La Complessità del Male

 

Dietro ogni tragedia c’è una grande opportunità.

L’opportunità di arricchirsi

  (Carlton Brown)

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    Non ci uniremo alla processione fintamente dolente di coloro che, per capire l’entità di un disastro, hanno bisogno di riempirsi gli occhi con un costante afflusso di immagini fino all’overdose visiva. Per questo non troverete una sola fotografia; nessuno scatto raccattato dal web, a racchiudere in pochi pixel la vastità di una catastrofe inevitabile, che forse poteva essere circoscritta almeno nei danni.

Quello che dovreste vedere davvero, dietro al sisma che ha devastato L’Aquila e gli Abruzzi, sono decenni di progettazioni sbagliate, speculazioni edilizie, affarismo criminale, di chi ha costruito su terreni friabili, lungo la faglia, utilizzando materiali scadenti, con gare d’appalto volte al ribasso e condizioni d’opera rinegoziate con gli amministratori, in deroga ai regolamenti vigenti. Perché in una regione ad alto rischio sismico le norme in materia possono essere interpretate in maniera elastica, secondo convenienza.

Quello che le immagini non mostrano sono “costruzioni in calcestruzzo armato”, dove il cemento è impastato con sabbia di mare, quindi ad alto contenuto salino. E non ci vuole certo un esperto per capire che un’alta concentrazione di cloruro di sodio (sale), sul lungo periodo, corrode inesorabilmente i materiali fino al collasso della struttura edile.

Quello che non si vede sono i piloni di sostegno attraversati da barre in acciaio liscio, con diametri sotto la norma, non sagomate e senza interconnessione. Travi che si sbriciolano e barre che si piegano. Tramezzi che travolgono gli abitanti nel sonno. Li schiacciano in una pressa mortale sotto nubi di calcinacci e polvere densa, che ti entra nei polmoni e ti toglie il respiro.

L’Aquila trema e le case crollano. Crollano in particolare le residenze “moderne” della ‘città nuova’, quella costruita fuori il perimetro delle antiche mura medioevali, durante gli anni allegri del sacco edilizio. Vengono giù, come castelli di carte, anche palazzine ben più recenti. Quelle che avrebbero dovuto essere conformi, quantomeno, alla normativa antisismica del 1974. E crollano soprattutto gli “edifici pubblici di nuova costruzione”

In Abruzzo, con i suoi ‘palazzi istituzionali’, è franata l’immagine stessa di uno Stato disattento quando non addirittura complice:

Il vecchio “Palazzo del Governo”, sede della Prefettura, non esiste più. Eppure era stato restaurato in tempi recenti.

Il Palazzo di Giustizia è gravemente lesionato.

Palazzo Centi (dove risiede il Consiglio regionale), ristrutturato appena nel 2005, ha riportato danni gravissimi.

Problemi di stabilità presenta anche il carcere, inaugurato soltanto nel 1993. Rischia di crollare una struttura che, per sua stessa natura, avrebbe dovuto essere solidissima.

Compromessa è pure la staticità degli Uffici del Catasto.

Danni strutturali hanno richiesto l’immediata evacuazione del nuovissimo ospedale cittadino, fiore all’occhiello della sanità abruzzese, inaugurato in pompa magna nell’anno 2000, ma ultimato dopo 30 anni di lavori. 8 camere operatorie su 9 completamente inagibili. Interi reparti sono a rischio crollo, soprattutto nella sezione di più recente realizzazione, freschi di consegna da parte di IMPREGILO: la stessa che dovrebbe realizzare l’indispensabile “Ponte sullo Stretto”, specializzata più nella riscossione di penali che in opere effettivamente consegnate. La società, alla quale dobbiamo tra l’altro il pessimo funzionamento dell’inceneritore di Acerra (che avrebbe dovuto eliminare i rifiuti campani), si rimpalla le responsabilità con le precedenti imprese costruttrici. I lavori per la costruzione dell’Ospedale S.Salvatore iniziano infatti nel lontano 1972. Spesa iniziale preventivata: 11 miliardi saliti progressivamente a 164, per fermarsi infine alla modica cifra di 200 miliardi di lire. Un solido investimento.

Notoriamente, l’Italia non è un paese per giovani… li umilia, li disprezza e ora li ammazza. Emblematica è la strage consumata sotto le macerie della Casa dello studente. 400 scosse di terremoto, crepe sui muri e suppellettili pericolanti, non sono bastate alle sedicenti autorità per ordinare lo sgombero della struttura. Si trattava di una palazzina residenziale, costruita nel 1965, adibita dapprima a deposito medicinali e successivamente riconvertita in ostello. E siccome non era a norma e presentava qualche carenza, nel 1998 era stata chiusa per lavori di ristrutturazione. Un’opera lunga visto che la Casa dello studente era stata riaperta soltanto 3 anni dopo, nel settembre del 2001. Come nel caso del nosocomio, stavolta sono la Regione e l’Asdu a rinfacciarsi le responsabilità sulla messa in sicurezza del manufatto e sulla supervisione della tenuta strutturale. Ma in questo caso le competenze sono chiare: spettano alla Regione Abruzzo, in base all’articolo 16 della Legge 91 del 06/12/1994. La Casa dello studente rientrava nelle responsabilità della Regione da ben 15 anni. Peccato che se ne siano dimenticati. Sarebbe curioso allora sapere chi ha autorizzato e pagato per la ristrutturazione triennale, cominciata nel 1998.

