70 Anni di Desistenza

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on aprile 23, 2015 by Sendivogius

resistance

Nel 70esimo anno del suo anniversario ha ancora senso celebrare la “Liberazione”?
Ci si chiede infatti, a malincuore, che cosa sia rimasto da festeggiare; per giunta nello svuotamento delle feste laiche della Repubblica, trasformate in un giorno lavorativo come altri, secondo gli imperativi del credo mercantilista. E cosa permane ancora degli ideali e dei valori che animarono la Resistenza, sbiadita nella memoria e tradita nella sua eredità, svuotata di senso dai miserabili teatrini imbastiti nei quadrivi di una politica ubriaca dei suoi reflussi, a tal punto da essere ormai circoscritta ad una sorta di ricorrenza funebre, in attesa di tumularne anche il ricordo insieme alla scomparsa dei suoi ultimi protagonisti. Tanto è forte la sensazione (sgradevolissima) che l’intera faccenda sia ridotta al pacchettino sempre più risicato di un precotto take-away, da consumare in fretta quasi a scusarsi per il disturbo. Anche la “Festa di Liberazione” invecchia; porta male i suoi anni. E rischia di morire per trascorsi limiti di età…
Diversamente, in pieno 2015, nell’Italia liberata a misura ‘democratica’, bisognerebbe capire la relazione con Il vespasiano di Affilel’intitolazione di strade, piazze e mausolei ai gerarchi fascisti: una costante dell’amena provincia italiana e dei suoi nuovi podestà fascistissimi, a cui si accompagna la coniazione seriale di medaglie ed onorificenze per “incontestabili meriti” a criminali di guerra e nazifascisti, con tanto di celebrazioni officiate pubblicamente dalla Presidenza del Consiglio.
movimento dei porconiBisognerebbe ancor di più spiegare l’indulgente pervasività, con cui viene celebrato ed esibito un fascismo diluito, blandito, nella minimizzazione dei crimini dietro al mito assolutorio degli “italiani brava gente” e la sopravvalutazione dei ‘meriti’, attraverso la persistente apologia di reato da sempre elusa, bonariamente accolta, e mai contrastata.
La sobria curva della AS RomaAl massimo, certe esibizioni vengono liquidate come espressioni “goliardiche”, dalle curve degli stadi ai pellegrinaggi organizzati verso la betlemme nera di Predappio, passando per la memorialistica Liberopataccara dei Diari di Mussolini e le dispense agiografiche, allegate dai giornaletti a carico pubblico della destra più nostalgica dei papiminkia organici al berlusconismo.
Bisognerebbe spiegare la discrepanza tra un partito che si fece Stato ed un altro che ambisce ad essere “partito della nazione”; se non fosse che uno si chiamava ‘fascista’, mentre il nuovo si definisce “democratico” per auto-attribuzione del termine. Il tutto nel nome della “governabilità” (ieri era la “sicurezza nazionale”), con la differenza che negli Anni ‘20 vi era un solo duce, oggi invece si può scegliere tra una mezza dozzina di aspiranti tali, per altrettante organizzazioni politiche che vi si ispirano più o meno apertamente, nell’inflazione di candidati al ruolo.
Salvini ti aspettavoBisognerebbe spiegare la volontà irresistibile di concentrare tutti i poteri nelle mani di un “capo del governo”, investito di prerogative assolute, in un Parlamento esautorato di funzioni e competenze, ma chiamato unicamente a ratificare i decreti blindati su presentazione governativa.
Bisognerebbe altresì spiegare la cancellazione del Senato, trasformato in un ufficio delegato della Presidenza del Consiglio, composto da nominati rigorosamente non eletti (un requisito imprescindibile!) e deprivato di ogni funzione di controllo e indirizzo.
Matteo RenziBisognerebbe distinguere la pioggia di decreti-leggi, dei voti di fiducia, della forzatura delle procedure parlamentari, che imbavagliano le Camere e le trasformano in votifici di complemento, prostrati ai desiderata di un premier che non s’è preso nemmeno il disturbo di farsi eleggere in libere elezioni.
Bisognerebbe inoltre tracciare le differenze che intercorrono tra la Legge Acerbo e l’imposizione della nuova legge elettorale ad un parlamento refrattario ed imbavagliato, con la rimozione dei membri di commissione sgraditi al premier ed il sostanziale aggiramento delle procedure parlamentari, secondo un sistema elettivo volto a racimolare il massimo dei seggi, con il minimo dell’affluenza, nello svuotamento di ogni rappresentanza. Il tutto in un Parlamento dove non si ‘parla’ più, ma si ubbidisce a comando.
Bisognerebbe infine spiegare la persistenza della tortura, che continua ad essere praticata ma che non è reato.
diaz-locandinaSe c’è un impegno che questa Repubblica, nata per puro caso dalle ceneri del fascismo nella prosecuzione ideale del medesimo, ma revisionato in salsa democratica, ha perseguito con costanza immutata nel corso dei suoi 70 anni di desistenza, è stato quello di depotenziare il ricordo della Liberazione. E lo ha fatto attraverso la delegittimazione costante della lotta di Resistenza, che già il giorno dopo la caduta del regime lasciava il posto agli ipocriti, agli opportunisti ed ai riciclati della peggior risma, che correvano a seppellire le stragi nazifasciste dietro gli armadi della vergogna e riabilitare i colpevoli nell’estensione della più ampia impunità.
Dead-Snow zombiesDietro un antifascismo puramente di facciata, la transazione di regime è spesso avvenuta all’insegna della rimozione delle responsabilità nella negazione delle stesse, tanto radicata è stata fin da subito l’ansia di “normalizzazione” nella continuità, fino agli sdoganamenti ed alle riabilitazioni più recenti (e resistenza cancellataindecenti). Perché fin da subito è stato chiaro che nella nuova Italietta pusillanime e revisionata, la vera anomalia da rimuovere era costituita dalla Resistenza: movimento considerato di minoranza nel ventre molle di una nazione, che però aveva l’insostenibile torto di mettere in luce tutta l’accondiscenza, l’ignavia, e l’accomodante conformismo di certe maggioranze più complici che silenziose, che raggiunse il suo culmine nella persecuzione degli ebrei italiani. Una deportazione capillare, che non fu blanda né contenuta, come invece ama far credere certa vulgata minimalista…

I carnefici italiani «Gli italiani che dichiararono “stranieri” e “nemici” gli ebrei, li identificarono su base razziale come gruppo da isolare e perseguitare, li stanarono casa per casa, li arrestarono, li tennero prigionieri, ne depredarono beni e averi, li trasferirono e detennero in campi di concentramento e di transito, e infine li consegnarono ai tedeschi, furono responsabili di un genocidio. Un genocidio è il tentativo violento di cancellare un gruppo su basi etniche o razziali e non vi è dubbio che – sebbene l’atto finale dello sterminio non avvenne su suolo italiano e per mano italiana – anche gli italiani presero l’iniziativa, al centro e alla periferia del rinato Stato fascista, partecipando così al progetto e al processo di annientamento degli ebrei, con decisioni, accordi, atti che li resero attori e complici dell’Olocausto. Diversi furono evidentemente i gradi e le modalità di coinvolgimento, perché diversi furono i ruoli, i contributi pratici e le forme di partecipazione. Non si trattò solo di coloro che compirono materialmene gli arresti (polizia, carabinieri, guardia di finanza, militi e volontari fascisti), ma di coloro che compilarono le liste delle vittime: dagli impiegati comunali e statali dell’anagrafe razzista ai funzionari di polizia che trasformarono i nomi degli elenchi in altrettanti mandati di arresto; dal prefetto e dal questore che firmarono gli ordini di cattura, giù giù lungo la scala gerarchica, alle dattilografe che ne compilarono i documenti. Partecipe e complice fu anche chi sequestrò e confiscò beni ebraici, spendendo ore, talora intere giornate, a descrivere nei più minuti dettagli i beni sequestrati, mettendoli sotto chiave oppure trasportandoli e consegnandoli ad altro ufficio o autorità, o – caso non insolito – accaparrandoseli 50 kgper uso proprio, oppure per lucro attraverso la vendita. Vi furono inoltre le responsabilità dei delatori: di chi segnalò, denunciò, consegnò, tradì i propri concittadini ebrei. E così via nella catena delle persecuzioni e responsabilità, nelle loro molteplici, talora apparentemente innocue, fasi e procedure: chi guidò il camion o la corriera o il vaporetto che trasferì i prigionieri; chi sorvegliò le celle o i campi di transito; chi costruì quei campi o li rifornì di vettovaglie. Infine, coloro che stettero a guardare, rivolsero lo sguardo altrove, ignorarono volutamente quanto stava avvenendo»

Simon Levis Sullam
“I carnefici italiani”
Feltrinelli (2015)

Pertanto, il problema non era l’eredità del fascismo, ma chi a questo s’era più opposto e per giunta in tempi non sospetti, nell’indifferenza dei più, passando per la grande farsa delle “epurazioni” prima dell’amnistia generale voluta da Palmiro Togliatti, con conseguenze grottesche…

Giorgio Bocca «I fascisti che hanno militato nell’esercito di Salò passano nell’Aprile del ’45 per una prima discriminazione generale. […] Gli ufficiali ed i militi delle formazioni di partito vengono internati in una ventina di campi di prigionia, assieme ai civili più compromessi del regime mussoliniano. Il primo campo sorge presso la Certosa di Padula: i prigionieri comuni stanno in grandi stanzoni, ma ci sono ospiti di riguardo come Achille Lauro, l’armatore, il principe Vittorio Massimo, il generale Ezio Gariboldi, l’ex comandante del corpo di spedizione italiano in Russia, e il principe Francesco Ruspoli per il quale si preparano alloggi accoglienti.
[…] Il campo di Terni, affidato ad un colonnello inglese filofascista, è qualcosa che sta a metà tra il mercato nero e un bordello di lusso: la principessa Maria Pignatelli ha il permesso di organizzarvi cerimonie celebrative, le evasioni in massa sono pagate in valuta pregiata. Diciamo che qui si forma il primo nucleo di neofascismo aristocratico e alto borghese, il neofascismo dei principi romani e dei grandi costruttori edili, dell’alta burocrazia militare e ministeriale. Il campo più noto però è quello di Coltano, il più duro, dove vengono per mesi rinchiusi i fascisti meno colpevoli, quelli che hanno militato nelle formazioni regolari della Repubblica Sociale.
Il neofascismo militaristi ha i suoi capi naturali negli alti ufficiali prigionieri a Procida: Rodolfo Graziani, ministro della guerra nella repubblica di Salò, e il principe Junio Valerio Borghese, comandante della Decima Mas, la più agguerrita delle compagnie di ventura della repubblica mussoliniana.
Graziani con le chiappe al vento[…] Occorre recuperare i capi carismatici con dei processi solenni. Quello al maresciallo Graziani inizia l’11/10/1943 a Roma. La sua autodifesa nel peggior stile fascista è tutta un elogio al suo senso dell’onore, della fedeltà, della lealtà, con cui opportunamente nasconde gli aspri conflitti avuti durante la guerra con Mussolini che è stato sul punto, dopo la catastrofe libica, di deferirlo al tribunale militare. La farsa giudiziaria continua fino al 26/02/1949 quando la Corte d’Assise si accorge, improvvisamente, di non essere competente…… Il Tribunale militare lo condanna a 19 anni, gliene condona 14, e siccome ne ha già scontati quasi quattro lo manda anticipatamente libero. Per finire, gli si riconosce di “aver agito per motivi di particolare valore morale e sociale”.
Junio Valerio Borghese Il processo di Junio Valerio Borghese è una burletta: presiede la Corte d’Assise il dottor Caccavale, amico della famiglia Borghese e vecchio gerarca, mentre nel collegio giudicante ci sono ex fascisti notori. La sentenza del 17/02/1947 supera ogni livello di impudenza: vengono concesse a Borghese le attenuanti al valor militare, per il salvataggio delle industrie del nord, perché si è battuto per salvare la Venezia Giulia, per l’assistenza ai deportati dai tedeschi. Insomma, sarebbe meritevole di aver assistito i partigiani e gli antifascisti che ha catturato e mandato nei lager nazisti. Con tutte le attenuanti e gli indulti, a Borghese restano ancora nove anni. Su suggerimento dei difensori si studiano ancora altri indulti, finché al principe resta un solo anno. E su questa condanna ad un anno di reclusione il processo farsa sta per concludersi, quando un avvocato difensore ricorda al presidente che per la legge del 1946 il condono deve essere superiore ad un anno e allora il dottor Caccavale torna in fretta in camera di consiglio, toglie l’ultimo anno come dal conto del salumaio, e Borghese esce libero, portato in trionfo.
OVRA[…] Si aggiunga che l’organico di polizia resta in mano a funzionari di formazione fascista: due soli prefetti non sono stati funzionari del ministero degli interni fascista. I viceprefetti, 241, tutti, senza neppure un’eccezione, hanno fatto parte della burocrazia fascista. […] Dei 135 questori, 120 provengono dalla polizia fascista: se si contano i commissari, i commissari capi aggiunti si arriva a 1642 dirigenti, solo 34 dei quali hanno partecipato in qualche modo alla guerra di liberazione

Giorgio Bocca
“Storia della Repubblica italiana”
Rizzoli, 1982

Anarchici contro il fascismoIn compenso nelle prigioni rimangono gli antifascisti, e massimamente gli anarchici che, subito dopo le caduta di Mussolini da capo del governo, vengono rinchiusi nel Campo di Renicci ad Anghiari (campo di internamento badogliano n.97), nella provincia aretina, prima del tana libera tutti in seguito all’armistizio dell’8 Settembre 1943.
La StampaMa il vero paradosso viene raggiunto dopo la formazione della Repubblica italiana, quando i fascisti vengono liberati in massa e riammessi in senso all’amministrazione del nuovo Stato, che si vuole democratico e antifascista, mentre partigiani ed ex resistenti vengono perseguitati un po’ ovunque; arrestati e rinchiusi in prigione o, peggio ancora, nei manicomi criminali col beneplacito dei governi democristiani che si susseguiranno al potere. La Resistenza come malattia dello spirito.

“Se qualcuno quando eravamo sulle montagne a condurre la guerra partigiana fosse venuto a dirci che un bel giorno, a guerra finita, avremmo potuto esser chiamati davanti ai tribunali, per rispondere in via civile di atti che allora erano il nostro pane quotidiano, gli avremmo riso francamente in faccia”

Dante Livio Bianco
(11/12/1947)

Perché nell’immediato dopoguerra, l’offensiva giudiziaria con la promulgazione di ‘sentenze esemplari’ sembra interamente indirizzata in funzione anti-partigiana, mentre i vecchi fascisti opportunamente amnistiati e riabilitati possono riallacciare il imagesfilo delle loro carriere provvisoriamente interrotte. Le epurazioni semmai funzionano al contrario e vengono portate avanti con estrema solerzia. In parallelo, per l’opera di repressione ci si affida a funzionari di comprovata fede mussoliniana: i personaggi che offrono maggior affidabilità e garanzie alla giovane ‘democrazia’ italiana ed ai nuovi padroni del Paese da ‘stabilizzare’.

Milizia fascista«Il tracollo della democratizzazione della polizia è personificato dall’ex capo dell’Ovra, Guido Leto, Il fantasma dell'OVRAdestituito e riabilitato dopo un fugace soggiorno a Regina Coeli, infine promosso a direttore tecnico della scuola di polizia. In compenso, i partigiani immessi negli organici all’indomani della Liberazione ne sono presto allontanati. Si perde così l’occasione di riformare l’apparato fondamentale di controllo e garanzia dell’ordine pubblico.
Nel 1946 ad essere epurati sono i prefetti nominati dal Comitato di liberazione nazionale, rimpiazzati dai “fidati” funzionari di carriera, già zelanti esecutori delle direttive mussoliniane.
files06gws3[…] La discontinuità tra dittatura e democrazia è insomma attutita dalla riemersione di personaggi che si pensava dovessero uscire di scena con la sconfitta fascista.
Nella transizione dal regime mussoliniano a quello democratico – osserva Vladimiro Zagrebelsky – l’ordinamento giudiziario e l’orientamento culturale dei suoi componenti sono caratterizzati dal predominio della Corte suprema di Cassazione, decisiva anche per la selezione dei giudici. Cassazione e Corte d’appello si confermano strumenti di gestione autocratico-conservatrice della magistratura: la direzione della macchina processuale spetta a personaggi forgiatisi culturalmente e professionalmente nel regime, da essi convintamente servito e nel quale si immedesimarono, ricavandone privilegi e potere.
Il Palazzaccio[…] Il sistema giudiziario rimane quello forgiato nel ventennio; le carriere dei giudici fotografano l’inamovibilità dei vertici della magistratura.
Vincenzo Eula, il pubblico ministero del Tribunale di Savona che nel 1927 ha fatto condannare Ferruccio Parri, Sandro Pertini e Carlo Rosselli per l’espatrio di Filippo Turati, scansata l’epurazione (invocata dal ministro della giustizia Togliatti, negata dal presidente del consiglio De Gasperi) diviene procuratore generale della Cassazione.
Alcide De GasperiLuigi Oggione, già procuratore generale della Repubblica sociale italiana (RSI), nel dopoguerra sarà presidente della Corte di cassazione e poi giudice della Corte costituzionale.
L’artefice della legislazione antiebraica della RSI, Carlo Alliney, capogabinetto all’Ispettorato della Razza, è promosso consigliere della Corte d’Appello a Milano, procuratore della repubblica a Palermo, e infine giudice di Cassazione. Va ancora meglio all’ex presidente del Tribunale della Razza, Gaetano Azzariti, destinato addirittura alla presidenza della Corte costituzionale.
Negozio giudeoIl fallimento dell’epurazione si accompagna alla disapplicazione dell’amnistia del Novembre 1945 per i partigiani. “Le leggi contro il fascismo – osserva il giurista Achille Battaglia – furono interpretate secondo la volontà del legislatore soltanto quando la forza politica dell’antifascismo toccò il vertice; e furono interpretate alla rovescia, e applicate col massimo dell’indulgenza man mano quella andò declinando”. Guido Neppi Modona ritiene che “la repressione antipartigiana si realizzò mediante un uso molto vasto e spregiudicato della carcerazione preventiva; gli ordini di cattura venivano sovente emessi sulla base dei soli rapporti redatti anni prima dalla RSI, dove i partigiani erano appunto qualificati come banditi, autori di reati comuni”.
Il 22/06/1946 le esigenze di pacificazione nazionale si concretizzano nell’amnistia Togliatti. La sua applicazione estensiva e selettiva da parte di molti giudici (sensibili alle direttive della Cassazione) giova anzitutto ai fascisti, che ne beneficiano generosamente. Le “sevizie particolarmente efferate”, previste quale circostanza ostativa, sono aggirate con interpretazioni pirotecniche e sottili disquisizioni dottrinarie sull’essenza della tortura. Nemmeno l’omicidio e la strage rappresentano una barriera invalicabile…. La spietata giustizia sommaria dei giorni della Liberazione è rimpiazzata dal perdono sommario, metodico e generalizzato.
In riferimento all’eccidio delle Fosse Ardeatine del 24 Marzo del 1944, nel giro di un biennio vengono amnistiati sia il commissario di PS Raffaele Aniello, che ha fornito ai tedeschi la lista dei cinquanta detenuti politici da fucilare, sia i delatori di decine di antifascisti venduti ai tedeschi e trucidati nelle cave della periferia di Roma.
I funerali del boia[…] Liberazioni scandalose si coniugano con il mancato accertamento giudiziario di reati gravi, determinando oltre alla denegazione della giustizia enormi vuoti conoscitivi, che deformeranno la percezione per i lutti del 1943-45. Vuoti che la storiografia non ha colmato e sui quali si è costruita la vulgata del “sangue dei vinti”.
pansa vauroIl 30/06/1946, a otto giorni dall’emanazione, l’amnistia Togliatti è stata applicata a 7106 fascisti e 153 partigiani. La giustizia della neonata Repubblica italiana con una mano rialza i collaborazionisti, con l’altra percuote i partigiani

Un'odissea partigianaMimmo Franzinelli
Nicola Graziano

“Un’odissea partigiana.
Dalla Resistenza al manicomio”

