Archivio per Guerra

Il Bombone

Posted in Risiko! with tags , , , , , , on 15 aprile 2017 by Sendivogius

Ci sono bambinoni troppo cresciuti che continuano a giocare coi petardi anche da grandi… Più grosso è il botto e più si eccitano, almeno finché il bombone non gli scoppia tra le mani. Che Trump fosse solo un tronfio cazzone, come solo gli americani sanno eleggersi presidente, lo sapevamo già. Insomma, è uno di quelli che corre negli spogliatoi agitando il pisello, per far vedere quanto ce l’ha grosso, e gongolando tutto contento per aver sfoderato “arma fine di mondo”. Insomma, lui è quello che vuole fare di nuova grande l’America, come se non fosse già abbastanza ingombrante nell’obesità della sua bulimia di potere…

Che The Donald (Duck) fosse circondato da imbecilli persino più grossi di lui però riesce ancora a stupire. Questo è il primo Mr President che, pensando di mettere paura ai cinesi e stupire i russi, decide di sganciare un bombone da una dozzina di tonnellate in mezzo al nulla dell’Afghanistan, per distruggere qualche tunnel costruito a suo tempo dalla CIA per proteggere gli amichetti talebani, quando ancora erano culo e camicia prima di trasformarsi nei cattivoni di turno. E per l’impellente necessità di farsi notare praticamente accende un enorme petardo in serie limitata (ne esistono solo 12 pezzi) chiamato MOAB, che secondo le informative costerebbe qualcosina come 16 milioni di dollari a pezzo, per far secchi 36 guerriglieri. Praticamente è l’operazione bellica più costosa di tutta la storia militare: quasi mezzo milione di dollari per ogni nemico abbattuto. Di questo passo l’ISIS vincerà la guerra per bancarotta del suo presunto avversario. La prossima mossa?!? Nuclearizzare un isolotto a largo delle coste coreane? Scoreggiare alla mensa della regina d’Inghilterra? Dichiarare guerra alle lune di Saturno? Mettersi un casco nero con respiratore e ordinare la costruzione della Death Star?!?

Cosa non sono disposti a fare certi cafoni ripuliti, per farsi notare un po’ in giro… I cialtroni agiscono così e non badano mai alle spese, specialmente se non sono loro a pagare il conto. Bisognerebbe non mettergli mai tra le mani giocattoli troppo costosi (e pericolosi). Per fortuna durano poco e come tutti i palloni gonfiati, più sono grossi più grande sarà il botto.

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FACCE DA CULO

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , on 8 aprile 2017 by Sendivogius

E insieme ad ogni tragedia, immancabile arriva la farsa!
 Dopo che The Donald, ovvero il pupazzo presidenziale facente feci in carica, ha ordinato il suo bel raid missilistico sulla Siria, perché la notte prima ha dormito col culo scoperto e s’è svegliato con la luna storta, davvero non ha prezzo vedere le facce da SA del neo-nazismo nazionalpopulista, intruppati dietro il supercafone cotonato alla Casa Bianca, mentre pigolano tutto il loro sconcerto e la ‘delusione’, misurando ora le distanze da questa grottesca parodia di Flavio Briatore, che tanto ne aveva eccitato le polluzioni fascistoidi e che adesso guardano frignanti al ‘compagno’ Putin, una volta vomitata la sbornia trumpista.
In una di quelle turgide esibizioni imperiali con cui l’Amerikani celebrano se stessi, The Donald mostra i muscoli; facendo peraltro una figura miserrima sul piano militare, visto che solo 1/3 dei 60 razzi sparati ad cazzum è andato effettivamente a segno sul bersaglio, in una di quelle smargiassate tipiche del personaggio che galvanizza i tagliagole salafiti e di fatto allontana la conclusione della guerra in Siria, fornendo una sponda inaspettata (ma non imprevedibile) a quelle forze che alimentano il terrorismo islamico internazionale. Complimentoni!
Soprattutto, l’attacco a sorpresa ha ricompattato mezza Europa nel consueto ruolo di sudditanza che gli stati clienti di solito tengono nei confronti del loro vero padrone. A livello nostrano, il sempre più imbarazzante Governo Gentiloni è andato pigolando qualcosa su una reazione nell’ordine: “proporzionata” e “motivata” che “favorisce il processo di pace” (!). Sono gli stessi cacadubbi che, in eccesso di prudenza, nel caso della strage di Stoccolma con l’ennesimo camion lanciato sulla folla inerme, parlano di “presunto atto terroristico” non necessariamente riconducibile ad una “matrice islamica”. No, infatti si stratta di un incidente stradale con un camion impropriamente adibito al trasporto esplosivi. E l’autista poverino era in cura per problemi psichici.
Per fortuna, nel caso siriano, Trump ha messo d’accordo tutti, ricompattando persino l’opposizione ‘democratica’ con gli orgasmi da bombardamento di Kerry e di quella Hilary Clinton, aspirante presidente in quanto donna (e nulla più), che s’agitava da mesi per un intervento armato contro chi i terroristi li combatte per davvero.

