TABULA RASA

Quello che vi proponiamo è un articolo risalente al 2017 di Michel Onfray, saggista, filosofo, ed esponente “post-anarchico” della gauche francese, che ha il pregio di rompere l’afasia asfittica delle gabbie semantiche, nelle quali troppo spesso la “sinistra” ama imprigionare se stessa; di fatto negando quelle realtà che non sfuggono assolutamente alla sua comprensione logica, ma che risultano in contraddizione coi nuovi schemini cognitivi mutuati dal politicamente corretto, con tutto il suo stucchevole glossario di ipocrisie polisemiche. La conseguenza è che determinate ‘discordanze’ vanno semplicemente rimosse, per non disturbare la sua narrazione ideologica su conformismo ecumenico, nel terrore di non sembrare abbastanza ‘buoni’, salvo sorprendersi dell’evidente crisi di rappresentatività in un costante scollamento sociale.
 Michel Onfray, con poche ed incisive parole, illustra perfettamente (da sinistra) ciò che a ‘sinistra’ sanno benissimo ma che preferiscono non dire. Ed inserendosi nel solco di un’intelligente revisione critica di certo “multiculturalismo”, che nella migliore delle definizioni si è rivelato un clamoroso errore di valutazione, e che (finalmente!) sta mettendo radici anche a ‘sinistra’, spiega assai meglio di tanti altri zuccherosi commentatori i prodromi all’origine dell’ascesa del sovranismo populista…

«Dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, seguita nel 1991 dal crollo dell’Unione Sovietica e del blocco dell’Est (riguardo al quale si è poi scoperto che, lungi dall’essere un’implacabile macchina di guerra, altro non era che una scenografia in cartapesta), il capitalismo ha potuto espandersi senza i controfuochi marxisti-leninisti. Ed è allora che si ebbe l’accelerazione atomica della globalizzazione.
Questa globalizzazione – voluta con tanto ardore dal capitalismo liberale più duro – ha trovato un alleato inaspettato nella sinistra liberale e in seguito, ancor più paradossalmente, nella sinistra anti-liberale. Il mercato odia le frontiere, disprezza il locale e ciò che ha messo radici, combatte una guerra spietata contro i paesi, riempie di merda le nazioni, orina contro i popoli, e ama soltanto i flussi multiculturali che abbattono le frontiere, sradicano il mondo, devastano ciò che è locale, spaesano i paesi, fustigano le nazioni, diluiscono i popoli a esclusivo beneficio del mercato, l’unico a contare e a dettare legge – la definizione chimicamente pura del liberalismo.
Il capitale vuole l’abolizione delle frontiere per porre fine una volta per tutte a ciò che nell’ambito delle nazioni e dei paesi è stato ottenuto con secoli di lotta sociale. Lo Stato Tale prevede una sicurezza sociale, offre scuole gratuite, il pensionamento a un’età decorosa, un equo diritto del lavoro, un potere sindacale forte, una sinistra che ha a cuore l’autentico progresso sociale – e non un progresso sociale soltanto ipotetico, il cui orizzonte non oltrepassabile si trova nell’affitto dell’utero di donne indigenti a beneficio di coppie ricche, autentico progetto liberale di commercializzazione dei corpi.
Nel frattempo, lo Stato Talaltro si fa beffe delle tutele sociali e pratica la medicina con due pesi e due misure, o quella dei poveri o quella dei ricchi; dispone di un sistema di istruzione, certo, ma a misura di genitori facoltosi in grado di pagare le rette per la loro progenie e privo di utilità per i genitori indigenti; ignora i limiti dell’orario di lavoro e fa sgobbare i lavoratori tutta la giornata, tutta la settimana, tutta la vita, come ai tempi della schiavitù; non conosce il codice del lavoro e trasforma gli operai, gli impiegati, i salariati, i proletari, i precari, gli stagisti in soggetti sottomessi, che devono sobbarcarsi ogni tipo di corvè.
