Sorvegliare e Punire

In questa propaggine reazionaria del post-fascismo di ritorno chiamata Italia, dove tutti si considerano “ceto medio”, in cui la forma è sostanza nel terrore di sembrare poveri, e il ‘centro’ è la stella polare di un timone politico sempre più spostato a destra, c’è una sola cosa che spaventa più del conflitto sociale… è l’ammissione stessa che questo possa esistere.
Pertanto, l’imperativo d’ordine è la sua negazione, nell’obnubilamento del medesimo in nome della perpetuazione dello statu quo, perché nulla deve turbare i rituali del familismo allargato nello stagno consociativista. Il dissenso dunque va sempre rimosso in ogni sua forma e ricondotto nell’alveo rassicurante di un conformismo omologante, dove il numero è tirannia e la volontà delle maggioranze relative si fa dittatura.
Soprattutto, il dissenso va ostracizzato, negandogli rappresentanza politica (grazie ad una legge elettorale infame) e riconoscimento sociale nella cancellazione di spazi e legittimazione. Va azzittito, attraverso la stesura di ‘leggi-bavaglio’, che oscurano i canali della comunicazione informale, dopo aver normalizzato i media ufficiali.
In Italia, il dissenso di fatto non ha una vera cittadinanza: viene tollerato fintanto che è impotente e resta muto; diventa un problema quando non è controllabile, né gestibile per conto terzi a fini elettorali.
Ma se il dissenso assume l’aspetto e le frustrazioni di un’intera generazione, relegata ai margini estremi di una società gerontocratica e immobile, allora viene inteso unicamente come un problema di ordine pubblico, da demonizzare preventivamente e da punire a posteriori.
Con simili presupposti, fondati su una esclusione ad oltranza, la “violenza” lungi dall’essere una opzione nefasta, rischia di diventare una scelta ed una pratica diffusa, quasi fosse l’unica alternativa possibile… E un comodo alibi a disposizione di un potere consolidato, che può così esercitare meccanismi collaudati, a protezione di un sistema che si reputa perfetto e si vuole sostanzialmente immutabile. Scolpito nella legge. Meglio se per decreto, o con voto di fiducia, tra gli orpelli di un formalismo democratico sempre più svuotato di sostanza e fondato sull’abuso legalizzato delle nuove aristocrazie timocratiche.
Si parva licet componere magnis, parliamo di una società che, nel suo piccolo (piccolissimo), è arrivata a negare la concessione di licenze commerciali ai locali etnici per motivi di ‘pubblica sicurezza’ e bolla gli avventori come ‘elementi di degrado’ (accade in quel laboratorio neo-nazista chiamato padania), per comune accordo di entrambe gli schieramenti politici ufficializzati.
Se questo è lo zeitgeist dominante, è ovvio che l’esistenza stessa di realtà complesse e non conformi, strutturate in dissenso organizzato (e soprattutto pubblico) siano intollerabili.
 A tal proposito, è emblematica la caccia all’untore che si è scatenata dopo i moti di Roma. La sommossa che ha sconquassato parte del centro della Capitale, è stata relegata per comune accordo a mero problema di ordine pubblico, priva di qualsivoglia dimensione sociale. Non ci sono cause pregresse, la sua natura è circoscritta ad una esclusiva questione di ‘sicurezza’ e priva di qualsivoglia ragione. Per l’occasione, analisti e commentatori dei media nazionali, hanno messo da parte le divergenze ed ogni distinguo politico, rinunciando ad ogni analisi complessa del fenomeno. In compenso fioccano gli stereotipi più ritriti nella stigmatizzazione unanime che non ammette eterodossie: i “violenti”? Poche centinaia, probabilmente provenienti da Marte, sicuramente infiltrati; ultras e figli di papà annoiati, secondo la più becera e classica delle rappresentazioni, che esorcizza ogni implicazione sociale nella rimozione delle cause. E intanto sui quotidiani fioccano interviste farlocche a sedicenti black-bloc che, per antonomasia, non parlano con i giornalisti ai quali però raccontano con dovizia di particolari vita, morte, e miracoli, di un ‘movimento’, evidentemente composto da falangi di Gino Canterino in preda a confessioni compulsive.
Mancando ogni volontà di analisi e gli elementi culturali per farlo, in assenza di qualsivoglia mediazione, è chiaro che l’unica risposta possibile non può essere che rimessa alle soluzioni antiche di chi non conosce altra risposta: REPRESSIONE.
Sorvegliare e punire; secondo i meccanismi consolidati della sorveglianza gerarchica.
La stato confusionale di una politica professionalizzata nel suo autismo referenziale, che incentra la sua azione nel livellamento delle differenze e nella tutela del privilegio esteso alle enclave protette del clientelismo elettorale, è misurabile proporzionalmente all’isteria collettiva che pervade le aule parlamentari e di una società chiusa nell’ineluttabilità dell’immutabile.
Incapaci di affrontare il problema, perché incapaci di risposte che non siano declinate in prospettiva unicamente repressiva, fioccano le proposte demenziali per accordo trasversale con relativi distinguo, molti se e qualche ma…
 Antonio Di Pietro, in una delle sue tipiche esplosioni di demagogia tribunizia, non ha trovato niente di meglio che andare a ripescare dalla fogna dei reazionari lo Stronzo Reale e la sua omonima legge (che consente di sparare in assenza di minacce), salvo poi negare l’evidenza. Il PD in teoria è contrario, ma è aperto a qualsiasi miglioramento
Grande è stato invece il giubilo di tutta la fascisteria di contorno che fa a gara a chi la molla più grossa, tale è l’effetto dell’orgasmo repressivo nella geriatria di casta e di governo.
 Roberto Maroni, il peto del meteorismo leghista flatulato agli Interni nella grande costipazione berlusconiana, si è detto massimamente d’accordo. Già comandante della Guardia Nazionale Padana, la milizia (dis)armata della Lega di secessione e di poltrone, il solerte Maroni è stato rimandato a giudizio per “attentato alla Costituzione e integrità agli organi dello Stato”. Evidentemente, la cosa non gli ha impedito di diventare Ministro degli Interni (italiano mica  padano). Roberto Maroni è lo stesso che all’indomani degli scontri ha parlato di “terrorismo urbano”, promettendo sanzioni eccezionali ed un pacchetto di leggi speciali per punire i ventenni che hanno osato opporre resistenza alle manganellate dei poliziotti ed ai caroselli di cellulari e veicoli, impegnati a fendere la folla dei manifestanti con gimcane potenzialmente omicide.
Considerati dunque alla stregua di “terroristi”, i sospettati potranno essere sottoposti a fermo preventivo di 96 ore. In pratica, senza alcuna fattispecie di reato, in concomitanza di qualsiasi manifestazione, l’interessato viene messo sotto custodia, per la bellezza di quattro giorni, a discrezione delle autorità di polizia. Ma si parla anche dell’introduzione del processo per direttissima con aggravio di pena. Paradossalmente, in termini di condanna, sarà più conveniente rapinarla una banca piuttosto che romperne le vetrate: la pena è di gran lunga più mite. L’estensione della flagranza di reato (che prevede l’arresto in carcere) a 48h; cosa che peraltro è già prevista dal Codice Penale (art.336) in caso di resistenza o minaccia a pubblico ufficiale. Interessante sapere che la medesima disposizione si applica anche per la “corruzione di minorenni” (art.530), anche se nipoti di Mubarak, ma su questo si può transigere…
Il provvedimento sicuramente più gustoso è pero l’ipotesi di introdurre una tassa sui cortei, con la stipula di una fideiussione bancaria a carico degli organizzatori per la copertura di eventuali danni. Non sappiamo bene come funzionino le cose nelle fumerie d’oppio in padania; tuttavia bisognerebbe ricordare all’allucinato Maroni che la responsabilità è sempre individuale e non si può configurare come attribuzione collettiva delle azioni dei singoli. Notevole poi la concezione democratica del ministro, convinto si debba pagare per poter manifestare: interessante esempio di democrazia censitaria su base timocratica.
Immaginiamo che la tassa sarà applicata anche per i raduni secessionisti di Pontida e Venezia, annualmente organizzati dai gauleiter leghisti.
Tra gli altri provvedimenti in esame, c’è l’uso di pallottole di gomma che se esplose a distanza ravvicinata uccidono come quelle ordinarie. E l’utilizzo di idranti con sostanze coloranti per
identificare i manifestani (che verrano arrestati in virtù della flagranza di reato e sottoposti a fermo preventivo). Da notare che i “cannoni ad acqua” sono stati abbondantemente usati a Piazza San Giovanni a Roma. E, così come le manganellate, i getti d’acqua venivano dispensati un po’ dove capitava. Inutile dire che tra i bersagli prediletti c’erano i manifestanti pacifici, assiepati contro le mura del palazzo del Vicariato, che ne sono usciti fradici come pulcini. In virtù della disposizione maroniana, avrebbero dunque dovuto essere arrestati in massa e puniti con “pene esemplari”.

