LIBRI AL ROGO

Il sommo disgusto per le miserie quotidiane di un’Italietta sempre più incanaglita nella sua mediocrità senza riscatto, superata la crisi di rigetto, lascia necessariamente spazio alla noia, profonda ed inesorabile, nel panorama delle ordinarie meschinerie da Basso Impero.
È una questione di sopravvivenza, di doveroso distacco dai liquami tossici di una repubblichetta bananiera camuffata da ‘grande potenza’.
Perciò, questa volta parliamo di libri. E, soprattutto, di uno in particolare…

IMPRIMATUR
 Nel Marzo del 2002, la Mondadori pubblica nella collana degli Omnibus un ponderoso romanzo storico dal titolo promettente: “Imprimatur” (sia stampato).
L’opera, non priva di ambizioni letterarie, è il frutto delle fatiche di due autori esordienti (
Rita Monaldi  & Francesco Sorti) e costituisce il primo libro di una sorta di eptalogia, composta da altri sette volumi, i cui titoli dovrebbero a loro volta formare un aforisma dal significato sibillino: “IMPRIMATUR SECRETUM VERITAS MYSTERIUM UNICUM …” I due titoli mancanti, fondamentali per completare la frase in latino, verranno rivelati dagli autori solo al momento della pubblicazione dei due ultimi romanzi della serie.  
 “Imprimatur” è ambientato alla fine del XVII secolo in una Roma barocca e crepuscolare, in cui le vicende dei personaggi, costretti ad una forzosa convivenza nella locanda del Donzello dove vivono reclusi per un sospetto caso di peste, si intrecciano con i grandi accadimenti europei all’insegna del più spregiudicato cinismo politico: dall’ascesa alla caduta di Nicolas Fouquet, sovrintendente alle Finanze di re Luigi XIV, passando per gli intrighi consumati alla corte del Re Sole; l’assedio di Vienna da parte delle armate ottomane (siamo nel 1683) e la vittoria cristiana contro gli invasori Turchi; il papa Innocenzo XI ed i suoi inconfessabili segreti, legati ai commerci della sua famiglia: gli Odescalchi di Como…
Comune denominatore degli eventi e filo conduttore degli intrecci è l’ambiguo ed intrigante abate Melani, protagonista indiscusso della serie creata dai due intraprendenti scrittori. D’altra parte, gli autori sono:

«…due ex-giornalisti, lei, Rita Monaldi, dottoressa in Lettere Classiche, lui, Francesco Sorti, dottore in Storia della Musica di belle speranze, passati attraverso una brillante ma poco remunerata trafila in giornali di un certo calibro qualitativo in ambito nazionale (il giornale L’Indipendente, ad es., prima che perdesse del tutto la sua indipendenza per lei, Il Mondo settimanale di economia e finanza), scrivono, dopo dieci anni di ricerche di archivio, un romanzo al cui centro è il mondo politico ed ecclesiastico che ruota intorno alla figura di Atto Melani.
Questo straordinario personaggio realmente esistito, un castrato pistoiese di rare qualità canore che era stato il fenomeno musicale della Francia di Mazzarino e del suo re Luigi XIV, si rivelava ad uno sguardo storico più attento anche un talento spionistico e politico di primordine in grado di gestire e di pilotare scandali di grande importanza nell’ambito delle corti europee di maggiore rilevanza, a partire da quella pontificia. Melani, peraltro, era stato l’oggetto della tesi di laurea di Francesco Sorti e il primo interessamento nei suoi confronti era venuto proprio dalla musica.»
 
 di Giuseppe Panella
 (testo integrale QUI)

Il Caso
 Il romanzo si rivela essere un inaspettato successo editoriale, guadagnando ottime posizioni sulle classifiche di vendita, nonostante il lancio in sordina e le critiche non sempre lusinghiere.
“Imprimatur” arriva a raggiungere la terza edizione in poco più di un anno dalla sua prima pubblicazione…