«Ora che bombarda ed uccide come tutti gli altri presidenti USA, Trump torna per bene per UE e NATO.
Trump ha fatto il suo esordio da bombardiere, adeguandosi così alla tradizione dei presidenti USA nessuno dei quali si è mai sottratto alla necessità imperiale di lanciare ordigni ed uccidere.
Che sparare missili per vendetta sul gas sia un atto non solo criminale, ma stupido, non passa neppure per l’anticamera del cervello del regime occidentale che da decenni si è arrogato il diritto ed il potere di giustiziere mondiale. Anzi grazie a questo atto il “diverso” Trump torna a pieno titolo nel rispetto e nella considerazione della élite europea e nordamericana. Clinton, Bush, Obama non avrebbero saputo fare di meglio.
I governi UE e NATO tirano un sospiro di sollievo, alla fine Trump non è la Brexit, è solo uno dei tanti modi di mascherarsi che ha il palazzo economico finanziario e militare. Peggio per gli sprovveduti che ci hanno creduto. Trump è solo culturalmente un po’ più fascista e razzista dei predecessori, ma alla fine quando si tratta di difendere gli interessi dell’impero si normalizza. Bentornato tra noi, dicono governi occidentali e stampa, finanza e industria militare, in fondo non avevamo dubbi. Come può un miliardario evasore fiscale non difendere il suo ed il potere delle élites di cui solo ambisce di far parte?
Oggi si apre un nuovo capitolo della guerra mondiale a pezzi, pezzi che diventano sempre più attaccati fra loro. Un capitolo che stupisce per la velocità con cui una notizia priva di alcuna dimostrazione, l’esercito di Assad avrebbe usato i gas, è diventata la fonte di legittimazione del lancio dei missili. Tranquillizzo gli ipocriti, sono contro Assad, come lo ero verso Gheddafi, Saddam, Milosevic. Ma sono atterrito dalle guerre scatenate dal potere occidentale sulla base delle proprie fake news. Ho ancora in mente l’immagine del segretario di stato degli USA Colin Powell, che all’ONU nel 2003 mentiva sapendo di mentire mentre mostrava la fiala con la falsa prova degli inesistenti gas di Saddam. Grazie a quella falsa prova Bush, la UE e la NATO scatenarono la seconda guerra in Iraq e grazie ad essa ora abbiamo l’ISIS

Giorgio Cremaschi
(07/04/17)

 Mr President ha deciso insindacabilmente che i cattivoni dell’esercito regolare siriano abbiano fatto uso di armi chimiche, ed in assenza di qualunque riscontro o verifica sul campo ha deciso di bombardare i responsabili fino a prova contraria. Sai com’è?!? C’è l’assoluta certezza del governo israeliano, che mira alla dissoluzione della Siria con la sua polverizzazione in microentità, divise in uno stato di anarchia militare permanente (divide et impera), più facili da contrastare e più pratiche da controllare, se si pensa di creare una zona cuscinetto sotto occupazione a ridosso della frontiera israeliana, con la creazione di una “fascia di sicurezza”. Non sarebbe certo una novità, visto che si tratta della stessa strategia che Tel Aviv utilizza da almeno 30 anni in Libano. In quanto ai bombardamenti mirati con armi proibite, magari al fosforo bianco, dalle parti di Tsahal sono indubbiamente degli esperti…

E l’attacco alla Siria lo chiedeva da tempo anche l’Arabia Saudita, quel fulgido baluardo di laicità e libertà civili, che Daesh (o come diavolo lo si vuole chiamare) l’ha creato e finanziato (e protetto). E ovviamente la Turchia neo-ottomana del sultano Erdogan, che un giorno sì e l’altro pure minaccia l’Europa, usando l’immigrazione di massa come arma non convenzionale. Ovviamente non è il caso di ricordare come l’unico attacco chimico finora certificato in Siria, riconduca a pesanti responsabilità turche [QUI], che vista l’impunità (quella sì, reale) non hanno fatto altro che riproporre il medesimo giochetto con immutato cinismo, cercando una leva più favorevole con la nuova amministrazione USA. E non per niente Idlib è provincia siriana a ridosso del territorio turco. Dove credete sennò che affluiscano armi, rifornimenti (e combattenti) in una città completamente assediata, se non dall’unico lato di un confine non presidiato?!?
Ci sono poi la Gran Bretagna e la Francia, quest’ultima davvero convinta di ricostruirsi un’influenza coloniale nei suoi ex protettorati in Medio Oriente, dopo l’immane casino creato in Libia per un paio di concessioni petrolifere.

E soprattutto c’è la sedicente ONG dei fantomatici “Caschi Bianchi”, che spergiurano sulle responsabilità dell’attacco. Presunto fino a prova contraria, perché al di fuori della loro parola non ci sono altre evidenze…

I "caschi bianchi" di Idlib festegiano coi qaedisti di Al-Nusra

«Per mesi i media occidentali hanno riempito gli schermi con le loro immagini, mentre salvavano vittime della guerra, diffondendo le loro dichiarazioni come la Verità Assoluta e facendone degli eroi senza macchia.

Statistiche: stessa bambina ad usum fotografi, tre “soccorritori”, salvata tre volte in tre giorni diversi.

