Archive for the Kulturkampf Category

RED BUTTON

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , on 21 gennaio 2018 by Sendivogius

Come tutti ben saprete, tra le piaghe più devastanti che sconvolgono il pianeta c’è sicuramente l’annoso problema delle “Fake News” (!). Sì, insomma: le bufale, le balle, le panzane, le boiate… che a vario titolo massimamente imperversano nella ‘rete’ dei nuovi imbecilli digitali. Adesso le cazzate si chiamano “fake”, nella moda anglicizzante che tutto reinventa a fenomeno globale, ma sono sempre esistite. Esattamente come i cazzari, che vi costruiscono sopra la loro fortuna.
Ora, ci sono vari modi per contrastare le “fake news”, ovvero le balle (ed i cacciaballe)… E non è detto che funzionino, perché le menzogne per essere efficaci si nutrono di mezze verità, distorcendo la realtà con la manipolazione dei fatti. E lo fanno tramite l’immissione di una serie di dati fallati, che insistono sull’aspetto emotivo; onde suscitare una reazione immediata, che si amplifica e si alimenta per effetto di massa.
Nei casi più riusciti, diventano propaganda e sono funzionali alla preservazione o alla conquista del potere, nutrendosi di promesse impossibili o decantando successi mirabolanti di governi inconsistenti. Insomma, basta seguire una qualunque campagna elettorale, con la sovraesposizione di cialtroni alla ribalta, per capire di cosa parliamo. Nell’inflazione di balle contrapposte che si alimentano a vicenda, le “fake news” sono uno strumento promozionale di lotta politica. E la mistificazione delle informazioni diventerà allora prassi ordinaria per il controllo delle opinioni.
Tanto poi chi è che va a verificare?!?

«Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l’ignoranza e scrivere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avere il coraggio di scrivere la verità, benché essa venga ovunque soffocata; l’accortezza di riconoscerla, benché venga ovunque travisata; l’arte di renderla maneggevole come un’arma; l’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l’astuzia di divulgarla fra questi ultimi. Tali difficoltà sono grandi per coloro che scrivono sotto il fascismo, ma esistono anche per coloro che sono stati cacciati o sono fuggiti, anzi addirittura per coloro che scrivono nei paesi della libertà borghese

Bertolt Brecht
“Scritti sulla letteratura e sull’arte”
Einaudi (Torino, 1973).

Il modo peggiore di affrontare la questione, ammesso e non concesso che questa sia poi così pregnante, come vorrebbe farci credere un circo mediatico a corto di non-notizie con le quali riempire i palinsesti, è affidare la soluzione ad altri imbecilli nella prevalenza del cretino contemporaneo Perché, come diceva Ennio Flaiano, “niente è più pericoloso di uno stupido che afferra un’idea, il che succede con una frequenza preoccupante. Se uno stupido afferra un’idea, è fatto: su quella costruirà un sistema e obbligherà gli altri a condividerlo”.
Capita così che i gestori di quell’immenso stupidario condiviso ad uso collettivo, meglio conosciuto come Facebook, per smascherare le notizie false elaborino un sistema di votazione che permetterà agli utenti di decidere quali contenuti siano da considerarsi credibili e quali invece no. L’unico requisito di attribuzione (e legittimazione) è il parere della maggioranza, per vox populi e senza bisogno di altra confutazione se non il numero di ‘like’ cumulati a colpi di clic. Prodigi della “democrazia diretta” ai tempi di internet.
Che è un po’ come se uno avesse chiesto ai bigotti fanatici di Salem, durante i tempi allegri della caccia alle streghe, se nel loro villaggio fossero state presenti adoratrici del demonio che operavano sortilegi maligni contro i devoti villici timorati di dio. E su questo decidere l’esecuzione o meno delle sospettate. Perché la maggioranza ha sempre ragione. E infatti…
Sfugge ai cretini di Menlo Park (succursale demente di South Park), che se riunisci cento idioti dentro una sala questi non cesseranno di produrre e condividere le medesime idiozie. Ed anzi usciranno rafforzati e rassicurati nelle loro convinzioni dalla preponderanza del numero. A livello virtuale, se possibile, il processo è ancora più virale. Ma appunto: mai affidarsi ad un cretino; soprattutto quando questo viene illuminato da lampi di imbecillità, che ovviamente scambia per idee geniali.
Il problema diventa reale, e preoccupante, quando l’imbecille viene investito di un’autorità superiore e decide di scindere il vero dal falso per sua infallibile volontà, in virtù del proprio insindacabile mandato. È il caso del sopravvalutatissimo ministro Marco Minniti, il servizievole Lothar prestato agli Interni, al quale evidentemente sfugge che se un problema legato alle “fake news” esiste davvero, questo è innanzitutto un problema culturale. E che la veridicità di una notizia non si stabilisce certo per decreto o per volontà della polizia, giusto per non aggiungere alle distorsioni cognitive di una massa anomica di creduloni, le deviazioni inquisitorie di un ministro imprigionato nella visione sbirresca della società. Non ci sono molte altre spiegazioni valide alla promulgazione del fantomatico “Primo Protocollo Operativo” contro le fake news, affidato al controllo delle autorità di Polizia. A parte gli imbarazzanti richiami al “Primo Ordine” che comanda le truppe imperiali della serie Star Wars, è quanto meno demenziale ancorché inquietante la pretesa di istituire una sorta di Grande Fratello che vigila sul webbé, per quello che assomiglia ad una specie di Ministero della Verità, dove un ministro (ed implicitamente il Governo) decide ciò che è giusto o sbagliato, attraverso un fantomatico comitato di “esperti” che funzionerebbe più come collegio censorio che di garanzia. Qualcosa di cui proprio non se ne sentiva bisogno oltre a creare un precedente pericoloso. E che la dice lunga sulla forma mentis del glabro ministro, che si balocca compiaciuto col suo bel bottone rosso, lucidato per l’occasione e che è ben deciso a premere…
Per certi tomi al governo (fortunatamente agli ultimi sgoccioli) deve costituire il nuovo Punto G in grado di stimolare gli orgasmi da onnipotenza, per questa caricatura pelata di un Noske resuscitato al Ministero degli Interni.

