Sic transit infamia mundi

Secondo l’Unto (dal cerone) il prof. Mario Monti sarebbe “disperato”, tanto forti sono i ricatti delle lobbies (che nel berlusconismo hanno trovato la loro sponda migliore) e stringenti i regolamenti costituzionali a fondamento della normale dialettica democratica. Per essere più convincente, il vecchio satiro cita a man bassa Mussolini e si paragona direttamente al duce, arrivando a definire il fascismo come una “democrazia minore”. Evidentemente è il modello ideale a lui più congeniale. Ormai non finge neanche più, in un processo di identificazione pressoché totale.
Se c’è una cosa che, nonostante tutti i limiti, l’esecutivo Monti non fa rimpiangere è l’eclisse di questa compagine neo-fascista di affaristi senza scrupoli che, per mero opportunismo, piaggeria e viltà, commentatori ‘moderati’ ed ipocriti di ogni risma si sono ostinati per anni a chiamare “centro-destra”. Al contrario, per noi, la differenza tra conservatorismo cristiano-liberale e fascismo è sempre stata chiarissima.
E certo è incolmabile l’abisso che lo separa, per compostezza, educazione e decenza, dalle vestali violate del berlusconismo militante, che rivendicano la “centralità del Parlamento” dopo essersene fatti beffe per decenni, cercando di instaurare una sorta di cesarismo democratico tra decretazione d’urgenza ed eccezioni ad personam.
 È stridente il contrasto tra i modi compiti di distinti professionisti borghesi e la cagnara rabbiosa degli energumeni padani, improvvisamente privati delle golose prebende e delle comode poltrone romane. Forse, come si chiede la patetica deputata leghista, il prof. Monti non ha mai visto un operaio… ma sicuramente sa distinguere una cretina travestita, che per i suoi numeri da avanspettacolo percepisce 12.000 euro al mese.
Dopo anni di beate illusioni e di pagliacciate ininterrotte, la festa è finita. Il 2012 presenterà un conto amarissimo agli italiani: la vera apocalisse alle porte è la recessione, col rischio stagflazione e una disoccupazione reale al 30%. Questa è l’eredità che il ducetto brianzolo ed i suoi gerarchi lasciano al Paese.
Noi, senza essere degli esperti in materia economica e politica, denunciavamo i rischi su queste pagine da almeno due anni, a dimostrazione che non ci voleva certo un genio di intuizione. Ma tant’è…
Sembrano trascorsi anni; invece non è passato nemmeno un mese dalle dimissioni del Signor B. travolto dagli scandali, incapace di gestire la crisi economica (dopo averne negato pervicacemente l’esistenza), non prima di aver portato l’Italia sull’orlo della bancarotta, dopo averne devastato le finanze e la credibilità internazionale. La strategia è chiara: dimettersi un istante prima del collasso; lasciare ad altri la gestione della crisi e il ricorso a manovre impopolari, ma ponendo una seria ipoteca sull’azione del Governo Monti (che dovrà metterci la faccia, ma non dovrà toccare gli interessi dell’Unto), condizionandolo dall’esterno. Quindi imputerà ai “tecnici” (e poi ai kommunisti, potete starne certi) l’onere dei provvedimenti lacrime e sangue; imputerà ad altri la responsabilità dei sacrifici e l’eventuale fallimento, ma si attribuirà tutti i meriti in caso di successo. E in sordina garantirà la fiducia al governo in carica, fintanto che i sondaggi lo daranno perdente alle elezioni. Il tempo è un buon alleato, e l’Unto può sempre contare sulla memoria corta degli italiani, da imbonire in campagna elettorale con qualche altra demagogica promessa. Pare infatti che per l’incartapecorito Cavaliere il problema non siano le panzane con le quali ha ammorbato l’Italia per 30 anni e la straordinaria incompetenza amministrativa, ma il nome dato al suo partito-azienda (PdL), che secondo i parametri di marketing non avrebbe più abbastanza appeal elettorale.

In attesa di una improbabile ‘Resurrezione’ pasquale, è tempo di porre la lapide sul sepolcro del berlusconismo: variante pubblicitario-televisiva del fascismo. Se l’allucinato Pornocrate non fosse troppo intento a sfogliare i diari-patacca di Mussolini che, tra una sveltina e una marchetta, il picciotto Marcello Dell’Utri (l’Amico degli Amici), gli lascia da leggere sul comodino del lettone di Putin, potrebbe scoprire come l’epitaffio per la sua parabola discendente sia già stata scritto in tempi non sospetti… Nel 1976 un vecchio storico britannico, analizzando la politica mussoliniana, ne vergò il fallimento come “la conclusione logica del fascismo”, senza sapere quanto questa facesse rima con “berlusconismo”:

«..egli era universalmente riconosciuto come il più grande capo nazionale dei tempi moderni e gli italiani erano fortunati a poter avvantaggiarsi del suo giudizio e della sua saggezza, ogniqualvolta il significato degli sviluppi contemporanei apparisse incerto.
[…] Secondo i fascisti, i regimi liberaldemocratici, a causa dei loro ordinamenti parlamentari, erano incapaci di prendere decisioni rapide e risolute.
[…] Gli intellettuali fascisti condannarono unanimemente la corruzione e la generale arretratezza della vita inglese. Egualmente ne condannarono l’individualismo, l’internazionalismo, e anche l’anticlericalismo. Gli italiani invece, si disse, accettavano i più solidi valori della religione e del patriottismo. […] Alcuni arrivarono a rivendicare il riconoscimento del “primato universale” dell’Italia strumento di Dio, si disse, nella fondazione dell’ordine mondiale di domani.
[…] Come tanti altri aspetti del fascismo, questo sogno di futura prosperità fu inventato più per generare fiducia ed entusiasmo che per stimolare la gente a fare effettivamente qualcosa. Né si pensò di attuare nel presente sacrifici non indispensabili, quando la vittoria avrebbe procurato guadagni tanto cospicui e così a buon mercato.
[…] Forse M. sapeva che si sarebbe conservato al potere fintanto che fosse in grado di offrire l’illusione di “panem et circenses”.
[…] Per dirla in altro modo, si giudicò che le risorse fossero impiegate più utilmente nell’alimentare la gigantesca industria della propaganda, la quale si adoperava a convincere il cittadino qualunque che tutto andava per il meglio.
[…] Per chi poteva permettersi di frequentare ristoranti, comprare generi di lusso, villeggiare in alberghi o mangiare all’elegante Golf Club della capitale, non era troppo difficile soddisfare i propri interessi.
Le opere pubbliche sono un elemento essenziale della messinscena sotto qualsiasi dittatura, e Mussolini le amava non solo perché creavano posti di lavoro, ma soprattutto perché procuravano titoli vistosi sui giornali. […] In cima alle priorità stavano le autostrade, e anche i canali navigabili, benché per generale ammissione il volume del traffico non li giustificasse. […] Il programma comprendeva l’edificazione di prigioni, di un grande osservatorio, di diversi ponti sul Tevere, nonché stanziamenti per l’edilizia popolare che non avevano precedenti. Naturalmente, tutto ciò comportava l’impiego di materiali scarsi e aveva pesanti effetti inflazionistici. Furono avviati i lavori per parecchi canali, e si dette il via ai rilevamenti per un tunnel sotterraneo sotto lo Stretto di Messina: l’ordine di Mussolini fu di continuare anche se mancavano fondi e non c’era alcuna prospettiva di portare a termine l’opera.
[…] La cosa importante era di impressionare la gente, e probabilmente con le sole parole, che non costano nulla. Con l’aumento della spesa governativa, la corruzione dei funzionari sembrava esser cresciuta; o perlomeno era meno facile occultarla. […] L’assenza della critica pubblica faceva sì che bustarelle e concussioni prosperassero molto di più di quanto succedesse in altri paesi dove la stampa era libera di indagare. Mussolini sembra del resto aver accettato, se non addirittura salutato con favore, il proliferare degli intrallazzi tra i suoi tirapiedi, perché gli consentiva di mantenerli, mediante la minaccia del ricatto, in uno stato di soggezione assoluta.
[…] E tuttavia Mussolini sembra aver conservato in misura considerevole la sua popolarità personale. La cosa si spiega col fatto che al pubblico era stato insegnato a riverire lui solo e ad imputare tutti gli errori ai suoi complici. In questo senso, la sua ossessiva concentrazione sulle tecniche della propaganda può dirsi un successo.
[…] Gli 890 scrittori e giornalisti che nel 1942 figuravano a libro paga del Ministero della Cultura popolare, a cui si aggiungevano quelli impiegati dal ministero degli Esteri e da altri dicasteri, pubblicarono diligentemente un articolo dopo l’altro, in cui sempre si dimostrava che la vittoria e la prosperità erano dietro l’angolo. Col passare del tempo, dovettero rendersi conto che si trattava di un compito difficile, e forse sterile, giacché, come qualcuno degli stessi fascisti fu costretto ad ammettere, retorica e inverosimiglianza arrivavano nei giornali e nei notiziari radiofonici ad un punto tale da far loro perdere qualsiasi capacità persuasiva.
[…] A mano a mano che i problemi si fecero più complicati e ardui da maneggiare, Mussolini andò progressivamente isolandosi nelle sue private illusioni. […] La folta gerarchia fascista, a livello sia locale che nazionale, sapeva che per sua stessa mediocrità poteva esisteste soltanto all’ombra di quest’uomo e che senza di lui non sarebbe stata nulla. Per i gerarchi era dunque indispensabile alimentare il grande mito del duce come colui che aveva sempre ragione, era lungimirante, onnisciente, e posto al di là di ogni possibile critica. Ma ora rischiavano di venir spazzati via insieme a quello stesso mito che avevano contribuito con tutte le loro energie, e nel proprio stesso interesse, a perpetuare. Sempre più numerosi si fecero coloro che lo criticavano in privato, gettando dubbi sulle sue condizioni mentali e accusandolo di portare il paese alla rovina.
[…] Nel suo isolamento, Mussolini perse progressivamente il contatto con la vita reale e cominciò a paragonarsi non più soltanto a Napoleone, ma a Gesù Cristo.
[…] Sino all’ultimo momento, Mussolini continuò a credere che la propaganda fosse l’arma essenziale e che il suo compito di comandante supremo fosse innanzitutto di creare e mantenere in piedi il mito della sua propria infallibilità e, in secondo luogo, rivestire di panni plausibilmente realistici le numerose altre illusioni che aveva giudicato opportuno alimentare. S’era abituato a vivere in un mondo di fantasia, dove non contavano i fatti, ma le parole…. Era un mondo in cui per un pubblicista di genio era facile prendere in giro i più, in cui le decisioni potevano venir rovesciate da un giorno all’altro senza che nessuno se ne desse per inteso e anzi se ne accorgesse, e dove in ogni caso le decisioni erano prese per fare scena e non per essere messe in atto. Era un mondo sostanzialmente privo di serietà, dove soli contavano la propaganda e le dichiarazioni pubbliche; ed è difficile evitare la conclusione che proprio questo fosse il messaggio centrale e la vera anima del fascismo italiano. Non essendoci ragioni per pensare che gli italiani siano più creduli di qualsiasi altro popolo, bisogna ammettere che come illusionista la prestazioni di Mussolini fu quella di un autentico virtuoso. Ma fu questo virtuosismo più di ogni altra cosa a portare l’Italia alla disfatta