Peccato che nessuno dica che i Caschi Bianchi, o meglio White Helmets, sia un’organizzazione con sede in Turchia fondata da James Le Mesurier, un ex ufficiale inglese tutt’ora in stretti rapporti con l’Intelligence britannico. Né dica che i Caschi Bianchi siano sovvenzionati (largamente) dal Governo inglese (12,5 ml di sterline nel 2016, ma erano 32 nel 2013, e questi sono solo fondi “ufficiali”), da società dell’onnipresente Soros (13 ml di dollari) e dagli Stati Uniti tramite l’Agenzia per lo sviluppo internazionale (23 ml di dollari), oltre che da diversi Paesi occidentali grazie alle pressioni di Usa ed Inghilterra. Come pure, nessuno ha mai trovato singolare che i Caschi Bianchi operino esclusivamente nei territori controllati da Al-Nusra (ovvero Al-Qaeda) e perfino dell’Isis. D’altronde, uno dei suoi capi, Mosab Obeidat, è noto per aver svolto il ruolo di mediatore per rifornire i “ribelli” di armi e munizioni (i rapporti parlano di un “affare” da 2,2 ml di dollari).
Con simili premesse, è singolare che i Caschi Bianchi siano considerati una delle fonti più attendibili per ogni tipo di accusa lanciata contro il Governo siriano e i suoi alleati. E di accuse ne hanno lanciate un’infinità, sempre a senso unico, sempre più “drammatiche”, scagliate nella speranza che la reazione delle opinioni pubbliche occidentali, perché per esse erano confezionate, fermassero l’offensiva di Damasco che stava sgretolando i terroristi.
Eppure, le denunce che i Caschi Bianchi non siano un organismo indipendente ma fornisca servizi medici e supporto ai terroristi, oltre a mettere in atto una sistematica campagna di disinformazione contro il Governo siriano, sono tante.
[…] In realtà, la saga dei Caschi Bianchi non deve stupire e non è affatto l’unica; insieme c’è il sedicente “Osservatorio siriano per i diritti umani”, da sempre voce dei “ribelli”, con sede a Londra e diretto da Rami Abdel Rahman che vive a Coventry, vicino agli ambienti (ed ai finanziamenti) dei Servizi britannici. E ancora, c’è l’infinita serie di appelli che hanno inondato i social da Aleppo; profili farlocchi che raccontavano d’essere comuni cittadini che invocavano l’intervento dell’Occidente, salvo scoprirsi dopo uomini legati ai “ribelli”.
Per tutte vale la storia di Bilal Abdel Kareem, un giornalista accreditato fra i terroristi di Aleppo Est, conosciuto per aver intervistato i capi di Al-Nusra; una personalità assai in vista fra i “ribelli” che si spacciava per espressione della “società civile”

Siria, Caschi Bianchi e menzogne
(24/12/2016)

Con ogni evidenza, l’instabilità della Siria e la recrudescenza terroristica conviene a molti…

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EMBEDDED

Posted in Kulturkampf, Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 agosto 2016 by Sendivogius

Titoli

In Siria i “ribelli moderati” stanno perdendo la guerra. O quantomeno le cose non vanno esattamente secondo le aspettative dei principali sponsor di questi fieri guerrieri della libertà, che giocano al medioevo in una pletora di formazioni monotematiche: da Jaysh al-Islam (“Esercito dell’Islam”) a Jaysh al-Jihad (“Esercito della Jihad”); dalla “Armata dei Mujahedeen” alla “Unione islamica dei combattenti del Levante” (Islami Ajnad al-Sham); da Fatah al Islam a Jabhat Ansar al-Islam; dal “Fronte islamico” a Sham al-Islam… convenuti in Siria (al-Sham appunto) sotto i bandieroni neri della sharia, finalmente ripristinata quale unica legge dello stato (islamico) e tutti generosamente finanziati da indefessi campioni della democrazia votati alla laicità, come le monarchie del Golfo arabico e la sempre prodiga Turchia di Erdogan che negli anni non ha certo lesinato le armi e la fornitura di ordigni chimici (a tutt’oggi gli unici ad essere stati usati). Ovviamente, tra i compagni di merende beneficiati da patenti democratiche, dispensate con estrema prodigalità, non vanno dimenticati i galantuomini di Jabhat Fatah al-Sham (“Fronte per la conquista del Levante”), meglio conosciuto come Fronte (Jabhat) al-Nusra, e già costola siriana di al-Qaeda, nella giostra di formazioni salafite che entrano ed escono dalla porta girevole del sedicente “califfato”, tramite il gioco trasversale delle alleanze di comodo. Evidentemente, il cambio di nome è funzionale alla ritrovata verginità “moderata” [QUI], nella fiducia di poter avere insospettabili protezioni sotto cui agire.

A sinistra, miliziano di Jabhat al-Nusra. Al centro, miliziano Isis. A destra, miliziano del Fronte IslamicoLa nuova Siria democratica:
A sinistra, miliziano di Jabhat al-Nusra.
Al centro, miliziano dell’Isis.
A destra, miliziano del Fronte Islamico.
Trova le differenze…

Trattasi di quella sincera opposizione democratica, mediaticamente impresentabile, e che quindi bisogna rilanciare in qualche modo presso il grande pubblico che giustamente ne diffida con ragioni più che fondate.

La libera opposizione siriana si batte per la democrazia, per i diritti delle donne, per la libertà e una società più laica.

Questo perché fortunatamente tra le opinioni occidentali esiste ancora una sana repulsione verso chi taglia teste, come neanche nella Francia di Robespierre, distrugge i monumenti islamicamente non conformi e devasta con gusto gli antichissimi monasteri cristiani; imburqa le donne nei territori ‘liberati’ e ostenta i cadaveri dei nemici maciullati in compiaciuta esibizione di sé.