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Mediamente Progressista

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , on 13 gennaio 2018 by Sendivogius

Ritratto impietoso del travet nell’Italietta borghese ed impiegatizia degli Anni del Riflusso, mai avremmo immaginato di dover ritrovare nelle disavventure del ragionier Ugo Fantozzi, la rappresentazione più evocativa (e profetica) di una razza padrona che si sente investita di una missione universale ed ama esibire velleità progressiste, nell’ipocrisia che ne soffonde la volontà di dominio, staordinariamente incarnata dall’inquietante Duca Conte Maria Rita Vittorio Balabam: il “megadirettore galattico” che vive isolato nell’essenza immanente di un vuoto asettico nel nulla siderale del suo 28^ piano, lontano e irraggiungibile dai comuni mortali, tra le acquiescenze di un cetomediume declinante.

A voler essere perfidi, coi suoi modi curiali e paternalistici, il Megadirettore assomiglia ad una specie di papa Bergoglio magro, nell’ostensione di un pauperismo francescano di facciata, dietro al quale si nasconde la propensione gesuitica per il culto del potere per il potere.

Balabam: “Prego, si accomodi. Si sieda…”
Fantozzi: “Qui?! Al suo posto?
Balabam: “Ma certo… Un sorso d’acqua? Un tozzo di pane?”
Fantozzi: Ma… scusi Conte, io mangiare con Lei?!?
Balabam: “Ma certo. Che differenza c’è tra me e lei?”
Fantozzi: Ma abbia pazienza! Ma come che differenza c’è!? Non mi vorrà mica dire, Sig. Duca, che siamo uguali io e Lei? Voi siete i padroni… gli sfruttatori! Noi invece siamo gli schiavi, i morti di fame..!”
Balabam: “Ohh ma caro Fantozzi è solo questione di intendersi… Eh di terminologie: lei dice ‘padroni’ ed io ‘datori di lavoro’; lei dice ‘sfruttatori’ ed io dico ‘benestanti’; lei dice ‘morti di fame’ e io ‘classe meno abbiente’. Ma per il resto la penso esattamente come lei.
Io come lei sono un uomo illuminato e sono convinto che a questo mondo ci sono molte ingiustizie da sanare. La penso esattamente come lei….”
Fantozzi: “Ma… mi scusi… sire, ma non mi vorrà dire che Lei è, scusi il termine, comunista?!?
Balabam: “Be’ proprio comunista… no. Vede, io sono un medio progressista.”
Fantozzi: “Ahhh! Ma in merito a tutte queste rivendicazioni e a tutte le ingiustizie che ci sono, Lei che cosa consiglierebbe di fare, Maestà?”
Balabam: “Ecco, bisognerebbe che per ogni problema nuovo tutti gli uomini di buona volontà, come me… e come lei, caro Fantozzi… cominciassero ad incontrarsi senza violenze in una serie di civili e democratiche riunioni, fino a che non saremo tutti d’accordo…”
Fantozzi: “Ma, mi scusi santità! Ma in questo modo ci vorranno almeno mille anni!
Balabam: “Posso aspettare… IO.”

Il renzismo declinante è solo uno dei suoi ultimi stadi di incubazione, ma i prodromi di questa involuzione permanente c’erano già tutti…

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IMMACOLATA CONCEZIONE

Posted in Kulturkampf with tags , , , on 24 dicembre 2017 by Sendivogius

Dimmi come parli e ti dirò chi sei…

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , on 17 dicembre 2017 by Sendivogius

Dopo i contorcimenti acrobatici del politically correct e delle sue perversioni semantiche, nell’orgia censoria che obnubila le
menti dell’americano medio, sempre più somigliante ad una parodia dei Simpsons (dove al confronto Homer sembra quello intelligente), costantemente in bilico tra fanatismo iconoclasta e caccia alle streghe (antico sport nazionale almeno dai tempi di Salem), ci mancava davvero un’insana iniezione di censura linguistica.

Se vuoi cancellare le realtà che non si conformano alla tua gabbia ideologica, inizia col proibire l’uso delle parole che ne definiscono l’essere. Nega loro l’uso del nome. Svuotane i contenuti nell’impossibilità di poter loro attribuire un significato, attraverso la rimozione dal lessico delle parole che ne definiscono il contenuto e finanche la categorizzazione cognitiva.
Se gli imbecilli mancano totalmente di ogni senso del ridicolo, i fanatici difettano di fantasia. E nella sicumera che ne accompagna le certezze assolute, non hanno alcun bisogno di argomentare le proprie opinioni elevate a dogmi. Se qualcosa entra in contrasto col loro corollario di verità rilevate, semplicemente, basta rimuoverlo. Perché senza un nome non si esiste. E uno potrà così avere l’illusione di non doversi più preoccupare di cose per sé scomode. O almeno così sembra pensarla l’Amministrazione Trump che, in uno di quei folgoranti lampi di imbecillità che ne ravvivano di tanto in tanto l’idiozia permanente, ha deciso di cancellare dagli atti ufficiali del CDC (Centers for Disease Control and Prevention), la principale agenzia federale per il controllo epidemiologico e prevenzione sanitaria, ogni riferimento ad una serie di parole, che a quanto pare molto devono sconvolgere la fantasia malata dei talebani, che ispirano le scelte di questa distopia puritana fuori tempo massimo dalla Storia chiamata “Presidenza Trump”.
Nella lista delle parole proibite rientrano: “vulnerable“, “entitlement“, “diversity“, “transgender“, “fetus“, “evidence-based“, “science-based“. Si presuppone che l’elenco sia stato stilato, per assecondare le torme di bigotti rinati del fondamentalismo evangelico nel loro medioevo rurale.

Gli stessi che, insieme ad i feticisti estremi delle armi, i nazisti travestiti dell’Illinois…

