EXCURSUS

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , on 23 giugno 2018 by Sendivogius

Quando la “Sinistra”, esaurita ogni spinta propositiva, sembra non avere più niente da dire e si riduce a citare i tweet papali, invece di attingere al proprio patrimonio culturale, in un impasto melenso di pietismi mediatici (che spesso tracimano nel piagnonismo retorico) su fermentazione saccarotica nelle pozze del politicamente corretto, (non meno insopportabile dei luoghi comuni e dei cliché che alimentano le ‘certezze’ delle destre populiste e sempre più apertamente fascistoidi), allora bisogna volgere lo sguardo anche a “Destra”, considerata nella sua componente più eterodossa ed intellettuale (da Marco Tarchi ad Alain de Benoist) che forse, per contiguità ideologica e per capacità sincretica, è meglio attrezzata nell’interpretare l’esprit du temps che condiziona la psicologia della folla (il sedicente “popolo”), in attesa che si diradino i fumi tossici della grande sbornia sovranista, nell’evidenza delle cause alla sua origine e nella diversità delle prospettive, in assenza di soluzioni facili.
Quella che vi proponiamo è un intervista ad Alain de Benoist, riportata nell’opera di Alessio Mannino (“Mare monstrum”). La tesi dell’Autore (Alessio Mannino) è semplice: introietta la critica marxiana (ma non marxista) al Capitale, facendola propria e reinterpretandola in chiave “comunitarista” (un tempo si chiamava così), per approdare ad una sintesi squisitamente di destra e quanto mai contigua al pensiero della nouvelle droite (con relative suggestioni nietzschiane), nella sua componente anti-imperialista e nel superamento dicotomico tra destra/sinistra (salvo scegliere implicitamente la prima), per un’analisi solo in apparenza trasversale.
L’intervista a Benoist però qualche spunto può offrirlo, lontana da ogni idealizzazione (o demonizzazione) del fenomeno migratorio, per un ritorno alle opinioni (il fatto che noi si possa condividerle o meno è in questo caso del tutto irrilevante) che non siano solo strumenti funzionali alla propaganda 2.0 in tempi di post-democrazia.

«L’immigrazione non è un fenomeno nuovo, ma qualcosa che è sempre esistito.
[…] Parlare di immigrazione in sé non ha quindi molto senso, a meno che non si conosca chi è che emigra, verso quale paese e qual’è il volume di questa immigrazione. Un milione di cinesi negli Stati Uniti rappresentano una simpatica comunità asiatica; se invece saranno 600 milioni di cinesi a trasferirsi oltre Atlantico, gli americani potranno dire di non abitare più in America, ma in Cina!
L’immigrazione che si riversa oggigiorno nei Paesi europei è caratterizzata dal fatto di essere allo stesso tempo sia incredibilmente veloce, sia estremamente massiva e di concernere popolazioni le cui personalità etnoculturali, come anche i costumi stessi, si distinguono profondamente da quelle delle popolazioni che le accolgono.
[…] L’immigrazione massiva, le cui motivazioni sono prevalentemente economiche, è uno sradicamento irriducibile. Che questo sradicamento prenda le forme di un’autodeportazione non cambia nulla alla questione. Eppure, il desiderio di “rifarsi una vita in Europa” (desiderio che spesso sfocia in una profonda disillusione), non spiega ogni cosa. L’immigrazione cui oggi assistiamo è indissociabile in primo luogo dalla globalizzazione, che privilegia a tal punto la nozione di “mobilità” da esaltare in permanenza la figura del nomade rispetto a quella del sedentario, e in secondo luogo da un clima ideologico globale, che tende alla delegittimazione del radicamento, del desiderio di vivere all’interno di un quadro familiare, in cui le persone possono riferirsi a un modo di vita specifico e a dei valori condivisi. Sono tre le scuole di pensiero, molto diverse tra loro, che concorrono a mantenere questo clima: innanzitutto vi sono le Chiese cristiane, che si prodigano per spirito di carità a considerare lo straniero come “fratello”; poi quella frazione della sinistra progressista che pone l’uomo come “cittadino del mondo” (dimenticando che si può essere cittadini solo di un’entità politica e che il “mondo” non ne ha una sola); infine gli ambienti aderenti al capitalismo liberale, che sono favorevoli all’eliminazione delle frontiere in quanto limitano l’espansione planetaria del mercato, e utilizzano gli immigrati come strumenti che permettono di esercitare una pressione al ribasso sui salari dei lavoratori dei Paesi di accoglienza.[…] È innegabile il fatto che attualmente nella maggior parte dei Paesi europei si sia sviluppato un razzismo popolare, la cui causa principale risiede nell’immigrazione massiva e ancor di più nelle patologie sociali che ne risultano. Sto pensando, in particolare, all’aumento della criminalità e all’aggravarsi dell’insicurezza, al crollo della qualità scolastica, alle innumerevoli “inciviltà” che sono la trama quotidiana dei fatti di cronaca. Questo razzismo non ha nulla di ideologico, è puramente sociologico (è il frutto non di una teoria o di una convinzione argomentata, ma di un’attitudine reattiva e spontanea). È diffuso soprattutto nelle classi popolari, che sono le prime a soffrire delle patologie sociali generate dall’immigrazione. Ciò spiega anche perché le classi popolari, le quali in passato votavano a sinistra o per l’estrema sinistra, riversano il voto sui partiti populisti che sono all’oggi in pieno sviluppo.
Posso comprendere intellettualmente queste reazioni, ma non le approvo in alcun modo. Non è attraverso il razzismo, né con la xenofobia che verrà risolto il problema dell’immigrazione, ma con un’analisi ragionevole di quello che è concretamente possibile fare per risolvere le difficoltà, o anche le impossibilità, delle coabitazioni attuali. Se non ci si riuscirà, assisteremo all’aumento di fantasmi micidiali, che portano al nulla

Alessio Mannino
“Mare Monstrum: Immigrazione: Bugie e Tabù”
Arianna Editrice
(Bologna, 2014)

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Lo Stato Nuovo

Posted in Masters of Universe, Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 6 giugno 2018 by Sendivogius

Lo Stato riprende i suoi diritti, e il suo prestigio, come interprete unico e supremo delle necessità della società nazionale. Il popolo è il corpo dello Stato e lo Stato è Io spirito del popolo. Nel concetto fascista il popolo è Stato e lo Stato è popolo.”

(Discorso pronunciato dal Duce alla Seconda Assemblea Quinquennale del Regime – Roma, 18 Marzo 1934)

Che un Presidente del Consiglio, abusando delle sue prerogative, usi il potere esecutivo come un grimaldello, per accentrare sul governo ogni altra funzione e scardinare il Parlamento, la scatoletta di tonno da aprire e presumibilmente papparsi (e cosa resta poi se non una scatola vuota?!?), non sarebbe certo una novità.
Tuttavia, che un premier appena designato, nel giorno stesso del suo insediamento davanti alle Camere, rivolga minacce larvate ai parlamentari che osano interrompere l’annunciazione del Bengodi venturo, Lui che eletto non è (e che deve la sua nomina ai casting della Casaleggio Associati), è una cosa che in Italia non s’era più vista almeno dai tempi del “Discorso del bivacco” di Benito Mussolini.
Come suo primo esordio al Senato, l’avvocato nonché amico del popolo (l’ultimo prima di lui era finito accoltellato in una tinozza, corroso dalla rogna) preannuncia la nuova concezione della Giustizia riformata a cinque stelle, basata sulla delazione e l’utilizzo massiccio di agenti provocatori (una via di mezzo tra Stalin e la Santa Inquisizione).

