Archive for the Kulturkampf Category

LA SCATOLA VUOTA

Posted in Kulturkampf, Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , on 28 giugno 2020 by Sendivogius

Dovevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno; l’hanno svuotata come un branco di felini alla fame, fino all’ultimo boccone.
Dovevano ‘moralizzare’ il Paese… E l’hanno infestato con un’orgia di scappati di casa, senz’arte né parte, più imbecilli che onesti, pescati a casaccio su facebook, perché tanto uno valeva l’altro; quindi miracolati con un seggio da “cittadino” deputato, in una grottesca parodia della Rivoluzione francese, sempre citata a sproposito e digerita malissimo.
Dovevano guidare la Crociata dell’Onestà. E si sono fermati per strada, sul lungo cammino verso la Terra Promessa, a sgraffignare qua e là tutto quello che potevano, accompagnandosi ai personaggi più assurdi ed inquietanti.
Succede, soprattuto quando lanci allo sbaraglio una setta di imbarazzanti coglioni pieni di sé, in dissociazione permanente da ogni principio di realtà, cresciuti appresso ad un santone digitale.

“Devi farne di strada bimbo, se vuoi scoprire com’è fatto il mondo, con le tue scarpine chicco corri nel sole, giochi alla vita che cresce insieme a te. E se la sera ti fa un po’ paura, trovi un amico che a casa, ti accompagnerà.”

Nell’immacolato mondo a cinque e più patacche, dove ogni commistione con le più elementari nozioni di competenza ed efficienza viene vissuta come contaminazione da colifecali, è quasi conseguenza naturale che, diffidando degli onnipervasivi “poteri forti” annidati ovunque, ci si affidi poi alla ricerca salvifica di un “podestà forestiero”, a cui affidare l’amministrazione dell’ordinario, promosso ad evento epocale per propaganda annessa, sull’onda lunga dell’Effetto Dunning-Kruger.
Da qui la scelta di perfetti Signor Nessuno, sconosciuti a chiunque se non (forse) nelle secrete stanze della Casaleggio Associati, là dove tutto si puote, tra mitomani e millantatori professionisti, meglio se estratti a sorteggio tra i famosi “talenti italiani all’estero”. Il dramma tutto nostrano non risiede nel fatto che simili cervelli fuggano via a cercar fortuna in qualche Promiseland straniera, bensì nell’evidenza che prima o poi ritornano sempre, tale è l’appeal della Terra di Bengodi con le sue insperate prospettive.
Altrimenti non si spiegherebbe la scoperta e pronta promozione di misconosciuti talenti straordinari come Pasquale Tridico da Scala Coeli, 44 anni (portati malissimo), planato alla presidenza dell’INPS per liberare quante più risorse possibili verso il demenziale “reddito di cittadinanza” (la paghetta di Stato per gli Sdraiati) e permettere così al “capo politico” di annunciare la sconfitta della povertà dal balcone del Palazzo, dove nel frattempo è arrivato il gommoso citrullo, ex bibitaro dello Stadio S.Paolo.
Della conduzione INPS sotto l’eccelso prof. Tridico, in 12 mesi vissuti pericolosamente, si ricorderà soprattutto la disastrosa gestione dei pagamenti della cassa integrazione in tempi di Covid, slittati di mesi tra un ritardo e l’altro, ma prima c’era stato il gran pasticcio delle pratiche on line (i soliti hackers), e l’errore di calcolo delle pensioni ordinarie.
Certo è niente rispetto all’immenso Domenico Parisi da Ostuni, in arte “Mimmo”, 54 anni e 18 pagine di curriculum, professore di Demografia e Statistica dell’Università statale del Mississippi (nella metropoli di Starkville coi suoi 25mila abitanti), data scientist ed esperto di sociologia rurale, messo a capo dell’Agenzia Nazionale Politiche del Lavoro (ANPAL), con poteri quasi assoluti.


Era quello che doveva aiutare Giggino Di Maio a sconfiggere la povertà e creare milioni di nuovi posti di lavoro per un miracolo tutto italiano, ai tempi inquietanti della “Manovra del Popolo” (il gusto per le stronzate roboanti non l’hanno perso). Per il momento, l’unico impiego creato è quello di Mimmo, nonché degli altri 3.000 navigator fatti imboccare a carico pubblico e pagati a peso d’oro per fare nulla: 1.700 euro netti, ai qual vanno aggiunti i 600 euro di bonus previsti per la crisi da pandemia Covid. Si tratta di un totale di 70 milioni di euro l’anno lanciati all’aria, per non trovare lavoro a nessuno e mantenere a babbo morto i navigatori.

Come riportato in un articolo dell’Aprile 2019, l’esimio prof. Parisi…

“ha trascorso gli ultimi due decenni a studiare i cittadini del Mississippi. Lo ha fatto al timone di Nsparc, un piccolo centro di ricerca della Mississippi State University. Parisi raccoglie e analizza milioni di dati sui cittadini, incluso dove hanno frequentato il college, se hanno ricevuto buoni pasto o sussidi di disoccupazione, quanto guadagnano e altro ancora. Ora Parisi torna nella sua Italia, portandosi tutto quello che ha imparato sulla forza lavoro e il comportamento umano per realizzare ciò che non è stato in grado di fare in Mississippi: sconfiggere la povertà. Il governo italiano di destra e anti-immigrazione ha nominato Parisi alla guida dell’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, Anpal. E la nomina di Parisi ha fatto alzare più di un sopracciglio oltreoceano.”

In pratica, il buon Mimmo è l’inventore del fantomatico Metodo Mississipi (variante ancora più cazzara della “mossa Kansas City”); ovvero un’applicazione riciclata dal “Mississipi works system”, che avrebbe dovuto fare dell’Italia nientemeno che un “Cybernatic State”.
In pratica, 25 milioni pagati sull’unghia dal “Ministero dell’Innovazione”, per il prototipo di un software mai sviluppato.
In compenso, per il disturbo legato al suo ingaggio, come presidente ANPAL, nel corso dell’ultimo anno l’insaziabile Mimmo è costato all’erario 160.000 euro in soli rimborsi spese personali: 55.000 euro per noleggio auto con autista (la famigerata Ka$ta usava le auto blu del ministero, la Banda degli Onesti gli NCC privati); 71.000 euro di voli rigorosamente in business class per gli USA; 32.000 euro di spese di alloggio per l’affitto di un appartamento ai Parioli di Roma. L’affitto da 3.000 euro al mese a rimborso si è reso necessario, come ci tiene a precisare il diretto interessato:

“per stringenti ragioni di personale sicurezza sanitaria a fronte dell’emergenza Covid-19, che a mio parere sarebbe garantita solo dal soggiorno in appartamento“.

Peccato che l’ineffabile Mimmo alloggiasse nell’esoso appartamento pariolino anche prima dell’emergenza Covid. Quando il culo supera la faccia.
Bisogna ammettere che ci vuole arte a scovare gente così… A tal punto che una domanda sorge spontanea: ma ‘ndo cazzo li trovano?!?

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CLOACA MAXIMA

Posted in Kulturkampf, Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , on 16 maggio 2020 by Sendivogius

Avvezzo a cagare stronzate a caratteri cubitali sulle pagine del suo “Der Stürmer” in edizione italiana, Littorio Feltri, lo sturmtruppen del nazismo padano in versione sovranista, si produce in un altro di quei titoloni ‘goliardici’ che dovrebbero rendere più appetitoso il merdone fumante, da lappare nudo per gli estimatori del nazi-exploitation. È il consueto pastone ad uso degli odiatori seriali in astinenza da linciaggio, per un concentrato purulento di sessismo estremo, pornografia mediatica, razzismo viscerale, fascismo e merda a spruzzo. Sono gli ingredienti fondamentali che ne hanno reso inconfondibile lo stile da cloaca, a misura della desolante miseria umana di questo attrezzo becero del sovranismo militante da guerre razziali, insieme a quell’altra latrina intasata di liquami che si fa chiamare “Il Giornale”, emulo italiota del Völkischer Beobachter per palati forti, a guida del nosferat Sallusti.
Si tratta delle due redazioni girevoli in regime di alternanza, che si scambiano talenti come due scoli fognari comunicanti, per il medesimo schifo, nell’esibizione di ordinario fascismo, e si eccitano con lo stupro punitivo delle reprobe.

In pratica, la destra italiana nella sua espressione maggioritaria.
Non staremo certo qui a confutare i contenuti degli ispirati editoriali su carta igienica usata. Sarebbe come spremere merda, sperando che diventi cioccolata. Perciò, lasciamo ad altri il discutibile piacere di affondare le zampe nell’immondo pozzo nero per coprofili.
Soprattutto, non degneremo i due spurghi da Salò di una considerazione che di certo non meritano, mentre li immaginiamo contemplare compiaciuti tanta spremuta di reni in diarraoica esibizione, fino al prossimo stupro in effigie.
Giusto riguardo all’uso sottile del linguaggio, vi proponiamo piuttosto un giochino facile-facile… Provate a sostituire, il termine “islamica” (o musulmana) con la parola “EBREA”, che spogliata di ogni valenza neutra diventa stigma sociale, denigrazione su esercizio discriminatorio, fino ad arrivare alla negazione stessa di ogni diritto di cittadinanza all’interno della medesima comunità.

E noterete come i meccanismi di delegittimazione e misconoscimento collettivo, che definiscono da sempre lo status di non-persona nella relegazione della stessa, siano perfettamente sovrapponibili a quelli messi in atto a suo tempo dalla Germania hitleriana e dai razzisti di ogni latitudine, nell’elaborazione di una neo-lingua dell’odio, come ebbe modo di argomentare Victor Klemperer a proposito del reich nazista e della forma mentis che ne sottendeva l’affermazione, attraverso un processo psicologico di massa per suggestioni indotte.
Ora, fatevi una domanda… Soprattutto, datevi la risposta; nella sostanziale identità delle analogie e della semantica implicita delle parole, nel loro uso strumentale. E pensate a quanto diverse sarebbero state le reazioni, nella criminalizzazione collettiva di un intero gruppo sociale per appartenenza religiosa.

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BELLO CIAO!

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , on 19 aprile 2020 by Sendivogius

Ed eccolo puntuale tutti gli anni, come un malanno passeggero di stagione a regolare cadenza ciclica, l’immancabile Ignazio Benito Maria La Russa, il caricaturale Lucifer in versione fascio-sovranista, ad aprire le consuete danze di fuoco contro la celebrazione della Festa di Liberazione dal nazi-fascismo, che giustamente (e per sacrosanto anti-corpo democratico) provoca le convulsioni biliari dei diretti interessati, i nazi-fascisti appunto, che trovano da sempre molto ‘divisivo’ il fatto che per 75 anni (e un’amnistia totale sui crimini di guerra) l’odiata democrazia repubblicana e parlamentare abbia permesso loro di scorrazzare impunemente, e ammorbarci con le loro puzzette nostalgiche, fino a raggiungere le più prestigiose cariche di governo in quella repubblica che si vorrebbe “antifascista” (risate in sottofondo!).

Sono quelli che se sentono cantare un “Bella Ciao” rischiano un attacco di orticaria, su reazione allergica da ascesso democratico.

