Finanza Creativa (III)

LA RICETTA PERFETTA

Prendete l’8^ potenza economica globale, ma con la più indecente classe ‘dirigente’ del mondo occidentale; un elevato (ma non enorme) debito pubblico, speculare ad un altissimo livello di evasione fiscale, insieme ad una corruzione pressoché strutturale. Considerate uno dei Paesi più prosperi del pianeta, ma con un’estesa sperequazione nella distribuzione della ricchezza, un fortissimo immobilismo sociale, all’ombra di un insanabile familismo amorale, e radicate sacche di neo-corporativismo.
Lasciate frollare il tutto per almeno una ventina d’anni, spargendo un po’ di aromi profumati là dove più forte si avverte l’odore della putrefazione. Speziate il resto con ingredienti coloriti, meglio se presi dal folklore locale.
Poi, aggiungete un pugno di economisti cresciuto alla scuola dei supply-siders e convertito alle formule politiche del “riformismo” consociativo. Appesantite il tutto con un indebitamento esponenziale verso le principali banche d’affari, senza tralasciare una crisi recessiva lasciata montare come una maionese impazzita. A questo punto, spruzzate ampie manciate di professori d’economia ed “esperti” (meglio se laureati alla Bocconi), che di quelle banche hanno fatto parte a vario titolo, certificandone strategie speculative ed investimenti finanziari.
Aggiungete ancora una troi(k)a di inflessibili creditori franco-tedeschi, pronti però a sottoscrivere nuove cambiali in cambio dell’acquisto di armamenti. Aggiungete infine gli immancabili sciacalli del Fondo Monetario Internazionale per il prestito a strozzo di ultima istanza: privatizzazioni selvagge, smantellamento delle politiche sociali, contrazione salariale e cancellazione delle tutele sul lavoro, alti tassi di interesse sul credito erogato. Naturalmente, non dimenticate i condimenti classici del liberismo neo-monetarista, all’origine della grande recessione.
Avvolgete il tutto con la rassicurante sfoglia di un “governo tecnico”. Quindi immergete il preparato in una abbondante salsa greca e agitate per bene prima dei tagli.
Avrete lo sformato Grecia applicato all’Italia; ovvero: come parlare ad Atene perché Roma intenda.
Ciò che non funziona in periodi normali, può risultare efficace in frangenti straordinari…
Terrorizzate un intero Paese, sventolategli sotto il naso l’incubo del default, paragonandolo ad una piccola nazione alle propaggini meridionali della penisola balcanica. Prendete un commissario europeo e un nugolo di banchieri interessati al recupero crediti; fate loro scrivere una letterina minatoria all’abominevole governo in carica, con una serie di condizioni non negoziabili, in nome di interessi privati travestiti da “richieste europee”. Scatenate con opportune imbeccate gli speculari finanziari, che di quegli istituti di credito detengono titoli e consultano i ratings di agenzie ad essi collegate. Costringete il suddetto governo alle dimissioni e insediate un nuovo esecutivo “tecnico” con gli stessi autori dell’ultimatum elevato a programma. Avrete il governo del prof. Mario Monti.
Perché poi il famigerato spread (divenuto ormai il termometro dei governi), ovvero il differenziale dei titoli di Stato con i buoni del tesoro tedesco, continui a viaggiare sostenuto, dopo le spaventose impennate dell’ultimo trimestre 2011, e nonostante una raffica di manovre correttive, è un piccolo ‘mistero’ che richiede comode bugie…
In tempo di crisi, quando dinanzi ad un paziente pieno di metastasi il chirurgo non sa bene dove incidere, la soluzione può risiedere nella creazione di diversivi verso i quali stornare l’attenzione.
In Italia, la principale questione che affligge il Governo Monti sembra essere l’estensione della libertà di licenziamento, a totale discrezione dei padroni assistiti delle nuove ferriere.
Si comprende bene che il problema non è la recessione economica.. non il ritorno dell’inflazione.. non l’esplosione del prezzo dei carburanti (e dei beni al consumo), grazie all’aumento delle accise voluto dai professoroni.. non una disoccupazione record.. non l’impressionante impoverimento dei lavoratori dipendenti (che pagano le tasse)… non la scandalosa persistenza di cartelli assicurativi e bancari… non l’intollerabile stretta creditizia ai danni del tessuto produttivo… non gli sprechi insopportabili di una Pubblica Amministrazione sempre più inefficiente…
Infatti, i diritti di chi lavora pare siano diventati la fucina estrema da cui scaturisce ogni male.
Annichilita l’opposizione e tutto il resto del Parlamento, raggrumato nella nuova adunanza dell’ABC (Alfano-Bersani-Casini), allineati i media dell’editoria assistita in unico peana prezzolato, per paradosso, sembra quasi di assistere ad una nuova “lotta di classe”, stavolta attraverso la dichiarazione di guerra unilaterale dei ricchi e potenti, contro la parte più debole e maggioritaria della nazione.
Eppure, a preoccupare quelli che qualcuno ha chiamato “speculatori senza volto” (in realtà notissimi: QUI nella seconda parte del commento), suscitando in particolar modo le ansie della finanza anglosassone, non è tanto il bistrattato Art.18, ma la sovraesposizione creditizia di alcune importanti banche d’affari statunitensi nei confronti di Stati a rischio solvibilità.
Gli istituti di credito in questione sono l’immancabile Goldman Sachs insieme alla JPMorgan Chase. Le due investment bank sono infatti al centro di accorate disamine da parte della stampa statunitense che, al contrario del rivoltante “Wall Street Journal” di Rupert Murdoch, hanno ben chiaro dove risiede il fulcro del problema.
Utilizzando in sostanza lo stesso modello dei mutui subprime che ha portato all’esplosione della bolla speculativa, Goldman e JPMorgan hanno esteso il sistema al debito sovrano degli Stati, erogando crediti per svariati miliardi di dollari a Paesi con un altissimo deficit pubblico e scarsa solvibilità, tramite il massiccio acquisto di prodotti strutturati della finanza derivata.
In pratica, le due banche hanno erogato cospicui crediti, in Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda, e Italia, appioppando loro una massa di obbligazioni a garanzia dei debiti collaterali (CDO). Si tratta di uno strumento finanziario che solitamente racchiude in un unico pacchetto i crediti inesigibili, a carico di debitori individuali considerati insolventi o ad altissimo rischio di mancato pagamento. Sostanzialmente, sono compresi nel gruppo i titoli tossici rimasti nella pancia delle banche dopo la crisi dei sub-prime.
L’apertura di queste speciali linee di credito bancario veniva sottoscritto tramite la stipulazione di swap; nella fattispecie, si tratta di interest-rate-swap e currency-swap: scambio di flussi di cassa e di obbligazioni creditorie, con riporto valutario in euro-dollaro, a garanzia degli interessi sul capitale in prestito.
Il problema insito nel rilascio di questo tipo di crediti è che costituiscono un indebitamento costante per gli Stati, esponenziale nel tempo, che non viene però messo a registro nei bilanci. In pratica, non risultando registrati come nuovi debiti, è impossibile avere una panoramica certa dell’ammontare dell’asse debitorio (e degli interessi da pagare sul nuovo debito contratto), generando incertezza ed apprensione tra gli investitori che, nel dubbio, evitano di sottoscrivere i titoli degli Stati coinvolti nella transazione.
La questione è stata sollevata in tempi recenti da broker trading come “Bloomberg”, con informative dal titolo assai evocativo:

JPMorgan si unisce alla Goldman Sachs per tenere all’oscuro gli investitori sui rischi dei derivati italiani.

  di Christine Harper & Michael J. Moore
  (16/11/2011)

JPMorgan Chase & Co. e Goldman Sachs Group Inc, tra i principali operatori al mondo di prodotti derivati al credito, hanno comunicato agli azionisti di aver venduto garanzie su più di 5 miliardi di dollari a copertura del debito su scala globale.
Ma non chiedete loro come gran parte di queste siano state emesse a copertura dei debiti di Grecia, Italia, Irlanda, Portogallo, e Spagna, conosciuti come PIIGS.
Riguardo alla possibilità che questi Paesi potrebbero non essere in grado di onorare i crediti erogati, gli investitori sono stati tenuti all’oscuro in merito al rischio che le banche statunitensi siano esposte ad un possibile default. Gli istituti come la Goldman Sachs e la JPMorgan non forniscono un quadro completo sulle perdite potenziali ed i profitti di un simile scenario, dando solo cifre nette o escludendo del tutto alcuni derivati.

L’articolo integrale, ed in lingua inglese, lo trovate QUI.

Per tutelarsi dall’eventuale mancato pagamento dei debiti, a loro volta gli istituti coinvolti emettono a garanzia dei loro crediti inevasi i famigerati CDS (credit default swap); in pratica, si vendono ai potenziali investitori dei contratti di assicurazione sull’eventuale fallimento dei debitori (in questo caso gli Stati), ad altissimo rendimento, incrementando di fatto la speculazione sui debiti sovrani e sulle possibilità di bancarotta di un intero paese.
Sul ruolo della Goldman Sachs nella crisi europea e nell’esplosione del caso Grecia, è opportuno riscoprire un lungo reportage, pubblicato sul New York Times il 13/02/2010 [QUI], dove si solleva il sospetto (neppure troppo velato) che l’Italia, come la Grecia, possa aver truccato lo stato delle proprie finanze…
Se vi fidate della traduzione:

WALL STREET AIUTÒ A MASCHERARE IL DEBITO, ALIMENTANDO LA CRISI EUROPEA

  di LOUISE STORY, LANDON THOMAS Jr. & NELSON D. SCHWARTZ

«I guai della Grecia scuotono i mercati mondiali, documenti ed interviste dimostrano che con l’aiuto di Wall Street, il paese ellenico intraprese uno sforzo decennale per aggirare le disposizioni europee sul controllo del debito. Si tratta di un’operazione messa in atto dalla Goldman Sachs, che ha aiutato ad occultare miliardi di debito dal controllo degli ispettori di bilancio di Bruxelles.
Nel momento in cui la crisi si stava avvicinando al suo punto critico, le banche si misero a cercare il modo per aiutare la Grecia ad evitare la resa dei conti. Ai primi di Novembre (tre mesi prima che Atene diventasse l’epicentro delle ansie della finanza globale), in base a quanto riferito da due persone che furono presenti alla riunione, una squadra della Goldman Sachs giunse nell’antica città con una proposta molto moderna per un governo che fatica a far quadrare i bilanci.
I banchieri, guidati dal presidente della Goldman, Gary D. Cohn, tirarono fuori uno strumento di finanziamento che avrebbe spinto lontano nel futuro il ripianamento del debito greco, allo stesso mondo con cui i proprietari insolventi di un’abitazione accendono una seconda ipoteca, pensando di poterla estinguere con le loro carte di credito.
L’opera era già cominciata in precedenza. Nel 2001, subito dopo l’ammissione della Grecia nell’unione monetaria europea, come ci è stato riferito da persone informate sulla transazione, la Goldman aiutò segretamente il governo greco a prendere in prestito svariati miliardi.
L’operazione finanziaria, nascosta all’attenzione pubblica perché gestita come un commercio di valuta piuttosto che come un prestito, aiutò Atene a venire incontro alle regole sul deficit imposte dall’Europa, mentre continuava a spendere oltre le proprie possibilità.
Atene non seguì fino in fondo il piano di rientro della Goldman, ma in seguito allo scricchiolamento della Grecia sotto il peso dei suoi debiti e con i suoi ricchi vicini impegnati a correre in suo aiuto, le operazioni intercorse negli ultimi dieci anni hanno sollevato domande sul ruolo di Wall Street nell’ultimo dramma della finanza mondiale.
Così come è avvenuto per la crisi americana dei subprime e per l’implosione dell’American Internationl Group, i prodotti della finanza derivata hanno giocato un ruolo nell’incremento del debito greco. Gli strumenti finanziari sviluppati dalla Goldman Sachs, JPMorgan Chase e da un nutrito gruppo di altre banche hanno aiutato i politici a mascherare l’ulteriore indebitamento di Grecia, Italia, e probabilmente di qualche altro Paese.
In dozzine di accordi stipulati per tutto il continente, le banche hanno provveduto a fornire finanziamenti anticipati in cambio di pagamenti pubblici per il futuro, senza che le passività venissero messe a registro.
La Grecia, per esempio, ha ceduto i diritti di riscossione delle tasse aeroportuali e gli introiti delle lotterie per gli anni a venire.
I critici sostengono che simili accordi, proprio perché non sono registrati come prestiti, traggono in inganno gli investitori e le autorità di controllo in merito all’entità dei passivi di bilancio degli Stati.
Ad alcuni dei prodotti finanziari ellenici è stato dato il nome dei personaggi della mitologia. Uno di questi, per esempio, è stato chiamato Eolo, il dio dei venti.
La crisi greca costituisce la sfida più significativa alla moneta unica europea, l’euro, e all’obiettivo di una unità economica del continente. Il paese è, nel gergo bancario, troppo grande per fallire. La Grecia deve al mondo 300 miliardi di dollari e molti dei più importanti istituti di credito si trovano sulle spine per quel debito. Un eventuale default avrebbe ripercussioni in tutto il mondo.
Una portavoce del Ministero delle Finanze ellenico ha detto che il governo si è incontrato con diverse banche negli ultimi mesi e non ha sottoscritto alcuna delle loro offerte. L’intero debito finanziario “è stato gestito nella massima trasparenza”, ha riferito. Goldman e JPMorgan hanno evitato di commentare.
Mentre l’opera svolta da Wall Street in Europa ha ricevuto poche attenzioni su questa sponda dell’Atlantico, tale operato è stato criticato aspramente in Grecia e da riviste come Der Spiegel in Germania.
“I politici vogliono calciare la palla in avanti, e se un banchiere può mostrare loro il modo con cui rimandare il problema in futuro, essi ci cadranno”. Così dice Gikas A. Hardouvelis un economista ed ex funzionario governativo che ha aiutato a scrivere il recente rapporto sullo stato delle politiche finanziarie delle Grecia.
Wall Street non ha creato il problema del debito europeo. Ma i banchieri hanno fatto in modo che la Grecia, insieme ad altri paesi, si indebitasse stipulando prestiti oltre la propria portata, tramite una serie di operazioni perfettamente legali. Poche regole stabiliscono come le nazioni possano chiedere soldi in prestito per finanziare le spese militari ed il sistema sanitario. Il mercato dei debiti sovrani (il termine con cui la Borsa definisce i prestiti ai governi) è tanto vasto quanto libero da vincoli.
