Adveniunt barbari ad portas

A conclusione di un ciclo storico, il ventennio berlusconiano termina così com’era cominciato: una recessione economica devastante, sul vento dell’anti-politica che negli anni s’è trasformato in tempesta, con gli stessi problemi irrisolti di sempre nel frattempo deflagrati in cancro sociale, attraverso la farsa che anticipa e supera la tragedia.
Il Satyricon da basso impero che precede la calata dei barbari ne è solo il degno epilogo nel trionfo estremo del kitsch, al quale per almeno 6 lunghi lustri si sono uniformati i gusti ed i comportamenti dell’italiano medio, con un’indulgenza complice e spesso compiaciuta di una cosiddetta società (in)civile.
Se l’attuale crisi economica in corso ha un merito, è l’aver bloccato quella formidabile macchina del consenso, cessando di oliare gli ingranaggi di un meccanismo di redistribuzione sbagliata… La stessa che per decenni ha garantito la sopravvivenza di un sistema sostanzialmente corrotto, fondato com’era su flussi di denaro pubblico irrorati a pioggia fino ad esaurimento, su base clientelare (quando non clanica), per cooptazione, favoritismi e raccomandazioni estese su ritorno elettorale, dei quali tutti o quasi hanno approfittato con pochi scrupoli e senza troppe rimostranze.
Fintanto che la ricchezza circolava, nell’illusione di un arricchimento collettivo ancorché fittizio, il “sistema” andava bene a tutti. Adesso che i ‘soldi’ non circolano più sono tutti inkazzati, nella caccia ai responsabili dello sfascio generale… Basterebbe guardarsi allo specchio per trovare i principali colpevoli!
Più folla che popolo, gli italiani si rigenerano ogni volta ad immagine e somiglianza del peggio che li rappresenta, declinando le proprie responsabilità per auto-assoluzione, nella gaia innocenza della loro inconsistenza civica.
Conformemente, nel ’94 scelsero un miliardario fallito, titolare di un monopolio creato e favorito in tutti i modi possibili dalla dimenticata “casta” craxiano-democristiana, cresciuto all’ombra della massoneria deviata e delle logge eversive come la P2 di Licio Gelli, stringendo relazioni inconfessabili con le cosche della mafia siciliana. A livello meramente personale, si trattava di un imbarazzante bauscia da anni’50, indefesso puttaniere, che si presentava al grande pubblico con la faccia impiastricciata di cerone, comunicando solo tramite invio di videocassette (come Bin Laden) con una calza di nylon infilata nell’obiettivo della telecamera, in antitesi ad una folla di litigiosi cacicchi ammucchiati sotto le insegne di un centro-sinistra senza anima né idee.
Gli italiani lo votarono in massa. E insieme a lui elevarono agli onori delle Istituzioni repubblicane una tribù di trogloditi analfabeti con velleità secessioniste, provenienti dai villaggi della pedemontana. In aggiunta, scelsero i nostalgici del Fascio, direttamente ripescati dalle fogne della storia patria, a ideale contorno della nuova razza padrona.
Evidentemente soddisfatti, hanno continuato a rieleggerli per i 18 anni successivi, fino all’inevitabile (e naturale) epilogo. E adesso tuonano contro una classe politica, sacralizzata dal voto e assolutamente degna di un popolo di cialtroni che però si crede incredibilmente “furbo”.
Non per niente, i favori del momento sono riservati ad un ex cabarettista, che ha dismesso i panni di comico per indossare in pianta stabile quelli del buffone, il quale va blaterando in giro di dittatura democratica, con lui ovviamente nei panni del condottiero, e senza che si levi un solo dubbio tra il pubblico festante che anzi trova l’evocazione molto divertente. Tra i maitre à penser del novello Savonarola c’è una sorta di Rasputin informatico che fa profezie sulla Terza Guerra mondiale, teorizzando una distopia sul modello Matrix di meta-simbionti connessi tra loro.
Gli italiani, più che le cause, ricercano gli effetti di un degrado sociale e culturale che ha pochi eguali nel mondo occidentale. Il loro bersaglio polemico prediletto è sempre l’Altro, colto nella sua aliena alterità, che ne permette l’immutata propagazione di vizi e miserie spacciate per “arte di arrangiarsi” (Elogio del Furbo), presentata come massima espressione dell’italico savoir vivre, colto nel suo genio.
Attualmente, il modello di riferimento sembra essere quasi una riedizione dell’antica “Caccia alle Streghe”: una comunità lacerata al suo interno da vecchi rancori, impaurita dal futuro incerto, sconquassata dalla ‘crisi’ e da eventi ‘esterni’ (guerre, carestie, epidemie) che subisce senza comprendere. La ricerca di un capro espiatorio e l’arrivo di un Predicatore che indichi i bersagli da colpire, istituendo la sua inquisitio con tanto di giuria popolare.