«Dopo di che il ciclo editoriale si ferma e il libro scompare dagli scaffali delle librerie. Ogni tentativo di ristamparlo in Italia anche presso altri editori dopo il rientro dei diritti nelle mani dei suoi due autori fallisce miseramente mentre, invece, il libro viene tradotto con successo notevole in Olanda, in Francia, in Spagna e anche altrove (l’edizione inglese sarà lanciata nel 2006).
A tutt’oggi Imprimatur è un libro introvabile in Italia e di esso non si parla affatto se non nel sito web dei suoi ammiratori irriducibili. Anche durante la sua permanenza in libreria di esso i giornali, nonostante l’impegno profuso dai suoi instancabili autori, hanno parlato poco e male, insistendo su un improbabile parallelo con Il nome della rosa di Umberto Eco (cui pare assomigli ben poco) e riducendo il tutto a un giallo storico come ce ne sono tanti.
Ma qual è il contenuto di questo romanzo mastodontico (640 pp. nella sua edizione iniziale) che ha turbato il sonno dei suoi censori e dei suoi detrattori accademici e professionali e ha entusiasmato, d’altro canto, i suoi moltissimi lettori “medi” di tutta Europa?
Il romanzo è situato nel 1683, all’epoca della gloriosa battaglia di Vienna che chiude la stagione più significativa dell’avanzata islamica in Europa. Il merito di aver fermato i Turchi alle porte d’Europa è di solito attribuito a Papa Innocenzo XI, Benedetto Odescalchi, la cui figura appare sempre circonfusa di gloria tutte le volte in cui il suo operato viene citato in occasione di questo importantissimo episodio militare. Eppure questo Papa beatificato soltanto nel secondo Novecento (ma mai canonizzato) risulta fortemente ridimensionato nel libro di Monaldi & Sorti.
Secondo documenti d’archivio da loro rinvenuti nel corso delle loro ricerche, il Papa in oggetto, vinto dalla sua brama smisurata di denaro che lo faceva agire in qualità di usuraio in combutta con altri membri della propria famiglia, avrebbe prestato forti somme all’allora Stadtholder Guglielmo III d’Orange e, per rientrarne in possesso con gli interessi, avrebbe favorito la sua investitura a re d’Inghilterra in contrapposizione all’erede legittimo Giacomo II Stuart (che aveva il torto, però, agli occhi degli inglesi di essere papista e desideroso di restaurare la religione cattolica in Inghilterra). E’ quella che la storiografia ufficiale inglese chiamerà poi sempre come la Gloriosa Rivoluzione del 1688-1689 senza però mai far parola dell’ingerenza vaticana nella questione interna.
Questo scoop storiografico (provato da documenti d’archivio catturati dalla famelica coppia di cacciatori di documenti  alla ricerca di pezze d’appoggio per il loro libro) sarebbe una delle ragioni principali (se non la Ragione principale!) della damnatio memoriae cui sarebbe stata confinata la loro opera. Su questo punto, nonostante le tante interviste rilasciate da Monaldi & Sorti al riguardo e le polemiche avvenute però rigorosamente soltanto su giornali esteri, la verità è ben lungi ancora dall’emergere. I difensori del libro parlano di ingerenze vaticane; i suoi avversari (come Marco Meschini dell’Università Cattolica di Milano) sostengono, invece, la tesi del ciclo “naturale” del bestseller che avrebbe esaurito il suo compito di intrattenimento una volta arrivato allo statuto di “tascabile”. Prendere posizione su questo aspetto della questione senza aver letto il libro sarebbe più che una leggerezza un errore critico.»

  di Giuseppe Panella (Retroguardia)

Per uno strano capriccio del caso, abbiamo letto il famigerato “Imprimatur” (graditissimo regalo di un carissimo amico) nella versione italiana edita dalla Hoepli (Marzo 2010), su concessione dell’editore olandese De Bezige Bij. Questo perché nel frattempo il romanzo è diventato un best seller internazionale, pubblicato in ben 45 paesi e tradotto in una ventina di lingue straniere, compreso il coreano.

