il gloabalismo neoliberale è a tale riguardo una manifestazione altamente politica, che si esprime però in modo completamente impolitico. Mancanza di politica come rivoluzione! L’idea di questo globalismo è: non si agisce ma si ubbidisce alle leggi del mercato mondiale, le quali costringono a ridurre al minimo lo Stato (sociale) e la democrazia

Ulrich Beck
Che cos’è la globalizzazione
Carocci Editore Roma, 1999.
(Pagg 142-146)

cartoon_globalization1Era il 1997 e la grande depressione del XXI secolo non esisteva nemmeno nelle ipotesi di scuola.
Helghast SenatusL’Europa non s’era ancora trasformata in un moloch tecnocratico dalle pulsioni sempre più totalitarie… L’euro non era ancora stato posto in gestazione (ad immagine e somiglianza del marco tedesco), mentre al suo posto circolava un famigerato prototipo chiamato ECU: come surrogato, fu un mezzo disastro a precorrimento dei successivi sviluppi…

Suora

Il Telemaco di Firenze probabilmente sgambettava ancora in braghette di tela nel cortile dell’oratorio, mentre l’allora centrosinistra si suicidava sotto le fragile fronde dell’Ulivo… Il papi fanfaroneggiava di milioni di posti di lavoro…. Ed il peggio era ancora da venire.

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7 Risposte to “GLOBALISMO”

  1. nell’archiviare questo tuo post ne ho notato un altro del gennaio 2012 (3 anni fa) intitolato “Forconi d’Italia” con Grillo insieme a Forza Nuova e Lega. Pizzarotti non aveva ancora vinto a Parma e il M5S veniva dato al 2-3%.. Ciò nonostante molti “sinistri” anche estremi l’hanno votato nel febbraio 2013. La tua analisi è quindi colma di attenzione seria ai fenomeni in corso, quella di altri non so…
    questo vale anche per la “globalizzazione”: non ho ancora letto nulla di Beck, ma mi riprometto di farlo quanto prima – sull'”economicismo” mi trova perfettamente d’accordo

    • “…La tua analisi è quindi colma di attenzione seria ai fenomeni in corso…”

      ;) Be’ nel mio piccolissimo io ce la metto tutta… L’intenzione sarebbe quella, nei limiti delle possibilità, cercando di mantenere sempre una certa originalità, insieme alla cura dei contenuti.
      Che detta così sembra chissà quanta e quale preparazione richieda, mentre in realtà io sono abituato a scrivere di getto, elaborando in fretta il concetto. Per questo seguo sempre uno specifico filo conduttore, a prescindere dalle tematiche trattate. E sono molto contento che tu l’abbia notato.
      A proposito di Ulrich Beck, non ho mai condiviso il suo ottimismo, con la sua fiducia negli organismi transnazionali in una società planetaria, avviata verso le magnifiche sorti di una “seconda modernità“, anche se negli ultimi anni s’era incupito parecchio…
      In compenso, ho sempre trovato le sue analisi estremamente interessanti, assolutamente pregnanti, ed esposte con estrema capacità divulgativa. Quest’ultimo aspetto è piuttosto raro da riscontrare in un professore tedesco e dunque un motivo in più per apprezzarne la lettura. Beck è forse stato uno dei primi a postulare il superamento delle categorie classiche di “destra e sinistra”, che andavano ripensate in un mondo de-ideologizzato dove le vecchie classi sociali andavano perdendo la loro specificità e centralità, in funzione dei flussi di capitale. Epperò non perdeva occasione di rivendicare il primato della dimensione politica su quella economica, avendo ben chiaro come “l’economicismo” dei neo-liberali fosse in realtà a tutti gli effetti un’ideologia politica, probabilmente tra le più totalitarie e psicotiche che si siano mai avute dalla fine della guerra fredda. E in tempi non sospetti, nei quali tutti idolatravano il “mercato” divinizzato, non era cosa da poco.
      Anche se si sforzava di apparire come un weberiano, assolutamente a-marxista, ed intimamente ostile al concetto di “post-modernità“, la teoria politica di Ulrich Beck in realtà, pur senza nominarla, si richiama spesso alla “società liquida” di Zygmunt Bauman. Ma a me è sembrato anche di cogliere più di una volta dei riferimenti ad Herbert Marcuse ed al suo “L’uomo ad una dimensione”.
      Poi all’atto pratico non ho letto tantissimo di Beck, oltre all’opera citata (“Che cos’è la globalizzazione”)… Ma qualcosina ho sfogliato..:)
      “La società del rischio” è un’opera per alcuni aspetti datata; quantomeno la prima versione, che da noi in Italia è stata pubblicata per la prima volta nel 2000, ma che in realtà risale al 1986. E se rapportata dunque a 30 anni fa, lo si può tranquillamente definire un saggio straordinario.
      Per i miei tipi, le preferenze vanno sicuramente alle sue indagini inerenti i rapporti di potere e le sue forme: “Potere e contropotere nell’età globale“; “Libertà o capitalismo“; “Europa tedesca. La nuova geografia del potere“…
      Per ritornare alle tue osservazioni iniziali, se molti dei “sinistri” ogni tanto riprendessero a leggere, entrando in una libreria invece di lasciarle fallire, e provassero ad articolare il proprio pensiero con un numero di battute superiore a quelle richieste da un ‘hashtag’ di Twitter (che come F/B è un’ottima invenzione lasciata in mano a troppi cretini; anche perché di Felix Fenéon in giro non ne vedo), forse non correrebbero appresso ad ogni strillone da piazza che si para loro davanti. Soprattutto, dinanzi all’inganno dell’attuale T.I.N.A. avrebbero forse gli strumenti per crearsela un’alternativa. O almeno provarci.

