La Fine delle Libertà

YES WE SCAN

L’illusione unipolare, che ad un certo punto della storia recente cominciò a solleticare le menti di quello che già il presidente e generale Dwight Eisenhower chiamava complesso militare-industriale, ha costituito l’archetipo ideologico di ciò che nelle pretese dei suoi visionari ostensori avrebbe dovuto essere il Secolo Americano.
Per lungo tempo, è stata l’ossessione dei neocon statunitensi destinata a infrangersi nella fallimentare esperienza delle guerre bushiane con tutte le loro nefaste ripercussioni.
La ‘scoperta’ di un gigantesco network di intercettazioni illegali, trafugamento informazioni, e spionaggio politico-industriale, messo in piedi dalla NSA ai danni dei maggiori partner e “alleati” con la scusa della lotta globale al terrorismo, il cosiddetto scandalo Datagate, è soltanto l’ennesimo strascico velenoso di una visione imperiale che, nonostante gli strepiti dei governi europei, rimarrà ovviamente senza conseguenze, al di là delle manfrine concilianti di O’Banana.
Prova ne è l’imbarazzato silenzio e la pusillanime ipocrisia con la quale fu velocemente liquidata la denuncia di Edward Snowden, l’ex analista della CIA braccato come un animale in fuga e costretto all’esilio (come Julian Assange prima di lui) dopo aver svelato con largo anticipo il vergognoso segreto di Pulcinella, per troppo amore della Libertà.
edward-snowden-interviewIl caso del soldato Bradley Manning, seppellito vivo in una prigione militare dopo un processo farsa, per aver rivelato al mondo i crimini di guerra perpetrati dallo USArmy, è deterrente alquanto evocativo su come la “patria della democrazia” affronti il dissenso interno e la tutela dei diritti umani.
Bradley Manning prima e dopo la detenzioneOltre un decennio prima, il provocatorio Gore Vidal, con la carica caustica che contraddistingueva la sua penna al curaro, fu tra i primi a parlare di fine delle libertà, criticando lo stravolgimento progressivo dei fondamenti costituzionali, sempre più disattesi in nome del moloch cannibale della “sicurezza nazionale”. Vidal punta il dito contro la scusa di comodo, dietro la quale si cela l’involuzione della democrazia USA verso forme sempre più autoritarie e paranoiche, individuando l’origine giuridica della piaga:

La fine della liberà «Lo spaventoso danno fisico che Osama bin Laden e compagnia ci hanno provocato, durante il Martedì del Terrore, non è nulla rispetto al doppio colpo da KO inflitto alle nostre libertà in via d’estinzione: l’Anti-Terrorism Act del 1991 e la recente richiesta al Congresso di poteri speciali supplementari. Per esempio, quello di eseguire intercettazioni telefoniche senza mandato giudiziario, oppure quello di deportare residenti legittimi e permanenti…. senza rispettare le procedure di legge e così via.
[…] In conclusione, il danno fisico che Osama ed i suoi amici possono infliggerci – per terribile che sia stato fino ad oggi – è niente in confronto a ciò che stanno facendo alle nostre libertà. Una volta alienato, un “diritto inalienabile” può essere perso per sempre, nel qual caso non saremmo più, neanche lontanamente, l’ultima e migliore speranza della terra ma solo uno squallido stato imperiale in cui i cittadini vengono tenuti a bada dalle squadre SWAT e il cui stile di morte, non di vita, viene imitato da tutti.
Dal V-J del 1945 (la Victory on Japan e fine della seconda guerra mondiale) siamo stati impegnati in quella che Charles A. Beard ha definito una “guerra perpetua per la pace perpetua”. Occasionalmente, ho fatto riferimento al nostro club “Il Nemico del mese”: ogni mese c’è un nuovo orribile nemico da attaccare prima che ci distrugga. […] In queste svariate centinaia di guerre contro il comunismo, il terrorismo, il narcotraffico, e a volte contro niente di speciale, siamo sempre stati noi a sferrare il primo colpo