Allo scopo, individua nel “conflitto di interessi” il generalissimo concetto sul quale fondare la propria azione inquisitoria, per una definizione talmente vaga da essere onnicomprensiva nella certezza della punizione, attraverso il castigo dei peccatori che non aderiscono al Sacro Verbo…

Rafforzeremo la normativa attuale in modo da estendere le ipotesi di conflitto, fino a ricomprendervi qualsiasi utilità, anche indiretta, che l’agente possa ricavare dalla propria posizione o dalla propria iniziativa. Occorre rafforzare inoltre le garanzie e i presidi utili a prevenire l’insorgenza di potenziali conflitti di interessi“.
(Giuseppe Conte. 05/06/2018)

Ma è rivolgendosi alla Camera dei Deputati che l’onorevole presidente del consiglio, non eletto, e decisamente poco avvezzo alla dialettica parlamentare, supera se stesso:

“Anche i vostri tentativi di interrompermi dimostrano che ognuno ha i suoi conflitti”
(06/06/18)

Per la proprietà transitiva del sillogismo, ne consegue che i parlamentari (e senatori) di minoranza sono tutti colpevoli fino a prova contraria, in quanto apportatori di un peccato originale, estensibile a discrezione del premier (e della maggioranza), e potenzialmente perseguibili su un’ipotesi di reato indefinita.
Graziosamente, l’aspirante Re Travicello in balia dei suoi due ingombranti dioscuri per il momento ha concesso di “rispettare le opinioni dissenzienti e contrarie” che si leveranno dagli scranni di quella che Giggino ‘O Sarracino ha definito la “cosiddetta opposizione”. Così parlò Di Maio, che evidentemente di opposizione ne ha in mente una tutta sua, ora che si è autoproclamato “Stato” (dal Re Sole al re sòla), imbalsamato nella paresi facciale del suo eterno sorriso da pupazzo animato.
È solo un piccolo assaggio in fieri di quello che Danilo Toninelli, più ispirato del solito, ha definito “stato etico”; ovvero, secondo Giovanni Gentile, la forma più compiuta e riuscita dello Stato fascista.

«Lo Stato fascista è Stato popolare; ed in tal senso Stato democratico per eccellenza. Il rapporto tra lo Stato e non questo o quel cittadino, ma ogni cittadino che abbia diritto di dirsi tale, è così intimo che lo Stato esiste in quanto e per quanto lo fa esistere il cittadino

Giovanni Gentile
“Che cosa è il fascismo”
Vallecchi Editore
Firenze, 1925

Ora, qui siamo ben oltre la farsa che segue alla tragedia: paragonare al fascismo un falsificatore curriculare pescato dal cilindro magico della Casaleggio Associati (giusto a proposito di conflitto di interessi)… un Rocco-Tarocco coi capelli laccati col lucido da scarpe, che si perde i fogli durante il discorso di insediamento, e non si ricorda manco il nome di Piersanti Mattarella (quando si dice senso delle Istituzioni)… ed il cui governo probabilmente non arriverà a Dicembre… conferirebbe uno spessore drammatico che il Governo Conte certamente non ha, essendo nient’altro se non l’ennesima parentesi comica che questo Paese ogni tanto si concede, tra una crisi e l’altra, con troppa leggerezza, affidandosi fideisticamente ad imbarazzanti pagliacci senza altro requisito se non la loro garrula inconsistenza.
Figuriamoci un Danilo Toninelli che si fa i selfie per far vedere ai suoi followers quanto è concentrato!
O un Luigi Di Maio che sembra la parodia ignorante di Dentone
O Roberto Fico che assomiglia al gemello elegante di Manuel Fantoni
Per non parlare del “Mussolini di ghisa” ed i suoi camerati in camicia verde: quello che da secessionista per l’indipendenza della padania s’è reinventato sovranista. Ed in qualità di vicepremier (!) nel bel mezzo della presentazione del programma di governo scappa via, perché ha l’ennesimo comizio da fare.
È la “rivoluzione” ai tempi del “governo del cambiamento”, per un’altra bella infornata di nuovo che avanza.

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(111) Cazzata o Stronzata?

Posted in Zì Baldone with tags , , , , , , , on 3 giugno 2018 by Sendivogius

Classifica MAGGIO 2018”

Con somma linearità e coerenza, nasce finalmente il “governo del cambiamento”, all’insegna della meritocrazia e la competenza, per una nuova stagione compiutamente “rivoluzionaria”, contro la spersonalizzazione della ‘politica’ rimessa ai tecnicismi di grigi burocrati di estrazione accademica. 
Per questo come premier incaricato è stato scelto un oscuro professore di provincia, col curriculum imbellettato per fare impressione, ed una mezza dozzina di figure “tecniche” a far da contorno. In aggiunta, abbiamo un ministro del lavoro e delle politiche sociali che non ha alcuna esperienza lavorativa di rilievo, o qualsivoglia competenza professionale, né formazione specifica. E quindi è chiamato ad indirizzare anche lo “sviluppo economico”, viste le eccezionali abilità che ne contraddistinguono l’eccelso profilo amministrativo.
Soprattutto, per un’alleanza organica di governo, è stato scelto il partito più vecchio dell’intero arco istituzionale ed oramai in circolazione da almeno venti anni, avendo partecipato a pieno titolo a tutti gli esecutivi presieduti dal Pornonano di Arcore, contribuendo peraltro a stendere e votare tutte le cosiddette “leggi vergogna”, che tanta riprovazione suscitavano nei paladini dell’onestà, assai più urlata che praticata. Sono quelli che: “mai al governo con la Lega e con i partiti responsabili della distruzione dell’Italia”… Insomma, un concentrato di fideismo messianico, presunzione sconfinata, esagerazioni hebertiste e retorica populista ai massimi livelli, sovranismo identitario (con ben più di qualche venatura nazistoide), insieme ad una abbondante spruzzata di omofobia, reazione sanfedista e pulsioni razziste, a dare una bella pennellata di marrone in più.
La “Terza Repubblica” è appena cominciata e già rischia di fare più schifo delle due che l’hanno preceduta. Era difficile.

