RADICI (II)

00 - UOMINI CHE ODIANO LE DONNE[Lo spirito vitale di una civiltà, come un albero, per prosperare ha bisogno del nutrimento di un solido impianto, immerso nelle profondità della Storia.
Se i suoi rami avvizziscono, nuovi innesti renderanno la pianta più forte e rigogliosa. Se le radici sono robuste, l’albero tiene. Ma se il terreno dal quale trae la linfa è sterile, l’intero organismo morirà. Tuttavia, a preoccupare gli auto-convocati tutori morali dell’Europa non più fortezza è soprattutto il patrocinio religioso delle sue
“radici”, alle quali si vorrebbe porre un certificato d’esclusiva, delineando gli spazi di un giardino ben circoscritto dall’etica “giudaico-cristiana”. Invece non ci si accorge che ogni ‘Cultura’, prima di potersi definire tale, nasce da parti multipli: ha una madre volubile, molti padri, e seme incerto.]

01 - Ouroboros  Ogni pianta ha i suoi parassiti che intaccano il tronco e insidiano le radici. E se resta ambigua la definizione identitaria di tali “radici”, chiarissima appare la causa di ogni malanno…
Per secoli,
il Male si è incarnato nella donna, trovando un formidabile alleato nelle sue presunte debolezze.
Il rapporto maschile-femminile, fortemente sbilanciato a favore del primo, è una prerogativa piuttosto comune alle antiche civiltà mediterranee del Vicino Oriente. La concezione della donna si stratifica a strumento transitorio nelle disponibilità patrimoniali della famiglia patriarcale. La rigida subordinazione all’uomo viene poi caricata di valenze religiose, codificate in canoni di purificazione e contaminazione, insite nel monoteismo esclusivista dell’ebraismo. Da ultimo, filtra nel mondo greco-romano (soprattutto greco) al quale, inevitabilmente, guardano e attingono i primi convertiti cristiani.

I Padri della Chiesa sono stati uomini di cultura prodigiosa, ma non immuni dai pregiudizi dell’epoca. In buona parte, provenivano dalla parte orientale dell’Impero, romano di nome ma greco di fatto, imbevuto com’era di ellenismo. In tale contesto, la retorica anti-femminista particolarmente radicata nelle elite aristocratiche ed intellettuali (alle quali molti degli apologeti cristiani appartenevano a pieno titolo) veniva esibita a titolo di merito, quasi fosse il tratto distintivo di una classe sociale. Ai pregiudizi dell’Oriente, i primi dottori della Chiesa aggiunsero i propri, incistandoli su uno schema dottrinario mutuato dalle tradizioni ebraiche e contaminato da istanze encratite di derivazione gnostica.