La Russia che si avvicina agli Stati Uniti che rompono con il Messico. L’Inghilterra che si allontana dall’Europa che riallaccia con l’Africa. Mentre l’Australia diventa una megacolonia cinese. Planetario dei cambiamenti globali con il nuovo inquilino della Casa Bianca
Quel che vuole il capitale, il capitalismo, il liberalismo, nella sua versione di destra come nella sua versione di sinistra, è la diffusione del secondo modello e, a tal fine, la scomparsa del primo. Da qui la sua ideologia che prevede l’abolizione delle frontiere, degli stati, delle tutele di qualsiasi tipo, simboliche, reali, giuridiche, legali, culturali, intellettuali.
Non appena viene meno tutto ciò che protegge i deboli dai forti, questi possono disporre dei deboli a loro piacere e i deboli possono essere terrorizzati dal fatto di trovarsi in costante concorrenza, possono essere sfruttati con posti di lavoro precari, maltrattati con contratti a tempo determinato, imbrogliati con gli stage di formazione, minacciati dalla disoccupazione, angosciati dalle riconversioni, messi kappaò da capetti che giocano anche con i loro stessi posti di lavoro. Il mercato detta legge.
Giocando la carta del liberalismo, la sinistra al governo spinge nella medesima direzione del capitalismo con i suoi banchieri. Giocando la carta dell’antiliberalismo, la sinistra definita radicale spinge nella medesima direzione del capitalismo con i suoi banchieri. Perché il capitalismo vuole l’abolizione delle frontiere affinché si crei un grande mercato libero, nel quale a dettar legge sia solo la “libera concorrenza, non quella fasulla”, una volta con la sinistra liberale, un’altra con la sinistra antiliberale.
Queste due modalità d’azione della sinistra hanno gettato il popolo che io chiamo old school alle ortiche: non ci sarebbero più operai, impiegati, proletari, poveri contadini, ma soltanto un popolo-surrogato, un popolo di migranti in arrivo da un mondo non giudeo-cristiano, con i valori di un Islam che, assai spesso, volta le spalle alla filosofia dei Lumi. Questo popolo-surrogato non è tutto il popolo, ne è soltanto una parte che, però, non deve eclissare tutto ciò che non è.
Ebbene, il proletariato esiste ancora, e così pure gli operai, e anche gli impiegati, per non parlare dei precari, più importanti che mai. La pauperizzazione analizzata così bene da Marx è diventata la vera realtà del nostro mondo: i ricchi sono sempre più ricchi e sempre meno numerosi, mentre i poveri sono sempre più poveri e sempre più numerosi.
Se nell’ambito dell’Europa si pratica l’islamofilia empatica, fuori dalle sue frontiere il liberalismo che ci governa pratica un’islamofobia militare. Al potere, in Francia, la sinistra socialista ha rinunciato al socialismo di Jaurès nel 1983 e in seguito, nel 1991, ha rinunciato al pacifismo del medesimo Jaurès prendendo parte alle crociate decise dalla famiglia Bush, che così ha dato all’apparato industriale-militare che lo sostiene l’occasione di accumulare benefici immensi, conseguiti grazie alle guerre combattute nei paesi musulmani.
Queste guerre si fanno nel nome dei diritti dell’uomo: di fatto, si combattono agli ordini del capitale che ha bisogno di esse per dopare il suo business e migliorarne artificialmente le prestazioni. Usare armi significa poterne costruire e immagazzinare altre, ed è anche l’occasione per i mercanti di cannoni di collaudare a grandezza naturale nuovi armamenti e garantirsene la pubblicità presso i paesi che li acquistano. Infine, muovere guerra significa che gli imprenditori avranno la possibilità di ricostruire i paesi da loro stessi devastati ricavandone introiti smisurati.
Se per caso i diritti umani fossero la vera motivazione alla base degli interventi militari degli americani e dei loro alleati europei, tra cui la Francia, per quali motivi non si dovrebbe dichiarare guerra ai paesi che violano i diritti dell’uomo, come Arabia Saudita, Qatar, Cina, Corea del Nord e tanti altri distintamente citati nei rapporti ufficiali di Amnesty International?
