Relazioni di ricorrenza

Deve essere davvero lo spirito dei tempi, uno zeitgeist cupo e desolante, se l’Italia è costretta a celebrare il 150° della sua unificazione tra flatulenze secessioniste e panzane federaliste, tra revanchismi borbonici e reazione sanfedista, alternate alla retorica ufficiale di circostanza, con i suoi stanchi rituali cerimoniali sempre più svuotati di senso.
Tra i miti assolutori “degli italiani brava gente”, le processioni pagane di santi, madonne e atei devoti, insieme a qualche mega-appalto patriottico a stuzzicare l’appetito dei soliti noti, si avviano ad esaurimento i festeggiamenti (ancor prima di cominciare) del peggior compleanno per una Italietta sempre più guelfa, rigurgitata in nuovo temporalismo pontificio e raggrumata attorno all’Unto della Provvidenza coi suoi inviti ossessivi al bunga-bunga.
Ed è una pessima coincidenza, dopo un decennio dall’inizio di una ‘missione’ nella quale ormai non crede più nessuno, dover accogliere le spoglie dell’ennesimo caduto nel pantano afgano, in concomitanza con un’altra guerra dimenticata, che proprio 115 anni fa raggiungeva il suo epilogo nella catastrofica Battaglia di Adua del 01/03/1896…  

Era il tempo in cui l’Italia esportava la civiltà sulla punta delle baionette, in nome di una più alta missione umanitaria e di sviluppo, favorendo le condizioni per nuovi investimenti economici riassumibili nella formula: oppressione e buoni affari.
Sono eventi storici lontani, dai quali è difficilissimo trarre analogie con la realtà attuale!
La disfatta di Adua, nell’ambito delle Guerre Abissine, risponde ad un’antica specialità tutta italiana nell’infognarsi in conflitti inutili e senza sbocco, onde compiacere l’ingombrante alleato di turno, per mera piaggeria diplomatica, o appagare velleità da “grande potenza”.
Si tratta di quelle ricorrenze, che i maestri di cerimonia non ricordano mai volentieri e sulle quali solitamente glissano. Eppure costituiscono episodi evocativi dell’identità di un Paese e della sua pseudo ‘classe dirigente’. Questo perché la Storia d’Italia è innanzitutto una storia di guerre, di restaurazioni e governi autoritari, mediocri politicanti e corruzione endemica, tra l’indifferenza di una plebe bovina beatamente assopita sul proprio status servile.

UN POSTO AL SOLE
 Il giorno quindici del mese di Novembre dell’anno 1869 secondo l’era degli europei, un distinto signore bianco, in abiti di lino, acquista per un pugno di talleri una piccola baia a ridosso del deserto della Dancalia, la Terra del Diavolo, per stabilire uno scalo commerciale in uno dei posti più inospitali del pianeta. Pertanto, su incarico della “Compagnia navale Rubattino”, già specializzata in missioni patriottiche come lo sbarco dei Mille (giusto qualche anno prima), il sig. Giuseppe Sapeto, missionario dell’Ordine di S.Lazzaro, rileva dal clan dei ben-Ahmad il porticciolo di Assab, agli attuali confini tra l’Eritrea e Gibuti.
Nel 1882, la proprietà viene ceduta al Regno d’Italia ed è destinata a diventare il primo possedimento italiano d’oltremare. Lo scalo di Assab è in realtà un grumo polveroso di capanne arroventate dal sole, con un livello record di umidità, e circondato dalle tribù ostili degli Afar, ma al governo italiano sembra un affarone da raddoppiare…
Nell’ultimo ventennio del XIX°sec. il Sudan orientale, all’epoca invaso dall’Egitto, è percorso dalla grande rivolta dei Dervisci, che non sono gli innocui ‘dervisci danzanti’ cari all’iconografia turca ma spietati tagliagole del deserto, esaltati dal verbo jihadista di Muhammad Ahmad che gli insorti chiamano al-Mahdi (Il Profeta). Gli inglesi imparano presto a loro spese la pericolosità dei guerrieri sudanesi, che spazzano via una dopo l’altra le deboli difese anglo-egiziane, fino alla conquista di Khartum e la morte di Charles George Gordon (Gordon pascià) neo-governatore del Sudan.
Per gli amanti del cinema, l’intera vicenda è raccontata nell’ottimo film agiografico del 1966, “Khartoum”, con Charlton Heston nei panni dell’eroico imperialista bianco; mentre, in tempi più recenti, per i palati meno raffinati, va sicuramente ricordato il film di Shekhar Kapur, con un Heath Ledger agli esordi (e ancora vivo): “Le quattro piume” (2002), tratto dall’omonimo romanzo di A.W.Mason (1902).

 Nel Febbraio 1885, approfittando del conflitto sudanese, le truppe italiane sbarcano nel porto di Massaua, presidiato da una piccola guarnigione egiziana che colta alla sprovvista subito si arrende. L’occupazione della regione circostante  da parte dell’Italia non colmava però un vuoto di potere: ai vari sultani locali, si aggiungevano le rivendicazioni di ben tre governi: turco (ufficialmente la zona era ancora parte dell’Impero Ottomano); egiziano ed etiopico.

«Su tutto vegliava l’influenza della Gran Bretagna, che ovviamente era tutt’altro che super partes. Londra aveva negoziato o imposto nel 1884 un regolamento diplomatico, noto come Trattato di Hewett dal nome del funzionario inglese che lo formulò, riconoscendo all’Etiopia una specie di sovranità nella regione del Mar Rosso. Lo sbarco italiano a Massaua poté avvenire proprio perché la Gran Bretagna diede, più o meno di buon grado, il suo assenso, forse non immaginando che l’Italia, alleato improprio in quel momento nella spartizione dell’Africa Orientale per sottrarre quanto più territorio possibile alle mire espansionistiche di Francia e Germania, rivali ben più temibili, si sarebbe spinta fino ad impiegare le armi.»

