L’ANTISTATO

Nello sfogliare i classici del pensiero politico, addentrandosi nella prosa dei protagonisti e dei commentatori di inizio ‘900, nell’ennesima riprova non resta che confermare  quanto forti siano le analogie con l’Italia attuale, continuamente alle prese coi nodi irrisolti della sua storia, in crisi periodica se non perenne. Sembra quasi di essere immersi in una sorta di ciclo vichiano, con la riproposizione costante di circostanze e peculiarità lungo una sostanziale linea di continuità, dove a mancare non sono le analisi ma le soluzioni:
Questione meridionale e unità incompiuta nel tradimento delle speranze risorgimentali; federalismo e statalismo; autonomie regionali e centralismo; avventurismo autoritario e consapevolezza democratica; rivoluzione e restaurazione… tutto ritorna in un complesso gioco di specchi, dove l’immagine riflessa in forme sempre diverse è in realtà sempre la stessa, deformata da una differente prospettiva.
Nella nostra oramai consueta selezione di pagine dimenticate, stavolta proponiamo la riscoperta dell’ANTISTATO: articolo scritto da Lelio Basso, pubblicato sulla rivista “Rivoluzione liberale” il 2 Gennaio 1925, e firmato dall’autore con lo pseudonimo di Prometeo Filodemo.
È divertente constatare come questi autori, accompagnati sempre da fotografie barbute, di accigliati vegliardi in bianco e nero, in realtà abbiano realizzato le loro analisi migliori quand’erano poco più che 30enni oppure, come nel caso specifico qui riportato, all’età di 22 anni.
Dimostrazione pratica che se l’Italia è sempre stato un Paese per vecchi, oggi molti giovani hanno rinunciato anche alla libertà di parola…
Nella riflessione di Lelio Basso c’è molto dell’Italia presente. Depurata dall’impostazione marxista e dai rimandi alle specificità ‘rivoluzionaria’ del partito socialista di inizio ‘900, questa considerazione sulla crisi dello Stato e sull’avvento del totalitarismo fascista potrebbe quasi essere stata scritta oggi.
Con qualche forzatura, sostituite “giolittismo” con Democrazia Cristiana, “fascismo” con berlusconismo, e troverete almeno un’altra mezza dozzina di analogie dalla sconcertante attualità:

  «Inserirsi decisamente nel processo di disfacimento dello Stato, io credo sia compito necessario di quanti, come noi, desiderano un salutare rinnovamento della vita pubblica d’Italia, e per esso lavorano. Perché la crisi che da lunghi anni ci travaglia e che sta toccando ora il parossismo, è crisi che involge tutte le istituzioni statuali, è anzi principalmente crisi di Stato, manifestatesi nella forma dello Stato-partito.
[…] Lo Stato fascista non si limita a tutelare l’ordine costituito con un ordinamento giuridico all’uopo adatto, e nell’ambito del quale sia concesso alle forze contrarie di preparare il terreno per una nuova forma di convivenza sociale; esso rappresenta l’universo popolo, esclude che possa esservi un movimento a sé contrario o comunque diverso, e se qualcuno pur timidamente si mostra, tenta distruggerlo irrimediabilmente. Quando siam giunti a questo punto, quando tutti gli organi statuali, la Corona, il Parlamento, la Magistratura, che nella teoria tradizionale incarnano i tre poteri, e la forza armata che ne attua le volontà, diventano strumenti di un solo partito che si fa interprete dell’unanime volere, del totalitarismo indistinto e come tale escludente ogni ulteriore progresso, noi possiamo ben asserire che la crisi dello Stato ha toccato il suo estremo e ch’essa deve risolversi o precipitare.
 Lo Stato fascista è precisamente lo sbocco d’un lungo processo di decomposizione che ha le sue origini remote forse nell’epoca dei Comuni, magari anche più in su, ma che certo si riattacca direttamente al Risorgimento e all’unificazione d’Italia. La quale fu conseguita, come ognun sa, non per diretta volontà ed azione del popolo, come augurava Mazzini, ma colle arti e colle armi della monarchia piemontese, divenuta in capo a pochi anni e senza modificazioni sostanziali, il Regno d’Italia. Unità dunque, ma fusione no: gli Italiani costituivano uno Stato solo, ma non ancora un popolo solo. Il centralismo diventava in tal guisa una necessità per mantenere unite le singole parti, ma noceva al libero sviluppo di esse, e sopratutto a quelle fra esse che si trovavano in condizioni più arretrate. Lo Stato soffocava le libere iniziative e toglieva la possibilità di una seria lotta politica. In queste condizioni la Monarchia e il trasformismo erano davvero i segni della nostra minorità, ché in una situazione simile non potevano certo attecchire le iniziative autonome e le correnti intransigenti.
[…] Il giolittismo fu l’arma migliore che lo Stato monarchico potesse trovare per assorbire le nuove forze che sarebbero state altrimenti minacciose.
In altre parole, in luogo dell’intransigenza nell’affermazione di sé stesso e nello sforzo della lotta, si preferivano l’accomodantismo e i1 compromesso, questi due fiori squisitamente italici. Ma è certo nondimeno che lo Stato monarchico-giolittiano pagava la complicità del socialismo ufficiale con un paternalismo riformistico che giungeva sino al suffragio universale.
[…] Divenuto il socialismo partito di conservazione riformistica, le classi possidenti ed agrarie divennero alla lor volta partito di sovversione reazionaria. E così sorse nel radioso Maggio 1915 il fenomeno fascista come insurrezione della piazza contro il Parlamento uscito dal suffragio universale, da quelle elezioni che i retori del nazionalfascismo avean così spesso e volentieri battezzato analfabetiche.
 Il giolittismo era caratterizzato dalla mancanza di forze antistatali, cioè dall’assorbimento di tutte le forze realmente efficienti nell’ambito dell’azione giolittiana poggiante quindi sul consenso di una strabocchevole maggioranza. Il fascismo invece è caratterizzato dalla soppressione delle forze antistatali. Strappando con la violenza il potere al giolittismo, esso spezzava in pari tempo l’alleanza di questo col socialismo, il quale diventava per ciò stesso libero di agire su un terreno proprio.
[…] Non essendo in grado di agire d’iniziativa propria, le classi medie appoggiavano il fascismo, sperando, a vittoria conseguita, una mancia competente.
    Ma più che dal loro appoggio passivo, il fascismo traeva la sua forza dalla propria massa di manovra. Era anche questa una classe, confusa ed amorfa fin che si vuole, la classe degli spostati, che trovavano finalmente la loro professione. Spostati per natura loro, come i pazzoidi, gli esaltati, i futuristi, i poetastri o gli artisti falliti, i mediocri aspiranti alla celebrità; spostati per circostanze d’ambiente, come i disoccupati e i miserabili: tutta gente che in altri tempi e in altre circostanze, sotto la pressione degli stessi bisogni, aveva dato vita al brigantaggio o alla camorra, ed ora trovava comodo d’inquadrarsi nel movimento fascista. Era, esso, anche una forma di reazione alla miseria e alla disoccupazione in Italia.
[…] L’ibrida artificiosità della sua formazione toglie al fascismo la possibilità di vivere in un ambiente risanato in cui contrastino in forme civili interessi reali e vitali armati di potenza economica e intellettuale; ma ad evitare che un tale ambiente si formasse.
[…] Il fascismo ha così posto tutti i suoi principi: soppressione di ogni contrasto per il bene superiore della Nazione identificata collo Stato, il quale si identifica a sua volta cogli uomini che detengono il potere (Stato fascista). Questo Stato è il Verbo, e il suo Capo è l’uomo mandato da Dio per salvare l’Italia; esso rappresenta l’Assoluto, l’Infallibile.
[…] Una volta posti questi principi, lo Stato può tutto: ogni opposizione al fascismo è veramente tradimento della Nazione, ogni delitto fascista si giustifica (fine nazionale).»