Benito La Russa è stato il primo ad inaugurare la nefasta stagione dei travestiti in politica, quando improvvidamente fu nominato ministro della guerra e gli fu data la possibilità di giocare con soldatini veri, passando dalla camicia nera alle casacche militari, nell’immarcescibile fascismo della divisa. Ed è curioso notare come a questa macchietta folkloristica da fiera di Predappio, coi suoi contriti camerati implotonati nei manipoli dei Fascisti d’Italia della sora Meloni, sfugga il paradosso che proprio in nome di quell’aborrito anti-fascismo si sia permesso ad un fascista dichiarato come lui di diventare vicepresidente del Senato della Repubblica (non della Camera dei Fasci e delle Corporazioni) a nome di un partito politico apertamente fascista, peraltro in copiosa compagnia tra camerati di merende e giornaletti apologetici (che il Mascellone tira sempre tra i necrofili di genere)…
Ah no, scusate! Non sono loro ad essere fascisti. È la Liberazione che è divisiva.
Da qui, non riuscendone comunque ad estirpare la memoria, l’ultima eccezionale trovata: listiamo i tricolori a lutto… con la squallida paraculata di tirarci dentro i morti del Covid-19 (monumento all’efficienza della Sanità lombarda a marchio leghista). Ma in fondo non è da sempre il 25 Aprile considerato giorno di lutto nazionale per ogni camerata, orfano dell’insaccato appeso a stagionare in Piazzale Loreto?!
Non potendo (ancora) ripristinare le celebrazioni littorie della Marcia su Roma, facciamo dunque del 25 Aprile una doppia edizione del 4 Novembre (Giornata delle Forze Armate), con quelle parate in costume d’epoca che piacciono tanto a quei feticisti dell’uniforme, dal braccino teso con scatto a molla.

E cantiamo tutti insieme la modernissima “Canzone del Piave”, che ha il doppio pregio di essere tutta dedicata alla minaccia incombente di invasori stranieri da annientare, e soprattutto di essere stata (seppur per un breve periodo) l’inno nazionale della Repubblichetta collaborazionista di Salò (altro paradosso di una canzonetta interamente incentrata contro l’invasore germanico), “che da sempre le Forze armate dedicano ai caduti di ogni guerra”, nell’ammiccante esaltazione retorica della guerra come epica eroica:

L’esercito marciava
Per raggiunger la frontiera
Per far contro il nemico una barriera…
E come i fanti combatteron l’onde…
Rosso di sangue del nemico altero,
Il Piave comandò:
Indietro va’, straniero!

La canzoncina è bellina… orecchiabile… contiene riferimenti storici dei quali gli italiani non sanno un cazzo. “Patrioti” de ‘noantri fasci inclusi.
Col suo retrogusto vintage, si canta bene, sulla falsariga di altri immarcescibili successi d’antan, tipo: “Parlami d’amore Mariù” “Voglio vivere così” oppure “Mamma la mia canzone vola”
Ma a ‘sto punto, perché non tirare fuori pure Giovinezza tra i cimeli del grammofono?!?
Che poi diciamocela francamente, nemmeno a noi piace “Bella Ciao”!
Personalmente, chi scrive la trova melensa, remissiva, persino reticente. La scelta di eleggerla a canto ufficiale della Resistenza è stata una decisione postuma, di compromesso, al posto di quello che invece ne era stato il vero inno e che noi infinitamente preferiamo: Fischia il vento

«Quale canzone potevano opporre, con un minimo di parità, a quel travolgente e loro proprio canto rosso? Essi hanno una canzone, e basta. Noi ne abbiamo troppe e nessuna. Quella loro canzone è tremenda. É una vera e propria arma contro i fascisti che noi, dobbiamo ammettere, non abbiamo nella nostra armeria. Fa impazzire i fascisti, mi dicono, a solo sentirla. Se la cantasse un neonato l’ammazzerebbero col cannone.»

Beppe Fenoglio
“Il partigiano Johnny”
Einaudi, 1968

Così, giusto per fare un po’ di chiarezza. Poi vabbé, ci si accontenta…

“Bella ciao (per tutti)”

«Più puntuale di qualunque virus stagionale (absit iniuria virus), riecco i sintomi annuali della SIA, Sindrome da Insofferenza per il 25 Aprile. Li riconosciamo da anni, e sono sempre gli stessi: di solito all’inizio di aprile, quando si diffondono le allergie stagionali, dai banchi della destra cominciano gli anatemi, gli eritemi, le convulsioni, gli attacchi di Dispnea Costituzionale, gli starnuti esplosivi (e stando sempre col braccio teso diventa difficile starnutire nel gomito), nei casi più gravi il delirium tremens che, come tutti i deliri, porta a confondere la realtà con la fantasia e la storia con la propaganda.
Pare che gli affetti da SIA perdano la capacità di distinguere le cose, per esempio le vittime del nazifascismo dai carnefici; i partigiani dai manganellatori; la resistenza dalla dittatura e, più in generale, l’antifascismo dal fascismo. E la loro accusa principale, confusi come sono, è sempre la stessa, negli anni: il 25 aprile è “divisivo”.
In effetti, poche cose come il 25 aprile sono capaci di fare chiarezza e collocare le cose al loro posto: dentro o fuori la Costituzione, dentro o fuori il fascismo, dentro o fuori la libertà.
Quella libertà che – è il magnifico paradosso della libertà – garantisce a chiunque di dire la sua, anche quando dice una castroneria, anche quando attacca proprio la libertà, i suoi presupporti e chi ha lottato per ristabilirla e preservarla, perché la libertà, per sua natura, non è divisiva.
Così ogni anno gli affetti da SIA tornano con la loro sintomatologia illiberale a cianciare contro il 25 aprile, e la sua atmosfera di festa che per loro, associata alla liberazione dal fascismo, diventa particolarmente insostenibile.
Tanto che quest’anno si sono spinti persino oltre, dal momento che mai finora è riuscito loro di annullare o eradicare il 25 aprile – nemmeno negli anni d’oro della destra berlusconiana, nemmeno attraverso le peggiori sottovalutazioni istituzionali. Il prode Ignazio La Russa ci riprova quest’anno, con una proposta quantomeno ingegnosa: ma trasformiamolo, questo 25 aprile così ingombrante di cui non siamo mai riusciti a sbarazzarci. Ideona: facciamone una giornata di ricordo per i caduti di tutte le guerre (tutte tutte? Pure quelle di “conquista” oltremare? Pure quelle di resistenza alla resistenza?), aggiungiamoci i caduti nella guerra al coronavirus (tutti tutti? Pure quelli che magari potevano essere evitati in alcune zone, magari con altre gestioni?) e sostituiamo “Bella ciao” con “La canzone del Piave”.
Peccato che il 25 aprile sia una festa, e segnatamente una festa di rinascita e liberazione. Peccato che il 25 aprile già celebri i caduti, quelli che sono caduti perché ci potesse essere una liberazione da celebrare con una grande, unica festa. Che per comodità chiamiamo 25 aprile, e celebriamo il 25 aprile, cantando magari quella canzone che è universalmente ormai un inno di libertà conquistata, ma che sentiamo vera tutto il resto dell’anno.
No, caro La Russa, non ci convincerai mai a listare a lutto la bandiera, il 25 aprile. E’ il giorno in cui la bandiera si sventola, e sorridendo, persino in un anno luttuoso come questo.
Sai, la Costituzione antifascista e nata dalla Resistenza, malgrado gli sforzi di tanti “camerati”, non sarà mai asintomatica.
Bella ciao a tutti

  Manginobrioches
  (19/04/2020)

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Il Paradiso degli Orchi

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 11 aprile 2020 by Sendivogius

C’è grande confusione sotto al cielo d’Europa, dove va riproponendosi l’eterna contrapposizione tra Mediterraneo latino e la neo-ricostituita Lega Anseatica, raggrumata attorno al nuovo Reich tedesco con la sua appendice di dittature satelliti e gauleiter slavi (che condividono tutti i benefici ‘comunitari’, fuori dagli oneri dell’euro), perfettamente in linea coi principi ispiratori della sedicente “Unione”.
Dopo due settimane di stallo totale, per congelamento decisionale su rinvio a tempo indeterminato, quando la situazione cogente avrebbe richiesto decisioni rapide ed immediate, soprattutto dopo le miserabili performance durante la grande recessione del 2008, il meglio che quell’orripilante vaso di Pandora che chiamano UE è stato capace di ricagare fuori è il terrificante MES.

E ci riferiamo al sedicente “meccanismo di stabilità europea”, ovvero una troika 2.0 all’ennesima potenza, che metterebbe in imbarazzo anche la banda di cravattari più spietata.
Insorge il cosiddetto “centrodestra” (sì, insomma quella roba fascista lì, o come si fa chiamare), con vibrante indignazione e grandissimo sdegno, contro il ricorso a quello stesso MES le cui direttive sostanziali pure recepì, ratificò e convertì in disegno di legge. Cosa avvenuta, senza colpo ferire e senza alcun clamore, in ossequio alle direttive del Consiglio europeo, nell’ormai lontano 2011 ai tempi della revisione del Trattato di Lisbona, durante il IV° Governo Berlusconi (Popolo della Libertà, Lega Nord per l’indipendenza della padania, Movimento per le Autonomie): ministro degli Affari Esteri, Franco Frattini; ministro dell’Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti; ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani; ministra per le Politiche europee, Anna Maria Bernini. Il famigerato MES entrerà in vigore qualche mese dopo (Luglio 2012), sotto il nefasto Governo Monti. All’epoca della prima stesura, durante il Berlusconi quater, faceva parte pure Giorgina Meloni (che ora tanto si agita), in qualità di ministra della gioventù, senza che si ricordino reazioni eclatanti.
C’era pure Matteo Salvini.. “c’era” per modo dire, poiché da europarlamentare non è mai stato presente alle discussioni, né alla votazione finale del MES.
Contrarissimo al MES è il Movimento 5 Stelle, che infatti non l’ha votato e (almeno a parole) l’ha sempre osteggiato, ma senza che il ministro Giovanni Tria del primo Governo Conte (quello M5S+Lega) se ne desse troppa preoccupazione, e ancor meno il tandem Giggino e capitan Matteo…
Il primo era affacciato sul balcone ad annunciare la fine della povertà. Figuriamoci dunque se aveva il tempo per farsi riassumere in bignami i dossier sul MES, che poi doveva comunque studiarseli.
L’altro, impegnato com’era in cocktail e travestimenti, non aveva proprio tempo per dedicarcisi. Al massimo, poteva leggere l’aforismario del duce, per copiare le battute da postare su twitter.
Entusiasti sono invece i piùeuropeisti della Emma Bonino, che in nome del Mercato divinizzato, se fosse necessario, istituirebbero sacrifici umani sulla pira del dio Baal, in onore ad un proteiforme moloch tecnocratico, che sembra uscito da una sceneggiatura distopica di Frank Miller. 
Poi vabbé, c’è lo strano caso del partito bestemmia… quello del non sono molto d’accordo, ma mi adeguo in tutto e per tutto in nome dello spirito europeo (?), perché noi siamo quelli della Generazione Erasmus (!) ed altre coglionate di siffatta levatura. E’ lo stesso partito che per un pugno di euro, sarebbe disposto a mettere un intero Paese sotto la cappella della Troika; la stessa che un noto bolscevico come Mario Monti robot, durante un bug di programmazione, definì “una forma di neo-colonialismo”. Ma dalle parti del PD il concetto è inafferrabile come l’aria: loro sono europeisti a prescindere da tutto e da tutti. E qui più che alla logica bisogna rivolgersi alla psicologia forense, ricorrendo a patologie psichiatriche come la Sindrome di Stoccolma, per spiegare una simile coazione a ripetere.
Per l’Italia il MES (o ESM che dir si voglia) è un altro di quegli straordinari affaroni ai quali l’Europa ci ha abituati ormai da tempo…
A rendere più seducente il ricorso alle presunte “linee di credito agevolato” del Meccanismo di Stabilità è l’apparente deroga (tutta fittizia) alle cosiddette Clausole di Azione Collettiva (CACS), che non vengono elise, ma posticipate ed eventualmente riviste (perché l’indicazione non è chiara) nell’applicazione a fine emergenza pandemica, gettando i fortunati beneficiari direttamente tra le amorevoli braccia del Fondo Monetario Internazionale.
Come previsto,

“Il MES coopererà strettamente con il Fondo monetario internazionale (FMI) nel fornire un sostegno alla stabilità. La partecipazione attiva del FMI sarà prevista sia a livello tecnico che finanziario. Lo Stato membro della zona euro che richiederà l’assistenza finanziaria dal MES rivolgerà, ove possibile, richiesta analoga al FMI.”