Hit Parade del mese:

01. CERTEZZE

[31 Mag.] «Noi come M5s siamo totalmente convinti si debba portare avanti l’impeachment e obbligheremo il Parlamento a discutere di quanto successo. Se la Lega non fa passi indietro qui parliamo di una certezza assoluta.»
  (Luigi Di Maio, il Costituzionalista)

02. DEMOCRAZIA MA ANCHE NO

[06 Mag.] «Quando una forza politica come la nostra che crede nella teoria della democrazia diretta condivide alcune regole della democrazia rappresentativa e riceve solo il due di picche, il rischio è che una forza politica come la nostra cominci ad allontanarsi dalla democrazia rappresentativa. Io non minaccio nulla, ma c’è il rischio di azioni non democratiche…..
Se la democrazia rappresentativa fallisce, allora dovremo inventarci qualche altra cosa.»
  (Luidi Di Maio, il Democratico)

03. LINEA LINERARE

[10 Mag.] «Si sono create le condizioni per cominciare a lavorare a un governo del cambiamento M5s-Lega. Sono molto orgoglioso che siamo arrivati fin qui mantenendo la nostra linearità e la nostra coerenza e portando avanti in maniera lineare la nostra linea politica»
  (Luigi Di Maio, il Lineare)

04. L’ORA PIÙ LUNGA

[29 Mag.] «Il nostro Churchill ce l’abbiamo, si chiama Gentiloni. Ma abbiamo bisogno di tante persone che arrivino in aiuto del Pd con le loro barchette, come a Dunkerque.»
  (Carlo Calenda, il Barcaiolo)

05. IO SONO CONTRATTO (I)

[18 Mag.] «Nel contratto c’è davvero tanto di noi, come gli strumenti di democrazia diretta e reddito di cittadinanza. È una rivoluzione anche di metodo di cui dobbiamo andare orgogliosi: per la prima volta i temi sono stati messi prima dei nomi.»
(Danilo Toninelli, il Concentrato)

06. IO SONO CONTRATTO (II)

[18 Mag.] «Abbiamo definito le basi per un Governo coraggioso, legittimato dal popolo: il voto sul contratto sarà la nostra forza per le sfide che ci attendono. Ora possiamo far valere gli interessi dei cittadini. È un momento storico: saremo tutti parte del cambiamento.»
  (Riccardo Fraccaro, il Basilare)

07. IO SONO CONTRATTO (III)

[18 Mag.] «Online i risultati della votazione! Più del 94% degli iscritti al M5S dice sì al Contratto per il Governo del Cambiamento.»
  (Luigi Di Maio, il Bulgaro)

08. CORSI E RICORSI

[23 Mag.] «È un momento storico: i cittadini entrano nelle istituzioni. Conte sarà un premier politico che, con fermezza e onestà, guiderà il Governo del Cambiamento tra M5S e Lega sostenuto da 17 milioni di italiani. Il popolo avrà il suo avvocato difensore. È un nuovo inizio!»
  (Riccardo Fraccaro, l’Iniziato)

09. VALORIZZAZIONI

[01 Mag.] «In Friuli Venezia-Giulia abbiamo perso probabilmente anche perché, non ricandidandomi, non ho potuto valorizzare la bontà del lavoro fatto.»
  (Debora Serrachiani, l’Assente)

10. ESPRIT DEMOCRATIQUE

[23 Mag.] «Poveretto [Sergio Mattarella n.d.r.], quanto lo capisco, e per questo mi permetto di dargli un consiglio. Vada a rileggere le vicende della Bastiglia, ma quelle successive alla presa. Quando il Popolo di Parigi assaltò e distrusse quel gran palazzone. Rimasero cumuli di macerie che, vendute successivamente, arricchirono un mastro di provincia. Ecco, se il popolo incazzato dovesse assaltare il Quirinale, altro che mattoni. Arricchirebbe di democrazia questo povero paese e ridarebbe fiato alle finanze stremate. Forza, mister Allegria, fai il tuo dovere e NON AVRAI ALTRE SECCATURE.»
  (Vittorio Di Battista, Fascista)

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Fear of the Dark

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 maggio 2018 by Sendivogius

Cosa NON fare per contrastare il “populismo sovranista” ed il “neo-nazionalismo” primatista?!?
Be’… per esempio, sintetizzando in maniera volutamente semplicistica ed un pochino brutale (nicchiamo allo spirito dei mala tempora): fregarsene del risultato elettorale e ‘nominare’ l’ennesimo “governo tecnico” pescato dal cilindro presidenziale, eletto da nessuno, meglio se infarcito con banchieri di estrazione fondomonetarista, e sostenuto unicamente da quei partiti (di minoranza) che le elezioni le hanno perse.

«Comunque vadano le elezioni, è già pronto un nuovo Governissimo di salvezza nazionale.
Un altro esecutivo formato da tecnici che nessuno ha votato, sostenuto da partiti che hanno perso le elezioni, e presieduto da una personalità istituzionale che sta sul cazzo anche alla sua famiglia.
Come ha detto Mario Draghi, in Italia c’è ancora il pilota automatico.
Tutto rimane uguale affinché tutto rimanga uguale.
Chiamarli gattopardi però sarebbe un complimento, il gattopardo è un nobile felino, questi sono bacherozzi. Frutto d’un incrocio genetico fra la blatta e il camaleonte. Blattopardi

Alessandra Daniele
(04/02/2018)

Poi, giusto per rasserenare gli animi, conviene alimentare l’impressione di farsi dettare l’agenda politica dalle sempre disinteressate agenzie del rating internazionale e dagli eurotecnocrati di Strasburgo; meglio se facendosi trattare alla stregua di una colonia a libertà vigilata e sovranità limitata, al traino di una UE germanizzata e pronta a scatenare i suoi gauleiter contro i sudditi riottosi al nuovo Ordnung teutonico, nei Reichsgaue ribelli alla periferia dell’Impero.
Altra cosa da NON fare, perché la cosa comporta delle conseguenze, è lasciar intendere (magari per deficit di comunicazione e distorsione del messaggio) che questi possano sovrapporsi e sostituirsi alle Istituzioni democratiche, per un trasferimento della sovranità nazionale dal “popolo” ai “mercati”, assurti a nuovo organo costituzionale non riconosciuto ma esplicitamente vincolante. Peraltro senza che si intraveda, almeno per compensazione, alcuna contropartita tangibile che non sia la pedagogia dell’austerità e della punizione; almeno finché gli italiani non impareranno a votare come si deve. Meglio ancora: insistere sulla retorica dei “compiti a casa” e delle cicale latine, mantenute a sbafo dalla generosa Germania, che pagherebbe le gozzoviglie di un popolo antropologicamente votato al parassitismo per congenita propensione (razziale?). E per questo da rieducare, o tenere comunque sotto sorveglianza.
Nel dubbio, c’è sempre l’immancabile intervento (non richiesto) del solito tecnoburocrate tedesco, fondamentale come un ascesso perianale e tempestivo come una perdita radioattiva, a stroncare ogni corrispondenza residua per una Unione europea, che oramai suscita nella maggioranza degli italiani la simpatia di una raspa nel culo. L’ultimo di una serie diventata troppo lunga per essere ancora tollerata è il contributo del supercommissario ai bilanci (e di passaggio alle “risorse umane”), Günther Oettinger, che certo ha migliorato di molto la percezione diffusa che dell’Europa ormai si ha, insieme al profilo segaligno di questi arcigni maestrini del Rigore (in casa altrui) che conferiscono all’intera confezione un tocco quasi lombrosiano.
Ma prima c’era già stato l’articoletto su Der Spiegel, firmato dal solito Jan Fleischhauer, a stemperare le tensioni e dissipare la folata populista, in un concentrato di stereotipi e luoghi comuni estesi a tutti gli italiani indistintamente, che nemmeno nei cessi dei peggiori autogrill..!
Dalle parti della Deutschland che si crede über Alles, i nostri aspiranti castigatori sono un po’ così… o fanno la faccia cattiva da kapò, o (tagliati gli orripilanti baffoni Anni ’70) hanno il profilo sbarazzino, e pure un po’ da frocetto, del provocatore che si crede anche fighetto. Perché quanno ce vo’, ce vo’!
Se questo è il panorama “internazionale”, altro errore da non fare è cassare la scelta di un potenziale ministro, non in virtù del suo curriculum e dei suoi trascorsi personali, ma in merito alle sue idee in ambito squisitamente economico, in un processo alle intenzioni su base suppositiva. Come se le sue opinioni (accademiche) possano essere oggetto di veto preventivo, prima ancora che oggettivo su riscontro concreto. E’ vero che il Presidente Sergio Mattarella esercita i suoi poteri in osservanza dell’Art. 92 della Costituzione (“Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri”). E solo un imbecille come Giggino O’ Sarracino, imbalsamato nel suo eterno sorriso di plastica, poteva immaginare di sollevare una questione di “alto tradimento”, riguardo all’esercizio di una prerogativa assolutamente legittima.