«L’Eritrea fu creata con questo nome il 1° Gennaio 1890. Oltre che dalla compiacenza di Londra, le operazioni italiane furono facilitate dalle incursioni delle truppe mahadiste che arrivarono fino a Gondar, costringendo l’imperatore etiopico sulla difensiva.
[…] L’Eritrea nacque composita, ripetendo, in piccolo, la stessa pluralità dell’impero a cui in passato quelle terre, più o meno precariamente, erano appartenute. La denominazione di Eritrea, (fu) ideata da Ferdinando Martini riprendendo il nome greco e latino del Mar Rosso, (che) per certi versi rispecchiava l’identità di un popolo che nella versione locale era chiamato Bahri [gente del mare per distinguerla dalle popolazioni dell’altipiano].»

 Giampaolo Calchi Novati
 Da Assab alla Colonia Eritrea:
 formazione di una nazione o invenzione di un territorio?
 Roma 1994

Il testo è stato estrapolato da una relazione presentata ad un convegno del ‘Centro italiano per gli studi storico-geografici’ e riportata nel volume:  “Colonie africane e cultura italiana fra ‘800 e 900”, a cura di Claudio Cerretti; C.I.S.U. – Roma 1995.

Con l’occupazione di Massaua, l’Italia si affaccia da buon’ultima nel panorama delle potenze coloniali, accontentandosi degli scarti ancora disponibili sul tavolo dei grandi Imperi. E con la lungimiranza che ci è solita, si decide di andare a rompere le scatole all’unico territorio dell’Africa subsahariana con un minimo di organizzazione statale, governanti riconosciuti (e di religione cristiana in un arcipelago islamico), un forte esercito tribale di guerrieri organizzati e discretamente armati, almeno secondo gli standard africani dell’epoca.

Tuttavia, per i colonialisti contagiati dalle febbri allucinatorie del maldafrica, quella striscia sterile di terra rovente costituisce il miraggio di un Eden ritrovato, che si nutre di liriche appassionate e di struggenti peana che esaltano lo splendore esotico di luoghi benedetti dalla prosperità:

«Le eleganti piante, alte due volte la statura di un uomo, coll’ampio fogliame compongono gallerie ombrose sulle quali la luce filtra giallognola e verdiccia con effetti fantastici. Giganteschi grappoli di frutti pendono gravi fino a terra, fiori carnosi stragrandi si curvano al suolo gocciolando umori vischiosi. La terra, pregna d’umidità, morbida e attaccaticcia, rimane impressa di orme profonde, che si riempiono d’acqua, ed esala effluvi intensi e grassi, quasi a sprigionare l’esuberanza di feracità che custodiva da secoli nel suo grembo.»

 Renato Paoli. Nella Colonia Eritrea, Studi e Viaggi. Milano 1908

La maggior parte delle elegie sono all’insegna di un trasporto sensuale pervaso da una carica erotica che rasenta la fisicità carnale, da parte di chi l’Africa vorrebbe fotterla non solo metaforicamente, magari con la scusa di descrivere la danza delle baiadere sudanesi:

«La danzatrice lascia sfuggire grida appassionate a cui rispondono esclamazioni appassionate delle accompagnatrici […] Dei fremiti nervosi le agitano tutta la persona, il petto tondeggiante e abbondante le si solleva e si fa ansimante: la passione ha vinto.
[…] Con alcuni passi striscianti, la lasciva si avanza verso quello degli spettatori che ha scelto come oggetto della sua artistica passione, poi si arretra, poi si avanza ancora, resiste un’ultima volta e finalmente tutta palpitante, la bella Venere si abbandona nelle braccia dello spettatore, il cui eccitamento ha raggiunto il sommo orgasmo.»

 Gugliemo Godio.Vita africana. Ricordi di un viaggio in Sudan Orientale. Edizioni Vallardi; Milano 1885

Più realisticamente, il vercellese Augusto Franzoj, che nel Corno d’Africa ci va davvero e non compone auliche patacche, a consumo dei gonzi che sognano in Italia, così descrive la cittadina eritrea nelle sue “Aure africane”:

«Massaua è il più sgradito paese del Mar Rosso. Ai tempi di Mosè questo mare era il prediletto da Dio. Ma ora Dio l’ha proprio dimenticato. Tutte le sette piaghe d’Egitto sono venute a lasciare qui ciascuna una buona parte delle sue miserie.
A Massaua, specialmente per me, nuovo giunto dalle Alpi, la vita è insopportabile. Sebbene non si sia ancora in pieno estate – il termometro all’ombra s’arrampica già fino al 40° grado! Più tardi probabilmente darà la scalata al sole. L’afa intanto è opprimente. E’ fuoco quello che si respira. L’acqua che si beve – anziché dare refrigerio al corpo, vi apporta un incredibile malore poiché è caldissima, amara e salata; ed a noi, non avvezzi, dà il vomito. Aggiungasi a questa delizia le mosche, le zanzare, le formiche, le cimici con un’infinità di animaluzzi sconosciuti, microscopici che saltano, volano o strisciano ma che mordono tutti maledettamente senza lasciare un minuto di tregua […] Si cerca l’ombra ma invano. Dove non giungono i raggi del sole, ne arriva il riverbero che ci arroventa ugualmente il viso.
Attorno a Massaua non si scorge che mare e deserto – giacché essa è un’isola che solo fu unita al continente per mezzo d’una diga lunga 1200 metri.
Non il più piccolo filo d’erba nasce sotto questo cielo che pare maledetto. Non una pianta, non un arbusto cresce su quest’isola vulcanica che il governo egiziano con raffinatezza di crudeltà destina in esilio a coloro di cui vuole sbarazzarsi.
[…] Dall’alto del nostro terrazzo vediamo tutta Massaua, le cui misere capanne fatte di stuoie e di rami, a gruppi circondano le poche case in muratura bassa e pesante che sole esistano qui.»

Una voce quasi isolata, perché ciò che conta, e va per la maggiore, sono le trasfigurazioni esotiche nella prosa ispirata degli aedi della propaganda ufficiale: gli alfieri prezzolati di un giornalismo d’accatto che in Italia, salvo rare eccezioni, non ha mai saputo alzare il capo dalla mangiatoia dei loro interessati finanziatori.