Esiste una sola verità? 
 Siamo sinceri: a lettura conclusa permane l’imbarazzante sensazione che il ‘caso’ sia stato, come dire, ingigantito oltre le sue reali dimensioni… Ciò dà adito al fastidioso sospetto che si possa trattare di una forma, piuttosto originale, di promozione editoriale sulla scia dei rumores di un possibile boicottaggio di natura censoria, legate a (improbabili) “vendette vaticane” che tanto stimolano la fantasia di certa stampa anglosassone (e protestante).
 Non aiuta a dipanare  alcuni (spiacevoli) dubbi, l’assenza pressoché totale di riscontri oggettivi nell’attività di boicottaggio, con riferimenti certi e rimandi riscontrabili alle censure ed alle ostracizzazioni delle quali Imprimatur è vittima prediletta.
Ci si riferisce ai detrattori sempre in termini vaghi. E questo fa onore ai due autori che rifuggono il pettegolezzo polemico, tuttavia impedisce ad un eventuale osservatore esterno di farsi un idea precisa… Un piccolo esempio:

Intanto, su un giornale milanese appartenente al fratello dell’editore-presidente del Consiglio, un noto storico cattolico pubblica una recensione insolitamente ostile, dove riferendosi agli autori (fino ad allora sconosciuti) commenta che «non se ne può più di gente così».

Naturalmente, si allude a Il Giornale di famiglia; l’editoriale in questione è probabilmente datato 24/03/2002, a firma di Marco Meschini.
Meschini è uno storico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, coerentemente con la sua formazione cattolica un tantino tradizionalista; specializzato in storia militare ed ecclesiastica, ha una spiccata passione per le crociate.
Per rimanere nell’ambito di giornali spazzatura, al contrario di
Giordano Tedoldi, “redattore culturale” di quell’ossimoro giornalistico chiamato Libero, Marco Meschini (a prescindere dalla condivisione delle idee) è un ottimo divulgatore con competenze culturali tutt’altro che disprezzabili. Nella fattispecie, noi abbiamo avuto il piacere di leggere “1204: L’Incompiuta – la IV Crociata e la conquista di Costantinopoli” pubblicata dall’editrice cattolica ‘Ancora’ nel 2004. Sorvolando sull’insana passione che l’Autore nutre per Simon de Montfort (uno dei troppi macellai della Storia, che di lì a poco si sarebbe dedicato allo sterminio degli eretici Albigesi), “1204:l’Incompiuta” è un’opera di piacevolissima lettura, con notevoli conoscenze nell’ambito della poliorcetica ed una grande capacità espositiva. In virtù di ciò, sarebbe stato interessante leggere la stroncatura di Meschini e le sue motivazioni, pretestuose o meno che fossero, contro “Imprimatur”.

Il Romanzo
 Col giudizio soggettivo e parziale del lettore smaliziato, superata una elitaria diffidenza per i “successi di massa”, possiamo dire che Imprimatur è un buon romanzo, non eccelso, con interessanti spunti narrativi e qualche limite.
L’impronta femminile nella scrittura e nella caratterizzazione dei personaggi (che in alcuni casi hanno una natura troppo femminea) è talmente evidente, da lasciar supporre che buona parte della stesura letteraria sia opera di Rita Monaldi.
L’ambientazione quasi claustrofobica del romanzo che si svolge interamente in spazi chiusi e circoscritti (le camere della locanda; le fogne; i cunicoli sotterranei della città…) avrebbe richiesto forse una maggior interazione dei personaggi che sono tanti ed interessanti, soprattutto se si considera il numero degli avventori (una decina!) confinati al Donzello: Monsieur De Mourai muore subito e non fa testo; l’oste Pellegrino rimane allettato in stato catatonico per i 4/5 del pur voluminoso romanzo; l’inglese Bedfordi marca visita e rimane fuori gioco per quasi l’intera storia; il napoletano Stilone Priaso ed il veneziano Brenozzi sono due ottime comparse che potevano essere spese meglio… Si ha come l’impressione che una buona parte dei personaggi rimanga come ibernata nelle proprie camere, alternandosi a turno per brevi comparsate in una sorta di giostra virtuosa ma fugace. E questo è un piccolo delitto per un romanzo di 600 pagine, specialmente quando il protagonista ed il suo comprimario sembrano invece girare a vuoto troppo spesso, per decine di pagine che potevano essere spese meglio. Di fronte ad un così grande
numero di attori, viene in mente A.Dumas capace di infarcire il suo “Conte di Montecristo” con eserciti di comprimari, perfettamente delineati e con tanto di capitolo dedicato.
Cosa grave, l’intreccio a tratti diventa prevedibile mentre il secretum, intorno al quale ruota parte della storia, nella sua improbabilità scientifica, seppur affascinante, rasenta l’assurdo e quindi pregiudica la credibilità dell’insieme, insieme ad altre incongruenze: personaggi canterini, che chiacchierano troppo e forniscono troppe spiegazioni a perfetti estranei; sguatteri di bottega con istruzione medio-alta; tombaroli che pur vivendo nelle fogne discettano di teologia ed astrologia, lasciando intendere che conoscano benissimo il latino…  Si  prefigura  una Roma seicentesca dove tutti sembra vadano oltre i rudimenti dell’alfabetizzazione primaria.