ALERT

L’arrivo dell’ISIS nella città curda di Kobane

Pertanto, bisognava assolutamente rilanciare l’appeal di simili La libera la città di Idlibfiguri in seria crisi di immagine, confezionando per loro un qualche pedigree accettabile… operazione già disperata di suo… infine ammansire gli scettici che ne biasimano le gesta e magari giustificare la prossima “ingerenza umanitaria” (a suon di bombe) nel conflitto siriano, per sostituire il regime nazionalsocialista di Assad con uno persino peggiore, purché sia in funzione anti-russa, secondo le linee guida della nuova guerra fredda e che ha in quella Hillary Clinton in corsa alla Casa Bianca il suo alfiere più convinto.
Nell’attesa, c’è già chi parla di “intervento umanitario” come in Bosnia o in Kosovo… E peccato solo per il fatto che i due staterelli artificiali precocemente falliti si siano trasformati in campi di addestramento terroristici a cielo aperto, per la penetrazione salafita in Europa; ampiamente conosciuti e tollerati, nella sostanziale acquiescenza della NATO che pure dovrebbe presidiarne il territorio.
NATOChe l’ISIS non sia mai stato un vero problema dell’Amministrazione USA è reso evidente dalla leggerezza con cui il fenomeno è stato ampiamente sottovalutato e lasciato crescere a dismisura, fintanto che poteva tornare utile nel great game mediorientale e ridisegnare le sfere geopolitiche di influenza. Adesso che il Dipartimento di Stato sta approntando i preparativi per la prossima guerra, bisogna predisporre il terreno emotivo per rendere più digeribile il nuovo conflitto, presso un’opinione pubblica quanto mai perplessa, data la natura dei nuovi “alleati”.
CucùE quindi cosa c’è di meglio dell’uso strumentale dell’ennesimo infante flagellato dagli orrori della guerra?!?
Omran DaqneeshPerché va da sé che i bombardamenti non sono tutti uguali. Per esempio, quelli perpetrati sullo Yemen, meglio se contro scuole e ospedali eletti ad obiettivi privilegiati dell’aviazione saudita, opportunamente rifornita di bombe dalle grandi democrazie occidentali (Italia in primis), non fanno assolutamente notizia. bombe-sardegna-arabiaLo Yemen è lontano; scarseggiano le coperture mediatiche; non produce flussi di profughi a getto continuo (e dove mai potrebbero fuggire, chiusi come sono tra il deserto arabico e l’Oceano Indiano?). La sua popolazione poi è scarsamente fotogenica (forse) e non interessa agli specialisti del pietismo telecomandato.
YEMENL’attacco sistematico delle strutture sanitarie costituisce d’altronde l’ultima grande novità delle guerre asimmetriche del nuovo millennio. A tutt’oggi resta insuperata la distruzione dell’ospedale di Kunduz in Afghanistan, gestito da “Medici senza frontiere”, e spazzato via dalle bombe intelligenti della USAF che, compiuta la missione, ha subito assolto se stessa, salvo preoccuparsi dei raid russi in Siria e non perdendo mai occasione di denunciare i crimini di guerra (degli altri).
Edward LuttwakAl netto delle ipocrisie, l’ineffabile Edward Luttwak, con tutta la consueta simpatia che ne contraddistingue le apparizioni pubbliche, ha sciolto ogni equivoco ribadendo come un ospedale che cura tutti i feriti senza distinzioni di fronte si configura come un legittimo obiettivo militare, con buona pace degli ultimi duecento anni di convenzioni belliche comunemente accettate, che mai avevano messo in discussione il ruolo universale delle strutture sanitarie in zona di guerra.
Anno 1904. Il corpo medico militare della Croce Rossa giapponese soccorre i feriti russi dopo la battaglia di Port ArthurIl dio biblico degli eserciti benedica dunque quest’uomo, che ha la capacità di dire le più ciniche abnormità, senza che nulla sfiori mai la sua spietata imperturbabilità!
LuttwakPertanto, il cannoneggiamento degli ospedali si configura come crimine variabile, a seconda di chi distrugge cosa, della latitudine, e degli schieramenti di appartenenza, nell’ambito assai flessibile dei “danni collaterali”.
Anche l’uso di bombarde improvvisate da parte del “libero esercito siriano”, che sparano a casaccio bomboloni caricati a mitraglia nei quartieri alawiti (e cristiani) delle città siriane, rientra nell’alveo delle operazioni militari moralmente corrette e strategicamente ineccepibili.
syrian-rebels-fire-mortarCi sono inoltre immagini ‘crude’ che possono essere mostrate, sbattute in prima pagina su tutti i quotidiani, ed altre invece no. Altrimenti bisognerebbe gettare nel pastone mediatico anche i neonati seppelliti vivi sotto le macerie di Gaza, i bambini devastati dalle schegge, durante i “bombardamenti chirurgici” dell’esercito israeliano. Ma non sarebbe opportuno…

Palestinian Children killed by Israeli raids (1)

Luglio 2014. Operazione “Margine di protezione”.
Israele bombarda i ‘terroristi’ di Hamas.

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Se volete vedere una vera galleria degli orrori, disgustarvi sarebbe fin troppo facile…

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Ma è assai sconveniente per i media embedded proporre immagini non compatibili con le loro narrazioni funzionali.
In fondo, la strategia di propaganda aveva già ripagato nel caso del piccolo Aylan: il bimbo curdo adagiato cadavere tra i flutti del bagnasciuga dai solerti gendarmi turchi ad usum fotografi, appositamente fatti convenire sul luogo dello scempio.