Feltrinelli, 2015

In pochi anni la Corte di Cassazione così costituita annulla il 90% delle condanne contro collaborazionisti e criminali di guerra. Vengono mandati assolti pure i comandanti della XXXVI Brigata nera “Mussolini”, in precedenza condannati all’ergastolo per le stragi della Garfagnana.
XXXVI Brigata nera “Mussolini”Per i fatti di sangue ed i reati troppo gravi da poter beneficiare dell’amnistia che riguardano ufficiali dell’esercito, nei tribunali militari vengono predisposte “archiviazioni provvisorie”, ancorché illegali vista l’obbligatorietà dell’azione penale, finché i fascicoli non vengono ‘dimenticati’ o fatti sparire.
archiviazione_provvisoriaNella provincia di Modena, a venire processati (e condannati) sono i partigiani: 3.500 su 18.411.
Antonio Pallante Il 14 Luglio del 1958 è il giorno dell’attentato a Togliatti, segretario del PCI, l’attentatore è un fascista siciliano con simpatie neo-naziste, Antonio Pallante, che nel 1949 viene condannato a tredici anni e otto mesi, poi ridotti a dieci anni e otto mesi nel 1953, e infine portati a cinque per essere subito dopo assunto nel Corpo forestale dello Stato. I militanti comunisti che protestano contro l’attentato (e le coperture politiche che vi furono) vengono invece puniti con estrema severità: dalle lunghe carcerazioni preventive prima del prosciogliemento, o condanne fino a dieci anni di reclusione.
Nella primavera del 1955, decennale della vittoria sul fascismo, gli ex partigiani posti in stato di fermo di polizia sono 2474, dei quali 2189 vengono processati e 1007 condannati.
Arresti effettuati da CCPer l’erogazione delle pene e dei provvedimenti ci si basa sul Codice penale del 1930, emanato da Alfredo Rocco, il ministro fascista della giustizia sotto il governo Mussolini, e rimasto in vigore fino al 1988.
Vengono imbastiti veri e propri teoremi accusatori, con montature grossolane, mentre atti di guerra e azioni militari vengono rubricati a delitti comuni e quindi sottoposti a procedimento penale con processi ad hoc, appositamente strombazzati sulla stampa reazionaria. Delle indagini e della produzione delle ‘prove’ d’accusa si occupano con particolare zelo i Carabinieri. Gli accusati vengono indotti ad una “piena confessione” con minacce, pestaggi a sangue, ed il il marescialloricorso alla tortura. Nel modenese è particolarmente attivo il maresciallo Silvestro Cau che comanda la stazione di Castelfranco Emilia. Il sottufficiale è solito calcare sulla faccia degli arrestati delle maschere antigas, col filtro imbevuto di acqua salata che provoca il soffocamento. Il tenente Nilo Rizzo che denuncia gli abusi del suo subordinato, descrivendolo come un sadico criminale, viene sottoposto a provvedimento disciplinare da parte dei comandi dell’Arma e trasferito a scopo punitivo.
1949 Celere di RomaSeguendo un strategia difensiva demenziale, su consiglio degli avvocati messi a disposizione dal PCI e dal PSI, molti degli inquisiti si fanno dichiarare parzialmente infermi di mente, per poter beneficiare delle attenuanti di pena. La pratica si rivelerà un espediente suicida, perché ciò comporta l’internamento nei manicomi criminali con trattamento sanitario obbligatorio che all’epoca, oltre a prevedere l’eventuale interdizione delle visite esterne, consisteva in camicie di forza, letti con cinghie di contenimento, bagni ghiacciati e sedute di elettrochoc, mentre i tempi di pena sono indefiniti e prolungabili dal personale medico delle strutture fino ad avvenuta ‘guarigione’.
Manicomio di AversaTra i fondamentali motivi del mancato rilascio rientra anche “l’avversità alla religione”. Insomma, anche l’ateismo è una malattia. Da punire prima ancora che ‘curare’.
Ne consegue che molti dei reclusi ne escono devastati, dopo lunghi anni di internamento negli ospedali psichiatrici giudiziari.
Si consideri che nel 1953 a vagliare le richieste di dismissione Antonio Azaradalla detenzione manicomiale, con l’accettazione di eventuali misure di “clemenza”, vi è Antonio Azara, guardasigilli della Repubblica nel Governo Pella (un monocolore democristiano che può vantare l’appoggio di fascisti e monarchici), già presidente di Cassazione e membro eminente sotto il regime fascista (di cui è un estimatore convinto) del “comitato scientifico” per prestigiose riviste come “La nobiltà della stirpe” ed il “Diritto razzista”.
Difesa della razzaMa in fondo parliamo di eventi e situazioni oramai superate dalla storia e dai fatti: tortura, razzismo, autoritarismo, fascismo, abuso detentivo, repressione poliziesca, trattamento psichiatrico della malattia mentale e riforma degli OPG… tutte cose assolutamente sconosciute nell’Italia del 2015.

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Medz Yeghern – Il Grande Male

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Remember

Lo storico britannico Arnold J. Toynbee, a cui si deve Arnold J. Toynbeel’introduzione della ponderosa relazione intitolata “The Treatment of Armenians in the Ottoman Empire” e meglio conosciuta come “Blue Book”, dove sono raccolte gran parte delle testimonianze sul genocidio degli Armeni e degli Assiro-Caldei, individuò nella “distruttività del nazionalismo moderno” il Grande Male dell’epoca, all’origine della febbre ideologica che sembrava consumare tra i fuochi della sua follia omicida popoli ed identità in un’orgia di massacri.
Il “Medz Yeghern” costituisce a suo modo la prima applicazione su scala nazionale di quell’ideologia eliminazionista (per fare propria la definizione di Daniel J. Goldhagen) che, innestandosi sul ceppo ben più antico degli odi etnici e del fanatismo religioso, si svilupperà nei grandi genocidi del XX secolo; i quali non costituiscono affatto una specificità esclusiva di determinate entità nazionali (meno che mai turche o tedesche).

vidal-clave

Interludio
1915 - pendaison à Constantinople d'un Arménien Il genocidio degli Armeni (e degli Assiro-Caldei e dei Greci del Ponto), ancorché contestato, implica aspetti particolari che nella portata delle sue dinamiche dimostrano essenzialmente come le attività di sterminio, pur avendo peculiarità universali, non presuppongano necessariamente l’esistenza di una struttura totalitaria né un’infallibile volontà organizzativa finalizzata alla distruzione, come fu per esempio nel caso del nazismo.
Fifth Regiment, Imperial Ottoman Cavalry, 1890s-1900s.La Turchia di inizio ‘900 era uno stato costituzionale, dittatoriale nella sostanza ma democratico nella forma, dotato di organi rappresentativi ed un proprio Parlamento che, per quanto limitato nei poteri ed epurato nella composizione, non fu mai sciolto nemmeno durante la disastrosa condotta della prima guerra mondiale e che per inciso non varò mai una legge organica, che legittimasse in modo esplicito le stragi e le espropriazioni forzate.
Soprattutto, i massacri furono alimentati con estrema facilità, in una spirale perversa di odio, vendette e ritorsioni, innescate dalle espulsioni di massa e lo sradicamento violento delle comunità turcofone e musulmane dai territori balcanici, oggetto di una pulizia etnica feroce da parte dei nuovi conquistatori ‘cristiani’. E delle quali loro malgrado fanno le spese gli Armeni e le altre comunità cristiane, presenti nei distretti orientali dell’Impero ottomano.
Vilayet armeniTra il 1880 ed il 1915, affluiscono in Anatolia milioni di profughi, che i Turchi chiamano Muhajir. Sono albanesi, bosniaci, bulgari, circassi della Cecenia, turcomanni e tatari della Crimea… tutti cittadini ottomani espropriati di ogni bene e cacciati via dalle loro case, che si riversano in massa nell’Impero del sultano in cerca di protezione ed asilo, e che vengono reinsediati nei distretti popolati dagli Armeni. L’eliminazione di una minoranza indesiderata comporta per il governo nazionalista l’opportunità di risolvere la “questione armena” e provvedere alla sistemazione dei nuovi arrivati, utilizzando i beni saccheggiati.
L'arrivo dei Muhajir a Istanbul nel 1912Lo sterminio degli Armeni, seppur condiviso e partecipato da gran parte della popolazione soprattutto nelle campagne, e massimamente i Muhajir, nella sua ferocia selvaggia non conobbe mai le forme proprie del razzismo biologico (come avvenne invece nel caso degli ebrei in Germania). Né era la diretta conseguenza di una produzione legislativa, volta alla massima discriminazione in attesa della “soluzione finale”.

Armenians_marched_by_Turkish_soldiers,_1915

Ufficialmente, ed in linea puramente teorica, quello degli Armeni si configurava come una deportazione di massa, “militarmente necessaria” per ragioni di sicurezza in tempo di guerra, e portata avanti con modalità brutali “al fine di massimizzare il numero di morti lasciati per strada” (A.J.Toynbee).

«L’atto che sancisce l’ufficialità dell’operazione è una risoluzione del Consiglio dei Ministri, datato 27 Maggio 1915. È un documento brevissimo che afferma il dovere dello Stato di reprimere con estremo rigore ogni attentato alla sicurezza nazionale e all’ordine pubblico. E conferisce alle autorità militari dei vari distretti la facoltà “se le esigenze della guerra lo impongono di trasferire e installare in altre località, individualmente o per gruppi, le popolazioni delle città e dei villaggi sospettate di tradimento o di spionaggio”. La parola ‘armeno’ non figura nemmeno nel testo.
Il 30 Maggio segue un decreto-legge dello stesso tenore, che non sarà mai ratificato dal Parlamento ottomano. Poi il 10 Giugno arriva una legge che precisa le modalità da seguire per il trasferimento delle persone e per la sistemazione dei loro interessi e affari prima della partenza. Infine, a operazione conclusa, il 26/09/1915, un’ultima legge stabilisce la sorte dei beni abbandonati dai deportati. Sul piano della legislazione ufficiale non c’è altro. I riferimenti espliciti agli Armeni sono sporadici; nelle istruzioni operative si preferisce ricorrere a perifrasi come “le persone trasportate altrove”, “le persone note”, e così via

Sergio De Santis
“Il genocidio degli Armeni”
(Marzo, 1996)

Turkish Cavalry L’applicazione delle disposizioni viene affidata alle autorità militari che godono di una discrezionalità illimitata, secondo un mandato tanto vago quanto ambiguo. Per essere sicuri di ottenere l’effetto implicitamente desiderato, gendarmeria ed esercito, vengono affiancati da appositi commissari governativi e soprattutto dalle unità operative dell’Organizzazione speciale.
Peraltro, la normativa in oggetto che si componeva di una serie di decreti governativi, spesso e volentieri seguiva e non precedeva le direttive emanate dal comitato centrale del partito di governo: il CUP (Comitato per l’Unione ed il Progresso).
Ismail Enver PashaIl 25 Febbraio del 1915, per ordine del Ministro della Guerra e uomo forte del regime, Ismail Enver pascià, tutti gli Armeni Medz_Yeghern_exteffettivi nell’esercito ottomano vengono distaccati nei “battaglioni lavoro” del Genio militare e quindi fucilati, o passati per le armi dai boia dell’Organizzazione speciale.
Al contempo viene ordinato a tutti i villaggi armeni dell’interno di consegnare ogni tipo di arma in loro possesso e di fornire ogni uomo valido per la coscrizione di leva, o in alternativa il pagamento del “bedel”, la tassa di esenzione. Trasgressori e renitenti vengono sottoposti a tortura con tenaglie roventi.
jevdet-bey Di conseguenza, il 19 Febbraio, la provincia armena di Van si ribella alle ingiunzioni del governatore turco, Jevdet Bey, che in caso di rivolta promette di uccidere ogni cristiano, uomo, donna, o bambino in cui dovesse imbattersi. E sarà di parola.
A farne le spese saranno soprattutto le comunità cristiane degli Assiro-Caldei, che a torto si credono immuni alla rappresaglia e vengono invece investiti appieno dalla repressione, che puntualmente si abbatte su di loro… Da Ras-el Hadjar a Tel Mozilt, passando di villaggio in villaggio per tutto il vilayet di Van ed i monti dell’Hakkari, tutti i 52 villaggi cristiani tra Beyazit e Eleskirt vengono distrutti dai reggimenti di cavalleria curda degli Hamidiye.
REVIEW OF KURDISH CAVALRY BY THE GOVERNOR OF VAN, BAHRI PASHAGli Armeni della città di Van si organizzano in milizie volontarie e squadre di auto-difesa resistendo agli attacchi dell’esercito ottomano, fino all’arrivo in loro soccorso di un contingente Linea di difesa a Van presso la città vecchiarusso. E questo rafforza ulteriormente la convinzione tra i “Giovani Turchi” che gli Armeni siano una minaccia, da debellare al più presto ed in maniera definitiva. E che porteranno alla stesura, per l’appunto 27/05/1915, della cosiddetta “Legge Tehcir” sulle deportazioni che avrebbero dovuto avere carattere straordinario e provvisorio. In realtà, la legge giunge per fornire una qualche copertura legale ad una vasta operazione di repressione, già in atto ed innescata motu proprio, su impulso di settori governativi legati all’apparato militare nell’ambito del pacchetto di “misure speciali”. Ad ogni modo, è dopo la promulgazione della legge che si intensificano le esecuzioni di ostaggi e l’uccisione dei prigionieri politici.
Fanti russi nei pressi di VanIl 24 Aprile c’è la grande retata contro l’elite armena, con l’arresto in massa di tutti gli elementi di spicco della comunità che verranno successivamente assassinati.
E, sempre nell’Aprile del 1915, vengono predisposti le prime operazioni di evacuazione della popolazione civile armena ed il suo trasferimento in appositi campi di raccolta, predisposti in Mesopotamia e Siria.
Nell’opera ci si avvale, almeno nelle sue fasi iniziali, pure della comprovata efficienza dell’alleato germanico, che predispone i piani di deportazione in cui è previsto anche l’utilizzo dei treni merci della nuova linea ferroviaria per Baghdad, per il trasferimento dei deportati in appositi campi di raccolta nel deserto che gli uomini del Kaiser chiamano, senza falsi eufemismi, konzentrationslager: 25 campi della morte, dove i pochi superstiti vengono lasciati morire di fame e malattia.
Deportazione degli armeniD’altronde, il Reich germanico può già vantare una comprovata esperienza con lo sterminio degli Herero, nelle sue colonie sudafricane.
Le operazioni di ‘deportazione’ hanno l’avvallo del generale Hans von Seekt, che i turchi chiamano “la Sfinge”, e che dopo la guerra diverrà uno dei personaggi di maggior rilievo e tra i più affidabili referenti tra i ‘democratici’ della Repubblica di Weimar.

Armenians hanged in the street in Constantinople - Armin T. Wegner

Operazione Massacro
Gendarmi turchi (1)Nata ufficialmente come una serie di trasferimenti coatti su vasta scala, la deportazione degli Armeni si trasformò fin da subito in una gigantesca operazione di pulizia etnica. Che l’eccidio sistematico delle popolazioni armene rientrasse in un progetto più ampio di sterminio, che fosse pianificato o meno, secondo una precisa strategia “eliminazionista” premeditata a lungo e scientificamente messa in atto, oppure fosse la conseguenza incidentale, ancorché voluta, di un insieme di massacri deliberati, per annichilire una minoranza interna percepita come infida, l’estensione a livello capillare delle esecuzioni sommarie e dei linciaggi di massa, con la messa in atto di pogrom organizzati, assunse fin da subito le dimensioni e gli effetti di un vero e proprio genocidio, strutturato nelle forme rozze e feroci della rappresaglia tribale, esasperata dall’odio religioso, e fomentata da una cruda avidità di saccheggio. I trasferimenti sono in realtà marce della morte attraverso il deserto siriano, senza viveri né acqua, esposte agli attacchi continui di banditi e predoni, che uccidono i pochi uomini rimasti, mentre stuprano e rapiscono le donne.
Le deportazioniL’ordine di deportazione viene affisso nelle piazze delle città o annunciato da banditori che vanno di villaggio in villaggio. Agli Armeni vengono concessi da due a cinque giorni di tempo per radunare le proprie masserizie. Il governo si farà carico della custodia e della salvaguardia dei beni abbandonati, fino alla Talat pasciàloro restituzione. In seguito, il ministro agli interni Talaat arriverà a chiedere alle compagnie assicurative la liquidazione delle polizze stipulate dagli Armeni da lui assassinati, definendosi il naturale erede, giacché il ministero ha espropriato tutti loro beni. Con ogni evidenza, la natura del provvedimento è punitiva e colpevolizzante, ma al contempo si sforza di lasciar trasparire una cornice legalitaria, come si può evincere dalla natura del testo del bando:

ArmeniI nostri concittadini armeni, avendo adottato da anni per istigazione straniera molte perfide idee di natura tale da turbare l’ordine pubblico; avendo provocato conflitti sanguinosi; avendo tentato di turbare la pace e la sicurezza dell’impero oltre che la pace e gli interessi degli altri cittadini; avendo osato unirsi agli attuali nemici in guerra contro il nostro impero, il nostro governo si è visto obbligato a prendere delle misure straordinarie sia per garantire l’ordine che per la sicurezza del Paese, sia anche per il benessere e la conservazione della stessa comunità armena.
Di conseguenza, e come misura in vigore per la durata della guerra, gli armeni dovranno essere trasferiti a destinazioni che già sono state predisposte in alcuni vilayet; ed è rigorosamente prescritto a tutti gli ottomani di ubbidire nel modo più assoluto agli ordini presenti:
1. Tutti gli armeni ad eccezione dei malati dovranno partire entro cinque giorni sotto scorta di gendarmi.
2. Sebbene sia permesso loro di portarsi dietro per il viaggio i beni trasportabili, è vietato agli armeni di vendere le loro proprietà e gli altri beni, oppure di affidarli ad altri, perché il loro esilio è solo temporaneo.
3. Alloggi adeguati sono previsti lungo il percorso, onde assicurare ogni conforto. E sono state predisposte tutte le misure per proteggerli da ogni aggressione o attentato alla loro vita, affinché possano giungere sani e salvi ai rispettivi luoghi di deportazione provvisoria….”

In realtà di “predisposto” per l’accoglienza non v’è proprio nulla…
Di quale sia l’esatta natura dei trasferimenti, si renderanno subito conto gli ufficiali tedeschi di collegamento, che descrivono la situazione nei loro rapporti.
Armin Theophil Wegner (1890) Dove è possibile, come nel caso dell’ufficiale medico Armin T. Wegner, i massacri vengono documentati con testimonianze ed evidenze fotografiche. Documentazione fotografica a cui si accompagnano pure clamorose patacche (come se la mostruosità dei massacri avesse bisogno di effetti speciali!), ovviamente accreditate via web, dove circolano provocando i “sobbalzi” di un’utenza che verifica assai poco, ma indugia sui richiami perversi di certe nudità estreme, volte più che altro a stuzzicare le fantasie sado-masochiste di un erotismo malato…
Crocifissioni di donne (1) Crocifissioni di donnePresentate quasi ovunque come “immagini d’epoca”, con la pretesa di dimostrare la disumanità congenita del “turco e musulmano”, quale unica nel suo genere, si tratta in realtà di fotogrammi cinematografici tratti dalla pellicola “Auction of Souls” del 1919: uno dei primissimi film dedicati al genocidio degli Armeni, tratto dal libro Ravished Armenia di Aurora Mardiganian, che sopravvissuta ai massacri raccontò dell’uccisione di 16 ragazze cristiane (che avevano rifiutato di convertirsi) presso la città di Malatia nel vilayet di Karput (Mamuretül-Aziz).
Auction of Souls (1919)Invero, secondo altri testimoni dell’efferatezza, le ragazze vennero sì trucidate, ma non crocifisse: furono infatti impalate massacro-di-valdesi(per via vaginale), secondo una pratica che nell’Europa cristiana del XVI secolo veniva riservata ai valdesi. Ma in questo caso le ragazze erano tutte rigorosamente vestite, per non offendere la ‘morale’ islamica con sconce nudità esibite in pubblico. Quando la realtà supera la finzione!
Al contrario, durante la Guerra di Algeria (1954-1962) i soldati francesi non si ponevano di questi problemi…
Francesi in AlgeriaPer quei paradossi della storia, nel 1915 crocifissioni di donne in effetti ve ne furono…
Contadine serbe crocifisse dalle truppe austro-ungariche nel 1914Ma ad opera dell’esercito austro-ungarico, nelle sue rappresaglie contro i contadini serbi.
E ciò, se ve ne fosse bisogno, dimostra come la crudeltà sia universalmente diffusa, senza limiti di religione o di “razza”.

