Archivio per Antonio Gramsci

Sono solo canzonette

Posted in Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , , on 21 ottobre 2014 by Sendivogius

GuitarHeroIIIChe la maggior parte delle “popstars” (vere o presunte tali) siano concentrate nella contemplazione estatica del proprio ombelico, meglio se esibito dinanzi a platee in visibilio per cotanto apparire, rientra nella condizione implicita del narcisismo esibizionista tipico dell’artista. Trattasi di personaggio complesso, ricercatamente complicato e di preferenza ‘tormentato’, che vive della propria immagine riflessa, trasformata in merce e venduta un tanto a biglietto, nel culto idolatrico di se medesimo. La cosa è parte integrante dell’esibizione, per patto implicito col pubblico: il prodotto tiene fintanto che vende. Non v’è nulla di male.
Il (melo)dramma comincia semmai quando la farsa continua fuori dal palco, con l’artista che ritiene di essere il portatore di una missione superiore, investito di un ruolo messianico proteso oltre l’esibizione scenica a pagamento; davvero convinto che le canzoni cambino il mondo e che lui sia un essere speciale, magari animato da una qualche scintilla divina.
Nei casi migliori, e senza dubbio più lodevoli, organizzano “eventi” contro la fame nel mondo; oppure staccano assegni sostanziosi, per il salvataggio della foresta amazzonica. Nell’ipotesi peggiore invece si improvvisano capi-popolo, giocando al piccolo tribuno. Che poi è il modo più patetico per rilanciare la propria immagine, usurata dagli anni.
Sarebbe facile liquidare la folla vociante e tanto inkazzata, radunata sotto il Palazzo comunale di Genova a recitare il solito mantra “dimissioni”, alla stregua dei “bottegai piccolo-borghesi” spietatamente descritti a suo tempo da Gramsci:

«..la più vile, la più inutile, la più parassitaria: la piccola e media borghesia, la borghesia “intellettuale” (detta “intellettuale” perché entrata in possesso, attraverso la facile e scorrevole carriera della scuola media, di piccoli e medi titoli di studio generali), la borghesia dei funzionari pubblici padre-figlio, dei bottegai, dei piccoli proprietari industriali e agricoli, commercianti in città usurai nelle campagne

  Antonio Gramsci
  (13/12/1919)

L’accostamento è ingiusto e ingeneroso. Forse. Tuttavia, confessiamo che dinanzi alle poche centinaia di masaniello specializzati nell’indignazione telecomandata e qualunquismo all’ingrosso, ensiferi in libera uscita del grillismo militante e fascisti forzanovisti rimasti orfani dei “forconi”, l’idea ci ha più che sfiorato…
Se poi a guidare l’assalto ai forni ci sono Francesco Baccini e Cristiano De Andrè, allora non ci resta che ridere. Dopo la comparsata subissata dai fischi di Capitan Grullo in abiti bianchi, che viene a battere il pizzo (2.000 euri a comizietto) spalleggiato dai suoi squadristi, ora è il turno dei Menestrelli a 5 stelle che allietano le comparsate pubbliche del “capo politico”, fornendo l’intrattenimento musicale per gli adepti della setta.
vino e bottigliaDove fossero i due disinteressati tribuni canterini quando c’era da spalare, resta un mistero che non vale nemmeno la pena stare ad indagare. E d’altronde gli aedi del grillismo di lotta e sciacallaggio non hanno mai nulla da ridire sulle raffica di espulsioni per raccomandata, o i nuovi amici in Europa come l’acquisto polacco dal nome impronunciabile, che finalmente ha portato una ventata di modernità nel MoVimento: rivedere il diritto di voto alle donne e picchiare la moglie. Il tipino, schifato persino dal Front National della Le Pen, proviene dal KNP (Congresso della Nuova Destra): l’alternativa politica con cui vale la pena fare alleanze.
Certo, prendere lezioni di etica pubblica e di coscienza sociale da un ubriacone anaffettivo come Cristiano De André, noto più che altro per i suoi bagordi alcolici, l’ottimo rapporto con le  figlie Fabrizia e Francesca, è davvero il massimo.  A ciascuno il suo…
E allora #di-mis-sio-ni!!

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TRANSFORMER ITALIA

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Hellraiser - Cubo di Le Marchand

Con l’asciuttezza che ne distingue la prosa e le analisi, gli storici anglosassoni definiscono il Trasformismo, come una pratica di governo per la formazione di coalizioni centriste a maggioranza variabile e mutualità di intenti nella loro fumosità ideologica.

Storia d'Italia «Il trasformismo è uno dei modi in cui può funzionare il sistema parlamentare, e questo tipo di permanente coalizione centrista tendeva indubbiamente a dare alla lotta politica un carattere meno polemico e più moderato. Ma di quando in quando anche taluni liberali erano costretti a riconoscere che…. l’assenza di aperte controversie aveva un effetto paralizzante e negativo.
[…] Il trasformismo venne attaccato e accusato di essere una degenerazione della prassi del compromesso…. che nascondeva l’assenza di convinzioni profonde.
[…] Depretis, Crispi, e lo stesso Giolitti ricorsero tutti uno dopo l’altro allo stesso metodo, e ciò con lo scopo preciso di impedire che potesse formarsi un’opposizione organizzata, in quanto in circostanze di emergenza il Presidente del Consiglio era così sempre in grado di allargare la schiera dei suoi sostenitori, grazie a una “combinazione” con alcuni dei dissidenti potenziali. Quest’assenza di una opposizione ben articolata ebbe talvolta effetti quanto mai negativi nella vita costituzionale italiana, come ad esempio la rapida successione di ministeri che ne risultava, dato che quella che sembrava una solida maggioranza si volatilizzava da un giorno all’altro

  Denis Mack Smith
 “Storia d’Italia
  Laterza, 1987.

Agostino DepretisStoricamente, il metodo si afferma nella seconda metà del XIX° secolo con l’insediamento del gabinetto governativo di Agostino Depretis, quando la contrapposizione, del tutto fittizia, in seno al blocco liberale nel Parlamento tra l’ala conservatrice (“Destra”) e quella progressista (“Sinistra”), si risolse con una serie omogenea di esecutivi di compromesso, fondati sullo scambio clientelare e la gestione condivisa del potere su base personalistica.

«Una volta al governo la Sinistra, che era salita al potere soltanto grazie all’aiuto di gruppi dissidenti della Destra, trovò che le riforme erano più difficili da attuare che da predicare. Il discorso inaugurale della Corona nel novembre del 1876 accennò una volta ancora al maggiore decentramento amministrativo, ma si trattava soltanto di parole. Depretis si sforzò in ogni modo di far apparire il suo ministero più progressista di quello precedente, ma in pratica non poté far molto di più che promettere di studiare possibili riforme future e di usare metodi meno autoritari nell’applicazione della legge. Neppure quest’ultima promessa fu mantenuta

  Denis Mack Smith
  “Storia d’Italia
  Laterza, 1987.

Ed è piuttosto illuminante ricordare come Agostino Depretis illustrò il nuovo corso ai propri elettori, in uno dei suoi celebri discorsi nel suo feudo elettorale di Stradella…

«I partiti politici non si debbono fossilizzare né cristallizzare. Ed eccovi quel che io diceva in questo stesso luogo l’8 Ottobre 1876:
[…] Io spero che le mie parole potranno facilitare quella concordia, quella faconda trasformazione dei partiti, quella unificazione delle parti liberali della Camera, che varranno a costituire quella tanto invocata e salda maggioranza, la quale ai nomi storici tante volte abusati e forse improvvidamente scelti dalla topografia dell’aula parlamentare, sostituisca per proprio segnacolo un’idea comprensiva, popolare, vecchia come il moto, come il moto sempre nuova, il progresso.”
Noi siamo, o signori, io aggiungeva, un Ministero di progressisti.
E lo siamo ancora, e se qualcheduno vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?»

 Agostino Depretis
(08/10/1882)

Cronache marziane Istituito sotto i migliori auspici, il gabinetto Depretis fece del “trasformismo” una filosofia di governo, destinata ad avere successo e contribuendo non poco a sedimentare quella palude istituzionale, che spalancò le porte al fascismo in violenta polemica con le sabbie (im)mobili del “parlamentarismo” ed in aperta rottura con un sistema sostanzialmente sclerotizzato nella propria referenzialità.
Depretis, nel suo galleggiamento ministeriale, reseconfuse le questioni di principio e impossibile ogni chiarezza di pensiero, guardandosi bene:

«...dal formulare una politica ben definita che avrebbe potuto essere respinta da un voto contrario del parlamento e preferiva degli espedienti che potevano essere sconfessati in qualsiasi momento, semplicemente abbandonando al suo destino un ministro impopolare e rimaneggiando il ministero

  Denis Mack Smith
 “Storia d’Italia
 Laterza, 1987.

Concepito come una possibile soluzione alle pastoie del parlamentarismo italiano, con la rissosità congenita di una società profondamente frazionata, il “trasformismo” si è ben presto rivelato come parte integrante del problema.