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Il corpicino di Aylan sulla spiaggia di Bodrum

L’immagine, una volta introiettata in ‘Occidente’ e oltre, è stata subito trasformata da tragedia in farsa, che gli istrionici coglioni non mancano proprio mai…
coglionidatemi un bulldozer!A Moroccan man adopts the position of the lifeless body of Syrian three-year-old Aylan Kurdi, who drowned while fleeing the Syrian war, during a rally to pay tribute to the tiny boy on September 7, 2015 on a beach in the capital Rabat. Aylan's body was photographed lying face down in the sand with red and blue clothing on a Turkish beach, in a bleak image that rapidly went viral on social media. AFP PHOTO / FADEL SENNA

Datemi un cazzo di bulldozer!!

In compenso, accesi i riflettori sul caso, la cosa ha permesso al sultano di Ankara, tra le altre, di intascare a fondo perduto i miliardi di una UE supina ai ricatti di un infame dittatorello asiatico, che ormai usa la Germania come il suo personale parco giochi, mentre nei distretti orientali dell’Anatolia (gli stessi che un secolo fa videro il genocidio degli Armeni e degli Assiro-Caldei) continua indisturbata la spietata repressione delle popolazioni curde (come il piccolo Aylan e la sua famiglia).
Al contempo, notizie come questa QUI non conquistano la prima pagina dei giornali, sempre per quella questione di opportunità, alleanze, e presentabilità.
È la stampa bellezza. E tu puoi fare molto più di niente…

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THE QUIET AMERICAN

Posted in Masters of Universe, Risiko! with tags , , , , , , , , , , on 6 marzo 2016 by Sendivogius

Freedom

Prendete un idiota di grandi pretese e pompose speranze. Infarcitelo di ideali preconfezionati in hard-discount, da agitare Everybody loves a clownprima dell’uso. Rimpinzatelo di pensierini semplici, a contenuti minimi, che siano basati su dicotomie elementari: bello/brutto; buono/cattivo; bene/male… e non richiedano mai ragionamenti troppo complessi, che possano in qualche modo minacciare quell’innato “diritto alla felicità”, meglio se indotta con massicce somministrazioni di fluoxetina. Perché come diceva il buon Bradbury:

«Se non vuoi un uomo infelice per motivi politici, non presentargli mai i due aspetti di un problema, o lo tormenterai; dagliene uno solo; meglio ancora, non proporgliene nessuno»

Ray Douglas BradburyRay Bradbury
“Fahrenheit 451”
(Mondadori, 1999)

Mantecate il tutto. Spruzzate l’amalgama con abbondanti iniezioni di propaganda. E fate riscaldare il pastone in ignoranza controllata. Al termine della cottura, avrete il classico “Americano tranquillo”, come ebbe a ritrarlo lo scrittore Graham Greene in una delle sue opere più famose, regalandoci la rappresentazione di un pernicioso imbecille dall’ottusità distruttiva, dove ingenuità e presunzione, meglio se ammantate di grandi principi, si fondono in una crosta perfetta di pochissime letture, stucchevoli ipocrisie rigurgitate in salsa patriottarda, e redenzione messianica a raffiche di bushmaster.

Remington ACR 'Bushmaster'«Perché viene così voglia di prendere in giro un ingenuo? Forse solo dieci giorni prima stava ancora passeggiando sul Common di Boston, le braccia piene di libri che aveva letto in anticipo sull’Estremo Oriente e sui problemi della Cina. Non sentiva neppure quello che gli dicevo; era già tutto assorbito nei suoi dilemmi sulla democrazia e la responsabilità dell’Occidente; era determinato, lo imparai molto presto, a fare il bene, non a tutti, ma ad un paese, un continente, un mondo. Bene era nel suo elemento, ora, con l’intero universo da migliorare

The Quiet AmericanGraham Greene
“L’americano tranquillo”
(Mondadori, 1996)

Quando Greene scrisse il suo romanzo, era il 1955 e gli eventi erano ambientati nell’Indocina francese, prima che il conflitto degradasse nella più nota Guerra del I love the smell of napalmVietnam, ma l’immagine del Quiet American, che in realtà “tranquillo” non è affatto e di sicuro è meno che innocuo, col suo bagaglio di buoni sentimenti all’ingrosso e altrettante intenzioni (“Che Dio ci salvi dall’innocente e dal buono!”), descrive un personaggio a prova di invecchiamento, che si rinnova sempre uguale a se stesso negli errori come nella prosopopea retorica. Si tratta di Mietitore33 - L'Arsenale della democraziauna figura farsesca che però scivola sempre nella tragedia. Impermeabile alle circostanze, è riadattabile ad ogni contesto; come la sua idea di “democrazia”, che poi è una miscela tossica di mercatismo mascherato e mistica sciovinista: modello universale che ripropone ad ogni latitudine, con varianti minime e medesime modalità d’azione, salvo farsi ogni volta meraviglia dinanzi alle reazioni che suscitano gli “effetti collaterali” di certe iniziative. Specialmente quando poi ci si accompagna ai personaggi più impresentabili…

antropologia-della-menzogna-del-potere

Niente infatti risulta più incomprensibile a quegli agenti in missione per conto di dio che prevedere per tempo le conseguenze del loro continuo agitarsi, attraverso un caotico spreco di risorse e di energie, ben oltre i semplici errori di valutazione (se così si possono chiamare). 

The Indipendet - Intervista a Osama bin Laden“Il guerriero anti-sovietico dirige il suo esercito sulla via della pace”
The Indipendent
(06/12/1993)

È un mondo imperfetto, dalla lontananza esotica, dove planare a distanza e nel quale i cocci vengono sempre lasciati in conto a chi resta.