In compenso, lo stile è scorrevolissimo, ben curato ma mai noioso, contribuendo non poco al piacere della lettura nel suo insieme. Tuttavia è talmente piano da risultare, a volte, piatto.
 La descrizione della Battaglia di Vienna contro i Turchi, che pur si presterebbe bene a descrizioni epiche con i coreografici ussari alati della cavalleria polacca, è praticamente inesistente e priva di qualsiasi pathos. Ripensando a casi analoghi, opportunamente depurato dagli stucchevoli trionfalismi, persino un dignitoso romanzetto storico come
L’ultimo crociatodi Louis De Whol, che ripercorre le gesta di Don Giovanni d’Austria, riesce spesso ad essere superiore nelle descrizioni e in certa ricostruzione d’epoca.
Gli omaggi letterari invece sono molteplici e riconoscibili…
L’opera è strutturata in dieci giorni, tanto dura la quarantena, e l’ispirazione al
Decamerone di Boccaccio è evidente; né mancano i richiami ad Agatha Christie che contribuisce a conferire al romanzo una certa impronta ‘popolare’: il protagonista Atto Melani presenta non poche similitudini con l’investigatore belga Hercule Poirot.
Le peregrinazioni notturne nella città sotterranea, con i suoi personaggi stravaganti, ricordano invece certi romanzi d’appendice delle letteratura francese; in particolar modo, Eugène Sue e Victor Hugo (ma senza possedere nulla delle loro denunce sociali). I
“corpisantari”, i cacciatori di reliquie che aiutano l’abate Melani nelle sue investigazioni, ricordano la “Corte dei Miracoli” che popola i bassifondi di Parigi; il deforme Ciacconio richiama alla mente il più famoso campanaro deforme della cattedrale di Notre Dame.
A dispetto di certe recensioni entusiastiche, pubblicate all’estero, Imprimatur non può minimamente rivaleggiare con Umberto Eco e di certo non è superiore a “Il Nome della Rosa” (non scherziamo!) che rimane un capolavoro insuperabile, unico nel suo genere, dal quale lo separa un abisso incolmabile. Eventuali accostamenti tra le due opere rivela una sola verità: i recensori non hanno letto il romanzo di Eco.
Invece, non si riesce davvero a capire il motivo di tanta ostilità in Italia ed il boicottaggio messo in atto nella distribuzione e pubblicazione di Imprimatur, che comunque rimane nettamente superiore rispetto all’incredibile mole di spazzatura (soprattutto fantasy) messa in circolazione dall’asfittico circuito editoriale italiano.
Papa Innocenzio XI viene lambito appena dalle critiche per la quasi totalità del romanzo e in ogni caso ciò è funzionale alla finzione narrativa, dunque non si vede dove sia l’intollerabile pietra dello scandalo. L’attacco (se così si può definire) più duro si ha praticamente a libro concluso:

«Il Beato Innocenzo fu complice dei protestanti a danno dei cattolici; lasciò che l’Inghilterra fosse invasa da Guglielmo d’Orange, e solo per farsi restituire un debito in denaro.
Papa Odescalchi fu poi finanziatore del traffico negriero, non rinunciò a possedere schiavi personalmente e trattò con crudeltà sanguinaria vecchi e moribondi.
Fu un uomo gretto e avaro, incapace di elevarsi al di sopra delle preoccupazioni materiali, ossessionato dal pensiero del lucro e del denaro.
La figura e l’opera di Innocenzo XI furono quindi celebrate ed elevate ingiustamente, con argomentazioni false, fuorvianti o parziali. Vennero occultate le prove: l’inventario del testamento di Carlo Odescalchi, le lettere e le ricevute commerciali dell’archivio Odescalchi dal 1650 al 1680, la corrispondenza del segretario di Stato Casoni, i chirografi sugli schiavi citati da Bartolotti, più altre carte di cui segnalo la scomparsa, per lo più inspiegabile nei documenti finali.
Alla fine trionfò dunque la menzogna, e il finanziatore degli eretici fu detto Salvatore della Cristianità. Il commerciante avido divenne un saggio amministratore, e il politico testardo uno statista coerente; la vendetta si travestì da orgoglio, l’avido venne chiamato frugale, l’ignorante si trasformò in uomo semplice, il male prese i panni del bene e quest’ultimo, abbandonato da tutti, si fece terra, polvere, fumo, ombra, nulla.»

(Addendum; pagg. 529-530
 

E comunque è niente rispetto all’immagine pessima, e veritiera, di Gian Pietro Carafa (Paolo IV) che viene dipinta dal collettivo Luther Blisset nelle pagine di “Q” (Einaudi, 2000).
Forse l’errore (e la “colpa”)  più imperdonabile presente nell’opera di Monaldi & Sordi è l’aver osato allegare i documenti storici (e consultabili) che provano il coinvolgimento della famiglia papale degli Odescalchi e dello stesso pontefice in traffici illeciti, di dubbia natura, tra i quali  il commercio di schiavi africani (Archivio di Stato di Roma, Fondo Odescalchi, XXIII A1,c.216; cfr. anche XXXII E 3,8) e l’attestazione di come una parte consistente dell’indegno commercio di carne umana fosse in realtà appaltato a mercanti toscani e genovesi (i Lomellino, i Grillo, i Feroni..) indirettamente legati agli Odescalchi del comasco.
È difficile credere che l’appendice posta alla fine del libro, con la sua copiosa molte di riferimenti accademici e bibliografici, con i suoi estratti di pagamento tratti dai libri mastri dell’epoca, insieme alla ricostruzione dei finaziamenti ricevuti dal protestante Principe d’Orange per mezzo dei bolognesi Bartolotti, trapiantati ad Amsterdam, terrorizzi tanto il Vaticano a tal punto da imbastire una simile azione di boicottaggio. È lecito pensare che la maggior parte dei lettori abbia saltato in blocco la lettura della sezione documentale, che comunque contiene più congetture che prove. Ed è grave che alla confutazione empirica si preferisca l’oblio della censura.

Ammesso poi che di vera censura si tratti.

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8 Risposte to “LIBRI AL ROGO”

  1. […] Per approfondire consulta articolo originale:  LIBRI AL ROGO « […]

  2. a questo punto devo leggere assolutamente quel libro! Subito nella lista dei desideri!

  3. :) Allora temo che dovrai munirti di santa pazienza e procedere all’acquisto on line, tramite la Hoepli.it poiché al momento non mi risultano ci siano altre vie per poter reperire l’opera.
    Comunque, da quanto ho appurato personalmente, il servizio è ottimo ed efficiente; l’edizione in vendita poi è ben rilegata e con carta di primissima qualità. Al limite, l’unica nota dolente potrebbero essere le spese di spedizione, che gonfiano il prezzo di per sé contenuto… Ma parliamo in totale di una trentina di euro: niente di così trascendentale.