Made in France

In merito allo sterminio degli Armeni, tra i numerosi testimoni dell’epoca, i soldati tedeschi presenti nell’Impero Ottomano furono tra i primi a rendersi conto dell’entità e della reale natura dei massacri…
Mappa del genocidio armenoIl tenente colonnello August Stange (Stanke Bey), che assiste agli sgomberi di Erzurum, riferisce:

«L’ordine di evacuazione è stato eseguito nel modo più brutale. La gente è stata buttata fuori di casa e ripartita in piccoli gruppi. La maggior parte non ha avuto neanche il tempo di prendere le cose più necessarie. Sotto gli occhi dei gendarmi, la popolazione locale si è impadronita dei beni abbandonati, di quelli rimasti nelle case, e spesso anche delle cose che gli armeni si volevano portare dietro. Il tempo era inclemente, ma i deportati hanno dovuto deportare all’addiaccio e si sono potuti procurare un po’ di cibo e di acqua solo distribuendo ricche mance ai gendarmi

Hans Freiherr von WangenheimIl 17/06/1915, il barone tedesco Hans von Wangenheim, ambasciatore a Costantinopoli e che pure ha sollecitato i militari tedeschi alla ‘collaborazione’, si vede comunque costretto a riferire a Berlino che avvalla tutta l’operazione:

«È evidente che l’espulsione degli armeni non è motivata solo da esigenze militari. Il ministro dell’interno, Talaat, ha infatti recentemente dichiarato che la Sublime Porta intende approfittare per farla finita in modo radicale [gründlich aufzuraümen] coi suoi nemici interni, senza essere disturbata da interventi diplomatici stranieri

Otto von LossowIl Gen. Otto von Lossow, plenipotenziario tedesco dell’Ambasciata germanica, che nel Novembre del 1923 sventerà il Putsch di Monaco aprendo il fuoco contro i nazisti, secondo un giudizio ampiamente condiviso dai suoi colleghi, ebbe a dire:

«Sulla base di tutti i rapporti e le notizie a me pervenute, non vi può essere alcun dubbio che i turchi stiano puntano al sistematico sterminio delle poche centinaia di migliaia di armeni ancora in vita

Liman von SandersIl Gen. Liman von Sanders si oppone fermamente alle deportazioni nelle città di Smirne e Costantinopoli, ma nelle province orientali la situazione è ben diversa…
Gli Armeni vengono rastrellati ovunque sia possibile e radunati nelle piazze delle città e dei villaggi, quindi incolonnati dalla gendarmeria ottomana lungo i sentieri che si inerpicano per gli altipiani, o attraverso il deserto, verso i centri di smistamento predisposti ad Aleppo che dista centinaia di chilometri, fino alla marcia finale in pieno deserto siriano verso Deir ez-Zor.
Oscar Heizer Oscar Heizer, console statunitense a  Trebisonda sul Mar Nero, non lascia adito a dubbi:

«L’ordine di deportazione è stato annunciato nelle strade il 26 Giugno e giovedì primo luglio è stato fatto eseguire dai gendarmi con le baionette inastate. Gruppi di vecchi, donne e bambini carichi di fagotti sono stati ammassati in una stradina laterale vicino al consolato. Non appena un gruppo raggiungeva il centinaio di persone, veniva avviato sulla strada di Erzerum, nel caldo torrido. Quelli che restavano, estenuati dalla fatica, venivano finiti a colpi di baionetta e gettati nel fiume. I corpi discendevano così fino alla foce, nei pressi della città, dove sono rimasti abbandonati sulle rocce e nella battigia, a imputridire sotto lo sguardo inorridito di chi passava nella zona

Morgenthau_telegram

E rapporti ancor più allarmati vengono stilati per il Henry MorgenthauDipartimento di Stato dall’ambasciatore Henry Morgenthau, che parla apertamente di una “campagna di sterminio razziale” e che sarà tra coloro che più si attiveranno concretamente per arginare la marea degli eccidi e tra i più implacabili nel denunciarli:

«Il vero scopo della deportazione fu rapina e distruzione; in realtà rappresentava un nuovo metodo di massacro. Quando le autorità turche hanno dato gli ordini per queste deportazioni, stavano semplicemente dando la condanna a morte ad una intera razza; hanno capito bene questo, e, nelle loro conversazioni con me, non hanno fatto particolari tentativi per nascondere il fatto

Henry Morgenthau
“Ambassador Morgenthau’s Story” (1918)

A sua volta, il rapporto di Morghenthau si basa sui dispacci dettagliatissimi che Leslie Davis, console statunitense a Karput, fa pervenire all’Ambasciata per tutta la metà del 1915.
Fiume Tigri - Le zattere della mortePer sfoltire il numero dei deportati, la gran parte della popolazione maschile armena viene trucidata subito, fin dai primi rastrellamenti. Nei distretti di Trebisonda, Erzurum, Bitlis, e nella piana di Muş, i prigionieri vengono rinchiusi nei fienili o nelle chiese e bruciati vivi, oppure vengono legati e caricati a forza su barconi che poi vengono affondati in mezzo ai fiumi. Per gli armenisterminatori si apre però il problema dei bambini e degli infanti abbandonati negli ospedali e negli orfanotrofi. A questi pare provveda una squadra di medici assai solerti, che somministrano iniezioni letali di morfina, secondo le istruzioni impartite dal dottor Nazim Bey, uno dei capi dell’Organizzazione speciale addetta allo sterminio.
L’opera di pulizia etnica e di soppressione è così solerte, che Giovanni Gorrini, console generale d’Italia, a proposito degli Armeni di Trebisonda già in estate (25/08/1915) scriverà:

«Degli oltre 14.000 armeni legalmente residenti a Trebisonda all’inizio del 1915 il 23 luglio dello stesso anno non ne rimanevano in vita che 90. Tutti gli altri, dopo essere stati spogliati di ogni avere, erano stati, infatti, deportati dalla polizia e dall’esercito ottomani in lande desolate o in vallate dell’entroterra e massacrati […] Il passaggio delle squadre degli armeni sotto le finestre e davanti la porta del consolato, le loro invocazioni al soccorso senza che né io né altri potessimo fare nulla per loro, la città essendo in stato d’assedio, guardata in ogni punto da 15mila soldati in pieno assetto di guerra, da migliaia di agenti di polizia, dalle bande dei volontari e dagli addetti del Comitato Unione e Progresso; i pianti, le lacrime, la desolazione, le imprecazioni, i numerosi suicidi, le morti subitanee per lo spavento, gli impazzimenti improvvisi, gli incendi, le fucilate in città, la caccia spietata nelle case e nelle campagne; i cadaveri a centinaia trovati ogni giorno sulla strada dell’internamento, le giovani donne ridotte a forza musulmane o internate come tutti gli altri, i bambini strappati alle loro famiglie o alle scuole cristiane e affidati per forza alle famiglie musulmane, ovvero posti a centinaia sulle barche con la sola camicia, poi capovolti e affogati nel mar Nero o nel fiume Dére Méndere, sono gli ultimi incancellabili ricordi di Trebisonda, ricordi che, ancora, a un mese di distanza, mi straziano l’anima, mi fanno fremere»

Cadaveri di Armeni buttati nell'Eufrate

La seconda ondata di deportazioni si abbatte invece sugli Armeni della Cilicia che vengono annientati nelle marce della morte, lontano da occhi indiscreti dopo le proteste tedesche e americane, tra i monti dell’Anatolia e nei deserti della Siria. Chi rimane indietro, viene ucciso dai gendarmi; tutti gli altri vengono lasciati in balia degli attacchi dei Muhajir, delle bande dei circassi, dei predoni arabi, delle unità di cavalleria irregolare curda, e soprattutto degli assassini a contratto (gli Tchettè) della Techkilat i Mahsousse, ovvero l’Organizzazione speciale del CUP (il partito di governo).
Imperial Army Cavalry LanceNelle sue memorie, l’ambasciatore Morgenthau traccia una descrizione efficace:

«Durante circa sei mesi, dall’aprile all’ottobre del 1915, quasi tutte le grandi vie dell’Asia Minore erano intasate da queste orde di esiliati. Si poteva vederle affollare le valli, o scalare i fianchi di quasi tutte le montagne, marciando e marciando sempre senza sapere dove, se non che ogni sentiero conduceva alla morte. Villaggi dopo villaggi, città dopo città, furono spogliati della loro popolazione armena, in condizioni simili. Durante questi sei mesi, da quanto si può sapere, circa 1.200.000 persone furono indirizzate verso il deserto della Siria.
deportazione armeni[…] Avevano appena abbandonato il suolo natale che i supplizi cominciavano; le strade che dovevano seguire non erano che dei sentieri per muli dove procedeva la processione, trasformata in una ressa informe e confusa. Le donne erano separate dai bambini, i mariti dalle mogli. I vecchi restavano indietro esausti, i piedi doloranti. I conduttori dei carri trainati dai buoi, dopo avere estorto ai loro clienti gli ultimi quattrini, li gettavano a terra, loro e i loro beni, facevano dietrofront e se ne tornavano ai villaggi, alla ricerca di nuove vittime. Cosí, in breve tempo, tutti, giovani e vecchi, si ritrovavano costretti a marciare a piedi; e i gendarmi che erano stati inviati, per cosí dire, per proteggere gli esiliati, si trasformavano in Kurdish Hamidiye officerveri carnefici. Li seguivano, baionetta in canna, pungolando chiunque facesse cenno di rallentare l’andatura. Coloro i quali cercavano di arrestarsi per riprendere fiato, o che cadevano sulla strada morti di fatica, erano brutalizzati e costretti a raggiungere al piú presto la massa ondeggiante. Maltrattavano anche le donne incinte e se qualcuna, e ciò avveniva spesso, si accovacciava ai lati della strada per partorire, l’obbligavano ad alzarsi immediatamente e a raggiungere la carovana. Inoltre, durante tutto il viaggio, bisognava incessantemente difendersi dagli attacchi dei musulmani. Distaccamenti di gendarmi in testa alle carovane partivano per annunciare alle tribú curde che le loro vittime si avvicinavano e ai paesani turchi che il loro desiderio finalmente si realizzava. Lo stesso governo aveva aperto le prigioni e rilasciato i criminali, a condizione che si comportassero da buoni maomettani all’arrivo degli armeni. Cosí ogni carovana doveva difendere la propria esistenza contro piú categorie di nemici: i gendarmi di scorta, i paesani dei villaggi turchi, le tribú curde e le bande di tchettè o briganti. Senza dimenticare che gli uomini che avrebbero potuto proteggere questi sfortunati erano stati tutti uccisi o erano stati arruolati come lavoratori, e che i malcapitati deportati erano stati sistematicamente spogliati delle armi.

Kurdish Cavalry Troops On Horse

A qualche ora di marcia dal punto di partenza, i curdi accorrevano dall’alto delle loro montagne, si precipitavano sulle ragazze giovani e, spogliandole, stupravano le piú belle, come pure i bambini che piacevano loro, e rapinavano senza pietà tutta la carovana, rubando il denaro e le provvigioni, abbandonando cosí gli sfortunati alla fame e allo sgomento

Gendarmi turchi

Nel vilayet di Bitlis opera Mustafa Abdülhalik, che è anche il cognato dello spietato Talaat pascià, il Ministro degli Interni. E siccome i massacri sono ormai una faccenda di famiglia all’interno del Triumvirato della morte, per sradicare la comunità armena, Abdülhalik si fa aiutare dal tenente colonnello Halil, che comanda il nucleo locale dell’Organizzazione speciale ed è imparentato con Enver pascià, il fanfaronesco Ministro della Guerra.

Il Grande Male

Nel vilayet di Diyarbekir e nell’Hakkari, i programmi di sterminio vengono estesi alle comunità cristiane degli Assiro-Caldei. Le deportazioni e gli eccidi si estendono ai distretti di Harput, Mardin, e Viranşehir, Midyat, Nisibi, Jazirah… secondo le solite modalità. Stessa sorte tocca ai villaggi assiri nei pressi della città di Diyarbekir, che vengono attaccati da bande di briganti curdi: Cherang, Hanewiye, Hassana, Kavel-Karre… Secondo le cifre riportate nel 1918 dal Patriarcato siro-ortodosso, nella sola provincia di Diyarbakir, sono 77.963 gli Assiro-Caldei trucidati nella repressione (molti dei quali bruciati vivi) e 278 i villaggi distrutti.
Distribuzione della popolazione Assiro-Caldea nel 1914Ad indirizzare ed aizzare i massacri ci sono i funzionari inviati dal Ministero dell’Interno, per conto di Talaat pascià che è tra i massimi pianificatori dello sterminio.
Mehmed ReshidSoprattutto, a guidare le operazioni sul luogo vi è il governatore Mehmed Reshid, meglio conosciuto come il Macellaio di Diyarbakir.
Come molti dei principali responsabili del genocidio, Reshid Bey è un medico ed ha partecipato alla fondazione del Comitato dell’Ittihad (CUP). Soprattutto, discende da una famiglia di profughi circassi fuggiti dalla Cecenia.
teste mozzate di armeni Durante il suo mandato Reshid Bey fa massacrare circa 150.000 persone, spazzando via il 95% della popolazione cristiana nella sua provincia più popolosa. Chi si oppone viene rimosso o peggio… Hilmi bey, prefetto di Mardin, viene rimpiazzato da Chefiq bey che verrà destituito quasi subito per le stesse ragioni (troppo ‘morbido’). Viene sospettato per l’omicidio di Hussein Nesimi Bey e Sabit Bey, sottoprefetti di Lice e Sabit, insieme a quello di Nadji bey sottoprefetto di Bechiri e originario di Baghdad, che disgustati dalla sua crudeltà avevano provato a porre un freno alle stragi. E per questo viene convocato a rendere conto al comitato centrale. Quando, Mithat Sukru Bleda, il segretario generale del partito, che nonostante tutto non condivide il massacro dei cristiani, gli domanda come un medico possa uccidere o giustificare l’entità di simili massacri e quale ricordo lascerà il suo nome nella storia, Reshid bey sembra abbia obiettato:

“Non è forse il dovere di un medico quello di uccidere i microbi? Lasciate che altre nazioni scrivano su di me qualunque storia vogliano, non me ne può fregare di meno.”

Orhan PamukNella vicina provincia di Van imperversa invece Djevdet Bey, cognato di Enver pascià, e detto anche “Il Maniscalco” per la sua abitudine di far ferrare le piante dei piedi dei prigionieri, come fossero gli zoccoli di un cavallo, e quindi costringerli a marciare. Djevdet organizza raid terroristici contro gli insediamenti armeni attorno al capoluogo eponimo e continue provocazioni ai danni della comunità urbana. Durante le fasi di repressione e deportazione, ordina che chiunque presti aiuto agli Armeni Djevet Beysia ucciso sul posto e la sua casa bruciata. Tra le sue disposizioni, c’è anche l’eliminazione di tutti i maschi al di sopra dei dodici anni, mentre le donne vengono ridotte in schiavitù e vendute come bottino di guerra. I villaggi cristiani distrutti sono oltre 800. I massacri si concentrano in 20 settimane, da Febbraio ad Aprile 1915. E questo prima ancora che vengano promulgati gli ordini di deportazione.
Rafael de Nogales MendezTra i testimoni delle stragi vi è pure Rafael de Nogales Mendez, un mercenario venezuelano e ufficiale di artiglieria, al comando di un distaccamento della gendarmeria ottomana, il quale raccoglierà le sue esperienze nella propria opera autobiografica: Quattro anni sotto la Mezzaluna.
Assyrian genocideLa repressione si estende anche oltre confine, con l’invasione della Persia dove molti dei profughi Armeni ed Assiro-Caldei hanno trovato rifugio e protezione. Ad Urmia e Tabriz la popolazione musulmana insieme alla gendarmeria persiana ed un pugno di consiglieri militari svedesi, supportata da una brigata di cosacchi, si unisce con determinazione ai profughi cristiani per respingere gli attacchi della III Armata ottomana.
Cosacchi russi 1904Dopo lo sgomento iniziale, ovunque possono, gli Armeni Les 40 jours du Musa Daghcombattono, come a Mussa Dagh, in Cilicia al confine tra Siria e Turchia, dove per quaranta giorni di assedio, asserragliati sui monti, in 5.000 riescono a resistere contro una forza turca preponderante, prima di essere portati in salvo via mare da una flottiglia francese giunta in soccorso.

Fortificazione armena a Van

Una macchina imperfetta
impiccati La macchina di sterminio avviata dal governo dei “Giovani Turchi” in realtà non fu mai quel perfetto meccanismo di distruzione di massa, che tendenzialmente si sarebbe portati a credere. La posizione dell’Ittihad (il Comitato per l’Unione e Progesso), da cui provenivano i principali pianificatori dei massacri, era tutt’altro che universalmente condivisa.
ImpiccagioniAllo stesso modo, l’esecuzione degli ordini e delle disposizioni ministeriali fu tutt’altro che unitaria ed unanimemente applicata. E ciò avveniva nonostante la minaccia di ritorsioni ed il deferimento ai tribunali militari, in caso di mancato ottemperamento. In alcuni settori, e specialmente nelle grandi città, i provvedimenti repressivi vennero ‘reinterpretati’, applicati blandamente, oppure bellamente ignorati. In molti casi, governatori militari e funzionari civili, messi alle strette dalle pressioni del governo, si dimisero in segno di protesta piuttosto che essere costretti ad eseguire ordini che non condividevano affatto e giudicavano inumani.
Aleppo1915 - Impiccagione di ArmeniInsieme alla disapplicazione delle normative, furibonde proteste ufficiali furono levate alla volta di Costantinopoli dal vali di Aleppo, Celal bey, che fintanto fu governatore della città si rifiutò sempre di perseguitare gli Armeni. La stessa ferma opposizione si ebbe ad opera di Hasan Mazhar bey, governatore di Ankara, e di Suleiman Nazif, governatore turco di Baghdad. Altri funzionari imperiali come Sabit bey e Nesim bey vennero per questo assassinati da sicari del ministro Talaat.
TalaatPer questo, per facilitare le operazioni, vengono inviati nelle province commissari ministeriali con funzioni ispettive ed ampio potere di delega, al fine di denunciare le infrazioni agli ordini impartiti dal governo. I funzionari più recalcitranti vengono costretti alle dimissioni e sostituiti con esponenti dei “Giovani Turchi” di comprovata fedeltà al partito.
La stessa politica di sterminio messa in atto dal CUP non ebbe affatto il consenso pieno della gente comune, specialmente quella più urbanizzata, che spesso ne era inorridita.
teste tagliateFurono tutt’altro che rari i casi in cui le famiglie musulmane offrivano nascondigli ai loro vicini armeni, prendendone in custodia i beni e opponendosi ai saccheggi. E soprattutto vengono nascosti i bambini. La cosa doveva essere piuttosto diffusa perché le autorità militari ebbero a lamentarsene.
1885Il 10/07/1915, dal suo quartier generale di Tartum nel vilayet di Erzurum, il generale Mahmud Kâmil stilò una nota ufficiale in cui deplorava il comportamento di parte della popolazione civile e dei suoi stessi soldati, rivolgendosi ai governatori dei vilayet interessati dalla deportazione:

Fanteria araba dell'esercito ottomano«Apprendiamo che in certe località, la cui popolazione viene mandata verso l’interno, certi elementi della popolazione musulmana offrono riparo presso di sé agli armeni. Essendo ciò contrario alle decisioni del governo, i capifamiglia che tengono presso di sé o proteggono armeni devono essere messi a morte davanti alle proprie case ed è indispensabile che queste siano incendiate. Quest’ordine dev’essere trasmesso come si conviene e comunicato a chi di competenza. Controllate che nessun armeno non deportato possa rimanere e informateci della vostra azione. Gli armeni convertiti dovranno ugualmente essere inviati. Se quelli che cercano di proteggerli o mantengono rapporti amicali con loro sono dei militari, dopo avere informato il loro comando bisogna immediatamente rompere i loro legami con l’esercito e portarli in giudizio. Se si tratta di civili, è necessario licenziarli dal loro lavoro e spedirli davanti alla corte marziale affinché siano processati

Le defezioni, che furono varie e numerose, non erano sempre dettate da motivi propriamente umanitari o ragioni disinteressate…
Negli ambienti di governo si discuteva sull’utilità dello sterminio. Molti esponenti politici, e soprattutto i notabili locali, facevano notare che una eliminazione indiscriminata degli Armeni privava l’impero di una preziosa classe media di professionisti, che nel caso delle province orientali dell’Asia Minore costituiva la quasi totalità dei medici, degli artigiani più esperti, e degli investitori commerciali.
cavalieri curdi nel 1915Le tribù curde, che pure ebbero un ruolo determinante nei massacri, finirono col venirne a noia o più semplicemente, nell’opera di assimilazione forzata all’elemento turco, incominciarono a sospettare di essere i prossimi. Alcuni capi tribali obiettarono cinicamente che lo sterminio degli Armeni li avrebbe privati di una vantaggiosa fonte di reddito, dal momento che nessuno avrebbe più corrisposto loro il tributo in termini di forniture di cereali e pagamento della ‘protezione’: aspetti molto più vantaggiosi sul lungo periodo, rispetto al saccheggio di una popolazione già duramente prostrata.
kurd_pcNel vilayet di Diyarbekir, dove spadroneggia Reshid bey e la sua “Brigata macellaia”, l’agha curdo di Sirnak, Rachid Osman pone la sua banda a difesa dei 500 Armeni di Harbol.
Kasap taburuE lo stesso fa un altro capo curdo, Murtula beg, che mette sotto la propria protezione armata tutti i villaggi che può difendere attorno a Mogkh nel vilayet di Van, schierandosi contro il governatore e contribuendo alla salvezza di quasi 5.000 armeni.

Hamidiye curdi

Spesso le sopravvivenza di singoli individui o comunità era rimessa ad un puro capriccio del caso, determinato dalla località di residenza, l’appartenenza sociale, il livello di istruzione e le doti intellettuali, il sesso e l’età, nonché la bellezza fisica.