…nonché gli immancabili cappuccetti bianchi del Ku Klux Klan, sembrano costituire oramai il solo elettorato di riferimento del grasso citrullo imparruccato alla Casa Bianca. E c’è del metodo nella scelta…
“Vulnerabile”. Se si riconosce che una persona è vulnerabile, è implicito questa debba essere in qualche modo tutelata ed assistita a livello medico, proprio in virtù della sua “vulnerabilità”. E che questo, anche in un sistema di prestazioni sanitarie minime, rientri in un suo specifico “diritto”. E qui si entra nella scelta della seconda parola proibita…
“Diritto”. Il nodo della questione è tutto qui: se esiste un diritto legalmente riconosciuto, è ovvio che poi questo vada garantito e fatto rispettare. Se si disconosce l’esistenza di un qualsivoglia diritto, si nega l’esistenza dello stesso e con esso tutto quell’insieme di tutele e di cure, che altrimenti non potrebbero essere negate.
“Diversità”. Bigotti e nazisti aborrono ogni forma di diversità. Fosse per loro, si trincerebbero nei loro villaggi di campagna, armati fino ai denti. E copulerebbero unicamente tra di loro, per non inquinare la purezza della razza. Questo spiegherebbe infatti i livelli di cretinismo fuori scala dei nazidementi, con l’irresistibile appeal raggiunto dalla nuova nazione ariana.
“Transgender”. Ovvero, un derivato della terrifica lobby gay in nome dell’omonima ideologia ci vorrebbe tutti più froci, attraverso una propaganda pervasiva volta a destabilizzare l’ordine naturale del mondo. Un must per ogni clericofascista  votato ai rituali del complottismo macerato in salsa clericale e che ossessiona gli incubi dei nuovi crociati del medioevo di ritorno e la sessualità quantomai incerta.
“Feto”. Questa è facile: l’embrione è una persona e tale deve essere considerato il “nascituro” dal concepimento al parto. Con un inconveniente che i censori della parola non hanno però considerato: come faccio a riconoscere un ovulo fecondato (il futuro nascituro), come “vulnerabile” e portatore di “diritto”, nella sua “diversità”, se mi sono precluse le parole per definire lo status in quanto tale?!?
“Basato sui fatti” e “basato sulla scienza”. La prevalenza delle fede sulla scienza, nel primato della religione. Pertanto, le evidenze scientifiche dovranno imprescindibilmente tenere conto degli “standard e dei desideri della comunità”, e ad essi conformarsi. Insomma, se per assurdo un gruppo di villici analfabeti dovesse improvvisamente credere che i casi di anemia siano dovuti ad una infestazione vampirica, è ovvio che autorità mediche e sanitarie dovranno andare in giro a scoperchiare tombe nei cimiteri, armati di paletti di frassino ed acqua santa, “in considerazione degli standard e dei desideri della comunità”.
Tempo al tempo, se la cosa porterà qualche voto in più, arriveranno ad affermare che la Terra è piatta ed il sole gira attorno ad essa. Non per niente, lo dice pure la Bibbia… Ricordate Giosuè che voleva più tempo per sterminare gli infedeli e per questo intima al sole di fermarsi?!?

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BLACK FRIDAY

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , on 25 novembre 2017 by Sendivogius

Non esiste puttanata, aka amerikanata, che gli italiani si facciano mancare. Sono come i polli da batteria: basta rimpinzarli di mangime all’ingrosso e loro beccheranno qualsiasi cosa, prima di essere spennati e bolliti una volta ingrassati a dovere.
Un tempo si chiamavano “saldi”; ora invece, con una di quelle operazioni di mercato che spacciano per ‘nuovo’ ciò che invece è vecchissimo, si dice black friday (!!).
Il “venerdì nero” rientra nel pastone, per ammansire masse bulimiche di consumatori compulsivi. Ovvero di crearne di nuovi, per emulazione indotta su contagio collettivo, sulla spinta del mega scontone al primo coglione che più compra nell’accumulo di roba.
Il fenomeno è ancora circoscritto e lontano dai fenomeni di isteria collettiva di altre e più desolate lande di citrulli (evidentemente disponiamo di anticorpi ancora solidi). Per questo ce lo ripropongono a tambur battente, da mane a sera, come un mantra (compra! Compra!! Compraaah!!!).
E francamente non se ne può più..!

Chissà cos’altro si inventeranno ancora… Perché la madre degli imbecilli è sempre incinta.  

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S-CATENATEVI!

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , on 11 novembre 2017 by Sendivogius

Sulla cosiddetta “questione meridionale” sono stati versati fiumi di inchiostro. Non c’è autore, nella tradizione intellettuale più nobile del pensiero italiano… fosse essa di estrazione socialista, liberale, cattolica, anarchica, riformista… che non vi si sia soffermato sopra almeno una volta, con toni ora vibratamente appassionati, ora asetticamente clinici, più spesso critici e sdegnati. Lontanissmi da certo piagnonismo neo-borbonico, che nel suo revisionimo nostalgico e populisteggiante millanta di paradisi perduti, sotto l’illuminata amministrazione di Re Bomba.
Antonio Gramsci e Gaetano Salvemini, insieme alle concause storiche ed economiche, individuano i mali in apparenza atavici del Mezzogiorno d’Italia, nell’assenza di una vera classe intellettuale, dietro una piccola borghesia parassitaria ed impiegatizia, totalmente priva di qualsiasi senso civico (se non di etica) e reale spessore culturale, per un ceto ‘dirigente’, o aspirante tale. Una compagine sociale che Salvemini (da meridionale) non esita a definire “delinquente e putrefatto“, che vivacchia all’ombra del notabilato locale e prospera al servizio degli interessi dei grandi latifondisti e dell’aristocrazia agraria. Soprattutto, critica con ferocia quello che oggi verrebbe chiamato “cetomediume”. Dileggia la tendenza all’autocommiserazione assolutoria della piccola borghesia parassita ed oziosa che scrive sui giornali e piange sulle miserie proprie, credendole in buona fede miserie di tutta l’Italia meridionale. E ne demolisce impietosamente le velleità “intellettuali”, che altro non sono se non superficie per l’acquisizione di status sociale, volto al conseguimento di potere e prebende pubbliche…

«Le sue caratteristiche psicologiche fondamentali sono la vuotaggine, la vigliaccheria, il nessun senso di dignità.
[…] Avvezzi, fino dai primi anni, a sentir magnificare la “raccomandazione” come il solo mezzo per andare avanti nella scuola, nel tribunale, nella banca, nel municipio, a Roma, essi non vedono nella vita se non un gioco di protezioni, uno scontrarsi di influenze più o meno efficaci, un prevalere di simpatie o di antipatie capricciose. Per essi non esiste nessuna scala di valori morali obiettivi. Il merito consiste nell’avere un protettore potente.
[…] Andate un pomeriggio d’estate in uno di quei circoli di civili, in cui si raccoglie il fior fiore della poltroneria paesana; ascoltate per qualche ora conversare quella gente corpulenta, dagli occhi spenti, dalla voce fessa, mezzo sbracata, grossolana e volgare nelle parole e negli atti, badate alle scempiaggini, ai non sensi, alle irrealtà di cui sono infarciti i discorsi. E abbiate il coraggio di dire che i meridionali sono intelligenti!»

Gaetano Salvemini
“La piccola borghesia intellettuale nel Mezzogiorno d’Italia”
La Voce (16/03/1911)

 E nel criticarne i vizi lo fa con un giudizio durissimo che, a guardare certe escrescenze dell’oggi, vale benissimo per il presente, nell’intreccio di interessi che ne implica la propagazione persistente nel tempo. Mutabile nella forma, ma sostanzialmente uguale nella sostanza.