Ma è anche vero che il Presidente della Repubblica dovrebbe tenere a sua volta presente l’assunto fondamentale contenuto nell’Art.1 (“la sovranità appartiene al popolo”), limitando l’esercizio del diritto di veto nel caso vengano meno i presupposti contenuti nell’Art.54 della Costituzione, nel rispetto della volontà dell’elettorato, espressa in libere elezioni:

Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.”

Ed evitare così di cadere, per una scelta opinabile, nel trappolone abilmente orchestrato da un Matteo Salvini, per meri interessi di bottega elettorale… Non per niente, se il Presidente voleva tutelare gli interessi dei risparmiatori italiani, stando all’andamento dello spread, sembra aver finora ottenuto l’effetto contrario…

«In questa partita Di Maio si stava giocando tutto, Salvini no. Il leader leghista era in posizione win-win: vincente se partiva il governo con il ministro da lui voluto, vincente se si fosse arrivati alla rottura, perché pronto a fare bingo andando al voto. E infatti stasera, a Spoleto, in maniche di camicia e molto più rilassato del suo socio, Salvini era capace perfino di fare ironia, “potevano dircelo prima che non potevamo governare almeno non stavamo a far notte sul programma”.
E così si arrivati al crac, alla rottura. Non è servito il rassicurante comunicato domenicale dello stesso Savona, non è servito il bassissimo profilo tenuto dal premier incaricato Giuseppe Conte finito per sbaglio o vanità in un gioco molto più grande di lui.
Nella sua ricostruzione alla Sala della Vetrata, Mattarella è partito quasi con una excusatio non petita, sostenendo di avere fatto di tutto per lasciare che Lega e M5S arrivassero al loro governo, di avere aspettato i loro tempi, il loro “contratto”, le loro votazioni on line e ai gazebo, di avere anche superato “le perplessità per un premier non eletto” (frecciata pesante verso chi di questo slogan aveva fatto una bandiera), infine di avere accettato tutti i ministri proposti da Conte – cioè dai suoi azionisti. Tutti tranne uno.
Eccolo qui, l’ostacolo insormontabile, un signore ottuagenario dal curriculum senza fine e senza zone oscure, che però pensandosi fuori dai giochi da qualche anno aveva deciso di togliersi i sassolini dalle scarpe sull’euro, sulla sua architettura sbilenca, sul dominio tedesco, sulla necessità di rinegoziare molte cose comprese alcune di quelle che l’ortodossia di Bruxelles e Berlino considera non negoziabili, non oggetto di mediazioni.
E viene a mente un altro caso, un caso di tre anni fa probabilmente molto presente nell’animo di di Mattarella, da giorni. Il caso di Yanis Varoufakis, certo uomo di altra estrazione politica rispetto al governo gialloverde, eppure di idee così simili a Savona per quanto riguarda il giudizio su quest’Europa e sulla sua moneta, e quindi (come Savona) inaccettabile per Bruxelles e Berlino, che l’osteggiarono fino a chiudere i rubinetti dei bancomat a un intero Paese – e a ottenerne la testa.
No, Mattarella non è uomo della Troika, dei mercati, dei poteri forti europei, di Berlino e delle banche. Ma è cosciente che quei poteri esistono e soprattutto che sono capaci di mettere in ginocchio un Paese. Perché questa è la realtà, al momento. Una realtà atroce – e già in Grecia si era visto quanto violenta era stata l’imposizione su un governo eletto dal popolo, su un referendum in cui aveva votato il popolo. Ma una realtà fatta di condizioni oggettive.
Così l’Italia sta vivendo la questione fondamentale del presente, l’esternalizzazione del potere dalle democrazie nazionali ai vincoli economici internazionali.
Una questione in cui Di Maio e Salvini (piacciano o facciano orrore) hanno le loro fondate ragioni: abbiamo votato, si faccia come vogliono i cittadini; eppure le ragioni le ha anche Mattarella, non solo nell’esercizio delle indiscutibili prerogative che la Costituzione gli assegna ma anche nel merito, nel contenuto: no, oggi non si può fare come vogliono i partiti scelti dai cittadini perché se lo si fa andiamo tutti incontro a un massacro, com’è avvenuto in Grecia, e io come presidente ho appunto le prerogative costituzionali per provare a evitarlo.
Quello che oggi in Italia è uno scontro istituzionale – purtroppo – rivela quindi la contraddizione più bruciante del nostro tempo, cioè la convivenza che si fa talvolta impossibile tra democrazie e libero mercato, dopo un secolo in cui si era pensato che solo nel libero mercato fiorissero le democrazie. E invece non è più così, non c’è più coincidenza tra i due sistemi, se mai c’è stata. Oggi le democrazie sono rinchiuse all’interno di Stati che non hanno più autonomia di scelta, che per garantire i risparmi dei cittadini devono rinunciare a se stessi.
A questa trappola epocale la reazione diffusa non può che essere il sovranismo, il neonazionalismo. E lo sarà o finché il capitalismo per paura inizierà a trattare o finché la democrazia non diventerà sovranazionale

Alessandro Giglioli
“La trappola della democrazia nel mercato”
(27/05/2018)

Il bel risultato è la più grave crisi politica di tutta la storia repubblicana, per uno scontro istituzionale senza precedenti, che prefigura scenari da Repubblica di Weimar.
Sempre che votare serva ancora a qualcosa…

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Ma facitece ‘o piacere!

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , on 24 maggio 2018 by Sendivogius

Ma davvero un placido vecchietto come l’ottuagenario Paolo Savona, economista liberale di lungo corso e comprovata esperienza, peraltro totalmente organico a quell’establishment finanziario e manageriale di cui ha fatto parte per una vita, e che ora si vorrebbe dipingere come sovversivo no-euro, sarebbe la minaccia in grado di destabilizzare la tenuta valutaria e la stabilità dei fantomatici “mercati”, ai quali tutto è supino prima ancora che subordinato?!?

