Archivio per USA

Letture del tempo presente (XIII)

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , on 27 giugno 2022 by Sendivogius

 E se pure La Stampa, avanguardia delle truppe cammellate scatenate a supporto delle magnifiche sorti progressive della NATO e della “civiltà occidentale”, per l’avanzata atlantista nell’occupazione dello spazio post-sovetico in vista della prossima campagna d’Oriente, inizia a muovere qualche timidissimo dubbio (pur con molte riserve e reticenze), dopo tre mesi di guerra asimmetrica per procura, sui guasti irreversibili della comunicazione emozionale, scoprendo finalmente il grande bluff dello Zela di guerra e propaganda, un nano da palestra travestito da oliva del Martini che recita Churchill a soggetto, allora vuol dire che anche nelle stanzette colorate dei bottoni comuncia ad arrivare l’odore dell’imminente tempesta di merda che monta nell’aria e ci attende in Autunno…
E questo nonostante il desiderio ormai evidente che pervade i grandi quotidiani del conformismo unificato, nel voler tornare ad occuparsi delle rassicuranti miserie di casa nostra.

“Zelensky vince la guerra delle emozioni, ma per l’Occidente è un boomerang.  Così il leader ucraino ha trasformato un conflitto locale in un confronto allargato tra Nato e Russia.”

«Dove sta la genialità dell’omaggiatissimo Zelensky? Che cosa ci ha stregato tanto da affidargli una delega in bianco: decida lui quale deve essere la pace che lo accontenta? È forse un condottiero impavido? Un politico implacabile? Un democratico senza macchia e senza paura? Niente affatto. Il suo colpo di genio è nell’aver compreso che nel ventunesimo secolo i popoli, e i loro leader a rimorchio, seguono più le passioni che gli interessi.
Insomma: se contassero davvero gli interessi l’Occidente, e soprattutto l’Europa, dovrebbe a tutti i costi cercare, anche in questo caso come ha fatto per venti anni, di avere eccellenti rapporti con Putin. Perché ne derivano evidenti e immediati vantaggi, ad esempio sul piano dei vitali rifornimenti energetici, e soprattutto dell’evitare una nuova guerra fredda senza assicurazioni sufficienti contro irrimediabili sviluppi atomici. Ma ci sono le passioni, fattore non preventivamente valutabile negli schemi e su cui si può agire più efficacemente e facilmente che con i dati economici, militari o delle alleanze. Attenzione a non confondere: le passioni nulla hanno a che fare con l’etica, tanto è vero che vengono eccitate, create, indirizzate. E questo riesce benissimo soprattutto ad arruffapopoli e dittatori.
Passioni: la parola è usurata tanto che resta aperto il problema se il disordine attuale del mondo, di cui la guerra in Ucraina è un capitolo, sia la conseguenza di questo scatenamento emotivo o sia proprio il caos ad aver incendiato le emozioni collettive. Insomma: qual è la gerarchia e l’equilibrio tra lo sfondo politico e la crescita furente delle passioni?
Zelensky ha intelligentemente riflettuto che durante le crisi sembra che il tempo cambi aspetto, la durata non è più percepita come nel normale stato delle cose.
Invece di misurare la permanenza essa misura le variazioni. Operano nuove “cause” che turbano l’equilibrio che esisteva prima. Qualcosa che assomiglia molto alla magia del meccanismo teatrale. E lui, in fondo, non è un attore?
Ha colto il fatto che soprattutto nei Paesi democratici è proprio la debolezza delle ideologie e delle istituzioni a ridar forza alle passioni. Bisogna dunque approfittare, soprattutto nei rapporti con alcuni Paesi da cui dipende la sopravvivenza dell’Ucraina sottoposta all’urto dell’invasore russo, della usura delle dottrine occidentali. Il moltiplicarsi confuso degli obiettivi talora porta all’immobilismo che sarebbe letale per Kiev. Ma talvolta, se ben indirizzato, determina le fughe in avanti. E proprio questo lo ha reso in questi quattro mesi di guerra padrone della situazione.
È accaduto che una guerricciola locale per una ammuffita provincia dell’Ucraina è diventata addirittura un confronto per procura di enorme pericolosità tra la Nato e la Russia. Di più: una guerra mondiale in cui (per ora) ci si batte con furore sui terreni della economia, dell’energia e del cibo coinvolgendo ormai milioni e milioni di uomini.
Come è successo? Si badi contro la volontà stessa di molti di coloro, come gli europei, che non avrebbero mai accettato alcuni mesi fa di compiere un percorso così duro e pericoloso se avessero seguito le orme della prudenza e dell’interesse. Che spingevano semmai sulla via del ridurre lo scontro alla dimensione locale, gettando acqua sulla sanguinaria provocazione putiniana.
La colpa, o il merito, è di Zelensky che imponendo la sua immagine e il suo talento di comunicatore ossessivo, martellante, onnipresente ha creato una guerra, non soltanto di cannoni e mosse diplomatiche, ma di emozioni. Il suo grimaldello è stata la colpevolizzazione sistematica e seduttiva dell’Occidente.
L’unico modo per evitare che le potenze democratiche, badando ai loro interessi immediati, si limitassero all’elemosina, come nel 2014, di qualche minuscola, innocua sanzione contro la Russia, era di brandire la disgrazia ucraina per vedersi attribuire il titolo di vittima numero uno. Costringendoci a un atto pratico di costrizione ovvero fare la guerra con lui e se necessario per lui.
Fino in fondo. Ci ha intimato fin dal primo giorno, indifferente al mutare della situazione militare, alle ritirate e avanzate, alle stragi e ai modesti tentativi diplomatici: se la Ucraina verrà spazzata via e non uscirà vittoriosa da questa guerra la colpa sarà degli europei e degli Stati Uniti, troppo fragili, vigliacchi e ottusi da non capire che il vero boccone che Putin vuole inghiottire non è Kiev ma il vecchio continente e forse il mondo. Che, dopo aver calpestato sotto i piedi mezza Ucraina, si prepara a calpestarne l’altra metà dell’Europa. Una idea che non ha connessioni con la realtà. Non perché Putin possa aver rimorsi o titubanze di fronte all’abuso della forza. Ma perché, sapendo benissimo di essere una personalità dispotica e crudele, è anche un realista. Quindi conosce i limiti pratici alla sua aspirazione di giustiziere, di esecutore delle sentenze della Storia. Eppure nessuno, in questo parossismo delle emozioni innescato dall’abile mefistofele ucraino, osa dirlo. Temendo di esser travolto dalla riprovazione universale.
Zelensky ha distribuito le parti di un remake. Scegliendo di riproporre un copione che l’Europa purtroppo conosce bene e di cui ha un ricordo orribile, la Seconda guerra mondiale. L’Ucraina aggredita, martoriata, sbriciolata è dunque Londra indomita sotto le bombe tedesche nel 1940.
Zelensky ostinato, deciso a non arrendersi mai alla brutalità totalitaria, si è preso la parte di Churchill. A Putin naturalmente tocca la maschera del nuovo Hitler. A Biden ha riservato il costume di Roosevelt che pazientemente, giorno dopo giorno, convince i distratti americani che per loro è vitale distruggere il tiranno. E intanto arma gli ucraini con una replica della celebre legge affitti e prestiti con cui venne tenuta in piedi la Gran Bretagna. E dal 1941 l’Unione sovietica di Stalin.
Operazione perfetta. La volontà di evitare l’ennesima infamia dell’Occidente capitolardo è diventata una verità unica e giusta, immutabile nel divenire della crisi e della guerra quanto la legge della caduta dei gravi. Intellettuali e politici, militanti della guerra giusta ed economisti dalla sanzione facile e indolore, si sono messi al servizio di Zelensky.
Il meccanismo delle passioni innescato dall’attore-presidente è in se stesso infernale.
Più aumenta il livello del nostro aiuto più crescono le sue ambizioni, più la guerra si prolunga più si allargano i contorni di una vittoria per lui accettabile.
L’applauso come accade agli attori lo spinge all’assolutismo del mattatore. Intanto l’Occidente, lavando preventivamente le sue colpe, non si accorge che la guerra diventa mondiale ed è via via più isolato. Quattro miliardi di persone e metà della produzione globale hanno infatti rifiutato di schierarsi con noi.
Gli zelanti alleati di Zelensky fino a ieri hanno coabitato allegramente con l’indifferenza e il silenzio per malvagità abominevoli subite da popolazioni dei Paesi cosiddetti sottosviluppati. La disgrazia di quegli infelici è che non hanno saputo far cuocere insieme gli ingredienti delle nostre emozioni. E infatti con soddisfazione un po’ proterva Zelensky ha festeggiato il sì della Unione alla candidatura ucraina ricordando: noi non siamo un Paese del terzo mondo