ESPORTATORI DI CIVILTÀ
 Ansioso di valorizzare questo ‘paradiso’ in terra africana, il Regno d’Italia non lesina mezzi né sforzi con un’intraprendenza ben tollerata dai britannici, che vedono nelle truppe italiane e nelle loro mire espansionistiche un utile diversivo per tenere impegnati i dervisci del Sudan.
E inizialmente, nonostante l’Eccidio di Dogali (1887), la strategia sembra funzionare. Con la conquista di Asmara (1889), gli italiani assolvono alla loro funzione di contenimento (dal 1891 al 1895), respingono in dervisci ad Agorbat ed occupano la città ribelle di Cassala in territorio sudanese.

 «Massaua era stata solo l’inizio. Dalla costa ci si spinse verso il ciglione dell’Altopiano, dove sorge Asmara. Da Asmara si pensò ora al Sudan, allora in rivolta e apparentemente sfuggito di mano agli inglesi, ora all’Etiopia: ma fu quest’ultima la via intrapresa.
Si pensò di far facile leva sulle divisioni regionali e addirittura a girarle a proprio vantaggio, talora incautamente (come nel caso dell’aiuto dato al giovane ras scioano Menelik, aiutato a proclamarsi Negus ma poi rivelatosi un campione della difesa dell’autonomia anticoloniale dell’Etiopia, anche se a prezzo dell’abbandono dell’Eritrea).
Ma non ci si fermò; non si capì a fondo che Addis Abeba, Menelik, gli etiopici potevano tollerare una presenza italiana sulla costa o sull’altipiano sino al Mareb ma non potevano italiana nel Tigrè, dal quale in passato erano venuti principi ed imperatori o addirittura assistere inermi ad un’avanzata ancora più a sud.
In una parola, l’Italia si lasciò prendere dall’entusiasmo per le prime vittorie e sopravvalutò il successo del suo primo insediamento, sottovalutando sprezzantemente la forza etiopica.»

 Nicola Labanca
 “Un Colonialismo in ritardo”
 (Marzo 1996) 

Le operazioni vengono coordinate dalla reggenza militare della nuova colonia: il tenente generale Oreste Baratieri ed il suo vice Giuseppe Arimondi (ancora colonnello). L’esplorazione del territorio ed i rilievi geografici sono invece di pertinenza della “Società geografica italiana”, un istituto glorioso che vanta fior di studiosi. Nei confronti degli autoctoni, i resoconti etnografici mancano di ogni empatia che, se mai c’è stata, è destinata a scomparire presto sotto gli effluvi di un colonialismo straccione, ma non per questo meno borioso.
Sulla natura dell’occupazione e sulla missione civilizzatrice del colonialismo italiano sussistono pochi dubbi:

«Atteniamoci dunque una buona volta alla realtà; lasciamo in disparte le allucinazioni, gli entusiasmi, i racconti dei poeti, e conveniamo che per quei popoli, due solamente possono essere i fattori di civiltà: il cannone e le vere, estese, efficaci conquiste commerciali»

 G.Bianchi. “In Abissinia. Alla terra dei Galla”. Treves; Milano 1886

A quanto pare, Gustavo Bianchi, esploratore della “Società geografica italiana”, è uno con le idee chiare, immune ai lirismi che alimentano i quadretti bucolici in patria.
Coerentemente, finirà fatto a pezzi dalle tribù degli Oromo, durante una delle sue spedizioni scientifiche verso l’interno dell’Abissinia.

Ancora più esplicito è Ferdinando Martini, geografo e primo governatore non militare dell’Eritrea, della quale ha coniato il nome stesso:

«Chi dice s’ha da incivilire l’Etiopia dice una bugia o una sciocchezza. Bisogna sostituire razza a razza: o questo o niente […] All’opera nostra l’indigeno è un impiccio: bisogna rincorrerlo, aiutarlo a sparire, come altrove le Pelli Rosse, con tutti i mezzi che la civiltà, odiata da tutti per istinto, fornisce: il cannone intermittente e l’acquavite diuturna. I colonizzatori sentimentali si facciano coraggio: fata trahunt, noi abbiamo cominciato, le generazioni a venire seguiranno a spopolare l’Africa dei suoi abitatori fino al penultimo. L’ultimo no: lo addestreremo in collegio a lodarci in musica, dell’avere, distruggendo i negri, trovato finalmente il modo di abolire la tratta.»

 Ferdinando Martini. “Nell’Africa italiana. Impressioni e ricordi”. Treves; Milano 1895

Stranamente, le popolazioni etiopiche dell’Abissinia non sono dello stesso parere e, chissà perché, oppongono una strenua resistenza alla penetrazione italiana ed ai suoi corpi armati di spedizione, irriducibilmente ostili ai benefici di tanta civilizzazione.
A tal proposito, la firma del Trattato di Uccialli (1889) costituisce uno di quei capolavori insuperati della nostra diplomazia, e ancora oggi rimane tra le pietre miliari di certi ‘trattati bilaterali di amicizia’

 Il Ras Maconnen, cugino di Menelik e vicerè della regione dell’Harraz, venne invitato in Italia dopo la firma del Trattato di Uccialli. La delegazione etiope sbarcò a Napoli e sulle prime non venne ricevuta bene dalla folla, memore del massacro di Dogali del 1887, dove una colonna dell’esercito italiano era stata annientata da Ras Alula. Maconnen non aveva preso parte a quella battaglia, ma l’opinione pubblica non era in grado di fare sottili distizioni fra i vari Ras. Le autorità italiane, preoccupate di rendere più solido il trattato con l’Etiopia, soffocarono prontamente l’incidente.
Ras Macconnen venne condotto in visita alle acciaierie di Terni, dove si fabbricavano le paratie delle corazzate, e poi su a Milano, per l’ esatezza nella zona dell’ attuale aeroporto di Malpensa. Qui in campo nebbioso, lo fecero assistere alle manovre di 30 squadroni di cavalleria. Infine venne accompagnato a Roma, dal Re in persona, e la delegazione trovò ad attenderla un imponente schieramento militare. si voleva chiaramente impressionare il giovane Ras con un esibizione di potenza. […] Ma l’esotismo del Ras e i suoi discorsi avevano finito per attirare le simpatie dell’opinione pubblica. La delegazione etiope si presentò con mantelli ricamati d’oro e d’ argento, spade e scudi tempestati di pietre preziose. Maconnen portava un turbante decorato con ottocento piume dorate. E aveva con se ricchissimi doni per il Re. tra i quali una decina di zanne d’elefante. Di fronte a tanto splendore, gli italiani restarono senza fiato. il Re Umberto stesso, stando alle cronache, si ritrovò imbarazzato ed impacciato. Maconnen ne approfittò, ottenendo un prestito di 10 milioni (destinanto a spese militari) e ordinando 4 milioni di cartucce! In seguito, più volte nel corso della guerra, gli italiani cercarono di mettere Maconnen contro Menelik, ma lui restò sempre fedele al suo sovrano, rivelando formidabili attitudini sia militari che diplomatiche.