“UN SUBDOLO MALANNO”
02 - ANDROMEDA - Paul Gustave Dore  Nella società ellenica, la donna ha una sua utilità d’uso (continuare la stirpe), ma è priva di una vera soggettività. È oggetto proprietario concesso in beneficio matrimoniale, nonché sacrificale (Esione; Andromeda; Ifigenia) anche se poi l’immolazione non si compie. La sua reclusione nel gineceo domestico è necessaria, onde assicurarsi una discendenza legittima, e richiede un costante controllo: quando ragiona in proprio, prendendo decisioni in autonomia, produce soltanto danni.
La donna è portatrice di sciagure e causa della rovina degli uomini: per troppa curiosità (Pandora); per ingenuità (Deianira); per vanità (Niobe); per selvaggia passionalità (Medea).
La natura femminile, quando non perniciosa, è irrilevante. Al massimo, può accendere il capriccio erotico di un momento; diventare la parentesi effimera tra gli
amori pederasti che caratterizzano l’affettività (e la sessualità) del maschio nella Grecia classica.
Seguendo un archetipo diffuso in ambito mitologico, i rapporti di genere si possono ridurre ad una semplicistica linearità: Seduzione-Rapimento-Abbandono/Morte.
Ed era tra quanto di meglio la donna ellenica potesse aspirare.
In alternativa, il cliché letterario si diversifica leggermente nella variante: Ratto-Stupro-Abbandono.
Pausania, a proposito delle figlie di re Tespio, ci racconta che Eracle deflorò cinquanta vergini in una sola notte. Ma alla fine il campione condivide il tempo migliore con i propri eromenoi (Iolao; Ila; Abdero). Ciò che i poeti esaltano non è certo la ‘capacità seduttiva ed amatoria’ (praticamente inesistente nell’immaginario greco) bensì la potenza sessuale, soprattutto generativa, che rende l’eroe simile agli dei (Giove; Apollo; Priapo).
Zeus, il padre degli dei olimpici, è il vero antenato del moderno ‘stupratore seriale’. Esperto in stalking e circonvenzione di minorenni, è un erotomane instancabile. Alla fanciulla, vittima delle sue attenzioni, spetta l’onere di subire con passiva accondiscendenza, consolandosi di fare da incubatrice alla futura prole semi-divina. Soltanto ad Era è concesso punire l’adulterio del marito (e infatti è essa stessa una dea), anche se la sua vendetta viene esercitata sistematicamente non contro il divino consorte infedele, ma sulla sventurata di turno.
Molto uncorrectly, si potrebbe dire che gli eroi greci, dopo aver adempiuto ai doveri coniugali, si assicuravano un erede (maschio), insieme a nuovi guerrieri per la patria, per tornare quanto prima dal loro amichetto di battaglie e di letto, in conformità con la psicotica ‘Frocitudine dell’Antico’:

O Zeus perché hai fatto venire alla luce del sole le donne, questo subdolo malanno per gli uomini?
Se volevi propagare il genere umano, il mezzo non doveva mai essere la donna: molto meglio era deporre nei tuoi templi oro o ferro o un certo peso di bronzo e comprarsi in cambio un certo seme di figliolanza, adeguato al valore, e viver tranquilli senza  femmine.

(…) Andate alla malora! Io non sarò sazio mai di detestare le donne, anche se gli altri mi diranno che mi ripeto sempre.”
  (Euripide. Ippolito – trad. F.M.Pontani)

“LA PORTA DELL’INFERNO”
03 - EVE L’insofferenza del mondo greco, che guarda alla donna con ostentato fastidio, è però niente rispetto al furore verbale dei primi apologeti, talmente esasperato da trasudare un odio insano dai contorni patologici. Confermati tutti gli stereotipi di genere, la donna in quanto discendente di Eva è altresì colei che col suo atto di disubbidienza e di stupida curiosità ha dannato l’umanità, determinando il sempreverde “peccato originale”.
Eva, la prima donna, è infatti colei che con le sue lusinghe ha condotto Adamo, e gli uomini, alla perdita dello stato di grazia originario.
La donna, erede diretta di Eva, continua ad irretire l’uomo con i suoi inganni, diffondendo la corruzione nel mondo attraverso la seduzione e le sue profferte sessuali.
Lo spiega Tertulliano nel suo latino ostico, dalla prosa spigolosa e rigonfia di allusioni bibliche che molto toglie al piacere della traduzione:

“tu sei la porta del diavolo, tu sei la profanatrice dell’albero della vita, tu sei stata la prima a violare la legge divina, tu sei colei che persuase Adamo, colui che il diavolo invece non riuscì a tentare. Tu che hai infranto l’immagine di Dio, l’uomo, con tanta facilità. Per causa tua esiste la morte, anche il Figlio di Dio ha dovuto morire. E tu hai in mente di adornarti con altro che non siano le tuniche che coprono la tua pelle?”
  (Tertulliano, De Cultu Foeminarum. Liber I; Cap. 1)

La stessa tesi viene ripresa pure da S.Gerolamo, altro enfant terrible dal carattere impossibile:

“La conversazione dei chierici con le donne non sia permessa sotto nessun pretesto. Perché la donna è la porta per il diavolo, il cammino d’iniquità, la punta dello scorpione, genere pernicioso”
(Adversus Jovinianum)

In virtù di ciò, deduciamo che “ogni donna dovrebbe essere oppressa dalla vergogna al solo pensiero di essere donna”, come insegnava il brillante Clemente Alessandrino, maestro di Origene (v. post precedente).