Come giustamente hanno notato osservatori di ben altra pasta e intelligenza:

«In Italia viviamo tempi sempre più foschi.
Si fa più cupo il linguaggio della politica, che ormai si manifesta solo come incessante invettiva.
È l’era dei “moralisti d’accatto”, che fanno a gara per dimostrare l’ignominia altrui, senza curarsi della loro o quella di chi li circonda.
È tempo di sermoni e prediche, di nuovi e vecchi guru, di Cassandre o di Savonarola. Nuovi roghi, che fanno di tutta un’erba un fascio (littorio?), rinnovate parole crociate (per il tono inquisitorio), da contrapporre agli avversari intesi come nemici da abbattere.
È anche l’epoca delle grandi ipocrisie, dell’anti-Casta, anch’essa Casta, che, a volte e nella migliore delle ipotesi, non può dirsi più casta e pulita rispetto ai vizi e alle nefandezze altrui.
Sono tempi sempre più cupi. Tempi di estrema confusione.
In questo osceno scenario si enfatizzano i toni di alcuni moralizzatori, che si presentano in veste politica o giornalistica.
Si tace su questioni che toccano, riguardano e rischiano d’inficiare, se indagati o resi noti, l’opera di questi presunti novelli Catone.
La cerchia degli “amici degli amici”, ovviamente, non si cura nè sogna di “far le pulci” a chi si erge a censore dell’altrui operato o condanna, senza possibile appello, il malvezzo di agire solo in nome e per conto di interessi privatissimi.
L’altra Casta, quella dei giornalisti, usi a obbedir tacendo, sempre compiacenti verso i vecchi o i nascenti poteri, se non caduti in disgrazia, nulla dicono sulla dichiarata purezza della rinascente Inquisizione.»

Quant’è casta l’anti-casta?
Il Postideologico

Nel frattempo, per l’ordinaria amministrazione, ci si affida con sgomento e si tollera l’eccezione del Governo Monti: un direttorio tecnocratico di banchieri e professori da istituti privati, senza la più pallida idea di come sia la vita di tutti i giorni, nella distanza siderale che li separa dalle difficoltà quotidiane ed i sacrifici imposti ai comuni mortali. Sono i sacerdoti liberisti del rigore contro terzi, noncuranti e indifferenti a quello che realizzano in campo economico dato che, qualsiasi cosa accada, saranno sufficientemente ricchi da continuare a stare bene (John Lloyd). Soprattutto, sono il miglior passepartout per la sopravvivenza della sedicente “casta” e lo scardinamento degli ultimi diritti sociali, in una democrazia a libertà vigilata, con un Mario Monti disponibilissimo a continuare il proprio mandato, ma insofferente a ogni legittimazione di naturale elettorale o investitura popolare (sia mai!).
È il governo austero che con candore dichiara: “per rilanciare la crescita servono investimenti, ma li stanzieremo solo dopo che la recessione sarà finita”.
In pratica, è come se un medico dicesse: “ti somministrerò gli anti-settici, soltanto quando l’infezione sarà guarita da sola”. L’operazione è perfettamente riuscita, ma il paziente (ahi lui!) è morto. 
E tutto avviene nell’ignavia generale, mentre il popolo degli eterni bambini gioca alla sua nuova rivoluzione, rincorrendo i consiglieri regionali con le telecamerine per postare i video su youtube, convinti nella loro ingenuità cospirazionista di chissà quali nefandezze si consumino mai in truci aule consiliari aperte al pubblico e con assemblee verbalizzate. Non ci si capacita dunque come sì tante ruberie siano avvenute, senza che mai alcuno di questi segugi 2.0 da “fiato-sul-collo” si accorgesse minimamente di quanto i voraci onorevoli andavano realmente combinando. Troppo spesso si dimentica che gli atti di giunta sono pubblici e da chiunque consultabili, anche se sono ben pochi coloro che si prendono la briga di leggere bilanci e studiare delibere. Si tratta infatti di un’attività molto più dispendiosa e noiosa, che postare cazzate su facebook o salmodiare in coro “vaffanculo” davanti ad un maxischermo, con gli isterismi di un ragioniere invasato che tiene la sua consueta omelia anti-casta. Ed è pure per questo che in Italia tutto continua a (non) cambiare, affinché ogni cosa rimanga com’è… E’ un serpente che muta la pelle e sguscia via, pronto per mordere ancora.

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8 Risposte to “Adveniunt barbari ad portas”

  1. Invidio, in maniera bonaria, questa tua analisi.
    L’immeritato tributo, ovviamente, mi onora.
    Ma non sono qui per riflesso condizionato.
    Io, a dirla tutta, mi accontenterei anche di un lettore uno, che avesse la pazienza e la bontà di seguirmi e, perchè no, di contraddirmi dove e se necessario.
    Son qui perchè apprezzo assai di più tutto il resto e perchè la tua disamina ha colto nel segno. Tanto da suscitare questa benevola ‘invidia’ di chi pensa ‘l’avessi scritto io’.
    E così mi piace e mi accontento di far mio il tuo pensiero. E questo fa sì che l’invidia ceda il passo alla condivisione e all’ammirazione.
    L’interrogativo è solito e ricorrente: i rabbiosi che hanno favorito tutto ciò, l’ascesa e il degrado di certe parti politiche, si sentono totalmente estranei?
    Una parte d’Italia è davvero convinta che l’aver espresso un’indegna classe dirigente non comporti responsabilità anche personali e non debba, perciò, suscitare un senso di nausea ma ancor prima di estrema vergogna?
    Non è più tempo di fingersi innocenti e che tutto sia capitato nostro malgrado e senza la nostra diretta complicità.