Domenico Quirico
(25/06/2022)

Homepage

LA FURBIZIA DEI PUFFI

Posted in Kulturkampf, Risiko! with tags , , , , , , , , , on 21 giugno 2022 by Sendivogius

Tra i grandi acquisti che la NATO ha fatto alla fiera del Nord, ci sono le tre repubblichette baltiche (Lituania, Estonia, Lettonia)… Militarmente irrilevanti (hanno forze armate irrisorie e meno che simboliche), strategicamente indifendibili, costituiscono un saliente naturale per una linea del fronte avanzata, facilmente isolabile (la cosiddetta “Breccia di Suwałki”, lungo l’omonimo corridoio che conduce all’enclave russa di Kaliningrad) e pronta per essere trasformata in una sacca di annientamento in caso di resistenza. A tutti gli effetti, sono il vero ventre molle della NATO ed un incubo difensivo per l’Alleanza. Non presentano alcun vantaggio reale, se non per il fatto di essere delle satrapie americane incuneate contro la Russia, tanto per mantenere costante il livello di pressione (e provocazione) su Mosca. E ne costituiscono idealmente la testa di ponte, con l’illusione di poter dominare (anche) lo spazio baltico, nella politica di accerchiamento che gli USA perseguono scentemente da oltre 20 anni, su rivificazione velleitaria del Rimland che domina da sempre la geopolitca anglosassone, insieme alla pretesa di egemonia talassocratica su primato unipolare, ritenendo che ciò non comporti conseguenze. O più semplicemente facendone pagare ad altri il prezzo.
In compenso, le repubblichette baltiche sono utilissime per rompere i coglioni all’orso russo, creare il casus belli perfetto per la terza guerra mondiale e trascinarvi dentro gli alleati più refrattari, loro malgrado.
È il vecchio vizio (secondo elegante metafora) di fare il frocio col culo degli altri: pratica particolarmente in voga ad Est dell’Alleanza. Altrimenti non si spiega l’atteggiamento iper-aggressivo e ottusamente provocatorio di una pulce politica e militare come la Lituania (esempio a caso) che, giusto per allegerire l’escalation in corso, si mette a bloccare i flussi commerciali con la base navale di Kaliningrad, dicendo di applicare le sanzioni UE ma in realtà violandone i trattati bilaterali. E credere che la cosa non abbia ritorsioni (gravi) a livello continentale. O (peggio!) farlo apposta. Ci sarebbe pure molto da dire, sull’ideona di far entrare queste colonie atlantiste su protettorato USA nell’Unione europea col ruolo di guastatori informali.
Qui più che altro, si tratta di essere non solo degli imbecilli integrali… diciamo che molte guerre sono scoppiate per infinitamente meno… ma anche degli aspiranti suicidi per sindrome autolesionista, visto che la Lituania ed il resto del villaggio baltico dei puffi cesserebbero di esistere nell’arco di un nanosecondo sotto una nube atomica. Nella fattispecie, l’esercito lituano ammonta alla strabiliante forza armata di ben 3.500 soldati in organico regolare, suddivise in due “brigate” motorizzate e soltanto una meccanizzata, in realtà ciascuna con la consistenza di un reggimento in qualunque altro paese munito di un esercito degno di questo nome. A queste si aggiunga una forza navale di ben 600 marinai, oltre a circa 5.000 gendarmi tra poliziotti e guardie di frontiere ed un numero imprecisato di riservisti a riposo (ex coscritti di leva).

Esercito lituano nel 1938

Comprenderete quale formidabile potenziale deterrente possieda una simile armata, a sostegno degli atti di forza posti in essere dal propio governo (ennesimo esecutivo turboliberista di banchieri), nel gusto perverso di cercare guai e peggio ancora crearne di enormi, mentre bulleggiano dietro le spalle degli ‘amici’.
Domandina semplice-semplice: appurata in tutta la sua evidenza l’inconsistenza armata dei baldanzosi nani baltici, indovinate un po’ chi dovrebbe fare la guerra al posto loro, secondo i furbetti dell’alleanza?!?

Homepage

Letture del tempo presente (XII)

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , on 12 giugno 2022 by Sendivogius

«Mi auguro solo che gli attuali problemi di John gli siano di monito per i tempi a venire, che la smetta di preoccuparsi tanto per le questioni degli altri, che desista dallo sterile tentativo di sostenere il bene del vicinato, oltre alla pace ed alla felicità del mondo intero, ricorrendo al bastone. Che se ne resti tranquillamente a casa, dedicandosi alla ristrutturazione della propria dimora; che coltivi la sua ricca tenuta come più gli aggrada; che amministri con parsimonia le entrate, se lo ritiene opportuno, e riconduca all’ordine i propri figli se ci riesce. Che riporti l’antica prosperità a nuovo splendore ed infine si goda a lungo, sulle terre di famiglia, un’onorevole e spensierata vecchiaia

Washington Irving
“John Bull” – The Sketch Book (1819)

L’allusione è all’Inghilterra, personificata dal vecchio John Bull, ma la metafora potrebbe valere benissimo per l’oggi, applicata per nemesi al suo ancor più arrogante alter ego: lo Zio Sam. I diretti interessati potrebbero imparare molto dalla lettura dei classici della loro letteratura nazionale, se solo li sfogliassero ogni tanto, invece di rimuoverli dalle biblioteche e cancellarli dai programmi di studio, in quanto non abbastanza “inclusivi”. Perfino il fresco Joe potrebbe trarne qualche suggerimento più che utile…

Homepage

MEDIACRAZIA (III)

Posted in Kulturkampf, Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 Maggio 2022 by Sendivogius

“La rappresentazione drammaturgica è rituale.
Essa crea un senso di realtà condivisa.”

Senza per questo voler necessariamente scomodare Erving Goffman (si parva licet componere magnis), a livello mediatico, la “realtà” è innanzitutto una costruzione codificata tramite il ricorso ad una serie di schemi proiettivi, volti alla riproposizione del medesimo messaggio veicolato secondo la contingenza del momento. In tale prospettiva, si tratta di una proiezione cognitiva di gruppo, consolidata sui bias di conferma.
Nato per contrastare la pandemia e assicurare un uso oculato dei fondi del “recovery plan”, garantendone il trasferimento nelle lungimiranti disponibilità confindustriali, il Governo Draghi, per tacere dell’imbarazzante compagnia di nani da giardino che ne costituisce il contorno ministeriale, sembra aver fallito entrambi gli obiettivi.
Del Covid non si parla più. Cancellata dai palinsesti e cassata per decreto, la pandemia è scomparsa nel generale tana libera tutti. Tutt’al più, l’apocalisse è rimandata al prossimo autunno, quando ritornerà utile per il rinnovo del prossimo stato d’emergenza con relative sospensioni di diritto, visto che morti e contagi corrono invariati, nonostante i green pass rafforzati 2.0 in gold edition e la schizofrenica sequela di divieti draghiani in contraddizione tra loro.
Per quanto riguarda la crescita… attualmente si parla di “economia di guerra”, come se fosse la cosa più naturale del mondo (ma del resto si considera con nochalance pure la prospettiva di un attacco atomico), con ipotesi di contingentamento energetico, razionamento dei beni al consumo, e collasso verticale dell’economia nazionale, per manovre finanziarie da 40 miliardi all’anno e l’entrata a pieno titolo nei paesi emergenti del terzo mondo. Non crediamo sia necessario aggiungere altro.
Esaurita la sua missione con un bilancio a dir poco catastrofico, invece di sparire, Micro-Mario sembra aver trovato la sua nuova ragion d’essere come il Quisling italiota di uno stato fantoccio su vocazione kamikaze, supinamente asservito agli interessi di Padron Sam, per una poltroncina alla NATO in sostituzione del segaligno pupazzo in scadenza, attualmente facente feci. Potrà così mettere un’altra tacca al suo cursus honorum e chiudere in bellezza un curriculum consacrato alla distruzione del proprio paese, anche se è capace di intrattenerlo con frasi epiche…
Ormai si tratta di un prodotto scaduto, che i suoi sponsor cercano disperatamente di rilanciare sul mercato, nonostante il disgusto crescente dei consumatori, cercando di accreditarlo come “grande statista” agli occhi di un pubblico sempre più smaliziato e creando tutte le volte un climax da catastrofe imminente, per rendere più digeribile il merdone.