«Nacque allora la formula definita del “trasformismo” che, presumibilmente concepita come strumento utile a garantire quella che oggi definiremmo “governabilità”, si risolse in un elemento di corruzione spicciola, di cooptazione interessata.
[…] La formula Depretis, peraltro, non poggiava soltanto su questa logica miserevole. La sostennero anche uomini come Marco Minghetti, conservatore, il quale, pur auspicando un sistema bipartitico, imperniato su una dialettica di contrapposte posizioni, riteneva preminente in quel momento assicurare all’Italia un governo stabile e – per avversione tanto all’estrema destra clericale, quanto alla sinistra radicale – avvicinò a Depretis molti deputati di orientamento conservatore. Anche questo elemento, come è ovvio, contribuì a stemperare gli originari propositi riformatori della Sinistra.
Alla morte di Agostino Depretis (1887) divenne presidente del Consiglio Francesco Crispi che, pur dichiarandosi in teoria nemico del trasformismo, fece largo ricorso a quel metodo. Se ne servì negli anni successivi anche Giolitti, ogni volta che in parlamento stava per formarsi un’opposizione organizzata

  Sergio Turone
 “Corrotti e corruttori
 Laterza, 1984

HELLBLAZERIn tempi più recenti, il sostanziale immobilismo, la cooptazione clientelare delle camarille locali, una corruzione endemica funzionale alla strutturazione del consenso, sono confluite nel cosiddetto “consociativismo” che è stata una variante moderna dell’originale trasformismo in evoluzione.
Date le sue peculiarità, non è un mistero come la pratica trasformistica, soprattutto nella sua componente consociativa, abbia costituito un aspetto constante del sistema politico italiano, alla base dell’egemonia democristiana nell’immanenza della sua longevità al potere. Lungi dall’essersi esaurito, oggi il fenomeno sembra più radicato che mai, incistato com’è tra il personalismo emergente dei nuovi caudillos populisti e la ricerca di un unanimismo totalizzante nella ridefinizione degli assetti di potere in atto…

«Il venir meno di ogni discriminante ideologica e programmatica fra i due maggiori schieramenti in campo (ossia la fine di quel sia pur imperfetto modello bipolare che aveva caratterizzato la scena parlamentare italiana nel primo ventennio postunitario) ebbe come effetti un visibile degrado del dibattito politico all’interno della ‘grande maggioranza’ costituzionale e il trasferimento delle funzioni proprie dell’opposizione a forze non pienamente legittimate (l’estrema radicale, repubblicana e poi socialista) oppure a gruppi eterogenei o marginali, pronti peraltro a rientrare alla prima occasione nel gioco delle combinazioni ministeriali.
[…] Il trasformismo non nasceva da una connaturata inclinazione al compromesso dei politici italiani, ma era il portato della debolezza originaria dello Stato unitario, della fragilità delle istituzioni e della cronica esiguità delle loro basi di consenso. Non era il prodotto di un carattere nazionale, ma la risposta, forse sbagliata, a un problema reale

  Giovanni Sabbatucci
 “Enciclopedia delle scienze sociali
 (1998)

Oggi, ci si illude di superare il bipolarismo imperfetto, previa rottamazione della Costituzione repubblicana e revisione del principio maggioritario.
Le cosiddette “riforme”, più strumentali che strutturali, brandite come una clava dalla anomala maggioranza di governo nel solco di più laide intese, costituiscono il tassello evidente di un’anomalia costituzionale ancor prima che istituzionale, con un esecutivo che interviene pesantemente nel gioco parlamentare, facendosi promotore ancor più che garante di una revisione costituzionale da portare avanti a tempi contingentati e tappe forzate. E lo fa preordinando la ‘sua’ riforma, denigrando le voci critiche in seno alle istituzioni repubblicane, rimuovendo dalle commissioni i senatori non allineati (fatto senza precedenti). Impone quindi la propria “bozza” ad un Parlamento ed un Senato, ancorché supini, che subiscono l’iniziativa di un premier mai eletto in un esecutivo presidenziale, tenuto a Carl Schmittbattesimo palatino. Nel superamento dei vecchi schemi politici e di partito, il governo si attribuisce competenze che spettano alle Camere ed agisce esso stesso come un partito (della nazione), accentrando su di se i poteri e istituzionalizzando l’eccezione in virtù di un presunto principio di necessità. Vizio antico ma sempre presente.
L’iniziativa governativa più che integrare l’azione parlamentare, ne determina l’indirizzo e la sovrasta nella sua ipertrofia decisionale. Viste le finalità recondite, circa l’attivismo promozionale (e propagandistico) del governo, viene in mente una vecchia polemica gramsciana riconquistata ad insospettabile attualità:

Gramsci«Il governo ha infatti operato come un “partito”, si è posto al di sopra dei partiti non per armonizzarne gli interessi e l’attività nei quadri permanenti della vita e degli interessi statali nazionali, ma per disgregarli, per staccarli dalle grandi masse e avere “una forza di senza-partito legati al governo con vincoli paternalistici di tipo bonapartistico-cesareo”: cosí occorre analizzare le cosí dette ‘dittature’ di Depretis, Crispi, Giolitti e il fenomeno parlamentare del trasformismo

  Antonio Gramsci
 “Passato e Presente. Agitazione e propaganda
 Quaderno III (§119); Anno 1930.

JOHN McCORMICKAttualmente, il trasformismo centrista di matrice neo-consociativa sembra convivere con le impennate demagogiche di un populismo di ritorno, dal quale trae giustificazione e legittimazione quale necessario argine di contenimento, mentre la componente cesaristica ne diventa strumento indispensabile di governo, in qualità di catalizzatore del consenso personalizzato a dimensione di “leader”. Per disinnescare la carica eversiva della minaccia populista, il “cesarismo” ne assume in parte le istanze; le converte in alchimie di governo consacrate alla preservazione della ‘stabilità’ tramite l’adozione su polarità alternata e contraria di un populismo reazionario, ammantato da un’onnipervasività plebiscitaria, riadattando il sistema alle necessità congenite del leader ed al consolidamento della sua posizione di potere. Si tratta di iniezioni controllate, con inoculazione del veleno a piccole dosi in funzione immunizzante. La pratica si chiama “mitridatismo”. E peccato che le tossine così somministrate a lungo andare finiscano col distruggere l’organismo che s’intendeva preservare.
Per quanto mutevoli possano essere le sue forme, il Cesarismo continua ad essere declinato nella forma prevalente dell’istrione, che a quanto pare resta il figuro più amato dagli italiani, incentrando la sua preminenza sui legami emozionali.

Wien - Kunsthistorisches Museum - Gaius Julius Caesar«L’organizzazione politica del cesarismo si afferma sempre a seguito di un processo di deistituzionalizzazione delle organizzazioni e delle procedure politiche preesistenti. In altri termini, parleremo di cesarismo se, e solo se, la leadership individuale nasce sulle ceneri di un’organizzazione politica istituzionalizzata che è stata colpita da un processo di decadenza e di disorganizzazione.
Il cesarismo è un regime di transizione, intrinsecamente instabile. Sorge per fronteggiare uno stato di disorganizzazione e di crisi acute della comunità politica ed è destinato a lasciare il posto a forme diverse e più stabili di organizzazione del potere.
[…] Un regime politico di transizione, che sorge in risposta alla decadenza di istituzioni politiche preesistenti ed è fondato su un rapporto diretto – ove la componente emozionale (così come è descritta, ad esempio, da Freud) è preminente – fra un leader e gli appartenenti alla comunità politica, veicolato da tecniche plebiscitarie di organizzazione del consenso.
[…] Per usare termini schmittiani potremmo dire che il cesarismo è il regime dello “stato d’eccezione” in cui però l’assunzione di pieni poteri da parte del leader si sposa con un consenso plebiscitario, o semiplebiscitario, della comunità politica (delle sue componenti maggioritarie). In questa prospettiva si può spiegare facilmente anche la scarsa attenzione che la scienza politica presta ai fenomeni cesaristici. Trattandosi di regimi di transizione, i regimi cesaristici hanno una vita effimera. Essi sorgono in risposta a una crisi e si trasformano più o meno rapidamente in regimi diversi

 Angelo Panebianco
Enciclopedia delle scienze sociali
(1991)

Semmai, il problema della transizione risiede nella durata, che qui in Italia si esplica in parentesi prolungate da non prendere mai alla leggera…
Il vecchio che tornaPerché al di là dei toni trionfalistici, l’unanimismo plebiscitario, la piaggeria cortigiana ed i facili entusiasmi, l’attuale governo garantito dai “senza-partito” vincolati al premier da un legame “bonapartistico-cesarista” e dalle più alte Grillinoprotezioni dell’ermo Colle, costituisce nella sostanza una parentesi di transizione, volta ad essere superata in fretta non appena sarà chiaro il trucco delle tre carte al volgere della fine dei giochi, sbollita l’enfasi delle contro-riforme artificialmente pompata da un apparato mediatico più che compiacente. Un “regime cesaristico” si afferma sul disfacimento dei partiti e prosperano traendo alimento dal populismo che inevitabilmente si sprigiona dalla loro decomposizione, con ben pochi vantaggi per lo sviluppo civile e di una società pienamente democratica.