 Gore Vidal
 La fine della libertà.
 Verso un nuovo totalitarismo?
 Fazi Editore (Roma, 2001)

Esaurita la finta indignazione di circostanza, sul “Datagate” calerà un provvidenziale oblio. Non ci saranno ripercussioni sulla prossima stipula del Trattato di libero scambio tra USA ed UE, ovvero la versione aggiornata su variante europea del famigerato NAFTA:

«Il NAFTA stabilisce l’immediata eliminazione dei dazi doganali su metà dei prodotti statunitensi diretti verso Messico e Canada, più la graduale eliminazione di altri diritti doganali durante un successivo periodo di quindici anni.
Il NAFTA prevede inoltre l’abolizione delle restrizioni su molte categorie di prodotti, inclusi motoveicoli, componenti auto, computer e componentistica hi-tech, forniture tessili, agricoltura. Pur proteggendo (per brevissimo tempo) brevetti, diritti di autore e marchi di fabbrica, il NAFTA cancella anche qualsiasi restrizione ai flussi di investimenti tra i tre paesi del continente nord-americano. Il NAFTA diventa quindi un’ulteriore spinta verso una DEREGULATION SELVAGGIA.
[…] Il trend cominciato con il NAFTA è destinato ad allargarsi, espandersi, dilatarsi ben oltre il NAFTA. È destinato a diventare un mega-trend, ciò che oggi chiamiamo GLOBALIZZAZIONE.
Cardine della globalizzazione resta lo outsourcing, appalto esterno, realizzato in prima istanza (produzione) nelle maquiladoras, in istanze successive (logistica) anche per i servizi. A che scopo stipendiare e assicurare un operaio di catena di montaggio a Joliet, Illinois, USA, oppure una centralinista telefonica a Porto di Potenza Picena, Marche, itaGLia, quando – per un decimo, un ventesimo di quei costi – si possono ottenere gli stessi servizi da un ragazzino di quattordici anni di Guadalajara, Mexico, o da una ragazzetta di diciassette anni di Shanghai, Cina?
The Golan Maquiladoras e outsourcing sono lo tsunami dei marchi Made-in-China, Made-in-Malaysia, Made-in-Vietnam, Made-in-Pakistan, Made-in-Wherever. E sono al tempo stesso la pietra tombale di quel marchio di cui tutti andavano tanto orgogliosi: Made-in-the-USA.
Con Schengen e il NAFTA prima, con la globalizzazione poi, l’antico sogno imperial-coloniale di Adam Smith torna così a realizzarsi appieno: materie prime e manodopera a costo quasi zero, niente assicurazioni, niente pensioni, possibilità di licenziare in qualsiasi momento, nessun ostacolo a chiudere bottega dal giorno alla notte, meno di nessun ostacolo per ricominciare daccapo in qualsiasi altra fetida, disperata cloaca del sud del mondo. Alla peggio, bisognerà mettere sul libro paga qualche dittatore-tagliagola in più e riempire di carcasse di morti di fame qualche fossa comune in più

 Alan D. Altieri
AmeriKa dämmerung?
(01/05/08)

Roman_Legion_Carpe_DiemC’è un procedente storico a questa inclinazione sempre più neo-imperiale della politica USA: la Respublica romana e l’istituzione degli stati clientes.
In questo, la piaggeria compiacente del Governo Letta e le minimizzazioni oltre i limiti della sudditanza di Emma Bonino, ministro degli esteri, che a scandalo ancora in corso esclude ogni intercettazione e abuso ai danni delle Istituzioni italiane, rivela l’irrilevanza di un intero Paese. L’esecutivo si prepara ad archiviare frettolosamente l’intera faccenda, non perdendo l’occasione per prodigarsi in atti formali di sottomissione, come si conviene al governo fantoccio di una provincia marginale di un impero in disfacimento.