 Gianfranco Manfredi
 (Aprile 2008)

Con i fondi generosamente concessi dal governo italiano, il buon Makonnen fa incetta di armi, soprattutto di nuovissimi fucili Vetterli-Vitali per non deludere le aziende produttrici italiane. Quindi le collauderà pochi anni dopo contro gli stessi italiani, e con ottimi risultati, prima nella battaglia dell’Amba Alagi (07/12/1895), poi nella conquista del forte di Macallé (Gennaio 1896), e infine ad Adua.

UN UOMO DEL FARE
 Anno 1895. Al governo c’è Francesco Crispi, ex repubblicano e garibaldino della prima ora; uomo di spregiudicato cinismo e dalle ambizioni smisurate, come la storia italiana ne ha conosciuti tanti. Crispi  è quello che ha convertito i latifondisti siciliani alla causa unitaria, guidando l’assalto dei picciotti a Palermo, a sostegno della (resistibile) avanzata dei Mille, prima di convertirsi alla causa dei ‘moderati’ più oltranzisti.
Per descrivere il personaggio viene persino coniato un nuovo neologismo: megalomane.
Il gabinetto Crispi rappresenta il primo, vero, governo autoritario con venature dittatoriali, dietro la facciata della finzione democratica di un Parlamento esautorato da ogni potere.
Invece, per rinsaldare il proprio di potere, minato dagli scandali bancari e dalle vicende boccaccesche della sua vita privata, Crispi preme sul povero generale e governatore Baratieri (altro reduce dei Mille di Garibaldi) per una vittoriosa offensiva contro l’impero etiopico, da sventolare a personale uso politico. Con un profluvio di telegrammi schizoidi, Crispi invita il generale all’attacco raccomandando però cautela.

 
 Oreste Baratieri, trentino, esponente della Destra storica, militare di professione, colonialista convinto, pubblicista africanista è tenuto in gran conto come geografo dai suoi contemporanei, come dimostra il suo ruolo di rilievo nella “Società geografica italiana”. Infatti, per la sua avanzata militare usa mappe completamente sballate, non solo nelle distanze e nella disposizione dei vari monti che costellano l’altipiano etiopico, ma persino nella definizione dei punti cardinali (l’Ovest al posto dell’Est).

«In Africa la guerra coloniale, dopo i primi successi che avevano suscitato entusiasmi, andava a rilento. Le truppe del generale Baratieri conobbero anzi qualche umiliante sconfitta. Anche nelle fila dell’ampio ma eterogeneo schieramento parlamentare che sosteneva il governo cominciarono a levarsi voci critiche, segni di malumore. Per eliminare quel fastidio, Crispi ricorse al già collaudato sistema di richiedere al re una proroga della sessione parlamentare, mettendo in quarantena il parlamento.
Ma stavolta lo stratagemma autoritario non poteva reggere a lungo. Crispi inviò al generale Baratieri un brusco messaggio di esortazione a darsi da fare per risolvere vittoriosamente la guerra. Timoroso di essere sostituito, Baratieri forzò la situazione per obbedire a Crispi e portò le truppe italiane alla clamorosa sconfitta di Adua.
Crollava in quel disastro militare il sogno di grande potenza cullato dalla borghesia italiana. Un’opinione pubblica delusa – che aveva perdonato a Crispi il saccheggio di pubblico denaro ed era stata indulgente sui suoi deplorevoli comportamenti umani (persino, caso eccezionale, sulle sue corna) – non gli perdonò l’umiliazione di Adua. L’improvvisa frustrazione originata nel ceto medio italiano da quell’episodio inatteso fu probabilmente una di quelle ragioni che, a livello psicologico, spianarono la strada alle esasperazioni scioviniste in cui vent’anni dopo avrebbe trovato humus favorevole il fascismo.»

 Sergio Turone. “Corrotti e Corruttori”. Laterza, Bari 1984.

Movimenti delle brigate italiane in marcia verso Adua 

La mappa con la posizione ravvicinata (ed errata) delle colline

La mappa originale e totalmente inesatta fornita dal Comando ufficiale

Basandosi su una topografia inesatta e alcuni schizzi geografici tracciati a mano su un pezzo di carta, Baratieri divide la sua armata in quattro colonne, comandate dai generali Matteo Albertone, Giuseppe Arimondi, Vittorio Dabormida, Giuseppe Ellena che muove affiancato da Baratieri, divisi su tutto: nella marcia come nelle reciproche rivalità. Le colonne si muovono separatamente, seguendo coordinate sbagliate, si attestano su posizioni troppo distanti l’una dall’altra, e vengono attaccate singolarmente dagli abissini che a decine di migliaia sciamano sui reparti sparpagliati tra le colline intorno ad Adua.

