THE SWEET SPIRIT OF CAPITALISM

 «Supponiamo che la casa del mio vicino prenda fuoco e che io abbia un tubo innaffiatoio lungo quattro o cinquecento piedi e anche più. Se il mio vicino può prendere il mio tubo e collegarlo al proprio idrante, potrei aiutarlo a spegnere l’incendio… E non sto certo a dirgli prima: “Vicino, il mio tubo da giardino costa 15 dollari; pagami 15 dollari per averlo”… Io non li voglio i 15 dollari! Rivoglio il mio tubo indietro una volta che l’incendio è spento.»

  Franklin Delano Roosevelt
(17/12/1940)

Tra gli economisti di matrice classica che furbescamente considerano l’euro (e le sue debolezze) come un insperato grimaldello con cui scardinare il public welfare in Europa, ed i sacerdoti del monetarismo più estremo, che guardano i ‘mercati’ alla stregua di una divinità trascendente alla quale prostrarsi deferenti, offendo sacrifici (meglio se umani) sull’altare di una turbo-finanza senza regole, prospera lieta in vaporosi fumi la nutrita processione di candide vestali dell’Austerità, che declamano il nuovo Wirtschaftswunder della Germania virtuosa e della ritrovata Austria Felix, finalmente riunite nel mitico modello tedesco contrapposto alle frivole cicale latine e all’appestato greco. E, per l’appunto, seppur abilmente costruito, di un mito si tratta…

LA REGOLA DEL RIGORE
 Per prassi consolidata, i rigorosi parametri per il contenimento del debito sono inflessibili e contemplano misure draconiane, ma solo quando vengono applicati agli ‘altri’. Diventano improvvisamente iperflessibili, aggirabili o semplicemente violabili, senza timore di incorrere in sanzione alcuna, quando invece vengono applicati ai ‘Grandi’: i virtuosi dei conti in ordine, i custodi del rigore più estremo… che dettano l’agenda all’intero continente, incassando utili e benefici, ma senza distribuire i dividendi agli altri azionisti i quali, più che condividere, subiscono oneri e rigori della moneta unica. Ciò che vale per la Grecia, e Italia… Irlanda… Spagna… Portogallo… Francia… Con ogni evidenza non vale però per la Germania.
Per dire, i rigidissimi Parametri di Maastricht, fortissimamente voluti dal Paese di Goethe, sono stati da questo sistematicamente violati ogni qualvolta la loro applicazione non era più conveniente. C’è da aggiungere che, se tali parametri fossero stati in vigore e applicati alla lettera ai tempi della riunificazione tedesca, questa non sarebbe mai stata possibile. E forse, col senno di poi, non sarebbe stato affatto un male.

I VIRTUOSI DEI CONTI IN ORDINE
Si obietterà: ma la Germania ha i conti in ordine, grazie ad una gestione oculata delle finanze pubbliche e alla trasparenza del bilancio statale… FALSO!
La Germania non disdegna, se la circostanza lo richiede, di ricorrere agli artifici contabili della finanza creativa, senza farsi troppi scrupoli. E del resto non sarebbe nemmeno la prima volta nel corso della sua storia recente. Insomma, la Germania si comporta ne più ne meno di quanto non facciano altri paesi dalla reputazione ben più spregiudicata. In fondo, si tratta di consuetudini universalmente praticate, unanimemente risapute, e ampiamente tollerate fintanto che garantiscono un ritorno anche agli investitori. Perciò non lasciatevi ingannare dal cipiglio severo del crucco da esportazione che vi guarda dall’alto in basso, reputandosi il prediletto dal Signore.
In dettaglio, nel 2011 la Germania è stata richiamata dalla Corte di Giustizia europea, in Lussemburgo, per l’applicazione di un’aliquota ridotta (7%) sulla riscossione dell’IVA (la Mehrwertsteuer) e ritenuta illegittima perché in contrasto con le regole europee sulla concorrenza. Ma già nel 2010 la Corte di Giustizia UE aveva in corso contenziosi giuridici aperti in materia fiscale, su versamenti ed esenzioni IVA, con la Repubblica Federale tedesca.
..Epperò la Germania ha un debito pubblico molto basso… VERO; o forse no..!
In base ai rapporti statistici di Eurostat 2011, il debito della Germania in effetti è contenuto intorno al 81,2% sul PIL e viene dato in potenziale ribasso. Si tratta di un buon risultato (non ottimo) rispetto al 120% del debito italiano, che comunque è in grandissima parte un’eredità craxiana degli anni ’80, quando l’infame triade Brunetta-Tremonti-Sacconi forniva le sue competenze (oggi come allora) al Tesoro [QUI].
E comunque, in termini monetari, il debito tedesco è più alto di quello italiano: 2.088 miliardi di euro contro 1.897 miliardi dell’Italia. Quello francese è dato all’86% con 1717 miliardi di debito. Tanto per dire, il debito della famigerata Grecia è stimato a 355 miliardi.
Soprattutto, ad inizio 2011, prima che la Spagna venisse travolta dall’esplosione della bolla immobiliare, e dalle prescrizione rigoriste teutoniche che hanno gettato il paese iberico nella depressione economica con lo spread oltre i 500 punti, c’è da rivelare che il debito pubblico della Spagna (66%) era tra i più bassi della UE.
Nel computo del debito pubblico, ed in particolare di quello tedesco, si è soliti distinguere tra:

1. “debito esplicito” (obbligazioni e buoni del Tesoro emessi per rifinanziare la spesa dello Stato);
2. “debito implicito” (Stipendi pubblici, Pensioni, Sanità, politiche sociali e spesa assistenziale);

 Secondo gli economisti convertiti al miracolo teutonico, nel computo del debito di uno Stato, va considerato unicamente il “debito esplicito”, ovvero gli interessi da pagare sull’emissione di titoli pubblici; e non il “debito implicito”, con le sue spese assistenziali e previdenziali, nelle quali si accumula il grosso del passivo di bilancio.
L’affascinante disamina si può leggere sull’International Business Times del dicembre 2011, in risposta ad uno dei soliti articoli farlocchi pubblicati dall’immancabile “Libero”:

«Uno studio del CERP (Centre for research on pension and welfare policies), ad opera di Beltrametti – Della Valle, due economisti dell’Università di Genova, intende analizzare proprio questo tema: è opportuno considerare la spesa assistenziale e pensionistica presente e futura, alla stregua del debito e degli interessi su di esso pagati?
Beltrametti e Della Valle concludono che, mentre la spesa pensionistica e assistenziale non sono un “bene di mercato”, i buoni del tesoro e quindi il debito pubblico “esplicito” sono oggetto del giudizio degli investitori, ed è su questo giudizio che si basano le oscillazioni dei rendimenti che lo stato deve pagare per ottenere capitali in prestito.
Le dimensioni di un sistema previdenziale/assistenziale, dunque, non possono essere computate nel calcolo del debito pubblico totale perchè non pesano allo stesso modo sul mercato del debito, bensì costituiscono un fattore interno ad ogni singola economia, che si riflette sul prelievo che lo Stato deve attuare sul settore privato per ripagare i trattamenti pensionistici e la spesa assistenziale.»

Tutto estremamente interessante. Peccato che questa indulgente distinzione venga applicata unicamente nel caso della Germania, in qualità di fortunata eccezione, mentre in tutto il resto d’Europa la sommatoria si pratica eccome. Altrimenti non si spiegherebbero le cure “lacrime e sangue” tutte incentrate sui tagli alla spesa pubblica e previdenziale e sanitaria.