Queste guerre americane sono nuove forme di guerre coloniali che, come quelle che le hanno precedute, prendono a pretesto nobili motivazioni: esportare i Lumi occidentali, tra cui la democrazia, in un mondo che li ignora. Lottare contro l’oscurantismo dei talebani, contro la dittatura di Saddam Hussein, contro la tirannia di Gheddafi: sono tutte motivazioni più nobili che dichiarare chiaro e tondo che si va in guerra per saccheggiare le ricchezze del sottosuolo, per confiscare l’oro del Tesoro di una nazione, per assumere il controllo geostrategico delle basi militari, per perlustrare e tenere d’occhio quelle regioni a fini di intelligence, ma anche per sperimentare armi letali e piani di guerra a grandezza naturale che potrebbero costituire una forma di preparazione della repressione di eventuali insurrezioni urbane nei loro stessi paesi.
Queste false guerre per la democrazia, che di fatto sono vere e proprie guerre coloniali, prendono dunque di mira le comunità musulmane. Dal 1991 hanno provocato quattro milioni di morti – vorrei che si leggesse bene questa cifra: quattro milioni di morti – tra le popolazioni civili dei paesi coinvolti. Come si può anche solo immaginare che l’umma, la comunità planetaria dei musulmani, non sia solidale con le sofferenze di quattro milioni di correligionari?
Di conseguenza, non ci si deve stupire se in virtù di quella che Clausewitz definì la “piccola guerra”, quella che i deboli combattono contro i forti, l’Occidente gregario della politica statunitense si trova adesso esposto alla reazione che assume la forma di terrorismo islamico. La religione continua a essere “l’oppio dei popoli” e l’oppio è tanto più efficace quanto più il popolo è oppresso, sfruttato e, soprattutto, umiliato. Non si umiliano impunemente i popoli: un giorno quei popoli si ribelleranno, è inevitabile. E la cultura musulmana ha mantenuto potentemente quel senso dell’onore che l’Occidente ha perduto.
Alcuni, quindi, ricorrono al terrorismo. Con semplici taglierini acquistati al supermercato, alcuni terroristi riescono a far schiantare due aerei contro le Torri Gemelle, mettendo così in ginocchio gli Stati Uniti, ai quali non resta che ammettere – proprio loro, uno dei paesi più militarizzati al mondo – che la loro sofisticata tecnologia, i loro aerei invisibili e le loro navi, le loro bombe nucleari, nulla possono per fermare tre individui armati di lame taglienti come rasoi e determinati a morire nel loro attentato.
In reazione alla privazione della dignità, altri utilizzano le elezioni: il ritorno del popolo alle urne è una risposta alla bassezza di questo mondo capitalista e liberale che è impazzito. Dalla caduta del Muro di Berlino, le ideologie dominanti hanno assimilato la gestione liberale del capitalismo all’unica politica possibile.
L’Europa di Maastricht è una delle macchine con le quali si impone il liberalismo in maniera autoritaria, ed è un vero colmo per il liberalismo… Negli anni Novanta, la propaganda di questo Stato totalitario maastrichtiano ha presentato il suo progetto asserendo che esso avrebbe consentito la piena occupazione, la fine della disoccupazione, l’aumento del tenore di vita, la scomparsa delle guerre, l’inizio dell’amicizia tra i popoli.
Dopo un quarto di secolo di questo regime trionfante e senza opposizione, i popoli hanno constatato che ciò che era stato promesso loro non è stato mantenuto e, peggio ancora, che è accaduto esattamente il contrario: impoverimento generalizzato, disoccupazione di massa, abbassamento del tenore di vita, proletarizzazione del ceto medio, moltiplicarsi di guerre e incapacità di impedire quella dei Balcani, concorrenza forzata in Europa per il lavoro.