Armena di Tiflis «Ragazzine o giovani donne istruite, che parlavano preferibilmente il francese o l’inglese, che suonavano il piano o il violino erano particolarmente concupite dai funzionari dei “Giovani Turchi”, che desideravano fondare con loro famiglie turche “moderne”. Questa categoria di armene, che ne conta qualche migliaio, forma un primo gruppo di superstiti, sposate Alì Samilcontro la loro volontà ai loro “salvatori”. Una seconda categoria di scampate, sempre collocata nel gruppo delle giovani femmine e che consiste questa volta in decine di migliaia di persone, è stata resa schiava da notabili locali, semplici soldati, funzionari civili, capi tribali di tutte le origini (turche, curde, arabe, beduine), anche contadini o più spesso ancora loro vicini: rapite o comprate sulla via delle deportazioni, senza motivo ideologico, esse avevano la vocazione di arricchire gli harem, a trasformarsi in oggetti sessuali, ad alimentare i bordelli organizzati dalle autorità ottomane. Non di meno sono state salvate. Certune hanno anche fondato delle famiglie con i loro aguzzini, dopo essersi convertite. Una parte di loro, alla fine della Prima guerra mondiale, è stata ritrovata nei rifugi creati per la loro riabilitazione. Molte, impregnate di un forte senso di colpa, hanno preferito rimanere con i loro “salvatori”.
cache_42075621I bambini, dei due sessi, di età inferiore ai 5 anni nel 1915 hanno formato la categoria più numerosa fra i superstiti. Il loro salvataggio dipende tuttavia da situazioni molto diverse fra loro. Coloro che erano considerati più “sani” sono stati fatti oggetto di un traffico diretto ad allargare la famiglia di coppie senza figli, soprattutto nelle città come a Costantinopoli o Aleppo, in maggioranza “turche”, di ceti sociali elevati – dell’orbita dei giovani turchi o dei notabili di provincia, talvolta divenendo i cocchi di queste famiglie.
Qajar_Armenian_WomenLa grande maggioranza di questi bambini tuttavia s’è ritrovata in ambiente rurale, in famiglie curde, arabe o beduine modeste, dove è vissuta in condizioni di ferahogluailesi60schiavitù venendo talvolta abusata sessualmente. Una piccola minoranza è stata perfino accolta negli orfanatrofi creati dallo Stato-Partito a fine di farne i “nuovi Turchi”. Non di meno sono stati salvati. Molti sono stati raccolti da gruppi di ricerca organizzati dalle istituzioni armene all’indomani dell’armistizio di Moudros.
armeni assassinatiGiovani donne e bambini molto piccoli di età formano le due categorie principali di armeni salvati, se così si può dire, da un aspetto ideologico del piano genocidario che consisteva nello schiavizzare una parte del gruppo vittima e integrarlo nel progetto di costruzione di una nazione turca

Raymond Kévorkian
“La resistenza ai genocidi.
Atti diversi di salvataggio”
(Parigi – Dicembre 2006)

Un tentativo di salvataggio riuscito con successo riguarda invece le studentesse armene del Collegio americano di Bitlis. Che riescono a sfuggire alla deportazione ed ai matrimoni forzati, grazie all’intervento di Mustafa bey, responsabile dell’ospedale militare. Mustafa è un medico arabo di origine siriana, che si è specializzato in Francia e Germania. Riesce a far passare le ragazzine armene come infermiere e personale specializzato, indispensabile per il buon funzionamento dell’ospedale, finché queste non vengono fatte espatriare in USA dagli insegnanti statunitensi della scuola.

«Più a ovest, in Anatolia, dove delle colonie armene fiorivano da secoli in ambiente turco, la situazione era molto meno tesa che all’Est. Il vilayet di Angora aveva inoltre la particolarità di ospitare una popolazione armena a stragrande maggioranza di rito cattolico, oltretutto turcofona (ma scrivente in caratteri armeni), la quale aveva una reputazione di essere troppo poco politicizzata e perfettamente inoffensiva. Il vali, Hasan Mazhar bey, in carica dal 18 giugno 1914, era per lo meno così convinto di quanto precede da resistere agli ordini di deportazione rivoltigli dal ministero degli Interni. La risposta di Istanbul è stata rivelatrice. A inizio del 1915, il Comitato centrale dei “Giovani Turchi” ha inviato ad Angora uno dei suoi membri più eminenti, Atıf bey, del quale conosciamo il ruolo ricoperto in seno alla direzione politica della Techkilat-ı Mahsusa [l’Organizzazione speciale] in qualità di delegato. Su suo intervento diretto, il ministro degli Interni pone immediatamente fine alle funzioni del vali Mazhar l’8 luglio 1915 e nomina vali ad interim il delegato del partito Atıf bey, che porrà in atto lo sterminio degli armeni della regione.
Nel sangiaccato di Ismit, vicino a Istanbul, tutti gli armeni sono stati deportati nell’agosto 1915 con l’eccezione di quelli di Geyve il cui sottoprefetto, Said bey (in carica dal 19 settembre 1913 al 21 agosto 1915) si è rifiutato di applicare gli ordini e di conseguenza è stato destituito e sostituito da Tahsin bey (in carica fino al 5 settembre 1916), un militante dei “Giovani Turchi”.
Eppure, tutti questi fatti evidenziano atti di coraggio che non hanno realmente permesso di salvare armeni. Diversamente è andata a Kütahya, una prefettura a ovest di Angora, la cui popolazione armena non è mai stata deportata. il mutesarif Faik Ali bey non ha eseguito gli ordini di deportazione senza tuttavia essere destituito. Secondo il giornalista Sébouh Agouni, che dopo la guerra gli ha personalmente domandato come fosse riuscito a mantenere gli armeni della regione nelle proprie case, sembra che la popolazione turca locale si sia fermamente opposta alla deportazione degli armeni, spinta da due famiglie di notabili, i Kermiyanzâde e gli Hocazâde Rasık Gli armeni dei sangiaccati vicini di Aydin e di Denizly hanno beneficiato dell’azione di un funzionario locale, il comandante della gendarmeria di Aydin Nuri bey.
Adana[…] Nel sud, a Adana, il vali Ismail Hakkı bey, un albanese considerato moderato, sembra aver resistito alle pressioni del CUP locale, che gli chiedeva di eseguire gli ordini di deportazione. Senza opporsi apertamente a essi, in qualche caso egli è riuscito a ritardare la partenza dei convogli o a farli tornare indietro.
Al nord del vilayet di Adana, nel sangiaccato di Hacın, la missionaria americana Edith Cold segnala che il mufti della città si è rifiutato di appoggiare le deportazioni e ha perfino preso possesso dei beni di uno dei suoi amici armeni affinché non siano depredati.
[…] Noi potremmo aggiungere, per completare il nostro studio del comportamento degli alti funzionari locali, che certi prefetti o sottoprefetti, soprattutto nelle regioni che ospitavano i campi di concentramento, hanno salvato armeni o li hanno risparmiati dalla deportazione in cambio di somme enorme, mentre altri riscuotevano effettivamente un riscatto continuando a inviare alla morte i “donatori”. La sfumatura fra questi due tipi di comportamento non si può negare. Con l’esperienza, certe famiglie in grado di pagare per avere salva la vita avevano del resto trovato una sorta di risposta a questi comportamenti cinici, utilizzando delle lettere di cambio che erano firmate dagli interessati solo ogni mese. Questo sistema di ripartizione mensile ha permesso ad alcuni di sopravvivere per più di un anno o almeno fino a esaurimento del budget

Raymond Kévorkian
“La resistenza ai genocidi.
Atti diversi di salvataggio”
(Parigi – Dicembre 2006)

Squadrone di cavalleggeri

Operazione Nemesi
A shameful actCon la fine della prima guerra mondiale e la catastrofica sconfitta della Turchia che vede dissolversi il suo impero, i responsabili del genocidio, avvenuto tra l’altro sotto gli occhi di tutti ed alla luce del giorno, vengono messi sotto processo e condannati in contumacia, poiché nel frattempo hanno avuto modo di riparare all’estero, soprattutto in Germania che rifiuta ogni richiesta di estradizione.
Pertanto, in risposta alla cappa di impunità che si è andata condensando attorno agli sterminatori, la “Federazione rivoluzionaria armena” del Dashnak organizza la cosiddetta “Operazione Nemesi”, affidata a squadre di giustizieri che hanno il compito di colpire i colpevoli ovunque si nascondano.
In pochi anni, tra il 1921 ed il 1922 vengono colpiti i principali pianificatori del genocidio, a partire dal “Triumvirato della morte”, il direttorio che ha guidato con pugno di ferro la Turchia durante gli anni della guerra.
Mehmed Taalat pascià, l’ex ministro dell’Interno e poi Gran Vizir, viene ucciso a Berlino il 15 marzo del 1921. Stessa sorte tocca a Jemal pascià, ministro della Marina; all’ex primo ministro Said Halim, tra i massimi dirigenti dei “Giovani Turchi”; al dott. Behaeddin Chakir, responsabile dell’Organizzazione Speciale, a Gemal Azmi, prefetto di Trebisonda…
Molti altri esponenti dei “Giovani Turchi” provarono a riciclarsi nel nuovo governo nazionalista di Mustafà Kemal Ataturk, finendo successivamente giustiziati per aver tentato un nuovo colpo di stato.
greek_cavalry_1921Ovviamente i massacri non cessarono, ma si estesero dilatati ad una nuova dimensione che avrebbe riguardato le popolazioni elleniche presenti in territorio turco, in una delle più grandi pulizie etniche della storia moderna, estesa dall’Albania al Caucaso, nel corso del devastante conflitto che oppose la Grecia e la Turchia tra il 1919 ed il 1922: la più tragica dimostrazione di quali livelli di brutalità e ferocia può raggiungere l’idiozia della febbre sciovinista.

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Riepilogo delle pubblicazioni precedenti:
1) Profondo rosso
2) Medz Yeghern

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Medz Yeghern

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Paolo Cossi

“Avrei potuto espellere 100.000 armeni,
ma finora non l’ho ancora fatto”
Recep Tayyip Erdoğan
(15/04/2015)

Recep Tayyip ErdoğanIl presidente turco Erdogan, quando non blatera di cospirazioni straniere ed altre amenità complottarde, non è nuovo a certe uscite pubbliche che ricordano vagamente il Discorso del bivacco di Mussolini.
D’altra parte, questo pigmeo islamofascista in ribollita ultra-nazionalista, con un’altra delle sue sparate che tanto l’hanno reso famoso all’estero, ci aveva già elucubrato le sue perle di saggezza a misura di un’altezza che non supera i tacchi dello statista:

“Se fosse stato un genocidio, come potrebbero esserci ancora armeni nel nostro Paese?”
(29/04/2015)

Provate soltanto ad immaginare se un cancelliere tedesco pronunciasse una simile frase a proposito dello sterminio degli ebrei…!
ErdoganOrdunque, che cos’è esattamente un “genocidio”?
Raphael Lemkin a cui si deve l’elaborazione originaria del concetto, ne delineò le linee fondamentali nel 1944:

«Generalmente parlando, un genocidio non significa necessariamente l’immediata distruzione di una nazione, ad eccezione di quando viene effettuato eliminandone tutti i membri. È da intendersi piuttosto come un ‘piano coordinato’, costituito da differenti azioni mirate alla distruzione delle fondamenta dell’esistenza di gruppi nazionali, con l’intento di annichilirli. Gli obiettivi di un simile piano possono essere la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, del linguaggio, dei sentimenti nazionali, della religione e delle strutture economiche di un determinato gruppo nazionale, nonché la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e anche della stessa vita degli individui che fanno parte di questo gruppo

CossiPer la cronaca, gli Armeni censiti ufficialmente in Turchia sono meno di 25.000 (dei circa due milioni di fine ‘800) e risultano più rari dei panda.
Evidentemente, il presidente Erdogan dev’essere uno di quelli convinti che la sola presenza di un sopravvissuto, tra milioni di morti, possa escludere l’effetto genocida della pratica eliminazionista.
Non per niente gli Armeni, a scanso di equivoci, usano il termine “Medz Yeghérn” (il Grande Male), ma la sostanza rimane la stessa.

Paolo Cossi - Il Grande Male

D’altronde, lo sterminio messo in atto nel 1915 dal governo nazionalista dei “Giovani Turchi” non era che la prosecuzione in chiave moderna (e per questo più ‘efficiente’) delle stragi del ventennio precedente, per la soluzione finale della “questione armena”. Né le persecuzioni, che avevano raggiunto il loro acme coi massacri hamidiani del 1894-1896, erano mai cessate, continuando a fasi alterne ed intensità variabile anche negli anni successivi, fino al loro ultimo epilogo…
Paolo Cossi Medz YeghernDopo un tentativo di insurrezione a Sassun nel 1904, gli scontri con gli Armeni che ormai si sono organizzati militarmente sotto la guida dell’Hunchakian e del Dashnak proseguono sporadicamente fino al 1908, secondo le solite modalità di azione. E non riuscendo ad avere ragione militarmente degli insorti, l’esercito regolare e le milizie ausiliarie al suo seguito rivolgono le loro rappresaglie terroristiche contro la popolazione civile.

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I Giovani Turchi
Giovani Turchi (quelli veri) Le repressioni continuano fino all’estate del 1908, quando (il 24/07/1908) la III Armata di stanza a Salonicco, ispirata dall’esempio del maggiore di origini albanesi Ahmed Niyazi, si solleva contro il sultano Abdul Hamid II, chiedendo il ripristino della Costituzione del 1876 e l’indizione di libere elezioni. A guidare la rivolta militare è una eterogenea alleanza di ambiziosi ufficiali di formazione europea e piccoli funzionari della burocrazia imperiale, di ispirazione liberale e progressista, ma soprattutto nazionalista, che si fanno chiamare “Giovani Turchi” sulla falsariga della Giovine Italia” di Mazzini.

Giovani Turchi«Il golpe del 1908 segna l’ingresso in scena dei cosiddetti “Giovani Turchi”, eredi dei “Giovani Ottomani” che nel 1876 erano stati la spina dorsale del movimento costituzionalista. I Giovani Turchi sono una galassia di gruppi uniti da alcuni obiettivi comuni, che vanno dalla difesa dell’integrità territoriale dell’Impero alla instaurazione di un regime democratico-parlamentare. Auspicano uno stato laico e puntano al primato della cultura e dell’etnia turca in un paese modernizzato. All’interno di questo quadro generale di riferimento convivono però due tendenze divergenti: una liberale in politica, liberista in economia, e favorevole ad una evoluzione dell’impero in senso federalista; l’altra invece favorevole all’instaurazione di un regime autoritario, ultranazionalista e fortemente accentrato.
Soldati turchi della III ArmataÈ questa seconda concezione che predomina nell’Ittihad Ve Terakki Comyeti (Comitato per l’Unione e il Progresso), che ha guidato la rivoluzione di luglio e raccoglie adesioni soprattutto tra i giovani ufficiali superiori che ne costituiscono lo zoccolo duro

Sergio De Santis
“Il genocidio degli Armeni”
(Marzo, 1996)

sultans-cavalryIn un primo momento, gli Armeni salutano con entusiasmo l’avvento del nuovo regime costituzionale, tanto che alla coalizione aderiscono anche i socialrivoluzionari armeni del Dashnaktsutiun, che stilano una piattaforma comune di riforme da condividere con l’Ittihad.
Anno 1909Il 13 Aprile del 1909 il governo costituzionalista deve fronteggiare un ultimo tentativo di restaurazione ad opera del vecchio sultano Abdul Hamid che, secondo una tattica già collaudata in passato, impiega gli studenti (taliban) delle scuole coraniche della capitale, come forza d’urto per ripristinare il suo potere assoluto (di natura califfale) ed il ritorno alla piena applicazione della sharia. Al contempo, soffiando sui rancori ed i pregiudizi degli strati più arretrati della popolazione rurale, i sostenitori del sultano aizzano la plebaglia delle campagne contro i soliti Armeni, i quali vengono investiti dallo spaventoso pogrom di Adana, che si estende ben presto a tutta la Cilicia in una esplosione di violenza primordiale. Dei circa 30.000 Armeni periti nella mattanza, molti vengono impalati, squartati, o spellati vivi.
1908 - Ingresso del generale Sevket a CostantinopoliIl 24 Aprile, il tentativo controrivoluzionario è già fallito, con l’intervento del generale Mahmud Sevket che al comando Abdul Hamid IIdell’Armata di Macedonia occupa Costantinopoli e costringe il sultano Abdul Hamid II ad abdicare, a favore del suo imbelle fratello (Mehmet Raschid) che assume il nome di Maometto V.
Tuttavia, il fatto che l’esercito regolare, inviato a sedare i disordini, si unisca invece ai massacratori nella loro caccia selvaggia, contribuisce non poco a pregiudicare in fretta i rapporti tra i partiti armeni e l’Ittihad, che si guastano in un clima di profonda diffidenza fino all’inevitabile rottura del 1911.
italsavoiaAd aggravare la situazione interna e la tenuta di governo, contribuisce inoltre l’annessione della Bosnia Erzegovina all’Impero asburgico e l’esito disastroso della prima guerra balcanica (che tanto contribuiranno all’incidente di Sarajevo), unitamente alla guerra italo-turca per il possesso della Libia. Sono eventi che, insieme all’ampio ricorso ai brogli elettorali, contribuiscono a minare profondamente la legittimazione ed il sostegno popolare verso l’esecutivo liberaldemocratico, dove la componente autoritaria e militarista diventa sempre più preponderante. Tra i più oltranzisti, si distinguono i colonnelli Enver e Jemal, nonché il funzionario delle poste Mehemed Talaat.
Lanceri 1890E ciò avviene in un Paese profondamente traumatizzato e confuso che, nella sua sindrome di accerchiamento, teme la dissoluzione, mentre al contempo vede affluire al suo interno milioni di profughi musulmani in fuga dai nuovi regni balcanici, dove sono oggetto di una vendetta feroce soprattutto ad opera di Serbi e Bulgari.

«La nuova situazione geopolitica dell’impero ottomano provoca una svolta sociale anche sul piano interno. Fallita la promessa di salvaguardare l’integrità dell’impero, arenata la politica di riforme, ed entrato in crisi anche il sistema democratico-parlamentare va sempre più rafforzandosi nell’Ittihad l’ala militare ultranazionalista.
Ismail Enver La rottura avviene il 23/01/1913 con “l’incidente della Sublime Porta”: Enver Bey alla testa di un drappello di militari irrompe nel palazzo imperiale, abbatte a colpi di rivoltella il Ministro della Guerra, Nazim Pascià, e costringe il gran visir (cioè il primo ministro) a cedere l’incarico al generale Sekvet. Ma anche Sekvet dura poco: il 21 Giugno di quello stesso anno viene assassinato e la carica di gran visir passa al presidente dell’Ittihad, il principe egiziano Said Halim.
1st Regiment of Lancers of the Imperial GuardIl potere reale si concentra in realtà nelle mani di Talat (ormai Talat Pascià), segretario generale dell’Ittihad e membro eminente del Djemiet, il circolo ristretto che controlla il vertice del partito. Talat torna ad occupare il Ministero dell’Interno (dove già era passato fuggevolmente durante il governo Sekmet) e nel giro di pochi mesi insedia i suoi allievi Enver e Jemal (anche essi elevati al rango di pascià), rispettivamente al Ministero della Guerra e a quello della Marina. Così, nel Febbraio del 1914 si insedia al potere il cosiddetto “Triumvirato” che resterà in sella fino alla fine della prima guerra mondiale, nel 1918.
Il potere è ormai nelle mani di un gruppo di fanatici del “governo forte” che punta verso la creazione di uno stato ultracentralizzato nel quale non c’è più posto per ‘millet’ autonomi

Sergio De Santis
“Il genocidio degli Armeni”
(Marzo, 1996)

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Il Triumvirato della morte
Soprannominati i “tre pascià”, Enver, Jemal e Talaat sono gli esponenti di una nuova generazione di quarantenni e uomini forti del regime. Stipuleranno un’alleanza suicida con la Germania e porteranno il paese alla disfatta della prima guerra mondiale.
1916, one of the Camels Raiders Troop companies became a 4th Army HQ Protection unitIl nuovo gruppo dirigente si riconosce in un’ideologia panturca, per la creazione di uno Stato identitario ed etnicamente omogeneo. L’obiettivo di questo progetto politico è la fondazione di una nazione basata sul primato esclusivo della componente turca (dagli azeri, ai tatari, ai turcomanni dell’Asia centrale), attraverso l’omogeneizzazione etnica dei territori dell’Anatolia e l’assimilazione forzata delle minoranze.
Jemal Pasha nel 1915 Djemal (Jamal) Pascià, il cui vero nome è Ahmed Gamal, coi suoi 42 anni è il più anziano del terzetto. È nato il 06/05/1872 sull’isola di Lesbo ed è il figlio di un medico militare. Seguendo le orme avite intraprende Djemal Pasciàla carriera militare e frequenta le migliori accademie; diventa geniere ed inaugura una brillante carriera. I suoi nemici (e ne ha parecchi) insinuano che l’origine dei suoi successi sia da ricercarsi nei favori, che come mignon ha dispensato a pascià dai gusti particolari…
Djemal pashaVersatile, efficiente, è un organizzatore nato, esperto in questioni di logistica. Sono tutte doti che gli torneranno utile nella pianificazione e realizzazione degli omicidi di massa, che persegue con spietata determinazione. Assertore del darwinismo sociale e fanatico sostenitore della superiorità razziale del ceppo turco, lui che probabilmente turco non è mai stato, ha fama di macellaio. È ossessionato da complotti e tradimenti che vede ovunque. Durante il suo mandato in Siria e Libano si distingue per i rastrellamenti e le esecuzioni sommarie. Egalitarista, non fa torto a nessuno: sciiti, alawiti, cristiano maroniti, assiro-caldei, armeni, arabi sunniti… tutti salgono sui patiboli che allestisce ovunque mette piede. Ma lui si definisce uno ‘statista’ ed un grande riformatore.
Djemal Mehmed Talat (1874-1821) è nato ad Edirne (l’antica Adrianopoli) e discende da una famiglia bulgara convertita, di origine pomaka (allevatori di bufali e pastori delle montagne). Come si conviene per le sue origini, è un uomo rude e dai modi spicci, piantato su un fisico imponente, da lottatore, e la faccia da pugile suonato. Inizia la sua carriera pubblica come impiegato per la società dei telegrafi. Per ragioni disciplinari viene trasferito a Salonicco, dove fa il postino e si avvicina al movimento dei “Giovani Turchi”. Come tutti i mediocri, trova una ragione di vita nel partito, facendo una sfolgorante carriera politica. All’interno del triumvirato, è l’unico che non possa vantare trascorsi militari. E la cosa gli pesa alquanto. Però è intelligente, freddo e metodico. Ha gusti semplici e vive in maniera spartana. Ama ostentare una certa bonomia, persino più minacciosa dei suoi scatti d’ira.