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6 Risposte to “La Fine delle Libertà”

  1. A nessuno è venuto in mente di compatire tutti quei poveracci e poveracce che devono passare giornate intere ad ascoltare le banali conversazioni telefoniche dei grandi della terra? Immagino Merkel che telefona al marito “Caro, ti spiace passare per il supermercato che ho dimenticato di comprare piselli surgelati” ecc…..? Mi incuriosisce inoltre sapere come fanno i suddetti poveracci a capire le conversazioni nelle varie lingue del globo, data la scarsa conoscenza delle lingue straniere da parte degli americani in genere?

    • Perché c’è sempre un “contractor”, uno “specialist”, un “consultee”, madrelingua che, oltre a comprendere perfettamente le conversazioni, provvede poi a tradurle in inglese.
      Con i quasi 53 miliardi di dollari di budget (coperto) per il solo 2013 a disposizione delle 16 Agenzie federali di Intelligence, non credo che la NSA abbia difficoltà a reclutare traduttori e sbobinatori nei paesi che intende spiare.
      Per la bisogna, la NSA, in sinergia con la CIA ed il Pentagono (General Defense Intelligence) può contare sugli oltre 35 mila impiegati del Consolidated Cryptologic Program, specializzati in intercettazioni, traduzioni, e decodificazione.
      Agli organici del CCP vanno aggiunti gli altri 70.000 dipendenti in forza ordinaria, più i consulenti e gli analisti esterni assunti a contratto: circa 4.000 persone, ma la stima è per difetto.
      In una sola dozzina di anni, le attività di spionaggio hanno risucchiato qualcosa come 500 miliardi di dollari. Non male per un paese dove se non possiedi un’assicurazione sanitaria privata puoi tranquillamente crepare anche se hai un’emorragia in corso.

      Per chi fosse interessato ad approfondire le informazioni: QUI

  2. ottimo pezzo, grazie anche per le informazioni.il parallelo con il sistema degli ‘stati clientes’ è perfetto . tuttavia qualcosa nel sistema ammiricano di ‘governare il pianeta’ si sta incrinando. manco per nulla invece si incrina, il nuovo schiavismo della ‘globalizzazione’.
    ti leggo sempre con grande piacere.

    • Grazie!!
      Quello che noi chiamiamo per semplificazione semantica “impero” è più che altro una ideocrazia, come ebbe a definirla il filosofo Costanzo Preve. Come “Impero” (passaggio in realtà mai compiutamente realizzato) gli USA sono in crisi da almeno un trentennio. Il loro declino (economico-politico-culturale) è oramai evidente. Ed è molto più drastico della decadenza della “Vecchia Europa”, giacché ha radici molto più friabili.
      All’Impero Romano (d’Occidente) ci vollero circa 400 anni di ‘crisi’, prima di collassare quasi di schianto. Nel caso “amerikano” credo proprio che l’agonia sarà molto più breve, ma non meno dolorosa.

      • da ‘non esperta’, mi sembra di poter dire che lo schianto, che avverrà eccome ( l’asse Cina Iran, recente ma bellicoso, e la Russia, lo stanno ampiamente dimostrando) , non sarà senza conseguenze per il ‘continente dei vecchi’, cioè l’estrema propaggine della Eurasia.
        la dinamicità che altre zone del mondo stanno dimostrando ( figlia di una storia ben diversa, e non ‘vittima della seconda guerra mondiale’) , è ben diversa dalla nostra entropia naturale.
        che gli USA perdano una scommessa ci sta, ma che l’Europa ( che già la aveva persa più di mezzo secolo fa), debba perderla ‘in conseguenza’ , a fronte per soprammercato dello sfruttamento ammiricano della sua posizione geografica ( e l’ Italia per prima sta in questa logica, data la sua appetibile posizione), non è scontato affatto.
        ma succede. pochi spiragli per ora , di ‘consapevolezza’ appaiono…nonostante già la politica di quello che si strozzava coi salatini ( a mezzaluna islamica? me lo sono sempre chiesto :) ) , fosse chiarissima nello spostare l’asse strategico ( e gli investimenti militari), dal mediterraneo al Pacifico.
        per mantenere in stato di ‘minorità strumentale’ la nostra zona.
        attualmente siamo sguarniti completamente.
        vero che l’Europa gode ancora di un ampio prestigio ‘culturale’, e di elites estremamente capaci…ma non mi pare che nella generazione che seguirà, si potrà dire altrettanto.