  4. Recensione non male

  5. La storia della censura potrebbe essere tutta una montatura per far vendere meglio il libro?
    E allora perché:
    1) il libro dopo un’ottima partenza in Italia, non viene sostenuto e viene anzi praticamente abbandonato dalll’editore, nonostante riscuota immediato, enorme successo all’estero ( e questo già dal 2002, molto prima che si parlasse di censura)
    2) la santificazione di Innocenzo XI, programmata nel 2003, viene bloccata, e al suo posto viene beatificato il suo aiutante Marco D’Aviano
    3) Il prete che aveva sposato gli autori (citato nel romanzo), arciprete a Castel Gandolfo, dopo l’uscita del romanzo viene degradato a semplice prete e mandato ad aiutare i ragazzi di strada nella città di Costanza in Romania. E questo nonostante abbia 70 anni, non sia mai stato all’estero prima di allora e non conosca il rumeno. Come non ricordare che Costanza è l’antica Tomi dove fu esiliato il poeta Ovidio, inviso all’imperatore Augusto.

    E vero che sono stati scritti molti libri molto più feroci di questo nei confronti del Vaticano. Però questo libro si differenzia dagli altri per due motivi:
    1) riporta come notato nell’articolo, le fonti, che sono quindi verificabili.
    2) Esce nel momento sbagliato, ovvero nel 2002, quando il processo di canonizzazione di Innocenzo XI era quasi al termine. Forse qualcuno in Vaticano ha pensato che se si fosse riusciti ad insabbiare tutto velocemente si sarebbero evitati scandali

    Per quanto riguarda le prove e i documenti a suffragio della censura, il sito http://www.attomelani.net è effettivamente stringato.Molto più analitico è invece questo saggio:Simone Berni, il caso Imprimatur, Bibliohaus.

  6. null

    Caro Dario,
    Nessuno meglio dei diretti interessati (Monaldi e Sorti) potrebbe fornire risposte a tuoi interrogativi, che tra l’altro sono gli stessi che vengono posti proprio nel sito creato dai due autori e che si guardano bene dal chiarire…
    E’ vero che Simone Berni ha strutturato una vera e propria inchiesta sul boicottaggio di “Imprimatur”, ma non avendo letto il suo saggio non posso esprimermi in proposito. Pertanto, nel mio piccolissimo, posso abbozzare soltanto delle supposizioni, contestabilissime perché assolutamente soggettive, oltretutto basate su congetture ipotetiche quanto incomplete…
    Tuttavia, dal momento che hai avuto la gentilezza di porre a me le domande, proverò a fornire la mia interpretazione personale, circa i punti da te evidenziati:

    1) La pubblicazione di un libro non è mai un frutto del caso. I fenomeni editoriali sono spesso fenomeni indotti, con concrete lobbying promozionali alle spalle… Di conseguenza, esistono equilibri di potere, che vanno rispettati e soppesati secondo ruoli convenzionati…
    In concreto, la pubblicazione di “Imprimatur” scaturisce dopo una lunga disputa tra Luigi Bernabò e Gian Arturio Ferrari.
    L. Bernabò è il titolare della “Luigi Bernabò & Associates”: una delle più influenti Agenzie letterarie italiane, alla quale gli esordienti Monaldi e Sorti si sono rivolti (stipulando regolare contratto) per la promozione della loro opera. L’agenzia di Bernabò gestisce pacchetti di autori, con la relativa cura di diritti e condizioni di pubblicazione. Nel mondo editoriale sono soggetti in grado di scremare preventivamente l’offerta e di condizionare il mercato delle pubblicazioni, orientando le scelte degli editori.
    G. A. Ferrari è stato fino a qualche mese fa il direttore generale della Mondadori Libri, prima di passare alla direzione del “Centro per il Libro e la Lettura”: neonata creatura collegata al Ministero dei Beni Culturali.
    Per avere una pallida idea di chi sia Ferrari, rimando ad un articolo pescato direttamente dalla fogna del padrone.. parliamo de “Il Giornale” del 04/11/05:

    «Gian Arturo Ferrari è l’uomo più potente dell’editoria italiana e questa posizione gli piace moltissimo. Nei corridoi felpati della Mondadori lo chiamano Il Professore. Letterato e manager, passionale e cinico, colto e smaliziato, dall’alto del suo scranno di direttore divisione libri della Mondadori, dal quale controlla il quaranta per cento del mercato librario italiano (Mondadori, Einaudi, Sperling&Kupfer, Frassinelli, Electa, Piemme), fa il cattivo e non ha paura a smontare uno dopo l’altro i cliché del culturalmente corretto. Ferrari da buon professore dà bacchettate sulle mani a tutti: librai, giornalisti, autori, intellettuali snob
    [articolo integrale QUI]

    Pare che Imprimatur, fortissimamente sponsorizzato da Bernabò in persona, a Ferrari proprio non piaccia e che ne rifiuti la proposta di pubblicazione.
    Bernabò non demorde; scavalca il niet di Ferrari e si rivolge direttamente a Stefano Magagnoli, il “re degli editor”, considerato una specie di mostro sacro all’interno della Mondadori. In tempi recenti, Magagnoli è passato alla Rizzoli, come direttore generale per la sezione di narrativa italiana.
    Messo a fatto compiuto G.A.Ferrari deve cedere e, nolente, accetta la pubblicazione dell’opera di Monaldi e Sorti. Tuttavia, è facile intuire che far girare le palle ad uno come Ferrari non deve essere molto salutare, specialmente se si vuole avere vita facile dentro una casa editrice. C’è da credere che il super-top-manager un po’ se la sia legata al dito…
    Ad ogni modo, “Imprimatur” viene pubblicato nella Collana Mondadori Omnibus (di cui Magagnoli è direttore editoriale), con due ristampe nello stesso anno (2002) e una nuova edizione nel 2003 per gli Oscar Bestseller. Poi, appunto, l’oblio. Un caso di vendetta postuma?
    Ci sarebbe anche da chiarire che tipo di condizioni e di clausole siano state stilate nel contratto originario di pubblicazione, giacché non mi pare che per un autore in genere sia così semplice tornare in possesso dei propri diritti di copyright dopo la cessione.
    Un mega-direttore inkazzato (che però controlla la metà del mercato editoriale italiana e la quasi totalità della distribuzione), diritti d’autore troppo onerosi, eventuali rimostranze ecclesiastiche, potrebbero essere “ottime” ragioni per un’operazione di boicottaggio su vasta scala.

    2) Innocenzio XI degli Odescalchi, nonostante tutto, non è tra i papi peggiori… niente a che vedere coi mostruosi papi rinascimentali (Medici; Borgia…) o con gli incredibili pontefici dell’VIII secolo, legati ai Conti di Tuscolo. Certo non è un buon viatico per la santificazione sapere che l’aspirante presta soldi a strozzo e finanzia una rivoluzione protestante per riavere indietro i quattrini sborsati… Bisogna anche dire che il processo di canonizzazione tiene in pochissimo conto gli aspetti terreni (e relativi comportamenti ‘temporali’), puntando tutto sulle virtù teologali e sulla supposta capacità di compiere prodigi per divina intercessione, con tanto di miracoli riconosciuti e comprovati (sic!).
    D’altronde, nel suo lungo pontificato ultra-reazionario, Giovanni Paolo II ci ha abituato a ben altro e di molto peggio… ad esempio, le beatificazioni squisitamente politiche di Josemaría Escrivá de Balaguer (l’entusiasta franchista fondatore dell’Opus Dei) e di Viktor Stepinac (il cardinale degli ustascia). Senza per questo dimenticare Mastai Ferretti (al secolo Pio IX), l’ultimo Papa-Re.
    Di conseguenza, anche la beatificazione di Marco d’Aviano contiene un preciso messaggio politico:
    è il frate predicatore di Santa Romana Chiesa, che indirizza le scelte dei potenti e consiglia gli imperatori, ammonendoli nel nome dell’unica ortodossia lecita: la preminenza della Chiesa su ogni altro potere.