Ordunque, se la resistenza alla forza pubblica si configura per l’ineffabile ministro come un “atto di terrorismo”, ci sarebbe da aggiungere che il terrorista Maroni nel 1998 è stato condannato a 8 mesi “per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale”, prima che la Cassazione gli commutasse la pena in sanzione pecuniaria nel 2004. Non risulta che il pregiudicato Maroni abbia mai fatto un solo giorno di galera, ma si premura che altri scontino la pena al posto suo, opportunamente quadruplicata.
In fin dei conti sono quisquiglie rispetto al ministro Umberto Bossi che predica la secessione armata da almeno 20 anni, minacciando insurrezioni armate, promettendo pallottole, e informandosi su come reperire mitragliatori in Sardegna… Sarebbe “apologia di reato” e presuppone la “costituzione di banda armata per atti eversivi”, ma se lo dice il cerebroleso di Pontida diventa boutade goliardica. E merita un seggio da senatore con una poltrona nel Governo italiano, contro il quale minaccia la guerra civile.
Come si vede, la condanna della “violenza” è variabile e diventa lecita a seconda di chi la compie o la minaccia.
E del resto è assolutamente coerente con lo spirito di governo, dove un premier puttaniere si intrattiene amabilmente con spacciatori, papponi e pluripregiudicati, invocando sommosse di piazza, assalti ai tribunali ed alle sedi del maggior quotidiano nazionale.
Si tratta della cosa più naturale del mondo. Infatti non ha meritato troppi clamori, né ci risultano editoriali in merito dei pur zelanti Augusto Minzolini e Giuliano Ferrara: fulgidi esempi di meritocrazia applicata e di imparzialità giornalistica.
Un’altro grande sostenitore della tolleranza zero e delle pene draconiane è poi l’imbarazzante Ignazio Benito La Russa: l’ennesima deiezione fascista al governo nell’incredibile ruolo di Ministro della Difesa. La Russa, quello che esprime solidarietà incondizionata alle Forze dell’Ordine, è infatti deciso a stroncare i violenti, denunciando le “contiguità ideologiche” con chi osa “criticare il governo”. Il sulfureo La Russa con la violenza più che contiguo è stato organico. Infatti, nel 1973 è oggetto di una ordinanza di arresto per “adunata sediziosa e resistenza alla forza pubblica”: in pratica Benito La Russa ha organizzato una manifestazione non autorizzata di fascisti, che si sono messi a tirare bombe a mano (non sassi) contro i cordoni di Polizia. L’agente Antonio Marino, di 22 anni, muore dilaniato dall’esplosione con il petto squarciato. La Russa, diventato nel frattempo uomo d’ordine e gran difensore di poliziotti, venne indicato tra i “responsabili morali” dell’omicidio Marino. Ma la sua è una violenza (assassina) che paga e che premia. Infatti oggi è Ministro della Difesa.