E nel farlo, ci ripropongono sempre lo stesso copione di scena fino alla nausea, secondo una recita condivisa nella quale non credono più neanche gli attori protagonisti (ed intercambiabili), mentre le nostre elite cercano di piazzare la stessa merce avariata. E, innamorati del podestà forestiero, scelto a propria immagine e somiglianza, ci impongono il sociopatico di turno preso in prestito dalle tecnoburocrazie finanziarie, ogni qualvolta si tratta di sostituire un governo che non piace loro e ribaltare così un risultato sgradito alle urne.
Pertanto, non contate sull’Informazione (che ‘libera’ non è mai stata) dei grandi media; mai come oggi pienamente asserviti a quel complesso militare, industriale e politico, assurto ad entità sovranazionale ed immanente, al quale sono indissolubilmente connessi, funzionando da cassa di risonanza delle elite, nella mistificazione dei fatti su manipolazione delle opinioni. Fedeli al principio secondo cui il culo del padrone è il posto più morbido dove mettere la lingua, i nostri sedicenti “giornalisti” rispondono ad un sistema di prostituzione mediatica del quale sono parte organica. Per trovare qualcosa di lontanamente simile ai livelli di servile adulazione dei nostri repellenti pennivendoli di regime, bisogna scendere fino ai panegirici del Basso Impero romano, anche se i livelli attuali trascendono ogni velleità letteraria, per scadere nel porno amatoriale da salottino di maison de plaisir. Qui più che altro si dedicano agli esercizi di fellatio applicata a nuovi virtuosismi semantici, in mulinelli erotici di turbinanti lingue in calore, con risultati peraltro grotteschi su eccesso di zelo e col rischio di annegare in una fossa di saliva bollente:

«Mario Draghi riparte come un orologio svizzero e il gesto con cui apre il primo Consiglio dei ministri dopo una settimana di morte e resurrezione della politica è pensato per spazzare via le scorie, allontanare le ombre e strappare qualche cauto sorriso. Il premier entra nella grande sala, dà le spalle agli arazzi fiamminghi con le gesta di Alessandro Magno e compie in senso antiorario un intero giro dell’immenso tavolo, porgendo la mano a ogni singolo ministro.
[…] Compiendo un intero giro della “tavola rotonda” di Palazzo Chigi, il premier, che un ministro sottovoce paragonerà a “Re Artù che stringe un nuovo patto con i suoi cavalieri”, suggella un nuovo inizio e mostra plasticamente che i 759 voti per Sergio Mattarella hanno rilegittimato il governo di unità nazionale. Il lungo applauso chiamato da Draghi aprendo la riunione con la squadra all’apparenza ricompattata, dice la gratitudine del premier e di alcuni ministri per lo scampato pericolo e la condivisione per le priorità da affrontare: lotta alla pandemia e ripresa economica e sociale del Paese.
La maggioranza ha rischiato di andare in frantumi e il premier ha vissuto giorni di imbarazzo e sconcerto, ma ora, grazie alla conferma del presidente in scadenza, Draghi assicura di sentirsi più solido di prima. Vista l’importanza delle scadenze in agenda il presidente non sembra più disposto a tollerare rivendicazioni e veti, bandierine di parte, strappi, o ammutinamenti in Consiglio dei ministri. E sprona tutti a consegnare “entro 48 ore” il cronoprogramma di ogni ministero per i progetti del PNRR, così che chi è indietro raddoppi gli sforzi per tornare nei tempi

Monica Guerzoni
“Corriere della Sera”
(01/02/22)

Con un pezzo magistrale che supera le antiche veline del Minculpop per diventare leggenda, dalle pagine del Corriere della Sera, una straordinaria Monica Guerzoni in estasi mistica prova a comunicarci l’imperturbabile aplomb di Mariolino, aspirante presidente della Repubblica, che dopo la sonora trombata siede in riunione col suo consiglio dei ministri, per un’occasione di ordinaria routine elevata ad evento epico. Ed ha un bel da fare l’iper-governativo Corrierone, per dipingere il cipiglio volitivo del decisionista, sul volto cadaverico di un premier azzoppato che si lecca ancora le ferite, rintronato nella sua armatura di latta ammaccata.
Sulle gesta del novello Re Artù, la fanfara di corte si è sdilinquita ancora, versando fiumi di saliva sui drappi purpurei, per strisciare sui tappeti rossi in concomitanza dello “storico” discorso tenuto nel parlamento UE di Strasburgo (03/02/22), in un’aula praticamente vuota, e di cui ovviamente nessuno si è accorto né conserva memoria alcuna.

Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, all’apertura della sessione plenaria del Parlamento Europeo, Strasburgo, Francia, 03 maggio 2022. ANSA / Filippo Attili / Ufficio stampa Palazzo Chigi +++ ANSA

Laggiù, nel vuoto pneumatico di un cosmico disinteresse, lo statista che tutto il mondo ci invidia (e che fuori dall’Italia nessuno si caga), declinava al nulla ivi convenuto la sua “visione rivoluzionaria”: vaghi cenni sull’universo, conditi dalle solite elucubrazioni di rito e retorica posticcia, per pensierini sfranti in una pozzanghera di ovvietà riscaldate. Che però agli occhi dei media nostrani diventano dichiarazioni epocali, provocando le polluzioni incontrollate dei soliti pennivendoli, in orgasmo su masturbazione coatta.
Ne scippiamo una sintesi, giusto per praticità riassuntiva:

«L’altro ieri Draghi, detto SuperMario da quando ci garantirono che la Merkel gli aveva passato il testimone di Guida dell’Europa, ha tenuto il suo attesissimo discorso a Strasburgo. Attesissimo dalle sedie del Parlamento europeo: un po’ meno dagli eurodeputati, che son rimasti a casa, a parte alcuni italiani reclutati per la bisogna, che si son fatti il selfie con lui. Era già accaduto nel 2006 col discorso di B. al Congresso Usa: anche lì c’erano quattro gatti, ma il capoclaque si premurò almeno di rimpiazzare i vuoti con figuranti, stagisti, segretarie e portaborse. Per Draghi non ci ha pensato nessuno, a parte “Calenda accompagnato dai figli” (LaStampa). Però quello che passerà alla storia come il “Discorso alle Sedie” ha infiammato di ardore patriottico i giornaloni, che si sono ben guardati dal pubblicare la foto dell’aula deserta: in compenso han dato fondo all’immaginazione per tenere in vita artificialmente il de cuius.
Il Corriere della Sera lo descrive “commosso per le parole di stima” (delle sedie parlanti) e “colpito e sorpreso dall’accoglienza dei parlamentari” (assenti), mentre “lascia un messaggio alla riflessione dell’Assemblea” (o almeno della tappezzeria) e dà “la spinta per la tregua” (spingitore senza nessuno da spingere). Il Foglio pubblica il discorso integrale (per lasciarlo in clandestinità).
Il Messaggero titola “A Strasburgo il manifesto di Mario” (tipo quello di Ventotene). “Draghi, scossa all’Europa”, si eccita LaRepubblica: “alla vigilia aveva promesso un discorso storico”, purtroppo nessuno se n’è accorto. Men che meno dell’“intesa Roma-Parigi-Berlino” per il “nuovo Patto di Stabilità” (le sedie vuote tendono a basculare). Intanto Macron parlava per due ore con Putin, mentre SuperMario non riesce nemmeno ad andare a Kiev (a proposito: presi i biglietti?). Però parla “come sanno fare i veri statisti”.
La Stampa vede una “Dottrina Draghi per l’Europa”, a mezzadria fra la Dottrina Monroe e il catechismo (nelle parrocchie vuote). Ed esalta “la portata del progetto che Draghi offre per l’Europa”, un “federalismo pragmatico” (qualunque cosa significhi) che “piace a Bruxelles” (peccato che lui fosse a Strasburgo).
Il Dubbio: “La visione di Mario” (ma è Strasburgo o Medjugorje?). E il Riformista: “Draghi scuote l’UE” (all’insaputa della stessa). Come faccia a scuotere e a spingere nel vuoto pneumatico, non è dato sapere. Ma uno che riesce a “lavorare per la tregua e la pace” a suon di armi è capace di tutto

Marco Travaglio
“Vuoto a perdere”
(05/05/2022)

Al momento c’è grande trepidazione sull’imminente viaggio di Re Artù alla volta degli USA, dove potrà gattonare a braghe calate, per porgere i suoi omaggi di suddito fedele all’Impero. Lì potrà raccomandarsi per un posticino alla NATO, offendo in cambio il culo di noi tutti, e prendere le ordinazioni direttamente dal Commander in chief, sempre che non sia troppo impegnato a parlare col suo amico immaginario…
Giusto a proposito di nullità, per quanto non invisibile, il pubblico non noterà la differenza. Nelle italiche redazioni invece già si idratano le favelle. E ci si chiede emozionati cosa mai dirà il nostro Sciaboletta, tarato come un orologio svizzero che si prepari ad entrare nella Storia allo scoccare dell’ora fatale… Cosa mai farà Super Mario, alias Re Artù, per stupire ancora il mondo intero, mentre dalle parti di Mosca fremono di terrore dinanzi all’imminente entrata in guerra dell’Italia a sua insaputa?! 
E noi una mezza idea ce l’avremmo pure…

Pronto a concedere qualsiasi cosa Padron Sam pretenderà, eseguirà senza battere ciglio. Non c’è limite alla Provvidenza ed ai suoi omini ubbidienti. E già si sente il rombare dei fantastici mezzi a disposizione dell’Italietta alle grandi manovre, schierata in prima linea per la terza guerra mondiale.