«Parte importante dei problemi che ha incontrato e incontra l’Italia riguarda i modi in cui l’Unione europea è stata costruita e opera, ossia le strutture istituzionali e la politica economica decise nel 1992 con il Trattato di Maastricht e le successive scelte.
[…] Il mancato perseguimento degli obiettivi conduce a uno stato permanente di tensione all’interno dell’Europa per le ingiustizie che implica: i cittadini non sono tutti uguali nei diritti, ma solo nei doveri. L’esprit d’Europe si attenua e vengono meno le componenti sociali della pace, la vera forza che ha trainato all’inizio l’idea di Europa. I motivi di questa situazione sono due: l’unione non era ancora maturata nella coscienza dei popoli europei finendo con il peggiorarla per le cattive performance registrate nei momenti di crisi e perché le istituzioni create confliggevano con gli obiettivi. La scelta fu decisa da un’élite che procedette illudendo il popolo con le promesse contenute nell’articolo 3 riportato. Per l’euro, invece, la volontà delle élite divergeva e fu necessario un compromesso che assegnò compiti limitati all’eurosistema e condusse a una sua nascita prematura rispetto all’indispensabile unione politica. Le preoccupazioni erano dovute al fatto che l’assegnazione di poteri più ampi alla Banca centrale europea non avrebbe garantito un’inflazione contenuta e poteva condurre a una mutualizzazione dei debiti pubblici, entrambi aspetti che la Germania non intendeva accettare. Fu un atto di debolezza dovuto alla fretta.
[…] L’Italia era impreparata nel 1992 ed è ancor più impreparata oggi, per le difficoltà che si sono accumulate e perché ha capito con quali compagni di strada si è messa. Non accuso la sola dirigenza italiana della scelta errata, ma anche quella europea, che era ben conscia, anche spingendosi oltre la realtà fattuale, che l’Italia non fosse preparata per stare nella moneta unica così come era stata concepita. Nella riunione del 24 marzo 1997, tenutasi a Francoforte, l’Italia era fuori dall’euro, nonostante Ciampi, ministro del Tesoro del governo Prodi, avesse varato il 30 dicembre precedente una manovra fiscale di 4.300 miliardi di lire, imponendo quella che è ricordata come “eurotassa” per rientrare nei parametri fiscali concordati. L’Italia aveva chiesto inutilmente di prorogare l’avvio dell’euro, ma la Germania si oppose. Un anno dopo, il 28 marzo, l’Italia venne accettata nel gruppo di testa dei Paesi aderenti all’euro. Non si conosce che cosa sia esattamente successo nel corso di quell’anno; forse ha contato l’impegno della diplomazia monetaria, dove la Banca d’Italia svolgeva un ruolo importante, o forse il fatto che, fatti bene i calcoli, i Paesi-membri hanno compreso che, tenendoci fuori, avrebbero patito la nostra concorrenza sul cambio e, accettandoci, avrebbero bardato il nostro sviluppo. Ora la nuova sovranità da espugnare è quella fiscale con le stesse modalità che hanno ispirato la cessione della sovranità monetaria, ossia secondo una visione di parte, pregiudiziale, del suo funzionamento, accompagnata dalla solita dichiarazione che servirebbe a migliorare il benessere generale. Essa non sarebbe un passo verso un’unione dove i cittadini godono degli stessi diritti ma per consentire una buona performance dell’euro e del mercato unico che causa una divisione tra essi. L’uomo al servizio delle istituzioni e non viceversa, una concezione sovietica dietro il paravento della liberaldemocrazia. Semmai si decidesse di farlo – e i gruppi dirigenti italiani, la stessa cultura accademica prevalente sono pronti ad accettarlo – si rafforzerebbero ancor più le forme di coordinamento obbligatorio, di tipo burocratico, diminuendo quello spontaneo garantito dal mercato unico creato con gli Accordi di Roma del 1957. Il problema dell’Ue non è l’autonomia delle sovranità fiscali nazionali, peraltro già vincolate dai parametri di Maastricht e rafforzate con il fiscal compact, ma l’assenza di un’unione politica in una delle forme conosciute di Stato. Spiace doverlo evidenziare, ma, cavalcando l’ideale elevato di porre fine alle guerre tra Paesi europei, non potendo procedere per via politica, i gruppi dirigenti hanno deciso di seguire una soluzione dove i principi democratici non hanno accoglienza. La conseguenza di questa scelta ha i contenuti di un fascismo senza dittatura e, in economia, di un nazismo senza militarismo.
[…] I gruppi dirigenti apprezzano l’inversione dei rapporti di forza favorevole che l’Ue stabilisce tra loro e il popolo, in particolare i lavoratori, con i media che esaltano quasi quotidianamente “le magnifiche e progressive sorti” dell’Unione europea per il Paese, anche se esse non emergono dalla realtà. L’enigma (peraltro di facile soluzione) è a quale parte del Paese si riferiscono? Purtroppo la risposta è quella parte che già sta bene e sa difendersi, essendo in larga maggioranza. Siamo tornati indietro di secoli nelle conquiste raggiunte nella convivenza civile democratica. Poiché una politica monetaria comune non si adatta a tutte le esigenze o condizioni di fatto dei Paesi che aderiscono alla moneta unica, l’aggiustamento dovrebbe essere attuato con adeguate politiche fiscali, le quali, come si è ricordato, sono restate nelle mani dei singoli Paesi, ma sono vincolate da limiti ben precisi posti ai deficit del bilancio pubblico e al livello del debito sovrano sul Pil. Soprattutto per i Paesi, come l’Italia, che fin dall’inizio avevano una posizione squilibrata rispetto a questi due parametri fiscali (oltre il 7% nel deficit di bilancio e oltre il 100% nel rapporto debito pubblico/Pil), gli spazi per queste politiche sono di fatto attribuiti in modo asimmetrico, positivi per chi rientra nei parametri concordati, negativi per gli altri. L’ingiustizia è innata negli accordi.
[…] Non c’è verso di convincere i leader dell’Unione europea di seguire il principio di Franklin Delano Roosevelt che se qualcosa non funziona, si cambia. Ma il cambiamento richiede preparazione scientifica, fantasia creatrice e coraggio per intraprenderlo. Nell’Ue le forze della conservazione prevalgono. La storia economica brevemente percorsa suggerisce che è necessario mutare le politiche riguardanti gli investimenti, soprattutto pubblici, e la tutela del risparmio operando sui tassi dell’interesse e sul rischio, nonché il funzionamento del sistema monetario internazionale ed europeo, affrontando con adeguate politiche i divari di produttività tra aree geografiche, settori produttivi e dimensioni di impresa. Se non lo fa, la società prima o dopo si vendicherà, seguendo i movimenti di protesta non perché siano preparati ad affrontare il problema, ma solo perché insoddisfatti delle politiche seguite dai partiti tradizionali.
[…] Non ho mai chiesto di uscire dall’euro, ma di essere preparati a farlo se, per una qualsiasi ragione, fossimo costretti volenti o nolenti (il piano B da me invocato). Ritengo che uscire dall’euro comporti difficoltà altrettanto gravi di quelle che abbiamo sperimentato e sperimenteremo per restare. Il problema consiste nel fatto che non abbiamo né piano A, né B. Il piano A dell’Italia è quello della Ue con le conseguenze indicate. Ho il timore che il piano B sia quello di consegnare la sovranità fiscale alla “triade” (Fmi-Bce-Commissione) se le cose peggiorano, infilandoci nella soluzione greca. Il Paese è in un vicolo cieco. Le autorità hanno il dovere di approntare e attuare due diversi piani, quello necessario per restare nell’Ue e nell’euro, e quello per uscire se gli accordi non cambiano e i danni crescono. Invece si insiste nella loro inutilità essendo l’euro irreversibile e si è disposti a pagare qualsiasi costo pur di stare nell’eurosistema. La prima dichiarazione viene fatta a voce alta, la seconda raramente, ma viene comunque pensata dagli ideologi dell’Ue e dell’euro, ben sapendo che questo costo non verrebbe pagato da loro, ma da una minoranza, sia pure di dimensione significativa

A ben vedere, si tratta di argomentazioni di assoluto buonsenso (ed in gran parte condivisibili), nonché piuttosto ovvie per chiunque non sia accecato dai fumi tossici dell’ideologia ordoliberista che domina l’intera struttura dell’illusione europea, sotto il costante diktat di un allucinante Psycho-Reich a dominazione tedesca.