  3. @ Antonella
    L’idea di “spostare l’asse strategico (e gli investimenti militari) dal Mediterraneo al Pacifico”… una vecchia fissazione di “Scooter” Libby e Wolfowitz ai tempi di Giorgetto il Piccolo, detto Dàbliu… costituiva sostanzialmente un ritorno alle origini; nella riscoperta dei classici della geopolitica americana: dall’Heartland euroasiatico di Halford Mackinder al Rimland di Spykman, passando soprattutto per la visione strategica (Pacificocentrica) di Alfred Thayer Mahan.
    Prima che un nemico pervasivo e onnipresente come il terrorismo islamico si offrisse loro su un piatto d’argento, i Neo-Con d’Oltremare avevano già individuato il nemico del prossimo secolo a venire, eletto a nuovo “Impero del Male”: la CINA, sulla quale reimpostare i war games del Pentagono.
    Col senno ritrovato, hanno ridimensionato le pretese e si devono accontentare della Nord Corea, limitandosi ad arginare le sparate delle Kim Family.
    Nei “quadri strategici regionali” della politica USA, l’Europa è quasi assente, militarmente reputata poco affidabile in quanto pessimamente coordinata (nonostante un potenziale bellico niente affatto disprezzabile), incapace com’è a livello politico di prendere posizioni unitarie in tempi ragionevoli, e soprattutto di mantenerle.
    Agli USA, per affinità culturali e linguistiche, preme il loro rapporto privilegiato con la Gran Bretagna: l’unico alleato che considerano davvero alla pari e che rispettano fraternamente.
    Sono alquanto diffidenti nei confronti della Germania, della quale invidiano l’efficienza industriale, reputando la sua leadership europea assolutamente inadeguata.
    E trovano assai divertente il sciovinismo fanfarone della Francia (che pure segretamente ammirano).
    Tutto il resto dell’Europa sfugge alla loro comprensione ed interesse.
    Sostanzialmente, l’Europa è una realtà troppo complessa per il loro pragmatismo a ritorno pratico.
    Se ne era parlato anche QUI. E il riferimento è soprattutto alla citazione di Pierre Salinger:

    «Uno dei maggiori miti del periodo del secondo dopoguerra è che esista un’entità indipendente che si chiama Europa. Con certezza si può dire che vi è soltanto una massa di territorio che per secoli è stata chiamata Europa.
    […] Diciamo le cose come stanno, l’unità politica europea semplicemente non esiste. E siccome non esiste, l’Europa come entità non ha influenza comunitaria nella politica mondiale. Da tempo è svanito il sogno di un’Europa che diventasse la terza superpotenza, situabile tra Stati Uniti e Russia, più legata agli USA grazie al comune terreno di libertà e democrazia, ma conservando una propria indipendenza su temi e interessi di speciale importanza per chi vive sul continente europeo. Le nazioni europee non sono state capaci di mettere insieme alcuna significativa ed efficace azione politica propria

    Certamente la UE non si sta assolutamente dimostrando all’altezza delle nuove sfide globali (con una moneta unica non riesce nemmeno a darsi una vera Banca Centrale, figuriamoci il resto!). E questo è un grosso problema…
    In quanto alle “prossime generazioni”, basta vedere il campionario di gggiovani fenomeni che affolla il nostro Parlamento attuale…!
    Gente che con la loro manifesta e cacofonica incompetenza costituisce il miglior alibi e giustificazione al nuovo assetto post-democratico, su base oligarchica, nella cooptazione tecnocratica delle elite.

    Quello che si configura all’orizzonte sembra quasi un futuro in bilico tra “Blade Runner” e “Nathan Never”… non esattamente il migliore dei mondi possibili.

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