Praticamente ci manca solo che invii un corpo di spedizione di Alpini in Russia, per farsi bello coi suoi padroni.

Homepage

L’APOCALISSE GIOIOSA

Posted in Kulturkampf, Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , on 27 aprile 2022 by Sendivogius

«Affermo che durante la guerra si sono resi colpevoli di tradimento contro l’umanità, tutti quegli intellettuali che non si siano rivoltati contro la propria patria, quando quest’ultima era in guerra, servendosi di tutti gli strumenti di cui un intellettuale dispone. Affermo che lo spettacolo offerto dai cantori della guerra e dai leccapiedi del mio stesso paese belligerante recandosi, a guerra finita, nel paese nemico per tendere alle popolazioni una mano insozzata dal contributo dei loro scritti allo spargimento di sangue, nonché l’improvviso cambiamento che li porta a fraternizzare con i popoli, è ben più ignominioso della loro attività durante la guerra, che tanto vorrebbero rinnegare

Karl Kraus
Gli ultimi giorni dell’umanità
Adelphi, 1996

Più che un “vertice straordinario” della NATO, quello tenutosi nella base aerea tedesca di Ramstein è stato un vero e proprio consiglio di guerra, in un tintillare di sciabole sguainate, dove i Dottor Stranamore dell’Anglosphera sono convenuti per mettere in riga le satrapie riluttanti dei dominions imperiali, in deroga alle regole di ingaggio dell’Alleanza e del più comune buonsenso, mentre lo spettro di una terza guerra mondiale si fa sempre più tangibile. E questo avviene nell’ipocrisia di poterla combattere per procura, usando gli ascari altrui come carne da cannone, e nell’illusione di non esserne travolti dopo aver dispiegato e dispensato tutto il consueto armamentario dell’industria organizzata per la macelleria umana.
 Come i sonnambuli del 1914, ci accingiamo a scivolare nel buco nero di un nuovo conflitto esteso a dimensione globale e dagli esiti imprevedibili, strisciando su una lama di rasoio sospesa sopra al baratro del non-ritorno.
La guerra si combatte con la guerra: più armi, più munizioni, più carri armati, più aerei, più obici di artiglieria, più missili… E poi? Quando questi non dovessero bastare, passeremo alle “atomiche tattiche”, che sono sempre ordigni nucleari ma più ‘accettabili’ di quelli “strategici”?!? Perché anche questo hanno fatto passare i nostri pennivendoli da trincea. Qui c’è gente che fantastica con la straordinaria idea di lanciare i contrassalti della Santa Alleanza, combattendo fino all’ultimo ucraino, armato coi propri arsenali ed addestrato dai propri “istruttori militari”, spingendo in profondità l’offensiva all’interno della Federazione Russa. E magari pensa pure di marciare verso Mosca (che poi si dovrebbe sapere come vanno a finire certe storie), avviando black OPS in territorio ‘nemico’, senza una dichiarazione esplicita di guerra… Quindi immaginare che la cosa non abbia alcuna ripercussione sugli imbelli stati clienti che si troverebbero a sperimentarne direttamente le conseguenze sul proprio territorio, in una escalation di rappresaglie incrociate, attendendo l’arrivo del 7° Cavalleria se le cose si mettono male. Il suicidio assistito di un continente, in un delirio di pura follia.

Homepage

Z come Zela

Posted in Kulturkampf, Masters of Universe, Muro del Pianto, Risiko! with tags , , , , , , , , , , , on 19 aprile 2022 by Sendivogius

Consacrati alla ricerca di un santo patrono a cui votarsi anima e culo, i nostri mestatori d’inchiostro all’ingrosso hanno un disperato bisogno di ‘eroi’ (meglio se a buon mercato), per ravvivare l’intreccio delle loro narrazioni fantastiche e continuare a sguazzare nella palude della propria mediocrità salottiera, ingabbiati nei circoli chiusi delle loro piccionaie autoreferenziali, dove beccarsi a vicenda come capponi all’ingrasso, mentre piluccano nelle greppie sempre più risicate dei “grandi quotidiani nazionali”. La loro misura stilistica è l’agiografia, alternata alla denigrazione sprezzante, bastone e carota, nella mistificazione costante dei fatti, ritagliati e distorti, per essere strettamente subordinati alle opinioni e confezionati in pronto uso per il prossimo talk-show.
Come sapeva bene W.R.Hearst, niente incrementa le vendite e ravviva l’attenzione del pubblico più di un conflitto bellico, costituendo una ricetta di assoluto successo per orientare le opinioni e costruire la strategia del consenso… E fu così che, memori della lezione, i nostri menestrelli di corte si convertirono a cantori di guerra: un assatanato manipolo di invasati che, indossata la tuta da combattimento, si sentono autorizzati a sparare cazzate da mane a sera, senza rischio di esaurire le munizioni, onde ribadire il loro servaggio atlantico al padrone americano, strisciando pancia a terra e canna del gas stretta tra i denti.
Ovvio che i loro peana siano al momento riservati ad un ex guitto televisivo, a metà strada tra Beppe Grillo e Mr Bean, una sagoma di cartone imprigionata in un gigantesco Truman Show, prima della riconversione a set cinematografico di guerra per le recite a copione del presidente-soldato disperso in un universo distopico, dove realtà e finzione di mescolano lasciando la stura ad una propaganda martellante ed ossessiva.
Guardatelo, mentre prova strafatto le battute su canovaccio intercambiabile a seconda della platea osannante di riferimento, travestito da soldatino, ruotando sul seggiolone presidenziale..!

Il filmato è talmente surreale che pensavamo davvero si trattasse di una parodia grottesca dell’originale a fini denigratori, prima che ce ne venisse confermata l’autenticità tra l’imbarazzo dei pochi quotidiani che non hanno censurato la notizia. Perché l’ordine di scuderia che vige tra i Cinegiornali Luce embedded (praticamente tutti) è sopire, troncare.
QUI trovate un contributo esaustivo sul personaggio, al netto delle vulgate agiografiche, costruite attorno ad un personaggio da immaginario catodico.

«Prima dello scorso 24 febbraio, la maggior parte degli italiani probabilmente non aveva mai sentito parlare del presidente ucraino Volodymir Zelensky. Molti hanno imparato a conoscerlo con la sua t-shirt militare grazie ai passaggi dei suoi discorsi in Tv, mentre in rete girano le immagini della sua vita precedente, quando era un comico molto apprezzato dal pubblico per la sua satira del Potere, che gli è valso quel pizzico di notorietà utile a vincere le elezioni nel 2019 e a diventare capo dello Stato. Nella copertura mediatica (per la verità un po’ agiografica) che le tv italiane hanno riservato a Zelensky in questi giorni di guerra, è mancato però ogni riferimento ai suoi due anni e mezzo alla guida dell’Ucraina. Periodo invece che contiene aspetti molto interessanti, e anche utili a interpretare gli eventi di oggi.

Il programma
Zelensky si candida alla guida dell’Ucraina con un programma che ha tre punti fermi: rilancio dell’economia, lotta alla corruzione rappresentata dagli oligarchi (come i suoi avversari: il presidente uscente Petro Poroshenko e l’ex premier Yulia Timoshenko) e soprattutto pace nel Donbass e stabilizzazione dei rapporti con la Russia. Al primo turno delle Presidenziali, a sorpresa, è il più votato: raggiunge il 30,6%, una percentuale superiore ai voti di Poroshenko e della Timoshenko messi insieme.
Un risultato che, anche alla luce del fatto che la maggior parte dei consensi gli arrivano dalle Regioni sud-orientali russofone, contiene un messaggio eloquente: gli ucraini vogliono voltare pagina rispetto al decennio tumultuoso che va dalla Rivoluzione arancione del 2004, guidata dalla discussa Timoshenko, a Euromaidan del 2014, che portò poi Poroshenko alla presidenza. Si tratta di un no secco agli oligarchi e al loro potere occulto, ma soprattutto sa di netta bocciatura all’idea di una Ucraina mono–culturale e mono–linguistica auspicata prima dalla Timoshenko e poi da Poroshenko, che ammiccando quest’ultimo fin dal 2014 alle forze ultranazionaliste, si presentava come unico paladino dell’“identità ucraina” minacciata dai russi (non solo quelli di Mosca, anche gli ucraini lingua russa).