Il generale Albertone mette il turbo ai suoi 4.000 uomini, pensando forse di partecipare ad una maratona, e stacca completamente le altre colonne di rinforzo, rimanendo coi fianchi scoperti e completamente isolato sull’Enda Chidane Meret, finché non viene investito da un assalto frontale di 30.000 guerrieri, che travolgono i suoi ascari dopo una valorosissima resistenza.
Il generale Dabormida viene sorpreso dall’attacco mentre fa colazione. Nel tentativo di soccorrere la brigata di Albertone, si infila in un vallone e viene massacrato insieme ai suoi soldati, sui quali si abbatte dall’alto una pioggia di piombo e zagaglie.
Il generale Arimondi resiste disperatamente con la sola copertura delle sue artiglierie fra il colle Rabbi Arienni ed il Monte Rajo. Nessuno dal comando di Baratieri si preoccupa di informarlo sul destino delle altre brigate, né di predisporre un qualche piano di ripiegamento con un minimo di copertura. Annientate le brigate Dabormida e Albertone, le armate del Negus travolgono gli uomini di Arimondi su ogni lato.
I generali Ellena e Baratieri, che pure guidano la riserva e sono attestati non troppo lontani dal Monte Rajo, dormono sette sonni da piedi e si rendono troppo tardi conto della catastrofe. Spezzettano ulteriormente i loro reparti in singole compagnie spedite a tappare le falle dello schieramento, ritrovandosi loro stessi accerchiati sul Rajo e riuscendo a stento a salvare la pelle.

Naturalmente, dinanzi alla sconfitta di Adua, non mancano le tesi complottiste… La vulgata assolutoria vuole che ci siano stati consiglieri militari francesi e strateghi russi (il fantomatico conte Leontieff) a guidare gli scioani del Negus Menelik II e a coordinare le manovre dei cavalieri Galla, inondati di armi modernissime (manco fosse il Giappone della Restaurazione Meiji) da sedicenti mercanti armeni, tali Sarkis e Terzian, e niente popò di meno che Arthur Rimbaud..!

Spesso la realtà è molto più semplice, specialmente se si considerano quali fulmini di guerra abbiano sempre rivestito gli alti comandi del Regio Esercito.
Ma noi, afflitti dalla Sindrome di Calimero, preferiamo giocare al solito vittimismo. E ci balocchiamo compiaciuti con le menate eroiche, costruite appositamente negli uffici della propaganda di guerra, a consolazione degli impettiti imbecilli che si commuovono giocando ai soldatini sulla poltrona di casa, convinti che una guerra sia la variante disordinata di una parata militare… e non uniformi lerce, latrine infette, rancio infame, tanfo di merda e sudore.

E così c’è chi, in attesa di nuove ed eroiche gesta, si consola con gli episodi edificanti:

C’è il tenente colonnello Merini, che pur ferito a morte, continua a spronare il suo battaglione di Alpini nel furore della battaglia.

Il sergente Pannocchia che muore aggrappato al suo pezzo d’artiglieria, trasformato in una sorta di feticcio erotico in anticipo sul cyberpunk, dal quale il povero sottufficiale mai e giammai vorrebbe separarsi, in pieno amplesso, pur invitato al distacco da un serafico ufficiale agghindato a parata che si aggira tra mucchi di cadaveri.

E il tenente Sacconi, con la divisa immacolata e perfettamente stirata, rigido e statico come un manichino, che in evidente paralisi cerca di brandire il suo fucile contro l’orda nera.

 Quello che mancano sono le fotografie reali della battaglia. Immagini vere. Questo perché in ogni tempo e luogo i soldati si mandano a calci verso il macello; disprezzati da vivi, si celabrano da morti giacché il rispetto è dovuto prima alla divisa e poi all’uomo.

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37 Risposte to “Relazioni di ricorrenza”

  1. dicksick Says:

    Uno dei post più interessanti che mi sia capitato di leggere nell’ultimo periodo. Complimenti! Anche per la linea di pensiero con cui concordo in pieno. Ogni altro commento sarebbe superfluo. Solo, ricollegandomi all’inizio di questo post: quest’anno festeggiamo quel che siamo. Per ricordarci chi e come siamo. E, possibilmente, per cambiare.

    • L’articolo mi è costato un po’ di fatica, non foss’altro per l’enorme mole di documenti a disposizione e gli obblighi della sintesi. Mi fa piacere che il risultato finale ed il taglio conferito all’insieme sia gradito.

  2. Midhriel Says:

    Ti ringrazio per avermi fatto accedere (ancora una volta, aggiungerei) a un pezzo di storia che non conoscevo così a fondo.
    La documentazione, le citazioni e i rimandi ne fanno davvero un pezzo imperdibile.

  3. ci hai proprio messo l’anima! (ma non l’avevo già scritto da qualche parte? E’ sparito il commento? Boh)

    ancora grazie

  4. Grazie a voi carissime!!!

  5. Anonimo Says:

    L’autore di queste note é soltanto un poveraccio prevenuto, ignorante, malato di anti italianità,. Mi fa solo pena.

    • Ancor più penoso è per l’Autore replicare all’Anonimo di questo pietoso commento, per la totale miseria del suo sciovinismo da nostalgico d’antan e assolutamente fuori tempo massimo.
      Drin!!! Drin!!! Sveglia ciccio!! E’ finito il tempo delle colonie! Baldissera è morto e sepolto; Bottai, Balbo, e il duce pure.
      Magari sfoglialo un libro ogni tanto: non limitarti a guardare solo le figure, eccitandoti ogni volta che vedi un’uniforme.

  6. Enrico Modesti Says:

    Un’ottima e realistica ricostruzione storica una volta tanto sfrondata da tutti quei luoghi comuni che pongono sempre gli “aggressori” -quali in effetti eravamo- dalla parte dei giusti e dei portatori di progresso e civiltà. Se tutte le risorse spese per quelle inutili, sanguinose e carissime spedizioni militari fossero state impiegate per milgiorare il tenore di vita e le condizioni economiche del Paese ancora in gran parte arretrato, privo di strade, acquedotti, scuole, ospedali etc. non sarebbe stato molto più proficuo? Purtroppo la propaganda nazionalista-colonialista per lunghi anni installata nelle nostre teste porta a commenti del genere espressi da “anonimo” tali sono le sue argomentazioni che non ha ritenuto neanche opportuno firmarsi anche con uno pseudonimo. Ancora complimenti per il lavoro!