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BOOTS ON THE GROUND

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 dicembre 2015 by Sendivogius

Estate 2014 (Iraq). Ricordate la spietata pulizia etnica contro i cristiani di wpid-nunMosul?!? La distruzione delle ultime comunità nestoriane ed assiro-caldee, marchiate, depredate di ogni loro avere, scacciate via dalle loro case, costrette ad un esodo di massa nelle terre di nessuno e lì abbandonate ad una scomparsa silenziosa da consumarsi in lenta agonia?
marchioRammentate il massacro indiscriminato degli Yazidi (il primo vero etnocidio del XXI° secolo)?!? La caccia selvaggia agli ultimi sopravvissuti, perseguitati, inseguiti e braccati fin sulla cima delle montagne come bestiame da macellare; la riduzione in schiavitù delle donne e delle bambine, incatenate e rinchiuse nei bordelli del sedicente “Stato Islamico” per appagare le fregole sessuali dei boia del califfo, prima di finire interrate nelle fosse comuni?
daesh-girls-slaves-isisEppoi il genocidio culturale, la cancellazione sistematica, maniacale, ossessiva, di ogni vestigia o reperto archeologico su cui mettano le zampe; la Isl'Amici a Berlinodistruzione compiaciuta delle opere d’arte; il saccheggio delle biblioteche, con le pile di libri dati alle fiamme… perché non in linea coi furori iconoclasti dell’infervorata orda di capre mannare?
Distruzione dei cimiteriAll’epoca le cancellerie occidentali non mossero un dito, troppo impegnate come erano nel golpe greco e nel pretendere lo scalpo del refrattario Varoufakis. Le frontiere rimasero ermeticamente chiuse; a partire da quelle turche, così porose quando si tratta invece di lasciar filtrare armi e mujahidin per l’ISIS. E altrettanto chiuse rimasero quelle tedesche. Se ne deve dedurre che la carenza di copertura mediatica dei profughi di Mosul evidentemente contribuì allora al mancato scioglimento dei cuoricini teutonici.
Cristiani iracheniCon quell’impeto di orgoglio che sempre nei momenti più drammatici contraddistingue quel mercato degli affari globali che chiamano ‘Occidente’, tutti si affrettarono a dichiarare che MAI avrebbero inviato le proprie truppe Missione compiuta!nel ginepraio siro-iracheno (che Mosul valeva il requiem ma non la messa). E che le rogne seminate dalla Famiglia Bush se le grattassero via i Curdi arrangiandosi in proprio. L’Italia se la cavò, con ampio ritardo, rispolverando e quindi spedendo col contagocce dei vecchi residuati bellici della guerra in Jugoslavia, da tempo dimenticati nei suoi depositi militari e chissà se ancora funzionanti.
bootsongroundGli unici a mobilitare qualche elicottero per caricare sparuti gruppi di fuggiaschi (e strombazzare l’effimera “missione di salvataggio”) fu la tergiversante Amministrazione Obama, assai più interessata a sostenere i nazisti dell’Ucraina in funzione anti-russa e rifornire i tagliagole diversamente moderati del fronte anti-Assad in Siria, ma al contempo indecisi se bombardare o meno l’esercito regolare del governo legittimo, vista l’impresentabilità dell’alternativa al momento disponibile…

 Grigliata moderata - Ribelle arrostisce la testa di un elicotterista abbattuto a Maraat NoomanBarbecue tra amici a Maraat Nooman
“Ribelli moderati” del Free Syrian Army grigliano la testa di un elicotterista abbattuto

A pensar molto male, viene da sospettare che il cannibalismo tra i “ribelli moderati” del FSA (Free Syrian Army) sia più di un’illazione…

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Khalid al-Hamad, alias Abu Sakkar e meglio conosciuto come Abu The Cannibal, comandante delle Brigate Farouk, considerate “moderatamente islamiste” e responsabili dell’espulsione della popolazione cristiana di Homs. A seguire, altri schifosi a cui piace giocare con le frattaglie umane.

Con la frittata ormai fatta e più che imputridita, dopo le prime decapitazioni in mondovisione di ostaggi statunitensi, gli USA si sono decisi a condurre una campagna di attacchi mirati, rigorosamente dall’alto, contro obiettivi riconducibili al famigerato Califfato; peraltro con risultati assai contenuti nell’evidente difficoltà di distinguere il bersaglio giusto, visto il continuo cambio di casacche e l’ottima scelta degli “alleati” da finanziare…
radical_and_moderate_syrian_rePer dire, in poche settimane è riuscita ad ottenere più risultati la Russia di syria-rebelsPutin, calata in guerra con la mano pesante, piuttosto che il Pentagono dopo un anno trascorso grosso modo a sparacchiare contro le dune di sabbia, in un costosissimo tiro a segno, giusto per sollevare un po’ di polvere. Soprattutto, i (veri) raid russi sembrerebbero aver scoperchiato i fragili altarini, mostrando con evidenza chi finanzia lo Stato del Califfo e quali sono i suoi “misteriosi” protettori.
l'amico turcoE tutti giù a negare l’impegno diretto con l’invio di forze di terra contro l’orda nera. Che gli scarponi sul terreno ce li mettesse qualcun altro. Almeno fino a qualche giorno fa…
INSERT COINPer esempio, si distingue il formidabile contributo del governo italiano presieduto dall’ineffabile Matteo Renzi; quello che, non avendone alcuna, andava blaterando fino a qualche settimana fa come servisse “una strategia ed un approccio complessivo” contro l’ISIS, perché certe cose non si improvvisano in giorni ma si pianificano in mesi. Salvo cambiare repentinamente idea dalla sera alla mattina. Fu così che il Presidente del Consiglio per caso decise di mandare nella provincia di Mosul un primo contingente di 450 soldati (a cui se ne aggiungeranno altri 750!) in una delle Renzi e Vespazone più calde del conflitto. L’annuncio è stato fatto in diretta al “Porta a Porta” di Bruno Vespa, considerata da molti la “terza camera” del parlamento. Pertanto, non si è ritenuto necessario coinvolgere ed informare della decisione quello vero (e non sia mai!), mettendo piuttosto deputati e cittadini a fatto compiuto. Cosa ha convinto l’Esecutivo di Laide Intese a così impegnativa decisione nello scoccare dell’ora fatale, a diciotto mesi di nuundistanza dai fatti menzionati? Ovviamente non l’emergenza umanitaria (seee vabbé!).. non la pulizia etnica a spazzolata già bella che fatta.. meno che mai la tutela di patrimoni universali già polverizzati (che la “cultura” non si mangia; al massimo la si compra con 500 euro)…