IL BISCOTTO DI BILANCIO
(ovvero come ti pareggio i conti)
Cambiate le variabili di calcolo, il risultato sarà sempre quello giusto… La chimera del “pareggio di bilancio” da raggiungere in tempi impossibili è il perno della politica economica tedesca: si impone alla UE e, come al solito, non si applica a se stessi se non barando sui saldi.
La disamina del prof. Matthias Hartwig, del Max Planck Institut di Heidelberg, è abbastanza illuminante:

«Nonostante il generale apprezzamento a cui va incontro il “modello tedesco” di costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio (da intendersi qui in senso stretto, al contrario dell’Italia), le criticità non sono poche. Innanzitutto le ragioni che hanno condotto alla riforma costituzionale del 2009 sono varie: contenere la forte crescita del debito tedesco, registratasi dal 1949 al 2009; costituzionalizzare i parametri di Maastricht, sistematicamente violati dalla Germania dal 2002; limitare la possibilità di accendere crediti. Un altro problema prima del 2009, peraltro solo parzialmente risolto oggi, riguarda la mancanza di un controllo giurisdizionale effettivo. Il Tribunale costituzionale federale tedesco si è sempre astenuto dal decidere su questioni di politica fiscale, nonostante fossero stati presentati ricorsi in via principale da parte dei Länder. Peraltro, quando il Tribunale costituzionale federale giungeva a decidere su un ricorso mediamente passavano alcuni anni: la Corte scontava infatti un grande arretrato. Successivamente, con una decisione del 2007, che poi è stata interpretata come un avallo alla successiva riforma costituzionale del 2009, il Tribunale costituzionale federale ha assunto un orientamento più restrittivo quanto al suo intervento sulla sostenibilità della finanza pubblica.
Nel 2009, il nuovo articolo 115, comma 2 GG, introduce l’obbligo di pareggio senza ricorso a crediti. Previsione, quest’ultima, che però vale solo per i Länder e non anche per lo Stato, che quindi è senz’altro più libero dei Länder di derogare ai vincoli all’indebitamento (un indebitamento strutturale dello 0,35% è ammissibile per lo Stato). Inoltre i bilanci delle municipalità non sono sottoposti al vincolo costituzionale del pareggio di bilancio, innescando in questi anni una dinamica incrementale della spesa.
Il nodo ancora aperto, come si accennava, riguarda proprio il controllo di queste norme introdotte nel 2009. La strada che pare più facilmente percorribile è quella dell’accesso in via principale al Tribunale costituzionale. Dall’altra parte, però, se nel 2007 il giudice costituzionale era sembrato disposto a procedere ad un vaglio più rigoroso sulle norme riguardanti le entrate e le spese, cionondimeno in quella occasione la reticenza del Tribunale costituzionale federale in materia ha avuto modo di manifestarsi su un fronte decisamente contiguo. Infatti, nella già richiamata sentenza del 2007 il Tribunale ha comunque negato la sua competenza a decidere sul rispetto del principio del pareggio di bilancio. Pertanto, modificato il parametro costituzionale, nulla sembra cambiato. Il bilancio federale non è mai stato dichiarato incostituzionale dalla Corte; in senso diverso si è proceduto a livello dei Länder: i Tribunali costituzionali di tre Länder hanno ritenuto i bilanci statali incostituzionali

 Matthias Hartwig  – “La costituzionalizzazione del pareggio di bilancio in Germania”
Intervento al convegno organizzato dalla Fondazione CESIFIN su “Crisi economica e trasformazioni della dimensione giuridica” – Firenze, 15/05/2012.

GLI EUROPEI VOGLIONO VIVERE SULLE SPALLE DELLA GERMANIA
È la più furba (e la più infame) delle favolette interessate, messe appositamente in circolazione…

«LA GERMANIA usa l’Europa per i propri fini, non viceversa. La dimostrazione è quanto accaduto alla Grecia. All’inizio della crisi greca sarebbe bastato dare 140 miliardi a quel paese per evitare il contagio che da Atene sta impoverendo tutta Europa. Ma l’ostinazione della Merkel è nel fatto che le banche tedesche erano esposte verso la Grecia per 400 miliardi. Se la Grecia avesse imboccato un regolare risanamento i crediti tedeschi si sarebbero allungati nel tempo. E così la Germania ha cercato di salvare le sue banche facendo pagare i propri errori a tutti i partners europei.
LO STESSO DISCORSO vale per gli Eurobond che, va ricordato, sono stati invocati ben prima dell’esplodere di questa terribile fase due della crisi dall’allora ministro dell’economia italiano Giulio Tremonti. Tutti sanno che l’Europa per fronteggiare la crisi, ma soprattutto per rilanciare il ciclo economico avrebbe bisogno (anche) di queste tre mosse: far diventare la Bce un istituto di emissione e prestatore di ultima istanza, emettere Eurobond in modo da omogeneizzare in un unico titolo i debiti sovrani degli Stati membri, svalutare parzialmente l’Euro immettendo liquidità nel sistema.»

  Marilena Palazzo
(23/05/2012)

Ci sarebbe da aggiungere che le banche tedesche, lungi dall’essere solide, dopo la farsa degli stress-test che hanno spostato i problemi del credito alla detenzione dei titoli pubblici, sono tra le più indebitate ed esposte al contagio dei titoli tossici, detenendo nello stomaco migliaia di derivati spazzatura.

«Se infatti l’economia ripartisse gli investitori avrebbero meno interesse a finanziare il debito e più a sostenere la produzione. E questo sarebbe un danno per la Germania. Primo perché la Germania sta guadagnando sul suo debito. Il Bund tedesco a dieci anni viene remunerato sotto il tasso di inflazione a dispetto peraltro dei fondamentali dell’economia tedesca.
LA GERMANIA può così ricapitalizzare le sue banche che sono intossicate molto di più delle altre da titoli spazzatura consentendo una sorta di riciclaggio del denaro. E inoltre deprimendo le economie dei suoi competitor e in particolare dell’Italia che è il secondo Paese europeo esportatore la Germania si assicura i mercati. Non a caso la Germania sta vivendo un periodo di euforia economica. Nel primo trimestre di quest’anno il Pil tedesco fa più 1,2% quello italiano fa il meno 0,8. Ma è un’euforia pericolosa.
LA MERKEL sa perfettamente che l’export tedesco dipende per il 60% dall’Europa. Se l’Europa si ferma rischia, appena i partners del Vecchio Continente ripiglieranno fiato, di vedersi sorpassare dalle altre economie. Per questo la Merkel ha bisogno di tempo, per iniziare a importare di più dai Paesi extra Ue a prezzi più bassi e sganciarsi dalla dipendenza economica europea.
[…] QUINDI la Germania ha tutto l’ interesse a frenare queste economie, a finanziare il suo debito a tassi di guadagno, a non creare un’unità economica dell’Europa ma solo a una unità fiscale che imbavaglia le altre economie.»

  Marilena Palazzo
(23/05/2012)

In pratica la Germania sta rastrellando i capitali in fuga dagli altri paesi europei, in seguito alla crisi del sistema creditizio, indotta anche dalle politiche di ricapitalizzazione bancaria richieste da Francoforte, e soprattutto dall’implosione dei debiti sovrani generata dalla speculazione finanziaria e dalle politiche recessive imposte dalla Merkel e la Bundesbank al resto dei partners europei.
 In questo modo la Germania sta rifinanziando il proprio debito pubblico a costo zero, ma a scapito del resto della UE, drenando capitali per lo sviluppo dei paesi che più avrebbero bisogno di rilanciare gli investimenti, bloccati però in nome del “fiscal compact” (che impedisce ogni spesa pubblica fuori bilancio). Un’altra trovata teutonica. Al contempo, boicotta o lascia cadere ogni piano di rilancio economico, concentrando tutte le sue politiche nell’imposizione del rigore fiscale e rifiutandosi di ripartire gli oneri. Di fatto è una politica volta a distruggere i potenziali rivali commerciali. Questa, sotto la maschera del rigorismo, assomiglia molto ad una forma di neo-colonialismo.