  7. vergognati … sbeffeggiare i nostri eroi di Adua, con le tue faziose parole!
    Quelle erano persone che hanno sacrificato la loro vita sull’altare della Patria!
    Maiale rosso che non sei altro!

    • @ G.U.F. fuori corso dei miei coglioni…

      Ma vai a cagare, povero cazzone!
      E possibilmente fallo lontano da qui.
      L’altare della patria… sull’altipiano etiope?!? E’ un po’ distante da Roma!
      Persone che hanno sacrificato la loro vita… per cosa?!? Invece tu quand’è che ti sacrifichi, facendo un favore a te stesso e al mondo?
      Nella vana attesa, sparisci bimbo! Torna a giocare coi tuoi soldatini, al canto di “faccetta nera”, e a tirarti le pugnette con le mostrine del nonno alla casa del fascio. Soprattutto, fatti regalare un atlante geografico da mammà, ammesso tu sappia come si legge.
      In ogni caso…

      null

      Meglio maiale che fascista

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    Jack

  9. Anonimo Says:

    mamma mia, spettacolare!!! immagini, citazioni, bibliografia… che lavoro!!! molto bello ed interessante, e se fosse stato più lungo sarebbe stato solo ancora più apprezzato!! fatti storici corredati da interessantissimi aneddotti che rendono ancora più completo il ritratto storico.

    questo è il primo articolo che leggo di questo blog ma certamente non sarà l’ultimo!

    saluti

    mike

  10. gordon pasha Says:

    Un bellissimo saggio , di tutto ciò che ho letto riguardo la conquista della AOI mi è sembrato il più obbiettivo e il meno fazioso. Non capisco la posizione assunta da GUF, forse si è fermato ai testi dell’ avviamento scritti durante il ventennio. E’ la prima volta da anni che non leggo un attacco nei confronti di Tommaso De Cristoforis per la battaglia di Dogali mentre sono descritte con precisione le pecche gravissime di chi comandava ad Adua.
    La polemica sul modo di pensare di un popolo ( della oligarchia elitaria che lo dominava ) 120 anni fa mi sembrano superflue , sarebbe come attribuire a Giulio Cesare una componente fascista .

    • Ti ringrazio moltissimo per gli apprezzamenti: molto lusinghieri.
      In merito a “GUF”, per uno che si firma con l’acronimo del Gruppo Universitario Fascista, non credo sia necessario aggiungere altro.
      Probabilmente, riguardo all’aspetto superfluo della polemica sullo zeitgeist hai ragione…
      Eppur tuttavia, a giudicare dalle dozzine di commenti dal contenuto esplicitamente razzista, nostalgico e peggio, che ho preso l’abitudine di rimuovere direttamente in ossequio al celebre aforisma di Arthur Bloch, qualche dubbio “sul modo di pensare di un popolo” (o quantomeno di una sua componente) ogni tanto mi sovviene…

  11. gordon pasha Says:

    Mah, se ti basassi sui commenti che trovi pubblicati nel web per tastare il polso all’ umanità dovresti correre a nasconderti in un rifugio antiatomico…. A seconda dell argomento trattato trovi nipoti e nipotini di comandanti di battaglioni di Tigre che ricordano commossi le lacrime del nonno quando raccontava di come ordinava l’attacco sul fronte russo, deficienti italiani che non sanno cos’erano i Gamma e mescolano gli incursori con i delinquenti della X di Borghese . Per fortuna i numeri sono molto più piccoli dei post.
    Hai già scritto sulla conquista dell’ Etiopia ?

    • Ad essere sinceri no… Ti confesso piuttosto che mi solletica molto l’idea di realizzare una serie di monografie sugli avventurieri europei nell’Africa sub-equatoriale: da Gordon Pasha (del quale mi affascina ancor di più l’esperienza in Cina) ad Emin Pascia, con una particolora attenzione per gli italiani: Gaetano Casati; Romolo Gessi; Carlo Piaggia; Vittorio Bottego; Giuseppe Vigoni e un’infinità di altri personaggi vergognosamente misconosciuti ma unici…!
      In particolar modo, avrei in progetto un lungo lavoro sul regno di Zanzibar, sulle colonie tedesche della Deutsch Afrika e soprattutto sul c.d. Libero Stato del Congo (belga)…
      Il problema non sono la reperibilità delle fonti, ma l’immensa mole di documenti, materiale fotografico, memorialistica (in gran parte sconosciuta ed in massima parte da tradurre in italiano) a mia disposizione, e che rende molto impegnativa (e complicata) una sintesi decente ma massivamente esaustiva.

  12. gordon pasha Says:

    Chiedevo dell’Etiopia perchè dopo aver letto Pankhurst e aver trovato parecchia documentazione AASS sulla assegnazione dei lotti per la costruzione della rete stradale Etiope mi sono fatto una opinione diversa dalle solite sulle motivazioni della guerra.
    Amo un esploratore che risale a una sessantina d’anni prima di quelli che hai citato e pertanto ha esplorato più a nord e in altri continenti Carlo Vidua. bella l’idea su Zanzibar , il mercto degli schiavi, l’influenza inglese. Mhh, è un mestiere io purtroppo faccio altro….

    • Sono una persona estremamente curiosa, che colma la propria ignoranza con le più svariate letture…
      Grazie per avermi segnalato la biografia del conte Carlo Vidua: personaggio che conoscevo a malapena, unicamente in virtù dei suoi contatti con Bernardino Drovetti in Egitto.
      Su Pankhurst invece confesso tutta la mia insipienza… Se si tratta di Sylvia Pankhurst, mi è nota per il suo attivismo per il suffragio femminile, molto meno per il suo impegno anti-coloniale in Etiopia.
      Non mancherò quindi di documentarmi, nei limiti del possibile e tempi permettendo.