Tertulliano è un pagano convertito e, nello zelo intransigente che caratterizza i neofiti di ogni religione, si farà interprete di un rigorismo estremo che lo porterà a bazzicare gli ambienti eretici dei montanisti e degli encratiti.

“Tertulliano non manca di richiamare le sue consorelle all’obbligo di riflettere sul loro statuto antropologico, di considerare la loro genealogia. Come figlie di Eva dovrebbero sempre essere piangenti ricordando la prima peccatrice. Inoltre come donne dovrebbero tener sempre presente il disastro provocato proprio dal loro apparire e dalla loro bellezza ricordando quell’episodio della caduta degli angeli raccontato nel testo pseudoepigrafo ebraico detto il Libro di Enoch. La bellezza delle figlie degli uomini ha sedotto gli angeli che sono scesi in terra per generare con loro la stirpe maligna dei Giganti e diffondere la conoscenza delle arti, delle tecniche che alterano l’ordine della creazione.”
  Ileana Chirassi. “Etica Mediterranea
  Dispense Specialistiche ’08;
  Università di Trieste

Perciò una donna rispettabile dovrebbe essere abbigliata come per le esequie funebri (quasi ad pompam funeris constituta).
Di conseguenza, Tertulliano dispensa una serie di preziosi consigli che vanno dalla verginità, all’illibatezza nel matrimonio (De Exhortatione Castitatis; De Pudicitia).
A questi si aggiungono la riprovazione per la vedova che contrae seconde nozze, le quali non avrebbero altro motivo se non il piacere dei sensi (De Monogamia; Ad uxorem).
Ma le opere che noi preferiamo sono sicuramente quelle che esortano le ragazze affinché indossino il velo, nascondendo la vista del proprio viso e dei propri capelli (De Virginibus Velandis):
“La donna è pericolosa a causa della sua bellezza: trovi rimedio nel velo” giacché “ammirare o voler essere ammirate è peccato”
Ma guarda che novità!
Oltretutto, colei alla quale piace essere guardata “aspira allo stupro” (stupri passio).
Perciò ragazza “vela il tuo capo, rivesti l’armatura del pudore, innalza un muro sul tuo sesso, non lasciar trapelare su di te sguardi (…) Il velo deve cominciare dove finisce la veste; è il giogo che serra le donne”.
Alla bisogna, si possono prendere lezioni dalle donne d’Arabia, “solite coprirsi non solo il capo, ma pure il volto intero”.
La fissazione di Tertulliano per il burqa cristiano è presente anche nel già citato “De Cultu Foeminarum”:
“Invano vi affaticate di mostrarvi adorne, invano mettete in opera tanti industriosi parrucchieri: Dio prescrive che voi siate velate, perchè vuole, io credo, che la testa di alcune di voi non sia veduta da nessuno.”
  (De Cultu Foeminarum. VII; trad. Moricca)

04 -burquaA scanso di equivoci, Tertulliano non è l’ultimo matto in circolazione. È lui l’apologeta che nel III° sec. d.C. sviluppa ed illustra il “dogma della Trinità”.
Noi blasfemi saremmo tentati di dire che ‘inventa’…
Dell’intemperante avvocato di Cartagine (era nato lì) parla anche papa Benedetto XVI nella sua udienza del 30/05/2007: 

“Tertulliano compie un passo enorme nello sviluppo del dogma trinitario; ci ha dato in latino il linguaggio adeguato per esprimere questo grande mistero, introducendo i termini «una sostanza» e «tre Persone». In modo simile, ha sviluppato molto anche il corretto linguaggio per esprimere il mistero di Cristo Figlio di Dio e vero Uomo”