distruzione epigrafe

La chiamata alle armi è arrivata direttamente da Mr O’Banana, che ha fatto contattare il grasso porcello di Rignano per interposta persona, comunicandogli telefonicamente (traduttore permettendo) la “call of duty”. Tanto è bastato a farlo scattare sugli attenti, uso a obbedir tacendo (è stato messo lì per questo) dopo la conferma della permanenza del contingente italiano in Afghanistan, senza che nemmeno ci fosse bisogno di agitare il ‘bastone’.
Sbrodolino e O'BananaCosa è cambiato a Mosul rispetto all’Agosto del 2014, quando ben più impellente sarebbe stato un qualche intervento per contenere la catastrofe? Be’ innanzitutto c’è la ‘carota’… Una ghiottissima commessa per la manutenzione e messa in sicurezza della diga di Mosul, che potrebbe portare tra i 250 milioni ed il mezzo miliardo di dollari nelle casse del Gruppo Trevi di Cesena, che s’è “aggiudicato” l’appalto, parrebbe, con l’intermediazione più che interessata del Dipartimento di Stato a stelle e strisce. Alla lieta novella, la TreviFin (la società finanziaria del gruppo) s’è vista sospendere le azioni in borsa per eccesso di rialzo.
Ne consegue che l’Italia sarà in pratica il primo paese occidentale ad inviare in via ufficiale i suoi soldati, boots on the ground, nel nuovo conflitto iracheno con un contingente di tutto rispetto, per una missione confezionata su misura, da inquadrarsi nell’ambito della già avviata e ben poco conosciuta operazione di contrasto pomposamente chiamata Prima Parthica.
logo_ktccAlla Difesa leggono i classici. E qualcuno deve aver scoperto Dione Cassio; o più probabilmente Edward Luttwak. Ogni riferimento alla Legio I Parthica dell’imperatore Settimio Severo è assolutamente voluto.
roman power emblemsSorvoliamo (per ora) sul fatto di mettere a disposizione un’intera brigata dell’esercito italiano e anche più, per tutelare gli interessi commerciali di Boba Fett.jpguna compagnia privata, alla stregua di mercenari non in affitto bensì in conto pubblico. L’Italia non è nuova a questo tipo di iniziative con soldati professionisti delle Forze Armate, utilizzati alla stregua di contractors per la tutela di gruppi privati. E la vicenda, tutt’altro che risolta, dei due fucilieri di Marina accusati di omicidio in India sta lì a dimostrare quanto ibride siano certe avventure e ambigue le regole di ingaggio.
Enrica LexieNaturalmente, l’iniziativa del premier in mimetica (armiamoci e partite) Capitan Pirlanon ha suscitato particolari clamori, subito liquidata dalla maggior parte degli italiani come l’ennesima fanfaronata di un pagliaccio in sovresposizione mediatica. Né si sono date troppa pena di approfondire la questione le opposizioni parlamentari, col dramma che Mario Michele Giarrussoin tal caso bisognerebbe poi relazionarsi con ben altri idioti a tutto tondo e pure dall’aspetto sudicioso, ma certificati col bollino, per meglio dare la misura di un’imbecillità persistente. E meno che mai hanno pensato di farlo gli onorevoli deputati, nonostante siano stati così clamorosamente scavalcati e messi a fatto compiuto. Intendiamoci bene: l’ISIS è quanto di più si avvicina all’essenza del male incarnato sulla terra; la negazione estrema di tutto ciò che dona bellezza alla vita e la rende degna di essere vissuta. Spazzarlo via con ogni mezzo possibile non è un’opzione; è un dovere morale. Tuttavia, se l’Italia proprio deve entrare in guerra (o meglio: fornire vigilantes per aziende in zona di guerra), che almeno non avvenga ad insaputa degli italiani.