«La cosa peggiore è che la piccola borghesia fornisce alla nostra vita politica e amministrativa del Mezzogiorno e del paese, ma anche dei partiti, buona parte del personale politico che fa le leggi e che ci governa.
[…] Gli impiegati non devono badare a servire il pubblico, quanto a trottar di qua e di là per conto della clientela che li ha nominati; favorir questo, taglieggiar quello, fare ostruzionismo a quell’altro, finché non abbia messo giudizio e garantire che voterà ammodo. L’appaltatore può dispensarsi dal fare i lavori appaltati, purché sia sempre pronto a dividere gli utili col sindaco, contribuisca alle spese elettorali, e tenga d’occhio i suoi dipendenti nel gran giorno elettorale. Le rendite della congregazione di carità spariscono in sussidi ai galoppini elettorali, mentre i poveri veri restano a denti asciutti. Le Casse di Risparmio e le banche popolari sono svaligiati, i monti frumentari si volatilizzano

Gaetano Salvemini
“La piccola borghesia intellettuale nel Mezzogiorno d’Italia”
La Voce (16/03/1911)

E intanto sono trascorsi cento anni dall’invettiva di Salvemini, che su certi “rappresentanti” aveva le idee chiarissime…

«I deputati meridionali facevano consistere il loro ufficio nel fare raccomandazioni e procurar favori agli elettori, e per essi una croce di cavaliere aveva più importanza che un trattato di commercio o un progetto di legge per le pensioni.
[…] La vita pubblica si riduce ad una serie continua di strisciamenti vicendevoli, di mercimoni, di servilismi di tutti verso tutti. L’origine dei deputati meridionali sta tutta in questa condizione di cose, la quale è intollerabile per tutti

Gaetano Salvemini
Riepilogo, in “Movimento socialista e questione meridionale”
Feltrinelli (Milano, 1968)

Lungi dall’essere risolto, il bubbone è andato sempre più ingrossandosi nel corso dei decenni, senza ben sapere come incidere l’enorme cisti purulenta. Oggi ci si sofferma massimamente sul fenomeno mafioso, inteso soprattutto nella sua dimensione criminale, ma si preferisce spesso sorvolare sul substrato sociale, e finanche culturale, che ne alimenta la resilienza ad ogni effettiva operazione di contrasto, ridotta a mero contenimento, nella reiterazione di un fenomeno dalla ramificazioni trasversali. Poi certo c’è pure chi in tempi recenti ha sostenuto come con la mafia sia necessario convivere… Oppure, quell’altro tizio barbuto che tempo addietro è andato sbraitando per un pugno di voti, assurdità come questa: “la mafia non ha mai strangolato nessuno”..!

E allora capisci perché il problema sembri inestirpabile, nelle distorsioni che contraddistinguono certi tipi di approccio ‘dialettico’.
Oramai dovremmo esserci abituati. Però che diamine! Per quanto uno possa essere cinicamente smaliziato, è difficile contenere il ribrezzo verso l’immancabile pletora di personaggi improponibili, e francamente ributtanti, che le recenti elezioni siciliane hanno portato alla ribalta nazionale come da immonda consuetudine. Perché (forse) non saranno mafiosi, ma in presenza di anticorpi sani una qualche crisi di rigetto una società civile con un minimo di valori ideali (o di semplice senso della decenza) dovrebbe produrla… Perché questi “signori delle tessere”, con le loro cosche elettorali a carattere ereditario, le loro rendite fondate sul voto di scambio, i loro codazzi di clientes e la claque petulante, che ad ogni elezioni fanno incetta di consensi, facendo del saccheggio della “cosa pubblica” uno strumento di potere personale e feudale, qualcuno (troppi) li votano, salvo lamentarsene un istante dopo e poi liquidare lo scempio in boutade macchiettistica di una presunta peculiarità isolana, secondo una vulgata fin troppo indulgente.
Insomma, dinanzi ad una roba simile, è difficile rimanere inerti. Perché una persona sana all’occorrenza si indigna. Non porta in trionfo simili cialtroni all’uscita dal tribunale, che di Masaniello improvvisati questo Paese ne ha avuti fin troppi.

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IRON MEN

Posted in Kulturkampf, Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 settembre 2017 by Sendivogius

È rassicurante sapere che nei prossimi anni la presidenza Trump destinerà almeno 55 miliardi di dollari del bilancio federale in spese militari, per fare di nuovo grande l’America, preparandosi evidentemente a fronteggiare un’invasione aliena dallo spazio profondo. È infatti risaputo da tutti lo stato di profonda prostrazione e di drammatica arretratezza tecnologica in cui versano le forze armate statunitensi, soprattutto in considerazione delle nuove minacce globali, e massimamente se si considera il formidabile apparato bellico a disposizione dei mutandari salafiti del Daesh…
Si capisce bene che, dinanzi ad un branco di allucinati che combattono in sottana, meglio se armati con coltellacci da cucina, la risposta migliore sia la realizzazione di gingilli offensivi sempre più sofisticati e costosi. Com’è noto, il segreto della vittoria risiede nella preparazione…
A meno che l’obiettivo primario non sia inaugurare invece una nuova guerra fredda (di cui davvero si sentiva la mancanza) con la Russia e la Cina, in una corsa a perdere verso il riarmo globale, e spianare la strada ad un’altra mezza dozzina di conflitti.
 Ad ogni modo, a dispetto dei pregiudizi, i militari sono dotati in realtà di una fervida fantasia… amano giocare con la playstation nelle noiose ore trascorse in caserma… ed è lecito credere si esaltino con la serie completa di “Star Wars”, presumibilmente facendo il tifo per l’Impero galattico.
Per questo sono ormai una ventina di anni che fantasticano a colpi di milioni di dollari in progetti per la realizzazione di nuove tute da combattimento, esoscheletri potenziati e bio-armature, per rendere i “soldati del futuro” delle inarrestabili macchine individuali da guerra, nella presunzione tutta illusoria della invulnerabilità. Insomma, una specie di incrocio tra le armored suits già viste nei videogame di “Halo” e “Mass Effect”, sulla falsariga delle stormtroopers di Star Wars.
In pratica, si tratta di una masturbazione continuativa che va avanti almeno dal 1997, dai tempi infausti del vecchio PNAC (il progetto per il nuovo secolo americano); mai archiviato nelle stanzette del Pentagono.