«Man mano che i vecchi partiti da fiorentissimi sono diventati secchissimi (non parlo, com’è ovvio di quelli già defunti sotto le macerie di Tangentopoli), sono riemersi i caratteri di una società civile tradizionalmente avulsa dai meccanismi dell’associazionismo intermedio, mentre si è creata una voragine nel luogo del primitivo insediamento, un vuoto che può essere colmato d’un tratto da qualsiasi predicazione, poco importa se proveniente da demagoghi improvvisati, da corporazioni che invadono il campo della politica, o da partiti d’opinione, che sappia catturare il voto “emotivo”

  Mario Patrono
Maggioritario in erba – Legge elettorale e sistema politico nell’Italia che (non) cambia
Edizioni CEDAM
  Padova, 1999

In questa sua opera ‘minore’ di agevolissima lettura, Mario Patrono, costituzionalista di orientamento socialista ed esperto in Diritto pubblico comparato, coglieva con un ventennio d’anticipo i limiti intrinseci del maggioritario e le implicazioni sul sistema politico italiano, che col senno di poi si sono rivelate in buona parte esatte. A suo tempo il prof. Patrono, con tutte le riserve del caso, aveva posto la propria attenzione sulla “zoppìa del maggioritario in azione, sottolineando i limiti e le speranze già all’alba della sua adozione:

«..visto come il toccasana per guarire d’incanto il sistema politico italiano da tutti i mali che lo affliggevano: la corta durata dei governi, la fragilità della loro azione, la presenza di troppi partiti, la mancanza di ricambio al potere, la degenerazione della politica stessa, il maggioritario – alla prova dei fatti – sembra aver peggiorato piuttosto che migliorato lo stato delle cose, aggiungendo malanni nuovi a quelli preesistenti

Mario Patrono
 “Maggioritario in erba
(1995)

Considerati i soggetti politici attualmente in lizza secondo un’ottica tripartita, il parlamentarismo proporzionalista svolgerebbe una funzione ‘analgesica’, che per esempio un giurista del calibro di Hans Kelsen definiva di per se stessa “sedativa” nei sistemi conflittuali ad alta temperatura. E la stesura di una nuova legge elettorale è forse utile in tal senso, come migliore antidoto a prossime ed eventuali involuzioni nell’ambito dell’offerta politica, segnando una linea di demarcazione tra il rilancio della Politica ed il “commissariamento della Democrazia”, destinata ad essere strozzata dalla garrotta dei “governi tecnici”.

«Quale potrà essere l’esito finale di questo scontro tra chi vuole davvero il maggioritario, e perciò si adopera per valorizzarlo, e chi maneggia invece per affogarlo nella pozza di un sistema piegato ad avere tre poli in luogo dei “classici” di due, non è dato al momento sapere. Da una parte, a favore del bipolarismo gioca il terrore retrospettivo delle condizioni di un tempo, che l’inchiesta giudiziaria “Mani pulite” si vorrebbe aver chiuso per sempre. Ragiono nei termini di un riscatto morale dalla corruzione, e mi riferisco al dato inoppugnabile che il sistema elettorale maggioritario vi si oppone assai meglio della proporzionale, che al contrario la fomenta….
Ma è proprio qui che si nasconde la questione a cui è legata la possibilità dell’Italia di diventare una democrazia “funzionante”. È davvero il capitalismo italiano in grado, lo è davvero la società italiana di fare a meno della corruzione pur conservando la pace sociale e mantenere intatto il livello di benessere, al Nord come al Sud? Se la risposta è ‘no’, mille interessi leciti e illeciti, grandi e piccoli non tarderanno a far rivivere il passato. E la “Seconda Repubblica” rimarrà scritta nel libro dei sogni.
[…] Resta che le difficoltà e i pericoli di questa fase della vita politica si rivelano con chiarezza, non appena si guardi alla somma di incongruenze che vi albergano:
– un maggioritario in erba, parziale e indigesto per difetto di cultura;
– un bipolarismo precario che funziona male e che sono in molti, nel loro intimo, a non volere;
– una situazione politica confusa, fluida, miscelata, con maggioranze scarse;
una società che – dopo tanto discutere se fosse preferibile “rappresentarla” o piuttosto “governarla” – appare, per colmo di paradosso, né “rappresentata” né “governata”

  Mario Patrono
 “Maggioritario in erba
 (1995)

Pig and his girl by EastMonkey Alla prova dei fatti, possiamo dire che la risposta è stata ‘no’.
E la cosiddetta Terza Repubblica non è che si preannunci tanto meglio delle precedenti. Anzi!
In riferimento invece ai ‘governi tecnici’ (Ciampi e Amato), che hanno preceduto l’insediamento ventennale della pornocrazia berlusconiana, quanto di ‘meglio’ ha saputo incarnare lo spirito della “Seconda Repubblica”, così si esprimeva il prof. Patrono paventandone i rischi e le conseguenze future:

«Inoltre, e questo è forse il danno maggiore, si assiste ad una semiparalisi delle dinamiche istituzionali, che si manifesta con la presenza di un governo “tecnico”, che tiene il cartellone già da parecchi mesi. Il che sta provocando due conseguenze, l’una più grave dell’altra: un tentativo di nascondere dietro le contraddizioni in termini di una (presunta ma impensabile) “neutralità della politica” il fenomeno ben più allarmante di un oscuramento della politica, e ciò accade quando appunto la politica avrebbe dovuto ricevere dal maggioritario un rilancio in grande stile; ed un processo di commissariamento della democrazia, effetto e sintomo nel profondo della crisi che ha investito i partiti e le grandi organizzazioni sindacali, che fa dipendere le grandi scelte politiche da una cerchia di oligarchi senza investitura popolare: un processo che rischia, alla lunga, di aggravare il distacco tra i cittadini e il potere, nel momento stesso in cui il maggioritario è considerato dai suoi fautori (insieme al referendum e dopo di esso) il modo più genuino, immediato, ed anche più attraente di far partecipare il popolo, la “gente” alla vita politica.
OLIGARCHIAPer scrupolo osservo che questa fase…. rappresenta una miccia accesa sotto l’insieme delle libertà repubblicane: se non riusciamo a lasciarcela dietro alle spalle in tutta fretta, il rischio di un logoramento dello stesso contratto sociale diventa inevitabile

Mario Patrono
Maggioritario in erba – Legge elettorale e sistema politico nell’Italia che (non) cambia
Edizioni CEDAM
Padova, 1999

Praticamente, a decenni di distanza, siamo ritornati al bivio di partenza con una situazione sociale e culturale persino peggiore, e ancor più logorata, della matrice originaria…

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Il Re della Giungla

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 15 aprile 2014 by Sendivogius

Le avventure di Tarzan

Cercare di penetrare il pensiero di Grillo è come effettuare una rettoscopia a mani nude e pensare di riuscire a trarne qualcosa di buono. Perché solo un avanzo di fogna di tal fatta, per giunta applaudito dalla platea pagante delle sue scimmie urlatrici, poteva parafrasare le parole di Primo Levi e ridurre una tragedia umana e personale a strumento propagandistico. Completamente incapace di percepirne il senso, ne stravolge il messaggio, senza cogliere minimamente l’abnormità della manipolazione, funzionale alle sue squallide mitologie distopiche da psicopatico gravemente dissociato dalla realtà e, soprattutto, da ogni forma di decenza.

Nessuno è più pericoloso di un uomo privo di idee, il giorno che ne troverà una gli darà alla testa come il vino ad un astemio.”

  Gilbert Keith Chesterton
Eretici” (1905)

Tutto è stuprato e ricondotto all’appagamento del narcisismo ipertrofico del Deretano del MoVimento: il contenitore costruito a propria misura, del quale amplifica i peti alla stregua di un megafono, mentre stacca i biglietti e conta i soldi vendendo spettacoli per comizi.

Pertanto, escluso qualsiasi spessore di una qualche rilevanza ‘politica’, ogni categorizzazione patologica del personaggio e della sua canea al guinzaglio sarebbe superflua… Ci troviamo infatti dinanzi all’imbecille supremo, che trascende tutte le leggi della stupidità. È tesi, antitesi, e sintesi del cretino totale; un Fruttero ed un Lucentini non basterebbero per descrivere la prevalenza di un simile fenomeno da discarica, prima ancora che da baraccone.
Convinto com’è di essere il centro dell’universo, non si accorge di costituirne piuttosto un’escrescenza emorroidale, dimenticata nella più infima ed oscura periferia del cosmo.
Come altri istrioni prestati all’antipolitica prima di lui…

“..ha l’istinto del condottiero di ventura, la pregiudiziale che gli uomini devono seguire lui, il gusto per l’unanimità cortigiana. La sua politica verso i partiti ha la teatralità di tutti i deboli e ignora che i grandi statisti hanno sempre saputo dominare le differenze della realtà senza sopprimerle.
[…] Infatti per i nostri connazionali non i fatti contano ma l’enfasi di una dimostrazione ben riuscita in piazza e la voce grossa del fanatismo presuntuoso.