«Eppure la Germania non può chiamarsi fuori, affermando che spetta ad ogni paese risolvere i problemi che esso stesso si è creato. Non può – non potrebbe, non dovrebbe – perché la moneta unica, se comporta vantaggi, comporta anche oneri. E la Germania dei primi ha usufruito e usufruisce.
La Germania è stata certamente la “prima della classe”. Dopo l’introduzione dell’euro ha ristrutturato la sua industria (lì, al contrario che da noi, i capitalisti investono); con le riforme a più riprese della commissione Hartz ha ridotto le spese del welfare; soprattutto, ha imposto la moderazione salariale, tenendo per molti anni il tasso di disoccupazione sopra la media europea. In questo modo ha messo a segno forti guadagni di competitività, collocandosi così nel Gotha dei grandi esportatori mondiali, insieme alla Cina e addirittura davanti al Giappone. Attenzione, però: l’aumento del suo export è avvenuto soprattutto all’interno dell’area euro, mentre al di fuori ha addirittura perso qualche posizione. Ha cioè sfruttato la sua virtù a scapito dei paesi meno capaci di seguire un analogo sentiero di aumento della competitività.
Ha potuto farlo, però, anche perché c’era l’euro. In passato – e noi italiani lo sappiamo bene – i paesi che perdevano competitività erano costretti, ad un certo punto, a svalutare la loro moneta. Il che, per il paese interessato, non era certo una soluzione ottimale, perché anche quella ha dei costi, ma da una parte impediva l’avvitamento dell’economia, dall’altra riequilibrava gli scambi con l’estero. In altre parole, in uno scenario del genere, la Germania non sarebbe riuscita a mantenere quell’alto livello di esportazioni verso i paesi dell’area.
C’è un altro aspetto almeno altrettanto importante. E’ stata appena diffusa la notizia che la Germania ha collocato 4,5 miliardi di titoli a due anni al fantastico tasso di rendimento dello 0,07%. Fantastico, perché significa che il rendimento reale è negativo, essendo l’inflazione intorno al 3%. In altre parole, gli investitori pagano la Germania perché custodisca i loro soldi, come se affittassero una cassetta di sicurezza. Pagano anche per i titoli a lungo termine, visto che i Bund decennali viaggiano a circa l’1,5%.
Perché accade questo? Perché in una situazione di grande incertezza, come quella attuale, il denaro cerca porti sicuri, e la Germania indubbiamente lo è. Logico quindi che attiri capitali.
Ma se non ci fosse l’euro questo provocherebbe un apprezzamento della valuta, con ovvie conseguenze negative sull’andamento delle esportazioni. Invece c’è l’euro, la stessa moneta che hanno anche gli altri paesi europei in difficoltà, che quindi ne tirano al ribasso la quotazione. E dunque la Germania può beneficiare di un afflusso di capitali – con cui si finanzia a costo sottozero – senza doverne subire contraccolpi

  Carlo Clericetti
  Repubblica.it – 23/05/2012

È chiaro anche che l’economia tedesca non può espandersi all’infinito, come è evidente che il suo punto di forza è fondato soprattutto sulle esportazioni, che ormai si concentrano quasi tutte in Europa, potendo contare su una moneta unica, sull’assenza di tassi di cambio e di dazi doganali, sulla libera circolazione delle merci ed una normativa condivisa.

«L’Europa è, per la nazione della signora Merkel, una specie di Pozzo di San Patrizio, da cui trae buona parte della sua ricchezza odierna. Basti pensare che il 75,7 per cento del surplus commerciale del 2011, pari a 158 miliardi di euro, proviene dalla Ue. A questo vantaggio derivante dal mercato unico, si aggiunge quello che proviene dalla moneta unica. Non bisogna infatti dimenticare che l’introduzione della moneta unica non è stata solo il frutto di un innamoramento collettivo verso un nuovo traguardo del processo di integrazione europea, né una semplice logica conseguenza del mercato unico, bensì anche uno strumento di convenienza economica per il commercio intracomunitario. Il vantaggio economico derivante dalla moneta unica è presto quantificabile. Le aziende che esportavano verso gli altri paesi comunitari oggi parte dell’Eurozona, anche in assenza di dogane, affrontavano due tipi di costo, derivanti dalla presenza di valute diverse. Un primo costo consisteva nella commissione di cambio, che gli operatori economici, al pari delle persone che si recano all’estero per vacanza o affari, devono pagare alle banche per trasformare la valuta estera nella propria moneta. Questo costo è in genere non inferiore al 2-3% del valore della transazione. Vi è poi un ulteriore costo, che è dovuto alla copertura dei rischi di cambio, ossia al rischio che il tasso di cambio esistente al momento della sottoscrizione del contratto di vendita, risulti poi diverso da quello in vigore al momento del pagamento, possibilità esistente anche nel precedente sistema dello Sme (Sistema Monetario Europeo), in cui le oscillazioni previste potevano raggiungere la soglia massima del 4,5% (+/-2,25% rispetto all’Ecu). In sostanza, il rischio di cambio poteva costituire un costo pari a 2-3 punti percentuali del valore dell’esportazione. In altre parole, l’introduzione dell’euro ha consentito di risparmiare almeno il 5% sul valore degli scambi intracomunitari tra i paesi dell’Uem (Unione economica e monetaria). Nel caso della Germania, applicando quel 5% ai 3.645 miliardi di euro di prodotti venduti negli altri 16 paesi dell’Eurozona negli ultimi 10 anni, si ottiene il non trascurabile importo di 182 miliardi di euro, che costituisce poco meno di quanto la Germania ha dato (211 miliardi) al fondo salva stati (Efsf). In sostanza, la Germania si è impegnata (senza però spendere) per un importo di poco inferiore al risparmio effettivo già ottenuto dalle sue imprese grazie all’euro. Un vantaggio che si aggiunge a quello derivante dall’avanzo commerciale, dovuto all’esistenza di un mercato unico.»

 Adriano Bonafede e Massimiliano Di Pace
“Berlino conta i dividendi dell’euro 1300 miliardi di surplus in dieci anni”
Affari e Finanza (18/06/2012)

Si tratta di una situazione ideale che, ovviamente, non è destinata ad essere eterna.

I TEDESCHI PAGANO SEMPRE I LORO DEBITI
 Da ciò scaturirebbe l’intransigenza e l’inflessibile severità dimostrata nei confronti dei greci e dei paesi UE in difficoltà con la quadratura dei conti pubblici.
Peccato che proprio i rigorosi tedeschi siano usciti dai loro momenti di maggior difficoltà economica NON pagando mai i propri debiti…
Nel corso della sua storia recente, l’Austria (quella che ci viene a fare i conti in tasca) ha dichiarato bancarotta per ben 6 volte, impiegando anni a rifondere parzialmente il default:
Anno 1802
 Anno 1868
 Anno 1914
 Anno 1932
 Anno 1938
 Anno 1940

La virtuosa Germania è andata in bancarotta per motivi bellici (aveva attaccato e invaso mezza Europa) nel 1932 e nel 1939.
Superfluo dire che la Germania non ha mai estinto il debito, glissando sulle riparazioni, e spalmando i pagamenti (poi sospesi) su scala pluridecennale.
Con la Conferenza di Londra del 1953 fu deciso che il debito tedesco della prima metà del ventesimo secolo avrebbe goduto di straordinarie agevolazioni che si risolsero, in realtà, nella sostanziale cancellazione.

«Il London debt agreement del 1953 divise l’esposizione tedesca globale in due capitoli. Il primo precisava che il debito accumulato fino al 1933 andava pagato subito, ma a condizioni di straordinario vantaggio, con interessi così bassi da determinare uno sconto che alcuni hanno fissato nella metà, circa, del totale dovuto. Il secondo, quello su debito e riparazione dei danni dell’epoca nazista e della guerra, era messo in correlazione con la riunificazione tedesca»

Albrecht Ritschl, tedesco, docente di storia dell’economia alla London School of Economics

All’epoca, ad opporsi agli accordi di Londra furono propri i greci, appena affrancatisi dalla brutale occupazione nazista…