Army of the Future: “Consider just the potential changes that might effect the infantryman. Future soldiers may operate in encapsulated, climate-controlled, powered fighting suits, laced with sensors, and boasting chameleon-like ‘active’ camouflage. ‘Skin-patch’ pharmaceuticals help regulate fears, focus concentration and enhance endurance and strength. A display mounted on a soldier’s helmet permits a comprehensive view of the battlefield – in effect to look around corners and over hills – and allows the soldier to access the entire combat information and intelligence system while filtering incoming data to prevent overload. Individual weapons are more lethal, and a soldier’s ability to call for highly precise and reliable indirect fires – not only from Army systems but those of other services – allows each individual to have great influence over huge spaces. Under the ‘Land Warrior’ program, some Army experts envision a ‘squad’ of seven soldiers able to dominate an area the size of the Gettysburg battlefield – where, in 1863, some 165,000 men fought”.

Ovviamente, negli ultimi decenni il progetto è proseguito, conoscendo nuovi sviluppi. E ora questa strana copula meccanica tra Robocop ed Iron Man, si chiama TALOS (Tactical Assault Light Operator Suit): una specie di robottone con dentro l’omino corazzato, che prevede sensori di posizione e sistemi di raffreddamento, con una pompa idraulica che si attorciglia per tre metri all’interno dell’armatura; o cose così… molto utili e soprattutto economiche. Ed i prototipi in circolazione iniziano ad essere parecchi…
L’efficacia in combattimento sui teatri di guerra è tutta da provare, ma insomma la speranza è anche l’ultima a morire.
 C’è da dire che l’idea, ancora a livello sperimentale, ha avuto successo un po’ in tutto il mondo… Anche l’Esercito italiano ne ha varato una sua versione improntata al massimo risparmio, rispetto agli ingenti investimenti americani. Nel nostro caso, il pezzo forte sono gli indispensabili “guanti termici”, che alla modica cifra di 650 euro a paio, costituiscono la dotazione più costosa (ed inutile) dell’intero kit di equipaggiamento. Si tratta dell’elemento che farà certamente la differenza sui nuovi campi di battaglia per il soldato del futuro!
Certo, a ben vedere, la Storia ci fornisce i riuscitissimi esempi del passato… E, visti i risultati, ci sarebbe da ridere se questi non fossero tragici. Insomma, la guerra può essere un’esperienza incredibilmente esaltante, soprattutto per chi non l’ha mai provata, come dicevano gli antichi. Perché dunque non cercare di farla in sicurezza?!? Non per niente, ogni aspirante guerriero ha sempre accarezzato l’idea di rendersi invulnerabile ai nemici, salvo scoprire quanto la realtà possa spesso essere assai diversa dalla fantasia.
Per dire, nel Tardo Antico, i Romani impararono presto a proprie spese, quanto le sofisticate armature dei loro comitatenses fossero inutili dinanzi alla potenza di penetrazione degli archi compositi, utilizzati dai pur infinitamente più arretrati popoli nomadi delle steppe.
Nel IX secolo d.C. gli anglo-sassoni affrontarono quasi con sufficienza i primi invasori vichinghi, nella certezza di ributtare a mare i feroci pagani giunti dalla Scandinavia. Almeno finché non scoprirono che le loro possenti armature venivano facilmente trapassate dalle frecce armate con punte di tipo bodkin, che affusolate e sottili, ma ben temprate, si infilavano negli anelli delle cotte di maglia, o sfondavano giubboni e corazze, pur nella loro letale semplicità.
Messe da parte per quasi tutta l’epoca moderna in seguito all’avvento delle armi da fuoco, le armature riscoprirono un inaspettato ritorno di fiamma in tempi assai più recenti, durante la prima guerra mondiale, che nella sua immane mattanza rappresentò pure una straordinaria occasione di innovazione militare. Certo gli esordi furono assai lenti… Per dire, al Comando francese (che per la sua straordinaria ottusità non aveva eguali) gli ci vollero mesi (e diverse migliaia di morti) per capire che pantaloni e kepì di un rosso sgargiante non erano esattamente del colore più indicato per passare inosservati ai tiratori nemici.
Ma vuoi mettere l’elàn guerriero, e scenografico, che i calzoni vermigli rappresentavano per una truppa lanciata a passo di carica sotto il fuoco nemico?!? E per giunta schierata come le vecchie fanterie di linea napoleoniche, per essere meglio falciata dalla fucileria avversaria?
Fortunatamente, non mancarono innovazioni importanti, tanto che per l’occasione l’Armée francese riscoprì pure l’uso della catapulta..!
Viste le perdite spaventose, e la riottosità crescente delle truppe a farsi macellare per la gloria dei generali nelle retrovie, verso la metà del conflitto, sui vari teatri di guerra cominciarono a fare la loro comparsa una notevole varietà di protezioni ed armature, che certo avrebbero reso invulnerabili i fantaccini alle pallottole.
Niente a che vedere con i khevsur della Georgia che ancora nel 1913 si presentavano in battaglia, bardati così…
Fu allora che l’ineguagliabile tecnologia teutonica mise a disposizione delle proprie fanterie la sua insuperabile corazza da combattimento…
Scenicamente imponente, la protezione si rivelò scomoda, ingombrante, e naturalmente inefficace, rendendo i fanti simili a gasteropodi, per una vaga somiglianza con le aragoste.
Va da sé che le nuove “sappenpanzer” non fecero mai la differenza in battaglia, ma almeno regalavano alla truppa la consolatoria illusione di essere immune ai proiettili.
Peccato che poi alla riprova dei fatti le cose non andassero esattamente per il verso sperato, dal momento che le corazze si rivelarono forabili eccome…
L’effetto palliativo però era assicurato, dal momento che divennero una preda di guerra ambitissima; soprattutto dalle truppe anglo-canadesi che combatterono alla Battaglia della Somme.
Certo, niente di paragonabile all’incredibile catafalco che per un certo periodo venne rifilato alle unità dell’esercito austro-ungarico. Una specie di kit componibile, che poteva fungere da corazza, parapetto, e casamatta portatile. E che con ogni probabilità veniva abbandonata dalla truppa, così camuffata da contrabbasso, alla prima occasione disponibile.

Ovviamente la cosa non passò inosservata agli alti comandi strategici dell’Intesa… E vista l’alta funzionalità di impiego dell’ultimo ritrovato bellico, ognuno si dette a fabbricarne di sue.
Tra i soldati britannici le corazze non ebbero molto successo… E certo gli inglesi preferirono di gran lunga continuare a riutilizzare quelle sottratte ai crucchi, finché non si resero conto che si trattava soltanto di un inutile ingombro da trascinarsi dietro.