 Denis Mack Smith
Le guerre del duce
Mondadori, 1992.

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7 Risposte to “Sic transit infamia mundi”

  1. trovo sia una forzatura associare B a Mussolini, sebbene tu abbia fatto emergere le cose più assimilabili

  2. Ogni biografia è unica, a prescindere da certe analogie che pure non mancano. Sono i famosi ricorsi della Storia, che alternano la tragedia alla farsa…
    Ciò detto, il problema risiede nel fatto che sia proprio Lui a paragonarsi a Mussolini: galeotta fu l’ennesima presentazione del librone di Vespa.
    Io ho solo colto l’occasione..:)

  3. …siamo sicuri che non sarà solo la morte a liberarci di cotanta meraviglia d’uomo? O ciclicamente dovremo ricadere sotto il controllo di un altro Unto, versione 3.0, 4.0 e oltre?

  4. Pre quanto mi riguarda,vivo col terrore di un prossimo ri-governo
    “Truman Show/kafkiano” di nazisti,miserabili pagliacci e dichiarati
    depravati. Non facciamoli tornare.Per pieta’! Almeno non finche’ siamo ancora vivi noi, testimoni di questo sfacelo.Grazie Sendivogius,
    noi diffondiamo…..Liberthalia.

  5. Dubito si riuscirà in futuro a raschiare il fondo della fogna, come avvenuto col Pornocrate piduista: il livello raggiunto è francamente ineguagliabile… titanico!
    Ma sono altresì certo che gli italiani si affideranno presto ad un nuovo Omino della Provvidenza… E’ nella natura dei servi cercarsi un padrone, che rubi e lasci rubare…

    Al Re Travicello
    piovuto a ranocchi
    leviamo il cappello
    e diamo baiocchi.
    Lo predico anch’io
    che costa un fottio,
    Ma è comodo e bello
    un re Travicello

    […]
    Ei bada a mangiare
    e lascia rubare.
    E’ un Re Travicello
    che calza a cappello.
    Da tutto il pantano
    si sente gridare:
    Evviva il sovrano
    che lascia rubare!

    “L’Asino” (1° Ottobre 1893)

  6. una marea di cazzate scritte da uno “storico” da avanspettacolo per un branco di imbecilli …patetico

    • Ti rode Enrichetto?!?
      Vedi allora di andarti a raspare da qualche altra parte!
      Inizio ad averne i coglioni pieni dei fascisti come te, in libera uscita dalla fogna… E’ ora di fare ritorno a casa: nelle latrine della Storia!

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