Dialogo e pace
Zelensky infatti in campagna elettorale è su posizioni opposte, parla di “popoli fratelli” e si dice contrario a questa sorta di discriminazione che i suoi avversari portano avanti da anni, consapevole di quanto la lingua e la cultura russa siano presenti in una grossa parte di elettorato, che pure si sente ucraina e non necessariamente guarda a Putin. Anzi, sa di andare incontro anche all’ala più liberale e moderata della società ucraina, la stessa che nel febbraio 2014 nelle Regioni occidentali (quindi non russofone) aveva protestato duramente, dopo che i neonazisti di Svoboda, arrivati al potere dopo Euromaidan, avevano immediatamente fatto abrogare la legge sul bilinguismo approvata due anni prima da Viktor Yanukovic. E questa posizione di pacificatore lo premia: al secondo turno trionfa con il 73% dei consensi.

Formula Steinmeier
Con l’obiettivo di raggiungere la pace nel Donbass, Zelensky nell’ottobre 2019 accetta a sorpresa la Formula Steinmeier, ovvero il progetto di pacificazione proposto nel 2015 dall’allora ministro degli Esteri tedesco, che prevedeva libere elezioni nelle zone separatiste sotto la supervisione dell’Osce, con la partecipazione di candidati di tutti i partiti, preludio al formale riconoscimento dello status speciale dei territori del Donbass, sotto la sovranità ucraina. La comunicazione presidenziale è però fallace, e così Zelensky si ritrova subito contro l’ultradestra e gli ambienti militari che lo accusano di aver ceduto dinanzi alle imposizioni di Mosca: «Nessuna capitolazione!» è il grido di protesta che ben presto si allarga anche ad ambienti liberali.
Zelensky però va avanti, e nel dicembre dello stesso anno incontra Vladimir Putin a Parigi, nell’ambito di rinnovati colloqui del Normandy Format, frutto dello spirito di cooperazione avviato dal suo consigliere Andryi Yermak e quello di Putin Dmitri Kozak. A Kiev l’opposizione nazionalista lo attacca ferocemente chiamandolo “marionetta del Cremlino” e lo accusa esplicitamente di arretrare davanti ai russi, quando nel luglio 2020 concorda con i separatisti il cessate-il-fuoco, in attesa di tenere finalmente le elezioni previste dagli accordi internazionali.

Primi insuccessi
Intanto però l’economia nazionale non decolla, complice anche la pandemia che si è abbattuta sull’Ucraina, alla quale il suo Governo non è stato capace di reagire. Anche la battaglia contro corruzione e oligarchi, sua bandiera in campagna elettorale, segna il passo: quando rinnova i propositi di un ingresso di Kiev nell’Ue, Bruxelles gli fa sapere che l’Ucraina non rispetta ancora gli standard di trasparenza previsti per avviare un processo di adesione, perché il Paese non si è ancora dotato di una legislazione tale da poter contrastare i corrotti.
Complice anche la solita errata comunicazione politica, Zelensky a luglio 2020 si ritrova con meno della metà dell’elettorato (43%) che crede in lui: la maggioranza degli ucraini (51%) dice di non fidarsi del proprio presidente. E il calo nei sondaggi lo accompagnerà anche nei mesi seguenti.

Lo sguardo a Washington
Ad inizio 2021 Zelensky è in evidenti difficoltà: nessuno dei grandi risultati promessi due anni addietro è prossimo al conseguimento. Anche l’indecisione nel proseguire sulla contestata Formula Steinmeier nel Donbass (che nel frattempo è tornato ad infiammarsi) allontana ulteriormente una pacificazione con i separatisti russofoni. Mosca ora lo guarda con diffidenza, lo considera poco affidabile, la stessa percezione che hanno Berlino e Parigi. L’unica via d’uscita per trovare appoggi internazionali viene dagli Usa, dove Donald Trump ha lasciato il posto a Joe Biden. La nomina di un clintoniano doc come Anthony Blinken a segretario di Stato lascia prevedere anche un cambio di strategia nella politica estera di Washington da isolazionista a interventista. Viene messo in agenda un vertice a due da tenere in autunno alla Casa Bianca, dal quale il presidente ucraino spera di tornare a Kiev con il sostegno statunitense.
Cercando di recuperare consensi al di fuori del suo elettorato, Zelensky comincia ad adottare un linguaggio più duro e meno conciliante con la Russia, e torna a parlare con insistenza di adesione dell’Ucraina alla Nato, trovando subito una sponda Oltreatlantico. Intanto, entra in rotta di collisione con il suo fidato spin doctor e speaker della Verchovna Rada (il Parlamento) Dmytro Razumkov. Dopo che questi ha espresso forti critiche sulla costituzionalità della governance presidenziale del Consiglio di Sicurezza ucraino, Zelensky lo fa rimuovere dalla sua carica, facendo votare i suoi deputati assieme ai nazionalisti della Timoshenko e gli altri gruppi legati a Poroshenko e agli oligarchi.

Il crollo nei sondaggi
Ma il macigno che pare assestare il colpo di grazia alla sua credibilità arriva in ottobre. Esplode lo scandalo dei Pandora Papers, ovvero viene resa nota in tutto il Mondo una serie di documenti riguardanti beni e proprietà offshore di alcune delle figure più ricche e potenti del Pianeta. Sono coinvolti 35 leader mondiali, e tra i nomi c’è anche quello di Zelensky. Gli ucraini scoprono che il presidente e gli uomini a lui più vicini hanno proprietà nascoste in paradisi fiscali come Belize e Isole Vergini.
I media governativi cercano di arrampicarsi sugli specchi, dicendo che le società di comodo legate al presidente ucraino erano note fin da prima della sua elezione. Il Governo fa trasparire l’idea che, in fondo, «così fan tutti». Un autogol clamoroso, l’ennesimo. Il messaggio che arriva agli ucraini, in buona sostanza è che Zelensky è un politico interessato al denaro come tutti gli altri. Gli stessi che voleva combattere.
A metà del suo mandato presidenziale, il disastro pare compiuto: in autunno il suo gradimento crolla al 24,7 per cento, i suoi elettori gli voltano le spalle. Siamo ormai a fine ottobre, quattro mesi prima dell’attacco russo.

Errate valutazioni?
È dinanzi all’oltranzismo assunto sul Donbass da Zelensky, che intanto è volato a Washington dove ha chiesto agli Usa di sostenere l’ingresso dell’Ucraina nella Nato e che in patria sembra sempre più ostaggio dei nazionalisti anti-russi, che Putin probabilmente comincia a pensare ad un regime change. Il presidente russo arriva forse a supporre che la forte contrarietà della popolazione ucraina verso il governo di Kiev e verso la classe politica locale possa rivelarsi un alleato cruciale in un’operazione militare su larga scala. Può essere stata la cialtroneria di Zelensky ad aver fatto credere agli strateghi del Cremlino di poter prendere l’intera Ucraina tra gli applausi della gente?
Non si può escludere che in un primo momento Putin avesse pianificato un’occupazione del solo Donbass, come avvenuto nel 2014 in Crimea. Poi però la sfiducia dei cittadini ucraini verso i loro amministratori può aver contribuito a cambiare i piani del Cremlino, erroneamente convinto di trovare ampio consenso nella popolazione. Anche il linguaggio usato dal leader russo nell’immediata viglia dell’invasione e nelle prime ore successive (ricordate l’ambiguo appello all’Esercito a sollevarsi e a deporre il Governo?) lascerebbe pensare a questo. L’”operazione speciale” scattata il 24 febbraio scorso avrebbe così una logica: ma come spesso accaduto nei conflitti del passato, potrebbe essere frutto di un grave errore di valutazione. Forse è proprio in uno di questi incroci che la Storia prende un percorso preciso

Alessandro Ronga
(09/03/2022)

E per questo tizio buffo, a cui ‘qualcuno’ ha fatto credere che sarebbe stato inondato di miliardi a sbafo con l’entrata nella UE e che tutto l’Occidente avrebbe marciato compatto alla riconquista del Donbass per spezzare le reni alla Russia con l’ingresso nella NATO (scatenando l’apocalisse nucleare), salvo trasformare il proprio paese in un immenso campo di battaglia, con un conflitto per procura tra Russia e USA (dove gli ucraini forniscono la carne da macello), noi rischiamo la terza guerra mondiale o, nella migliore delle ipotesi, il ritorno al medioevo, tra razionamento viveri e carenza energetica, iperinflazione e recessione economica, in regime di guerra permanente e ridotti a colonia atlantica in stato di dipendenza servile per garantire la primazia americana, in attesa dello scontro finale con la Cina (la guerra che gli USA stanno preparando da 20 anni).