Giacomo BiffiInoltre, lo stesso Mons. BIFFI, cardinale di Bologna, soltanto qualche anno fa, apostrofava le donne come “squallida Eva moderna”.
Comunque la questione del velo, che tanto indigna gli odierni devoti alle “radici giudaico-cristiane” minacciate dall’invasione islamica, è una fissazione ricorrente tra i teologi dell’ortodossia cattolici. Infatti ne parlano anche i “Santi”:

«La donna avvolga il capo per assicurare in pubblico la sua onestà e il suo pudore: il suo volto non si deve offrire facilmente agli occhi dei giovani»
  Ambrogio di Tagaste (S.Ambrogio, patrono di Milano)

«Non solo in tempo di preghiera, ma sempre la donna deve essere velata»
Giovanni Crisostomo, detto il “Bocca d’oro”

Un soprannome sicuramente azzeccato per le illuminate omelie che Giovanni Crisostomo ci ha lasciato su donne ed ebrei (Adversus Judeos), conformemente allo spirito evangelico della carità cristiana:

“Dio odia i Giudei e sempre li odierà”
“L’ebreo è un essere satanico ed è dover di tutti i cristiani odiare gli ebrei”

Il meglio di sé però Bocca d’oro lo dà quando parla del genere femminile, ormai in tutto e per tutto equiparato ad una seducente genia di natura demoniaca:

“Che altro è una donna se non un nemico dell’amicizia, una punizione inevitabile, un male necessario, una tentazione naturale, una calamità desiderabile, un pericolo domestico, un danno dilettevole, un malanno di natura dipinto di buoni colori?”

Questo perché “tra tutte le bestie la donna è la peggiore” e serve soprattutto a soddisfare la libidine degli uomini, inducendoli nell’immancabile ‘peccato carnale’.

05 - Angel Lust
Infatti, la lascivia costituisce il tratto distintivo dell’identità femminile, che fa della donna la peccatrice per eccellenza. Come ama circostanziare uno altro eccelso santo della Chiesa, Agostino di Ippona, “in una situazione priva di peccato la stessa donna sarebbe non necessaria, neppure come aiutante per l’uomo, che in questo caso sarebbe meglio rappresentato da un altro uomo”.
Ad ogni modo, visto che del “matrimonio” (nonostante tutto) non si può fare a meno, causa estinzione della specie, sarà bene definire i ruoli di coppia:

“uno schiavo non ha mai molto padroni, ma ne ha uno solo; invece un padrone ha molte schiave”
 (Sermones)

La schiava alla quale si allude è naturalmente la donna in funzione di moglie. È strano come questo incredibile mostro di lussuria si debba accontentare di un solo “padrone”, mentre l’uomo casto, puro e timorato di Dio, ricerchi invece la compagnia di più “schiave”.
Mistero della Fede.

“FOEMINA EST MAS OCCASIONATUS”
Il pensiero greco ha una responsabilità importantissima nel connotare in senso antifemminista il cristianesimo delle origini. Assodata l’intrinseca inferiorità dell’elemento femminile, il grande filosofo Aristotele si preoccuperà di circostanziarne le cause, fornendo una spiegazione scientifica alla quale il pensiero cattolico si conformerà in blocco.
Il principio generativo risiede nell’uomo. La donna ci mette la “materia”, ma la “sostanza” viva è tutta maschile. Infatti, secondo Aristotele, nel processo riproduttivo le femmine sono totalmente sterili. Accolgono il seme maschile ma non partecipano alla fecondazione.
 