24-Mehmet-Talaat-Pasha-1915

In qualità di Ministro agli Interni prima e Gran Visir poi, è il principale artefice dello sterminio degli Armeni, che persegue con lucida determinazione, animato com’è dalla convinzione ideologica ed il rancore per le persecuzioni patite dai musulmani nei Balcani.
Enver Pasha Ismail Enver è il più giovane del terzetto (è nato il 22/11/1881 a Costantinopoli). Ha praticamente combattuto su tutti i fronti di guerra ai quali gli è stato fisicamente possibile partecipare. Si conquista sul campo i gradi di colonnello, combattendo contro gli Italiani in Libia e tenendo peraltro una condotta sempre impeccabile, specialmente coi prigionieri di guerra, che gli farà guadagnare il rispetto del comando italiano. Tornato in Europa, combatte contro Bulgari, Serbi, Greci, Romeni, Russi… Respinge l’avanzata bulgara verso Costantinopoli, riconquista Edirne e l’entroterra tracico, guadagnandosi il titolo di pascià.
albero di nataleSi crede una specie di eroe romantico ed in patria è considerato un’icona nazionale, ma l’ostentazione marziale del suo elàn guerriero sono in controtendenza col suo aspetto. Ha un fisico minuto, i lineamenti morbidi e quasi efebici, con mani piccole e affusolate. Peggio ancora è terribilmente basso e compensa la cosa con tacchi rialzati e colbacco fuori ordinanza, per sembrare più alto in parallelo con la sua vanità. Però è dotato di un ego smisurato e trova la sua naturale prosecuzione in politica. Durante la sua permanenza a Salonicco si avvicina al “Comitato per l’Unione ed il Progresso” e nell’ambito del partito incarna l’ala destra e più oltranzista. Si reputa una grande condottiero e ricerca la collaborazione dei tedeschi, che invece lo reputano un incompetente totale. Di conseguenza, dopo il colpo di stato, diventa Ministro della Guerra, porta la Turchia nel grande mattatoio della prima guerra mondiale e, come comandante generale, va incontro ad una disfatta dietro l’altra, delle quali ovviamente incolpa gli Armeni.
Enver BeyÈ un sostenitore della laicità dello stato, per questo proclama la “guerra santa” e costituisce un suo personale “Esercito dell’Islam”. Avverso al potere del sultano, sposa una principessa imparentata con la casa reale degli Osmanli, che gli conferirà la qualifica di “genero all’ombra di Allah in terra”…

«…un titolo di cui si glorierà fino alla morte. È ambizioso, arrogante e magalomane. Nel suo studio tiene i ritratti di Federico il Grande e Napoleone. E “Napoleonik lo hanno soprannominato per dileggio i suoi numerosi nemici. È stato attaché militare a Berlino ed è tornato in patria con una sconfinata ammirazione per l’esercito e la disciplina prussiani

Sergio De Santis
(1996)

Enver e signora Dopo la caduta del regime dei “Giovani Turchi”, condannato in contumacia, Enver ripara all’estero e si reinventa agente segreto per conto della Repubblica di Weimar. Traffica in armi; viaggia in Russia dove si avvicina ai bolscevichi. Cerca di rientrare in Turchia e di accordarsi con l’uomo forte del momento, Kemal “Ataturk”, che non l’ha mai potuto soffrire. Nel Novembre del 1921 Lenin lo invia in Turkestan a combattere contro le armate bianche; quindi Enver passa dai bolscevichi ai “controrivoluzionari”, per cercare di unire tutte le popolazioni turco-islamiche in una grande “federazione caucasico-caspiana”. È talmente convincente che il suo esercito personale si defila alla svelte ed Enver praticamente si suicida in una carica di cavalleria, contro un battaglione armeno dell’Armata rossa che lo tira giù con un paio di fucilate.

White cavalry in Siberia

La Razza Panturanica
Mongol Della modernità europea nell’architettura del nuovo stato, i “Giovani Turchi” riprendono il darwinismo sociale e tutta l’accozzaglia di dottrine razzialiste, che vanno per la maggiore nel più civile Occidente.
Per dare una base scientifica ai deliri identitari, ci si affida a due medici organici al partito…

«Il Triumvirato infatti, aizzato da una coppia di fanatici dell’ideologia razzista, il dottor Nazim ed il dottor Behaeddin Chakir, ha cominciato ad accarezzare un ambizioso sogno destinato a esorcizzare la triste realtà quotidiana del declino ottomano: quello di unire in un nuovo impero panturanico (dall’antico termine “turan” usato per indicare le steppe dell’Asia centrale) tutti i popoli turchi, omogenei per lingua, etnia, cultura, dai Dardanelli a Samarcanda»

Marco Buttino
(1992)

Bahaeddin Shakir Il dottor Behaeddin Chakir, fautore di una politica di aperta discriminazione razziale e di eliminazione, è stato uno dei principali ispiratori del “Comitato di Unione e Progresso”. A lui si deve la creazione della struttura operativa dell’Ittihad, conosciuta come “organizzazione speciale”. È il famigerato Techkilat i Mahsousse (da distinguere dall’omonimo servizio segreto istituito da Enver Bey), che avrà un ruolo fondamentale nelle operazioni di sterminio su scala di massa. Si tratta di un organismo paramilitare costituito nel Luglio del 1914 sotto la supervisione del Ministero dell’Interno (e quindi di Talat pascià). L’Organizzazione speciale è guidata da un direttorio composto da due membri politici, dei quali si distingue il dottor Nazim, e due ufficiali militari con funzioni operative: Aziz Bey (capo dei servizi di sicurezza) e Djevad Bey (comandante della guarnigione di Costantinopoli). Il dott. Chakir si occupa della direzione del centro operativo di Erzerum, dal quale coordina tutte le operazioni, supervisionando i commissari politici inviati nelle province. cache_29036832Agli omicidi di massa ed alle stragi, provvede invece una manovalanza di 30.000 energumeni reclutati nelle prigioni, tra i criminali comuni e gli irregolari albanesi. Sono i Tchetté e si occupano di svolgere il lavoro sporco.
Doktor Nâzim Bey Il dottor Nazim dirige invece il Comitato centrale dell’Ittihad ed è il Ministro dell’Educazione. Da bravo medico, per lui la questione armena è soprattutto un problema di profilassi e di “microbi”. E le minoranze non turche sono la componente batterica che infesta il corpo sano della nazione.

«Ad eccezione dei Turchi, tutti gli altri elementi devono essere sterminati, senza badare a quale religione appartengano. Questo paese deve essere ripulito da elementi stranieri ed i Turchi devono effettuare la pulizia

Zadeh Riflat
“The Inner facet of the turkish revolution”
(1968)

esercito ellenicoNazim Bey è originario di Salonicco ed ebbe a patire duramente l’occupazione greca della città nel 1912. Il suo caso costituisce un tipico esempio di come una vittima possa trasformarsi facilmente in carnefice, una volta mutati i rapporti di forza. Ma Nazim è anche animato da un odio non comune contro gli Armeni. Le sue conclusioni sono semplici: il problema armeno si estingue con la scomparsa della “razza maledetta”.
bonesDopo il 1918, Nazim praticamente sfugge alla condanna a morte, alla vendetta armena e ad ogni altra spiacevole conseguenza. Ma finisce giustiziato nel 1926 per aver tentato di assassinare Kemal Ataturk.

L’Interludio
Fante bulgaro C’è da dire (e ribadire) che l’eliminazione di massa delle minoranze, al di là dei suoi postulati teorici, e di documenti molto contestati non solo in ambito turco, almeno nell’immediato non ebbe alcuna applicazione pratica di una qualche rilevanza. Così come moltissime furono le resistenze e l’elusione delle disposizioni all’interno dello stesso apparato amministrativo e militare, che pure avrebbe dovuto occuparsi materialmente delle eliminazioni. E che il passaggio di consegne e la loro esecuzione non fu così diretto ed immediato come solitamente si vuole far credere.
Sullo sterminio degli Armeni, troppo spesso, ci si concentra sugli aspetti “sensazionalistici” e orripilanti che, ovviamente, hanno più facile presa sull’immaginario collettivo e sono tesi ad impressionare con le loro evocazioni terrifiche.
Ma ci si dimentica con altrettanta facilità, senza nulla voler sminuire o negare del crimine genocida, che all’inizio del XX secolo le deportazioni forzate, i campi di internamento, le marce della morte, gli omicidi di massa… non erano una rarità né un eccezione. E gli anni successivi dimostreranno fino a che livelli possa spingersi la volontà genocida, sulla spinta dell’odio e della paura…
Rappresaglie bulgareInoltre, in Turchia veniva vissuta come un’intollerabile sperequazione il silenzio con cui le potenze occidentali (anche se in realtà denunce ve ne furono eccome), sempre solerti nel condannare la barbarie ottomana, accoglievano i massacri (che furono numerosi e non meno feroci) consumati nei territori occupati dai Serbi, dai Bulgari, e dagli stessi Greci, che meriterebbero una trattazione a parte ed in altra sede. Il ché non giustifica assolutamente, ma aiuta a comprendere la spirale di vendette, di ritorsioni e di rappresaglie, che si innestarono con lucida follia omicida su un disegno criminale ben più grande e pilotato, alla cui realizzazione infame contribuì non poco lo scoppio del primo conflitto mondiale, quando sugli Armeni cominciò a gravare pure l’accusa di tradimento in tempo di guerra.

Lanceri turchi«Quanto accadde nel 1915 seguì in parte le dinamiche sociali e politiche che ormai ci sono note: il riaccendersi del conflitto etnico in forme cruente, un intervento dall’esterno in funzione di detonatore degli scontri, il connotarsi quindi di uno schieramento musulmano contrapposto a uno cristiano. Nel 1915 vi fu indubbiamente una differenza di intensità rispetto al passato: le province armene furono a lungo campo di battaglia tra l’esercito turco e quello turco; la comunità armena si organizzò anche militarmente; Costantinopoli fu la più decisa a voler eliminare tutti gli armeni dalla regione; i curdi furono i più spietati

Marco Buttino
(1992)

Per gli Armeni, già sospettati di intesa col nemico russo, in seguito all’entrata in guerra dell’Impero ottomano, le cose precipitano drasticamente a partire dall’inverno del 1914.
Accantonato ogni scrupolo di tipo laico, il 16 Novembre del 1914 il Triumvirato induce le autorità islamici ad indire la jihad contro gli infedeli, col risultato di scatenare una sorta di isteria collettiva contro i non musulmani, in un paese già eccitato dalla propaganda di guerra.
Cosacchi contro turchiIl 18 Dicembre, Enver pascià, che ha assunto il comando diretto della III Armata, in pieno inverno e con equipaggiamenti inadeguati, lancia un’offensiva sulle montagne del Caucaso contro i reparti russi che aspettano un nemico semi-assiderato e affamato, restando trincerati nelle loro solide posizioni difensive, supportati da una Legione di volontari armeni che accorpa circa 8.000 combattenti. Per i turchi è un disastro: il generalissimo Enver perde 75.000 effettivi e riesce a sopravvivere a stento, pare, soccorso proprio da un soldato armeno. E, se fosse vero, mal gliene incolse!

1915 - Volontari armeni nell'Armata russa del Caucaso

La Grande Purga
l_8274_turkish_cavalry Il 25/02/1915, Enver pascià emana una direttiva a tutti i comandi militari in cui ordina il disarmo dei soldati armeni all’interno dell’esercito imperiale, giudicati inaffidabili, e dispone il loro accorpamento in piccoli reparti del Genio, da impegnare in lavori lontano dalla linea del fronte. Si tratta di almeno 300.000 uomini tra i 16 ed i 60 anni, che costituiscono il grosso della popolazione maschile più valida della comunità armena. E quindi il nucleo principale su cui intervenire subito e mettere in condizioni di non nuocere. Le singole compagnie di genieri vengono condotte alla spicciolata nelle retrovie e fucilate in blocco.
Nel frattempo, per contenere la controffensiva di primavera dell’esercito russo, lo stato maggiore turco mobilita una nuova armata rinforzata dalle milizie irregolari dei curdi e mercenari turcomanni reclutati nella provincia persiana dell’Azeirbaijan ad est del vilayet di Van e nell’Hakkari, dove è forte la presenza degli Assiro-Caldei che vengono investiti dalla rappresaglia.
Come d’abitudine, ogni volta che l’esercito turco non riesce a contrapporsi militarmente ai suoi nemici, infierisce sulla popolazione locale, molto meglio se indifesa, che dopo il ripiegamento dei Russi viene sottoposta ad ogni atrocità possibile.

armenia04

Purgato l’esercito ed ogni possibilità di sollevazione, nel mese di Aprile la comunità armena viene decapitata del suo ceto dirigente, con l’arresto di tutti gli intellettuali, professori universitari, medici, liberi professionisti, esponenti politici e persino deputati, presenti a Costantinopoli, che vengono dapprima imprigionati e successivamente assassinati in carcere o giustiziati in pubbliche esecuzioni.
1915 - Impiccagione dei leaders del DashnakA questo punto, è la volta del grosso della comunità, che inizia a capire bene qual’è il destino che le è stato riservato….

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PROFONDO ROSSO

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on aprile 15, 2015 by Sendivogius

Saluti da CostantinopoliAd un secolo di distanza, parlare della grande mattanza degli Armeni non si può e non si deve, a meno che non si voglia urtare la suscettibilità della Turchia… Basti pensare alla reazione spropositata del governo di Ankara, ogni qualvolta viene evocata la parola proibita: “genocidio”.
In alternativa, si può incorrere nel rischio concreto di venire oscurati da qualche solerte hacker, in vena di vendicare l’onore nazionale così ferito nella sua identità villipesa.
esibizione delle teste Che lo si voglia chiamare genocidio oppure no, lo sradicamento e la distruzione delle comunità armene dell’Anatolia non fu un fatto sporadico e nemmeno isolato, giacché l’opera di annientamento interessò quasi tutte le minoranze non musulmane (percepite come una minaccia alla stabilità) presenti all’interno dei territori imperiali… Un trattamento non dissimile fu riservato infatti alle popolazioni assiro-caldee, distribuite tra gli altipiani del Taurus Orientale fino alle province di Diyarbakir e Hakkari (regione curda attualmente incastonata al confine tra Iraq e Iran). E di grazia esteso anche agli sventurati Yazidi del Sinjar, tanto per non farsi mancare proprio nulla al ricco carniere delle repressioni.
Eastern_provinces_Ottoman-Empire-Western ArmeniaSoprattutto, le persecuzioni degli Assiro-Caldei (cristiani nestoriani), degli Armeni (monofisisti), dei Greci del Ponto (ortodossi), che si intensificano in epoca moderna dopo secoli di relativa convivenza, segnano un torbido spartiacque nel difficile periodo di transizione dall’Impero alla Repubblica General Mustafa Kemal Ataturknazionale, sull’onda lunga della prima guerra mondiale e dei suoi stravolgimenti geo-politici, con la creazione dell’attuale Stato turco, se non etnicamente omogeneo (cosa peraltro impossibile), sicuramente omologato in un’unica matrice etnico-culturale. La predominanza dell’elemento nazionalista, il primato del potere militare sulla vita pubblica e politica, l’asfissiante censura e la repressione poliziesca di uno stato dai forti richiami autoritari, sono gli elementi che (in negativo) condizionano la moderna Turchia e ne contraddistinguono le prese di posizione ogni volta che, nolente, è costretta a fare i conti con le ombre del proprio passato.
19 - Fanteria Grande Guerra (2)C’è pure da dire che agli albori del XX secolo il fragile Impero Ottomano non era politicamente attrezzato per fronteggiare le spinte verso il cambiamento e le rivendicazioni dei movimenti Sultano Abdul Hamid IIindipendentisti, né il Sultano della Sublime Porta sembrava più davvero in grado di disinnescare con efficacia la minaccia delle forze centrifughe che rischiavano di sbriciolare il suo impero, sotto i colpi e la pressione sempre costante dell’Impero russo ai suoi confini, con lo zar che amava atteggiarsi a gran protettore dei cristiani ortodossi.
1877 - Conquista della piazzaforte di PlevenDopo la Guerra turco-russa (1877-1878), l’Impero Ottomano deve rinunciare alla quasi totalità dei suoi territori europei e negli anni successivi (1881-1882) perde anche gran parte delle suoi possedimenti mediterranei (Tunisia ed Egitto); costretto ad arretrare ovunque, ripiega in una crisi profonda.
Abdul Hamid II Dinanzi all’insorgenza dei nazionalismi ottocenteschi ed agli irredentismi dei millet (le comunità etnico-religiose in seno all’impero), spesso e volentieri fomentati dalle potenze coloniali europee tutt’altro che disinteressate, il sultano Abdul Hamid II reagisce come può, ricorrendo a ciò che gli riesce meglio: una repressione brutale e spietata, ovunque si accendano focolai di rivolta. Perché gli autocrati quando fondano la loro autorità su un potere incerto non sono mai magnanimi.
Caricatura sultanoIn questo contesto già ampiamente compromesso, a farne le spese furono soprattutto gli Armeni che, a torto o a ragione, vennero identificati come una sorta di “quinta colonna” ostile, che operava nelle retrovie d’intesa con il nemico straniero, agendo dall’interno dei territori imperiali.
The Six armenian Vilayets in Ottoman AnatoliaCon una considerevole presenza nelle grandi città di Smirne e Costantinopoli, dove si concentrano gli elementi più dinamici e più istruiti della borghesia armena, il grosso della comunità è distribuita in Cilicia (Piccola Armenia), vanta un insediamento importante a Trebisonda sul Mar Nero, e soprattutto si concentra nelle regioni interne dell’Anatolia sud-orientale. Le province (vilayet) col maggior numero di Armeni sono sei: Bitlis, Erzerum, Van, Diyarbakir (Diabekir), Sivas, e Karput.

Donne armene«Gli Armeni rappresentano la più grande tra le varie minoranze non-turche presenti nella regione anatolica (greci, circassi, curdi, ebrei). Sono circa due milioni su una popolazione di oltre 15 milioni, ma la percentuale cresce nei vilayet della Grande Armenia pur senza raggiungere la maggioranza in alcun luogo. Come composizione sociale, gli Armeni sono per l’80% contadini poveri cui si aggiunge una modesta, piccola borghesia provinciale urbana, composta da artigiani e negozianti. La classe dirigente si concentra nella capitale e nelle città più importanti, e comprende una ricca oligarchia bancaria e mercantile, e una vivace elite intellettuale

Sergio De Santis
“Gli Armeni” (1996)

Ben più precaria è la condizione di chi vive nelle regioni interne dell’Anatolia, lungo il massiccio del Tauro, dove gli Armeni, che sono in massima parte contadini sedentari e chiusi in comunità Donna armenarigidamente endogamiche come sovente avviene per le minoranze emarginate, devono affrontare una difficile convivenza con le tribù di pastori seminomadi che vivono sull’altipiano e coi quali si contendono lo sfruttamento delle terre e dei corsi d’acqua. Soprattutto, devono subire la piaga endemica del banditismo curdo, con le sue bande di predoni che taglieggiano le popolazioni stanziali delle pianure, ai quali si aggiunge la rapacità dei funzionari ottomani e dei governatori provinciali (vali).
16 - Irregolari curdiIn quanto “infedeli”, gli Armeni, insieme a tutte le altre comunità non musulmane, sono tenuti al pagamento di una sovrattassa per la ‘protezione’, come prevede la legge islamica, e tenuti in una pesante condizione di inferiorità giuridica che ne pregiudica i diritti e le tutele, né li salvaguardia dagli abusi e dalle violenze.
turkish rebelsLe prime tensioni erano già esplose in tutta la loro terribile violenza tribale già nella metà del XIX secolo, quando le comunità armene ed assiro-caldee della provincia di Diyarbakir, pessimamente consigliate dai loro intriganti patriarchi ecclesiastici, s’erano lasciati coinvolgere nelle beghe di potere dei sangiaccati autonomi dei signorotti curdi in lotta tra loro per la secessione dall’Impero ottomano, col risultato di trovarsi esposti alle rappresaglie degli uni e successivamente a quelle delle truppe ottomane inviate nella regione per reprimere la rivolta, che senza troppe distinzioni si scatenarono soprattutto contro le popolazioni cristiane (le più ‘ricche’ da depredare), in un primo devastante assaggio (stimato in 50.000 morti) delle mattanze che sarebbero avvenute in seguito.
CircassiAd esasperare ulteriormente i rapporti, contribuisce inoltre l’arrivo dei profughi balcanici e soprattutto dal Caucaso, i circassi (ceceni), che il governo ottomano reinsedia in massa nelle regioni armene a scopo di contenimento. E che in concreto porta ad un intensificarsi delle scorrerie a danno degli Armeni e dei cristiano-caldei.