E pur tuttavia, Questo non è il momento di dare la colpa ai colpevoli, di attribuire le responsabilità ai responsabili. È il momento di intervistare gli esperti, e domandargli basiti e increduli come sia possibile aspettarsi un terremoto in un paese che da sempre trema come un parkinsoniano all’ultimo stadio.  (Alessandra Daniele)

Come il 31 Ottobre 2002, terromoto in Molise e in Basilicata, quando crollò la scuola elementare di S.Giuliano con i suoi piccolissimi alunni all’interno. La scuola fu l’unico edificio a polverizzarsi, ma l’intero paese fu raso al suolo dalle ruspe. Senza distinzioni tra case lesionate ed integre. L’intera popolazione fu deportata in una baraccopoli provvisoria, fatta di container. L’occasione di fare quattrini con la ricostruzione era troppo ghiotta. ‘Qualcuno’, che casualmente era anche “Presidente del Consiglio”, parlò all’epoca di realizzare delle “new town”: allucinanti non-luoghi di alienazione collettiva e sradicamento sociale per molti; eccezionale occasione di profitto per pochissimi.

La (non) ricostruzione è costata (almeno per noi contribuenti che le tasse le paghiamo) svariate centinaia di milioni di euro. Sono state tirate su opere faraoniche quanto inutili, su terreni geologicamente instabili. Gli sfollati vivono tuttora nei prefabbricati. 

La spaventosa ecatombe dei bambini di San Giuliano portò però alla stesura di una nuova normativa in materia di costruzioni in zone a rischio sismico. Approvata nel 2003, l’applicazione della nuova legge, che sostituisce i regolamenti (disapplicati) del 1974, viene rinviata fino al 30 giugno 2009. Perché bisogna dare tempo a progettisti, ingegneri, e costruttori di adeguarsi alle nuove norme. Evidentemente 6 anni non sono bastati ai palazzinari nostrani ed al resto della banda! Pertanto, nel dicembre 2008, il senatore Daniele Boscetto ha inserito un suo emendamento al cosiddetto “Decreto Milleproroghe”, posticipando l’applicazione delle nuove norme antisismiche al 30 giugno del 2010. La sensibilità governativa per la salvaguardia del territorio, la tutela della vita umana, e il rispetto delle regole, è stata ulteriormente confermata dal famigerato Piano-Casa, quello che tutta Europa ci invidierebbe ma che nessuno si sogna di applicare oltre le Alpi. Come tutti sanno, sopraelevare abitazioni concepite 50 anni fa, trasformare balconi in bagni, appesantire le strutture con nuovi manufatti, contribuisce notevolmente alla stabilità delle costruzioni ed alla loro resistenza alle sollecitazioni telluriche. E il piano-casa, coerentemente con la filosofia che lo ispira (la stessa dei condoni edilizi), prevedeva l’adeguamento alle norme antisismiche dopo la conclusione dei lavori. Ovvero mai. E quando parliamo di ‘norme antisismiche’ ci riferiamo a quelle del 1974, perché le nuove ancora giacciono congelate, grazie al solerte intervento senatorio. Tuttavia, dopo il terremoto in Abruzzo, il Ministero delle Infrastrutture ci tiene a far sapere che la cosa è stata corretta e che i controlli si faranno prima della messa in opera. Salvo proroghe.

Ma così rischiamo di oscurare lo straordinario lavoro di volontari e soccorritori che in queste ore prestano servizio nelle zone terremotate. Infatti restano nell’anonimato, mentre continuano a donare con generosità la loro opera inestimabile nel silenzio dell’abnegazione. Presenti dove c’è più bisogno e perciò ben lontani dal circo mediatico, allestito attorno alle rapide visitine a consumo elettorale, rigorosamente davanti alle telecamere, dei politici in passerella: voyeurismo itinerante dei presenzialisti da tragedia. È l’imperdibile occasione per arricchire l’albo fotografico da sfogliare in diretta sulle Reti amiche, unificate per celebrare lo sciacallaggio del dolore rubato.