In teoria, lo stock di capitale autorizzato del MES ammonta a 700 miliardi (sulla carta). In pratica, per attingere (a debito e nell’ambito di una rigorosa condizionalità) ad un massimo di 35 miliardi euro dal fondo, quando per l’iscrizione abbiamo già versato 14 miliardi di euro (con una sottoscrizione di capitale da parte della banca centrale nazionale per 125 miliardi), ci impegniamo a partire dal 2022 alla ristrutturazione di bilancio, secondo la più rigida applicazione dei “meccanismi di stabilità”, da attuarsi in piena depressione economica, presumibilmente secondo gli articoli 32 e 35 del trattato.
Roba da far sembrare una scherzo la crisi greca!
In virtù dell’Art.32, al MES viene attribuito un proprio status giuridico e propri “privilegi”, attraverso un abnorme sistema di immunità extraterritoriali.

Il MES è dotato di piena personalità giuridica ed ha piena capacità giuridica per:
a) acquisire e alienare beni mobili e immobili;
b) stipulare contratti;
c) convenire in giudizio; 
d) concludere un accordo e/o i protocolli eventualmente necessari per garantire che il suo status giuridico e i suoi privilegi e le sue immunità siano riconosciuti e che siano efficaci.

3. I beni, le disponibilità e le proprietà del MES, ovunque si trovino e da chiunque siano detenute, godono dell’immunità da ogni forma di giurisdizione, salvo qualora il MES rinunci espressamente alla propria immunità in pendenza di determinati procedimenti o in forza dei termini contrattuali, compresa la documentazione inerente gli strumenti di debito.

4. I beni, le disponibilità e le proprietà del MES, ovunque si trovino e da chiunque siano detenute, non possono essere oggetto di perquisizione, sequestro, confisca, esproprio e di qualsiasi altra forma di sequestro o pignoramento derivanti da azioni esecutive, giudiziarie, amministrative o normative.

5. Gli archivi del MES e tutti i documenti appartenenti al MES o da esso detenuti sono inviolabili.

6. I locali del MES sono inviolabili.

7. I membri del MES e gli Stati che ne hanno riconosciuto lo status giuridico e i privilegi e le immunità riservano alle comunicazioni ufficiali del MES lo stesso trattamento riservato alle comunicazioni ufficiali di un membro del MES.

8. Nella misura necessaria allo svolgimento delle attività previste dal presente trattato, tutti i beni, le disponibilità e le proprietà del MES sono esenti da restrizioni, regolamentazioni, controlli e moratorie di ogni genere.

9. Il MES è esente da obblighi di autorizzazione o di licenza applicabili agli enti creditizi, ai prestatori di servizi di investimento o ad altre entità soggette ad autorizzazione o licenza o regolamentate secondo la legislazione applicabile in ciascuno dei suoi membri.

Se l’operato del MES è insindacabile, l’attività dei suoi funzionari è intoccabile, anche qualora fosse in aperto contrasto con gli ordinamenti dei paesi “beneficiati” o in flagrante violazione delle leggi vigenti. Una roba mai vista nemmeno nelle peggiori colonie di sfruttamento, che fa sembrare l’insediamento del MES ad un regime di occupazione militare, non rispondendo ad altri se non all’onnipotente Consiglio dei Governatori. È l’ennesimo assaggio della famosa solidarietà europea su integrazione monetaria…

ART. 35 – Immunità delle persone

1. Nell’interesse del MES, il presidente del consiglio dei governatori, i governatori e i governatori supplenti, gli amministratori, gli amministratori supplenti, nonché il direttore generale e gli altri membri del personale godono dell’immunità di giurisdizione per gli atti da loro compiuti nell’esercizio ufficiale delle loro funzioni e godono dell’inviolabilità per tutti gli atti scritti e documenti ufficiali redatti.

2. Il consiglio dei governatori può rinunciare, nella misura e alle condizioni da esso stabilite, alle immunità conferite ai sensi del presente articolo riguardo al presidente del consiglio dei governatori, a un governatore, a un governatore supplente, a un amministratore, a un amministratore supplente o al direttore generale.

3. Il direttore generale può revocare l’immunità di qualsiasi membro del personale del MES, eccetto se stesso.

4. Ogni membro del MES senza indugio traspone nella propria legislazione le disposizioni necessarie per dare effetto al presente articolo dandone informativa al MES.

E se da una parte i tecnoburocrati potranno sequestrare e svendere i patrimoni nazionali dei paesi occupati in un colossale esproprio collettivo, saranno altresì esenti da ogni onere fiscale a loro carico, dal momento che salari e emolumenti sono esenti dall’imposta nazionale sul reddito.

ART. 36 – Esenzione fiscale

1. Nell’ambito delle sue attività istituzionali, il MES, i suoi attivi, le sue entrate, i suoi beni nonché le operazioni e transazioni autorizzate dal presente trattato sono esenti da qualsiasi imposta diretta.

Ma per ‘qualcuno’ il MES (opportunamente rivisto e non corretto) costituisce una “straordinaria opportunità” (David Sassoli), nonché “un buon accordo, per una misura senza precedenti” (il conte Paolo Gentiloni Silveri da Filottrano). Sono solo alcuni di quelli che dovrebbero tutelare gli “interessi italiani” in Europa.

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PIENI POTERI

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 22 marzo 2020 by Sendivogius

Un Presidente del Consiglio che a Parlamento chiuso annuncia una gigantesca limitazione delle libertà fondamentali e dei diritti di cittadinanza, che non ha precedenti, senza nemmeno avere un testo certo da presentare, un decreto definitivo, una serie di disposizioni chiare ed univoche, nonostante la larvata sospensione delle garanzie costituzionali. Ma intanto avoca su di sé tutti i processi decisionali e legislativi, con una concentrazione abnorme di potere che va ben oltre lo Stato d’eccezione, legittimato dal principio di necessità su emergenza condivisa (necessitas legem non habet). E lo fa attraverso un video notturno su Facebook, senza alcuna possibilità di porre domande (men che mai dubbi), per una stampa ammansita alla straordinarietà della situazione, e senza minimamente porsi il problema sull’opportunità istituzionale di convocare le opposizioni (o quantomeno interpellarne leaders e capigruppi). Ovvero, riunire le Camere al momento sospese come ogni altra attività parlamentare, per una concentrazione di potere assoluto e paradossalmente debolissimo, che non decide ma rinvia, decidendo di non decidere. Piuttosto dissimula; fa leva sul complesso di colpa, deresponsabilizzando se stesso. Scoperchia il vaso di Pandora, ma ha paura delle conseguenze. Eppur ne è attratto. Procede a tentoni, mentre oscilla, tentenna, scricchiola, sotto le pressioni dei corpi intermedi, delle istituzioni locali allo sbando, e di regioni che credono di essere stati indipendenti, in un conflitto di competenze che si sovrappongono e si confondono, dietro un cicciare ad libitum di ordinanze contrapposte, senza che ci sia mai una linea certa. E questo nonostante il ricorso alla decretazione d’urgenza, rimessa direttamente al Presidente del Consiglio e senza che nemmeno i suoi ministri ne siano del tutto informati, nella vacuità dei contenuti. È uno stillicidio a cadenza quotidiana di annunci… divieti o presunti tali, con eccezione sempre inclusa in deroga agli stessi… misure estreme, ma ad interpretazione flessibile e porose nella sostanza, che si susseguono inseguendo l’effetto mediatico di un consenso piacione e piagnone, mentre viaggiano sempre in ritardo rispetto all’urgenza, per una confusione sovrana, attraverso uno schizofrenico ripetersi di contraddizioni e tentennamenti, impeciati dal prossimo provvedimento draconiano. Per ora assistiamo ad una sfilza di superpoteri che neanche producono effetti tangibili, se non nella creazione di un monstrum giuridico che mette in discussione l’idea stessa di Libertà (la democrazia è già bella che andata) e che sarà assai difficile ricacciare nella tana e disarmare, una volta che l’emergenza sarà rientrata… non si sa come né quando… e bisognerà tornare ad una parvenza di normalità. Ammesso che lo si voglia. E che l’Eccezione non diventi piuttosto la regola.

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Letture del tempo presente (V)