  Piero Gobetti
(30/10/1923)

braccino sempre teso Ovviamente, coerenza, linearità di pensiero e realismo critico, sono totalmente ininfluenti e tutto sommato inutili nel vuoto propositivo e nell’inconsistenza programmatica di una setta di perdigiorno reclutati nei bar (gente che ha superato il 30esimo anno con un c/v in bianco), laureati in fuffologia applicata o fuori corso da un paio di decadi, e dai quali provengono gli “attivisti” miracolati in parlamento con una ventina di voti on line ed auto-votati all’irrilevanza politica, che vegetano e strepitano nell’adorazione di “Beppe”. Come verità di fede, sono pronti a sostenere tutto ed il contrario di tutto, a seconda di come scroscia il Vate® la mattina sul Sacro Blog.
Il successo di una simile accozzaglia di contraddizioni senza senso è la dimostrazione provata di quanto Chesterton andava affermando sugli istinti dell’uomo comune…

“Non è che la gente che smette di credere alla politica non crede più a niente, crede a qualsiasi cosa”

In fondo, si tratta dei soliti avanzi di cetomediume arrabbiato, piccoli borghesi terrorizzati dalla prospettiva di sembrare poveri, ed i loro lagnosi rampolli dalle ambizioni frustrate ed il forcone di cartone…
Sono i degni eredi di quel popolo delle scimmie di cui già parlava Antonio Gramsci, in concomitanza con la crisi del parlamentarismo, e che andranno a gonfiare le fila del fascismo incipiente:

«La piccola borghesia si incrosta nell’istituto parlamentare: da organismo di controllo della borghesia capitalistica sulla Corona e sull’amministrazione pubblica, il Parlamento diviene una bottega di chiacchiere e di scandali, diviene un mezzo al parassitismo. Corrotto fino alle midolla, asservito completamente al potere governativo, il Parlamento perde ogni prestigio presso le masse popolari. Le masse popolari si persuadono che l’unico strumento di controllo e di opposizione agli arbitrii del potere amministrativo è l’azione diretta, è la pressione dall’esterno.
[…] Questa nuova tattica si attua nei modi e nelle forme consentiti a una classe di chiacchieroni, di scettici, di corrotti…. con tutti i loro riflessi giornalistici, oratori, teatrali, piazzaioli durante la guerra, è come la proiezione nella realtà di una novella della giungla del Kipling: la novella del Bandar-Log, del popolo delle scimmie, il quale crede di essere superiore a tutti gli altri popoli della giungla, di possedere tutta l’intelligenza, tutta l’intuizione storica, tutto lo spirito rivoluzionario, tutta la sapienza di governo, ecc., ecc. Era avvenuto questo: la piccola borghesia, che si era asservita al potere governativo attraverso la corruzione parlamentare, muta la forma della sua prestazione d’opera, diventa antiparlamentare e cerca di corrompere la piazza.
[…] Ma ha anche dimostrato di essere fondamentalmente incapace a svolgere un qualsiasi compito storico: il popolo delle scimmie riempie la cronaca, non crea storia, lascia traccia nel giornale, non offre materiali per scrivere libri

  Antonio Gramsci
“Il Popolo delle Scimmie”
(02/01/1921)

Perché, passano i secoli, ma la giungla è vasta e sempre piena di Tarzan brizzolati con le loro tribù di macachi ammaestrati.

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Countdown

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 gennaio 2014 by Sendivogius

hellsing-13

La drammatica prosecuzione delle Laide Intese supera il masochismo più estremo e rischia di pesare come una lapide (tombale) su quello che fu il “maggior partito della sinistra italiana”, con tanto di vocazione maggioritaria, e quanto mai prossimo alla tumulazione sotto le macerie di un governissimo, che ogni giorno perde pezzi indecenti dai suoi impresentabili gabinetti ministeriali. Il principale azionista di una maggioranza, prossima più alla demolizione che al capolinea, sembra quasi intento a vergare il proprio epitaffio funebre, nella difesa suicida di una parabola governativa ormai all’epilogo della sua fase discendente. Prigioniero com’è della paralizzante chimera migliorista, il partito bestemmia si contorce nell’incapacità di affrancarsi dal mito autogenerato della Stabilità, che poi è la patologica reiterazione di un “governismo ossessivo compulsivo che tenta di spacciare per Responsabilità”.
Faccia da schiaffi Dinanzi allo spettacolo desolante di una “sinistra” istituzionalizzata, che però ha la decenza di non definirsi nemmeno più tale, schiacciata tra (ex) giovani democristiani e giovani turchi allo sbaraglio, in perenne crisi di identità, la non-soluzione è rimessa alla continua ricerca di sempre nuovi padri putativi per supplire alla nascita da una madre incerta. A volte basterebbe rileggere i classici e riscoprire i padri nobili di una Sinistra Balena biancache fu grande, prima di farsi “centro”, scoprirsi liberal-liberista, e smarrire senso e sostanza in nome di un riformismo astratto, incapace di andare oltre il vuoto di una retorica fumosa, riducendosi a fare da scendiletto ad imbarazzanti nullità, sciaguratamente elevate a ministro, in ossequio ad una alleanza incestuosa (e vergognosa!) e rapporti innominabili con vecchi satrapi viziosi.

 Il Regime dei Pascià

Nunzia De Girolamo «L’Italia è il paese dove si è sempre verificato questo fenomeno curioso: gli uomini politici, arrivando al potere, hanno immediatamente rinnegato le idee e i programmi d’azione propugnati da semplici cittadini.
[…] i ministri non sono mandati e sorretti al potere da partiti responsabili delle deviazioni individuali di fronte agli elettori, alla nazione. In Italia non esistono partiti di governo organizzati nazionalmente, e ciò significa che in Italia non esiste una borghesia nazionale che abbia interessi uguali e diffusi: esistono consorterie, cricche, clientele locali che esplicano un’attività conservatrice non dell’interesse generale…. ma di interessi particolari di clientele locali affaristiche. I ministri, se vogliono governare, o meglio se vogliono rimanere per un certo tempo al potere, bisogna s’adattino a queste condizioni: essi non sono responsabili dinanzi a un partito che voglia difendere il suo prestigio e quindi li controlli e li obblighi a dimettersi se deviano; non hanno responsabilità di sorta, rispondono del loro operato a forze occulte, insindacabili, che tengono poco al prestigio e tengono invece molto ai privilegi parassitari.
Il regime italiano non è parlamentare, ma, è stato ben definito, regime dei pascià, con molte ipocrisie e molti discorsi democratici.»

Antonio Gramsci
(18/07/1918)

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Il Cittadino che protesta

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , on 4 giugno 2012 by Sendivogius

«Il cittadino impiegato […] compila i suoi ordini del giorno e li manda ai giornali…. ad ogni rovescio il cittadino scrive la sua protesta stizzosa ai giornali, e poi s’acquieta fino al nuovo rovescio e alla nuova epistola, oppure il cittadino propone di raccogliere “in un libro d’oro” [e che oggi verrebbe invece chiamato ‘libro nero’] il nome di quelle ditte e di quegli istituti che già hanno largheggiato in concessioni ai dipendenti [da sempre il giochino preferito degli italiani che amano far di conto di stipendi ed emolumenti altrui].
Il cittadino vuol mantenersi nella legalità. Egli è forse dei più colpiti nell’attuale stato di cose borghese, ma vuole mantenersi nella legalità. Pensate: l’impiegato ha uno stipendio fisso, accertato fino all’ultimo centesimo dall’agente delle tasse…. ad ogni nuovo aumento di tasse e rincaro in genere della vita, tutti i fornitori si riversano sui clienti e chi sta peggio di tutti è l’impiegato che non può rifarsi su nessuno, che non è organizzato per la lotta di classe ed è tutto quanto alla mercé dei suoi principali. Il padrone di casa, che vuol mantenere intatto il suo reddito, distribuisce la nuova tassa sugli inquilini; l’esercente sui suoi clienti, il parrucchiere sui suoi pazienti, il cinematografo, il trattore… Nessuno vuole che la nuova tassa rappresenti un suo sacrificio personale, e la fa pagare agli altri. La macchina dell’economia borghese funziona magnificamente: ogni nuova gravezza va a schiacciare il consumatore, il proletario, ma se questi è organizzato, può almeno in parte rifarsi anch’egli e premere perché gli sia aumentato il salario. L’impiegato, no: il suo stipendio è l’ultima ruoticina dell’ingranaggio, quella che non ha nessun’altra presa che viene mossa dal colossale congegno, ma sbatte inutilmente le sue palette all’aria e macina solo lettere ai giornali e libri d’oro per chi è un po’ misericordioso.
[…] Ma, dio bono, non si è proletari, si è gente per bene, non ci si vuol mescolare con la canaglia […] Il cittadino che protesta vuol conservarsi in carattere, e non vuol diventare il cittadino che si organizza. Meglio mandare epistole ai giornali e compilare “libri d’oro” con la fotografia e i titoli di benemerenza dei cuoricini teneri che si sono commossi alle disgrazie del povero travet. E che la ruoticina del loro striminzito stipendio continui pure a macinare aria e sospiri.»