“Le donne emettono seme ma questo non è adatto a generare perché acquoso e debole. Solamente il seme maschile crea, cioè dà la forma, mentre il seme femminile è ciò che viene plasmato. Secondo un’opinione che risale anche al medico Galeno il seme maschile tende ad una forma perfetta e realizza quindi nella riproduzione il maschile quando è al massimo del rendimento. In caso di debolezza realizza una riproduzione femminile.”
(L. Brandl, Die Sexualethik des Albertus Magnus. 1954)
 
Questa immane stronzata viene fedelmente ripresa e fatta propria da Alberto Magno, santo e maestro di santi. Se per Aristotele la donna è un “uomo mutilato”, per Alberto di “un maschio occasionale” (mas occasionatus) e cioè “un maschio che è incappato in qualche cosa di non intenzionale, in uno sbaglio della natura” (tratto da “Etica Mediterranea” di Ileana Chirassi).
Questo permette all’insigne teologo di sostenere che la donna NON è stata creata ad
“immagine di Dio” come invece viene sostenuto nella Genesi, giacché il riferimento riguarderebbe unicamente l’uomo. In fin dei conti la differenza tra uomo e donne è tutta una questione di liquidi; contrapposizione tra materia inerte (“umida”) femminile e soffio caldo (“secco”) maschile:

“la donna è meno consona alla moralità dell’uomo perché ha in sé più liquidità dell’uomo. Caratteristica del liquido è di ricevere facilmente e di trattenere male. Il liquido è un elemento facilmente mutevole, perciò le donne sono volubili e curiose. Quando una donna ha un rapporto con un uomo è molto probabile che desideri stare allo stesso tempo anche con un  altro. La donna non è affatto fedele. Se tu le dai fiducia ne sarai deluso. Credi a un maestro esperto. Per questo gli uomini avveduti rendono partecipi il meno possibile le loro mogli dei loro progetti e delle loro azioni. La donna è un uomo mal riuscito e rispetto all’uomo ha una natura difettosa e imperfetta, perciò è insicura. Quello che non riesce ad ottenere da sola cerca di raggiungerlo con gli inganni demoniaci. Perciò, per farla breve, l’uomo si deve guardare da ogni donna come da un serpente velenoso o da un diavolo cornuto. Se io dovessi dire tutto ciò che so sulle donne tutti si stupirebbero. La donna per essere precisi non è più intelligente dell’uomo ma più furba. L’intelligenza tende al bene e la furbizia al male. Pertanto nei comportamenti cattivi è più intelligente la donna perché è più furba dell’uomo. La sua sensibilità spinge la donna verso ogni male mentre la ragione spinge l’uomo verso ogni bene.”
(Quaestiones super de animalibus. XV, 11)

Le donne sono entità demoniache, simili al succubus, che attraverso il sesso divorano gli uomini per consunzione. A sostegno di una simile ipotesi, Alberto Magno cita l’esempio di un “monaco brizzolato” che aveva trascorso una notte di focosa passione con una bella donna.
Il religioso, un vero pornomane, un assatanato da guinness dei primati, aveva penetrato ininterrottamente la povera signora per ben 66 volte! Tanto da rimanerci secco. Naturalmente, la libidinosa insaziabile era la donna, mica il monaco!

06 - Demoness

È evidente che le tesi propugnate da Alberto Magno trovano immediati estimatori. Tommaso d’Aquino impara la lectio magistralis e ripete come un pappagallo ammaestrato: “la donna è un errore della natura, una sorta di maschio malriuscito e deforme… qualcosa che non è previsto, ma deriva da difetto” (Summa Theologiae, Pars I, Quaest. XCII, Art. I).