 P.S. A proposito di dittature e fascismi, il caro amico Gheddafi è stato drammaticamente trascinato via dalle miserie del mondo, rovesciato da una violentissima rivolta popolare e dopo mesi di conflitti sanguinosi. Ma in questo caso la “violenza” è stata considerata più che legittima e massimamente sostenuta con massicci bombardamenti. In fondo, Muhammar Gheddafi era un feroce dittatore. Per questo, un anno fa veniva accolto a Roma con tutti i riguardi, con tanto di baciamano e genuflessioni da parte del nostro Pornocrate. Quegli stessi Carabinieri che rincorrevano e venivano rincorsi dai manifestanti intorno al Laterano, all’epoca presentavano le armi col picchetto d’onore al dittatore libico. Se indossassimo una divisa dell’Arma, non si potrebbe immaginare umiliazione più grande. Questa sì che è violenza. 

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10 Risposte to “Sorvegliare e Punire”

  1. Anonimo Says:

    grande.

  2. Hai proprio trovato la parola chiave: ANALISI.
    “Mancando ogni volontà di analisi e gli elementi culturali per farlo, in assenza di qualsivoglia mediazione, è chiaro che l’unica risposta possibile non può essere che rimessa alle soluzioni antiche di chi non conosce altra risposta: REPRESSIONE.”

    E’ per questo che il tuo blog andrebbe stampato interamente e divulgato ovunque, per abituare la gente all’analisi profonda dei fatti, che secondo me non dovrebbe essere appannaggio di pochi (professionisti o no), ma un diritto/dovere di tutti. Le cose sarebbero molto più semplici…
    Inutile dire che, come sempre, hai detto tutto quello che volevo dire io ma molto meglio di come avrei fatto. Applausi

  3. Gli stessi che violano le leggi, creano leggi. Un bel paradosso. E noi ci viviamo dentro.
    Quello di cui parli nell’articolo è quello che io ho indicato genericamente con “strumentalizzare la violenza” (o protesta che dir si voglia).
    Se vogliamo dargli un significato politico: non so se il risultato a cui si è giunti dopo le devastazioni è stata una conquista, un passo in avanti.
    Io credo di no.
    Ma questo già lo sai, ne abbiamo già parlato.