   “L’Antistato”
 Prometeo Filodemo (Lelio Basso)
 Rivoluzione liberale – 02/01/1925

P.S. Proprio in nome di questa “conservazione riformistica”, che trova nel patteggiamento consociativo il suo vangelo, il nostro Presidente della Repubblica, parlando di un altro Giolitti, ha pensato bene di rompere il suo consueto riserbo, in piena campagna elettorale, per rimbrottare l’opposizione parlamentare e lanciare la sua scomunica contro tutti quei movimenti politici che una rappresentanza istituzionale nemmeno ce l’hanno. Sommo ostensore di una sorta di Teologia della Pacificazione, il presidente Napolitano pensa di contenere gli abusi del Pornocrate comprimendo le rimostranza dei suoi detrattori. Un’originale strategia nel merito della quale non entriamo per puro spirito di carità.
Tuttavia, sorvolando su certe iniziative pronto firma, quotidianamente organizzate in più ministeriale sede, e sui silenzi che accompagnano lo scempio attuale, sarebbe gradita dal sopente Presidente anche qualche altra parolina… Non tanto sullo spasmodico moltiplicarsi di sottosegretari e sullo sfacciato valzer di poltrone nei CdA delle controllate pubbliche, per accontentare le voraci pattuglie di “reclutabili” sparse da Colleferro in giù, quanto per esempio sulla questione dei referendum sui quali è scesa la cortina del silenzio e che si cerca di cancellare per decreto: prassi anomala che oltre a mancare di ogni requisito d’urgenza è stata configurata come un abuso di potere da non pochi costituzionalisti… Così, tanto per ricordare.

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4 Risposte to “L’ANTISTATO”

  1. gattopardiana la cosa… penso accada solo in Italia! Non per voler fare sempre quelli che si parlano male da soli, ma la nostra particolarissima storia nazionale ci ha regalato anche questo…
    E figurati se Napisan dice qualcosa sul referendum.

  2. @ Lady Lindy
    Oh io trovo la cosa molto hegeliana, nella sua variante marxiana: una “filosofia della storia”, a metà tra Karl Marx e Groucho Marx…

    @ Johnny Cloaca
    Sul caso belga ci scherzavo proprio un paio di giorni fa con alcuni amici..
    Che poi l’Italia posso funzionare benissimo senza la nostra psuedo-classe dirigente politica non è un ipotesi ma una assoluta certezza.

  3. Carmela Piano Says:

    Condivido pienamente. La nostra classe politica è priva del più elementare senso dello stato e divora, in misura intollerabilmente oscena, ogni residua risorsa dei soggetti non esressivi di poteri forti. Questi s’impinguano mentre il paese arretra paurosamente e il mezzoggiorno subisce uno statalismo più rapinoso che mai, praticato da coloro che per sè rivendicano e impongono le più radicali autonomie. Pochi divorano ogni bene pubblico pronti, nella rapina globale a saltare sulla prima greppia a portata di artigli. Urge offrire le consapevoezze di base perchè la maggioranza oppressa eprima il proprio dissenso. Grazie ai promotori di Liberthalia! Il mio Sud ha dovuto tollerare anche i festeggiamenti di un’unità nazionale inesistente e mai voluta dai costituitisi poteri forti del Nord. Turtti i governi postunitari hanno programmato la rapina e l’annientamento del Mezzoggiorno.

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