Ma nessuno si dette più da fare dello USArmy. E lo straordinario risultato finale di tante fatiche furono le imbarazzanti armature Brewster..!
La Brewster Body Shield fece la sua comparsa nel 1918 sul fronte francese di Verdun. E si può solo immaginare l’incontenibile entusiasmo dei fortunati prescelti, che si trovarono costretti ad indossare un simile scafandro.
Realizzata in acciaio al nickel-cromo dalla Brewster Steel Company, l’armatura pesava oltre 40 kg ed è fin troppo facile intuire che fosse pure di rara scomodità.
Come si potesse correre su un terreno brullo e sconnesso, saltare tra una fossa e l’altra, e scavalcare trincee con una simile roba addosso, resta difficile da immaginare. Però si può ben supporre quale fosse l’esito finale…
Per proteggere le sentinelle, e soprattutto le vedette che costituivano il bersaglio preferito dei cecchini, vennero elaborate delle protezioni di rinforzo per gli elmetti. E le più funzionali furono probabilmente le placche d’acciaio che venivano applicate sugli stahlhelme tedeschi, i quali in alcuni casi vennero ridipinti in un primo esempio di mimetizzazione policroma.
I piastroni d’acciaio in forma trapezzoidale venivano agganciati ai chiodi ai lati dell’elmetto e fornivano così una protezione aggiuntiva, che però non garantiva la salvezza da un colpo frontale e diretto allo stirnpanzer.
Poi come al solito, si volle esagerare e cominciarono a circolare degli inquietanti mascheroni da saldatore di fonderia, a visibilità sempre più ridotta.

Siccome i cecchini più bravi miravano generalmente agli occhi, vennero realizzate fessure sempre più strette col risultato che la sentinella finiva per non vedere più un cazzo.
Gli americani, insuperabili come sempre, fecero un’eclatante invenzione ispirata direttamente al medioevo e mai (ri)messa in circolazione…

Sul fronte italiano, il Regio Esercito si dette da fare anch’esso e nel 1915 fecero la loro comparsa sul campo le mitiche corazze Farina, che avrebbero dovuto fornire un’impagabile protezione ai genieri inviati a tagliare i reticolati attorno alle trincee austriache.

Testate contro armi di medio e piccolo calibro, le corazze dimostravano una buona resistenza, a patto che ci si tenesse almeno a 150 metri (!) dal nemico.

Utilissime contro le schegge di rimbalzo degli shrapnel (e grazie al cazzo!), venivano forate come il burro dai proiettili calibro 8 mm dei fucili Steyr-Mannlicher M1895 in dotazione all’esercito austro-ungarico.
Emilio Lussu, volontario nella Grande Guerra, ridicolizza le corazze ampiamente, avendo avuto modo di verificare sul campo la loro straordinaria efficacia di impiego:

«Le corazze ‘Farina’ erano armature spesse, in due o tre pezzi, che cingevano il collo, gli omeri, e coprivano il corpo quasi sino alle ginocchia. Non dovevano pesare meno di cinquanta chili. Ad ogni corazza corrispondeva un elmo, anch’esso a grande spessore. Il generale era ritto, di fronte alle corazze….. Ora parlava, scientifico: “Queste sono le famose corazze ‘Farina’…. che solo pochi conoscono. Sono specialmente celebri perché consentono, in pieno giorno, azioni di una audacia estrema. Peccato che siano così poche! In tutto il corpo d’armata non ve ne sono che diciotto. E sono nostre! Nostre!” […] “A noi soli” continuava il generale “è stato concesso il privilegio di averle. Il nemico può avere fucili, mitragliatrici, cannoni: con le corazze ‘Farina’ si passa dappertutto”.
“Dappertutto per modo di dire” osservò il colonnello, che quel giorno era in vena di eroismo…. “io ho conosciuto le corazze Farina – spiegò il colonnello – e non ne conservo un buon ricordo, ma forse queste sono migliori”.
“Certo, certo. Queste sono migliori – riprese il generale – con queste si passa dovunque. Gli austriaci…”
Il generale abbassò la voce sospettoso e dette un’occhiata alle trincee nemiche, per accertarsi che non fosse sentito.
“Gli austriaci hanno fatto delle spese enormi per carpirci il segreto, ma non ci sono riusciti. Il capitano del Genio che è stato fucilato a Bologna, pare fosse venduto al nemico per queste corazze. Ma è stato fucilato a tempo. Signor colonnello vuole avere la compiacenza che esca il reparto dei guastatori?”
Il reparto dei guastatori era stato preparato dal giorno prima e attendeva d’essere impiegato. Erano volontari del reparto zappatori, comandati da un sergente, anch’egli volontario. In pochi minuti furono in trincea, ciascuno con un paio di pinze. Essi indossarono le corazze in nostra presenza. Lo stesso generale si avvicinò a loro ed aiutò ad allacciare qualche fibbia. ‘Sembrano guerrieri medioevali’ osservò il generale. I volontari non sorridevano. Essi facevano in fretta e apparivano decisi. Gli altri soldati, dalla trincea, li guardavano con diffidenza. Accanto al cannone praticammo un’altra breccia, nella trincea. Il sergente volontario salutò il generale. Questi rispose solenne, dritto sull’attenti, la mano rigidamente tesa all’elmetto. Il sergente uscì per primo; seguirono gli altri, lenti per il carico d’acciaio, sicuri di sé, ma curvi fino a terra, perché l’elmetto copriva la testa, le tempie e la nuca, ma non la faccia. Il generale rimase sull’attenti finché non uscì l’ultimo volontario, e disse al colonnello, grave: “I romani vinsero per le corazze”.
Una mitragliatrice austriaca, da destra, tirò d’infilata. Immediatamente, un’altra, a sinistra, aprì il fuoco. I volti si deformarono in una contrazione di dolore. Essi capivano di che si trattava. ‘Avanti!’ gridò il sergente ai guastatori. Uno dopo l’altro, i guastatori corazzati caddero tutti. Nessuno arrivò ai reticolati nemici. ‘Avan…’ ripeteva la voce del sergente rimasto ferito di fronte ai reticolati. Il generale taceva. I soldati del battaglione si guardavano terrorizzati

Emilio Lussu
“Un anno sull’altipiano”
(1938)

Essendo disponibile in numero limitato, un così straordinario artefatto venne distribuito soprattutto tra gli Arditi volontari delle cosiddette “compagnie della morte”: nome quanto mai azzeccato per gli aspiranti suicidi, che venivano inviati armati di cesoie e guantoni a tagliare i reticolati nemici.
Le protezioni Farina non si rivelarono più utili dei loro omologhi impiegati sugli altri fronti di guerra, ma la propaganda bellica dei comandi italiani vi aggiunse quel tocco di minchioneria in più, che fa sempre la differenza…
Immaginate voi la praticità (e soprattutto l’utilità) di correre e saltare e strisciare nella terra di nessuno, stringendo una baionetta tra i denti, con mezzo quintale di ferraglia tintinnante addosso, mentre scoprite con sorpresa che le vostre cesoie non riescono a tagliare un filo spinato rinforzato con più di 5 cm di spessore. Senza considerare l’estensione dei campi da bonificare…
I carriarmati si sarebbero rivelati assolutamente più funzionali, ma vabbé! All’epoca venne considerata inizialmente come un’invenzione poco utile e di scarso impiego.