«Il seme maschile fa nascere forme perfette, ossia maschili, ma se per qualche avversità esso si guasta, allora fa nascere femmine (…) imbevute d’acqua più dei maschi, sono più sensibili al piacere sessuale; e poiché la natura, tendendo alla perfezione, riprodurrebbe solo maschi, la donna è il prodotto di un tentativo fallito, simile a putrefazione, infermità, debolezza senile»

Per questo motivo, la donna è affetta da un “innato difetto di ragione che la equipara ai bambini e ai dementi” e pertanto dovrebbero essere interdette da ogni funzione pubblica con valenza giuridica (cosa che neanche la più retriva delle civiltà aveva mai osato proporre prima). L’Aquinate però non è per niente originale, infatti ruba la battuta da una commedia di Terenzio Afro (Hecyra. III,1). La cosa preoccupante è che Tommaso riveste di valenza teologica con verità di fede (e lo stesso faranno gli inquisitori del Malleus Maleficarum) la frase estrapolata da un testo teatrale scritto per far ridere il pubblico.
Perché Publio Terenzio è in realtà un commediografo latino, famoso per l’humanitas delle sue commedie: introspezione psicologica, comprensione empatica, sensibilità, assoluta assenza di pregiudizi e censure morali. L’Hecyra (La Suocera) tra l’altro è incentrata sulla storia di uno stupro e sugli equivoci che si creano, attorno alla maternità indesiderata della ragazza violentata.
Cosa c’entri la citazione di Terenzio con i deliri del “santo”, lo sa solo la mente disturbata di Tommaso che, con poco, dimostra di non capire un beato cazzo di quanto va leggiucchiando di nascosto nella biblioteca del monastero!

“SACCHI DI LETAME”

“Se gli uomini vedessero quel che è sotto la pelle, così come si dice che possa vedere la lince di Beozia, rabbrividirebbero alla vista delle donne. Tutta quella grazia consiste di mucosità e di sangue, di umori e di bile. Se si pensa a ciò che si nasconde nelle narici, nella gola e nel ventre, non si troverà che lordume. E se ci ripugna di toccare il muco o lo sterco colla punta del dito, come mai potremmo desiderare di abbracciare il sacco stesso che contiene lo sterco?” 
 (Cit. in J. Huizinga, “L’autunno del Medioevo”. Firenze 1961)

Sono le cristiane parole che Umberto Eco, nel suo romanzo “Il Nome della Rosa”, mette in bocca al francescano Ubertino da Casale, intento a spiegare l’essenza della bellezza al giovane novizio Adso.
Ma l’autore storico della raffinata considerazione pare sia stato Oddone da Cluny (vissuto tra l’880 ed il 942 d.C). L’illuminato abate francese verrà presto accontentato poiché, molto presto, dall’inesauribile denigrazione teorica della donna si passerà alla sistematica distruzione del corpo femminile, tramite mutilazione fisica.

SCHIACCIASENI

Allora, Oddone avrebbe potuto esibire con sicura soddisfazione “mucosità”, “sangue” e “umori” che tanto va declamando nei suoi sconcertanti vaneggiamenti…

ROGOA tanta circostanziata teoria, questi sant’uomini ed i loro allievi applicheranno anche molta pratica…
La lotta contro il male incarnato (la donna), contro Satana ed i suoi servitori umani (ancora le donne. Ma pure omosessuali, eretici, anticonformisti e ‘devianti’), regalerà alle
“radici cristiane dell’Europa” alcune delle sue pagine più ‘calde‘, attraverso una santa alleanza tra potere secolare ed autorità ecclesiastica, per la gloria della Santa Chiesa.
Ma questo richiederà una trattazione particolare, per una nuova puntata che non mancheremo di scrivere…
Sono profonde queste radici. Penetrano la carne della Storia come cicatrici. E bruciano come sale.
Anche se tutto è già scritto. E riassunto in un unico, grande, aforisma; una lezione di vita vissuta:

“Una bestemmia vale più di mille libri di teologia”
   (Jacques Prevert)

Lasciateci però constatare che c’è ancora del buonsenso in questa comunità europea, che rifiuta con fermezza l’iscrizione ad una specifica identità religiosa come tratto specifico della propria cultura fondativa.

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Una Risposta to “RADICI (II)”

  1. Che brutte parole… Se questi filosofi fossero ancora in vita li ammazzerei per quello che hanno scritto sulle donne !

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