Basibozuk-1877-78

È la prima concreta risposta che il sultano Abdul Hamid fornisce alle ingiunzioni delle potenze occidentali e dell’Impero russo che gli intimano di “realizzare senza alcun ritardo i miglioramenti e le riforme rese necessarie dalle esigenze locali nelle province abitate dagli armeni”, come prevede l’Art.61 del Trattato di Berlino (1878) e che il sultano interpreta come un’offesa personale ed un’indebita ingerenza al suo potere assoluto.
circassi (ceceni)Per rintuzzare la minaccia russa ai confini orientali del suo impero e tenere sotto controllo gli Armeni, nel 1891 il sultano Abdul Hamid istituisce dei nuovi reggimenti di cavalleria 1890 Ottoman Hamidiye Corpleggera ad imitazione di quelli dei cosacchi e che vengono chiamati in suo onore “Hamidiye”. Già che c’è, pensa pure a risolvere in un sol colpo anche il problema del banditismo, reclutando i nuovi cavalleggeri tra le bande di predoni curdi, circassi e turcomanni, ai quali pone a capo un ufficiale turco. Per il mantenimento degli squadroni irregolari di “Hamidiye” viene istituzionalizzata una doppia tassazione ovviamente a carico di Armeni e Assiri, in aggiunta alle grassazioni già abbondantemente praticate. Tutte le unità vengono formalmente poste sotto il comando di Zekki pascià, maresciallo generale dell’impero, vengono rifornite dall’esercito regolare unicamente di munizioni e fucili a ripetizione, con la fornitura occasionale di tuniche grigie come uniforme. Per il resto, ogni squadrone di cavalleria si auto-finanzia con i frutti dei saccheggi e delle requisizioni arbitrarie, godendo di una libertà d’azione quasi illimitata.
Capi tribali curdi degli HamidiyeNel frattempo anche gli Armeni, animati da un nuovo ceto intellettuale che spesso si è formato all’estero nelle università europee, iniziano ad organizzarsi spingendo per un nuovo corso politico.
Fedayees armeni 1890-1896Nel 1887 un gruppo di studenti in esilio fondano a Ginevra una organizzazione politica, l’Hunchakian (la “Campana”), o Hintchak; di orientamento marxista, è vicino alla socialdemocrazia russa da cui sostanzialmente riprende l’impronta socialrivoluzionaria e lo spirito anti-zarista. Pochi anni dopo, nel 1890, viene costituito in Georgia la Federazione Rivoluzionaria Armena: il Dashnaktsutiun (Dashnak). È un partito di ispirazione socialista, ma dai riferimenti ideologici più bakuniani (anarchismo) che marxisti. Nati per chiedere il ripristino della Costituzione del 1876, promulgata e subito abrogata dal sultano Abdul Hamid, entrambi i partiti condividono molti elementi in comune col populismo russo della Narodnaja volja ed avranno un ruolo di primo piano, nell’organizzare la resistenza armata contro lo sterminio degli Armeni.

Garegin Nzhdeh - Armenian freedom fighter during his voluntary service in the Bulgarian army«Sulla carta i due partiti puntano soprattutto al “Tanzimat” (cioè alle riforme) e si propongono come obiettivo più la liberazione di un popolo che di un territorio: in realtà entrambi sognano di ripetere l’esperienza bulgara, vale a dire l’inizio di una guerriglia capace di provocare prima un’insurrezione popolare, poi un intervento straniero, e infine l’indipendenza nazionale su pressione internazionale.
La prima rivolta dei guerriglieri della Federazione (i cosiddetti “fedais”) avviene a Sassun. La repressione lascia sul terreno 8.000 morti ed è così selvaggia da provocare una commissione d’inchiesta internazionale.
Hintchak - gruppo di ArdzivI fedais si illudono di aver messo in movimento il meccanismo della liberazione nazionale, senza rendersi conto che la loro posizione è estremamente debole. Il popolo armeno infatti non dispone di un solo “focolare” ben definito, ma si trova sparpagliato in tutta l’Anatolia e mescolato ad altre etnie; manca di un appoggio internazionale “forte” (salvo quello sello zar, che però a molti non fa meno paura del sultano), e non dispone neanche di collegamenti organici coi i grandi centri della cristianità, dato il carattere scismatico del Patriarcato apostolico armeno.
Inoltre (e non è cosa da poco), sia l’Hintchak sia il Daschnak destano sospetti per il loro orientamento rivoluzionario, non solo presso la Russia ma anche presso le grandi potenze liberali dell’Occidente

Sergio De Santis
(1996)

L’eccidio di Sassun in Cilicia (agosto/settembre 1894) è solo il preludio di una più vasta azione di repressione, che viene messa in atto dall’esercito turco con l’apporto determinante degli irregolari curdi arruolati negli Hamidiye e che sono comunemente ricordati come “massacri hamidiani”.
card-illustrating-hamidian-massacres-of-armenians-18891Il 30/09/1895 i movimenti armeni indicono una manifestazione pacifica a Costantinopoli, in duemila si riuniscono per presentare una petizione e chiedere il ripristino delle garanzie A Turkish army Bashi-Bazouk c-1880costituzionali del 1876. La risposta del sultano non si fa attendere… dopo aver disperso i manifestanti, una folla aizzata dalla gendarmeria si scatena contro i quartieri armeni della capitale che vengono messi a sacco. Rapidamente, la repressione si estende in tutti e sei i vilayet popolati da Armeni, dalla Cilicia ai distretti nord-occidentali dell’Anatolia, con una simultaneità che lascia supporre l’esistenza di un piano ben preordinato, tramite una serie di violenze ininterrotte che si estendono indiscriminatamente contro tutte le popolazioni cristiane e si susseguono per quattro mesi, fino al gennaio del 1896. Le stragi di massa dei cristiani sollevano lo sdegno delle abdul hamidcancellerie europee. Ma oramai il sultano ottomano ha mangiato la foglia e non se ne prende troppa pena. I fatti gli danno ragione… Mentre il Regno d’Italia mantiene una posizione più defilata, la Gran Bretagna, la Francia, gli USA, e perfino il piccolo Belgio minacciano di intervenire militarmente se non cesseranno, ma alla fine non andranno oltre una mera condanna formale e la compilazione di libri colorati (bianco..blu..azzurro..giallo) dove vengono riepilogate le consuete gallerie degli orrori: dagli scuoiamenti di Ezrerum ai 3.000 cristiani rinchiusi e bruciati vivi nella cattedrale di Urfa…
1895 - Massacro di ErzurumAttilio Monaco, console italiano nella città di Erzerum, ebbe Attilio Monacomodo di apprendere delle modalità di sterminio, parlando direttamente con i soldati turchi implicati negli eccidi, attraverso la testimonianza di tal Mustafà Ali-Oglù, ed inviare regolari rapporti all’Ambasciata d’Italia a Costantinopoli:

Hamidye di Hussein pascià«I Curdi erano quasi tutti armati d’eccellenti fucili e ricevevano le munizioni dalle truppe. Di queste il comando effettivo l’aveva Tewfik bey, e Ismail bey era rappresentante del “muscir”: fu Ismail che lesse alle truppe il firmano imperiale, che ordinava la distruzione dei villaggi ribelli. Egli [Ali-Oglù] ha raccontato il modo come i villaggi armeni furono attaccati e distrutti, ripetendo i particolari dati dagli altri due soldati: erano i curdi che mettevano fuoco alle case e che s’occupavano specialmente del saccheggio, portando via le donne giovani, mentre i soldati, benché qualche volta prendevano anche loro, s’occupavano più specialmente di dar la caccia agli abitanti, uccidendo quanti incontravano, uomini o donne, vecchi o bambini. Egli vide in Ghelié-Guzan un soldato uccidere barbaramente un bambino e alcuni altri che sventrarono una donna incinta e le estrassero il feto… Nelle uccisioni, e soprattutto nella caccia che si dava alla gente pei monti e nelle boscaglie, non era risparmiato nessuno e solo le donne giovani erano portate via

Attilio Monaco
(16 Maggio 1895)

Spesso e volentieri, sono i mullah delle moschee ad infervorare la folla coi loro sermoni infiammati e scatenarli nei linciaggi, che si traducono in veri e propri pogrom col supporto dell’esercito che interviene unicamente per reprimere le sacche di resistenza armene.
Ibrahim pasciàSe il sultano ha interesse a presentare i massacri come una reazione spontanea ed incontrollata di folle inferocite, al di fuori di ogni coordinamento militare o indirizzo ideologico, tuttavia, in qualità di testimone oculare, il 30/10/1895 il console Monaco comunica all’Ambasciata:

Sheikh Said of Piran«Senza alcuna provocazione da parte degli Armeni, il massacro è cominciato in tutta la città alla stessa ora, come a un segnale convenuto, quando i musulmani uscivano dalla preghiera di mezzodì. Quello che la plebaglia turca ha commesso è affatto secondario, giacché tutto, uccisioni, saccheggio, devastazioni, incendi, è stato perpetrato dai soldati, in potere dei quali la città è letteralmente rimasta. Coi miei propri occhi sono stato spettatore di tutto ciò, e la stessa sera e il giorno seguente quando ho potuto percorrere i mercati non ho incontrato che soldati, che nelle case e nelle botteghe devastate dai loro compagni cercavano il resto»

A proposito della “questione armena”, il diplomatico riportava nelle sue osservazioni che:

images «È soprattutto in questi ultimi dieci anni che questa quistione armena è entrata nello stato acuto con una serie continuata di oppressioni, che, deve credersi, abbia fatto sperare al governo turco, che il modo migliore di risolvere il problema era quello molto semplice di sopprimere gli Armeni o con l’esilio, o con la prigionia o con lo sterminio. A parte questa triste politica, da diciassette anni che è stato firmato il trattato di Berlino nessuna pratica e seria iniziativa è stata presa da parte del governo, come aveva promesso, per salvaguardare la sicurezza degli Armeni contro le ruberie dei Curdi e le persecuzioni degli impiegati turchi

Come una sorta di contagio diffuso ad arte, i massacri si propagano progressivamente per tutta l’Anatolia, a Bitlis, Kharput, Diyarbekir, Van…
card-illustrating-hamidian-massacres-of-armenians-1889Il 01 Novembre del 1895 le violenze investono il centro di Diyarbekir, quando una folla di invasati si riversa fuori dalla moschea principale della città per assaltare le abitazioni dei cristiani, che organizzatisi per tempo trincerano l’ingresso delle abitazioni e costruiscono barricate nelle strade d’accesso dei loro quartieri, respingendo gli assalitori a fucilate e combattimenti all’arma bianca. I meno fortunati vengono trucidati sul posto. I massacri, i rapimenti di donne, e le conversioni forzate si estendono ben presto nei villaggi distribuiti nei dintorni del capoluogo dell’omonima provincia, dove si abbatte la furia degli irregolari curdi a cavallo, e investe le comunità assire di Sa’diye, Silvan, Farkin, Qarabash… che vengono quasi interamente annientate.
Massacre of Armenians by Ottoman Turks under Abdul Hamid, 1895-1896. Armenian inhabitants of Akhisar, having their throats cut. Religious Conflict Turkey Trade Card French Chromolithograph'Il 09 Novembre è la volta del distretto di Mardin, dove il numero dei cristiani è preponderante. Si tratta di uno dei pochissimi casi, dove musulmani e cristiani, coordinati dal governatore che distribuisce armi ad entrambi, si uniscono per respingere le bande di predoni. Se la città resiste all’attacco e respinge i saccheggiatori, non sfuggono al saccheggio i villaggi dei dintorni, che in buona parte vengono rasi al suolo, innescando la diaspora degli Assiro-Caldei verso Mosul ed il nord dell’Iraq. Dato gli sviluppi odierni: dalla padella alla brace
assyrns7Il 03 Giugno 1896 è la volta di Van, dove l’azione congiunta degli irregolari curdi e dell’esercito turco, è volta distruggere la resistenza delle costituite squadra di auto-difesa armena. Bilancio dell’operazione: 20.000 morti.
Unità di auto-difesa armene all'assesio di VanNel loro complesso le cifre dei cosiddetti “massacri hamidiani” sono quanto di più impreciso possibile, in relazione agli approssimativi censimenti demografici dell’epoca e dalla totale assenza di una contabilità certa, insieme all’ovvio interesse delle autorità ottomane a minimizzare l’entità delle stragi. Quindi il balletto delle cifre schizza da un minimo di 80.000 morti ad un massimo di 300.000 (un numero sicuramente gonfiato).
Johannes Lepsius Il missionario tedesco Johannes Lepsius, che spese gran parte della sua vita nel documentare e denunciare lo sterminio degli Armeni, nella sua “Relazione sulla situazione del popolo armeno in Turchia” circostanziò così l’entità degli eccidi: 88.243 armeni assassinati nei linciaggi e la 4Christian headsdistruzione di 2.493 villaggi; la profanazione di 649 edifici religiosi, tra monasteri e chiese, delle quali 328 sono state trasformate in moschee. A questo si aggiunge un numero imprecisato di cristiani deceduti per le malattie, le ferite riportate, di fame o di freddo, che Lepsius non quantifica stimandolo però di molto superiore ai 100.000 morti.
Nel tentativo di attirare l’attenzione internazionale sulla causa armena, il 26 agosto del 1896 un gruppo di militanti della “Federazione rivoluzionaria armena” (Dashnaktsutiun) irrompe nella Banca Centrale di Costantinopoli, nell’illusione di spingere Gran Bretagna e Francia ad un intervento diretto per porre fine alle persecuzioni. Il risultato concreto sono altri Bashi-Bazouks (Turkish infrantrymen), Bayazid district, Istambul, 18886.000 morti falcidiati in un altro gigantesco pogrom, che investe i quartieri armeni della capitale e le province d’origine dei sequestratori che vengono sottoposte a “punizione collettiva attraverso l’omicidio di massa”. A guidare le rappresaglie ci sono le famigerate milizie degli irregolari balcanici, dal nome quanto mai evocativo “bashi-buzuk” (teste matte), rinfoltiti da chierici delle scuole islamiche.
basibozukPer definire l’abnormità dei cosiddetti massacri hamidiani, perpetrati con rara ferocia omicida contro le comunità cristiane dell’Impero ottomano, per la prima volta sulla stampa occidentale fanno la loro comparsa dei termini completamente nuovi… Si parla di “olocausto” e di “democidio”… Sarà proprio un armeno sopravvissuto agli eccidi a coniare nel 1943 il termine che oggi tutti conosciamo: “genocidio”.
Ma la vera tempesta che avrebbe spazzato via per sempre intere comunità, sarebbe arrivata soltanto un ventennio più tardi, a sancire il passaggio dalla barbarie ottomana all’epoca moderna…

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TREDICI

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on aprile 12, 2015 by Sendivogius

XIII

No, non è il titolo della (bellissima!) graphic novel belga di Van Hamme e Vance, bensì il numero esatto della nuove assunzioni certificate dall’INPS [QUI] dall’entrata in vigore dello strombazzato Jobs-Act.
A tanto ammonta la differenza di saldo, rispetto al primo bimestre del 2014, certificando un’evidenza: le nuove ‘assunzioni’ altro non sono se non la conversione dei precedenti contratti di lavoro, per incassare la pioggia di agevolazioni fiscali che monetarizza le prestazioni al ribasso, azzera le tutele, e grava sulla sostenibilità dei pubblici bilanci, senza comportare alcun valore aggiunto in termini di stabilità occupazionale e reddito garantito.
dado13 is the magic number nella lotteria ribassista della fuffa renziana; la (in)degna quadratura del cerchio magico fiorentino, nel venerdì nerissimo dei diritti e della democrazia, attraverso il percorso inverso delle lancette della storia.
13Tredici, il numero di epitaffio da apporre alla scomparsa della ‘sinistra’ italiana, permutabile nella sua repellente variabile “riformista”, travolta nella sua personale Caporetto nella trincea del lavoro, e immolata sulla via per la Leopolda ed i catering graziosamente offerti da Confindustria, per il più classico piatto di lenticchie. Per giunta rancide.
Riccardo III di Richard Loncraine Se il deforme Riccardo III, dinanzi alla disperata solitudine della disfatta, era pronto a cedere il suo regno per un cavallo, si può ben dire che il partito bestemmia abbia svenduto il suo culo per un contratto! E, quel che è peggio, abbia impegnato nello scambio soprattutto quello di milioni di lavoratori, addebitandogli pure il costo della spesa, drammaticamente a corto di coperture contabili e contributive.
Tredici! A questo si riducono mesi di retorica governativa e decreti blindati, che hanno trovato la loro sintesi perfetta nelle elucubrazioni agiografiche del paffuto ministro cooperativo Poletti e le curve burrose di Nostra Madonna dei Boschi dai vaporosi sensi.
Virginia Raffaele in Maria Elena BoschiÈ il rilancia e raddoppia della stronzata universale, in un crescendo compulsivo di numeri sparati in libertà, infiocchettati con un lessico da III elementare che per i bimbetti di governo si riconosce ne #la-volta-buona

bullshit

«800 mila nuovi posti di lavoro in tre anni»
Pier Carlo Padoan
(19/10/2014)

Dajè!«I dati istat di oggi segnalano che il tasso di occupazione sale al 55,8% con 131.000 occupati in più rispetto a gennaio 2014»
Debora Serracchiani
(02/03/2015)

renzi«È un giorno importante. Tra qualche ora saranno diffusi i dati dei contratti a tempo indeterminato siglati nei primi due mesi dell’anno: sono davvero sorprendenti, mostrano una crescita a doppia cifra. È il segnale che l’Italia riparte»
Matteo Renzi
(27/03/2015)

Poletti«Quest’anno per le assunzioni ci sono 1,9 miliardi di sgravi e questo potrebbe portare fino a un milione di posti di lavoro»
Giuliano Poletti
(30/03/2015)

Stando ai dati delle statistiche ufficiali, è davvero cominciata la (ri)presa… per il culo!
La sagra del cazzaroUn simile condensato di millanterie e smargiassate assortite, nella fragrante crosta di arroganza che contraddistingue i clowns tragici e cinguettanti di questo circo ambulante, segna in modo drammatico la misura della mitomania di questo esecutivo dalle grandi misure, infinite ambizioni, e risultati miserabili, nell’ansia di prestazioni artificiali.
Crescita - by LiberthaliaSe per definire il fenomeno corrente dovessimo rimetterci agli stilemi di un linguaggio più aulico, si potrebbe parlare di pseudologia fantastica della retorica renziana, che poi è la tendenza dei bugiardi patologici a mentire e deformare incessantemente fatti e situazioni, nell’elaborazione di una realtà fantastica e parossistica dove tutto è funzionale all’auto-esaltazione di una personalità narcisistica.
Di solito, il concetto viene sintetizzato con un’espressione ‘cumulativa’ e dall’inconfondibile efficacia pratica…
CazzariLo stesso principio dominante si ritrova nelle alchimie contabili delle antiche “revisioni di spesa”, diventate spending review a dimostrazione che ormai, nell’anglicizzante linguaggio tecnocratico (onde essere meglio inteso dai committenti), le manovre finanziarie vengono scritte altrove: ovunque ma non in Italia, il cui governo è solo un mero esecutore testamentario di sentenze di morte redatte in qualche board internazionale.
Per questo, nel paese della crescita incombente, delle “misure impressionanti” e delle “dodici riforme in due anni” (ovvero: stupro continuato e aggravato dalla circonvenzione di incapace), da una parte si procede ad una manovra aggiuntiva da dieci miliardi di euro (che guarda un po’ è esattamente il costo dell’operazione “80 euri”) di tagli alla “spesa corrente” (leggi: Istruzione-Sanità-Pensioni), mentre dall’altra si millanta di un nuovo tesoretto da 1,6 miliardi di euro da redistribuire.

Cazzaro

Ovviamente, dopo la sportula delle “europee”, si tratta di una nuova mancetta elettorale da elargire in concomitanza con le elezioni regionali, secondo le dinamiche tutte democristiane del più sfacciato e indecente voto di scambio. È una compravendita elettorale di cui pagheremo un prezzo salato e con tanto di interessi, ma per adesso ciò che conta è portare a casa il risultato.
aikkbvA proposito della manovra correttiva, perché di questo si tratta, da inserire nel DEF (stavolta ci hanno risparmiato le slide), si tratta dello stesso “aggiustamento” fino a ieri sempre negato [QUI] e che (im)modestamente noi avevamo già anticipato QUI (e pure QUI) con ovvie motivazioni. A dimostrazione che nel renzismo di fuffa e di truffa tutto è fin troppo prevedibile nella sua inclinazione costante al peggio…!