Eppoi vuoi mettere il fascino di una specie di cavaliere medievale schierato in trincea?!?
Assolutamente inutili come protezione, le armature avevano l’indiscutibile svantaggio di rendere subito individuabili i guastatori nel buio, giacché bastava aguzzare l’udito al rumore del ferro che cozzava sulle pietraie insieme al ticchettio delle cesoie. Una volta scoperti, l’esito era in genere assai scontato…
Né migliorò l’utilizzo di scudi protettivi, che a parte l’evidente ingombro non garantivano granché…
Pertanto, vista la loro collaudata efficacia, di corazze pettorali ed armature ne circolarono ancora parecchie fino al 1945.
Dalla Polonia…
Alla Russia sovietica, con le sue Stalnoi Nagrudnik, che forse tra tutti i modelli messi in circolazione si rivelarono tra i più resistenti e forse non tra i più comodi, visto che i due piastroni imbottiti, una volta legati tra loro comprimevano la cassa toracica rendendo difficile la respirazione in caso di affanno.
Stalnoi NagrudnikAnche l’esercito imperiale nipponico realizzò una propria versione, riservata ai signori ufficiali, ed utilizzata durante l’invasione della Cina.
Sull’efficacia del soldato corazzato del futuro non è dato ancora di sapere. Certo per i profitti delle aziende impegnate nella ricerca sarà un successo di sicuro.

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Il Soffio del Male

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , on 18 agosto 2017 by Sendivogius

Come un tumore maligno, la neoplasia salafita si sta espandendo per l’Europa con una virulenza mai vista. E l’abbiamo lasciata diffondere noi, fino alla sua maturazione cancerogena, nella sapida incoscienza della nostra cecità, rifiutandoci di vedere lo spettro che si aggirava industurbato in mezzo a noi, ignorando e denigrando i segnali di allarme che pure erano evidenti nella crescita della minaccia, per un problema troppo a lungo ignorato, ipocritamente negato, e colpevolmente nascosto. E se non volete chiamarla “guerra”, scegliete pure il termine che vi è più congeniale… tanto la sostanza non cambia. I morti sono reali.

«È evidente, dopo le notizie della notte da Combrils, che quello in Catalogna è stato un attacco militarmente pianificato, che doveva colpire in almeno tre diversi punti. La rivendicazione dell’Isis è arrivata molto presto, ad azione ancora aperta. Ma quel che conta di più è che quella della cintura di Barcellona è considerata la zona calda del jihadismo nella penisola iberica, con le forti presenze di salafiti, quasi tutti nati in Spagna, figli di immigrati o convertiti. Anche questa volta ci troviamo di fronte a bestie che hanno voluto colpire nel mucchio, tra gente inerme, uccidendo anche bambini, nel luogo della festa e dell’incontro, nei giorni della vacanza. Odiano i nostri modelli di vita, e sono pronti a morire per ucciderci. Sono il nostro opposto, nemici dell’umanità. Sarà una guerra lunga: non l’abbiamo dichiarata noi ma la dobbiamo combattere senza incertezze.»

Enrico Mentana (18/08/17)

 Tempo addietro [QUI], sull’onda di un legittimo sdegno in concomitanza con l’abominevole massacro parigino del Bataclan, avevamo provocatoriamente stracciato il velo ipocrita, troppo a lungo disteso con cieca indulgenza sopra i frutti malati di una “integrazione” fallita. E lo avevamo fatto, da ‘sinistra’, facendo nostro il pensiero di Karl Popper e Michel Onfray. Siamo stati irrisi e coperti di insulti dalle vestali a presidio permanente dei sepolcri imbiancati del politicamente corretto. Avevamo osato dire come non si trattasse affatto di casi isolati o di “lupi solitari”, come invece continuava ad insistere certa rassicurante retorica assolutoria. Come dietro ci fosse in realtà una rete logistica transnazionale, profondamente radicata sul territorio europeo con complicità e ramificazioni diffuse; così come il pericolo fosse incombente e radicato, con un preciso disegno totalitario e sterminazionista ad ispirarne la mano, nell’esistenza di una zona grigia e assai porosa alle infiltrazioni della propaganda salafita, lungo una linea d’ombra all’interno della quale poter contare su legami clanici e solidarietà inconfessabili, salvo venire aggrediti dal circo delle animelle belle alla fiera delle ipocrisie. Poi ci sono state le stragi di Nizza, Berlino, Stoccolma, gli attentati di Londra, ed ora Barcellona e Turku. Stessa matrice religiosa, stesse modalità di esecuzione, per la medesima ed univoca ideologia di morte. Ben triste ed inutilissima ‘consolazione’ sapere che come Cassandra avevamo ragione. Ma ciò che in questo frangente colpisce di più, è il silenzio assordante della comitiva dei bimbi buoni, solitamente così loquaci nella referenzialità settaria dei loro circoletti chiusi, ai quali sembra essersi seccata la lingua e rattrappite le dita sulla tastiera (e all’occorrenza i gessetti nella tasca). Quelli dall’indignazione facile; sempre pronti a solidarizzare con le cause più disparate e remote (dall’ultimo degli inuit, ai diritti di pascolo del pastore siberiano), flagellandosi per le colpe dell’Occidente (come se al di fuori del vecchio continente ci fosse stato l’Eden), irretiti dal mito iperrazzista del bon savage di Roussau. E muti ogni volta che l’orrore gli esplode dentro casa, sbattendo tutta la sua brutalità sul loro musetto smarrito, dinanzi all’evidenza di una realtà che cozza coi loro universi fantastici, nella negazione sperticata di una minaccia che c’è, esiste, e dovrà essere affrontata senza reticenze. Piaccia o non piaccia farlo.