A fronte di questa evidenza, il popolo dà cenno di ritorno. Per il momento si affida a uomini e donne che si definiscono provvidenziali. Il doppio smacco di Tsipras con Syriza in Grecia e di Pablo Iglesias con Podemos in Spagna mostra i limiti di questa fiducia nella capacità di questo o quello di cambiare le cose restando in un assetto di politica liberale. Anche Beppe Grillo e i suoi Cinque Stelle invischiati negli scandali a Roma vivono un flop di egual misura.
La Francia, che nel 2005 ha detto “no” a questa Europa di Maastricht, ha subito una sorta di colpo di Stato compiuto dalla destra e dalla sinistra liberale che, nel 2008, hanno imposto tramite il Congresso (l’Assemblea nazionale e il Senato) l’esatto contrario di ciò che il popolo aveva scelto. Mi riferisco al Trattato di Lisbona ratificato da Hollande e partito socialista e da Sarkozy e il suo partito. Gli eletti del popolo hanno votato contro il popolo, determinando così una rottura che ora si paga con un astensionismo massiccio o con decine di voti estremisti di protesta.
Altri paesi ancora che hanno manifestato il loro rifiuto nei confronti di questa configurazione europea liberale – mi riferisco a Danimarca, Norvegia, Irlanda, Svezia, Paesi Bassi – sono dovuti tornare a votare per rivedere le loro prime scelte. La Brexit è in corso e assistiamo in diretta a una sfilza di pressioni volte a scavalcare la volontà popolare.
A fronte della globalizzazione del capitalismo liberale, alle prese con le guerre neocoloniali statunitensi, davanti ai massacri planetari di popolazioni civili musulmane e a guerre che distruggono paesi come Iraq, Afghanistan, Mali, Libia, Siria, provocando migrazioni di massa di profughi in direzione del territorio europeo; a fronte dell’inettitudine dell’Europa di Maastricht, forte con i deboli e debole con i forti, il popolo sembra deciso a voler fare tabula rasa di tutti coloro che, vicini o lontani, hanno avuto una responsabilità precisa nel creare la terribile situazione nei loro paesi.
Una volta ottenuta questa tabula rasa, non è previsto che ci sia alcun castello nel quale riparare, perché è impossibile che vi resti un castello. A quel punto sembra che non ci resterà che un’unica scelta: la peste liberale o il colera liberale. O il contrario. Trump e Putin non potranno farci nulla. È il capitale a dettar legge. I politici obbediscono e i popoli subiscono

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7 Risposte to “TABULA RASA”

  1. Leggo rincuorato che non sono il solo a considerare il sistema UE un regime a vocazione totalitaria.
    Non sono sicuro che siamo vicini a un redde rationem (non per niente l’articolo di Onfray è di due anni fa, e il sistema è ancora in auge), ma a meno di un clamoroso cambio di paradigma – al momento inimmaginabile – un momento Polanyi prima poi arriverà. Proprio per le ragioni che Onfray descrive, è presumibile che tale momento sarà governato dalle destre.
    Consoliamoci col dire che se non altro stiamo vivendo tempi interessanti.

    • Sarà lo spirito dei tempi, ma mai come oggi la psicologia collettiva delle masse si è rivelata tanto intrinsecamente reazionaria, con l’aggiunta di venature apertamente fasciste (quando non ammiccanti al nazismo), peraltro da sempre immanenti nel più profondo substrato culturale degli italiani. Ci voleva poco a solleticarlo.
      Il risultato è che oggi abbiamo un parlamento europeo ancora più a destra di quello che l’ha preceduto, e che probabilmente verrà egemonizzato da una coalizione a trazione liberale, dove la preminenza delle politiche ordoliberiste sarà ancora più accentuata, col prezioso apporto dei clerico-fascisti dell’Europa Orientale (un grande acquisto davvero in termini di democrazia) più concentrati a riportare i diritti civili e sociali al medioevo, piuttosto che contestare la sovrastruttura economica vigente.
      Per il resto, al di là dell’interesse storico, in tutta sincerità non è che proprio ci tenessi molto a vivere di persona l’atmosfera degli Anni ’30, ma senza Keynes ed il New Deal, e con un citrullo come Trump al posto di Roosevelt.