Homepage

MEDIACRAZIA

Posted in Kulturkampf, Risiko! with tags , , , , , , , , , , , on 15 aprile 2022 by Sendivogius

C’era una volta il “giornalismo d’inchiesta”… brillante invenzione di una stampa del tutto ideale (e per questo irreale), che aspira ad essere qualcosa d’altro e di più, rispetto ad una cassa di risonanza di poteri consolidati; o ridursi a mero strumento di manipolazione delle coscienze, per la promozione di interessi particolari su diffusione propagandistica.
Da noi, dove il giornalismo libero non è mai stato, nell’imprescindibilità di un’atavica vocazione cortigiana, le inchieste si limitano più che altro a tirar di conto nelle tasche altrui, con indignazione variabile in base alle appartenenze di scuderia. Oppure finiscono nel vuoto cosmico del disinteresse generale su ottundimento di massa. Più che i fatti, prevalgono i teoremi. E tutto si riduce ad appendice di un romanzo criminale senza fine, da tirare avanti fino ad esaurimento dei lettori disponibili.
Questo quando va bene, nel minimo di approfondimento che ne consegue, perché di preferenza il giornalista italiano riporta opinioni, di solito le proprie (meglio se mutuate da quelle del suo interessato padrone editoriale), elette ad imprescindibile verità di fede disciplinata in dogmi apodittici, da circostanziare al limite con poche battutine su twitter e condensabili in slogan rifritti, riassumibili in una mezza dozzina di parole vuote. “Altrimenti il pubblico non capirebbe”.
Per questo predilige i sensazionalismi della comunicazione emozionale, che lo dispensano dalla confutazione critica nell’onere della prova su verifica indotta, nella prevalenza dei patetismi mediatici su base regressiva, attraverso la delineazione dei fronti di appartenenza su divisione manichea. Il giornalista non deve mediare un’informazione verificata, ma creare un “animus” particolare e soprattutto funzionale ad altro…
Il fenomeno era già in essere da tempo, ma il conflitto in Ucraina scatenato dall’invasione russa ha ingenerato in un sistema mediatico embedded una sorta di catechesi propedeutica alla pedagogia di guerra. Più che formare coscienze, si preparano i futuri soldati alla guerra di domani, che ormai viene data quasi per certa, considerata accettabile… E per questo va resa desiderabile nell’ineluttabilità della stessa.
È una narrazione mitopoietica, che aborre la complessità; né tollera dubbi o esitazioni di sorta: nel migliore dei casi sono intesi come cedimenti al Nemico e nella peggiore delle ipotesi come un atto di tradimento della patria (ucraina, per proiezione).
L’addestramento è affidato ad un battaglione di invasati 50/60enni, con contorno di supponenti bimbiminkia in carriera e figlie di papà, preferibilmente parcheggiate sul seggiolone di qualche consiglio d’amministrazione a mantenimento pubblico. Che più che altro, sembrano i servi sciocchi di una compagnia di giro per l’intrattenimento ed indottrinamento delle reclute, mentre si infervorano come un Tirteo redivivo e leggono le veline della propaganda eletta a verità incontrovertibile, giacché nessuna panzana dal fronte ucraino pare loro abbastanza grande né assurda, da non essere esaltata o dal dover essere confutata, senza che mai ombra di dubbio alcuno sfiori le loro granitiche certezze.
Si distinguono per foia guerriera una mandria assortita di pasciuti e panciuti maschi adulti in fase senescente, che hanno superato la crisi di mezza età sostituendo i pruriti erotici di ritorno con le fregole di guerra in orgasmo surrogato, dopo aver riscoperto i soldatini con mezzo secolo di ritardo, per giocare alla guerra sul divano di casa travestiti da grandi strateghi, in un ritrovato vitalismo su eccitazione bellica.
E che ora imperversano a tempo pieno su reti unificate diffondendo il Verbo, mentre si passano la staffetta e randello per la bastonatura collettiva su pestaggio in gruppo dell’Orsini di turno.
A loro tempo imboscati, dopo essere ricorsi a qualsiasi espediente utile per sfangare il servizio militare di leva (“obbligatorio” per tutti, ma non per loro), oggi si sentono tutti generali, promossi sull’aia dei pollai televisivi per meriti di corte, mentre piantano bianderine e spostano carrarmatini di plastica sul tabellone del Risiko!, con l’aria tronfia e compiaciuta di ogni citrullo ingallonato che giochi alla guerra senza mai averne vista una.
Sono gli emuli contemporanei di quel giornalismo parolaio ed interventista che condusse l’Italia al mattatoio della prima guerra mondiale, in un’epifania sanguinaria di nazionalismo sciovinista ed esaltazione bellicista contro i “panciafichisti” di allora. All’epoca, le voci critiche o diffidenti erano bollate così. Oggi possiamo contare su un maccartismo di ritorno, molto più consono all’american spirit che pervade i nostri concionanti guerrafondai da salotto. Ma a differenza dei nostri eccitabili rambo da tastiera, gli “interventisti” di un secolo fa almeno ebbero la compiacenza di arruolarsi volontari in prima linea e farlo con convinzione, spesso rimanendoci secchi. Qui invece abbiamo solo un commando di indecenti pennivendoli d’assalto, che in guerra preferiscono mandarci gli altri, per spacciare qualche copia in più dei loro insulsi giornaletti in crisi di vendite e credibilità, appagando il proprio narcisismo da salotto e magari riciclarsi con un ingaggio da zerbino sull’uscio di qualche panel NATO.

Tale è l’assatanato manipolo di ringhiosi cagnetti da riporto, pronti a scondinzolare dietro a Padron Sam (nei panni di un vecchio rincoglionito, che non riesce a trattenere le sue flatulenze) in cambio di qualche croccantino, ridotti come sono a sbavanti mascottine da CCS di caserma.

Homepage

The Peacemaker (III)

Posted in Muro del Pianto, Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 marzo 2022 by Sendivogius

Fedeli al noto aforisma di Arthur Bloch, il miglior modo per non essere confusi col circo mediatico ed i suoi saltimbanco, che oramai imperversano da tre settimane sulla guerra in Ucraina come danno collaterale permanente, è non parteciparvi affatto.
Si eviterà così di smarrirsi in una selva oscurissima, dove idee e contributi si perdono e si mescolano in una poltiglia indefinita, da riversare nel pastone dell’infotainment quotidiano convertito a teatrino di guerra, in cui si passano la staffetta intere squadre di imbonitori da salotto strappati all’intrattenimento pomeridiano, guitti radiofonici, twittologi dalla battutina compulsiva, e pennivendoli a contratto, tutti indrappellati come di consueto. Sono gli stessi che, dopo due anni di sovraesposizione pandemica, hanno ripiegato il camice da virologo nell’armadio dei costumi di scena, per indossare la tuta mimetica da combattimento. E lo fanno, ostentando la medesima sicumera ed immutata incompetenza, con la quale oggi si atteggiano a grandi esperti di geopolitica e strategia militare, così come ieri lo erano di biologia molecolare. Che poi, nella prassi, si traduce stavolta nella lettura acritica delle veline governative della propaganda ucraina, elette a verità di fede indiscussa (delle “fake news” russe sappiamo tutto; le altre ce la beviamo come razione giornaliera), visto che oramai nessuno verifica più nulla, nella prevalenza dei sensazionalismi e del fattore emotivo sull’informazione documentata, per quella che un tempo si chiamava “verifica delle fonti” e che oggi si alimenta invece di suggestioni e “metarealtà”, nella consolidata predominanza delle opinioni sui fatti. Perché è assai più facile stimolare la pancia del pubblico piuttosto che la testa, in nome dell’audience a favore di sponsor.
Niente a cui non siamo già abituati.
In parallelo, gorgheggia e ribolle un letamaio mediatico in cui sguazzano manipoli di inquietanti esaltati, in pieno delirio isterico da eccitazione bellica; emuli moderni del mussoliniano armiamoci e partite, per la campagna di Russia (e sappiamo com’è andata a finire); sempre pronti ad azzittire ed all’occorrenza intimidire ogni voce critica, o anche blandamente dubbiosa, che non sia allineata al coro del pensiero unico, tra i prodromi di un nuovo maccartismo di ritorno, in una ostentazione di cieca fedeltà atlantica per commistione di interessi e di relazioni coi think-tank d’Oltreoceano (giusto per quella storia dell’imparzialità).
E questo è assai più preoccupante.
C’è l’imbecille matricolato che, bandierone ucraino e mappa gigante, con la bacchetta ci spiega le manovre tattiche sul campo, manco fosse Napoleone a Waterloo.
C’è l’indefesso cazzone che scopiazza e redige liste di proscrizione, seguito dall’intera redazione de La Repubblica, che si produce senza imbarazzo nella caccia all’intellettuale dissidente, come da disposizioni di scuderia.
E soprattutto c’è l’invasato da Firenze che, ormai accampato a tempo pieno su twitter, vaneggia di rappresaglie atomiche; ancor più che russofobo, si direbbe idrofobo, come un cane rabbioso.
Tutti rigorosamente targati GEDI. 