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 marzo 2020 by Sendivogius

La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia.
[…]
Nessuno scrittore d’epoca posteriore s’è proposto d’esaminare e di confrontare quelle memorie, per ritrarne una serie concatenata degli avvenimenti, una storia di quella peste; sicché l’idea che se ne ha generalmente, dev’essere, di necessità, molto incerta, e un po’ confusa: un’idea indeterminata di gran mali e di grand’errori (e per verità ci fu dell’uno e dell’altro, al di là di quel che si possa immaginare), un’idea composta più di giudizi che di fatti, alcuni fatti dispersi, non di rado scompagnati dalle circostanze più caratteristiche, senza distinzion di tempo, cioè senza intelligenza di causa e d’effetto, di corso, di progressione.
[…]
Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte de’ viventi. C’era soltanto alcuni a cui non riuscissero nuovi: que’ pochi che potessero ricordarsi della peste che, cinquantatre anni avanti, aveva desolata pure una buona parte d’Italia, e in ispecie il milanese, dove fu chiamata, ed è tuttora, la peste di san Carlo.
[…]
Il protofisico Lodovico Settala, ché, non solo aveva veduta quella peste, ma n’era stato uno de’ più attivi e intrepidi, e, quantunque allor giovinissimo, de’ più riputati curatori; e che ora, in gran sospetto di questa, stava all’erta e sull’informazioni, riferì, il 20 d’ottobre, nel tribunale della sanità, come, nella terra di Chiuso (l’ultima del territorio di Lecco, e confinante col bergamasco), era scoppiato indubitabilmente il contagio. Non fu per questo presa veruna risoluzione.
Ed ecco sopraggiungere avvisi somiglianti da Lecco e da Bellano. Il tribunale allora si risolvette e si contentò di spedire un commissario che, strada facendo, prendesse un medico a Como, e si portasse con lui a visitare i luoghi indicati. Tutt’e due, “o per ignoranza o per altro, si lasciorno persuadere da un vecchio et ignorante barbiero di Bellano, che quella sorte de mali non era Peste” (Tadino, ivi.); ma, in alcuni luoghi, effetto consueto dell’emanazioni autunnali delle paludi, e negli altri, effetto de’ disagi e degli strapazzi sofferti, nel passaggio degli alemanni. Una tale assicurazione fu riportata al tribunale, il quale pare che ne mettesse il cuore in pace. Ma arrivando senza posa altre e altre notizie di morte da diverse parti, furono spediti due delegati a vedere e a provvedere: il Tadino suddetto, e un auditore del tribunale. Quando questi giunsero, il male s’era già tanto dilatato, che le prove si offrivano, senza che bisognasse andarne in cerca. Scorsero il territorio di Lecco, la Valsassina, le coste del lago di Como, i distretti denominati il Monte di Brianza, e la Gera d’Adda; e per tutto trovarono paesi chiusi da cancelli all’entrature, altri quasi deserti, e gli abitanti scappati e attendati alla campagna, o dispersi: “et ci parevano, – dice il Tadino, – tante creature seluatiche, portando in mano chi l’herba menta, chi la ruta, chi il rosmarino et chi una ampolla d’aceto”. S’informarono del numero de’ morti: era spaventevole; visitarono infermi e cadaveri, e per tutto trovarono le brutte e terribili marche della pestilenza. Diedero subito, per lettere, quelle sinistre nuove al tribunale della sanità, il quale, al riceverle, che fu il 30 d’ottobre, “si dispose”, dice il medesimo Tadino, a prescriver le bullette, per chiuder fuori dalla Città le persone provenienti da’ paesi dove il contagio s’era manifestato; “et mentre si compilaua la grida”, ne diede anticipatamente qualche ordine sommario a’ gabellieri. Intanto i delegati presero in fretta e in furia quelle misure che parver loro migliori; e se ne tornarono, con la trista persuasione che non sarebbero bastate a rimediare e a fermare un male già tanto avanzato e diffuso.
[…] Ma ciò che, lasciando intero il biasimo, scema la maraviglia di quella sua condotta, ciò che fa nascere un’altra e più forte maraviglia, è la condotta della popolazione medesima, di quella, voglio dire, che, non tocca ancora dal contagio, aveva tanta ragion di temerlo. All’arrivo di quelle nuove de’ paesi che n’erano così malamente imbrattati, di paesi che formano intorno alla città quasi un semicircolo, in alcuni punti distante da essa non più di diciotto o venti miglia; chi non crederebbe che vi si suscitasse un movimento generale, un desiderio di precauzioni bene o male intese, almeno una sterile inquietudine? Eppure, se in qualche cosa le memorie di quel tempo vanno d’accordo, è nell’attestare che non ne fu nulla.
[…]
Il tribunale della sanità chiedeva, implorava cooperazione, ma otteneva poco o niente. E nel tribunale stesso, la premura era ben lontana da uguagliare l’urgenza: erano, come afferma più volte il Tadino, e come appare ancor meglio da tutto il contesto della sua relazione, i due fisici che, persuasi della gravità e dell’imminenza del pericolo, stimolavan quel corpo, il quale aveva poi a stimolare gli altri. Abbiam già veduto come, al primo annunzio della peste, andasse freddo nell’operare, anzi nell’informarsi: ecco ora un altro fatto di lentezza non men portentosa, se però non era forzata, per ostacoli frapposti da magistrati superiori. Quella grida per le bullette, risoluta il 30 d’ottobre, non fu stesa che il dì 23 del mese seguente, non fu pubblicata che il 29. La peste era già entrata in Milano. Il Tadino e il Ripamonti vollero notare il nome di chi ce la portò il primo, e altre circostanze della persona e del caso: e infatti, nell’osservare i princìpi d’una vasta mortalità, in cui le vittime, non che esser distinte per nome, appena si potranno indicare all’incirca, per il numero delle migliaia, nasce una non so quale curiosità di conoscere que’ primi e pochi nomi che poterono essere notati e conservati: questa specie di distinzione, la precedenza nell’esterminio, par che faccian trovare in essi, e nelle particolarità, per altro più indifferenti, qualche cosa di fatale e di memorabile.
[…] Sia come si sia, entrò questo fante sventurato e portator di sventura, con un gran fagotto di vesti comprate o rubate a soldati alemanni; andò a fermarsi in una casa di suoi parenti, nel borgo di porta orientale, vicino ai cappuccini; appena arrivato, s’ammalò; fu portato allo spedale; dove un bubbone che gli si scoprì sotto un’ascella, mise chi lo curava in sospetto di ciò ch’era infatti; il quarto giorno morì. Il tribunale della sanità fece segregare e sequestrare in casa la di lui famiglia; i suoi vestiti e il letto in cui era stato allo spedale, furon bruciati.