Quelle di Savona sono osservazioni che non contengono proprio niente di “estremistico” o “delirante”. E che tanto bastano però a terrorizzare l’elite degli euroburocrati, con la nutrita pletora dei volenterosi carnefici che gattonano ubbidienti a braghe calate nelle celle di rigore di quella distopia mercantilista che chiamano UE.

Gli stessi che tutti insieme ci hanno cacciato nelle peggiore recessione economica dai tempi della Grande Depressione del 1929, senza soluzione di uscita. Se così fosse, allora sarebbe davvero un’ottima notizia, nonché l’uomo giusto al Ministero dell’Economia.

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Terrorismi

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , on 14 maggio 2018 by Sendivogius

22/03/2016. Strage di Bruxelles:
32 morti e 350 feriti.
12/06/2016. Strage di Orlando:
49 morti e 58 feriti.
01/07/2016. Strage di Dacca:
24 morti e 50 feriti.
14/07/2016. Strage alla Promenade des Anglais di Nizza:
86 morti e 458 feriti.
19/12/2016. Strage al mercatino di Natale di Berlino:
12 morti e 56 feriti.
01/01/2017. Strage del Reina Club di Istanbul:
39 morti e 69 feriti.
22/03/2017. Strage di Westminster a Londra:
5 morti e 50 feriti.
03/04/2017. Strage alla metropolitana di San Pietroburgo in Russia:
13 morti e 47 feriti.
22/05/2017. Strage alla Evening News Arena di Manchester:
22 morti e 250 feriti.
03/06/2017. Strage di London Bridge:
8 morti e 48 feriti.
17/09/2017. Strage a La Rambla di Barcellona:
16 morti e 130 feriti.
31/10/2017. Strage di Halloween a New York:
8 morti e 15 feriti.

Sono soltanto alcuni (tra i più recenti) degli odiosi attentati dello stragismo islamista che hanno suscitato le sdegno e l’orrore internazionale.

14/05/2018. Inaugurazione dell’ambasciata USA a Gerusalemme, con riconoscimento unilaterale a capitale di Israele: 61 morti ed oltre 2600 feriti tra i palestinesi, durante le manifestazioni di protesta all’interno del territorio di Gaza.
Trattasi di una normale operazione di polizia nell’ordinario controllo della frontiera, lungo quell’immenso campo di concentramento a cielo aperto che è il ghetto di Gaza.

Pare che i militari di Tsahal si siano divertiti moltissimo durante il tiro a segno, contro coloro che una certa tradizione chassidica si ostina a chiamare “Amaleciti”, con tutto ciò che l’anacronistico riferimento biblico comporta…

Festa grande! 

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APPEASEMENT

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , on 13 maggio 2018 by Sendivogius

Se, per la proprietà transitiva delle congruenze, il Cretino ed il Cialtrone tendono a sovrapporsi secondo il principio di equivalenza, gli ambiti di applicazione restano distinti e separati.
E se per comune assonanza il cretino, nella sua dimensione prettamente pubblica, quasi sempre dimostra di essere pure un ineffabile cialtrone, quest’ultimo possiede quella marcia in più (il “quid”) che ne segna la differenza. Poiché un cialtrone, ancorché tale, non necessariamente deve essere anche un cretino (o viceversa), pur nella reciproca assenza di qualità che ne contraddistinguono l’inequivocabile mediocrità, per disvalore condiviso su metabiosi aggiunta di due entità proteiformi nella loro immanenza cosmica.
Il cretinismo, surrogato a status civile della condizione umana, nella beata insipienza della sua prevalenza su sintesi imperfetta, segue per proporzionalità inversa la scala evolutiva, come due rette parallele che non si incontrano mai, in qualità di fenomeno variabile e regressivo nella transizione delle epoche. Ma è il Cialtrone ad essere il grande protagonista del tempo presente; misurarne la consistenza è inutile, tanto polimorfica è la sua natura ed infinite le sue varianti. Sarebbe un po’ come definire il tasso di acidità di un vino adulterato al metanolo: in ogni caso ci troveremmo dinanzi ad un prodotto tossico, a prova di mitridatizzazione.
Dunque, data la variabilità dei fattori, qual’è l’elemento che più di ogni altro rende inconfondibile il cialtronismo, applicato a quelle che un tempo sarebbero state definite le categorie del politico?
Indubbiamente, è la precipua tendenza del cialtrone a credersi “forza storica”.
Fateci caso: ogni insignificante spostamento d’aria, ogni raffazzonato provvedimento, che il cialtrone porrà in essere con tutta la friabile inconsistenza del suo non-essere, avrà sempre le prerogativa di spacciarsi per qualcosa di “storico”, quando addirittura non di “epocale”, sull’onda cortissima di un riflesso indotto da un narcisismo incondizionato. Peccato che poi il non evento svanisca in fretta, tanto da non esserne conservata più memoria, nella frazione infinitesimale che separa un annuncio dall’altro, restando solo le tracce imbarazzanti della polluzione declamatoria che affligge il cialtrone in ansia da prestazione.
Nel Teatro della Bugia, in cui da due mesi a questa parte si trascina la farsa tutta italiana per la formazione del più demenziale esecutivo dell’Italia repubblicana (che mai aveva raggiunto punte così basse), ogni singolo peto dei due capricciosi bimbetti che si litigano le seggiole di Palazzo Chigi ha nel loro ego malato una valenza “storica”. E boia chi molla per primo il seggiolone da premier! Il siparietto comico di questa parodia fascistoide fermentata nel brodo populista ricorda più che altro il gioco dei quattro cantoni, dove il cialtrone ed il cretino, gemelli diversi, si inseguono senza soluzione di continuità nell’impossibilità di distinguere l’uno dall’altro, all’ombra dei due convitati di pietra seduti ai margini: il lampredotto fiorentino che ancora fantastica di impossibili ritorni col bidone dei popcorn (contento lui), insieme all’Abilitato in tutta la freschezza dei suoi 81 anni suonati; come Papi & Figlio alla disfida di poltronissima. Perché, nell’epica dell’eterno ritorno, i cialtroni sono eterni.