    3) La rimozione e trasferimento del sacerdote che aveva officiato il matrimonio religioso dei due autori… La rievocazione dell’esilio del poeta Ovidio, ufficialmente condannato per la pubblicazione della sua “Ars Amandi”, ma all’atto pratico condannato al confino per aver sperimentato la suddetta arte con la scollacciata Giulia, figlia dell’imperatore, è affascinante ma fuori luogo..:)
    Dopo di ché, come rappresaglia mi sembra assai improbabile oltre che fuori bersaglio. E poi bisognerebbe sentire cosa ha da dire in merito il fantomatico arciprete.

    In merito alla questione dei documenti, anche se meno compromettenti di quanto sembrino (e questo proprio perché sono verificabili), è invece probabilissimo che la cosa abbia suscitato molto più di qualche fastidio nella curia vaticana. Basti pensare al cardinale Angelo Scola, bilioso patriarca di Venezia, che ancora non ha digerito la pubblicazione de “Il Nome della Rosa” contro cui ha tuonato questa estate dal palco dei talebani di CL…
    Eppure non credo che tali documenti, da soli possano bastare a bloccare la canonizzazione o scandalizzare qualcuno… Figuriamoci! Questo è un paese che è rimasto inerte persino allo stupro dei bambini disabili da parte di ecclesiastici negli istituti religiosi!
    C’è da aggiungere che la canonizzazione dei pontefici avviene molto di rado e richiede tempi lunghi. A tal proposito, uno degli ultimi proclamati santi è papa Ghislieri (Pio V), uno dei pontefici più fanatici e crudeli della Controriforma, persecutore instancabile di eretici, valdesi, protestanti, ebrei…
    Bisogna dire che nella sua furia moralizzatrice, nell’austerità esibita ed intransigente, Pio V presenta moltissime analogie con papa Innocenzio XI.
    Pertanto, non sfugge un certo messaggio, nemmeno tanto occulto… In una Chiesa che si sente sempre più assediata, insofferente alla “minaccia laicista e relativista”, spira uno strano vento di crociata… una nuova guerra santa che ha bisogno dei suoi simboli di battaglia:

    Pio V, il papa della Lega Santa contro la minaccia ottomana (islamica) e della vittoriosa Battaglia di Lepanto (1571)
    Innocenzo XI, il pontefice della vittoriosa battaglia di Vienna contro l’invasore ottomano (islamico).

    Il corollario ideale, due facce della stessa medaglia, per una Chiesa orientata su posizioni sempre più tradizionaliste in un mondo che si struttura in “assoluti”, alla quale si contrappone una fazione minoritaria ma combattiva di progressisti (e uso un termine improprio), nel caos di alleanze variabili…
    “Imprimatur” giunge (ma non condiziona) nel bel mezzo di uno scontro di potere tutto interno alle gerarchie vaticane, il cui esito definirà l’identità stessa della Chiesa dei prossimi decenni.

  7. Vittorio SIlvestri Says:

    Anche “IL VIOLINO DI GALILEO” di Roberto Villa è stato boicottato dalle case editrici per i suoi contenuti crudi contro la Chiesa cattolica ed i metodi barbari dell’Inquisizione: dopo un primo approccio con una delle grandi case italiane, tutto è stato chiuso in fretta adducendo scuse poco plausibili.
    Ora lo trovate solo su Amazon in formato e-book.
    LEGGETELO È ILLUMINANTE
    http://www.amazon.it/Il-Violino-di-Galileo-ebook/dp/B0072G3142

  8. Valentina Says:

    Si, è proprio vero, ho letto anche io sia IMPRIMATUR sia Il VIOLINO DI GALILEO: certi libri non si vuole proprio che vengano pubblicati. Se però i lettori li cercano e fanno passaparola, si riesce a scavalcare il boicottaggio!! :)

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