THE BIOLAB FAKE. Permetteteci ora di aprire una breve parentesi, per una sorta di articolo nell’articolo…
Che la verità fosse la prima vittima della guerra lo sapeva anche Eschilo. Nei millenni ci siamo affinati… un tempo le notizie veniva filtrate, mentre oggi vengono gettate tutte insieme a ribollire in un calderone indistinto, dove ognuno le condisce come vuole. Il risultato, tecnicamente parlando, per uno sguardo disattento, è che non ci si capisce più un cazzo!
Facciamo un piccolo esempio pratico (ma se ne potrebbero riportare a bizzeffe)…
“Fake News russa”: In Ucraina abbiamo scoperto decine di laboratori biochimici finanziati dagli Stati Uniti, per lo sviluppo di agenti patogeni e la produzione di armi biologiche.
Risposta della “Coalizione dei Giusti”: In Ucraina non c’è alcun laboratorio per la guerra batteriologica.
E fin qui tutto bene. Poi però interviene un mastodonte politico come Victoria Nuland, buona per tutte le amministrazioni USA (e che in Ucraina è ben più che di casa), la quale si dice seriamente preoccupata che le strutture di ricerca biologica in Ucraina possano finire nelle mani dei russi.
E tra le infinite minacce di una guerra distruttiva non si capisce il perché di cotanto timore, visto che i suddetti laboratori non rappresentano in alcun modo un rischio. Anzi! Non dovrebbero proprio esserci.
Poi si scopre che in effetti esiste una partnership tra USA ed Ucraina per lo sviluppo di laboratori biologici di ricerca, come parte di un programma più ampio che investe almeno una mezza dozzina di repubbliche ex sovietiche (Armenia, Azerbaigian, Georgia, Kazakistan ed Uzbekistan), per un numero non quantificabile di biolaboratori, ufficialmente ricompresi nell’ambito di un più vasto progetto per il controllo e per la prevenzione delle malattie infettive.
Lo sviluppo dei laboratori è stato affidato al senatore recentemente scomparso Richard Green “Dick” Lugar, come parte del programma Nunn-Lugar per la riduzione della minaccia biologica. E fin qui niente di male. Perché però tra i principali finanziatori di un programma di natura eminentemente sanitaria a scopi civili sia presente il Pentagono col Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti non è proprio chiarissimo…
Per inciso, il senatore Lugar è stato anche uno dei principali promotori ed esponenti dell’Atlantic Council, che tra i suoi scopi si propone di “promuovere la leadership americana nel mondo” e che nella struttura rappresenta una sorta di braccio politico della NATO. Varrà forse la pena di ricordare come tra gli esponenti più noti della sezione italiana dell’Atlantic Council ci sia Jacopo Iacoboni, editorialista di punta de La Stampa, e tra i più fomentati guerrafondai per procura attualmente in circolazione. Se fosse per lui, saremmo già entrati nella terza guerra mondiale.
Comunque, nel dubbio, OMS (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) si è raccomandata di distruggere ogni coltivazione virale eventualmente presente nei biolaboratori ucraini, onde prevenire possibili dispersioni patogene con conseguente contaminazione infettiva, in caso venissero malauguratamente colpiti dalle artiglierie. Di cosa si occupino e quali siano gli eventuali rischi biologici all’interno dei laboratori ucraini, non è dato sapere perché nessuna ispezione pubblica o internazionale è stata mai fatta. 
Quindi se ne deduce che i laboratori ci sarebbero… Questa roba non la trovate in qualche sito complottista, ma sulla pagina ufficiale degli enti coinvolti. Poi, fate voi e traete le supposizioni che più preferite.
Intanto, dalle parti di Washington si parla da troppo tempo e con una certa insistenza di possibile attacco chimico, ovviamente da parte dell’esercito russo in Ucraina su denuncia preventiva.
E quando gli americani iniziano a parlare di armi chimiche e minacce biologiche, armeggiando con improbabili fialette, si sa poi come va a finire…

La realtà è che viviamo in uno stato sospeso di guerra virtuale non dichiarata, ma di fatto in atto sul filo sempre più sottile che ci separa dall’irreversibile. E non rassicura di certo un imbarazzante parlamento di stracciaculi che alterna provocazioni e sanzioni, non potendo permettersi le une né le altre, con un ghignante ministro degli esteri che fa il bullo a distanza, forse non ben conscio della reale funzione del ruolo, il segretario del principale partito della sinistra (?) italiana che ha riscoperto la linea della fermezza quarant’anni fuori tempo massimo, ed un premier desaparecido che tutto il mondo di sicuro non ci invidia, nella gaia incoscienza e leggerezza con cui sembrano fluttuare a loro insaputa, come i Sonnambuli di un secolo fa, verso la guerra mondiale.

Perché la situazione, ancorché grave, stavolta è pure seria.

Homepage

(156) Cazzata o Stronzata?

Posted in Zì Baldone with tags , , , , , , , , , , , on 5 marzo 2022 by Sendivogius

Classifica FEBBRAIO 2022″

Di cosa non parleremo stravolta? Ovviamente del conflitto in Ucraina. Ci sono già troppi strateghi in giro, passati dal tavolo di Risiko! alle stanze di guerra: un esercito di mitomani pagato a chiacchiere, promossi generali sul campo e che si credono Napoleone, ai quali fanno il paio i guerrieri della domenica, addestrati in sessione plenaria su “Call of Duty” direttamente dal divano di casa.
In compenso, non si può fare a meno di notare un certo entusiasmo bellico, che pervade all’improvviso la gilda europea dei mercanti uniti, finalmente ricondotta alla sua dimensione di colonia atlantica convertita al traffico internazionale di armi, nel suo élan guerriero da esportazione, con livelli di isteria russofoba che trascendono il grottesco per sfociare nella nevrosi paranoica. L’ultima perla da manuale di psicopatologia clinica è l’esclusione dei gatti ‘russi’ dalla “Federazione felina internazionale” (qualunque cosa voglia dire)!
Schifoso come sempre è un intero sistema mediatico embedded ed acriticamente schierato a quadrato, dove la propaganda si esplica nella denuncia delle fake news altrui. Ma a quello ci siamo ormai abituati, almeno dalla prima Guerra del Golfo del 1991.
E intanto si discetta con blanda incoscienza, quasi fosse una forma di intrattenimento salottiero, di guerra nucleare, mentre si fanno simulazioni sugli effetti di un eventuale attacco atomico in Lombardia, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Che poi, circoscritti nel nostro infimo, la stampa italiana non abbia mai brillato per imparzialità e approccio oggettivo lo sapevamo già. Tuttavia, vedere uno dei principali gruppi editoriali nazionali (Gedi), trasformato in una ufficio di propaganda a tempo pieno che rimbalza ogni panzana che gli venga passata dai dispacci per la galvanizzazione della truppa al fronte, fa comunque un certo effetto, mentre sproloquia di “partigiani” e “brigate internazionali” con paragoni indecenti, per trovare consensi nel pubblico progressista, cercando di stabilire improbabili paralleli con la Guerra di Spagna e l’invasione della Polonia nel 1939. L’anno fatidico in cui, secondo i media italiani, sarebbe scoppiato l’ultimo conflitto europeo.