      Quello che Onfray trascura è la totale assenza di coscienza da parte di una massa amorfa che ne è sprovvista proprio di qualsiasi tipo.
      E’ bastato lo sbarco di qualche migliaio di ‘negri’ mezzi assiderati e morti di fame, per terrorizzare un’intero continente e sdoganare l’impensabile. Che manco fossero arrivati gli Unni di Attila!
      Temo che il Momento Polanyi dovrà ancora aspettare… Per intanto, noi in Italia abbiamo gente che, quando non gioca con le pistole, pensa che le banconote crescano sugli alberi dello zecchino d’oro, per un incrocio tra Re Mida e Gesù Cristo (la moltiplicazione ad libitum di pani, pesci, pensioni, stipendi, sussidi, spesa pubblica, defiscalizzazioni, e tutto il companatico) nell’infinità illimitata delle disponibilità economiche e fiscali.
      Con simili elementi di contrasto, la peste liberale (o meglio “liberista”) imperverserà ancora per parecchio, dettando le regole del gioco anche ai riottosi bambocci in camicia nera.

  2. Caro Sendivogius,
    Tutto giusto, ma senza dimenticare che la xenofobia diffusa nel paese Europa non è un flagello piovuto inapinatamente dal cielo: essa è una conseguenza delle politiche ordoliberiste che hanno distrutto (senza avere ancora finito l’opera) il welfare europeo, quel sistema di sicurezza sociale di cui giustamente l’Europa andava fiera sia socialmente che culturalmente.
    Non si può deplorare la massa amorfa, se una crescente fetta di individui manca di consapevolezza ed empatia perché si vede precipitare nella miseria e – peggio – nella mancanza di futuro.
    Non si può predicare l’accoglienza indiscriminata da una parte, argomentando magari problemi demografici (sic) e di sostenibilità previdenziale (sic), e dall’altra non fare assolutamente nulla per frenare l’emorragia di giovani che dopo aver conseguito un diploma o una laurea si vedono costretti a migrare. Negli ultimi dieci anni il numero di costoro è stato più o meno pari al numero degli arrivi dall’altra sponda del mediterraneo: importiamo bassa manovalanza (quando va bene, quando no criminalità) ed esportiamo tecnici. Un affarone…
    Un’altra osservazione: è magari vero che c’è gente che pensa che le banconote crescono sull’albero dello zecchino d’oro, ma la cosa fa culturalmente il paio con chi dall’altra parte è ancora convinto che il denaro sia scavato nelle miniere.
    Il denaro, dalla sospensione del trattato di Bretton Wood nel 1971, è diventato “moneta fiduciaria”, nasce dall’albero delle rotative delle Banche centrali, senza alcun sottostante.
    La BCE dal 2012 ne ha stampato 3 trilioni, e sono 17 mila i miliardi di dollari di liquidità immessa a vario titolo nel sistema finanziario dagli Stati per salvare le banche dalla crisi che esse stesse avevano provocato.
    E nonostante ciò siamo ancora in deflazione, a dispetto delle varie teorie inflazionistiche.
    Del resto anche Keynes, di cui giustamente sentiamo la mancanza in questo presente, è stato fra i primi a dire che uno Stato può trovarsi nell’impossibilità di costruire una strada, un ponte o una casa per carenza di asfalto, cemento, mattoni e uomini; mai per mancanza di denaro.
    Più recentemente Draghi, a domanda, ha dovuto ammettere che la BCE non potrebbe mai restare a corto di soldi; e Stiglitz prima di lui ha affermato che uno Stato, finché rimanga indebitato nella propria moneta, non può mai fallire (vedi Giappone, il cui debito è al 240%, di cui quasi la metà posseduto dalla propria Banca centrale).
    Per cui fra le due rappresentazioni circa la provenienza del denaro (l’albero degli zecchini d’oro o la miniera) direi che la più aderente alla realtà è la prima.