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JOB PARTY

Posted in Business is Business with tags , , , , , , , , , on 1 maggio 2018 by Sendivogius

Buon 1° Maggio agli nuovi schiavi moderni dei lavoretti sottopagati a scadenza;
Buon 1° Maggio agli sfruttati, gli umiliati, gli esclusi del precariato di massa;
Buon 1° Maggio per tutti i lavoratori a diritti decrescenti e tutele inesistenti;
Buon 1° Maggio ai milleuristi dell’Integrated Facility Management;
Buon 1° Maggio agli “handymen” (e women) delle multiservizi;
Buon 1° Maggio agli operai delle finte cooperative;
Buon 1° Maggio ai facchini con la partita IVA;
Buon 1° Maggio ai forzati della Gig Economy;
Buon 1° Maggio ai lavoratori parasubordinati;
Buon 1° Maggio ai lavoratori somministrati;
Buon 1° Maggio ai lavoratori intermittenti;
Buon 1° Maggio ai lavoratori accessori;
Buon 1° Maggio ai lavoratori surrogati;
Buon 1° Maggio ai lavoratori ripartiti;
Buon 1° Maggio ai minijobber on call;
Buon 1° Maggio ai call center vendor;
Buon 1° Maggio agli esternalizzati;
Buon 1° Maggio agli esuberati;
Buon 1° Maggio agli esodati;
Buon 1° Maggio agli apprendisti altamente specializzati;
Buon 1° Maggio agli stagisti laureati, con ottima conoscenza della lingua tedesca ed inglese, e con almeno tre anni di esperienza nel settore.
Buon 1° Maggio alle commesse, i magazzinieri, le commesse, i banchisti dei centri di alienazione commerciale, senza più fesitività né domeniche;
Buon 1° Maggio ai crew & delivery dei fast food
Buon 1° Maggio agli stagionali, con “vitto e alloggio pagato, più rimborso spese forfettario” (e niente paga) per 14 ore al giorno;
Buon 1° Maggio a quel milione di persone che oggi lavoreranno, per la metà in nero o “a recupero”.

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(110) Cazzata o Stronzata?

Posted in Zì Baldone with tags , , , , , , , on 29 aprile 2018 by Sendivogius

Classifica APRILE 2018”

Fedeli al principio dell’Uno vale l’Altro, nella scelta delle candidature così come delle alleanze, i meravigliosi pupazzi interscambiabili della Casaleggio Associati hanno finalmente stilato il contratto (alla tedesca) per il varo del prossimo governo riVoluzionario, alla ricerca delle democristiane “convergenze parallele” su affinità programmatica, a cura di un apposito “comitato scientifico” presieduto dal prof. Giacinto della Cananea e “composto di esperti indipendenti e di elevata professionalità”: la contessa Pia Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare, il Duca Conte Pier Carlo ing. Semenzara, il Professor Guidobaldo Maria Riccardelli… e tante altre eminenti personalità del mondo accademico. Dopo un pippone lungo una mezza dozzina di pagine a fare da preambolo, finalmente il Comitato Scientifico snocciola le convergenze programmatiche:

– Contrasto al bullismo, alla violenza contro le donne, stalking e violenza di genere.
– Servizi per la prima infanzia, creazioni di nuovi asili-nido, e sostegno alle famiglie.
– Conciliazione famiglia-lavoro e sostegno alle donne lavoratrici.
– Servizi per la cura delle persone a carico, con incentivi fiscali e deducibilità delle spese.
– Finanziamento della Ricerca e dell’Università; riforma degli istituti tecnici.
– Contrasto della povertà e della disoccupazione.
– Sicurezza e giustizia per i cittadini.
– Riforma tributaria, tutela del made in Italy, rilancio delle imprese, riforma della pubblica amministrazione…

E grazie al cazzo! Alzi la mano chi non è d’accordo. Soprattutto, trovate un partito che sia disposto a sostenere qualcosa di diverso, da quello che a conti fatti è solo un elenco delle buone intenzioni, che non specifica niente e non va mai oltre il nulla aggregato in fuffa condivisa e assemblata per piacere a tutti. A patto però che il premier sia Giggino ‘O Saracino, in virtù delle sue straordinarie competenze non solo linguistiche…

Non sappiamo dove la corrispondenza di amorosi sensi condurrà i pentastellati, al momento impegnati nel rapporto necrofilo con le spoglie di un Partito Democratico in piena thanatomorfosi, prima di riprendere il flirt mai del tutto interrotto con la Lega salviniana. Tuttavia, anche per le unioni di interesse ci dovrebbe essere un minimo di feeling. E, a giudicare dal livello del corteggiamento, non pare proprio che il PD sia mai stato il partner ideale con cui costruire una solida relazione, fosse anche dettata dalla più cinica convenienza. A meno che non si tratti di uno di quegli amplessi, in cui gli amanti si dicono le cose zozze a letto e si insultano, trovando la cosa particolarmente eccitante…

Luigi Di Maio dixit:

“Il Movimento 5 Stelle è nato in reazione al PD, al loro modo di fare politica. E oggi offre uno stile nuovo”
“Il Pd ha un’idea perversa del concetto di democrazia”.
“Il Pd è un partito di miserabili che vogliono soltanto la poltrona”.
“Il Pd si fa pagare da Mafia Capitale”.
“Il Pd profana la democrazia”.
“Nel Pd sono ladri di democrazia”.
“Il Pd è il simbolo del voto di scambio e del malaffare”.
“Nel Pd ci sono gli assassini politici della mia terra, sono criminali politici”.
“Il Pd fa politiche che favoriscono i mafiosi”.
“Il Pd è da mandare via a calci”.
“Il Pd è il partito dei privilegi, della corruzione e delle ruberie. A casa!”.
“Il Pd sta con le banche e manda sul lastrico i risparmiatori”.
“Le misure economiche del Pd sono infami”.
“Il Pd è responsabile di questo schifo”.
“Il Pd è il male dell’Italia”.
“L’unica cosa che possiamo fare è invitare i cittadini a liberare l’Italia dal Pd”.
“Parlare con il Pd è un suicidio”.
“Escludo categoricamente qualsiasi alleanza col Pd”.

Roberto Fico dixit:

“Il Partito Democratico è il pericolo numero uno per il Paese!
“Il PD è un partito eticamente e moralmente disorientato”.
“Il Pd è un partito distrutto e permeabile a qualsiasi infiltrazione: lobby, gruppi di affaristi, criminalità organizzata”.
“Il PD è devastato dalle indagini, devastato dalle condanne, hanno i condannati nelle liste, come De Luca in Campania e vengono a farci lezioni di democrazia”.
“Sono dei delinquenti”.
“Dove c’e’ PD, c’è marcio”.

Paola Taverna dixit:

“Mafiosi, schifosi, siete delle merde, ve ne dovete andare, dovete morire!”

Quella col PD è più che altro una scappatella, per far ingelosire l’amante in sottana verde ed alzare la posta. Se poi, per astinenza tossica da potere, il partito bestemmia si acconcerà a fare la puttana del M5S non è dato da sapere. Ma in caso, su chi fotterà per primo l’altro, non ci sarebbe da essere troppo sicuri.