«Gli Usa non volevano commettere gli stessi errori emersi dopo il primo conflitto e per questo imposero ad Atene di abbassare la voce. La Grecia non era favorevole e cercò di opporsi alle condizioni del London debt agreement. Prevalse la tesi americana e dei maggiori alleati che non volevano zavorrare Berlino con un debito asfissiante. Quanto? Secondo calcoli approssimativi un anno di Pil, ovvero 90 miliardi di marchi nazisti del 1944. Il cambio alla valuta di oggi è impossibile. Per questo si potrebbe parlare di un debito semplicemente pari a un anno di Pil». Oggi siamo a circa 3.600 miliardi di dollari (nominale).
Non è a oggi che si deve guardare, ma al 1990 (all’epoca era 1.500 miliardi di dollari), quando il debito, invece, di essere saldato con l’atto di riunificazione in ottemperanza agli accordi di Londra, sparì del tutto. “Atene contestò un’altra volta quell’intesa – ricorda Ritschl – ma il passaggio giuridico era inoppugnabile. Nei documenti finali sulla riunificazione delle due Germanie non si fa alcun riferimento agli impegni del London agreement e tanto basta per considerare nullo il debito pregresso”. Una dimenticanza, piuttosto costosa se fosse una dimenticanza che, ovviamente, non fu. Il cancelliere Helmut Kohl lo disse chiaramente: una richiesta del genere non era sostenibile dalle casse di Berlino e ribadì, in cambio, il forte impegno economico tedesco nello sviluppo del progetto europeo»

  Leonardo Maisano
  “Il Sole 24 Ore” – 03/04/2012

Nell’Accordo sui debiti germanici, concluso il 23/02/1953 a Londra, si può leggere:

“I Governi degli Stati Uniti d’America, del Belgio, del Canada, di Ceylon, della Danimarca, della Spagna, della Repubblica Francese, del Regno Unito della Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord, della Grecia, dell’Iran, dell’Irlanda, dell’Italia, del Liechtenstein, del Lussemburgo, della Norvegia, del Pakistan, della Svezia, della Svizzera, dell’Unione Sudafricana e della Jugoslavia, da una parte animati dal desiderio di rimuovere gli ostacoli che impediscono di stabilire relazioni economiche normali tra la Repubblica federale di Germania e gli altri paesi e di contribuire in tal modo allo sviluppo di una comunità prospera di nazioni; considerando che da circa vent’anni i pagamenti relativi ai debiti esterni germanici non sono in generale più stati eseguiti conformemente alle stipulazioni dei contratti; che dal 1939 al 1945 lo stato di guerra ha impedito qualsiasi pagamento a conto di un gran numero di questi debiti; che dal 1945 siffatti pagamenti sono stati in generale sospesi e che la Repubblica federale di Germania desidera mettere fine a questa situazione: considerando che gli Stati Uniti d’America, la Francia e il Regno Unito della Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord hanno prestato alla Germania, dopo l’8 maggio 1945, un’assistenza economica che ha notevolmente contribuito alla ricostruzione dell’economica germanica, favorendo una ripresa dei pagamenti a conto dei debiti esterni germanici […] detta Commissione ha comunicato ai rappresentanti del Governo della Repubblica federale di Germania che i Governi degli Stati Uniti d’America, della Repubblica Francese e del Regno Unito della Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord erano disposti a consentire notevoli concessioni circa la priorità dei loro crediti concernenti l’assistenza economica del dopoguerra rispetto a tutti gli altri crediti verso la Germania e i suoi cittadini nonchè l’importo totale di tali crediti, alla condizione che fossero regolati in modo equo e soddisfacente i debiti esterni d’anteguerra della Germania.”

Oggi, in virtù della generosa lungimiranza di allora, veniamo ripagati con la favoletta rigorista da raccontare, alla luce di algidi neon, mentre un pupazzo meccanico si accinge ad asportare pezzi carne viva da offrire al dio dei mercati, prescrivendo i compitini da fare al riottoso donatore legato sulla tavola operatoria. È ovvio che l’aspetto punitivo serva ad insegnare il valore della sopravvivenza attraverso la sofferenza, secondo una riedizione estrema dell’etica protestante nello spirito del capitalismo.
A tal proposito, l’insufflata seriale di NEIN! che Angelona Merkel continua ad inzaccherare di fila, ad ogni proposta o tentativo di porre un argine all’avanzata della spirale recessiva, ricordano la parodia di altri ‘bastardi’ più o meno senza gloria…

Con le economie europee strettamente interconnesse attraverso il sistema della moneta unica, non esistono paesi immuni al contagio della crisi. Ma questo i tedeschi fanno finta di non saperlo, trincerati come sono nel loro ricostituito Reich che prospera sulle disgrazie altrui, esternalizzando i danni collaterali della ritrovata supremazia tedesca, ripetendo il mantra della “stabilità di bilancio”. E quella che si è rivelata una circostanza favorita da una serie di condizioni fortunate è diventata una condizione ideale da imporre al resto della UE in tempi strettissimi, tali (come sta avvenendo) da stroncare ogni economia in difficoltà. C’è da chiedersi se la cosa non sia intenzionale…

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30 Risposte to “THE SWEET SPIRIT OF CAPITALISM”

  1. Anonimo Says:

    Porci da isolare tornando tutti insieme alle vecchie valute ,pur dovendo pagare uno scotto iniziale.
    In seguito si trovera’ un equilibrio e la germania rientrera’ nei ranghi terminando il ciclo esaltativo ricco di fanatismi nitchiano.
    Sono degli affamatori vigliacchi !!!!!!!!!!!

  2. angelo Says:

    Germania popolo “basura”

    • Noto che sulle rivistine popolari tedesche, riservate alla plebaglia germanica che si crede razza padrona, abbondano gli editoriali provocatori, gratuitamente offensivi, con una supponenza che rasenta il razzismo contro i popoli europei che non siano di pura razza “ariana”… Evidentemente, il nuovo metro di misura per gli ‘esseri superiori’ sembra sia la capienza del portafogli..!
      E mentre in Germania si ride, Hannibal ad portas!
      Verrà un giorno in cui il sole cesserà di brillare sulle terre degli Iperborei… i quali, se fossero saggi quanto sono boriosi, dovrebbero saper interpretare i primi segnali….
      Ai tedeschi concedo non più di 15 mesi, prima che la crisi economica con la recessione da loro stessi innescata, giunga a spolparli vivi direttamente a domicilio, cogliendoli (al contrario del resto del continente) completamente impreparati…
      Allora sì che vorrò gustarmi la scena, con gli appelli all’unità ed alla solidarietà europea.

  3. Ciao Sendivogius. Attenzione a scaricare tutte le colpe sulla Germania. E\’ colpa della Germania se in Italia persiste un mercato del lavoro rigido, un\’impossibilità di fare imprenditoria, tasse selvagge, privatizzazioni assenti, corruzioni statali e private, tempi della giustizia biblici, ecc.? Queste sono tutte cose che minano la ”potenza” di una nazione, non solo l\’industria.

    Ognuno dei PIIGS ha i suoi problemi (Grecia e Portogallo deficit fuori controllo e bilance commerciali disastrate, Spagna bolla immobiliare, Irlanda bolla immobiliare e finanziaria, Italia debito enorme) e non possono essere paragonati uno con l\’altro; l\’unica cosa che li accomuna è stata quella di pasteggiare a scapito dei tassi di interesse della Germania nei primi anni dell\’euro. Quella era l\’occasione per loro di agire e risistemare i conti, ma non l\’hanno fatto. Hanno preferito spendere e crogiolarsi nell\’azzardo morale. Nonostante ciò, l\’economia Tedesca era in pessime forme (peggio di quella Italiana). Durante il governo del cancelliere socialdemocratico Schröder, la Germania vantava il “record” storico di disoccupazione: il 10.4% dei Tedeschi non aveva lavoro. Attraverso una politica leggera di tagli sulle tassazioni delle aziende, si è riusciti a rimettere in moto un’economia che versava in una situazione di stallo.

    Quindi, dosiamo accuratamente le cosiddette colpe. La Germania, nonostante la Merkel dicesse \”no, no\” co nla bocca ma con gli occhi diceva \”sì, sì\”, ha salvato i PIIGS sin da quando è scoppiata la crisi Europea (2010) attraverso il meccanismo del TARGET2. Il tutto a scapito dei contribuenti Tedeschi.

    Malgrado tutto questo i bund sono in bolla. I tassi ridicoli a cui sono venduti non hanno ragione di esistere. La Germania è tanto esposta ad un fallimento della Grecia quanto lo sono le altre nazioni dell\’euro. E\’ inutile che iGreci spostino i loro capitali laggiù, se la Grecia fallisce i crediti TARGET2 che vanta la Germania vanno in fumo e così anche la solvibilità delle banche Tedesche. E\’ un gioco lose-lose.