    PS: Non so se hai dato un’occhiata al mio ultimo post, dove traduco un articolo dell’economista francese Jacques Sapir (certamente non uno sprovveduto) a proposito dei Minibot. Vi è un’analisi molto chiara delle dinamiche che sottostanno all’idea, e merita essere letto.

    • Carissimo Mauro… In linea di massima noi siamo (sempre) d’accordo. Poi, com’è noto, il diavolo si nasconde nei dettagli.
      Non sono mai stato un entusiasta ostensore dell’idealistica (quanto irrealistica) utopia delle frontiere spalancate ad un’immigrazione di massa incontrollata. E più volte, su queste stesse pagine, senza indulgere nell’autocitazionismo, ho avuto modo di circostanziare la mia opinione in merito, alienandomi non poche simpatie a ‘sinistra’ (non che ci abbia perso il sonno la notte!).
      Le migrazioni NON sono un fenomeno naturale inevitabile: i terremoti, le eruzioni vulcaniche, le macchie solari… sono “inevitabili”.
      Le migrazioni sono un fenomeno umano. Ed in quanto tali possono essere gestite, controllate, ed all’occorrenza contenute.
      Che la ‘sinistra’ si sarebbe impiccata a questo ultimo feticcio ideologico, non avevo il benché minimo dubbio. Che gli effetti sarebbero stati catastrofici era fin troppo facile prevederlo (tranne che per la diretta interessata). E l’abbiamo argomentato ripetutamente, intuendo le (evidenti) conseguenze che puntuali si sono avverate.
      Ma da lì a delirare di invasioni e di sostituzioni etniche ce ne corre!
      In tutta sincerità, un conto è coltivare criticamente un certo pragmatismo per cinico realismo (a volte è necessario ed io non indugio nei sentimentalismi), mutuato da un principio di necessità cogente; tutt’altra questione sono invece le scene di isterismo collettivo, le manifestazioni di odio puro, le suggestioni metapolitiche di una massa amorfa che si sente viva solo quando fa la faccia feroce, aizzata dal demagogo di turno. E che sì, deploro e biasimo, senza attenuanti. Non ne possiede più: quando la massa da amorfa si risveglia nazista, per quel che mi riguarda, perde ogni diritto ad essere compresa e giustificata. L’assenza di consapevolezza (come l’ignoranza) non è una scusa, ma è essa stessa una scelta. E come tale ha un prezzo.

      Sul secondo aspetto più propriamente ‘macroeconomico’, detto in modo assai semplicistico: tutta l’emissione di moneta si regge su un rapporto fiduciario, per un inganno condiviso. Si attribuisce un valore fittizio ad un pezzo di carta filigranato che materialmente non ne avrebbe nessuno, almeno da quando (per ovvi motivi) non esiste più il gold-standard.
      Bretton Woods di fatto rifletteva i nuovi equilibri in campo ‘atlantico’ emersi dopo la fine della seconda guerra mondiale. Era un sistema di cambio interamente incentrato sul dollaro, nella preminenza degli interessi economici USA e della sua stabilità monetaria. E questo senza alcun controllo sulle emissioni valutarie statunitensi, che in pratica determinavano tanto i tassi di cambio, quanto il prezzo delle commodities, esportando la propria inflazione a tutti gli altri paesi-satellite agganciati ad un sistema monetario, pensato e concepito a tutto vantaggio dell’economia americana, con correttivi e compensazioni minime. E istituiva quale elemento di equilibrio e ribilanciamento finanziario una cosina come il Fondo Monetario Internazionale, del quale (insieme alla Banca Mondiale) è persino inutile parlare. In pratica, è stato lo strumento egemonico volto a sancire (e salvaguardare) la supremazia USA e le sue politiche neo-coloniali in America Latina (e Africa). Aveva pure dei vantaggi… ma personalmente non me lo rimpiangerei poi troppo.
      L’alternativa però non è la possibilità di immissione illimitata di valuta senza alcun sottostante. Perché a qualche cosa il valore della moneta lo devi pure agganciare… siano essi asset strategici, riserve auree, risorse naturali, beni immobili… altrimenti, per l’appunto, è carta straccia.