Due serventi che l’avevano avuto in cura, e un buon frate che l’aveva assistito, caddero anch’essi ammalati in pochi giorni, tutt’e tre di peste. Il dubbio che in quel luogo s’era avuto, fin da principio, della natura del male, e le cautele usate in conseguenza, fecero sì che il contagio non vi si propagasse di più. Ma il soldato ne aveva lasciato di fuori un seminìo che non tardò a germogliare. Il primo a cui s’attaccò, fu il padrone della casa dove quello aveva alloggiato, un Carlo Colonna sonator di liuto. Allora tutti i pigionali di quella casa furono, d’ordine della Sanità, condotti al lazzeretto, dove la più parte s’ammalarono; alcuni morirono, dopo poco tempo, di manifesto contagio. Nella città, quello che già c’era stato disseminato da costoro, da’ loro panni, da’ loro mobili trafugati da parenti, da pigionali, da persone di servizio, alle ricerche e al fuoco prescritto dal tribunale, e di più quello che c’entrava di nuovo, per l’imperfezion degli editti, per la trascuranza nell’eseguirli, e per la destrezza nell’eluderli, andò covando e serpendo lentamente, tutto il restante dell’anno, e ne’ primi mesi del susseguente 1630. Di quando in quando, ora in questo, ora in quel quartiere, a qualcheduno s’attaccava, qualcheduno ne moriva: e la radezza stessa de’ casi allontanava il sospetto della verità, confermava sempre più il pubblico in quella stupida e micidiale fiducia che non ci fosse peste, né ci fosse stata neppure un momento. Molti medici ancora, facendo eco alla voce del popolo (era, anche in questo caso, voce di Dio?), deridevan gli augùri sinistri, gli avvertimenti minacciosi de’ pochi; e avevan pronti nomi di malattie comuni, per qualificare ogni caso di peste che fossero chiamati a curare; con qualunque sintomo, con qualunque segno fosse comparso. Gli avvisi di questi accidenti, quando pur pervenivano alla Sanità, ci pervenivano tardi per lo più e incerti. Il terrore della contumacia e del lazzeretto aguzzava tutti gl’ingegni: non si denunziavan gli ammalati, si corrompevano i becchini e i loro soprintendenti; da subalterni del tribunale stesso, deputati da esso a visitare i cadaveri, s’ebbero, con danari, falsi attestati. Siccome però, a ogni scoperta che gli riuscisse fare, il tribunale ordinava di bruciar robe, metteva in sequestro case, mandava famiglie al lazzeretto, così è facile argomentare quanta dovesse essere contro di esso l’ira e la mormorazione del pubblico, “della Nobiltà, delli Mercanti et della plebe”, dice il Tadino; persuasi, com’eran tutti, che fossero vessazioni senza motivo, e senza costrutto. L’odio principale cadeva sui due medici; il suddetto Tadino, e Senatore Settala, figlio del protofisico: a tal segno, che ormai non potevano attraversar le piazze senza essere assaliti da parolacce, quando non eran sassi. E certo fu singolare, e merita che ne sia fatta memoria, la condizione in cui, per qualche mese, si trovaron quegli uomini, di veder venire avanti un orribile flagello, d’affaticarsi in ogni maniera a stornarlo, d’incontrare ostacoli dove cercavano aiuti, e d’essere insieme bersaglio delle grida, avere il nome di nemici della patria: pro patriae hostibus, dice il Ripamonti. Di quell’odio ne toccava una parte anche agli altri medici che, convinti come loro, della realtà del contagio, suggerivano precauzioni, cercavano di comunicare a tutti la loro dolorosa certezza. I più discreti li tacciavano di credulità e d’ostinazione: per tutti gli altri, era manifesta impostura, cabala ordita per far bottega sul pubblico spavento.
[…]
Ma sul finire del mese di marzo, cominciarono, prima nel borgo di porta orientale, poi in ogni quartiere della città, a farsi frequenti le malattie, le morti, con accidenti strani di spasimi, di palpitazioni, di letargo, di delirio, con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni; morti per lo più celeri, violente, non di rado repentine, senza alcun indizio antecedente di malattia. I medici opposti 700 alla opinion del contagio, non volendo ora confessare ciò che avevan deriso, e dovendo pur dare un nome generico alla nuova malattia, divenuta troppo comune e troppo palese per andarne senza, trovarono quello di febbri maligne, di febbri pestilenti: miserabile transazione, anzi trufferia di parole, e che pur faceva gran danno; perché, figurando di riconoscere la verità, riusciva ancora a non lasciar credere ciò che più importava di credere, di vedere, che il male s’attaccava per mezzo del contatto. I magistrati, come chi si risente da un profondo sonno, principiarono a dare un po’ più orecchio agli avvisi, alle proposte della Sanità, a far eseguire i suoi editti, i sequestri ordinati, le quarantene prescritte da quel tribunale. Chiedeva esso di continuo anche danari per supplire alle spese giornaliere, crescenti, del lazzeretto, di tanti altri servizi; e li chiedeva ai decurioni, intanto che fosse deciso (che non fu, credo, mai, se non col fatto) se tali spese toccassero alla città, o all’erario regio. Ai decurioni faceva pure istanza il gran cancelliere, per ordine anche del governatore, ch’era andato di nuovo a metter l’assedio a quel povero Casale; faceva istanza il senato, perché pensassero alla maniera di vettovagliar la città, prima che dilatandovisi per isventura il contagio, le venisse negato pratica dagli altri paesi; perché trovassero il mezzo di mantenere una gran parte della popolazione, a cui eran mancati i lavori. I decurioni cercavano di far danari per via d’imprestiti, d’imposte; e di quel che ne raccoglievano, ne davano un po’ alla Sanità, un po’ a’ poveri; un po’ di grano compravano: supplivano a una parte del bisogno. E le grandi angosce non erano ancor venute. Nel lazzeretto, dove la popolazione, quantunque decimata ogni giorno, andava ogni giorno crescendo, era un’altra ardua impresa quella d’assicurare il servizio e la subordinazione, di conservar le separazioni prescritte, di mantenervi in somma o, per dir meglio, di stabilirvi il governo ordinato dal tribunale della sanità: ché, fin da’ primi momenti, c’era stata ogni cosa in confusione, per la sfrenatezza di molti rinchiusi, per la trascuratezza e per la connivenza de’ serventi. Il tribunale e i decurioni, non sapendo dove battere il capo, pensaron di rivolgersi ai cappuccini, e supplicarono il padre commissario della provincia, il quale faceva le veci del provinciale, morto poco prima, acciò volesse dar loro de’ soggetti abili a governare quel regno desolato. Il commissario propose loro, per principale, un padre Felice Casati, uomo d’età matura, il quale godeva una gran fama di carità, d’attività, di mansuetudine insieme e di fortezza d’animo, a quel che il seguito fece vedere, ben meritata; e per compagno e come ministro di lui, un padre Michele Pozzobonelli, ancor giovine, ma grave e severo, di pensieri come d’aspetto. Furono accettati con gran piacere; e il 30 di marzo, entrarono nel lazzeretto. Il presidente della Sanità li condusse in giro, come per prenderne il possesso; e, convocati i serventi e gl’impiegati d’ogni grado, dichiarò, davanti a loro, presidente di quel luogo il padre Felice, con primaria e piena autorità. Di mano in mano poi che la miserabile radunanza andò crescendo, v’accorsero altri cappuccini; e furono in quel luogo soprintendenti, confessori, amministratori, infermieri, cucinieri, guardarobi, lavandai, tutto ciò che occorresse. Il padre Felice, sempre affaticato e sempre sollecito, girava di giorno, girava di notte, per i portici, per le stanze, per quel vasto spazio interno, talvolta portando un’asta, talvolta non armato che di cilizio; animava e regolava ogni cosa; sedava i tumulti, faceva ragione alle querele, minacciava, puniva, riprendeva, confortava, asciugava e spargeva lacrime. Prese, sul principio, la peste; ne guarì, e si rimise, con nuova lena, alle cure di prima. I suoi confratelli ci lasciarono la più parte la vita, e tutti con allegrezza. Certo, una tale dittatura era uno strano ripiego; strano come la calamità, come i tempi; e quando non ne sapessimo altro, basterebbe per argomento, anzi per saggio d’una società molto rozza e mal regolata, il veder che quelli a cui toccava un così importante governo, non sapesser più farne altro che cederlo, né trovassero a chi cederlo, che uomini, per istituto, il più alieni da ciò.
[…] Ma due fatti, l’uno di cieca e indisciplinata paura, l’altro di non so quale cattività, furon quelli che convertirono quel sospetto indeterminato d’un attentato possibile, in sospetto, e per molti in certezza, d’un attentato positivo, e d’una trama reale. Alcuni, ai quali era parso di vedere, la sera del 17 di maggio, persone in duomo andare ungendo un assito che serviva a dividere gli spazi assegnati a’ due sessi, fecero, nella notte, portar fuori della chiesa l’assito e una quantità di panche rinchiuse in quello; quantunque il presidente della Sanità, accorso a far la visita, con quattro persone dell’ufizio, avendo visitato l’assito, le panche, le pile dell’acqua benedetta, senza trovar nulla che potesse confermare l’ignorante sospetto d’un attentato venefico, avesse, per compiacere all’immaginazioni altrui, e più tosto per abbondare in cautela, che per bisogno, avesse, dico, deciso che bastava dar una lavata all’assito.
[…] In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro.
[…] Divenendo sempre più difficile il supplire all’esigenze dolorose della circostanza, era stato, il 4 di maggio, deciso nel consiglio de’ decurioni, di ricorrer per aiuto al governatore. E, il 22, furono spediti al campo due di quel corpo, che gli rappresentassero i guai e le strettezze della città: le spese enormi, le casse vote, le rendite degli anni avvenire impegnate, le imposte correnti non pagate, per la miseria generale, prodotta da tante cause, e dal guasto militare in ispecie; gli mettessero in considerazione che, per leggi e consuetudini non interrotte, e per decreto speciale di Carlo V, le spese della peste dovevan essere a carico del fisco: in quella del 1576 avere il governatore, marchese d’Ayamonte, non solo sospese tutte le imposizioni camerali, ma data alla città una sovvenzione di quaranta mila scudi della stessa Camera; chiedessero finalmente quattro cose: che l’imposizioni fossero sospese, come s’era fatto allora; la Camera desse danari; il governatore informasse il re, delle miserie della città e della provincia; dispensasse da nuovi alloggiamenti militari il paese già rovinato dai passati. Il governatore scrisse in risposta condoglianze, e nuove esortazioni: dispiacergli di non poter trovarsi nella città, per impiegare ogni sua cura in sollievo di quella; ma sperare 712 che a tutto avrebbe supplito lo zelo di que’ signori: questo essere il tempo di spendere senza risparmio, d’ingegnarsi in ogni maniera. In quanto alle richieste espresse, proueeré en el mejor modo que el tiempo y necesidades presentes permitieren. E sotto, un girigogolo, che voleva dire Ambrogio Spinola, chiaro come le sue promesse. Il gran cancelliere Ferrer gli scrisse che quella risposta era stata letta dai decurioni, con gran desconsuelo; ci furono altre andate e venute, domande e risposte; ma non trovo che se ne venisse a più strette conclusioni.
[…] S’era visto di nuovo, o questa volta era parso di vedere, unte muraglie, porte d’edifizi pubblici, usci di case, martelli. Le nuove di tali scoperte volavan di bocca in bocca; e, come accade più che mai, quando gli animi son preoccupati, il sentire faceva l’effetto del vedere. Gli animi, sempre più amareggiati dalla presenza de’ mali, irritati dall’insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri quella credenza: ché la collera aspira a punire: 714 e, come osservò acutamente, a questo stesso proposito, un uomo d’ingegno (P. Verri, Osservazioni sulla tortura: Scrittori italiani d’economia politica: parte moderna, tom. 17, pag. 203.), le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi. Un veleno squisito, istantaneo, penetrantissimo, eran parole più che bastanti a spiegar la violenza, e tutti gli accidenti più oscuri e disordinati del morbo. Si diceva composto, quel veleno, di rospi, di serpenti, di bava e di materia d’appestati, di peggio, di tutto ciò che selvagge e stravolte fantasie sapessero trovar di sozzo e d’atroce. Vi s’aggiunsero poi le malìe, per le quali ogni effetto diveniva possibile, ogni obiezione perdeva la forza, si scioglieva ogni difficoltà. Se gli effetti non s’eran veduti subito dopo quella prima unzione, se ne capiva il perché; era stato un tentativo sbagliato di venefici ancor novizi: ora l’arte era perfezionata, e le volontà più accanite nell’infernale proposito.
[…] Con una tal persuasione che ci fossero untori, se ne doveva scoprire, quasi infallibilmente: tutti gli occhi stavano all’erta; ogni atto poteva dar gelosia. E la gelosia diveniva facilmente certezza, la certezza furore.
[…]
La frenesia s’era propagata come il contagio. Il viandante che fosse incontrato da de’ contadini, fuor della strada maestra, o che in quella si dondolasse a guardar in qua e in là, o si buttasse giù per riposarsi; lo sconosciuto a cui si trovasse qualcosa di strano, di sospetto nel volto, nel vestito, erano untori: al primo avviso di chi si fosse, al grido d’un ragazzo, si sonava a martello, s’accorreva; gl’infelici eran tempestati di pietre, o, presi, venivan menati, a furia di popolo, in prigione.
[…]
Ed era in vece il povero senno umano che cozzava co’ fantasmi creati da sé. Da quel giorno, la furia del contagio andò sempre crescendo: in poco tempo, non ci fu quasi più casa che non fosse toccata: in poco tempo la popolazione del lazzeretto, al dir del Somaglia citato di sopra, montò da duemila a dodici mila: più tardi, al dir di quasi tutti, arrivò fino a sedici mila. Il 4 di luglio, come trovo in un’altra lettera de’ conservatori della sanità al governatore, la mortalità 721 giornaliera oltrepassava i cinquecento. Più innanzi, e nel colmo, arrivò, secondo il calcolo più comune, a mille dugento, mille cinquecento; e a più di tremila cinquecento, se vogliam credere al Tadino. Il quale anche afferma che, “per le diligenze fatte”, dopo la peste, si trovò la popolazion di Milano ridotta a poco più di sessantaquattro mila anime, e che prima passava le dugento cinquanta mila. Secondo il Ripamonti, era di sole dugento mila: de’ morti, dice che ne risultava cento quaranta mila da’ registri civici, oltre quelli di cui non si poté tener conto. Altri dicon più o meno, ma ancor più a caso. Si pensi ora in che angustie dovessero trovarsi i decurioni, addosso ai quali era rimasto il peso di provvedere alle pubbliche necessità, di riparare a ciò che c’era di riparabile in un tal disastro. Bisognava ogni giorno sostituire, ogni giorno aumentare serventi pubblici di varie specie: monatti, apparitori, commissari. I primi erano addetti ai servizi più penosi e pericolosi della pestilenza: levar dalle case, dalle strade, dal lazzeretto, i cadaveri; condurli sui carri alle fosse, e sotterrarli; portare o guidare al lazzeretto gl’infermi, e governarli; bruciare, purgare la roba infetta e sospetta.
[…]
I commissari regolavano gli uni e gli altri, sotto gli ordini immediati del tribunale della sanità. Bisognava tener fornito il lazzeretto di medici, di chirurghi, di medicine, di vitto, di tutti gli attrezzi d’infermeria; bisognava trovare e preparar nuovo alloggio per gli ammalati che sopraggiungevano ogni giorno. Si fecero a quest’effetto costruire in fretta capanne di legno e di paglia nello spazio interno del lazzeretto; se ne piantò un nuovo, tutto di capanne, cinto da un semplice assito, e capace di contener quattromila persone. E non bastando, ne furon decretati due altri; ci si mise anche mano; ma, per mancanza di mezzi d’ogni genere, rimasero in tronco. I mezzi, le persone, il coraggio, diminuivano di mano in mano che il bisogno cresceva. E non solo l’esecuzione rimaneva sempre addietro de’ progetti e degli ordini; non solo, a molte necessità, pur troppo riconosciute, si provvedeva scarsamente, anche in parole; s’arrivò a quest’eccesso d’impotenza e di disperazione, che a molte, e delle più pietose, come delle più urgenti, non si provvedeva in nessuna maniera.
[…]
Una volta, il lazzeretto rimase senza medici; e, con offerte di grosse paghe e d’onori, a fatica e non subito, se ne poté avere; ma molto men del bisogno. Fu spesso lì lì per mancare affatto di viveri, a segno di temere che ci s’avesse a morire anche di fame; e più d’una volta, mentre non si sapeva più dove batter la testa per trovare il bisognevole, vennero a tempo abbondanti sussidi, per inaspettato dono di misericordia privata: ché, in mezzo allo stordimento generale, all’indifferenza per gli altri, nata dal continuo temer per sé, ci furono degli animi sempre desti alla carità, ce ne furon degli altri in cui la carità nacque al cessare d’ogni allegrezza terrena; come, nella strage e nella fuga di molti a cui toccava di soprintendere e di provvedere, ce ne furono alcuni, sani sempre di corpo, e saldi di coraggio al loro posto: ci furon pure altri che, spinti dalla pietà, assunsero e sostennero virtuosamente le cure a cui non eran chiamati per impiego.
[…]
I birboni che la peste risparmiava e non atterriva, trovarono nella confusion comune, nel rilasciamento d’ogni forza pubblica, una nuova occasione d’attività, e una nuova sicurezza d’impunità a un tempo. Che anzi, l’uso della forza pubblica stessa venne a trovarsi in gran parte nelle mani de’ peggiori tra loro. All’impiego di monatti e d’apparitori non s’adattavano generalmente che uomini sui quali l’attrattiva delle rapine e della licenza potesse più che il terror del contagio, che ogni naturale ribrezzo. Erano a costoro prescritte strettissime regole, intimate severissime pene, assegnati posti, dati per superiori de’ commissari, come abbiam detto; sopra questi e quelli eran delegati in ogni quartiere, magistrati e nobili, con l’autorità di provveder sommariamente a ogni occorrenza di buon governo. Un tal ordin di cose camminò, e fece effetto, fino a un certo tempo; ma, crescendo, ogni giorno, il numero di quelli che morivano, di quelli che andavan via, di quelli che perdevan la testa, venner coloro a non aver quasi più nessuno che li tenesse a freno; si fecero, i monatti principalmente, arbitri d’ogni cosa.
[…]
Del pari con la perversità, crebbe la pazzia: tutti gli errori già dominanti più o meno, presero dallo sbalordimento, e dall’agitazione delle menti, una forza straordinaria, produssero effetti più rapidi e più vasti. E tutti servirono a rinforzare e a ingrandire quella paura speciale dell’unzioni, la quale, ne’ suoi effetti, ne’ suoi sfoghi, era spesso, come abbiam veduto, un’altra perversità.
[…]
Da’ trovati del volgo, la gente istruita prendeva ciò che si poteva accomodar con le sue idee; da’ trovati della gente istruita, il volgo prendeva ciò che ne poteva intendere, e come lo poteva; e di tutto si formava una massa enorme e confusa di pubblica follia.