    Un Grande Default è nell\’aria, è uan questione di quando e non di se. Ma ognuno c\’ha messo del suo per scavarsi la fossa.

    • Carissimo Johnny,
      Le tue obiezioni sono assolutamente impeccabili e in grandissima parte (per quanto mi riguarda) condivisibili.
      E mi permetto di aggiungere…
      L’Italia, e con lei buona parte dei paesi europei, con l’avvento della moneta unica hanno perso un’occasione unica, e difficilmente ripetibile, per avviare un processo di ristrutturazione industriale e sistemica, riuscendo a coniugare, in perfetto equilibrio sinergico, crescita-equità-competitività-tutele.
      Intravedendo le potenzialità di un mercato unificato, la Germania ha concentrato i suoi sforzi in un rilancio commerciale fondato su qualità e innovazione, puntando tutto sulle incredibili agevolazioni che l’euro poneva al mercato delle esportazioni, e rilanciando la grande riforma interna attraverso le proposte della Commissione Hartz.
      Certo i tedeschi possono contare in una classe imprenditoriale, praticamente sconosciuta in Italia, dove piuttosto il popolino giulivo si affidava ai miracoli di cartapesta dell’Unto dal Cerone… Degno esempio di cosa sia e quali personaggi eietti l’industria italiana (e non solo). E in questo supportato da Antonio Amato, il pastasciuttaro napoletano che si credeva Napoleone, ed Emma Marcegaglia (esempio vivente per cui le donne al potere sono di gran lunga peggio degli uomini).
      Sulla lungimiranza profetica della nostra classe politico-imprenditoriale (un supplemento per la serie Cazzata o Stronzata?), se vuoi, puoi ritrovare un sunto QUI. Era il Maggio 2010 ed il peggio doveva (e deve) ancora arrivare.

      Certamente, le colpe non sono tutte della Germania. Ci tengo a precisarlo a scanso di equivoci.
      Certamente, la Germania dovrebbe mostrare una maggiore flessibilità e concedere qualcosa in virtù dei vantaggi indubbi, e di una certa indulgenza politica, della quale finora ha evidentemente goduto (e in parte abusato).

      • >”Certamente, la Germania dovrebbe mostrare una maggiore flessibilità e concedere qualcosa in virtù dei vantaggi indubbi, e di una certa indulgenza politica, della quale finora ha evidentemente goduto (e in parte abusato).”

        Non credo possa concedere altre cose. Perché? Perché siamo vicini alla resa dei conti. Prendi ad esempio il meccanismo con cui si sta tenendo in piedi il sistema attuale: governi che garantiscono la solvibilità delle banche, le quali garantiscono quella dei governi. E’ un chiaro schema di Ponzi che viene tenuto insieme a forza dalla BCE. C’è un problema: gli asset a garanzia del supporto della BCE stanno terminando ( http://www.zerohedge.com/news/ecb-officially-announces-easing-collateral-rules-confirms-europe-has-run-out-assets ).

        Ora, già da un anno in Grecia si è vista una piccola corsa agli sportelli bancari perché le banche del Nord Europa si sono rifiutate di prendere nuovi conti dalla periferia (senza fondi le banche Greche come sopravvivono?); ma se questo rifiuto dovesse limitarsi a solo due grandi banche ciò lancerà un messaggio ai Greci: “Fareste meglio a portare via i vostri soldi, velocemente, e metterli in una banca del Nord Europa che ancora non ha rifiutato di accettare nuovi depositi.”

        Questo è quando si accende la miccia sulla polveriera su cui è seduta la BCE, la quale anch’essa è esposta ai prestiti dei PIIGS (link di prima). La Germania non può fare altro che procrastinare questa inevitabilità.

        • :) Non sono molto d’accordo…
          C.Ponzi non poteva stampare banconote, né stabilire a piacimento gli stock valutari da immettere in circolazione. Tanto meno poteva gestire i tassi di interesse o influire sui tassi di cambio in valuta estera. Le sue obbligazioni non avevano alcun “collaterale” di garanzia (fosse esso ‘immobiliare’, ‘patrimoniale’, ‘aureo’)….
          Eppoi, al contrario della FED, mi pare che la BCE sia molto più accorta nell’evitare di far scattare la tagliola della possibile “Trappola della liquidità”….
          Gli asset di garanzia della BCE sono virtualmente infiniti: innanzitutto perché movimentano cifre astratte su un tabellone elettronico e NON beni reali o denaro contante. Per dirla in maniera maccheronica..:D
          E poi perché, in caso contrario, avremmo dovuto assistere da almeno un decennio al completo default tanto del Giappone quanto degli USA, che invece nonostante tutto mi pare sopravvivano alla grande, utilizzando sostanzialmente gli stessi sistemi per gestire (non risolvere) la crisi.

          • johnny cloaca Says:

            Ci mancava solo che Ponzi stampasse denaro :D

            La cosiddetta “trappola della liquidità” non è scattata non a causa della BCE, ma perché esistono ancora risparmi reali a supporto delle attività produttive. Qualora questo bacino dovesse restringersi ulteriormente (cosa che accadrà se si continua a finanziare la bolla obbligazionaria) allora le attività improduttive soverchieranno quelle produttive con conseguente latrato della massa afavore di maggiore denaro. Ovvero, dalla padella alla brace.

            In teoria possono essere infiniti. Ci manca solo che accetti i junkies come collaterale. :P
            Quando i tassi di interesse raddoppiano per i titoli obblogazionari essi perdono come minimo il 50% del loro valore; questo significa che gli attivi si assottigliano ma le passività rimangono intatte. Questo significa a sua volta che la BCE è estreamente esposta nei confronti dei soggetti “potenzialmente”inadempienti che rispondono al nome di PIIGS. (Oltre alla Bundesbank, ovvio.)

            Sì, gli USA sono anch’essi falliti. Ma tramite artifizi contabili e distorsioni economiche rimangono a galla. Volcker nel 1982 ha fornito loro una seconda possibilità; l’hanno sprecata. Ora stanno sfruttando il momento critico dell’Europa per mettere a posto la vagonata di soldi che hanno creato con l’aiuto anche dei capitali vaganti che dall’Europa si muovono negli USA. Ma questo non toglie che anche gli USA sono esposti alla crisi Europea ( http://johnnycloaca.blogspot.com/2011/12/la-fed-ha-silenziosamente-salvato-una.html ). E’ una catena. Una catena fondata sul debito.

            Il Giappone per il momento è rimasto fuori dai riflettori per 3 motivi:

            1. La maggior parte del debito è posseduto internamente.
            2. Il Giappone è sostanzialmente un creditore internazionale (ad esempio gli Stati Uniti gli devono $1 biliardo).
            3. L’economia reale è cresciuta grazie ad un bacino dei risparmi che non è stato intaccato dalla stampa monetaria degli anni ’80 e dal crollo del ’90. I lsettore produttivo è stato alimentato a dovere ( http://it.wikipedia.org/wiki/Keiretsu ).

            Nonostante ciò la demografia non è amica del Giappone e basterebbe un aumento di un punto percentuale nei rendimenti obbligazionari del paese per mandare ai pazzi questa fragile stabilità.

      • non capisco come possano INSEGNARE a noi ad essere rigorosi quando, come leggo, si son fatti gli sconti che han voluto ogni volte che hanno voluto. debiti non pagati, miliardi oggi, sforamento trattati…ma aooooo ma chi cazzo siamo noi? la loro colonia?? se continuiamo così lo diverremo. il luogo dove venire in vacanza GRATIS. MENO MALE CHE LA PENSO COME TE E CHE IL MONDO GIRA…E SE MONTI PARLA DI SOLIDARIETA’ QUANDO QUESTA VERRA’ CHIESTA DALLA GERMANIA….BEH….MI AUGURO CHE QUESTE SESSANTAMILIONI DI PECORE C HE SIAMO DIVENTINO TIGRI

        • ALTRO COMMENTO DA PARTE DI UNA IGNORANTE, IO.
          NON SAPEVO DI TUTTO QUESTO, TUTTO QUELLO CHE HO LETTO, MA QUALCUNO DI COLORO CHE CONTANO DEVE , DEVE SAPERLO. E COME MAI NON LO DICE??ALLA NOSTRA ANGELA
          FORSE PERCHè I NOSTRI SIGNORI COMANDANTI MANGIANO TROPPO BENE DALL ALTO DEI LORO MILIARDI ANNUJI
          NESSUNO, DICO NESSUNO, NEL PUBBLICO, DEVE RISCUOPTERE PIU DI 5000 EURO NETTI AL MESE. SONO FIN TROPPI SE UNA POVERA VECCHIA VIVE CON 500
          E TACCIO, ORA, SE NO MI VIENE L INFARTO

          • Com’è noto, pancia piena non pensa a quella vuota. E le lor Signorie sono davvero convinte di vivere nel migliore dei mondi possibili. Dal loro punto di vista, dall’alto dell’Olimpo in cui prosperano, lontano dalle miserie dei comuni mortali, è difficile dare loro torto.