  Antonio Gramsci – (17 aprile 1916)

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MATERIALE RESISTENTE

Posted in Kulturkampf, Roma mon amour with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 aprile 2009 by Sendivogius

 

C’era una volta il 25 Aprile…

 

vauro-25-aprile-2009Annegata nei fiumi della retorica istituzionale, irrisa dagli eredi della RSI al governo e platealmente snobbata dal ducetto di Arcore, quella del 25 Aprile 2009 sarà una strana Festa della Liberazione dove non si parlerà di ‘Resistenza’ e, soprattutto, non si pronuncerà mai la parola ANTIFASCISMO. Sarà la celebrazione dei “vincitori e dei vinti”, “delle ragioni condivise”, “della libertà”: un’orgia bipartisan nell’alcova del negazionismo revisionista, in nome della ritrovata “concordia nazionale”. In pratica, si consumerà una non-festa svuotata di senso e di ideali, manipolata per esigenze di ritorno elettorale, con l’ennesima passerella abruzzese del premier in cerca di consensi. L’ascesa al Colle di Re Silvio val bene l’adesione ad almeno un 25 Aprile, dopo 14 anni di assenza. 

E siccome nessuna ‘ascesa’ è irresistibile, in questa ricorrenza celebreremo quegli eroi sconosciuti che al fascismo si opposero prima che questo diventasse regime. Uomini liberi che combatterono (e morirono), in totale solitudine, tra l’ostilità istituzionale di coloro che dell’antifascismo fecero una professione rituale, piuttosto che una militanza attiva.

Pertanto, tracciare una breve storia dello spontaneismo militante e dei movimenti che si opposero al fascismo al suo nascere è un lavoro complesso che, speriamo, non deluderà quei lettori eventualmente interessati ad una sintesi d’insieme.

 

Le prime organizzazioni antifasciste

Dopo la grande mobilitazione popolare del 1919-1920 e l’inconcludente sbornia collettiva del cosiddetto Biennio Rosso, si scatena la reazione di agrari e industriali coagulati attorno al nascente movimento fascista, che agisce in maniera capillare dai piccoli centri alle grandi città. Con l’intensificarsi dello squadrismo, nel primo semestre del 1921 si registrano 726 distruzioni operate dalle squadre fasciste: 17 giornali e tipografie, 59 case del popolo, 119 camere del lavoro, 107 cooperative, 83 leghe contadine, 8 società di mutuo soccorso, 141 sezioni socialiste, 100 circoli di cultura, 10 biblioteche, 28 centri sindacali, 53 circoli operai ricreativi, una università popolare. A questo si aggiungono intimidazioni, pestaggi e uccisioni, ai danni di sindacalisti, militanti di sinistra ed esponenti socialisti, nella sostanziale indifferenza del governo liberale e delle forze di polizia che, di fatto, tollerano lo squadrismo, quando non lo agevolano apertamente. Il Partito Socialista ed il Partito Repubblicano considerano il fascismo un fenomeno transitorio, come un’influenza di passaggio. Perciò scelgono una politica attendistica basata sulla resistenza passiva, confidando nell’intervento governativo e nel ripristino dell’ordine pubblico. E infatti la Regia Guardia e Reali Carabinieri intervengono eccome: nei quindici mesi conosciuti come “biennio rosso”, uccidono circa 150 operai e ne feriscono quasi 500 in modo grave. Forniscono armi e sostegno logistico ai fascisti, intervengono in loro aiuto quando questi sono messi in difficoltà dalla reazione popolare.

Per difendersi dalle violenze fasciste, nascono (soprattutto nel Centro-Nord) comitati di autodifesa su base spontanea, insieme alle prime “formazioni di difesa proletaria” legate alle posizioni politiche di partito, ma scarsamente efficaci in quanto prive di coordinamento e di appoggi concreti, nonostante molti degli appartenenti fossero reduci di guerra. I rapporti di forza cambiano notevolmente con l’entrata in scena degli “Arditi del Popolo”: uomini di comprovata esperienza militare, versati nell’uso delle armi e nelle tattiche di guerra. Si trattava spesso di ex militari pluridecorati e di ufficiali competenti, provenienti dai reparti d’assalto e da corpi scelti come gli Arditi: temprati dall’esperienza sul campo negli spietati fronti della “Grande Guerra” e specialisti in missioni impossibili.

Benché l’antifascismo – inteso sia come teorizzazione politica che come risposta militare – nasca quasi contemporaneamente alla comparsa dello squadrismo, le prime forme di resistenza al fascismo sono sicuramente meno note di quelle legate alle esperienze della guerra civile spagnola e della Resistenza. Nel secondo dopoguerra, l’antifascismo sconfitto degli Arditi del popolo è stato relegato ai margini della storiografia, benché dietro esso vi fossero le stesse ragioni fondanti della Resistenza. Tra le ragioni di questa parziale rimozione, vi possono essere quella delle origini e della natura della prima associazione antifascista (permeata da miti arditistico-dannunziani, successivamente fatti propri dal fascismo e, al contempo, attestata su posizioni genericamente rivoluzionarie) e quella della difficile autocritica degli attori di allora (dalle istituzioni alle forze politiche e sociali) le quali non compresero appieno la portata del fenomeno fascista e che, tranne qualche eccezione, ostacolarono la diffusione dell’antifascismo del 1921-22. Un antifascismo forse (e comunque solo per taluni aspetti) distante, per contenuti e forme, da quello istituzionalizzatosi nell’Italia repubblicana; ma pur sempre un antifascismo nel quale l’esperienza resistenziale e il movimento democratico sorto da essa trovano la loro origine.

[Fonte: romacivica.net/anpiroma. Il testo integrale lo avreste potute leggere qui. Coerentemente con il nuovo corso politico, al momento il sito risulta oscurato, pare, per intervento dello stesso Comune di Roma. Confidiamo in un rapido ripristino.]

 

ARDITI DEL POPOLO (1921-1922)

arditi-del-popolo “Essi furono il primo movimento antifascista, organizzato militarmente, che la nostra storia abbia conosciuto in quanto combatté duce e compari prima ancora che questi stessi prendessero il potere. Gli Arditi del Popolo, ovunque si sentisse puzza di imminenti aggressioni squadristiche, si piantavano lì arrabbiati e soli, dannatamente soli, pronti a spezzare il sopruso.

 [Gli Arditi del Popolo di A. Liparoto]

Gli Arditi del Popolo nascono tra il 27 Giugno e il 2 Luglio 1921 all’interno della sezione romana dell’Associazione Nazionale Arditi Italiani, in contrapposizione con la sede milanese schierata apertamente col fascismo. Il nuovo direttorio romano è guidato da Argo Secondari, anarchico, e da altri sottufficiali di idee libertarie, provenienti dalla sinistra interventista. Al fianco di Secondari si schierarono altri ex-arditi di diversa matrice politica: dannunziani, repubblicani, anarchici individualisti, motivati da un medesimo obiettivo: Fino a quando i fascisti continueranno a bruciare le case del popolo, case sacre ai lavoratori, fino a quando i fascisti assassineranno i fratelli operai, fino a quando continueranno la guerra fratricida gli Arditi d’Italia non potranno con loro aver nulla di comune. Un solco profondo di sangue e di macerie fumanti divide fascisti e Arditi.

[Dichiarazione di Argo Secondari all’assemblea degli Arditi del Popolo del 27 giugno 1921, riportata da “Umanità Nova” del 29 giugno 1921]

L’Associazione Nazionale Arditi d’Italia (A.N.A.I.), era stata costituita il 1° Gennaio 1919 da Mario Carli, un ex capitano degli Arditi, orientato su posizioni di sinistra e vicino ai futuristi di Marinetti: nel 1918 Carli aveva fondato il periodico Roma Futurista. L’A.N.A.I, creata da Carli, si proponeva come punto di riferimento per quei 40.000 ex Arditi che, da osannata truppa di elite durante il conflitto, erano diventati degli spiantati di difficile ricollocazione in tempo di pace. Uniti dal comune disprezzo dei reduci per gli “imboscati”, disgustati dal pacifismo socialista, molti ex arditi sono sensibili alle lusinghe del fascismo emergente. Nonostante l’assalto del 15 Aprile 1919 alla sede del quotidiano socialista L’Avanti! il connubio tra arditi è fascismo non è né scontanto né unanime. A tal proposito Carli, facendosi interprete dei malumori all’interno del movimento, si dissociava apertamente con un indignato articolo dal titolo inequivocabile: Arditi non gendarmi!  

