Brodo di cottura

Certi argomenti vanno maneggiati con cura. La delicatezza della faccenda è tale, da richiedere la massima circospezione per comprovate esigenze di profilassi…
Certe questioni, come le deiezioni canine, rischiano infatti di rimanerti appiccicate sotto la suola delle scarpe con tutto il loro fetore rappreso…
Notoriamente, tanto per usare un’espressione familiare ai consiglieri laziali: la merda più la smucini e più puzza!

E pur tuttavia, nella nostra cinica indifferenza, noi comuni mortali non ci siamo accorti di quale terribile dramma si stia consumando, proprio in questi frangenti, nel mondo patinato della “libera informazione”, mobilitato in massa su reazione auto-conservativa, per assistere preoccupato alle sorti del tenero Alessandro Sallusti, il giornalista libero e indipendente, dallo stile sobrio e gentile, che rischierebbe (e beato chi ci crede!) la carcerazione per qualche offesa di troppo.
Il personaggio in oggetto non ha bisogno di particolari presentazioni. Chiunque, per appartenenza professionale, inclinazioni sessuali, tendenze politiche, provenienza sociale.. nel corso di questi lunghi anni è stato omaggiato dagli sputazzi e le palate di letame, che l’inconfondibile Sallusti getta a piene mani dalle redazioni dei giornalini padronali presso i quali si passa la staffetta (Libero e Il Giornale), per conto delle nuove Agenzia Stefani coi suoi corifei prezzolati del regime berlusconiano e le relative escrescenze fecali a mezzo stampa.

Chi vuole, può trovare QUI una breve illustrazione sull’esprit libre dell’eroico perseguitato dal Sistema. A protezione del papi-warrior si è schierato l’universo mondo dei media mainstream, insieme all’intero arco parlamentare su mobilitazione trasversale, in quella che (ad essere maliziosi) assomiglia tanto ad una difesa corporativa di natura castale.
Tra i soccorritori in cavalleresco supporto, si distingue per zelo l’insospettabile Marco Travaglio: il castiga-papi folgorato sulla via de “Il Giornale”; il vate del grillismo militante che farebbe carcerare mezzo mondo, ma non il collega che di quel mondo è da sempre l’alfiere a libro paga.
Per i palati più raffinati, c’è da segnalare lo sgangherato editoriale di Giovanni Valentini, pubblicato su La Repubblica, dove si esibisce in una imbarazzante difesa d’ufficio che sembra ricalcata in toto sulle tesi di un Cicchitto o un Gasparri..!

«Per commentare l’inverosimile caso di Alessandro Sallusti, ultima vittima designata di una giustizia ingiusta, basterebbe citare una celebre frase: “Non condivido le tue idee, ma mi batterò fino alla morte affinché tu possa esprimerle”.»

Giovanni Valentini
Quando un direttore rischia la galera
La Repubblica – (22/09/2012)

Non per niente, il ricorso alla “galera” costituisce in sé un fatto aleatorio e dunque relativo… Finché a finirci dentro sono dei perfetti sconosciuti (o gli ‘altri’) va sempre bene, o comunque frega loro ben poco, ma se ad essere castigato è uno della sacra categoria, santificata dall’iscrizione ad un Albo, allora cambia tutto..!
Nella fattispecie il povero Sallusti, il vurdalak riesumato dalle cripte della Curia comasca, ha solo sfruttato il dramma privatissimo e delicatissimo di una ragazzina che ricorre all’aborto, trasformando la notizia in uno straccio ideologico da agitare contro l’esecrata magistratura, per galvanizzare le falangi sanfediste di certo berlusconismo che però nulla hanno mai avuto da eccepire sugli squallidi giri di prostituzione minorile nelle alcove del papi nazionale.
Ed ora, mentre se la fa visibilmente addosso in attesa della sentenza, Sallusti è di una tenerezza irresistibile mentre pigola le sue ragioni, farfugliando qualcosa sulla libertà di stampa…
A tal proposito, è interessante ripercorrere le paginette che Il Giornale a direzione Sallusti dedicò a suo tempo alla cosiddetta “Legge Bavaglio” ed al decreto “ammazza-blog” (dei quali avevamo parlato in esteso QUI e QUI), regalandoci illuminanti disamine sul tema… La normativa, fortissimamente voluta dal PdL, introduceva pesanti limitazioni della libertà di espressione, con un’estensione allargata delle sanzioni penali (ma con aggravio di pena) a bloggers, siti amatoriali ed informativi senza scopo di lucro. Sono le stesse sanzioni  attualmente previste per le testate giornalistiche registrate e per i loro direttori. Questi ultimi però sono economicamente protetti (e pagati) dal proprio editore, che di solito risponde in solido dei risarcimenti e delle spese legali. E sono altresì le stesse sanzioni contro le quali oggi il giornalismo professionale tuona all’unisono, in difesa di Sallusti e rigorosamente pro domo sua.
Per esempio, in merito al disegno di legge n.1611, presentato dall’accoppiata sicana Alfano-Centaro di quel delle libertà, si prevedeva un inasprimento delle pene detentive da uno a cinque anni, contro chiunque indebitamente notizie inerenti ad atti o a documentazione del procedimento penale coperti dal segreto, dei quali è venuto a conoscenza in ragione del proprio ufficio; nonché l’obbligo di rettifica entro 48h con pubblicazione integrale delle insindacabili rimostranze, fornite dalla (presunta) parte lesa, con la massima evidenza e senza alcun commento.
Dinanzi ad una serie di proteste legittime (ancorché inutili) contro il tentativo censorio, così si esprimeva il buon Filippo Facci dalle colonne de “Il Giornale”:

 «A un certo vittimismo di categoria stile mi-straccio-le-vesti, roba insomma da giornalisti, ora si aggiunge un’antistorica e anche un po’ patetica – mi scuseranno – pretesa di separatezza da parte dei cosiddetti blogger, i proprietari cioè di blog e di siti internet che per il prossimo 14 luglio hanno indetto uno sciopero: in pratica significa che non aggiorneranno i loro blog con ciò ritenendo – mi scuseranno ancora – che gliene freghi qualcosa a qualcuno. Loro la chiamano “giornata di protesta contro il decreto Alfano e l’emendamento ammazza-internet”, che poi sarebbe quella parte del decreto (comma 28, lettera A dell’Art.1)
[…] In pratica, cioè, dovrebbero comportarsi come il resto della stampa ed esserne più o meno equiparati: e peggior bestemmia per loro non esiste….
Che cosa vogliono costoro? È semplicissimo: vogliono che la rete resti porto franco e che permanga cioè quella sorta di irresponsabile e anarchica allegria che era propria di una fase pionieristica di internet e che era precedente a quando “la rete” non era ancora divenuta ciò che è ora: un media rivoluzionario, ma pur sempre un media, dunque la propaggine di altri media anche tradizionali che sono regolati dalla legge come tutto lo è.»

 Filippo Facci
 “Decreto Alfano: chissenefrega dello sciopero dei blogger”
Il Giornale – 07/07/2011

Il generoso editorialista ci tiene comunque a ribadire che gli assennati non hanno niente da temere. Ne hanno i cretini, gli anonimi e i disinformati. Si potrebbe obiettare che le cose non stanno sempre così e che non tutti hanno le risorse economiche per poter affrontare le spese legali, inerenti pretestuose richieste miliardarie di risarcimento danni che, com’è noto, non costano nulla al querelante e costituiscono un ottimo strumento di intimidazione e censura.
E certi accorgimenti, dettati da una doverosa prudenza, sono più che leciti fintanto che in Parlamento circolerà gente come l’avv. Maurizio Paniz, quello tuttora convinto che Ruby sia la nipote di Mubarak, che va predicando in giro:

«Devono essere sanzionati i giornali che pubblicano e i giornalisti. I giornalisti con una misura di rilevanza penale. Il giornalista che pubblica ciò che non può pubblicare dovrebbe subire una sanzione pensale. Il carcere magari è un percorso più lungo… Ci vorrebbe una sanzione da 15 giorni a un anno, poi il giudice graduerà a seconda della violazione, vedrà se sono possibili riti alternativi, pene pecuniarie o multe o se il giornalista debba andare in carcere.»