      Insomma, il debito si finanzia innanzitutto con dei “collaterali di garanzia”, senza i quali i titoli del Tesoro non avrebbero alcun valore, e verrebbero scambiati a tassi di interesse iperbolici, magari distinguendo tra debito “implicito” ed “esplicito”, meglio se in rapporto al prodotto interno lordo ed al saldo primario sullo stock debitorio.
      Il ché non implica doversi impiccare a parametri francamente assurdi come la regola divinizzata del 3% e poi sforare per fornire liquidità virtuale alle banche private, che sottoscrivono il debito statale acquistando i titoli del Tesoro che quel debito lo finanziano, per poi scommettere sul fallimento di quegli stessi Stati che ne hanno ripianato le perdite sui mercati speculativi. Questo è un assurdo kafkiano, che la depressione economica ha solo momentaneamente congelato, ma in alcun modo debellato.
      Tuttavia, nemmeno è una soluzione stampare tonnellate di banconote, che vengono garantite dalla Banca Nazionale, che ne converte il valore in emissioni obbligazionarie, che poi ricompra da sé per mantenerne stabile il valore, in un’enorme partita di giro.
      Se l’inflazione non aumenta è perché l’intera produzione industriale è volta a mantenere il saldo della bilancia dei pagamenti in attivo, attraverso massicce esportazioni. E per essere “competitiva”, lo fa comprimendo quanto più possibile i salari e contenendo i costi della manodopera, in tal modo ‘deprime’ il mercato interno dei consumi, in un circolo tutt’altro che virtuoso, sempre in bilico tra deflazione e stagnazione.

      P.S. Leggo sempre i tuoi articoli; tutti ed indistintamente..;)
      Si parva licet componere magnis, i Mini-Bot teorizzati da J.Sapir sembrerebbero molto simili ai MeFo wechsel del III Reich.
      In sintonia col nuovo corso sovranista in ambito economico, su wikipedia si può leggere il freschissimo aggiornamento della voce dedicata ai MEFO, che sembrano essere diventati la panacea per ogni male economico, con velati suggerimenti al presente, tanto a stento la redattrice riesce a contenere l’entusiasmo.
      Nel piccolissimo della mia infima ignoranza in materia, io ne avrei una visione un po’ più scettica, che a suo tempo avevo condensato QUI. A scanso di equivoci, me li aveva proposti un “nazionalsocialista” (leggi nazista), come se fossero l’uovo di Colombo. Perché ‘ste cose piacciono loro una cifra. E dunque comprenderai la durezza della replica.
      Tuttavia, se la soluzione era così semplice ed a portata di mano, non si capisce perché diamine non sia stata più messa in pratica negli ultimi 75 anni, con la massiccia emissione di cambiali, presumibilmente pagabili al portatore, e garantite dalla Banca Centrale alla stregua di certificati di credito fiscale a circolazione fiduciaria, per la creazione di un sistema di cambio parallelo rispetto alla moneta corrente, con linee di credito praticamente illimitate ed inesauribili.
      Se così fosse, non si capisce perché mai uno dovrebbe alzarsi tutte le mattine prima dell’alba, per svolgere lavori che odia, con stipendi indegni. E perché farlo fino a 70 anni, per avere in cambio pensioni da fame, quando invece esiste un moltiplicatore infinito di salari e denari, per un’incondizionata capacità di spesa che rifinanzia se stessa su moto perpetuo?
      Insomma, avere a disposizione il Pozzo di S.Patrizio e non attingervi!

  3. Diciamo che siamo d’accordo sul fatto che per alcune questioni ci troviamo in disaccordo. 🙂
    Probabilmente una discussione diretta, fuori dalle lungaggini epistolari, servirebbe a sgomberare buona parte delle (poche, peraltro) incomprensioni. Così rischia di essere interminabile e defatigante.