Nel settembre del 1919 gli Arditi aderiscono in massa all’Impresa di Fiume. E nel 1920 anche Carli raggiunge Gabriele D’Annunzio, che intanto ha proclamato la Reggenza del Carnaro alla quale aderirono non pochi socialrivoluzionari. A Fiume, Guido Carli rappresenta la parte filobolscevica e, da esterno, appoggerà il nuovo movimento creato a Roma da Secondari, prima di convertirsi anche lui al fascismo.

Si trattava di una importantissima svolta nella storia degli arditi. Su forte impulso di Secondari si decideva infatti di virare la sezione romana in senso antifascista. L’imperativo categorico era proteggere le associazioni proletarie dagli attacchi degli squadristi.

 [Gli Arditi del Popolo di A. Liparoto]

argo-secondari-e-arditiArgo Secondari è un ex tenente delle “fiamme nere” (Arditi provenienti dalla fanteria), decorato con la medaglia d’argento al valor militare.

Nel 1919 ha cercato di promuovere una insurrezione anarchica  a Roma, con elementi repubblicani, nota come “Complotto di Pietralata”, insieme al ten. Ferrari ed al sergente maggiore Pierdominici.

Il 6 Luglio 1921, Secondari partecipa con i suoi Arditi del Popolo, circa 2000 reduci, alla manifestazione organizzata all’Orto Botanico di Roma dal “Comitato romano di difesa proletaria” contro lo squadrismo fascista.

 “La nuova associazione veniva inizialmente ben accolta dai cosiddetti partiti sovversivi (Partito socialista, Partito repubblicano, Partito comunista, Unione anarchica), oltre che dai sindacati di classe (Cgl e Usi), tanto che numerosi proletari e militanti antifascisti aderirono alla neonata formazione, nella speranza e con la determinazione di difendere le strutture del movimento operaio dalle sistematiche aggressioni compiute, con metodi paramilitari, dallo squadrismo fascista (…) Secondo un rapporto dello stesso prefetto di Roma, agli Arditi del Popolo si andavano iscrivendo numerosi simpatizzanti appartenenti ai vari partiti rivoluzionari, nonché lavoratori postelegrafonici facenti capo al comunista Cesare De Fabiani e molti fornaciai anarchici del quartiere di Porta Trionfale, dove abitava anche Errico Malatesta.”

[Marco Rossi. “Una storia romana: gli Arditi del Popolo”]

malatesta-con-gli-arditi_del_popoloConsiderando le sole sezioni la cui esistenza è certa, gli Arditi del Popolo contano, nell’estate del 1921, 144 sezioni con 20 mila aderenti circa: Lazio (12 sezioni, 3.340 associati), Toscana (18 sezioni, 3.056 iscritti), Umbria (16 sezioni, 2000 aderenti), Marche (12 strutture organizzate, circa 1000 iscritti), Lombardia (17 sezioni, più di 2.100 Arditi del popolo), nel Veneto e Friuli (15 nuclei, circa 2.200 militanti), Emilia Romagna (18 sezioni, 1.400 associati), Liguria (1080 associati, 4 battaglioni nella sola Genova), Piemonte (8 raggruppamenti, circa 1.300 aderenti), Trentino (1 sezione con 200 associati), Sicilia (7 sezioni, circa 600 aderenti), Campania (536 aderenti), Puglia (6 sezioni, circa 500 aderenti), Abruzzo e Calabria (1 sezione, circa 200 aderenti), Sardegna (2 sezioni, 150 iscritti). Insieme a simpatizzanti e sostenitori esterni, non iscritti, è possibile che l’organizzazione raggiungesse però le 50.000 unità.

Agli Arditi del Popolo aderiscono pure ferrovieri e operai delle ferrovie, metalmeccanici, braccianti agricoli e contadini, metalmeccanici, operai edili, operai dei cantieri navali, portuali e marittimi. “Ma vi sono anche, in misura minore e soprattutto tra i gruppi dirigenti, impiegati, pubblicisti, studenti, artigiani e qualche libero professionista”. Agli occhi dei ceti operai e dei lavoratori infatti gli Arditi del Popolo appaiono come l’unica organizzazione in grado di tutelarli con successo contro le violenze fasciste. E il movimento di Secondari si estende a macchia d’olio nelle varie città italiane, diventando un’organizzazione strutturata a livello nazionale nella quale confluiscono le precedenti formazioni di difesa proletaria, ripartite su base locale e politica:

§   Abbasso la legge: anarchici (Carrara) 

§   Gruppi Arditi Rossi, o semplicemente Arditi Rossi: socialisti, poi comunisti (Venezia Giulia) di Vittorio Ambrosini, capitano degli Arditi, vicino all’ambiente futurista, personaggio singolare che attraverserà lo scenario combattentistico di entrambi i conflitti mondiali, fonda con Giuseppe Bottai, Mario Carli, ed altri la “Associazione fra gli Arditi d’Italia” e segue Argo Secondari nella scissione che da vita agli Arditi del Popolo, dai quali Giuseppe Bottai prende le distanze.

§   Gruppi rivoluzionari di azione: anarchici e socialisti (Torino e centri industriali dintorni)

§   Guardie Rosse: socialisti, poi comunisti (Empoli, Torino, Alessandria e centri industriali dei dintorni) ad Empoli è importante il meccanismo di provocazione (poi ripetuto innumerevoli volte) messo in atto da organi istituzionali d’accordo con i fascisti; una forte formazione di Guardie Rosse agisce anche ad Imola in collaborazione con le formazioni antifasciste anarchiche

§   Squadre di azione antifascista: anarchici e comunisti (Livorno) 

§   Centurie proletarie: comunisti e socialisti (Torino)

§   Figli di nessuno: anarchici (Genova, Vercelli, Novara)

§   Lupi Rossi: socialisti (Genova)

Nel “Fronte unito nazionale degli Arditi del Popolo” militavano in comune sinergia:

§   Legione Arditi Proletari Filippo Corridoni (Legione Proletaria Filippo Corridoni): repubblicani, socialisti rivoluzionari, sindacalisti rivoluzionari (Parma)

§   Arditi Ferrovieri: fronte unito riconducibile al battaglione Arditi del Popolo (Milano e dintorni)

§   Centurie proletarie: fronte unito riconducibile a battaglione/i Arditi del Popolo (basso Friuli)

§   Ciclisti Rossi: socialisti, comunisti, anarchici fronte unito riconducibile a battaglione/i Arditi del Popolo (Cremona e provincia, Venezia Giulia)

§   Corpo di Difesa Operaia: fronte unito riconducibile a battaglione/i Arditi del Popolo (Torino e centri industriali dintorni)

§   Guardie Rosse Volanti: fronte unito riconducibile a battaglione/i Arditi del Popolo: comunisti e socialisti (Crema e dintorni)

§   Squadre Comuniste d’Azione: comunisti (Italia nord-occidentale)

§   Squadre Difesa Proletaria: anarchici e comunisti (Fermo)

§   Squadre Azione Repubblicana: repubblicani (Romagna, Marche; zone di intensa attività furono anche il Lazio, e specificatamente Roma: forte fu la presenza di tale organizzazione dopo la scissione avvenuta nella capitale fra gli Arditi ed avendo la città stessa una forte tradizione insurrezionale. Anche la zona di Bari, dove agiva Giuseppe Di Vittorio, in quanto pur essendo generalmente riportate le formazioni di difesa proletaria come Arditi del Popolo, nella realtà l’insieme dei combattenti antifascisti in quell’area era più complessa)

bandiera-arditi1 “Sotto il profilo tecnico-militare, gli Arditi del popolo sono una struttura militare agile, poichè devono essere capaci di convergere in poco tempo laddove si presuma possa avvenire un aggressione fascista. L’organizzazzione antifascista esercitava il suo controllo anche sotto forma di vera e propria milizia di quartiere, pattugliando il territorio e identificando gli elementi fascisti. Gli arditi del popolo erano strutturati in Battaglioni, a loro volta suddivisi in compagnie (altrimenti dette Centurie) e in squadre. Ogni squadra era composta da 10 elementi più il caposquadra, più battaglioni formavano una compagnia. L’addestramento dei partecipanti avveniva nelle campagne alle porte della città, oppure in montagna. Dal punto di vista organizzativo la struttura del movimento non è eccessivamente accentrata. Al primo congresso dell’associazione vengono nominati dei Direttorii dei Comitati Regionali (i quali esistevano solo sulla carta), ai quali sarà dato un ampio margine di autonomia. Nella pratica ogni sezione decide autonomamente il proprio lavoro. In alcune città, come Livorno ad esempio, accade che le varie compagnie di Arditi si raggruppino a seconda dell’orientamento politico.