“Se un governo vuole truccare i conti, può farlo”, dice Gerry Schinasi, un veterano dell’unità di controllo dei mercati finanziari del Fondo Monetario Internazionale.
Le banche hanno sfruttato avidamente quella che per loro era una simbiosi ad altissimo profitto con la libertà di spesa dei governi. Mentre la Grecia non riceveva alcun vantaggio dall’offerta della Goldman Sachs nel Novembre 2009, versava in ogni caso alla banca una parcella di circa 300 milioni di dollari per mettere in ordine i propri saldi contabili del 2001, secondo quanto riferito da alcuni banchieri che hanno avuto a che fare con l’operazione.
Tali derivati, che non vengono apertamente documentati o resi pubblici, aggiungono ulteriore incertezza su quanto siano profondi i guai della Grecia e su quali altri governi possano aver utilizzato simili artifici contabili fuori bilancio.
L’ondata di panico adesso sta travolgendo anche altri paesi in difficoltà economica alla periferia dell’Europa, rendendo molto costoso per Italia, Spagna e Portogallo, contrarre nuovi prestiti.
Nonostante tutti i vantaggi di unire l’Europa con un’unica moneta, la nascita dell’euro sconta un peccato originale: paesi come l’Italia e la Grecia sono entrati nell’unione monetaria con un debito molto più grande di quanto fosse loro consentito dal trattato di adesione alla moneta unica. Tuttavia, piuttosto che aumentare le tasse o ridurre la spesa, questi governi hanno ridotto artificialmente i loro debiti ricorrendo alla finanza derivata.
I prodotti derivati non sono necessariamente negativi. Le transazioni del 2001 hanno visto l’utilizzo di un derivato conosciuto come swap. Uno di questi strumenti, conosciuto come interest-rate swap (scambio del tasso d’interesse), può aiutare imprese e stati a fronteggiare le variazioni del costo del debito, tramite lo scambio di pagamenti a tasso fisso con pagamenti a tasso variabile, o viceversa. Un altro tipo, il currency swap (scambio di titoli in valute differenti), può minimizzare l’impatto dei tassi di cambio per valute estere particolarmente volatili.
Ma con l’aiuto della JPMorgan, l’Italia è stata capace di fare molto di più. Malgrado la persistenza di un alto debito pubblico, nel 1996 i prodotti della finanza derivata hanno aiutato l’Italia a portare il bilancio in linea, tramite uno scambio di valuta con la JPMorgan ad un tasso di cambio favorevole che in effetti ha messo nelle mani del governo un bel po’ di denaro.
In cambio, l’Italia si è impegnata per futuri pagamenti che non sono stati contabilizzati come passività.
“I derivati sono strumenti molto utili”, ha detto Gustavo Piga, un professore di economia che ha stilato un rapporto per il Council on Foreign Relations sullo stato dei conti pubblici italiani. “I derivati diventano un male se usati come una vetrina per far apparire i conti migliori di quanto non siano”.
In Grecia, le magie finanziarie sono andate anche oltre. In quella che ormai assomiglia ad una svendita di oggetti usati su scala nazionale, i funzionari greci hanno in sostanza ipotecato gli aeroporti nazionale e le autostrade nel disperato tentativo di racimolare soldi.
Eolo, un titolo legale creato nel 2001, ha aiutato i greci a ridurre il debito di bilancio sui saldi dell’anno corrente
Come parte dell’operazione finanziaria, i greci hanno ottenuto contanti, impegnando come garanzia gli introiti futuri delle tasse aeroportuali.
Nel 2000, un’operazione simile chiamata Arianna, ha divorato le entrate che il governo ellenico aveva raccolto attraverso la lotteria nazionale. Tuttavia, i greci classificano queste transazioni come vendite e non come prestiti [con relativi interessi da pagare in futuro, N.d.T.], nonostante i dubbi di molti critici. Questo genere di operazioni commerciali hanno suscitato parecchie controversie all’interno dello stesso governo per anni. Già nel 2000, i ministri delle finanze di vari paesi europei hanno dibattuto ferocemente se gli strumenti derivati, utilizzati nella finanza creativa, debbano essere registrati in bilancio oppure no.
La risposta è stata NO. Ma nel 2002 è stata richiesta una verifica contabile su molti prodotti come Eolo e Arianna, che non appaiano nei bilanci nazionali, costringendo i governi a registrare tali operazioni come prestiti piuttosto che come vendite.
In tempi più recente, nel 2008, l’Eurostat, l’agenzia statistica europea, ha riportato che “in diversi casi, le operazioni di cartolarizzazione prese in esame sembrano essere state gestite in modo tale da garantire un gettito immediato, senza tenere conto del valore economico dell’operazione”.
Simili artifici contabili possono portare benefici nel breve periodo, ma sul lungo periodo possono comportare effetti disastrosi.
George Alogoskoufis, che è diventato ministro delle finanze dopo il patto con la Goldman, ha criticato l’accordo in Parlamento nel 2005. L’operazione, ha argomentato Alogoskoufis, avrebbe gravato il governo greco con pesanti pagamenti da versare alla Goldman fino al 2019…»