E non è un caso che più che aiuti materiali e generi di sussistenza si chiedano ‘soldi’. Ma non esisteva un fondo europeo per le calamità naturali? Ma non siamo noi il Paese che ha rifiutato con sdegnato orgoglio le offerte internazionali? Donazioni e versamenti in denaro per la ricostruzione, quando mancano i bagni chimici, le forniture idriche di acqua potabile per i campi di raccolta ed i container per le docce. Scarseggiano i gruppi elettrogeni per il riscaldamento e l’illuminazione. Si utilizzano tende senza impermeabilizzazione termica. Mancano pannolini, assorbenti, sapone, spazzolini da denti, ricambi di biancheria intima, carburante per le auto (finora l’unica fonte di riscaldamento nelle fredde notti abruzzesi). A molti TIR e camion con generi di sussistenza primaria viene ritardata la partenza verso le zone disastrate. Si dice che manchi il coordinamento, ma non c’era l’intero governo a coordinare?!? Si dice che manchi il personale per scaricare gli aiuti, ma non è stata sconsigliata la partenza di nuovi volontari visto che ce n’erano a sufficienza? 

Ma il Governo vuole solo sostegni in denaro; servono fondi! Sarebbe curioso sapere quanto del loro pingue emolumento i 600 e passa onorevoli destineranno in offerte, e quanto siano costate le gite ‘istituzionali’ in elicottero dei vari politici in pellegrinaggio sulle zone disastrate. Forse per gli aiuti economici potrebbero essere utili i 470 milioni di euro che verrebbero risparmiati, se solo venissero accorpate in un unica data le 3 tornate elettorali che si terranno nel mese di Giugno. In pratica, si vota 3 domeniche su 4. Ma il resto d’Italia deve stare ai ricatti politici ed alle compiaciute porcate di quell’abominio chiamato LEGA.

Ma no, parliamo d’altro… in TV c’è “Porta a Porta”!

 

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2 Risposte to “La Complessità del Male”

  1. Sara Ticciati Says:

    A condire il clima difficile e la precarietà della libertà di parola e di stampa vorrei aggiungere la mia personale esperienza: sul mio profilo di facebook ho pubblicato, come spesso mi è capitato, un filmato tratto da youtube che riprendeva con sottotitoli in italiano il lancio di un tg spagnolo sulla pubblicazione delle “innocenti” foto del nostro Amato Leader da parte del quotidiano el pais. Ebbene, continuano a censurarmi il video, prima facendo sparire la pubblicazione dal mio profilo, così come da quello dei miei contatti che l’avevavno condiviso, poi disattivando il link a youtube. Credo che sia un episodio inquietante e abbastanza grave.

  2. Cara Sara,
    Nel mio piccolo posso provare a sciogliere l’arcano…
    Che si tratti di una limitazione della libertà di parola è indubbio. Che l’episodio sia inquietante pure. Che YouTube e Facebook applichino forme di censura è invece normale. Perché non si tratta di idealisti disinteressati, né di “filantropi tecnologici” della ‘libera comunicazione’, bensì di società commerciali (anche se ben camuffate dietro una facciata “friendly”) con interessi economici molto concreti. In virtù di ciò, le policies di utilizzo sono rigidamente impostate, in modo da non avere grane legali. Pertanto, un profilo ‘sospetto’, eventuali contenuti sgraditi o ‘problematici’, vengono prontamente rimossi dal cosiddetto Team working senza troppi complimenti o spiegazioni. E questo è un altro dei motivi per cui, personalmente, non amo tale genere di “social network”, facendone piacevolmente a meno..:)
    Nella fattispecie, secondo la legge italiana, le foto di Silvio a Villa Certosa sono oggetto di sequestro giudiziario, a seguito di una denuncia dell’avvocato e deputato Ghedini. In effetti, le foto scattate senza consenso dentro i recinti della Villa, secondo un’interpretazione restrittiva, si presterebbero ad una violazione della privacy. In attesa che il contenzioso venga chiarito dalla procura competente (che non è quella compiacente di Roma, presso cui è stata depositata la denuncia), Media e Network si muovono coi piedi di piombo. Ghedini promette cause di risarcimento danni per milioni di euro contro quanti oseranno divulgare le foto, nonché servizi informativi che contengano immagini degli incontri a Villa Certosa, o notizie dettagliate sui loro contenuti.
    Essere citati in tribunale non piace a nessuno, verdersi citati in giudizio per milioni di euro ancora di meno. Sorvolando sulle spese legali, affrontare una causa civile (con durata minima di 6 anni) è una tale rottura di c… che ben pochi sarebbero felici di affrontare, se non sostenuti da valide e forti motivazioni professionali nonché solidi ideali. Ed ecco perché Facebook (insieme a YouTube), tramite la sua sezione di controllo italiana, più papista del papa, nel dubbio agisce prontamente con zelo sconcertante. E sceglie la soluzione peggiore, ma più conveniente.
    “It’s only business; nothing else”

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