L’adesione sostanzialmente libera, non vincolata dalle fedeltà di partito e dai rigori ideologici, insieme alla presenza di una forte componente anarchica, insospettisce le segreterie di partito che guardano con diffidenza al movimento, come ad uno sgradito concorrente. Nonostante gli esordi positivi, supportati dall’adesione di molti militanti, gli apparati di segreteria decidono quindi di isolare gli Arditi del Popolo, marcandone nettamente le distanze. Il primo a dissociarsi è il Partito Repubblicano, già dalla fine del Luglio 1921, anche se la sua struttura giovanile continuò a parteciparvi attivamente.

Il 2 agosto 1921, viene firmato il “Patto di Pacificazione” tra PSI, CGL e Fasci di Combattimento, subito disatteso da quest’ultimi. Col “Patto”, il governo Bonomi disarticola ogni possibile resistenza al fascismo, spezzando le prospettive di un fronte unitario. L’Italia liberale ha fatto la sua scelta di campo con le irreversibili conseguenze. Coerenze del ‘moderatismo’. Peggio di tutti fanno però i comunisti del neonato PCd’I che, oltre ad interdire ogni collaborazione, imbastiscono una campagna di stampa calunniosa: gli Arditi vengono definiti avventurieri e nittiani, considerati pericolosi perché non controllabili dal partito e “insufficientemente rivoluzionari”.

È deplorevole che in alcune province i comunisti si confondano ancora con i cosiddetti Arditi del Popolo. Ciò non deve continuare. È un errore politico e tecnico da cui deriveranno conseguenze morali e materiali deleterie!

[Comunicato direttivo del 7 Agosto 1921]

Nonostante la lucidità analitica di Antonio Gramsci che guarda che non estremo favore alle formazioni di autodifesa, il settarismo di Amedeo Bordiga non ammette alcuna deviazione eterodossa. Ma già dal 10 luglio del ’21, in merito ai gruppi di resistenza spontanea, il Comitato esecutivo aveva disposto perentoriamente: Poiché intanto sorgono in diversi centri italiani iniziative di tal genere da parte di elementi non dipendenti dal Partito comunista, si avvertono tutti i compagni di restare in attesa di disposizioni… I comunisti non possono né devono partecipare ad iniziative di tal natura provenienti da altri partiti o comunque sorte al di fuori del loro partito… La parola d’ordine del Partito comunista ai suoi aderenti e ai suoi seguaci è questa: formazione delle squadre comuniste, dirette dal Partito comunista…

Simili direttive contribuirono non poco a confondere i militanti di partito che pure continuarono, almeno in parte, a sostenere le formazioni spontanee contrapponendosi all’inerzia dei propri dirigenti.

Con l’eccezione del Lazio, del Veneto e della Federazione giovanile, per quanto riguarda i repubblicani, e del Parmense e di Bari, per sindacalisti rivoluzionari e legionari fiumani, le forze politiche della “sinistra interventista” si orientano quasi subito anch’esse verso soluzioni di autodifesa che escludono la confluenza o la collaborazione con gli Arditi del popolo. Anche queste formazioni preferiscono organizzare l’autodifesa a livello partitico, teorizzando, nella maggioranza dei casi, la perfetta equidistanza tra “antinazionali” (anarchici, socialisti e comunisti) e “reazionari” (fascisti, nazionalisti e liberal-conservatori). L’unica componente proletaria che sostiene apertamente l’arditismo popolare è quella libertaria. Un’area composita e numericamente consistente al cui interno vi sono anime tra loro assai diverse. In ogni caso, sia l’Unione sindacale italiana che l’Unione anarchica italiana sono, per tutto il biennio 1921-22, sostanzialmente favorevoli alla struttura paramilitare di autodifesa popolare. Dopo l’allineamento di Gramsci e de ‘L’Ordine nuovo’ alle direttive del partito, il quotidiano anarchico ‘Umanità Nova’ rimane infatti l’unica voce proletaria a perorare la causa degli Arditi del popolo.

[Fonte: romacivica.net/anpiroma]

A sostegno degli Arditi del Popolo, rimangono perciò l’Unione anarchica italiana così come il resto del movimento libertario, la sinistra repubblicana, l’Unione sindacale italiana e lo SFI, il sindacato dei ferrovieri, nonché un elevato numero di proletari senza partito e sovversivi di ogni tendenza in disaccordo con i propri dirigenti. Eppure gli Arditi del Popolo combattono, resistono e vincono: a Sarzana, a Viterbo, a Parma che nell’agosto 1922 respinge l’assalto degli squadristi comandati da Italo Balbo. Proprio il futuro quadrumviro annoterà amaramente: “Parma è rimasta impermeabile al fascismo”.

E forse gli Arditi del Popolo avrebbero davvero potuto fermare il fascismo, combattendolo attivamente sul suo stesso terreno, prevenendone le mosse, e disarticolandone la macchina militare. Almeno questa è la tesi di storici come Tom Behan e Renzo del Carria.

 

LA RESISTENZA ROMANA

DEGLI ARDITI POPOLARI

Nonostante tale indebolimento del fronte antifascista e la repressione statale sempre più pesante nei confronti degli Arditi del Popolo, a Roma e nel Lazio (in particolare a Citavecchia e a Genoano) l’organizzazione fondata da Secondari registrò il maggiore radicamento e l’adesione più forti, tanto che per ben tre volte il fascismo dovette fare i conti con l’antifascismo popolare romano.

bandiera-arditi-di-civitavecchiaLa prima fu nel novembre del ’21, in occasione del 3° Congresso nazionale dei Fasci. Già alla fine del giugno precedente, gli Arditi del Popolo avevano costituito un primo battaglione di circa 400 aderenti, suddiviso in tre compagnie denominate Temeraria, Dannata e Folgore. In breve tempo furono costituiti 5 battaglioni nei quartieri Trionfale, Porta Pia – Salario, Testaccio – S.Saba – S.Paolo, Esquilino – S.Lorenzo, Trastevere, oltre a distaccamenti nei rioni di Ponte Milvio, Ponte, Parione e Borgo, collegati tra loro mediante squadre di ciclisti. Così quando il fascismo decise di compiere una prova di forza proprio nella Capitale, convocandovi il suo Congresso, dovette mobilitare circa 33 mila squadristi armati, anche provenienti in gran parte dalla Toscana e dall’Emilia Romagna, nonostante l’appoggio del governo Bonomi che non esitò a far intervenire le forze dell’ordine, dotate anche di autoblindo, ogni qualvolta i fascisti e le squadre nazionaliste dei ‘Sempre pronti’ si trovarono in difficoltà.

Il 7 novembre, con l’arrivo e le prime aggressioni fasciste, tra le quali l’assassinio del ferroviere Guglielmo Farsetti, veniva proclamato lo sciopero generale dalle due Camere del Lavoro, quella della Cgl e quella dell’Usi, mentre scattava la mobilitazione degli Arditi del Popolo, giunti anche dalla regione e da Terni, che resero inaccessibili i quartieri popolari. Per quattro giorni, dal 9 al 13 novembre, si susseguirono gli scontri in tutta la città. Per decine di volte gli Arditi del Popolo, assieme alle squadre comuniste e ai gruppi anarchici, respinsero sulle barricate gli attacchi fascisti diretti a S.Lorenzo, Trastevere, Trionfale, Testaccio, impedendo la distruzione delle sedi e dei giornali proletari. A S.Lorenzo la partecipazione popolare vedeva coinvolti sia i ragazzi impegnati a disselciare le strade per recuperare materiale da tirare dalle terrazze e dai tetti, che le donne del quartiere. A Valle Aurelia, zona dove vi erano le fornaci per la cottura dei laterizi, i fascisti ebbero la peggio negli scontri con i fornaciai in rivolta.

Alla fine, dopo la ritirata degli squadristi da Roma protetti dalle forze dell’ordine, si contarono almeno 7 morti e 120 feriti. I fascisti, avendo contato solo un caduto tra le loro file (anche se qualche fonte riferisce di 4 o 5) cercarono di cantare vittoria, vantando i sei assassini compiuti ai danni di persone isolate e disarmate, ma in realtà avevano subito una sconfitta politico-militare senza precedenti, definita da più parti come una vera Caporetto, tanto che lo stesso Mussolini ritenne che una strategia basata solo sulla violenza non fosse più vincente.

La seconda volta che Roma antifascista si rivoltò contro le camicie nere fu nel maggio del ’22, in coincidenza con la solenne traslazione della salma dell’eroe di guerra Enrico Toti al cimitero del Verano. Ripetutamente attaccati e fatti segno di sparatorie da parte delle Squadre comuniste e degli Arditi del Popolo asserragliati a S.Lorenzo, i fascisti furono costretti a rifugiarsi all’interno del Mausoleo di Augusto, finché furono tratti in salvo dalle autoblindo della polizia. Il bilancio della giornata del 24 maggio fu di 3 morti, una cinquantina di feriti e quasi 200 operai arrestati che furono liberati dopo 36 ore a seguito dello sciopero generale immediatamente proclamato dal Comitato di difesa proletaria.