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De Aequitate Tormentorum

Posted in Ossessioni Securitarie with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on aprile 11, 2015 by Sendivogius

redskull

A.D. 2015. Discutere del “reato di tortura” nel Paese di Cesare Beccaria e Pietro Verri è un po’ come parlare del “fascismo”… Superati da tempo nel resto del mondo propriamente democratico, come scorie residuali di uno scomodo passato relegato ad infamia perenne, e per questo emarginati in ogni consesso civile degno di tal nome, al contrario in Italia restano sempre attualissimi ed apprezzati. Vivono di motu proprio, alimentati da un revisionismo nostalgico ampiamente diffuso, nell’indulgenza dell’apologia di reato elevata a pratica politica ordinaria, per sommuovere i reflussi di un corpo elettorale da convogliare in pugni di voti. Perché, per certi cultori della materia, la ‘politica’ è più merda che sangue.
Fatto QuotidianoTutt’al più, nel pudore ipocrita di un’Italietta furbastra e della sua pubblicistica a contratto, i due termini (tortura e fascismo) vivono di perifrasi, nascosti nei paludamenti formali di vesti semantiche, che in fondo costituiscono una forma di camouflage agli orrori di una classe con presunzioni dirigenziali, massimamente degna dei propri rappresentati. Per questo si parla con leggerezza e ammiccante compiacimento di “partito della nazione”, più volte evocato sulla falsariga della cinquantennale egemonia democristiana, nella rievocazione latente del suo modello originale: il fascismo, che dell’identità tra partito-stato e nazione fece l’elemento fondante del proprio potere.
Razzismo-fascistaNe consegue che, in pieno 2015, non è la reiterazione della tortura come strumento di coercizione, di punizione e umiliazione, a costituire l’essenza vergognosa del problema, bensì il riconoscimento della stessa come reato. E dunque la sua sanzione.
SANTANCHE' DOLLY  L’ipotesi di disciplinare la materia attraverso una legge organica suscita le ondate di sdegno delle nutrite fascisterie, defecate in parlamento dalla disciolta costipazione del corpo elettorale che saliva ansimante ad ogni agitar di forca…
L’idea stessa di istituire il reato fa arricciare il naso ai replicanti di padron Grullo, che reputano la normativa attualmente in discussione insufficiente. E dunque meglio niente.
meravigliosi pupazziInfatti è molto più efficace gingillarsi con una nuova commissione parlamentare d’inchiesta sul G-8 di Genova 2001, insieme ai protettori politici ed ai mandanti morali dei pestaggi e delle sevizie di allora. “Commissione” che ovviamente, per la natura stessa della sua composizione, non perverrà a nulla, ma offrirà l’ennesima occasione di cazzeggio a vuoto, nella massima visibilità mediatica, per i giochini elastici dell’opposizione dei bimbi spastici.
SognamiSalviniLe orde fascio-leghiste, capitanate dall’Uomo con la felpa, imbarazzante figuro di parassitismo sociale a mantenimento politico, introdurrebbero il linciaggio su processo sommario, di cui la tortura costituisce un diversivo imprescindibile prima dell’intrattenimento principale…
LegaliLe “forze dell’ordine” vivono l’istituzione di una simile La nuova uniforme della polizia di Taiwanfattispecie di reato, come un’onta ed una intollerabile minaccia alle proprie prerogative. Evidentemente, considerano l’abuso sistematico ed il pestaggio dei fermati, come un loro precipuo dovere ed un diritto inalienabile, nella pretesa di impunità intesa come parte integrante dei privilegi connessi al distintivo…
Il vecchio porcoI papiminkia alla destra di Barabba pensano che sia un valido strumento di controllo ed intimidazione sociale. Dunque perché privarsene?
Matteo Orfini by Edo Baraldi Tra i “riformisti” del partito bestemmia, scandalo enorme ha suscitato la richiesta farlocca, in ritardo e fuori tempo massimo, di dimissioni del prefetto De Gennaro, Gianni per gli ‘amici’ e dunque per noi Giovanni, già capo della polizia ai tempi del famigerato G-8 genovese, planato con tonfa e bagagli ad integrare la ricca pensione, in virtù di non meglio specificate competenze, alla presidenza di Finmeccanica: il buen ritiro preferito da ogni superburocrate con le stellette.
jobs-act-tuteleMatteo Renzi si è subito preoccupato di tutelare gli azionisti della società, che con ogni evidenza vengono prima dei diritti della cittadinanza e del rispetto delle norme fondamentali della Costituzione.
Massimo Mucchetti Massimo Mucchetti, senatore, economista e giornalista (secondo la concentrazioni classiche di ruoli che inficiano autonomia e giudizio), in un arzigogolato editoriale ci fa sapere che una eventuale “responsabilità oggettiva” del prefetto Giovanni De Gennaro nella carneficina della Scuola Diaz, e delle torture nella caserma di Bolzaneto, esclude un suo coinvolgimento soggettivo e dunque non implica alcuna condanna morale. Perciò, “benissimo” ha fatto il premier a riconfermare tutta la sua fiducia al nostro eroe gallonato, per il rispetto dovuto agli azionisti di una società quotata (sic!) giacché certe inchieste minano la stabilità e la concentrazione sul business. E non sia mai!
Raffaele CantoneNello stesso ambito, ma sul fronte giudiziario, Raffaele Cantone, la foglia di fico buona per tutti gli appalti, si è premurato di informarci come De Gennaro sia stato assolto in Cassazione. E peccato soltanto il reato è stato in realtà prescritto e che i collaboratori del prefetto siano stati condannati per falsa testimonianza a favore del prefetto De Gennaro, naturalmente a sua insaputa.
Giovanni De GennaroSfugge al super-magistrato diventato ormai organico alla politica (o meglio dire al “renzismo”), quali siano le responsabilità che la direzione generale del Dipartimento di PS implica, in virtù del ruolo. “Responsabilità” che, oltre a non essere ottemperate, sono state sistematicamente eluse in fase di L.A. Confidantialistruttoria processuale, con una serie di reticenze, coperture e manipolazioni, degne più di una cosca mafiosa che di una istituzione preposta all’applicazione delle legge, con funzionari di polizia che agiscono come gli sbirri incanagliti di un romanzo di Ellroy, sotto una cupola di omertà.
Abu GhraibIn proposito, solo gli Stati Uniti sono riusciti a far di meglio, istituzionalizzando la tortura a pratica scientifica (la chiamano scienza della carcerazione), magari codificata in appositi manuali d’uso (Human Resource Exploitation), e convogliando le pulsioni fasciste in un substrato ideologico dominante, che raggiunge vette inarrivabili in quello che è lo sport più praticato a livello nazionale, specialmente se si indossa una divisa: “kill the nigga!” (ammazza il negraccio).
Kill the niggerDavvero l’elezione di un presidente ‘negro’ deve aver sconvolto Solo un negrol’America bianca e bigotta, tanto lo spauracchio nero ha agitato i fantasmi oscuri della più profonda provincia americana, persa nelle sue mistiche ossessioni a mano armata.
Sniper-Jesus-50-Caliber-Barrett-RifleLa tortura funziona esattamente come il fascismo e ne ripercorre le stesse modalità d’uso: esiste, è diffusa e praticata con costanza più o meno intensa, ma non si dice e soprattutto non viene mai chiamata col suo nome.
Abu Ghraib (1)La tortura è sempre stata ampiamente tollerata e gode di estimatori (in)sospettabili ad ogni livello ‘istituzionale’, soprattutto tra i servi dello stato, che sul ricorso alla modalità de tormentis hanno costruito intere carriere poliziesche.
La differenzaAl massimo la si può biasimare blandamente a posteriori, nelle ricorrenze ufficiali, per mero conformismo che poi gli altri convitati internazionali ci guardano storto, ma senza mai troppa convinzione. A molti italiani, la tortura come idea oblivionastratta, come fantasia malata da condividere nei crocicchi da bar, in fondo piace. Perché stimola le perversioni sadiche dai richiami erotici di ogni citrullo di provincia, che sogna punizioni esemplari e vendette epiche nel fondo malato della sua anima nerissima. Perché ogni imbecille con un fucile si sente un giustiziere. E basta accarezzare una pistola, per fare di uno psicopatico fallito il vendicatore solitario di cause perse in tribunale.

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Il Risorto

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , on aprile 4, 2015 by Sendivogius

ALIEN_EggDi tutte le ricorrenze religiose, la “pasqua” è di certo la più incredibile.
Nata sulla falsariga della Pesach ebraica, si innesta sui più antichi miti (pagani) di rinascita e rigenerazione, in un millefogliebricolage di tradizioni sovrapposte a strati (come un millefoglie) che il Cristianesimo riadatta alle proprie esigenze liturgiche, trasformandole in “verità rivelate”.
Più che un “mistero della fede” costituisce uno scherzo dell’intelligenza ed una negazione costante della medesima, a dimostrazione di quanto l’illogico prevalga sul razionale nella prevalenza dell’assurdo. Non per niente, la “resurrezione della carne” costituisce uno dei fondamenti della Paolodottrina cristiana, perché come dice l’apostolo Paolo nella sua prima Lettera ai Corinzi: Se Cristo non è risorto allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede.
E dunque non è dato comprendere come un cadavere tumulato in un sepolcro, vigilato a vista da un nutrito corpo di guardia, possa resuscitare con gran fragore, annunciato da un terremoto percepito in mezza Giudea, ma non tale da svegliare Zombie Jesusle guardie che se la dormono di grossa. Quindi, quello che prosaicamente è un morto vivente, se ne va tranquillamente a spasso tra i mortali e incontra i suoi discepoli che sulle prime non lo riconoscono (!), salvo scomparire del tutto quando tra gli scettici viene richiesta la riprova dell’avvenuta resurrezione, di cui ogni anno si celebra la ricorrenza in un giorno sempre diverso.

«Ora, nella versione originale del più antico Vangelo canonico, e cioè in Marco, la resurrezione… non c’è! Semplicemente, il racconto dice che tre pie donne si recarono al sepolcro la domenica mattina presto e “videro un giovane seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura”. Il giovane disse loro che Gesù era risorto “ed esse fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento, e non dissero niente a nessuno perché avevano paura”.
CarnevaleSecondo la stessa edizione ufficiale della CEI (Conferenza episcopale italiana) i dodici versetti successivi che raccontano frettolosamente le apparizioni del risorto e la sua assunzione in cielo “sono un supplemento aggiunto in seguito” (di cui esistono almeno nove versioni): il che, tradotto, significa che l’unico “fatto”, che in origine veniva riportato, era che il sepolcro era vuoto. Ammesso naturalmente che non lo fosse sempre stato.
[…] Quanto all’interpretazione che la gente dava al fatto che il sepolcro fosse vuoto, così come l’interpretazione che i cristiani diedero a questa interpretazione, esse sono entrambe riportate dal Vangelo di Matteo:

guardieAlcuni della guardia giunsero in città e annunziarono ai sommi sacerdoti quanto era accaduto. Questi si riunirono allora con gli anziani e deliberarono di dare una buona somma di denaro ai soldati dicendo: ‘Dichiarate che i suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato mentre noi dormivamo. E se mai la cosa verrà all’orecchio del governatore noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni noia’.
Quelli, preso il denaro, fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questa diceria si è divulgata tra i Giudei fino ad oggi.

 Matteo (XXVIII, 11-15)

In altre parole, la gente pensava che se un sepolcro era vuoto, qualcuno doveva aver portato via il corpo

Piergiorgio Odifreddi
“Perché non possiamo essere cristiani”
(Longanesi, 2007)

Ovviamente, tra la maggior parte dei contemporanei (e non La vedovella di Efesosolo), la storiella del Risorto provocava ilarità e sarcasmi a non finire, tanto da costituire argomento conviviale da trivio; soprattutto tra i ben più smaliziati Romani che, in anticipo sui tempi, si attenevano pragmaticamente alle evidenze del Rasoio di Occam, secondo cui la spiegazione più semplice è sempre la migliore: se un cadavere scompare, è ovvio che qualcuno abbia trafugato la salma, comprando la complicità dei custodi.
Zombie ChristIl fatto che sia stata scelta invece l’ipotesi più assurda e improbabile dimostra invece come la scala dell’evoluzione segua percorsi niente affatto lineari; così come lascia pensare su quanto un eccessivo consumo di sale e una dieta carente di proteine abbiano effetti drammatici sullo sviluppo delle capacità cognitive.

Sinedrio«I Cristiani credevano invece che quest’ovvia e sensata interpretazione dovesse per forza essere il risultato di un’opera di disinformazione prezzolata: come se di norma i cadaveri si alzassero e lasciassero il sepolcro da soli, e non ci volesse semmai un’opera di informazione fattuale e circostanziata per convincere qualcuno al proposito. E invece su questo evento non solo straordinario, ma cruciale per il Cristianesimo, l’informazione evangelica è estremamente fantasiosa e confusa.
Anzitutto, Gesù aveva infatti annunciato che “come Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra”.
E invece i racconti evangelici sono concordi nel dire che egli morì il venerdì e risorse la domenica: dunque rimase nella tomba soltanto un giorno intero e due notti.
Evidentemente, è più facile fare miracoli e risorgere che essere in grado di contare correttamente.
Inoltre, non ci sono nei Vangeli testimoni oculare della resurrezione, né ci sono resoconti storici del “gran terremoto” che secondo Matteo avrebbe accompagnato l’apertura della tomba: tra l’altro nel suo racconto le tre donne di Marco diventano due, che invece di scappare impaurite “corsero con gioia grande a dare l’annuncio ai discepoli”.
ResurrezioneIn Luca il loro numero è cresciuto in maniera imprecisata, ma certo pari almeno a cinque (tre individuate per nome, più “altre” al plurale) e pure l’angelo si è sdoppiato. Ad aumentare la confusione, Giovanni dice che la donna era una sola […] Sulle apparizioni del Risorto, la confusione è, se possibile, ancora più grande….»

Piergiorgio Odifreddi
“Perché non possiamo essere cristiani”
(Longanesi, 2007)

Michelangelo Paolo di Tarso, che scrive una sessantina di anni dopo gli eventi narrati, senza avervi mai neanche lontanamente preso parte, si premura di informare i posteri sulle modalità ed il numero delle apparizioni, dinanzi ai dodici apostoli (che evidentemente includevano anche Giuda Iscariota miracolosamente risorto dopo il suicidio e riammesso nella banda) e, non si capisce bene a che titolo, allo stesso Paolo che verrà concepito soltanto dieci anni più tardi.
A scanso di equivoci la moderna catechesi fornisce una prova inoppugnabile, a sostegno dell’intera fiaba: Oltre al segno essenziale costituito dalla tomba vuota, gli apostoli non hanno potuto inventare la resurrezione, perché questa appariva loro impossibile.
L’immacolata concezione da madre vergine rientra invece nelle ordinarie categorie del possibile, insieme ad una divinità padre e figlia di se medesima, che transustanzia la propria essenza in un atto di cannibalismo simbolico.
Perché nel laico “Occidente” i testi ‘sacri’ vengono da sempre interpretati in senso metaforico e mai letterale, come invece sono soliti fare integralisti e fanatici religiosi.
Buona Pasqua.

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(73) Cazzata o Stronzata?

Posted in Zì Baldone with tags , , , , , , , , , , , , , on marzo 30, 2015 by Sendivogius

Classifica MARZO 2015”

never-underestimate-never-underestimate-stupid-people-demotivational-posters‘Allergico’ alle virtù del silenzio, l’imbecille è il grande protagonista dei tempi presenti. Non che in passato la categoria abbia mai difettato in numero. Ma mai come oggi ha potuto disporre di una così grande abbondanza di mezzi, per propagare anche nei meandri più remoti le esibizioni della propria incontenibile idiozia, dilatata in una dirompente onda d’urto che tutto travolge.
Non c’è limite alle potenzialità patenti dell’imbecille, nella pienezza della sua creatività demente. Non conosce ritegno, né decenza, né dubbio, né senso di opportunità. Nulla può fermarlo nella sua escalation, priva di qualunque freno inibitorio. E siccome l’imbecille è anche e soprattutto un animale sociale, per ogni idiozia prodotta, sente l’irresistibile impellenza condividerla quanto prima coi propri simili, tanto gli risulta impossibile resistere al richiamo della folla, attraverso la condivisione compiaciuta di quanto le sue cavità (orali e non solo) sono incapaci di trattenere, sollecitate quali sono dai sommovimenti di una peristalsi declamatoria a rilascio prolungato.
Per questo, nelle profusione diarroica delle sue forme più imbarazzanti ed estreme, l’imbecille può evolvere nel cretino di successo, che trova nelle ruminazioni della ‘politica’ la sua massima espressione nelle forme più riuscite.

 Hit Parade del mese:

Coglione del Mese01. SFRUTTAMENTO DEL LAVORO MINORILE

[23 Mar.] «Un mese di vacanza va bene. Ma non c’è un obbligo di farne tre. Magari uno potrebbe essere passato a fare formazione. Serve un più stretto rapporto tra scuola e mondo del lavoro e questa è una discussione che va affrontata, anche dal punto di vista educativo. I miei figli d’estate sono sempre andati al magazzino della frutta a spostare le casse. […] Ecco, non ci dobbiamo scandalizzare se per un mese durante l’estate i nostri giovani fanno un’esperienza formativa nel mondo del lavoro. Dobbiamo affrontare questa questione cultura ed educativa del rapporto dei ragazzi con il mondo del lavoro, e non spostarlo sempre più avanti.»
(Giuliano Poletti, il Caporale)

Michaela e Slvio02. RIMEMBRANZE

[06 Mar.] «Ricorderemo a tutti chi è Berlusconi e cosa ha fatto e ha sacrificato per il suo Paese; ricaricheremo e ci ricaricheremo di energie, per far tornare Forza Italia ad essere la nazionale politica italiana.»
(Michaela Biancofiore, la Pasdaran)

Lo voglio bello grande02.bis TUTTI GLI UOMINI DI MICHAELA

[13 Feb.] «Berlusconi? C’è in giro una grande ipocrisia. In Italia non c’è un uomo che non sia andato a prostitute almeno una volta nella vita.»
   (Michaela Biancofiore, L’Esperta)

Caliendo03. FINCHÉ MORTE NON VI SEPARI

[17 Mar.] «Il matrimonio si scioglie soltanto con la morte.»
   (Giacomo Caliendo, Papiminkia devoto)

Farinetti04. SIAMO TUTTI UNA GRANDE FAMIGLIA

[25 Mar.] «Questa visione secondo me antica dell’imprenditore e il lavoratore su derive opposte… non è più così… Il 90% degli imprenditori italiani considera i lavoratori la più grande risorsa della propria compagnia.»
   (Oscar Farinetti, l’Amico di Renzi)

Segaiolo05. DA SFRUTTARE PRIMA DELLA SCADENZA

[25 Mar.] «Io incontro molti ragazzi che mi ringraziano perchè dopo 3-4 contratti di collaborazione adesso saranno assunti con contratto a tempo indeterminato.»
(Giuliano Poletti, l’Omino delle Coop)

Bianco06. I MISERABILI

[10 Mar.] «Con il vitalizio di 3500 euro al mese riesco a vivere dignitosamente, ma a questa somma non si può sottrarre neanche mezzo euro, altrimenti dovrei fare la fila alla mensa di Sant’Eustachio.»
  (Gerardo Bianco, l’Onorevole disoccupato)

Lupi07. LA MERITOCRAZIA AI TEMPI DI RENZI

[15 Mar.] «Se avessi chiesto a Perotti di far lavorare mio figlio, o di sponsorizzarlo sarebbe stato un gravissimo errore e presumo anche un reato.»
(Maurizio Lupi, lo scempio alle infrastrutture)

ATAC, SU DISPLAY BUS SCRITTA "ONORE AL DUCE": AVVIATA INDAGINE INTERNA -FOTO08. VOLO AIRBUS A320

[26 Mar.] «Che origini hanno i piloti dell’autobus caduto???»
   (Daniela Santanchè, l’Incommentabile)

Invacchimento precoce09. L’OPZIONE 5 STELLE

[27 Mar.] «Secondo voi quante gente ha ucciso il governo Renzi? Per me più di 150…»
(Laura Castelli, il Peggio che avanza)

Un uomo solo al comando10. LA MACCHINA ROTTA

[27 Mar.] «Il nostro compito, mio e di tutti voi, è di parlare con la gente affinché torni ad aprire gli occhi sulla realtà. Insegnate loro che il buon Dio ci ha donato una macchina straordinaria chiamata CERVELLO, ma lo ha fatto per farcelo usare, non per appaltarlo al primo megalomane individualista di turno.»
(Danilo Toninelli, Strillone 5 stelle)

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La Puzzetta dello Sciacallo

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , on marzo 27, 2015 by Sendivogius

Anubis

E poteva mai mancare il tristo merdone solitario, pronto a sciacallare sulle tragedie altrui, per un ritorno minimo di immagine in assenza totale di idee?!?
05 - Merdone Ecco dunque planare il Genovese volante, il Vate® a 5 stelloni, tra le carcasse fumanti dell’airbus tedesco ed i corpi ancora insepolti delle vittime, in cerca di visibilità per le sue solite esibizioni acrobatiche, come un vecchio coglione che mostra le sue vergogne in cerca di attenzioni.
Pretendere una minima parvenza di buon gusto da parte di un Beppe Grillo, o anche una qualche decenza estetica nella scelta dei soggetti grafici, è missione praticamente impossibile, tanto è irresistibile il richiamo della ribalta. Se da una parte bisogna sostenere il dramma della follia, per contro non è detto sia necessario sopportare l’ineluttabilità della demenza senile, nell’imbarazzante spettacolo di sé al colmo del proprio narcisismo.
Dopo la tragedia, immancabile arriva la farsa col solito fanfarone che sbaglia tempi, modalità e luoghi, per ricordare al pubblico, qualora si fosse distratto, quant’è irrimediabilmente minchione a riprova di ogni smentita. E lo fa, proiettando le frustrazioni del proprio ego su un’immagine riflessa…

RENZI-GRILLOL’Airbus Italia ha un copilota chiuso in cabina, non soffre di depressione, ma la fa venire agli italiani, ha un ego ipertrofico. Si è chiuso dentro e ogni due minuti spara cazzate attraverso l’interfono per rassicurare i passeggeri che cominciano ad avere dei dubbi più si avvicina il massiccio.