  13. gordon pasha Says:

    Mhh, parlo di Richard ma dato che lei lo definiva un parto eugenetico è lo stesso ….. Proprio perchè è stato alllevato da cotanta mamma ed è sempre stato anglofono scrive solo in inglese ma stranamente la genetica fa brutti scherzi e quando scrive di Etiopia lo leggo benissimo anche con il mio poor pidking perchè è anche figlio di un italiano. Un mio amico falegname mi parla sempre di lui con adorazione perchè anni fa ha costruito parecchie teche per il museo nazionale ad Addis Abeba dove lo incontrava spesso e dice che è un signore gentilissimo e affabile http://www.raceandhistory.com/Historians/pankhurst.htm
    La storia di Vidua e Drovetti e dei primi pezzi che hanno formato il museo Egizio è dovuta a una serie di circostanze fortunate. La prima è stata il fatto che l’inquietudine di Carlo lo portasse a scappare dal Piemonte appena restaurato, la seconda che suo padre fosse stato nominato ministro dal re e avesse potuto intercedere, la terza che Drovetti finito Napoleone sentisse la necessità di realizzare non sapendo quanto sarebbe ancora durata la sua posizione……..
    Ci sono un mucchio di storie divertenti su Carlo, lo adoro da quando ero ragazzino

    • Decisamente, i tuoi contributi sono una miniera di notizie preziose, alle quali attingo con estremo piacere ed interesse…
      Ho avuto modo di reperire una copia digitalizzata della raccolta epistolare, curata da Cesare Balbo, inerente la corposa corrispondenza di Carlo Vidua. E così solleticato nella mia curiosità non mancherò di leggere…
      Ho anche apprezzato il link su Richard Pankhurst, peccato non risulti attivo il collegamento alla selezione saggistica.
      Vidua è il secondo monferrino che mi capita di scoprire in tempi recenti [QUI], tra i mirabilia del XVIII secolo, in una regione come il Piemonte così curiosamente fecondo di avventurieri.

  14. gordon pasha Says:

    Ah, hai trovato quella legera di Mansur…. in effetti il meglio questa terra lo produce ai piedi delle colline. Sarà che prima o poi finivano a studiare a Casale, comunque l’Africa li attraeva come una calamita. Tieni presente che il papà di Pankhurst che Sylvia da buona femminista sembra quasi utilizzare come un fuco ( nella realtà è tutto il contrario) era l’anarchico Silvio Corio di Saluzzo http://www.treccani.it/enciclopedia/silvio-celestino-corio_(Dizionario-Biografico)/ e mi sa tanto che sta passione per ll’Africa non è solo british ma anche piemontese.
    bello Balbo, in certi momenti non mi sembra neanche un fascista. Quando si alza in piedi in Gran Consiglio e urla ” ma che cazzo ci han fatto gli ebrei ? “

  15. gordon pasha Says:

    ah ma citavi Cesare, io ero preso dall’Africa e ho pensato a Italo che è l’unico fascista che non disprezzo….

    • Un fascista rispettabile? Giorgio Perlasca… tanto per rimanere in Piemonte…
      Balbo no: un narcisista esibizionista, messo in fuga coi suoi squadristi a Parma, nell’unica vera operazione di tipo ‘militare’ alla quale abbia mai davvero partecipato.

      “..in effetti il meglio questa terra lo produce ai piedi delle colline. Sarà che prima o poi finivano a studiare a Casale, comunque l’Africa li attraeva come una calamita.”

      E però mi pare che pure l’Estremo Oriente non fosse esente da richiami, almeno a giudicare dagli itinerari di Angelo De Gubernatis… Paolo Solaroli… per non parlare di Camillo Ricchiardi che insieme a Solaroli sembrano davvero usciti da un romanzo salgariano!

  16. gordon pasha Says:

    E’ vero, Perlasca era una persona per bene ma parlavo di fascisti da gran consiglio e di Balbo apprezzo più che altro il non allineamento alle leggi razziali. De Gubernatis e Ricchiardi non li conoscevo mentre Solaroli l’avevo incontrato per caso a Briona dove mi sono recato spesso per lavoro. Ma sto Ricchiardi è fantastico, appena avrò un po’ di tempo mi riprometto di cercare qualcosa u di lui.
    Invece lo scorso anno mi sono imbattuto nel diario di viaggio in Africa di un Cairoli di quei Cairoli , tra fine 800 e inizi 900 a Valenza Po . Chi lo possiede mi ha fatto annusare 2 pagine e l’ha ritirato, in rete non esiste nulla e non so dove cercare….
    Per Carlo Vidua http://coaloalab.altervista.org/carlo-vidua-e-il-viaggio-nellamerica-della-democrazia/
    oltre a Roberto Coaloa che sembra aver fatto una ragione di vita della vita di questo personaggio Andrea Testa ne ha scritto meno ma ha esaminato meglio il periodo americano

    • Vedi l’ignoranza?! Ed io che pensavo il ramo diretto dei Cairoli si fosse estinto con Benedetto Cairoli, l’unico sopravvissuto all’ecatombe risorgimentale della famiglia.
      Di Roberto Coaloa avevo letto tempo fa un articolo, mi pare sul Sole24h, e che m’era pure piaciuto, a proposito di quell’infame di Cadorna e la sconfitta di Caporetto.
      Però non sospettavo di questa sua passione (piuttosto condivisa, vedo) su Carlo Vidua.

  17. gordon pasha Says:

    Mah, parecchie colpe di Badoglio secondo me le ha prese Cadorna che più che un infame era un …. perdaballe. Che strano, in questa conversazione, nel bene e nel male viene sempre fuori un monferrino ( odio Badoglio , mia mamma che era choosy lo definiva sciavandè, nel nostro dialetto oramai è dispregiativo e indica il famiglio che accudiva alla stalla).
    Coaloa è nato a Casale e ha sempre avuto accesso all archivio di Carlo, come Testa .
    Non so se il Cairoli di cui ho letto il diario appartenesse a un ramo cadetto, sicuramente era in una casa appartenuta alla famiglia ( si chiama Villa Groppella ) e passata di mano agli inizi del 900″

    • Cadorna e Badoglio… Come nelle migliori tradizioni, i due “didimi” sono inseparabili: appendice scrotale di Casa Savoia alla testa del ‘pacco’.
      Eppoi il pupo la sera andava a letto presto, mica lo si poteva disturbare per così poco..!
      Badoglio, un intrigante ruffiano di corte, e uno dei peggiori criminali di guerra del ‘900, resta tra i più grandi ‘paraculati’ della storia italiana, peraltro in ottima compagnia…
      E’ per questo che ho sempre apprezzato i personaggi minori, poco conosciuti, rispetto ai “grandi protagonisti” che solitamente fanno della propria impunità una costante nella parabola del ‘potere’.