    Ci saranno altre occasioni per approfondire, magari quando i fatti indurranno ciascuno di noi a revisioni cognitive: sono tempi interessanti (la fine della storia è ben di là da venire) e ho la presunzione di pensare che entrambi disponiamo di sufficiente onestà intellettuale per non avere remore a imparare da ciò che accade anche se ciò che accade non è in linea con le nostre chiavi di lettura.
    Volevo solo fare un’osservazione metodologica.
    Non è corretto confutare una tesi sulla base del fatto che “se la soluzione era così semplice e a portata di mano, non si capisce perché diamine non sia stata più messa in pratica prima”.
    Questa è la fallacia che definisco “dell’uovo di Colombo”. Sai bene che esistono dinamiche perverse, di inerzia cognitiva e SOPRATTUTTO DI POTERE, che spesso e volentieri impediscono di perseguire le soluzioni più adeguate semplicemente perché collidono con gli interessi costituiti.
    Un esempio è la crisi del 2008, che stiamo tutt’ora scontando, frutto dell’abolizione, a opera di Clinton, del Glass Steagal Act e della separazione fra banche d’affari e banche commerciali che esso comportava.
    Se ricordi, all’indomani della crisi furono alti i proclami che si sarebbe riveduta l’intera normativa bancaria, all’insegna del “mai più”… Sono trascorsi undici anni da allora e nulla è cambiato.
    Un altro esempio d’attualità è l’ideologia dell’austerità espansiva, che tanti disastri ha procurato in questo stesso periodo, e che continua a dispetto dell’evidenza a essere imposta come se i fatti non l’avessero largamente confutata.

    • A dire il vero (e magari lo si nota), io adoro certe “lungaggini epistolari” che costituiscono per me un’impagabile occasione di scambio e di arricchimento culturale, nel libero fluire delle idee. Merce assai rara di questi tempi fatti di slogan urlati.
      Figurati dunque se mi lascio sfuggire certe occasioni… Altrimenti non mi dilungherei tanto. E scusa il gioco di parole..;)
      Probabilmente, tornando al tema da te sollevato, il mio scetticismo critico riguardo ai minibot, o il loro equivalente in CCF, scaturisce soprattutto in riferimento ai precedenti storici (su quelli mi posso basare come evidenza empirica), che pur animati da ottime intenzioni fallirono, determinando l’effetto esattamente opposto a quello sperato: dagli “assegnati” francesi, ai “billimbiques” messicani, fino ai “patacon” (mai nome fu più evocativo) argentini, o il “rentenmark” di Weimar.
      Peraltro avevano tutti la stessa prerogativa: essere escamotage valutari di stati falliti.
      Poi ci sarebbe un piccolo particolare di natura pratica: una moneta alternativa al corso ufficiale (stabile sui mercati di cambio) non potrebbe essere usata come mezzo di pagamento con soggetti e fornitori extranazionali. E risponderebbe peraltro ad una regola semplice: moneta buona scaccia quella cattiva, con inevitabile svalutazione della stessa; perdita di valore per gli introiti fiscali; aggravio di spesa per i debitori.
      Poi io non sono assolutamente un esperto di politiche monetarie e posso benissimo sbagliare, restando sempre aperto a ogni revisione.
      Sull’inerzia cognitiva ti do perfettamente ragione, ma a maggior ragione non sarebbe più facile e pratico cambiare quei trattati che non funzionano più (ammesso e non concesso lo abbiano mai fatto), invece di inventare nuovi strumenti di liquidità finanziaria?
      Sempre che si abbia la volontà di farlo… perché a parole sono tutti d’accordo, ma poi nei fatti…

  4. francesco rufini Says:

    Poiche l’amm.ne pt ha deciso di non prestare piu il servizio postemail dal I°/07 prossimo Vi sarò immensamente grato se vorrete indirizzarmi le vs missive al mio nuovo indirizzo.Siete una pagina di conforto in un mondo di m…..(la mere du mer est tombe dan la m….)Grazie.Francesco Rufini TIVOLI

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