Alessandro Manzoni
“I Promessi Sposi”
(Cap. XXX-XXXI)

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Il Giorno dello Sciacallo

Posted in Kulturkampf, Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , on 14 marzo 2020 by Sendivogius

“Cielo azzurrissimo in Trentino”

“L’Italia è sicura, è il Paese piú bello del mondo:
questo è il messaggio che dobbiamo diffondere.”
Matteo Salvini
(28/02/2020)

In un’orgia scomposta di italianità a buon mercato, in bilico tra autarchia e festoni littori, il Capitone spiaggiato boccheggia in stato confusionale, alla disperata ricerca di un nemico immaginario, mentre blatera di sigillare il paese in confezione sterilizzata monouso, repentinamente convertito al #chiuderetutto.
È lo stesso figuro da Bar-Sport che fino ad un paio di settimana fa, tra un aperitivo e l’altro, solo il 28 Febbraio ruttava:

“Riaprire tutto quello che si può riaprire, riaprire, rilanciare fabbriche, negozi, musei, gallerie, palestre, discoteche, centri commerciali. Aprire! Aprire! Aprire!”

Intanto, nella Venezia del leghista Brugnaro venivano offerti aperitivi gratis contro il Coronavirus ai malcapitati turisti, mentre la stragrande maggioranza dei lombardi scambiava la chiusura preventiva delle scuole per motivi di profilassi, come un’occasione unica per allungare la settimana bianca ed accalcarsi sugli impianti di sci (esportando il contagio pure in Trentino e Valle d’Aosta); quindi godersi allo stadio il calcio più bello del mondo.
All’epoca, la parola d’ordine era rassicurare contro il protagonismo allarmistico dell’esecrato Conte-bis (al confronto, la sagoma di cartone sembra quasi uno statista!), e per la bisogna era subito planato in Trentino pure LVI per l’ennesima vacanza.
Nel frattempo, il presidente della Regione Veneto (il “governatore” Luca Zaia) tuonava contro il governo per la spropositata esagerazione delle (blande) misure di contenimento messe in atto; il degno compare in Lombardia sosteneva l’esatto contrario, denunciando le misure troppo poco severe contro lo stesso governo. E il duce di ghisa lanciava merda sul Paese, in nome dell’italianità è ovvio, rilasciando interviste sciagurate sui quotidiani esteri, perché al governo (per fortuna!) non c’è LVI coi suoi manipoli sovranisti, profondendo indignazione un tanto al chilo. Un giorno i francesi, un giorno i tedeschi, l’altro ancora gli inglesi, come nelle migliori barzellette da scuola elementare, in alternativa ai soliti negri e clandestini (giusto per variare un po’)…

“Onore e gloria ai migliori governatori di tutti i tempi”

«La sempiterna citazione di Cocteau – “Un francese è un italiano di cattivo umore” – rifulge a cavallo della Alpi dopo che un video satirico di Canal Plus ha cagionato una crisi diplomatica, con tanto di dichiarazioni ufficiali dei ministri Bellanova e Di Maio a difesa della nostra agricoltura e di… cosa difendesse Di Maio non era chiaro, aspettiamo traduzione. Il video giocava con lo stereotipo dell’italiano pizzaiolo che, chiedo scusa per il termine, peraltro a suo tempo utilizzato nientemeno che da Lucio Dalla, scatarrava su una margherita rendendola “à la coronavirus”. Le risposte hanno riassunto il meglio della contraerea luogocomunista, dalla baguette all’assenza di bidet, spesso combinate con esiti intrusivi, rinsaldando finalmente un Paese confuso contro un nemico: lo sciovinismo dei cugini. L’occasione mi è grata per significare un paio di pareri irrilevanti. Uno: offendersi per una gag uscita male non farà di noi un popolo. Due: per essere efficace, il video avrebbe dovuto ritrarre il pizzaiolo Zaia nell’atto di cospargere sulla pizza carpaccio di topo mentre Fontana gli metteva una mascherina al contrario. Perché quelli siamo noi: perbenisti ad minchiam con gli altri, indulgenti coi cazzari fatti in casa

Luca Bottura
(04/03/2020)

Poi il virus ha cominciato a fare quello che tutti i virus fanno da milioni di anni (diffondersi), trovando un brodo di coltura ottimale nei troppi coglioni in movimento compulsivo, scatenando il panico da pandemia e ponendo fine ai baccanali.
Peccato che sia subito cominciato un altro tipo di Carnevale (e non ultima è la starnazzata serale sui balconi, per un popolo a cui proprio riesce impossibile porre un freno al proprio esibizionismo patologico), col Capitone spasmodicamente impegnato a centrare (e sistematicamente mancare) il trend-topic del momento sui social, per una stanca sceneggiata di bolsa retorica patriottarda: Bandierine tricolore, “onore” di qua e “onore” di là, comprare italiano, orgoglio italiano, Italia agli italiani, prima gli italiani, le mamme e i papà, robuste iniezioni di piagnonismo (molto) nazionale, i soliti elenchi di cose e persone e categorie snocciolati come i grani del rosario, e miliardi da moltiplicarsi come i soldi del monopoli nel suo personale lancia e raddoppia contro il governo in carica, raccomandandosi a santini e madonne.
Adesso, per uno di quei repentini ruzzoloni a cui il Capitone ci ha abituati dai tempi della secessione della padania, è il momento invece di porti chiusi, frontiere chiuse, città chiuse, negozi chiusi, fabbriche chiuse, aeroporti chiusi, Europa chiusa, Italia blindata (per evitare che gli altri ci contagino), pugno di ferro (in alternativa a manganello e olio di ricino). “Chiudere! Blindare! Proteggere! Controllare! Bloccare!”
Invero, l’unica cosa che proprio non gli riesca di chiudere è la bocca (come il culo, è impresa per LVI impossibile), mentre alle consuete foto di “Salvini che mangia”, ora è il tempo di “Salvini che fa la spesa”.
Non mancano poi nel mazzo i grandi tripudi di “onore” pure alla Gran Bretagna di Boris Johnson, il tizio buffo che dal Coronavirus si guarisce infettando più gente possibile per sviluppare l’immunità di gregge (giusto quello, il gregge!), e tanti cazzi a chi tocca, in attesa di rilanciare l’Italexit

“Premier League”
di LUCA BOTTURA
(13/03/2020)

«Il primo ministro britannico Boris Johnson ha molto in comune con Donald Trump. La pettinatura, ottenuta miscelando dell’antiruggine in una betoniera. L’ostilità per l’Europa, vista come un’inutile deviazione nel triangolo dei babbei che unisce Ankara, Washington e Downing Street. Da quando il Regno Unito è uscito dall’Europa, anche la bandiera di fatto ha regalato la 51esima stella allo zio Sam. Ma soprattutto li unisce la presunzione, che su una scala da -32 (Zingaretti) a 10 (Vittorio Sgarbi) è di 128. Ieri, Johnson è apparso sulle reti di casa spiegando perché non ha alcuna intenzione di limitare il pubblico agli eventi di massa, tipo le partite di calcio, i concerti e i raduni delle ex fidanzate di Robbie Williams: “I divieti non sono basati sulla scienza e comunque rispetto ad altri Paesi siamo indietro, nei numeri, di almeno un mese. Non faremo come l’Italia”. Siccome un mese fa eravamo qui a parlare di influenza e giusto ieri abbiamo sfondato i 1000 morti, fra 30 giorni ci saranno verosimilmente 990 britannici che devono il Creatore a uno che (non scherzo, l’ha detto lui) sniffò zucchero a velo convinto che fosse coca. Confrontato a lui, Conte sembra effettivamente Churchill

Sarà una lunga notte. Di quelle cupe per davvero. Il peggio è che è appena cominciata…

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Cojona Vairus

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , on 7 marzo 2020 by Sendivogius

La sociologia è una scienza bistrattata, soprattutto incompresa, nella sua aspirazione a farsi ‘popolare’ e fuggire dai confini angusti delle accademiche stanze, con risultati non sempre riusciti…
È il caso dell’esimio e pensoso Professor Ricolfi.
Luca Ricolfi appartiene a quell’elite colta di intellettuali liberali, convinti di essere di “sinistra”, semplicemente perché provano (ancora) una certa repulsione naturale (sentimento di cui però si vergognano) verso quella plebaglia becera, che infesta le latrine del web e sbava appresso al Pifferaio di turno, attribuendo estensivamente alla “Sinistra” un elitismo (il suo) che in realtà è solo una forma di anticorpo civico, ma che per l’egregio professore è “scollamento sociale” nel rifiuto di mangiare merda insieme ad un’umanità avariata che fa tanto “popolo”.
Ovviamente, certe illuminate elucubrazioni del prof. Ricolfi, che pure è studioso di valore, piacciono soprattutto a Destra (almeno a quella che legge), verso la quale nicchia ricercandone i consensi, mentre continua a professare la propria appartenenza a Sinistra contro cui riserva ogni suo strale.
Al grande (si fa per dire) pubblico, il prof. Ricolfi è conosciuto soprattutto per un suo pamphlet dal titolo evocativo: “Perché siamo antipatici. La sinistra e il complesso dei migliori”. Notare l’uso del plurale maiestatis, per descrivere innanzitutto se stesso e dare la stura a certi livori che gli rodono dentro.
Sull’irresistibile simpatia e la proverbiale modestia che contraddistingue invece la destra italiana abbiamo già parlato e non è il caso di ripetersi, tanta è l’evidenza.
Ma il paradosso non sembra toccare il professore, in tutta la sua contraddizione.
Poi bisogna capire bene cosa Ricolfi intenda esattamente per “sinistra”… Per dire, il professore è uno che ha trovato troppo radical persino l’ex sindaco di Torino, Sergio Chiamparino (!). E naturalmente non perde occasione per scagliare le sue critiche contro l’antifascismo militante: oggetto obsoleto del passato; mentre il fascismo gode di ottima salute per uno straordinario ritorno di fiamma. Ma questo il prof. Ricolfi non lo vede, giacché i problemi sono “ben altri”. E tutto sommato, al professore il prodotto pare non dispiaccia poi troppo. Non ama le sue espressioni troppo dirette però, tipo il “sovranismo”, ma non se ne scandalizza più di tanto. A pensar male, e certamente la realtà non sarà così, uno potrebbe credere che si tratti di una sorta di retaggio aristocratico… un po’ come quegli junker tedeschi che negli Anni Venti (del ‘900) non rigettavano il nazionalsocialismo, ma disprezzavano i nazisti perché considerati troppo rozzi e disdegnavano lo Zio Adolfo perché non sapeva usare le posate a tavola.
Comunque sia, per meglio circostanziare il proprio pensiero, anche il prof. Ricolfi si è creato la sua immancabile fondazione privata, per l’ennesimo think tank autoreferenziale di filosofi aspiranti consiglieri non richiesti dei sovrani. E da uomo de sinistra qual’è, l’ha intitolata a David Hume: rispettabilissimo gigante dell’Empirismo inglese, ma noto soprattutto per essere stato un rivoluzionario proto-bolscevico.
Attualmente, il professore è ridotto a fare l’editorialista su “Il Messaggero” di Roma (meglio conosciuto tra gli affezionati come Il Menzognero”), house organ della Famiglia Caltagirone, dalle cui colonne instilla al popolo le sue perle di saggezza.
Ed è proprio sulle pagine de Il Messaggero che il nostro si produce in un articolo di rara imparzialità e di equilibrata moderazione, come si conviene ad un uomo di studio, contro ogni sensazionalismo terroristico o allarmismo apocalittico, all’insegna di una responsabile sobrietà.
Evidentemente, il professore (che pure abbiamo molto apprezzato per le sue analisi ed i suoi lavori passati) s’è preso tanta paura, a tal punto da perdere di lucidità critica e razionale. Tanto che uno potrebbe chiedersi, leggendo, se si tratti davvero della stessa persona e se nel frattempo non sia già cominciata la fine del mondo…
L’esordio è inconfondibile sin dal titolo, “Coronavirus, calcoli sbagliati: le gravi responsabilità del governo” (tanto per non sbagliarci), ma il seguito è ancora meglio:

Non ho molti dubbi sul fatto che gli storici del futuro avranno molto da dire sulle responsabilità del governo Conte.  Su ciò che è accaduto in questo cruciale mese di febbraio. È molto verosimile che, quando la distanza temporale degli eventi avrà reso gli animi più distaccati e le menti più lucide, alla mediocre classe dirigente che ha gestito questa crisi verranno imputati tre errori fatali, dislocati più o meno a una settimana di distanza l’uno dall’altro”.

È nota invece la straordinaria efficacia delle misure intraprese dalle regioni a trazione leghista, per contenere la diffusione del contagio, fino alla perfetta gestione del presidio di Codogno che infatti ha agito benissimo (e guai a metterne in dubbio l’operato!), tanto che il virus si è sparso su quattro continenti. Per non parlare dei due presidenti di Regione, quelli che amano farsi chiamare “governatore”, manco fossimo in Texas: uno che non riesce nemmeno a infilarsi una mascherina, calata sul viso come un paio di mutande, mentre è ancora indeciso sul fatto che si tratti di pandemia globale o semplice influenza. E quell’altro fenomeno da sagra, che blatera di cinesi che mangiano topi vivi. Ovviamente tutto in diretta facebook. Alla faccia della tanto decantata efficienza e competenza lombardo-veneta!
È l’altra classe dirigente, quella seria e responsabile, che fino a due mesi fa era impegnata a starnazzare contro la presenza dei troppi froci al Festival di Sanremo, per preoccuparsi d’altro. E che con ogni evidenza sembra piacere al compassato Professore de Sinistra (dice lui).
E dunque, dopo un siffatto preambolo, andiamoli a vedere ‘sti tre errori fatali, mentre all’orizzonte risuonano gli zoccoli dei cavalieri dell’Apocalisse…

“Errore 1: avere sottovalutato, nonostante le avvertenze degli esperti (il primo allarme di Roberto Burioni è dell’8 gennaio, ben due mesi fa), la gravità della minaccia dell’epidemia di coronavirus, non solo respingendo la linea rigorista dei governatori del Nord, ma tentando di approfittare politicamente delle circostanze: un’emergenza sanitaria è stata trattata come un’emergenza democratica, come se la posta in gioco fosse l’antirazzismo e non la salute degli italiani (il medesimo Burioni, per le sue proposte di quarantena, è stato accusato di fascio-leghismo).”

Nessuno, ad eccezione degli imbecilli no-vax (ma lì siamo nell’ambito delle patologie mentali), mette in dubbio la competenza scientifica del prof. Burioni. Ma se poi il medesimo Burioni passa più tempo a fare il bullo sul web, senza risparmiare allusioni sessiste alle sue colleghe (tipo la “Signora del Sacco”), piuttosto che occuparsi di ricerca clinica, allora può capitare che tra le persone serie si arricci il naso, a scapito della incisività del virologo-vip che ancora il 28 Gennaio (meno di due mesi fa) sosteneva pubblicamente l’esatto contrario, con la stessa foga con la quale oggi contraddice se stesso:

“Coronavirus? Prima di tutto, facciamo chiarezza: il virus in Italia ancora non c’è. Quindi, non ha nessun senso evitare i cinesi, i ristoranti cinesi, i quartieri cinesi. Non dobbiamo farci prendere dal panico. C’è però una situazione in rapida evoluzione che deve preoccuparci e non dobbiamo fare i faciloni. Ma ribadisco: niente panico, nessuna discriminazione nei confronti dei cinesi.”

Evidentemente, un problema “razzismo” (si chiama sinofobia ad essere pignoli) c’era, visto che lo stesso Roberto Burioni se n’è accorto subito. Luca Ricolfi, no. Lui si occupa di altro e si gonfia di sdegno nel denunciare come “un’emergenza sanitaria” sia stata trattata alla stregua di “un’emergenza democratica” (?!). Forse per il sociologo la soluzione era pestare a sangue tutti i musi gialli mangia-topi (vivi), come misura straordinaria per debellare il contagio su intimidazione preventiva.
C’è chi l’ha fatto. E forse il professor Ricolfi apprezzerà l’iniziativa che molto ha contribuito alla difesa della salute degli italiani; oppure non ha davvero la consapevolezza di ciò che va scrivendo. Certo un pogrom avrebbe potuto dare risultati migliori.

“Errore 2: aver rinunciato, quando la misura sarebbe stata ancora efficace, a una campagna massiccia di tamponi, per la paura di danneggiare l’immagine dell’Italia all’estero.”

Veramente all’Italia si ‘rimprovera’ di averne fatti anche troppi di tamponi, a cazzo di cane, senza alcun coordinamento istituzionale e con dubbia efficacia, mentre ogni autorità locale o meno si organizzava come meglio credeva, fregandosene delle direttive ministeriali e facendosene pubblico vanto. Ed è il principale motivo per cui gli italiani vengono additati come i principali untori su scala continentale, proprio perché nulla è stato tenuto nascosto. Gli altri paesi europei, semplicemente, i tamponi non li hanno fatti. E di certo non a tutti su applicazione massiva. Motivo per cui da noi i contagi gonfiano le statistiche, mentre all’estero i focolai di infezione restano pressoché sconosciuti fino alla loro esplosione.
Se preferisce, al professor Ricolfi la prossima volta lo spieghiamo coi disegnini ed i mattoncini colorati.

“Errore 3: aver insistito per giorni sulla necessità di far ripartire l’economia, come se questo obiettivo – se perseguito nel momento di massima espansione dell’epidemia – non avesse l’effetto di facilitare il contagio. Non so se, in queste ore, il governo correggerà la rotta, e in che misura eventualmente lo farà. Ma penso di poter dire, sulla base dell’evidenza statistica disponibile, che non essere intervenuti drasticamente e subito avrà un costo enorme in termini di vite umane, prima ancora che in termini di ricchezza.”

Al prof. Ricolfi qualcuno dovrebbe spiegare che non tutti hanno il privilegio di venir pagati per starsene nel salotto di casa a scrivere stronzate. E che senza lavoro, la gente comune non mangia. In genere funziona così.
E qualcun altro ancora dovrebbe spiegargli che nessun paese al mondo può bloccare di punto in bianco tutte le sue attività produttive e rinchiudersi in casa con scorte di viveri infinite a tempo indeterminato, a meno di non voler innescare la più grande crisi sociale ed economica dell’ultimo millennio e regredire ai tempi dell’invasione longobarda, fino alla propria dissoluzione. Non è un problema di “ricchezza”, ma di sopravvivenza: qualunque sistema sociale collasserebbe, sotto una simile pressione.
Strano che un sociologo non capisca un concetto tanto elementare.

“Il numero di persone già contagiate è molto più ampio del numero di positivi, e il numero di morti raddoppia ogni 48 ore senza, per ora, mostrare alcun segno di rallentamento. Il tasso di propagazione dell’epidemia, il famigerato R0, è tuttora largamente superiore a 2, probabilmente prossimo a 5 contagiati per infetto. Se, come molti esperti considerano possibile, il virus dovesse raggiungere anche solo il 20% della popolazione (12 milioni di persone), i morti non sarebbero il 3% (circa 360 mila) ma almeno il triplo o il quadruplo, ovvero 1 milione o più. In quel caso, infatti, i posti di terapia intensiva necessari per salvare i pazienti gravi non sarebbero sufficienti, nemmeno ove – tardivamente – il governo varasse oggi stesso un piano per raddoppiare o triplicare la capacità attuale (oggi i posti disponibili sono 5000, con 12 milioni di contagiati ce ne vorrebbero più di 50 mila, ossia 10 volte la capacità attuale).
[…] E non voglio neppure pensare che cosa potrebbe accadere se, come alcuni esperti ritengono possibile, l’epidemia dovesse raggiungere quasi l’intera popolazione italiana.”

Il fatto di insegnare psicometria non è che svincoli i docenti dallo sparare minchiate in libertà, inanellando numeri a cazzo ed inventando incidenze statistiche totalmente campate in aria, con tassi di contagio e di mortalità a tempo di record, che manco la peste nera del 1348 o la famigerata “influenza spagnola” del 1917 hanno mai raggiunto!

“So di star per dire una cosa non provabile in modo inoppugnabile (i dati sono ancora parziali) ma solo plausibile, e tuttavia voglio dirla lo stesso, perché proteggere la mia reputazione di studioso è meno importante che avvertire di un pericolo che è largamente preferibile sopravvalutare che ignorare. Ebbene, nelle prossime 72 ore, se nulla cambia, è verosimile che l’Italia attraversi la barriera dei 60.000 contagiati, un limite oltrepassato il quale il rischio di interagire con persone contagiate diventa non trascurabile, ed enormemente più grande di quello che avevamo anche solo fino a un paio di settimane fa.

 Ecco, segnatevelo! Perché le 72 ore sono belle che passate, i 60.000 contagiati non si sono ancora visti (praticamente un ritmo di oltre 800 nuovi infetti all’ora!), e la reputazione del terrorizzato professore in piena crisi di nervi è già bella che andata irrimediabilmente a puttane, per il Cassandro fuori tempo massimo.
Avrete notato tutti i bulldozer che scavano le fosse comuni nei parchi, con le cataste di cadaveri che vengono bruciati durante la notte? O l’inquietante presenza dell’esercito in tenuta NBC che presidia le strade dove agonizzano gli infetti?

“Non spetta a me, né ne avrei gli strumenti, per redigere un piano che limiti i danni. […] Due cose, però, mi sento di dirle. La prima è che la priorità non può essere far ripartire l’economia subito, perché questo non farebbe che accelerare la circolazione del virus. Le risorse economiche dovrebbero essere indirizzate prima di tutto a moltiplicare le unità di terapia intensiva e sub-intensiva, perché quasi certamente fra 2 o 3 settimane i malati gravi saranno molto più numerosi dei posti disponibili. La seconda è che, se vogliamo limitare il numero dei morti, dovremo rinunciare, per almeno qualche settimana, a una parte delle nostre libertà e, probabilmente, anche a una frazione di ciò che siamo abituati a pensare come parte integrante della democrazia. Quando dico rinunciare alle nostre libertà, penso soprattutto alla libertà di circolazione e di spostamento. E quando dico rinunciare a una frazione della democrazia intendo dire che, se vogliamo salvare il servizio sanitario nazionale, dobbiamo avere il coraggio di nominare un commissario per l’emergenza, che sia competente, dotato di pieni poteri, di un budget adeguato, e completamente immune alle interferenze della magistratura e della politica.”