  18. Salve a tutti. Buona la ricostruzione, preda dai molti siti che trattano questo episodio molto articolato della nostra storia. Simpatica anche l’ironia e la critica. Ma come sempre, mi domando: cosa si attendeva l’autore di questo articolo dall’Italia dell’epoca? Certo un po’ più di buon senso e competenza; ma poi?

    • Non immaginavo che questa piccola ricostruzione avesse ottenuto cotale successo, su spazi ben più importanti e rispettabili di questo…
      Cosa si attendeva l’autore dall’Italia dell’epoca?
      Ovviamente nulla. Difficile pretendere qualcosa da ciò che è stato e attualmente non è più.
      Più buon senso e competenza, semmai, è auspicabile chiederlo ai contemporanei, facendo tesoro delle esperienze del passato, e contribuendo (nel possibile) a fornire più prospettive storiche con ulteriori elementi di valutazione ed, eventualmente, di conoscenza.

      • Almeno, all’epoca, la guerra si chiamava guerra – e non missione di pace – il colonialismo si chiamava colonialismo – e non contributo allo sviluppo dei popoli del terzo mondo. Siamo in piena epoca orwelliana, credo. Permettimi di rimpiangere i bei tempi andati, hehe. Forse i politici non sono mai cambiati, anche se in loro è mutato il grado di ipocrisia che, oggi, raggiunge livelli insondabili.

        • Be’ un tempo si usava dire: “missione civilizzatrice”… “fardello dell’uomo bianco”…”per l’onore di una grande potenza”… Indubbiamente, col tempo, la ricerca dei termini si è affinata insieme alla carica di ipocrisia.

  19. gordon pasha Says:

    Direi che una differenza la fa anche la diversa origine dei politici di allora e dei politici attuali. Con tutti i difetti di un politico risorgimentale, le sue ipocrisie , i suoi fini dettati dagli interessi della classe sociale che rappresentava, era comunque un politico ( senza cadere nella iconografia che hanno cercato di rappresentarci a scuola per anni con Ricasoli che andava al ministero con la sua carrozza, ecc.) Oggi sono asini calzati e vestiti, quando non sono asini sono smaccatamente dipendenti di lobbyes straniere. Tirando le conclusioni per trovare degli schifosi equivalenti ai contemporanei bisogna rimestare nei ministri di Mussolini, tipo Coboli Gigli che si vende tutti gli appalti della costruzione delle strade in Etiopia prima di averla conquistata da ministro dei lavori pubblici o Buffarini Guidi che vende le certificazioni di pura razza ariana alle famiglie ebree facoltose come sottosegretario agli interni prima e ministro dopo. Tutto questo in una zona grigia simile a quella attuale ( abbiamo magistrati che perseguitano imprenditori da cui hanno avuto centinaia di milioni) in cui si frequentano e si perseguitano gli stessi soggetti. Meglio aver a che fare con Cairoli, De Pretis ecc.
    Una vecchietta al mercato qualche giorno fa dopo che l’ho difesa da un commerciante troppo aggressivo che le voleva imporre a tutti i costi la sua merce mi ha guardato e ha commentato ” povera Italia senza Re” , saremo caduti coì in basso da doverle dare ragione?

    • Per natura, non ho mai creduto troppo a presunte “Età dell’Oro”, declinate nella decadenza oscura del Kali Yuga dell’era presente…
      Cialtroni, ladri, e incompetenti sono spalmati equamente in tutte le epoche e costituiscono una variabile costante del potere.
      Non credo che i nostri politicanti siano poi tanto peggiori (o migliori) rispetto alla casta padrona dell’Italia monarchica, che in quanto a malaffare, corruzione, e cattiva amministrazione può a tutt’oggi vantare pochi epigoni.
      Soprattutto, per quanto possano essere autoritari, gli attuali politicanti non risolvono più le questioni sociali con le fucilerie di Bava Beccaris e le cariche dei lancieri contro i contadini, o la proclamazione della legge marziale per tutto il Meridione con le fucilazioni sommarie.
      Sorvoliamo su Vittorio Emanuele che si fa proclamare “secondo” per non perdere la numerazione dinastica e gestisce l’unificazione italiana come un’annessione al dominio sabaudo, con tutti i problemi irrisolti che la cosa comporterà e che ancora oggi ci trasciniamo.

      In quanto ai protagonisti, Benedetto Cairoli aveva fama di pessimo amministratore, tanto per dire…
      Giovanni Giolitti è passato ai posteri come “ministro della malavita”…
      Urbano Rattazzi era soprannominato “Suburbano” per i suoi intrallazzi e la sua attività di ruffiano della Real Casa…
      Francesco Crispi… il barone Di Rudinì… Saracco e Zanardelli… qualcuno potrebbe mai rimpiangerli?!?
      Non parliamo poi di quella cloaca reazionaria di vecchie cariatidi (Sonnino-Orlando-Salandra) che condussero l’Italia alla macelleria della prima guerra mondiale, per far contento Re Pippetto che voleva giocare ai soldatini!

      Riguardo agli scandali… c’è l’imbarazzo della scelta:
      la Regia Tabacchi, la Banca Romana, le Ferrovie…
      lo scandalo del ministro Nunzio Nasi che si fregava i fondi del ministero… l’omicidio Notarbartolo…
      Non male per un Paese unificato da meno di 20 anni!

      Rispondendo alla vecchina, a me piacciono molto i Re perché so che dietro all’arroganza di una testa coronata c’è sempre il coraggio generoso di un Gaetano Bresci. E senza il primo sarebbe difficile rendere omaggio al secondo.

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