  2. Grazie della risposta che come al solito è quasi un altro post! Sul mulo ho trovato il primo libro da te citato, ma al momento devo rinviarne la lettura perché, come sai, sono impelagato con gli “americani”, fra cui, ovviamente anche Marcuse vs Norman Brown (il filosofo, non il musicista). Argomento principale: “contro cultura” vs “tecnocrazia”. Purtroppo non è un argomento che possa tradurre velocemente in post! Poi si vedrà….
    Per quanto riguarda “i sinistri”, o una parte di essi, non mi riferisco tanto ai simpatizzanti o ex simpatizzanti “di base” o semplici elettori dalle vaghe idee o ai twitteristi e così via, ma a coloro che i libri li acquistano e li scrivono anche! Tipi come Revelli, Franco Berardi, Toni Negri, e tanti altri che si possono rintracciare sulle pagine di “Sinistra in Rete” (che è solo un portale dove si trova di tutto). E in questi casi una spiegazione articolata la dovrebbero dare in primis i diretti interessati, e dopo anche gli analisti che volessero tentare di capire perché alcune tradizioni di pensiero come l’operaismo o la stessa “controcultura” (all’amatriciana o all’italiana) abbiano potuto anche solo per un momento, per un attimo di sbandamento, supportare un prodotto lercio e neofascista come il m5s…ma non voglio farla lunga su questo, e sicuramente non interessa più a nessuno se non ai quattro gatti litigiosi che si contendono i cadaveri del passato! Come disse Carletto, abbandoniamoli alla critica roditrice dei topi -

  3. Fabrizio Bozzato Says:

    Ottimo libro “La Societa’ Cosmopolita” di Beck. Al pinocchio di Rignano farebbe bene leggerne qualche pagina. Ma, si sa, lui e’ troppo impegnato a guardare i cartoni di Mila & Shiro e lumare le morbide opulenze della Boschi.