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Il lungo sonno

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , on 24 giugno 2017 by Sendivogius

«Più la politica diventava autoreferenziale, più mi accorgevo di una selezione, non voglio dire al rovescio, ma quantomeno povera. Nel 1994 ho deciso di non candidarmi più. Con l’avanzare del degrado culturale ho maturato un distacco non dalla politica, perché ho continuata a farla in tutti i modi possibili, ma dai partiti. Di fronte all’involuzione dei partiti, non c’era solo l’antipolitica ma un’altra politica che andava riconosciuta. Nasce da qui la mia attenzione verso i movimenti. Tra la seconda parte del 2010 e la prima del 2011 hanno avuto anche vittorie significative: la legge bavaglio è stata bloccata, poi i successi alle elezioni amministrative del 2011 e la vittoria nei referendum. Tutto questo è il risultato di qualcosa che io chiamo “altra politica”. In tutte queste vicende i partiti, anche quando si sono in qualche modo svegliati, sono stati trascinati con grande fatica, perché non volevano identificarsi con quel mondo. Mi pare che questo sia un problema aperto. Ed ecco perché, malgrado la mia veneranda età, continuo a dire: bisogna stare sulla breccia. In questi anni, insieme a studiosi giovani, ho provato ad aprire altri fronti. Ad esempio la questione oggi molto discussa dei “beni comuni”, che è stata al centro in particolare del referendum sull’acqua: è diventata un grande tema, e ci dice che dobbiamo ripensare il concetto di proprietà. C’è insomma una società molto attenta, viva, capace di iniziative e anche di successi. La distanza dei partiti rispetto a tutto questo è grande, ed è motivo di preoccupazione. Perché nel Paese si è aperto un vuoto politico e culturale che si è pensato di poter colmare con il governo dei tecnici. Invece il degrado culturale e la lacerazione del tessuto sociale sono continuate. Con il rischio che si possano produrre altre derive pericolose.
[In merito al Governo Monti]  All’inizio confesso che ho avuto qualche accento positivo per il fatto di esserci liberati da Berlusconi. Ancora oggi, quando sento parlare di una sua nuova discesa in campo, mi vengono i brividi, anche se nulla si ripete allo stesso modo. Ma quello di Monti è stato un governo di assoluto unilateralismo. Non si può impunemente colpire in modo così frontale i diritti sociali. Questo approccio sta già determinando non solo malessere, ma una rivolta sociale. E di questo ci dobbiamo preoccupare. Si dice governo dei professori, dei tecnici: invece è un governo straordinariamente politico. Deve tornare la buona politica, altrimenti resteremo prigionieri di un meccanismo che avrà l’occhio rivolto soltanto al funzionamento dei mercati, alle borse e allo spread. Io, che ho avuto la fortuna di essere tra coloro che hanno scritto la Carta dei diritti fondamentali della UE, so che in quel testo ci sono tante lacune. Ma ci sono anche i grandi valori di riferimento. Non possiamo lasciarci alle spalle il modello sociale europeo dicendo: “È l’economia bellezza”. L’Europa ha avuto la grande capacità di uscire da una logica tutta proprietaria, di inventarsi un altro modo di guardare ai diritti delle persone. Questo è il grande tema che abbiamo di fronte. Grazie alla storia della sinistra, alla quale io torno sempre. Testardamente

Stefano Rodotà
(17/04/2013)

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Il verbo dei signori

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , on 29 maggio 2017 by Sendivogius

Di parole, quando se ne hanno di così fulminanti, non ne servono altre…

“BASTA LA PAROLA”
di Alessandra Daniele
(28/05/17)

«Dopo essersi scagliato varie volte contro i mercanti d’armi, Papa Bergoglio la settimana scorsa ha ricevuto in pompa magna il più grosso mercante d’armi del mondo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il quale, dopo aver piazzato 110 miliardi di dollari di armi ai principi sauditi, maggiori sponsor del terrorismo islamista, ha loro raccomandato con un solenne discorso ufficiale di combattere il terrorismo islamista.
Basta la parola.
Quello che s’è svolto in Vaticano è stato dal punto di vista mediatico una specie d’incontro fra materia e antimateria. Se Donald Trump è unanimemente disprezzato dai media mainstream, che tifano per il suo impeachment con una furia da ultras, Papa Bergoglio gode d’una estasiata idolatria indiscussa. Persino fra gli opinionisti atei solitamente mangiapreti è considerato un imprescindibile obbligo sociale adorarlo, e dichiararlo l’unico leader credibile del pianeta, l’unica speranza di riscatto per i poveri e i perseguitati.
Se Wojtyla era famoso ma controverso come una rockstar, Bergoglio in arte Francesco non è nemmeno in discussione. È santo subito. A prescindere.
Ma perché i media mainstream ci tengono tanto a santificare qualcuno che dice cose apparentemente così contrarie all’establishment? Perché le dice, ma non le fa.
Al netto di slogan e gadget tipo la Misericordina, quali sostanziali cambiamenti concreti il suo pontificato ha davvero portato finora?
La Chiesa ha rinunciato alle sue ricchezze terrene per devolverle ai poveri, aprendo i propri palazzi a profughi e rifugiati?
No.
Non ha nemmeno rinunciato all’otto per mille, né alle detrazioni fiscali.
La Chiesa ha abolito il malsano celibato obbligatorio per i consacrati, ha aperto al sacerdozio femminile, ha smesso di definire l’aborto un infanticidio?
Macché.
Non ha nemmeno smesso di fare pressioni indebite sul parlamento italiano, cercando di soffocare le poche già esili leggi sui diritti civili.
Forse però aspettarsi mutamenti così radicali è troppo. Bisogna accontentarsi d’un repulisti, una Mani Pulite oltretevere. Almeno quella c’è stata?
Figuriamoci.
La narrazione, come sempre in questi casi, è che Papa Bergoglio ci stia provando, ma non ci riesca perché bloccato dalle gerarchie, dalle burocrazie, dalle consorterie. Dal TAR. Dal CNEL.
Benché nessun autentico rinnovamento stia avvenendo, Bergoglio è quindi considerato comunque un grande rinnovatore, per quello che dice.
Basta la parola.
E così, con la sua fotogenia ruffiana, il gesuita Bergoglio restaura la maschera benevola del potere che Trump con la sua spudorata mostruosità ogni giorno distrugge.
In un mondo nel quale ormai le élite sono giustamente considerate il Nemico, un leader, anzi un sovrano assoluto che riesca a dare l’impressione che il potere non sia un male in sé, purché si trovi nelle mani “giuste”, è in realtà una benedizione per ‘tutti’ i potenti

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