  4. augusta leale Says:

    Non dimentichiamo la “finanza creativa” anglosassone…….,le lobby bancarie americane……., la camera di commercio americana in Italia…….., le multinazionali associate ad aziende nazionali……., gli interessi sporchi di certa impresa “italiana” ….. , la germania è uno dei tanti virus che attaccano un corpo geneticamente “corrotto”…

  5. @ JOHNNY
    Chapeau! Ad una simile controreplica non ho obiezioni da muovere. Non posso far altro che rendere l’onore delle armi..:)
    E’ che in cuor mio, mi risulta davvero assurdo e totalmente illogico che si marci con tanta evidenza e ostinazione verso il default bancario (e nazionale), attraverso la perversa connessione che si è instaurata coi ‘debiti sovrani’, ripercorrendo sostanzialmente gli stessi errori che hanno condotto alla Seconda Depressione del 1937. Razionalmente, è una cosa che proprio non riesco a comprendere né accettare.

    @ AUGUSTA
    Tutto piuttosto condivisibile… E peraltro in tempi assai recenti ne abbiamo parlato QUI.
    Tuttavia, mi sfugge davvero il ruolo nefasto della American Chamber of Commerce in Italia. Questo tipo di rappresentanze esistono in tutti i paesi e sono un po’ come le ambasciate delle imprese all’estero, con delegazioni in tutto il mondo. E’ normale quando si hanno partenariati ed investimenti produttivi in territorio straniero. L’Italia è uno dei paesi a detenere il più alto numero di Camere di Commercio sparse per i quattro angoli del globo (esiste persino una Camera di Commercio Italo-Mongola), oltre ad una trentina di filiazioni in ambito nazionale con le varie CCIAA (Camere di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura). Niente a che vedere con la CIA..:)
    A coordinarle, fino a poco tempo fa, c’era l’ICE del sempiterno Umberto Vattani: imbarazzante figuro (per non parlare del suo raccomandatissimo rampollo), evocativo del peggio di I e II Repubblica messe assieme, ma ben lontano da ogni intelligenza (diabolica o meno che sia).

  6. Leggo solo oggi ciò che altri hanno conosciuto prima e mi associo pienamente ad Anna nel ribadire che chi non lavora quotidianamente con le mani, ma siede comodamente su qualche poltrona o comunque fa parte del giro stratosferico, NON PUO’ NON SAPERE. Potevo non conoscere io queste verità, ma lavoro quotidianamente circa 9-11 ore per cercare di tenere in piedi una struttura con 10 addetti. Mentre leggevo mi si accapponava la pelle.
    Sono molto fiducioso che di una repentina uscita dall’euro e quindi dalla torchiatura tedesca, e sicuramente ritornando ad una sovranità di stato (monetaria, politica), pur lasciando gli interscambi europei, ma con la nostra moneta. Ce li mangiamo tutti. Naturalmente parlo da imprenditore, ma lavorando molto con l’estero sò cosa dico. Crediamoci!

    • Detto in modo molto semplice…
      Nella migliore delle ipotesi, l’uscita unilaterale dall’euro ed il ritorno alla Lira comporta una perdita del 20% del valore della moneta.
      Questo vuol dire 20% di perdita del potere d’acquisto dei salari e un altro 20% di svalutazione delle rimesse dei piccoli risparmiatori (perché i grandi avranno esportato per tempo i lori fondi all’estero) che col cambio ci vanno sicuramente a perdere.
      Al contempo, si genererà una iper-inflazione che finirà con l’incidere più che sui beni al consumo, soprattutto sul conto titoli con un ulteriore incremento del debito pubblico (per l’appunto ricarica del 20%) e l’impossibilità di piazzare nuovi titoli del Tesoro per rifinanziare il debito, che a quel punto sarà davvero incontrollato.
      Per uscire dalla moneta unica, circoscrivendo al minino gli effetti collaterali, bisognerebbe infatti avere una bilancia dei pagamenti in attivo ed un saldo in surplus per quanto riguarda i conti dello Stato. Requisiti che l’Italia non ha.

      Certo nell’immediato il ritorno alla lira premierebbe le esportazioni e potrebbe avere persino ripercussioni positive sul mercato interno. E potrebbe anche funzionare nel futuro, a patto però di operare in regime di autarchia e disporre di un numero praticamente illimitato di materie prime, perché dovendole importare dall’estero queste si pagano in dollari (o in euro) e costeranno.. (indovinato!) il 20% in più, ma solo nella migliore delle ipotesi.

      E’ anche vero che se l’Italia esce dall’euro, tutta la baracca non reggerebbe all’urto e crollerebbe un istante dopo.
      Ma allora non sarebbe meglio far valere il proprio peso politico (e l’Italia ne ha da rivendere!) presso gli organismi della UE, rinegoziando punto per punto i trattati più controversi, e cominciando ad esercitare il sacrosanto diritto di veto (che l’Italia ha ma formalmente non usa mai), senza buttare necessariamente tutto all’aria?

      • Il Ribelle Says:

        Amico mio, mai sono stato d’accordo con te su una questione economica come in questo caso….

        Aggiungo solo un paio di cose:

        Con l’uscita dall’Euro l’Italia dovrà al 99,99% rinegoziare il debito pubblico, quindi, sarà soggetta ad un defalut controllato, nella migliore delle ipotesi.

        Le esportazioni in Italia vanno molto forti (incredibile ma vero!), il problema è di consumi interni.

        L’uscita dall Euro comporterebbe una contrazione ancora peggiore dei consumi, insieme ad una devastante inflazione. Quello che è successo in Argentina, sembrerà il paradiso in confronto a quello che succederebbe in Italia….

        Se si vuole uscire dall’Euro lo sideve fare tutti insieme, con una supervisione della BCE durante il processo, concordando tutti insieme le nuove valute e altro ancora.

        Uscire dall’Euro in modo unilaterale è una follia suicida, chi lo propone non si rende conto di quello che dice.

      • Io invece molto semplicemente ritengo che una repentina uscita dall’euro e sudditanza eurozona comporterebbe una immediata domanda interna (data la svalutazione e la non convenienza di acquistare beni all’estero) e poi chi l’ha detto che dobbiamo subito svalutare. Ricordo che il cambio £/€ ha già prodotto una perdita di acquisto più che notevole e nessuno si è scandalizzato. Vogliamo il lavoro per i giovani?
        A cosa serve avere un “bonus” di entrata per l’assunzione di un giovane(per altro molto controverso e pieno di paletti), se poi a questo giovane non sappiamo cosa fargli fare perchè i manufatti ormai non vengono più prodotti in Italia? Una logica e sana svalutazione riporterebbe il nostro paese ai vertici delle potenze produttive, perchè i mercati esteri ci cercano, ma siamo ormai diventati improponibili con i costi che si devono sopportare per produrre.Pagare anche tassi di interesse maggiori non sarebbe un dramma.Apro una piccola parentesi per ricordare quanto fossero alti i tassi qualche anno fà: nel 1989 ho acquistato un centro di lavoro al costo di £ 200.000.000, ebbene su questo bene strumentale ho pagato degli interessi alla società di leasing del 16,80%.Più che usurai, ma c’era il lavoro e sono riuscito benissimo a superare il debito, e a dimostrazione di questo negli anni successivi ho incrementato il parco macchine ed ho anche acquistato il capannone che ospita la mia azienda. Oggi i tassi sensibilmente più bassi però non ti permettono di avvicinarti neanche ad un trapano a mano. Provate a ragionare.