  4. @ Deadwarhols
    Per un attimo avevo davvero pensato al Norman Brown jazzista..:)
    Poi l’ho ricollegato a quel simpatico ‘pazzoide’ di Georges Bataille e tutto allora è diventato più chiaro.
    Confido davvero che potrai presto ricavarne materia per uno dei tuoi prossimi (splendidi) articoli dei quali, come ben sai, io sono e resto un lettore devoto quanto affezionato.
    In quanto ai danni collaterali del grillismo e a coloro che, da ‘sinistra’, cercano di conferire una (impossibile) cornice culturale al becero qualunquismo della setta digitale…

    «…una spiegazione articolata la dovrebbero dare in primis i diretti interessati, e dopo anche gli analisti che volessero tentare di capire perché alcune tradizioni di pensiero come l’operaismo o la stessa “controcultura” (all’amatriciana o all’italiana) abbiano potuto anche solo per un momento, per un attimo di sbandamento, supportare un prodotto lercio e neofascista come il m5s…»

    Non per niente, tra i due Revelli, io continuo a preferire di gran lunga Nuto.
    Per un ‘passatista’ come me, certe conversioni sulla via del Grullo (nella speranza malriposta che il moVimento degli Ensiferi possa essere qualcosa di diverso da ciò che è) ricordano le infatuazioni di un certo radicalismo social-rivoluzionario nei confronti del primo fascismo: Alceste De Ambris, Mario Carli, Enrico Ferri, Guido Podrecca… a tal punto da perdere la faccia e l’anima.
    A ‘sinistra’, ripulite le macerie, c’è davvero un intero mondo da ricostruire..!

    @ Fabrizio
    «[L’ideologia del libero mercato] è un’ideologia elitaria, incapace di motivare e mobilitare le masse. Le nuove crociate liberiste predicano: bisogna snellire, ridimensionare, rendere flessibile, andare su internet. Ma tutto ciò difficilmente sarà in grado di creare un nuovo senso di appartenenza, solidarietà e identità. È anzi vero il contrario: l’ideologia del libero mercato indebolisce e rimpiazza le identità politiche.
    […] Il capitalismo globale erode la cultura della libertà democratica, radicalizzando le disuguaglianze sociali e mettendo in pericolo i principi della giustizia e della sicurezza sociale di base. Contraddice inoltre una cultura cosmopolita in cui affermiamo di poter vivere insieme, uguali e tuttavia diversi. Il globalismo dunque, o meglio l’ideologia del libero mercato, è un potente nemico della società cosmopolita.
    […] La società è complicata oggigiorno…. C’è perciò un desiderio di semplicità, e i nuovi autoritaristi soddisfano questo desiderio con idee semplici

    Ulrich Beck
    “La società cosmopolita e i suoi nemici”

    Temo che l’imbarazzante Pinocchietto rignanese, in piena tempesta ormonale da fase puberale, apprezzasse soprattutto la componente ‘hentai’ di Mila e compagne.
    Non per niente, io ho sempre preferito le atmosfere punk-apocalittiche di “Hokuto No Ken” o la cruda rappresentazione del Giappone post-bellico di “Rocky Joe”.

    • ho appena letto dell’attentato a Parigi, sinceramente non ho parole; rispetto agli argomenti accennati, appena potrò farò un piccolo piano di post sul modello “ecologia fascista” di Peter Staudenmeier e Janet Biehl

      ciao

      • Io invece due paroline ce l’avrei…
        Due tizi così, che si muovono in modalità “buddy system”, assicurandosi copertura di fuoco reciproca, che sanno come si imbraccia un’arma semi-automatica (col calcio ben piantato contro la spalla) e che il tiro più preciso è quello a colpo singolo, che piazzano una perfetta rosa di colpi mirando al centro del parabrezza… non sbucano fuori dal nulla. E di certo non dovrebbero passare inosservati; non per un servizio di sicurezza degno di questo nome. Soprattutto se parliamo della DCRI francese, che ha dato prova di straordinaria inefficienza.
        Di questa gentaglia si sa praticamente tutto: sono micro-gruppi isolati, in contesti marginali; nuotano in stagni chiusi, costantemente monitorati… C’è una sottovalutazione preoccupante del problema, che non va ‘controllato’ ma sradicato, prosciugando il suo brodo di coltura, senza finte indulgenze pelose.

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