 Maurizio Paniz
(05/10/2011)

All’ossigenato Facci che non perde occasione di ribadire quant’è coraggioso lui che ci mette la faccia, con l’editore alle spalle che rifonde i danni di eventuali querele, dall’alto delle sue tutele contrattuali, e al quale ora tremano le dita sulla testiera insieme all’altro leone di carta, Vittorio Feltri, si potrebbe chiedere loro perché mai un Alessandro Sallusti non dovrebbe rispondere di insulti e falsità come chiunque altro. E di cosa abbiano tanto da lamentarsi, se adesso viene applicato quanto previsto dalla Legge, tanto invocata dallo stesso Facci…
Nella fattispecie, si tratta degli articoli 595, 596, 596bis, 597 e 599, del Codice Penale:

Art. 595 c.p. – Diffamazione
Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 1.032 euro.
Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a 2.065 euro.
Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a 516 euro.
Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.

Art. 596-bis c.p. – Diffamazione col mezzo della stampa.
Se il delitto di diffamazione è commesso col mezzo della stampa le disposizioni dell’articolo precedente si applicano anche al direttore o vice-direttore responsabile, all’editore e allo stampatore, per i reati preveduti negli articoli 57, 57-bis e 58.

È vero! Il povero Sallusti non ha mai scritto l’articolo incriminato e pubblicato da quella vasca di liquami senza eguali, chiamata Libero, della quale Sallusti era malauguratamente direttore…
Infatti è stato inquisito ai sensi dei famigerati articoli 57 e 57bis, 58 e 58 bis del Codice Penale, che disciplinano la “responsabilità del direttore e dell’editore:

Art. 57 c.p. – Reati commessi col mezzo della stampa periodica.
Salva la responsabilità dell’autore della pubblicazione e fuori dei casi di concorso, il direttore o il vice-direttore responsabile, il quale omette di esercitare sul contenuto del periodico da lui diretto il controllo necessario ad impedire che col mezzo della pubblicazione siano commessi reati [528, 565, 596bis, 683, 684, 685], è punito, a titolo di colpa, se un reato è commesso, con la pena stabilita per tale reato, diminuita in misura non eccedente un terzo.

Che l’intera normativa vada rivista ed il reato di diffamazione ridefinito è indubbio.
E il sedicente “Popolo delle Libertà” ha tentato più volte di provvedere in tal senso… cercando di quadruplicare le sanzioni ed estendendo la carcerazione con un inasprimento delle pene detentive!
Prima che l’abnormità della sanzione riguardasse il fedele Sallusti, i pretoriani del papi imperiale non s’erano mai posti il problema, se non in termini ulteriormente repressivi, irridendo quanti impugnavano la questione:

«Irresistibili. Appena qualcuno ne lancia uno, con riflesso pavloviano scattano penna in pugno a sottoscriverli. E così è successo ieri, non appena un gruppo di editori ha ri-lanciato un appello “In difesa della libera informazione”, identico a quello pre-lanciato lo scorso anno al Salone del Libro di Torino contro il ddl intercettazioni. Stessa materia di discussione, stesso governo in carica e quindi stesse urla scandalizzate.
[…] Ora, a parte che la “piena democrazia”, semmai, si gioca sul difficilissimo equilibrio fra libertà di informazione da una parte e tutela della privacy del cittadino dall’altra (un aspetto che i pasdaran del «Pubblichiamo tutto, sempre e subito», anche i contenuti delle intercettazioni penalmente irrilevanti, tendono a dimenticare)… E a parte il fatto che fra il minacciare il carcere per i giornalisti e il pubblicare indiscriminatamente qualsiasi carta esca dalle Procure c’è tutto lo spazio per una civile discussione senza per forza parlare di legge “fascista” come ha fatto l’Idv appena letto l’appello… A parte tutto questo, il manifesto degli editori pone un dubbio e una domanda. Il dubbio è che appelli come questo siano atti di militanza intellettuale, legittima se la si ammette ma ipocrita se si vuole fare “quelli che noi siamo super partes”
[…] Se il principio della libertà di informazione è sempre sacro, la sua difesa a volte – quando è strumentale – rischia di diventare, se non falsa, profana.»

 Luigi Mascheroni
 “Editori uniti anti-bavaglio Un’accolita di ipocriti che grida alla censura
Il Giornale – (11/10/2011)

Per l’appunto, basta con le ipocrisie. E dunque, giusto per fare il verso a Filippo Facci, chissenefrega di Sallusti!

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Una Risposta to “Brodo di cottura”

  1. riccardog Says:

    Reblogged this on L'Opinione Politica and commented:
    Un interessante articolo sull’ipocrisia e sul nostro misero (all’occorenza) codice penale…

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