        • Il Ribelle Says:

          “Io invece molto semplicemente ritengo che una repentina uscita dall’euro
          e sudditanza eurozona comporterebbe una immediata domanda interna (data la svalutazione e la non convenienza di acquistare beni all’estero)”

          Perdonami Lucio, ma la perdita del potere d’acquisto, dovuta ad una
          moneta debole farebbe crollare ancora di più i consumi interni, con
          effetti devastanti.

          “e poi chi l’ha detto che dobbiamo subito svalutare.”

          E mica lo decidi tu????? è una conseguenza, non confondiamo.

          “Ricordo che il cambio £/€ ha già prodotto una perdita di acquisto più
          che notevole e nessuno si è scandalizzato”

          Falso, assolutamente falso. Quello di cui parli è l’inflazione
          fraudolenta non controllata a livello governativo dai cialtroni di
          Tremonti & Co.Se ci fosse stato un governo serio, con sanzioni gravi a chi applicava aumenti dei prezzi ingiustificati e concordati (negli USA ti bevono se fai una cosa del genere) non avremmo avuto il caffè che da 800 lire
          passava a 80 cent. Comunque quella è stata una situazione transitoria che
          si è stabilizzata a regime con un Delta di potere d’acquisto perso, tutto
          sommato AD OGGI trascurabile.

          “perchè i manufatti ormai non vengono più prodotti in Italia? ”

          Ma questo non lo ha determinato l’euro, è oggetto di una crisi industriale molto più profonda.

          “Una logica e sana svalutazione riporterebbe il nostro paese ai vertici delle potenze produttive, perchè i mercati esteri ci cercano, ma siamo ormai diventati improponibili con i costi che si devono sopportare per produrre”

          Falso. L’Italia già esporta e molto, la bilancia commerciale in Italia è in attivo. Dobbiamo poi considerare che il costo del lavoro in Italia, è il più basso dell’Eurozona (forse in Grecia è più basso).

          “Pagare anche tassi di interesse maggiori non sarebbe un dramma”

          Che vuol dire non è un dramma? sono soldi buttati.

          L’Italia paga ad oggi 70/80 miliardi all’anno (ogni anno) di interessi. Sai quante cose potremmo fare con quei soldi in più? Per esempio abbassare la tassazione sull’impresa.

          “ma c’era il lavoro e sono riuscito benissimo a superare il debito, e a dimostrazione di questo negli anni successivi ho incrementato il parco macchine ed ho anche acquistato il capannone che ospita la mia azienda. Oggi i tassi sensibilmente più bassi però non ti permettono di avvicinarti neanche ad un trapano a mano. Provate a ragionare.”

          Stai asserendo che l’uscita dall’euro farebbe aumentare il lavoro, pur in una condizione economico-finanziaria devastante…tutto da dimostrare.
          Non dimenticarti che L’Italia NON ha materie prime, quindi pagheremmo di più tutto quello che ci serve per produrre. Se ti fai due conti, troverai che ti conviene pagare meno le materie prime e vendere a prezzi un pò più bassi piuttosto che il contrario. L’unica differenza la fa la forza lavoro che costerebbe ancora meno, però ci vogliamo domandare perchè in Germania o in Austria non hanno gli stessi problemi, dove la forza lavoro costa il doppio che da noi??

  7. L’Italia è ricca di quelle materie prime molto rare come Antimonio e Titanio e nessuno o quasi nessuno ne è a conoscenza e ne sfrutta le alte possibilità di un ritorno economico considerando che sono due elementi fondamentali per l’industria tecnologica come quella degli smartphone e dei pannelli sola

    http://www.signoraggio.it/ricchezze-dimenticate/

    Per “il Ribelle”
    Provi fare qualche manifestazione fieristica all’estero presentando i propri prodotti magari vicino ad uno stand americano che vende bene o male lo stesso prodotto ma con una valuta €/$ 1.35 di media. Solo uno sprovveduto può acquistare il prodotto in euro

    • :) Peccato caro Lucio che la carrozzeria delle auto non si realizza in titanio… per muovere l’industria serve acciaio e benzina. E noi importiamo tanto l’uno quanto l’altra.

      http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-05-29/boom-importazioni-acciaio-063918.shtml

      Il credito poi è bloccato, sostanzialmente perché l’economia non tira e le banche (dopo la grande sbornia dei derivati) hanno un disperato bisogno di ricapitalizzarsi e drenare quattrini.
      Per questo non prestano più nemmeno 1.000 euro.
      Ciò detto, il differenziale di cambio non è omogeneo per tutti i paesi dell’area UE, così come non lo è l’inflazione, anche se la moneta è la stessa. Sono variabili che incidono non poco sui differenziali del cambio, in caso di ritorno alla lira.
      Con ciò non dico che il sistema dei cambi fissi, determinato da una moneta unica che vive di solo rigore e deflazione, sia il migliore dei mondi possibili. Ma l’alternativa potrebbe essere infinitamente peggiore… E, per l’appunto, il default controllato è una delle conseguenze più probabili.

      • Il Ribelle Says:

        “Il credito poi è bloccato, sostanzialmente perché l’economia non tira e le banche (dopo la grande sbornia dei derivati) hanno un disperato bisogno di ricapitalizzarsi e drenare quattrini.”

        Bravissimo! Questo è il problema. La BCE ha ingozzato di soldi le banche, ma queste non hanno provveduto a rimetterle nel circuito di industria e imprese. E’ qui che bisognerebbe intervenire in modo drastico.

        Le banche non stanno facendo il loro lavoro, ma i soldi dalla BCE se li pigliano!!!

    • Il Ribelle Says:

      “L’Italia è ricca di quelle materie prime molto rare come Antimonio e Titanio e nessuno o quasi nessuno ne è a conoscenza e ne sfrutta le alte possibilità di un ritorno economico considerando che sono due elementi fondamentali per l’industria tecnologica come quella degli smartphone e dei pannelli solari”

      Tocchi un argomenti che purtroppo conosco molto bene. I due elmenti da te menzionati intervengono e sono solo una piccolissima parte delle produzioni industriali e tecnologiche di cui parli.

      Comunque, le quantità di Antimonio sono da valutare e il valore è relativo, il titanio in Italia è scarso, forse dovresti controllare l’attendibiltià della fonte.

      I due prodotti da te citati sono molto diversi. Sullo “Smartphone” il valore aggiunto è dato dalla qualità della progettazione e se hai titanio o antimonio non ci fai nulla.

      Sui Fotovoltaici, le fabbriche utilizzano tecnologie note, il processo produttivo è quello che determina il costo. Un buon impianto produttivo ti garantisce un prezzo competitivo, Titanio e Antimonio, non vengono utilizzati per la produzione dei pannelli.

      Gli europei sono leader nella produzione di pannelli (chissò come mai…)

      “Per “il Ribelle”
      Provi fare qualche manifestazione fieristica all’estero presentando i propri prodotti magari vicino ad uno stand americano che vende bene o male lo stesso prodotto ma con una valuta €/$ 1.35 di media. Solo uno sprovveduto può acquistare il prodotto in euro”

      Vero. Infatti la Germania, la Svizzera, La Finlandia, la Francia, sono notoriamente scarsi esportatori.

      Dai, cerca di leggere i dati e analizzarli in modo un pò più analitico, non mettendo dentro solo quello che conferma le tue tesi. Cerchiamo di essere un pò più rigorosi nelle considerazioni.