Nel contesto nazionale, dopo i risultati fallimentari dello sciopero generale “legalitario” contro le violenze fasciste iniziato il 1° agosto ’22, gli Arditi del Popolo come tutto l’antifascismo, risultavano ormai in grave difficoltà a fronteggiare una situazione caratterizzata da una sempre più stretta alleanza tra i fascisti e gli apparati repressivi e militari dello Stato che fornivano sistematicamente armi, mezzi ed ogni protezione possibile alle squadre di Mussolini. In tale, scoraggiante, quadro soltanto in alcune zone la resistenza proletaria riusciva a fermare l’ondata reazionaria, come avvenuto a Civitavecchia, Bari e Parma: città dove gli Arditi del Popolo erano ancora forti, organizzati e radicati nel rispettivi contesti sociali. Tra l’estate e l’autunno del ‘22, anche a Roma il numero e l’attività degli Arditi del Popolo risultavano ridotti e facenti capo soprattutto al battaglione di Trastevere; le assemblee erano ospitate presso la sezione socialista di via Santini nel quartiere, mentre gli aderenti erano ormai perlopiù anarchici e repubblicani, oltre a qualche socialista e comunista dissidente e la Lega Fornaciai, notoriamente vicina agli anarchici.

(…) La Marcia su Roma e la formazione del primo governo Mussolini rappresentarono quindi anche l’epilogo per il primo antifascismo armato, almeno come fenomeno di massa, ma anche in tale circostanza dimostrò una sua persistente vitalità; nonostante che, a permettere e in alcuni casi anche a proteggere, la farsesca conquista di Roma da parte di 25-30 mila camicie nere fosse intervenuto l’esercito con 28.400 soldati che presidiarono la Capitale non certo con l’ordine fermare il fascismo. Come accaduto l’anno precedente, gli antifascisti si asserragliarono nei quartieri proletari, reagendo ai tentativi fascisti di penetrarvi e compiere rappresaglie.

(…) Uno scontro avvenne il 29 ottobre nei pressi di Borgo Pio, dove 15 camion di fascisti, dopo aver superato lo sbarramento di Castel Sant’Angelo, furono accolti e respinti dalla popolazione con lanci di tegole e rivoltellate. I carabinieri, intervenuti dopo che i fascisti si erano ritirati, eseguirono vari arresti tra gli operai scesi in strada. Scontri a fuoco anche a S.Lorenzo, tra gli antifascisti appostati dietro le barricate e alle finestre delle case contro due diverse colonne fasciste, provenienti una da Tivoli e una dal centro della città. Di fronte alla decisa resistenza armata popolare, interveniva la forza pubblica, anche con due autoblindo, mentre gli squadristi ricevevano l’ordine di ritirarsi. Altri scontri si accesero pure in via Trionfale, sulla Prenestina e sulla Nomentana, con morti fra entrambi gli schieramenti.

Diverse le cifre delle vittime nei giorni della Marcia su Roma: 22, secondo Il Popolo d’Italia; 17 in città e due nelle campagne per il Questore; 13 nel rapporto del generale Pugliese, comandante dei reparti dell’esercito: in ogni caso, molti di più di quelli registrati nei precedenti conflitti.

 (…) Iniziava quindi un ventennio di reazione, durante cui fu soppressa anche l’organizzazione degli Arditi del Popolo, ma non la volontà di tanti di loro che -dalla Spagna alla lotta partigiana- avrebbero continuato a combattere il fascismo. Così come testimonia, tra le tante, la vita dell’anarchico Aldo Eluisi conclusasi tragicamente alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944: già combattente nei Reparti d’assalto era stato Ardito del Popolo a Roma ed aveva preso parte alla resistenza nelle brigate di Giustizia e Libertà guidate proprio dal repubblicano Vincenzo Baldazzi, già amico personale di Malatesta e dirigente nazionale degli Arditi del Popolo. Nel 1926 lo stesso “Cencio” Baldazzi aveva fornito la pistola che fu trovata in possesso di Gino Lucetti, anarchico ed ex-volontario dei Reparti d’assalto, in occasione del fallito attentato a Mussolini dell’11 settembre nella capitale. Quasi a suggerire che, nella ricerca storica sugli Arditi del Popolo, tutte le strade portano a Roma…

[UNA STORIA ROMANA: GLI ARDITI DEL POPOLO intervento di Marco Rossi presentato alla “Due giorni contro i Fascismi”, tenutasi a Roma il 4 e 5 maggio 2007]

 

ULTIME FIAMME

argo-secondari Il 22 ottobre 1922, Argo Secondari (Roma 1895 – Rieti 1942) venne aggredito da una squadraccia fascista, mentre camminava solo e disarmato. Il pestaggio gli procura una grave commozione cerebrale che lo invaliderà in modo permanente. Il fratello Epaminonda, medico cardiologo negli USA, tentò invano di farlo espatriare al fine di assicurargli cure migliori. Il permesso venne sempre negato ed Argo Secondari venne internato nel manicomio di Rieti fino alla sua morte, il 17 maggio del 1942.

antonio-cieri Antonio Cieri, anarchico, ex ufficiale degli arditi assaltatori, eroico protagonista della difesa di Parma, per aver difeso il quartiere di Oltretorrente con un battaglione di 250 arditi e la popolazione tutta dall’assalto di 10.000 squadristi in armi (dal 2 al 5 agosto del ’21), fu perseguito dal governo Bonomi, “per attentato alla integrità dello Stato”. In seguito, si unì alle Brigate internazionali e morì in combattimento nella Guerra di Spagna (Huesca, 07 Aprile 1937).

gino-lucetti Gino Lucetti, ex Ardito Assaltatore, anarchico, nel 1926 attentò alla vita del Duce. Durante la Resistenza il suo nome fu dato ad un reparto partigiano: il battaglione Lucetti, che combattè con valore nell’alta Toscana. Gli arditi del popolo, come anche il battaglione Lucetti sono ricordati anche in alcune canzoni popolari toscane (battaglion Lucetti…anarchici e nulla più…fedeli a Pietro Gori… Siam del popolo gli arditi…)

Ma la scomparsa degli Arditi del Popolo segnerà non la fine ma l’inizio della resistenza, saranno molti gli (ex) Arditi che andranno a combattere in Spagna come Giuseppe di Vittorio, Picelli, De Ambris, Teresa Noce, per citarne alcuni, e che in seguito combatteranno i nazifascisti nelle file della resistenza. Come già detto, quella degli Arditi del popolo resta, comunque, la prima organizzazione antifascista a livello nazionale, che saprà unire la necessità di autodifesa della classe proletaria e le rivendicazioni della classe lavoratrice. E rimane, soprattutto, una delle verità più scomode per quegli antifascisti che si ricordano di esserlo giusto il 25 aprile.

[http://www.ewriters.it/leggi.asp?W=20919%5D

“…E un’Italia diversa, non sporca di astuzie vergognose e codardia

[Gli Arditi del Popolo di A. Liparoto]

 

 

Bibliografia

AA.VV., Dietro le barricate, Parma 1922, testi immagini e documenti della mostra (30 aprile – 30 maggio 1983), edizione a cura del Comune e della Provincia di Parma e dell’Istituto storico della Resistenza per la Provincia di Parma

AA.VV., Pro Memoria. La città, le barricate, il monumento, scritti in occasione della posa el monumento alle barricate del 1922, edizione a cura del Comune di Parma, Parma, 1997

AA.VV, La resistenza sconosciuta, Zero in Condotta, Milano 2005.

Balsamini Luigi, “Gli arditi del popolo. Dalla guerra alla difesa del popolo contro le violenze fasciste, Galzerano Ed. Salerno.

Behan Tom, The Resistible Rise of Benito Mussolini

Cacucci Pino, Oltretorrente, Feltrinelli, Milano, 2003

Cordova Ferdinando, Arditi e legionari dannunziani, Marsilio, Padova 1969;

Del Carria Renzo, Proletari senza rivoluzione, Milano, Savelli, 1975.

Di Lembo Luigi, Guerra di classe e lotta umana, l’anarchismo in Italia dal Biennio Rosso alla guerra di Spagna (191-1939), edizioni Biblioteca Franco Serantini, Pisa, 2001

Francescangeli Eros, Arditi del popolo, Odradek, Rom, 2000

Furlotti Gianni, Parma libertaria, edizioni Biblioteca Franco Serantini, Pisa, 2001

Rochat Giorgio, Gli arditi della grande guerra, Milano, Feltrinelli, 1981.

Rossi Marco, “Arditi, non gendarmi! Dall’arditismo di guerra agli Arditi del Popolo, 1917-1922, edizioni Biblioteca Franco Serantini, Pisa, 1997

 

Altre fonti (per una breve storia dell’arditismo):

http://arditodelpopolo.splinder.com/

http://www.ewriters.it/leggi.asp?W=20919

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