  Hit Parade del mese:

01. VENTITRE MILIONI!

[21 Apr.] «Anche l’ISTAT certifica la crescita degli occupati in Italia, che nell’ultimo anno sono aumentati fino ad oltre 23 milioni: una ripresa spinta dai governi sostenuti dal PD. Ora tocca ai vincitori delle elezioni fare un governo e continuare a creare nuovi posti di lavoro»
(Debora Serracchiani, la Disoccupata)

02. “ENRICO STAI SERENO”

[29 Apr.] «Matteo Renzi è una persona d’onore…. ed è uno dei migliori presidenti del consiglio che l’Italia abbia mai avuto»
(Carlo Calenda, il diversamente renziano)

03. VITA DA RENTIER

[04 Apr.] «Chi vive solo per lavorare è un miserabile, chi ozia un rivoluzionario»
(Beppe Grillo, il Fancazzista)

04. DISASTRO CAPITALE

[19 Apr.] «Il Campidoglio si sta dotando di strumenti all’avanguardia per garantire la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali. Con il M5S, Roma è capitale della democrazia diretta!»
(Riccardo Fraccaro, altro cazzaro a 5 stelle)

05. DUCI CERONATI

[28 Mar.] «Io spero che Berlusconi sia ancora l’uomo più potente d’Italia, perché non abbiamo più un duce da far tornare per rimettere l’Italia a posto, solo Berlusconi potrebbe.»
(Lele Mora, la checca fascista)

06. INEZIE, MA IRRINUNCIABILI

[08 Apr.] «Quanto prendo di vitalizio dopo tre legislature? Non ne ho idea di preciso. Credo 2mila e rotti euro, poco più o poco meno. Non lo so. Bisognerebbe chiedere alle mie segretarie. Un professionista come me, che ha 40-50 persone a cui badare, non si occupa di queste piccole cose»
(Maurizio Paniz, lo sozzo cammellone)

07. Der früher Führer

[25 Apr.] «Sta succedendo qualcosa di davvero pericoloso in Italia. L’altro giorno ho chiesto ad alcune persone: ‘come vi sentite di fronte al comportamento di questa formazione politica, di questo Movimento che non si può definire democratico?’ Mi hanno risposto che si sentono come gli ebrei al primo apparire di Hitler.»
(Silvio Berlusconi, il Perseguitato)

08. PD 1938

[24 Apr.] «Il PD vive come gli ebrei negli anni delle leggi razziali: braccati, umiliati e senza patria»
(Vincenzo De Luca, l’Ebreo Errante)

09. SOPPRIMIAMOLI

[29 Apr.] «Se in Sicilia non ci fossero stati disabili gravissimi, avremmo avuto più soldi per altri settori»
(Nello Musumeci, governatore virtuoso)

Antonio Razzi e gentile signora10. ESPLORAZIONI

[10 Apr.] «Mattarella dia a me l’incarico esplorativo. In 48 ore ci sarà un Governo!»
(Antonio Razzi, il non-premier)

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Resistenza e resilienza

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , on 25 aprile 2018 by Sendivogius

Il paradosso della Resistenza italiana (caso unico nelle democrazie occidentali) è quello di aver dovuto giustificare se stessa per i successivi 73 anni dalla Liberazione dal nazifascismo nello stesso Paese, che pure il fascismo lo aveva inventato nonché esportato (e che per questo dovrebbe almeno mostrare un po’ più di pudore). Perché la Resistenza stava lì, con la sua testimonianza cruda e vitale, a ricordarne le complicità e la pusillanimità, di quanti per ignavia preferirono non scegliere o che per opportunismo si schierarono con il vincitore del momento, ma solo ‘dopo’, affinché tutto cambiasse per rimanere com’è. Per questo il massimo problema non è mai stata la defascistizzazione dello Stato (e della società italiana), ma la rimozione stizzita e reiterata dell’esperienza resistenziale, che nel suo unicum ha sempre costituito un’anomalia nel panorama dei trasformismi e delle italiche convenienze. Non potendo ancora essere cancellato, il ricordo della Liberazione è stato circoscritto (e sterilizzato) nelle celebrazioni formali di una ‘festa’ sempre più demistificata e svuotata del proprio significato reale, mentre viene costantemente infangata, denigrata, villipesa, dagli eredi di quel nazifascismo oggi pienamente riabilitato ed implicitamente ammesso ad un consesso istituzionale, che ne liquida certe manifestazioni ‘estetiche’ come boutade folkloristica. Il tutto consumato nell’indifferenza, negli ammiccamenti, e nell’apatia di un popolo che sembra aver smarrito ogni valore, che non sia a dimensione tascabile o caricabile su formato touch-screen.
Per questo la Liberazione è un esercizio quotidiano della memoria e dello spirito, che nonostante tutto sopravvivono e massimamente resistono.

«Sento attorno a me le solite obiezioni. Esiste ancora lo spirito della Resistenza? E se esiste, non è esso alimentato da pochi e sparuti fedeli che sono una piccolissima minoranza di pazzi in una nazione di “savi”? E infine, fossero pur molti i fedeli, non è la situazione di oggi tanto mutata da quella in cui la Resistenza operò, che è assurdo e inutile, pretendere di tramandarne lo spirito? Rispondiamo.
Primo: lo spirito della Resistenza non è morto. E’ morto in coloro che non l’hanno mai avuto e a cui del resto non lo abbiamo mai attribuito. Che non sia morto è dimostrato dal fatto che non vi è grave evento della nostra vita nazionale in cui non si sia fatto sentire ora per elevare una protesta, ora per esprimere un ammonimento, ora per indicare la giusta strada della libertà e della giustizia.
Secondo: che i devoti dello spirito della Resistenza fossero una minoranza, lo abbiamo sempre saputo e non ce ne siamo né spaventati né meravigliati. In ogni nazione i savi, cioè i benpensanti, sono sempre la maggioranza; i pazzi, cioè gli ardimentosi, sono sempre la minoranza. Come al teatro: quattro attori in scena e mille spettatori in platea, i quali non recitano né la parte principale né quella secondaria; si accontentano di assistere allo spettacolo per vedere come va a finire e applaudono il vincitore.
Terzo: sì, la situazione è cambiata, non c’è più la guerra, lo straniero in casa, il terrore nazista. Ma quando invochiamo lo spirito della Resistenza, non esaltiamo soltanto il valore militare, le virtù del soldato che si esplica nella guerra combattuta, ma anche il valore civile, le virtù del cittadino di cui una nazione per mantenersi libera e giusta ha bisogno tutti i giorni, quella virtù civile che è fatta di coraggio, di prodezza, di spirito intrepido, ma anche, e più, di fierezza, di fermezza nel carattere, di perseveranza nei propositi, di inflessibilità. Ciò che ha caratterizzato il partigiano è stata la sua figura di cittadino e insieme di soldato, una virtù militare sorretta e protetta da una virtù civile. Non vi è nazione che possa reggere senza la virtù civile dei propri cittadini. Ebbene l’ultima rivelazione di questa virtù è stata la lotta partigiana. Lì la nazione deve attingere i suoi esempi, lì deve specchiarsi, lì troverà e lì soltanto, le ragioni della sua dignità, la consapevolezza della propria unità, la sicurezza del proprio destino

 

Norberto Bobbio
(Torino, 25 Aprile 1957)

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