      • A me non interessa se la Germania, la Svizzera, La Finlandia, la Francia esportano o no. Il nostro paese ha fatto in passato dell’esportazione il proprio fiore all’occhiello, proprio per la qualità, flessibilità ed impostazione “piccolo industriale” che le forze in campo hanno saputo organizzare ed esprimere nonostante i governi subiti. Le piccole forze imprenditoriali e la ragnatela di aziende da loro formate sono state il vero motore del “Miracolo industriale italiano”. Ma uscite un pò dai confini, provate a misurarvi con concorrenze che, quando tu sul tuo prodotto hai praticato il maggior sconto possibile loro sono al prezzo di listino. Ma dove vuoi andare?.!..Allora chi riesce a stare in piedi? Solo quelle aziende ormai consolidate che scontano maggiormente il prezzo del proprio prodotto, riuscendo però così solo ad onorare maestranze e fornitori. Ma la ricerca e l’innovazione? Dov’è? Certamente mancando quel 25-30% dovuto scontare ulteriormente per poter vendere e così le risorse finanziarie per il futuro non ci sono più. Ecco che inevitabilmente se non chiudi adesso chiuderai tra poco tempo.
        Io non mi rassegno, lotto e lotterò con tutte le mie forze per ridare,per quanto mi sia possibile, al nostro paese quello smalto, ora sbiadito. Siate pratici, abbiamo visto che i tecnocrati ci hanno ridotto veramente sul lastrico. Vi ricordate un certo deputato ex democristiano che qualche mese fà, riguardo alle cure equine propinate, continuava a dire “ma non vi ricordate dove eravamo?” ebbene adesso dovremmo dirgli a tutta forza “non vedi dove ci avete portato?”

        • Il Ribelle Says:

          “A me non interessa se la Germania, la Svizzera, La Finlandia, la Francia esportano o no.”

          E in base a che cosa allorta puoi stabilire se il problema è una valuta forte o no. Forse sarebbe il momento di cominciare a stuidare meglio il problema.

          I problemi in Italia sono altri e molteplici e li dovresti conoscere bene.
          Solo qualche esempio.

          -Tassazione d’impresa troppo elevata.

          -Troppa burocrazia (e farraginosa) per lo start-up di impresa.

          – Defiscalizzazione per chi investe in innovazione e tassazioni severe sulle rendite finanziarie.

          -Procedure più rapide per la riscossione dei crediti. Non è possibile che se compro qulcosa da te, tu fatturi (e quindi paghi le tasse) io sono libero di non pagarti e possono passare 10 anni di cause civili prima che tu vedi i TUOI soldi (intanto sei fallito!)

          E potrei continuare…

          “Siate pratici, abbiamo visto che i tecnocrati ci hanno ridotto veramente sul lastrico.”

          Più che i Tecnocrati, i Pornocrati ci hanno ridotto sul lastrico. I Tecnocrati hanno provato solo a mettere una pezza (a modo loro) dove i pornocrati ci avevano danneggiato irrreversibilmente.

          Continuare a nascondere la realtà non fa bene al paese, ed io mi batterò con tutte le mie forze per portare alla luce la verità. I responsabili del disastro italiano hanno nomi e cognomi, continuare a dire “sono tutti uguali” o i tecnocrati ci hanno rovinato o la germania ci ha mandato sul lastrico, fa solo del male al nostro paese.

          Ed attenzione che la mia non è una posizione ideologica, tutt’altro. I punti che ti ho indicato li avrebbe dovuti realizzare una destra liberale sana.

          Lucio, quello che voglio dire è che la situazione è molto complessa, occorre tutti rimboccarsi le maniche e non perdere la testa appresso a cialtroni che ci manderebbero definitivamente sul lastrico.

  8. Per quanto riguarda l’analisi dei dati, ricordo solo che in germania le aziende scontano a circa 0,8-1,3% . In Italia se vuoi oggi un credito forse lo spunti al 6,8-7,5%. Non è la conferma delle mie tesi, ma quello che chiedono in banca, quando riesci a farti erogare un credito.

    • Tutto molto condivisibile, e direi anche giusto.
      Voglio spezzare una lancia a favore delle tue tesi: diciamo che così come è stata concepita e realizzata (ad immagine del marco e a totale beneficio del modello tedesco) la moneta unica (e la stessa UE) alla lunga e a queste condizioni non può sopravvivere, senza strangolare le economie più deboli (recessione permanente e prosciugamento del credito) finendo col distruggere il nostro stesso tessuto sociale. L’egemonia tedesca, in ambito UE, si sta strutturando a tutti gli effetti come una sorta di neo-colonialismo, tanto più inaccettabile quanto più viene esercitato nei confronti di stati sovrani, che dovrebbero essere partner alla pari e non i sudditi di un ricostituito reich su base economica (e non privo di un certo “razzismo”).
      Tu, Lucio credi che la soluzione sia il ritorno alle vecchie valute nazionali, con il ripristino della sovranità monetaria e delle svalutazioni competitive.
      Io non lo credo, o meglio sono convinto che le cose non siano così semplici, anche perché la grande furbata dell’euro consiste nel fatto che la sua adozione non prevede “diritto di recesso”.
      Il problema è che più che una valuta, sembra un cappio di cuoio bagnato stretto attorno al collo. Ed è studiato in modo tale da non potersene liberare.
      Ciò non toglie il fatto che una qualche soluzione va trovata (e in fretta pure!), perché di certo così le cose non possono continuare… Tuttavia, in un mondo sempre più globalizzato è puro velleitarismo pensare che le piccole nazioni europee, separatamente e contrapposte, possano competere coi nuovi giganti economici come Cina e India e Brasile; o sperare che i singoli statarelli europei si possano imporre a livello politico e internazionale, alle prese con superpotenze quali ancora sono Russia ed USA.
      La vecchia, cara, liretta sarebbe solo la misura della nostra impotenza.

      • Il Ribelle Says:

        Io non lo credo, o meglio sono convinto che le cose non siano così semplici, anche perché la grande furbata dell’euro consiste nel fatto che la sua adozione non prevede “diritto di recesso”.

        Assolutamente vero.

        Non esiste una exit strategy, nessuno si è preoccupato di stabilire una procedura di reversibilità della moneta e questo, condivido con te, è stata una grave mancanza.

    • Il Ribelle Says:

      “Per quanto riguarda l’analisi dei dati, ricordo solo che in germania le aziende scontano a circa 0,8-1,3% . In Italia se vuoi oggi un credito forse lo spunti al 6,8-7,5%. Non è la conferma delle mie tesi, ma quello che chiedono in banca, quando riesci a farti erogare un credito”

      Esatto. Ma è questo il problema, l’Euro non centra nulla, anzi, senza sarebbe ancora peggio. Ma occhio che la mia non è una difesa ideologica, anzi, è solo una constatazione dei fatti e l’avvertimento che in questo momento mosse sbagliate ci condannerebbero.

  9. Anonimo Says:

    Si, chiamatela come volete, ma una sovranità “politico-economico-monetaria” oggi credo sia l’unica soluzione rimasta. Anche l’Impero Romano sembrava destinato ad un eterno dominio, ma è caduto come oggi può e deve cadere la questione euro. Facendo parte della ragnatela ormai bucata della produttività italiana ed operando nel settore nautico, ho visto chiudere decine e decine di piccole e grandi realtà legate a questo mondo, italico fiore all’occhiello, spesso delocalizzando per esempio in Turchia, se non nella famigerata Cina, con conseguente perdita di maestranze super qualificate ad esempio i “maestri d’ascia” figure ancora indispensabili nel comparto nautico anche se non operano più con “l’ascia” ma con tecnologie oggi molto evolute, e quindi la perdita delle maestranze ha avuto come conseguente risultato il mancato ricambio generazionale. Questo significa perdita di prestigio, perdita di qualità, di competenza. Più passa il tempo e più difficile sarà riacquistare quella competitività qualitativa e di eleganza che ci ha sempre contraddistinti (es. Perini Navi oggi costruisce quasi tutto in Turchia eppure è il costruttore del Falcon Maltese la più bella e innovativa barca a vela del mondo). Qui non si tratta della vecchia cara liretta, dobbiamo rivendicarla la nostra sovranità e l’unico modo e ritornare ad essere quello che siamo, Italiani. Avete mai sentito parlare dell'”Afro”, oppure dell'”Asio” o dell'”Oceanio” credo proprio che questi continenti si guardino bene di fare sciocchezze demenziali come sono state fatte con l’euro. Crediamoci, è tardi ma qualcosa si può ancora fare per non lasciarsi strangolare dal cappio bagnato.

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