    Adesso stiamo davvero andando verso il momento in cui la violenza è difesa (ricordi?), e potrei anche cambiare idea sulla sua necessità e utilità. Ma voglio sbagliarmi. E si, è perchè voglio evitare lo scontro. Non tutti siamo così coraggiosi o bellicosi.

    Su Gheddafi. Non mi è piaciuta la fine che ha fatto. E non per carità cristiana. Era prevedibile che la sua fine sarebbe stata questa, gli esempi di dittatori uccisi dal popolo in rivolta sono numerosi. Ma morendo così ha fatto un favore a molti “potenti” con la coscienza poco pulita. E adesso non si può più tornare indietro.

  4. dicksick Says:

    Ineccepibile davvero. Concordo con la divulgazione promossa da LadyLindy.

  5. @DickSick
    Con tutti ‘sti complimenti, rischio di finire con crederci sul serio..:)

    @L’Albero dei Pensieri
    Carissimo Fabio,
    Ricordo perfettamente le nostre conversazioni sul tema… E non potrebbe essere altrimenti, considerando il piacere di confrontarmi con un interlocutore d’eccezione quale tu sei.
    E’ superfluo dire che anch’io mi pongo i tuoi stessi interrogativi e, magari partendo da diverse prospettive, sono pervaso dai medesimi dubbi.
    La “violenza” è una componente integrante dell’indole umana. Negarlo a prescindere sarebbe un atto di mera ipocrisia.
    La specificità della nostra evoluzione ci ha portati a contestualizzarla, distinguendo tra una “violenza lecita”, contrapposta alla violenza belluina degli istinti, tramite l’istituzione di un “legittimo” monopolio dell’uso della forza, che spesso non è altro che uno strumento di controllo al servizio dell’oligarchia dominante…
    Personalmente resto convinto che per disinnescare davvero la “violenza” questa vada non tanto accettata, quanto capita al fine di rimuoverne (per quanto possibile) le cause. E vada disinnescata attraverso il ricorso costante al confronto, anche aspro, ricorrendo agli strumenti della mediazione o creandone di nuovi quando quelli esistenti si rivelano insufficienti.
    E’ quello che dovrebbe accadere in una vera democrazia.
    E, al contrario, non mi pare sia ciò che sta avvenendo.
    Questi continuano davvero a non capire nulla e ripropongono prospettive obsolete e distoniche rispetto alla specificità del presente.
    E’ il problema di tutte le gerontocrazie.
    Oggi mi capitava di leggere su “La Repubblica” il consueto ‘domenicale’ di Eugenio Scalfari: una roba stantia e senile che, come soluzione per uscire dalla crisi della società italiana, non trovava niente di meglio che riproporre una specie di “compromesso storico”, ripescando Moro e Berlinguer come il massimo dell’attualità possible..!
    Lo posso dire?!? Mi sono cascate le palle!
    In merito al conflitto generazionale, che si prepara ad esplodere in conflitto sociale con una carica di violenza (appunto) quanto mai inedita nella sua rabbia nichilista e de-ideologizzata, l’intera questione veniva liquidata in meno di due righe:

    «Gli “incappucciati” sono un problema di ordine pubblico come gli “ultras” degli stadi e come quelli vanno trattati

    Se questo è il meglio che riesce a produrre la stampa progressista di certa ‘borghesia illuminata’… Siamo messi malissimo!

    P.S. Sulla fine di Gheddafi sottoscrivo ogni tua singola parola.

    • ” Personalmente resto convinto che per disinnescare davvero la “violenza” questa vada non tanto accettata, quanto capita al fine di rimuoverne (per quanto possibile) le cause. E vada disinnescata attraverso il ricorso costante al confronto, anche aspro, ricorrendo agli strumenti della mediazione o creandone di nuovi quando quelli esistenti si rivelano insufficienti.
      E’ quello che dovrebbe accadere in una vera democrazia.
      E, al contrario, non mi pare sia ciò che sta avvenendo.
      Questi continuano davvero a non capire nulla e ripropongono prospettive obsolete e distoniche rispetto alla specificità del presente. ”

      Sottoscrivo in toto. E visto che ci sono te li faccio anch’io i complimenti, tanto che mi costa? :D

  6. OT

    ho appena editato il mio post su Nonciclopedia: è successo ESATTAMENTE QUELLO CHE DICEVO.

  7. “dove tutti si considerano “ceto medio”, in cui la forma è sostanza nel terrore di sembrare poveri”

    non si poteva spiegare meglio.

  8. :) Mai visto una così abbondante pioggia di complimenti…
    Grazie!

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