I “partigiani” del Battaglione Azov

Ci sarebbe la Guerra in Kosovo del 1996, con l’uso massivo di proiettili all’uranio impoverito (facendo una strage tra i reduci italiani della “missione di pace”) e munizionamento incendiario al fosforo; il bombardamento di convogli di profughi e della città di Belgrado, compresa l’ambasciata cinese (un voluto “effetto collaterale”), compresa la distruzione degli studi della Radio Televisione serba (RTS) con la morte di 24 operatori… Ma questo rientra nel normale percorso delle “missioni umanitarie”.
Al contrario, la distruzione della torre delle trasmissioni di Kiev è diventato un caso internazionale, assurto a “crimine contro l’umanità”.
Della distruzione israeliana della sede della tv Al-Jazeera e della stampa estera a Gaza non è neanche il caso di parlare…
Figuriamoci l’uso del fosforo bianco contro strutture ONU e centri profughi in piena zona residenziale. Nella guerra santa al “terrorismo” (altrui) vale tutto: ogni bersaglio è giustificato; forse perché non avere occhi azzurri e capelli biondi suscita diverse “emozioni”
All’epoca dei bombardamenti NATO su Belgrado, per sostenere la secessione del Kosovo dalla Serbia (la Crimea ed il Donbass sono tutta un’altra cosa), sulle colonne de La Repubblica, l’inviato Guido Rampoldi ebbe a scrivere un editoriale di raffinato equilibrismo, dove si lamentava la misura (forse) eccessiva, ma si giustificava il fine:

«L’Alleanza atlantica tenta di vincere la guerra mediatica con mezzi militari. Distrugge tv e ripetitori nella prospettiva di invadere l’etere del nemico, come in altri tempi un esercito avrebbe cannoneggiato una fortezza per avere accesso a un’area strategica. Ma una fortezza e una televisione non sono la stessa cosa. La trasposizione della guerra classica nella guerra mediatica ha un prezzo. E solleva questioni che non andrebbero affrontate solo in un consesso di generali o nei consigli di guerra di qualche cancelleria. Prima che il missile trasformasse il palazzo bianco in tomba e rovina, avevamo parlato con operatori e giornalisti. Nervosi, insicuri. La settimana scorsa un ammiraglio britannico aveva annunciato che la loro televisione, la Rts, da quel momento figurava nella lista dei “bersagli autorizzati”. Per questa ragione: aveva calunniato l’Alleanza atlantica, attribuendole la strage di una famiglia jugoslava, i genitori e tre bambini, uccisi da un missile a Pristina. Così motivato, il bombardamento promesso suonava come una vendetta privata dell’aviazione occidentale. Poche ore dopo la Nato aveva onestamente ammesso l’errore di Pristina, sulle prime negato.
[…] La Nato ha spiegato l’attacco alla Rts con una verità incontrovertibile: la tv statale aiuta Milosevic a mantenere la presa sulla Serbia. Neppure i giornalisti della Rts negano che la loro televisione sia un cardine del regime, ovvero del dispotismo sempre meno soffuso e mimetico praticato da Milosevic. Lo è per mandato istituzionale. […] Così a Belgrado la RTS è anche nota come “la Bastiglia”, la prigione della verità….. Per senso di colpa o per stalinismo mentale, chi governa la Bastiglia detesta, ricambiato, la stampa libera. Uno dei capi-redattori plaudiva alla “normalizzazione” di B92, l’ultima radio indipendente: “Sono pagati dagli americani”, mentiva. Questi capetti si sono calati l’elmetto in testa e ogni sera allestiscono la guerra virtuale richiesta dal regime: la Nato “genocida” che vuole sterminare i serbi, il nuovo Terzo Reich, Adolfo Clinton, le mirabolanti imprese della contraerea serba che falcidia l’aviazione nemica. Mai un dubbio su ciò che avviene in Kosovo

Guido Rampoldi
(04/24/1999)

Provate a variare luogo ed attori. Sostituite “bombardamenti NATO”, con “attacco russo”. E noterete, a diversità di soggetto, come la vulgata ucraina sia esattamente sovrapponibile a qualsiasi altra propaganda di regime. Ad essere totalmente diversa è la reazione occidentale, sull’onda d’urto delle digressioni semantiche che variano a seconda dell’opponente, per una diversa redistribuzione dei pesi e delle misure, nell’obliteramento delle responsabilità.
Ma in quel caso i media non usarono quasi mai  la parola “invasione”, ripetuta all’infinito invece nel caso ucraino, preferendo ingentilire il termine con “missione umanitaria”. Non parlarono di crimini di guerra, ma di “bombardamenti chirurgici” e “missili intelligenti”, così come i 20 anni di occupazione militare in Iraq divennero “enduring freedom”. Lì nessuno ha mai nemmeno ipotizzato il ricorso a “sanzioni durissime mai viste prima” contro l’oppressore e occupante elevato a “liberatore”, nella fulgida visione imperiale che al massimo lamenta qualche piccolo “eccesso”.

Hit Parade del mese:

01. UNA PISTA PER CORTINA

[22 Feb.] «A Cortina serve l’aeroporto, la strada per arrivare qua è ancora un calvario.»
(Daniela Santanchè, la Contessa)

02. CINQUECENTO MILIONI DI BAIONETTE

[16 Feb.] «Oltre 500 MILIONI di italiani non potranno portare a casa lo stipendio.»
(Ylenia Lucaselli, Demografa)

03. SE QUESTO È UN GENERALE

[14 Feb.] «Abbiamo consegnato un verbale di arresto per Mattarella, è stato eletto illegalmente. Non è lui il Capo dello Stato, l’elezione è stata irregolare.»
(Antonio Pappalardo, barzelletta in divisa)

04. GLI UFO SOPRA KIEV

[22 Gen.] «Sopra i cieli dell’Ucraina, ci sono Ufo che scortano i bombardieri; come per dire: attenzione! – non lo dico io, eh! Io riporto – come non volessero esplosioni nucleari. Gli Ufo stanno molto attenti che questo non si verifichi.»
(Red Ronnie, Fuori di testa)

05. MANI IN ALTO!

[26 Feb.] «Ora alzi la mano, chi almeno per un secondo, non abbia pensato di andare personalmente da Silvio Berlusconi, ad implorarlo di far ragionare Vladimir Putin. Una marcia mondiale verso Villa San Martino, sita in quel di Arcore.»
(Arnaldo Magro, giornalaio de “Il Tempo”)

06. SO COSA HAI FATTO…

[10 Feb.] «Non ho bisogno che il premier ringrazi me o il Movimento 5 Stelle, noi sappiamo cosa abbiamo fatto.»
(Danilo Toninelli, Genio incompreso)

07. ALTI LIVELLI

[03 Feb.] «Alla fine si salveranno solo i non vaccinati. Credetemi! Abbiamo molti contatti con medici di alto livello e ricercatori di biologia molecolare.»
(Davide Barillari, ex candidato M5S alla presidenza della Regione Lazio)

08. GRANDI RITORNI

[06 Feb.] «Hanno vinto Mahmood e Blanco, come Italia Viva chiedeva da tempo.»
(Elio Vito, coglione proprio)

09. LO VEDIAMO TUTTI I GIORNI…

[18 Feb.] «Avete visto che bravi ministri che ho?»
(Mario Draghi, il Salvatore)

10. LO SGUARDO CHE UCCIDE

[21 Feb.] «In campo metteremo i candidati con gli Occhi di Tigre.»
(Enrico Letta, TigerMan)

Homepage

The Peacemaker

Posted in Kulturkampf, Risiko! with tags , , , , , , on 1 marzo 2022 by Sendivogius

Colt Peacemaker

Ci si dovrebbe chiedere se uno Stato membro delle Nazioni Unite che cerca di occupare un altro Stato membro delle Nazioni Unite, commettendo orribili violazioni dei diritti umani e causando enormi sofferenze umanitarie, debba essere autorizzato a rimanere in questo consiglio.”

Antony J. Blinken
Segretario di Stato degli USA

SLUG: NA/TORTURE DATE SHOT: 1/20/1968 (Flatbed scan 10/04/2006 EEL) CREDIT: UPI CAPTION: DA NANG, S. VIETNAM--Prying replies to the questions from an uncooperative Viet Cong suspect, First Air Cavalrymen and a Vietnamese interpreter attached to the American unit lay a towel over the suspect's face and then pour water on it. The suspect was flushed from a spider hole during Operation Wheeler Wallowa 1/17, about 25 miles south of Da Nang.

Guerra del Vietnam (1964-1975); Invasione di Grenada (1983); Invasione di Panama (1989); Invasione dell’Iraq (2003) e quasi nove anni di occupazione militare; Invasione dell’Afghanistan (2001) e 20 anni di occupazione militare; Bombardamento di Belgrado per imporre la secessione del Kosovo (1999).
E si tratta solo di un infimo elenco, su approssimazione per omissione. Le “sovranità” non sono mica tutte eguali.
Visto il pulpito, ci si chiede dunque quante volte avrebbero dovuto essere espulsi gli Stati Uniti dal consesso delle Nazioni Unite…

Homepage