Ah! In pratica tutto ‘sto casino, per affidarsi fideisticamente ad un dittatore che tiene il camice bianco sopra la divisa; non risponde alle Leggi, né alla Costituzione, né ai Parlamenti, ma agisce con pieni poteri.
E dagli! Cos’è una fissazione?!?
Questo a voler essere melodrammatici, perché poi tutto si riduce ad un Bertolaso-bis che tante fortune e formidabili risultati ha prodotto in Italia, ai tempi del suo mandato incontrastato.
Grazie ciccino, abbiamo già dato!

“L’alternativa esiste, naturalmente, ed è di continuare con la rancida minestra che ci sta somministrando questo governo. Ma bisogna sapere, allora, che il costo non si misurerà in termini di consenso, o di punti di Pil perduti, bensì in termini di vite umane che si è rinunciato a salvare.

Ehhh bouuum!!! Qui siamo oltre le profezie da arma fine di mondo!

«Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto essere vivente che diceva: ‘Vieni!’. Ed ecco, mi apparve un cavallo verdastro. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli veniva dietro l’Inferno. Fu dato loro potere sopra la quarta parte della terra per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra
(Apocalisse 6, 7-8)

Prima o poi, questa tragica pantomima finalmente finirà… allora “gli storici del futuro” (e soprattutto gli psicologi) avranno molto da dire su come uomini apparentemente dotati di senno e di solida cultura, con un’onorata carriera accademica alle spalle, abbiano buttato al cesso la propria reputazione e credibilità, per prodursi senza ritegno in così iperboliche stronzate deliranti. E ci si chiede seriamente se non fossero sopravvalutati anche prima e se non sia il caso di ricorrere d’urgenza ad una salutare TSO, per ovvi motivi di igiene (mentale).

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AMICI SUOI

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , on 23 gennaio 2020 by Sendivogius

Luca Lucci e Matteo Salvini

L’ex ministro della polizia, Matteo Salvini, col suo patriottico amichetto di merende Luca Lucci.

Io stesso sono indagato. Sono un indagato in mezzo ad altri indagati. Io sono per il tifo corretto, colorato e colorito. Episodi di violenza non mi appartengono e non appartengono a nessuno sportivo. Questi tifosi sono persone perbene, pacifiche, tranquille. Loro portano colore con un coro, un tamburo, una bandiera. La violenza è un’altra cosa
Matteo Salvini
(16/12/2018)

Giusto en passant, perché mai uno dovrebbe farsi del male psichico e leggere “Il Giornale”?
Perché ogni tanto, nonostante il certosino controllo della Direzione, vuoi per sabotaggio interno, per ribellione da saturazione, o per scherzo, capita che dalla redazione sfuggano articoli come questo.
Subito rimossi, per carità! Ma sempre recuperabili dalle pieghe del web, che qualche volta si dimostra persino utile… Noi non vi anticipiamo nulla. Voi gustatevelo!

‘Ndrangheta, spaccio e croci nazi Le curve crocevia della criminalità
Luca Fazzo
“Il Giornale”
(28/12/2018)

«Giusto per fare un po’ di nomi e cognomi:
Gennaro De Tommaso detto “Genny a Carogna”, capo dei Mastiffs del Napoli, l’anno scorso è stato arrestato per traffico di stupefacenti.
Luca Lucci, l’ultrà del Milan divenuto famoso per i suoi selfie con il ministro Matteo Salvini, è amico di narcotrafficanti e assassini.
Il suo capo Giancarlo «Sandokan» Lombardi, che da decenni detta legge sulla Sud di San Siro, è un pregiudicato e un fascista. I fratelli Franco e Alessandro Todisco, figure fisse della Curva Nord dell’Inter, sono i fondatori di Cuore Nero, gruppo neonazista. Daniele De Santis, l’ultrà romanista che uccise il napoletano Ciro Esposito, faceva parte dei Boys, fondati da “Marione” Corsi, fascista e membro dei NAR. Il volto nuovo della curva della Juve, Rocco Dominello, è un affiliato alla ‘ndrangheta, cosca Pesce-Bellocco di Rosarno.
Occorre andare avanti? Brandelli di biografe, stralci di schede segnaletiche che raccontano un trend ormai fuori controllo: la mutazione genetica delle curve degli stadi italiani, divenute ormai un crocevia di ideologia e di affari criminali dove il calcio entra veramente poco, e dove due passioni sovrastano tutte le altre: il desiderio di fare soldi e la voglia di menare le mani. L’ideologia fascista conta più che altro come collante interno e per le alleanze nazionali e internazionali: la love story più solida nelle curve italiane, quella tra interisti e laziali, è saldata da svastiche e rune. E lo stesso vale per le alleanze continentali, come l’asse tra la curva del Verona e gli Ultras Sur del Real Madrid, che portano in dote bandiere naziste, o il patto di ferro tra la Sud del Milan e i Grobari (“Becchini”) del Partizan di Belgrado, nazionalisti e omofobi, già protagonisti dell’assalto al gay pride del 2010, e infiltrati in profondità da esponenti del narcotraffico.
La commistione tra curve e politica non è un fenomeno nuovo, nasce insieme ai primi gruppi ultrà negli anni Settanta. Nuova è la conquista delle curve dalla alleanza tra tifo, malavita e politica che poggia su due pilastri: un patto trasversale tra le tifoserie più importanti sancita a partire dal vertice del 3 settembre 2009; e la sudditanza da parte dei club. L’esempio più eclatante, perché l’immagine ha fatto il giro del mondo, è la genuflessione del capitano del Napoli Marek Hamsik davanti a “Genny a’ Carogna”, il 3 maggio 2014 prima della finale di Coppa Italia. Ma che dire dell’Inter che permette agli ultras di salire sul pullman della squadra e minacciare i giocatori? O del Milan che subisce i ricatti a raffica dei capicurva, contro i quali si batte invano (e pagandone le conseguenze) Paolo Maldini? La vergognosa trattativa tra la Juventus e il clan Dominello è solo l’ultima puntata di un serial che si trascina da tempo.
Spaccio di droga, traffico di biglietti, ricatti alla società (e i cori razzisti di mercoledì a San Siro fanno parte di quest’ultima sotto-categoria): questo è il groviglio di interessi che i clan si spartiscono in curva, in un clima di impunità dove tutto diventa possibile, compreso l’assalto ad una caserma dei carabinieri, per «vendicare» il tifoso laziale Gabriele Sandri, compiuto dai tifosi interisti l’11 novembre 2007. In testa al gruppo i fratelli Todisco, quelli di Cuore Nero.
Ma nel corteo c’è anche Franco Caravita, il capo indiscusso della curva nerazzurra: interista duro e puro ma pronto a scendere a scendere a patti con i rivali di sempre in nome degli interessi comuni. C’è anche lui, all’incontro cruciale dei capicurva del 23 settembre 2009. E del suo omologo rossonero Giancarlo Capelli è anche socio in affari

I più interessati potranno trovare una ricca collezione su Luca Lucci ed i suoi camerati.
Non risulta che abbiano mai ricevuto scherzi al citofono di notte, con codazzo di sgherri divertiti e filmino su facebook.

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Letture del tempo presente (IV)

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , on 15 dicembre 2019 by Sendivogius

La voglia dell’uomo forte

Le minacce di crisi sugli spiccioli e la repentina salita al Colle di Conte sono l’ennesima fotografia di un governo fermo in un paese fermo. Si spiega così il Censis: la crisi di sistema genera l’uomo forte e non viceversa.

  di Alessandro De Angelis
  (06/12/2019)

«Non c’è da scomodare la Repubblica di Weimar, per spiegare il rapporto del Censis, con “l’attesa messianica dell’uomo forte”, che sgorga dalle viscere della società italiana.  
[...] La parola che domina il rapporto annuale del Censis è “incertezza” (l’anno scorso era “cattiveria”, l’anno prima “rancore”), determinata dalle mutate condizioni sociali, dall’ansia di dovercela fare da soli, indeboliti i canali tradizionali di protezione, dalla sfiducia verso partiti e politica. Incertezza è la parola chiave per raccontare la politica italiana in questa fase. La giornata di oggi è paradigmatica, con una lite su quattro spicci fino al punto di evocare il voto, la drammatizzazione di una salita al Colle, uno dei protagonisti, stavolta Renzi, come ieri poteva essere Di Maio che annuncia il proseguo del ballo per il prossimo anno “ne vedremo delle belle”, dopo aver una giornata in cui ha portato al parossismo la strumentalità della sua azione, perché non si è mai visto che, per piantare una bandierina, si minaccia la crisi sulla plastic tax.
Tutto questo è la cronaca di una palude, di governo fermo, in un paese fermo o se preferite di un paese senza governo. Il governo è incapace di decidere dalla prescrizione al Mes, dall’autonomia all’Ilva ad Alitalia, in una dinamica litigiosa in cui nessuno ha la forza, la leadership e il coraggio di assumere una iniziativa e, ognuno, nella sua debolezza riesce solo a minacciare. Anche il voto, come se fosse uno sparo a salve, proprio sapendo che nessuno ha convenienza ad andarci. Questo accade in un paese la cui drammatica crisi è attestata dai quotidiani dati sull’economia reale, l’ultimo di ieri di Federmeccanica che attesta il 3,12 in meno di produzione industriale.
Ecco, nascono da qui, da questo intreccio sistemico, le pulsioni di cui parla il Censis, senza scomodare Weimar o il ’29. È la crisi di sistema che produce il desiderio di uomo, non l’uomo forte che produce la crisi di sistema. Non è l’iniziativa politica di Salvini che sta terremotando il quadro, anche perché a ben vedere questa iniziativa non c’è. Al netto del tasso di propaganda quotidiana siamo di fronte a un’opposizione che non alimenta il conflitto sociale, mostrando in definitiva di non avere fretta di tornare al governo, in una situazione così delicata: enormi grane sul tavolo, come Ilva e Alitalia, casse vuote, soprattutto in relazione alle promesse del “meno tasse per tutti”, un rapporto difficile con l’Europa. In fondo a Salvini va bene così e sceglierà, senza fretta, il momento propizio per andare al voto: gli bastano 15 senatori dei cinque stelle che già ha e il gioco è fatto.
 E allora, Salvini o non Salvini, il punto è altro. Magari il governo andrà avanti nell’incastro perfetto di debolezze e minacce e non ci sarà la “crisi di governo”, ma sta saltando il paese. È in atto una crisi più profonda anche perché non è governato. La democrazia entra in crisi proprio se non è capace di decidere, a maggior ragione in una società così frenetica e presentista. Ecco il pericoloso desiderio di semplificazione dei processi di decisione, per cui, se si va avanti così, il paese si affiderà a chi chiederà pieni poteri, sia esso Salvini o un altro, in un’Italia, come il resto del mondo, dominato dalla precarietà e dalla paura. E chi ha paura non è avvezzo ad affidarsi alla processualità e alla delega, figuriamoci a chi, dopo novanta giorni, non ha ancora affidato le deleghe ai sottosegretari, ovvero non è nel pieno della sua operatività, neanche formale

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