È interessante notare che, nel periodo interessato, a gestire la divisione europea per la Goldman Sachs era l’allora vicepresidente Mario Draghi e attuale governatore della BCE. È un’altro di quei salvator patriae giunti a portarci fuori dal guado di una crisi da loro stessi innescata!

Sull’argomento potere anche leggere:

Finanza Creativa (I) – Canis edit canem
Finanza Creativa (II) – Lo schema di Ponzi

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2 Risposte to “Finanza Creativa (III)”

  1. terrificante..viene solo da dire: spero che sia tutto un brutto sogno

    • Temo invece sia soltanto l’inizio…. E, se mi è chiara la logica del ‘gioco’, vedrai che i prossimi passaggi per “uscire dalla crisi” e “rilanciare la crescita” saranno:
      1) La cancellazione dei Contratti Collettivi di Lavoro (CCNL), insieme all’abrogazione dell’intero Statuto dei Lavoratori (l’art.18 è solo l’antipasto);
      2) Contratti (e retribuzioni) differenziati su scala locale (una riedizione delle famigerate ‘gabbie salariali);
      3) L’istituzione di zone franche per le imprese, con un nuovo pacchetto di defiscalizzazioni e aiuti a senso unico;
      4) nuove ‘regole’ restrittive sulle RSU (rappresentanza sindacale);
      5) Sospensione delle garanzie occupazionali per i neo-assunti;
      6) Taglio radicale delle spese sociali, naturalmente in nome della “razionalizzazione”, con l’introduzione di forme assicurative private al posto della Sanità pubblica che verrà progressivamente smantellata;
      7) Una probabile ridefinizione delle aliquote Irpef, a tutto vantaggio dei redditi medio-alti.
      8) Una contrazione della rappresentatività, con l’introduzione di una legge elettorale ancora più restrittiva e possibili limitazioni alle piattaforme web, in nome della salvaguardia del “diritto d’autore” e delle royalties delle grandi major.

      Potrei continuare, ma non voglio alimentare altri incubi..!

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