  2. E’ superfluo invece per me ribadire quanto sia lusingato da simili estimatori, che mi onorano di un simile tributo facendomi partecipe della loro preziosissima stima.
    Dopo la stesura del post, sfogliando le pagine del “Venerdì” de La Repubblica, mi è capitato di imbattermi in un editoriale dell’ottimo Curzio Maltese (giuro che l’ho letto solo dopo aver scritto l’articolo), che sembra integrare a pennello certe nostre riflessioni…

    «Un giorno il grande Petrolini interruppe lo spettacolo per colpa di uno spettatore isolato che fischiava tutto il tempo dal loggione, guardò verso l’alto e disse: “Non ce l’ho con te, ce l’ho con quelli vicino che non t’hanno ancora buttato di sotto”. Ecco qual è il mio stato d’animo nei confronti degli scandali del consigliere Fiorito, in arte Er Batman, e di tanti altri.
    Non ce l’ho (più) con loro, ma con quelli che li hanno votati. “Bastava guardarli in faccia” ha detto Giancarlo Galan, ex ministro e governatore di Forza Italia, a proposito dei suoi compagni di partito, ma non di merende. Già, bastava.
    Ma perché lui non l’ha fatto? Soprattutto, perché non l’hanno fatto quelli che hanno votato in massa Er Batman e tutta la comitiva di ex camerati, incapaci ma famelici di potere, che circondavano il governatore Polverini e il sindaco Alemanno?
    Forse perché in realtà li hanno guardati in faccia e purtroppo si sono riconosciuti. Er Batman è stato eletto e a furor di popolo. Trentunomila cittadini l’hanno visto e scelto fra tanti altri più onesti che stavano nelle liste di ogni partito, perfino il suo.
    L’hanno riconosciuto. E Fiorito, una volta eletto, si è comportato esattamente come avrebbe fatto la maggioranza schiacciante dei suoi elettori. Ha interpretato la conquista di un seggio alla Regione Lazio come la vincita alla Lotteria.

    Lo stipendio era di ottomila euro, abbastanza per mandare avanti un paio di famiglie. Ma a lui non bastava, con gli indennizzi, le diarie, i privilegi e un paio di altri incarichi, che si ottengono facilmente leccando gli stivali ai boss del partito, è arrivato a guadagnare trentamila euro al mese, mille euro al giorno.
    Ma non gli bastava ancora e allora ha preso altri milioni, per la casa, le case, le feste, le orge, le macchine. Tanto si può, si poteva e si potrà anche dopo. Certo, c’è il rischio che un magistrato ostinato ti indaghi.
    Ma anche la quasi certezza di scamparla alla fine, perché le leggi sono fatte per i ladri. La legge che tutela i partiti come associazioni private e non soggetti di diritto pubblico, votata da tutti i partiti, compreso Di Pietro oggi e Grillo domani (altrimenti come potrebbe depositare il marchio?) è studiata appunto per rubare meglio.
    Queste cose gli italiani le sanno, gliele abbiamo raccontate. Ed è impopolare ripeterlo, perché l’italiano è autoassolutorio, gli piace sentirsi dire che lui è innocente e i partiti sono cattivi. Si è assolto dal fascismo ieri, dal berlusconismo oggi. Se gli vendi l’impunità, come fanno i demagoghi, ci guadagni bene, ti comprano la trasmissione, il giornale, il libro e il dvd. Non vendo nulla e posso dire la spiacevole verità. La classe dirigente è lo specchio di questo Paese

    “Magari fosse una casta”
    (28/09/2012)

    A quanto pare, le nostre sono considerazioni condivise, e non siamo i soli a porci simili dubbi.

    • Hai ragione: è l’eterno ego me absolvo.
      Piccola nota a margine, che serve a dare il senso e la misura dell’attuale deriva: sono ancora sveglio perchè sto cercando di dare un senso o trovare una giusta decodifica al post di Sabina Ciuffini ospitato sul blob-blog del Magnifico Solimano Grillo.
      Non sto qui a dar lezioni d’italiano. Ti consiglio di leggerlo.

  3. MAMMAMIA FATTELA NA RISATA DEPRESSO PESSIMISTA CATASTROFICO.

    • Magari a farti ridere, per poi farti piangere lacrime e sangue, ci pensano gli altri. Che so: pagliaccio Renzi, comico Grillo, Silvio nano di tacco, erede di Ghino.
      Libero di scegliere e seguire quelli con cui ridere.
      C’è solo l’imbarazzo della scelta.

    • @ GIGI LOL superguest
      In genere aspettiamo i pagliacci come te per divertirci… allora sì che ridiamo di gusto..:D

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