Desolatamente a corto di argomenti, nella contemplazione mediatica del proprio ombelico, non si accorge nemmeno di quanto le due immagini siano complementari (con la differenza fondamentale che Renzie non ha mai ammazzato nessuno, Grillo invece sì in quanto omicida colposo), nella comune cialtroneria; perché mutato nomine de te fabula narratur.

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SYRIANA (II)

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on marzo 22, 2015 by Sendivogius

ISIS

A suo tempo (era il 22/01/14), con una di quelle infelici metafore a sfondo sportivo che piacciono tanto ai politicanti quando vogliono galvanizzare l’elettorato, Barack Obama definì i tagliatori di teste dell’ISIS come la “riserva giovanile” di Al-Qaeda: una squadretta di alcun conto, composta da scartine facilmente contenibili.
Osama Eliminato Osama bin-Laden, ospitato in tutta tranquillità a casa dall’Amico pakistano, sotto la munifica protezione dell’ISI, il buon Obama aveva davvero creduto (pessimamente consigliato) che, tagliata la testa del drago, avrebbe debellato per sempre la bestia del terrorismo islamico. Evidentemente, non aveva mai sentito parlare del mito dell’Idra di Lerna, altrimenti avrebbe compreso che certe ferite vanno immediatamente cauterizzate, onde prevenire il sopraggiungere di mali peggiori.
Hydra Bay WallPaper by leewonkaD’altronde, in nome della realpolitik, per lungo tempo si è sottovalutata la minaccia del fondamentalismo neo-salafita, paradossalmente nato come movimento riformista nel solco della tradizione. In realtà, il “salafismo”, nelle sue forme integraliste più estreme, non è spuntato fuori un ventennio fa, ma è attivo da almeno una dozzina di lustri, prima di diventare un problema più che tangibile…
isisSi era pensato (a torto) che il fervore religioso della rinascita salafita, opportunamente indirizzata, potesse essere utilizzata come strumento di contenimento dell’Iran degli ayatollah, convogliandone le azioni di disturbo contro l’Hezbollah libanese e, all’occorrenza, impiegata come forza destabilizzante nei confronti del (nazional)socialismo dei partiti Baath.
Hezbollah Nazi SaluteNella logica dei blocchi contrapposti, i mujahiddin vennero visti dallo schieramento ‘atlantista’ come potenziali truppe pronto La Guerra di Charlie Wilsonimpiego, sui fronti orientali della guerra fredda: una manovalanza a buon mercato di utili idioti, da usare come carne da cannone senza alcun rimpianto, nella convinzione del tutto errata che il fenomeno si sarebbe estinto da sé una volta esaurita la sua funzione d’uso.
mujahideen call of dutyNonostante i danni prodotti da un madornale errore di valutazione di cui oggi si pagano le conseguenze, si è inizialmente pensato di perseverare nella pratica, applicando la stessa strategia alla Siria.
Rambo 3Infatti, l’antico giochino sembrava riproponibile anche nel caso del Bashar al-Assadconflitto siriano, per abbattere il regime di Bashar al-Assad, con il duplice obiettivo di galvanizzare le monarchie sunnite in funzione anti-sciita e soprattutto rafforzare la supremazia israeliana, scardinando ogni influenza russa o cinese in Medio Oriente tramite l’eliminazione del loro principale alleato. Il brillante risultato è stato quello di destabilizzare l’intera regione in una crisi di proporzioni mai viste.
reagan_taliban_1985Sennonché, la presenza di oltre 250 formazioni armate (potete farvene un’idea QUI con l’elenco al gran completo), a schiacciante preponderanza jihadista, censite dal Dipartimento di Stato sulle informative della CIA, ha indotto l’Amministrazione USA a ben più miti consigli e ad una doverosa prudenza che è sempre mancata in passato, specialmente se si pensa ai disastri prodotti in Iraq. Ma ormai il vaso di Pandora era stato già bello che scoperchiato…
Broken Trinity - Pandora's BoxFu così che la salafiyya, da movimento marginale dell’immensa galassia musulmana, è finito col diventare preponderante, innaffiato com’è dai petrodollari delle monarchie del Golfo.
In fondo, il sedicente Califfato è solo un’estensione dilatata a dimensione internazionale del wahabismo saudita, perché a ben vedere tutte le strade del terrorismo islamico portano a Riyad e dintorni…
WahabismeDa questo punto di vista, le orde nere dell’ISIS non hanno inventato proprio nulla. Niente che non sia già stato sperimentato con successo in Arabia Saudita.
Saudi-Executioner  La furia iconoclasta con la distruzione di monumenti e luoghi di culto, la persecuzione delle minoranze religiose all’insegna del più cupo oscurantismo fondamentalista, il corollario di decapitazioni, mutilazioni, lapidazioni, ed altri orrori medioevali, passando per gli effettacci gore da Coltello lungo cazzo piccoloporn-horror, coi quali il Dawla Islamiya ama deliziarci in concomitanza con l’apertura sensazionalistica dei notiziari, costituiscono da sempre parte integrante del panorama urbano e del brodo ‘culturale’ in cui la Casa degli al-Saud prepara la sua ricetta da esportazione. E ciò avviene secondo una strategia fin troppo collaudata, nel silenzio complice di un “Occidente” agganciato alle pompe di benzina.
BushfaceL’aspirante Califfato di Iraq e Levante mira all’introduzione della Sharia, secondo la più rigida applicazione coranica, nell’interpretazione letterale dei testi e degli hadith del Profeta.
Sri Lanka Saudi MaidIn Arabia Saudita è legge dello stato. E la pia autocrazia, con il suo record di esecuzioni capitali, può vantare l’applicazione della pena di morte (mediante decapitazione o lapidazione) per reati gravissimi quali l’omosessualità, l’adulterio, la blasfemia, l’apostasia (murtad), e ovviamente la stregoneria. Ma anche il possesso di libri proibiti (tipo la Bibbia), o l’apposizione di un “like-it” su una pubblicazione on line non ortodossa, può comportare una buona dose di scudisciate educative e, in caso di recidiva, conseguenze ben peggiori, come sta avendo modo di imparare Raif Badawi.
Ovviamente, tutti i procedimenti penali in questione non richiedono la presenza di alcuna forma di tutela legale; quanto meno non nel senso che noi siamo abituati a conferire al concetto.
saudi justiceAl confronto, l’ISIS è solo un allievo zelante che mira a scalzare il vecchio maestro, da cui ha appreso tutto e attinto le sue risorse. Semplicemente, le bande nere del califfato reputano inutile la presenza della dinastia saudita al potere, ma in sostanza la ricetta che propongono è la stessa; senza i costi ed i privilegi di una casa regnante, considerata (a buona ragione) irrimediabilmente corrotta nella sua presunzione di “purezza”.
frustaNel corso di mezzo secolo, le monarchie assolute della penisola arabica (Arabia Saudita, ma anche Kuwait, Bahrein e soprattutto Qatar) hanno sostenuto, foraggiato e protetto, ogni movimento Re-Animatorintegralista radicale disponibile sulla piazza mondiale. L’ISIS è soltanto l’ennesimo mostro di Frankenstein, l’ultimo prodotto di una lunga serie, sfuggito al controllo occhiuto degli al-Saud e dei loro apprendisti stregoni…
Di solito funziona così: si finanziano e si costruiscono ovunque sia possibile moschee ed “istituti culturali” di ispirazione wahabita, per creare un retroterra religioso che sia favorevole alla penetrazione radicale, da sovrapporre (e soppiantare) alle comunità musulmane autoctone giudicate troppo secolarizzate o non abbastanza ‘devote’. Quindi si esportano imam e soprattutto predicatori itineranti, formatisi alla scuola hanbalita, trasformando le sale di preghiera così infiltrate in centri di propaganda e di reclutamento, le iniziative dei quali in genere hanno facile presa facendo leva sui bisogni degli strati più disagiati della popolazione. A tutti gli effetti è un esercizio di pressione politica, che agisce direttamente sulla società islamica livellata nelle sua diversità e ricchezza culturale, secondo un preciso progetto egemonico di pura miscela arabica.
House of Al-SaudNon è un caso che le ventate di recrudescenza integralista coincidano spesso e volentieri con l’attività di proselitismo della predicazione salafita su impostazione wahabita. I finanziamenti sauditi giungono quasi sempre attraverso il paravento di associazioni filantropiche o enti di beneficenza islamici, meglio se riuniti in charity trust, che funzionano come paravento indiretto per la copertura di transazioni non proprio limpide.
Bloody hand È per esempio il caso della Al Haramain, che fu molto attiva in Indonesia e per tutto il Sud-Est asiatico tra il 2001 ed il 2002, provvedendo a rifornire di fondi gli stragisti della Jemaah Islamiyah, che guadagnò la ribalta nelle cronache internazionali con l’ecatombe di Bali del 12/10/2002. E ciò avveniva in parallelo con le attività terroristiche di Laskar Jihad che si era inserita negli scontri etnici Indonesia e Molucchenell’Arcipelago delle Molucche, conferendovi una dimensione tutta religiosa culminata nelle stragi di Giava e Timor Est. Se Laskar Jihad culturalmente si forma nelle madrasse pakistane di osservanza Deobandi, è tra gli ulema hanbaliti del Golfo che trova la giustificazione ‘morale’ per le sue azioni. Sarà Jafar Umar Thalibutile ricordare che Jafar Umar Thalib, fondatore della Laskar Jihad, si sia formato alla “Lipia” (succursale indonesiana della “Muhammad ibn Saud Islamic University” di Riyad, specializzata nella formazione di imam) ed abbia potuto continuare i suoi ‘studi’ in Pakistan grazie ad una borsa di studio del governo saudita.
MujahidinIn Nigeria, per passare a faccende più attuali, il famigerato gruppo di Boko Haram prima di darsi alla clandestinità armata ha ricevuto per anni aiuti e sostegno economico da Al Muntada Al Islami, un’associazione caritatevole saudita con sede a Londra.
Ansar DineMa finanziamenti copiosi sono giunti anche al FIS algerino ai TIMBUKTUtempi della guerra civile, ai salafiti di Ansar Dine e del MUJAO che tanto si sono distinti nella devastazione di Timbuctù in Mali, nonché alle “Corti Islamiche” degli shabaab della Somalia, dove ci si è premuniti di fornire macchinette per la corretta amputazione delle mani…
taglio della manoPerché il lupo perde il pelo ma non il vizio.
Saudi ArabiaStoricamente, il dominio della casa regnante saudita si fonda su un patto, stipulato intorno alla metà del XVIII°secolo, tra Muhammad ibn Saud, emiro di Diriyah, e Muhammad ibn Abd al-Wahhab: un chierico hanbalita, profondamente ispirato dal pensiero di Ibn Taymiyya.
Ibn Taymiyya (Taqī al-Dīn Abū al-Abbās Aḥmad), nato in Siria ad Harran nel 1263, era sostanzialmente avverso ad ogni innovazione che esulasse dall’interpretazione letterale del Corano; propugnava la rigida applicazione della sharia ed il ritorno all’ortodossia delle origini (VII secolo). I suoi insegnamenti vertevano sulla elaborazione dottrinale della tradizione islamica, ripulita da ogni incrostazione moderna e ripristinata nella sua purezza originaria (salaf). Soprattutto, predicava la ribellione contro “l’autorità ingiusta”, qualora questa non fosse conforme ai principi della legge coranica, che secondo il teologo non deve ammettere deroghe, né interpretazioni metaforiche.
JannahIbn Taymiyya è considerato inoltre il teologo della guerra santa, peraltro all’epoca più che giustificata visto che il mondo Hulegu Khanmusulmano si trovava ad affrontare le orde mongole di Hulagu Khan ad Est e le invasioni crociate ad Ovest. Al contempo, Taymiyya sosteneva una dura politica di intolleranza nei confronti di ebrei e cristiani, rifiutando l’idea di una possibile convivenza, se non sotto stretta sottomissione in cambio di protezione. Rifuggiva dal culto dei santi e rifiutava aspramente l’idea che le tombe dei maestri sufi potessero essere oggetto di devozione e di pellegrinaggio, essendo ritenuta la pratica in questione una forma di politeismo (shirk).
MongoliLe idee estreme, con la sua visione drasticamente conservatrice e chiusa della società islamica, non ebbero mai troppo successo, ed Ibn Taymiyya fu per questo duramente avversato dai suoi stessi contemporanei, che non ne condividevano affatto la rigidità di pensiero e soprattutto mal sopportavano la sua messa in discussione del principio di autorità.
La sua strenua opposizione al culto dei morti ed alla venerazione dei santi, considerate un’eresia da estirpare, viene condivisa appieno dal suo discepolo Ibn Qayyim al-Jawziyyah, che ne estremizza il concetto, predicando la completa distruzione dei “luoghi dello shirk” e di tutti gli “idoli”.
cult of destructionLa fatwa di Ibn Qayyim è la più citata e amata dai distruttori di monumenti dell’ISIS e dagli imam radicali del Golfo, secondo i quali ogni luogo che anche lontanamente sia collegabile a culti diversi dall’Islam andrebbe raso al suolo (a partire dalle piramidi d’Egitto), insieme alla completa distruzione di ogni arte figurativa. Arte che per il pio musulmano non dovrebbe avere alcun valore, in quanto costituisce un’offesa alla vera fede, nella pretesa di volersi sostituire all’opera creatrice di Allah.
ISIS destroys 6000-year-old artifactsIbn Taymiyya ed il suo discepolo Qayyim si formano entrambi nell’ambito della scuola hanbalita, fondata nel IX°secolo a Baghdad dal tradizionalista Ahmad ben Muhammad ibn Hanbal. Alla base della reazione tradizionalistica, gli Hanbaliti rappresentano una delle principali cinque scuole teologiche sull’interpretazione (non necessariamente ortodossa) del testo coranico. Ossessionati dal ritorno alla tradizione, possibilmente incarnata dai primi califfi, e dal ripristino di una purezza primigenea ritenuta perduta, i seguaci di Ahmad ibn Hanbal si affidano ad una interpretazione assolutamente letterale del messaggio coranico, supportata da migliaia di hadith fondati sulla parola dei primi compagni (saḥāba) del profeta. Pertanto rigettano ogni indagine personale, che sia basata sulla deduzione analogica o intellettuale dei testi i quali non vanno interpretati ma applicati. In tale prospettiva, condannano ogni tipo di innovazione culturale o forma di modernità (bid’a) considerate eresie perniciose da estirpare. Con l’avvento dell’Impero Ottomano, per il suo estremismo ascetico e rigorista, la scuola hanbalita viene costretta a posizioni sempre più marginali e minoritarie, sopravvivendo (ça va sans dire!) nelle zone orientali e interne della penisola arabica, dalle quali scaturirà in tempi più recente il movimento di Muhammad ibn Abd al-Wahhab (1703-1787d.C.), sul quale avremo modo di tornare in seguito con la pubblicazione di una monografia appositamente dedicata…
najadCiò che in Occidente viene chiamato “wahabismo”, i teologi islamici lo definiscono “Muwahiddun”, ovvero “Unitaristi”, in quanto unici rappresentati della pura ortodossia sunnita. Gli insegnamenti di Abd al-Wahhab, che era un giurista della scuola hanbalita, sono raccolti nel Kitab al-Tawhid (“Libro dell’Unicità”).

«L’atteggiamento generale del teologo è la decisa opposizione contro ogni innovazione posteriore al III°secolo dell’Egira. Vanno respinti il culto dei santi ed i pellegrinaggi. Sono falsi tutti gli oggetti di adorazione, salvo Allah, e tutti gli altri che prestano culto ad altri sono degni di morte. La massa del genere umano non è monoteistica, perché è costituita da uomini che tentano di assicurarsi i favori divini, visitando le tombe dei santi.
[…] Costituisce incredulità professare una conoscenza non fondata sul Corano o sulla Sunna. Costituisce incredulità ed eresia il negare la divina predeterminazione di tutti gli atti, o adottare l’interpretazione allegorica del Corano. Il movimento divenne una vera e propria setta, che si distinse dagli hanbaliti

Alfonso Di Nola
“L’Islam”
Newton Compton
(Roma, 2001)

Sono questi i pilastri istituzionali sui quali a tutt’oggi si fonda il ‘moderno’ regno saudita e che permea gran parte dell’immaginario religioso, dal quale attingono gli psicopatici dell’ISIS (e non solo..) per dare un rivestimento teologico ai loro deliri sanguinari.
Perpetrata nell’indifferenza generale, l’Arabia Saudita ha fatto della demolizione dei monumenti e delle stessa vestigia islamiche una pratica scientifica.

Jannat al-Baqi - prima e dopoMoschea e cimitero di Jannat al-Baqi  – prima e dopo l’arrivo dei sauditi

Non sono scampate al fervore iconoclasta dei wahabiti sauditi i mausolei ed i siti archeologici della prima propagazione islamica, che pure s’erano conservati intatti fino ad oggi, nel terrore potessero divenire meta di pellegrinaggi e oggetto di culto devozionale.

Jannat al-Mu'alla (Mausoleo di Khadija) - prima e dopoJannat al-Mu’alla (Mausoleo di Khadija) – prima e dopo

Sono state spianate moschee ed interi cimiteri in cui erano sepolti i primi seguaci di Maometto. Alla devastazione non si è sottratta nemmeno la sepoltura e la casa di Khadija, la prima moglie del profeta. Per dire, da anni si discute se demolire o meno il sepolcro in cui sono sepolte le spoglie del Profeta Mohammad..!
E ci si meraviglia se poi le bande dei barbari della jihad permanente distruggono le tombe dei marabutti in Africa o devastano le testimonianze delle antiche civiltà mesopotamiche.
HatraA sua volta, nel XX° secolo, il pensiero di Ibn Taymiyya ha ispirato gran parte del corpo ideologico degli attuali gruppi salafiti e soprattutto la potente organizzazione dei “Fratelli musulmani” degli intellettuali egiziani Hansan al-Banna e Sayyid Qutb. Entrambi sono stati avversati dai tradizionalisti più ortodossi, perché considerati troppo modernisti, per una serie di motivi che hanno fatto inorridire i chierici wahabiti: l’assoluta condanna della schiavitù, la tolleranza per le minoranze religiose, la proposta di ridistribuire le ricchezze ed introdurre forme di giustizia sociale all’interno della società islamica.
Sayyid QutbSe al-Banna aveva una spiccata simpatia per Adolf Hitler, il sofisticato Sayyid Qutb era un sessuofobo convintamente antisemita, ossessionato dall’estetica del martirio e teorico della jihad offensiva. Le idee di Sayyd Qutb non si estinguono con la sua esecuzione nel 1966 per una presunta cospirazione contro il presidente egiziano Nasser, ma vengono riprese e sviluppate da suo fratello minore Muhammad Qutb che, dopo aver trovato asilo e rifugio in Arabia Saudita, diventa professore di studi islamici presso Al Qaedal’Università di Gedda. Tra i suoi allievi, si distinguono un certo Osama bin-Laden ed il medico egiziano Ayman al-Zawahiri (attuale capo di al-Qaeda).
In soldoni, il pensiero “qutbista” si può riassumere così…
Convinto di vivere nella Jahiliyya, l’era del peccato dell’uomo che vive nell’ignoranza di Allah, il vero fedele musulmano deve intraprendere una lotta senza quartiere (jihad), terroristpossibilmente affidata ad avanguardie di spiriti puri, per la diffusione ed il trionfo dell’islam in tutto il mondo. Si intenda che la lotta in questione non è un concetto metaforico su astrazione intellettuale, ma una concreta mobilitazione armata per una guerra offensiva di conquista, per l’instaurazione globale della sharia (intesa come il massimo delle libertà) e rivolta contro tutti gli infedeli (takfir). Nelle forzatura estrema che ne traggono i salafiti, rientrano nella definizione di infedeli ed apostati, tutti coloro che non rispettano le leggi della sharia. JihadMassimamente vi rientrano i musulmani che non riconoscono l’autorità del califfo e non rispettano scrupolosamente i doveri religiosi, tra i quali la “guerra santa” e la predicazione costituiscono una priorità, cosa che comporta l’accusa di empietà (Takfir wa l-Hijra). Da qui l’inclinazione a colpire indiscriminatamente, senza fare distinzioni tra civili ed inermi, musulmani e non, a puro scopo punitivo: sono tutti peccatori.
isisSnake-terrorTuttavia, quando si parla dell’anomalia arabica e delle pericolose perversioni dell’ideologia salafita, per le dinoccolate democrazie occidentali il massimo scandalo sembra essere costituito dal divieto alle donne saudite di guidare il suv.

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