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L’ennemi intérieur

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 novembre 2015 by Sendivogius

Architettura islamica in Iran

«Caro mondo musulmano,
[…]  Ti vedo in una condizione di miseria e di sofferenza che mi rende tremendamente triste, ma che rende ancora più duro il mio giudizio di filosofo! Questo poiché vedo che stai mettendo al mondo un mostro che preferisce essere chiamato Stato islamico e al quale qualcuno preferisce dare il nome di demonio: DAESH. La cosa peggiore è che ti vedo perdere il tuo tempo e il tuo onore, rifiutando di riconoscere che questo l’hai fatto nascere tu, è frutto dei tuoi vagabondaggi, delle tue contraddizioni, della tua interminabile scissione tra passato e presente, della tua duratura incapacità a trovare un posto nella civiltà umana.
daesh (isis)Che cosa dici davanti a questo mostro? Qual è il tuo discorso? Tu urli “Non sono io!”, “Non è l’Islam”. Rifiuti che i crimini commessi da questo mostro siano commessi sotto tuo nome (hashtag #NotInMyName). Sei indignato davanti ad una tale mostruosità, insorgi quando il mostro usurpa la tua identità, e hai sicuramente ragione di farlo. È indispensabile che davanti al mondo proclami, ad alta voce che l’islam denuncia le barbarie. Ma è assolutamente insufficiente! Poiché tu ti rifugi nel riflesso dell’autodifesa senza assumerti anche, e soprattutto, la responsabilità dell’autocritica. Ti accontenti d’indignarti, quando invece questo momento storico sarebbe stata un’occasione incredibile per rimetterti in discussione! E come sempre, tu accusi invece di prenderti la tua responsabilità: “Smettetela, voi occidentali e tutti voi nemici dell’Islam, di associarci a questo mostro! Il terrorismo non è l’islam, il vero islam, l’islam buono che non vuole la guerra, ma la pace!”.
Islam (2)Sento questo grido di rivolta che sale dentro di te e ti capisco, oh mio caro mondo musulmano. […] Ma dalla mia posizione distante, vedo anche qualcos’altro, qualcosa che tu non riesci a vedere o che non vuoi vedere… E questo suscita in me una domanda, La grande domanda: perché questo mostro ti ha rubato il volto? Perché questo mostro ignobile ha scelto il tuo viso e non un altro? Perché ha preso la maschera dell’islam e non un’altra? La verità è che dietro quest’immagine del mostro si nasconde un immenso problema che tu non sembri pronto a guardare in faccia. Tuttavia è necessario, è necessario che tu abbia il coraggio.
Daesh - Lezioni di decollazioneQuesto problema è quello delle radici del male. Da dove provengono i crimini di questo cosi detto “Stato islamico”? Te lo dirò, amico mio. E questo non ti farà piacere, ma è mio dovere di filosofo. Le radici di questo male che oggi ti ruba il volto risiedono in te, il mostro è uscito dal tuo ventre, il cancro è nel tuo corpo. E cosi tanti nuovi mostri, peggiori di questi, usciranno ancora dal tuo ventre malato, fintanto che tu ti rifiuterai di guardare in faccia questa verità e che impiegherai del tempo a ammettere e ad attaccare finalmente questa radice del male!
daeshAnche gli intellettuali occidentali, quando dico loro questo, lo vedono con difficoltà: la maggior parte ha talmente dimenticato che cos’è la potenza della religione, nel bene e nel male sulla vita e sulla morte, che mi dicono ” no, il problema del mondo musulmano non è l’islam, non è la religione ma la politica, la storia, l’economia, etc.”. Vivono in società cosi secolarizzate che non si ricordano per niente che la religione può essere il cuore del reattore di una civilizzazione umana! E che nel domani il futuro dell’umanità passerà, non soltanto attraverso la risoluzione della crisi finanziaria e economica, ma in maniera più essenziale anche attraverso la risoluzione della crisi spirituale che attraversa tutta la nostra umanità, senza precedenti! Sapremo unirci tutti, a livello planetario, per affrontare questa sfida fondamentale? La natura spirituale dell’uomo ha paura del vuoto, e se non trova nulla di nuovo per riempirlo lo farà domani con delle religioni sempre più inadatte al presente e si metteranno quindi a produrre dei mostri, come fa l’islam attualmente.
Islam[…] Nella Umma ci sono delle donne e degli uomini civilizzati che sostengono l’idea di un futuro spirituale per l’essere umano. Ma questi uomini non sono ancora abbastanza numerosi e la loro parola non è ancora cosi potente. Onoro la lucidità e il coraggio di tutti loro, i quali hanno capito perfettamente che la nascita dei mostri terroristici dal nome di Al Qaida, Al Nusra, AQMI o dello “Stato islamico” è il risultato della condizione generale della profonda malattia del mondo musulmano. Hanno capito bene che risiedono là, su di un immenso corpo malato, i sintomi più gravi e più visibili delle seguenti malattie croniche: incapacità di istituire delle democrazie durature nelle quali la libertà di coscienza sui dogmi della religione, è riconosciuta come un diritto morale e politico; prigione morale e sociale di una religione dogmatica, idiomatica e ogni tanto totalitaria; fatiche croniche nel migliorare la condizione delle donne riguardo a uguaglianza, responsabilità e libertà; incapacità di distinguere a sufficienza il potere politico dal suo controllo da parte dell’autorità religiosa; incapacità d’istituire un rispetto, una tolleranza e un vero riconoscimento del pluralismo religioso e delle minorità religiose.
Tolleranza islamicaSarebbe pertanto tutto ciò un errore dell’Occidente? Quanto tempo prezioso, quanti anni cruciali perderai ancora, o mio caro mondo musulmano, a causa di questa accusa stupida alla quale tu stesso non credi più e dietro alla quale ti nascondi per continuare a mentire a te stesso? Se ti critico in modo cosi severo non è perché sono un filosofo “occidentale”, ma perché sono uno tra i tuoi figli consapevoli di tutto ciò che hai perduto, della grandezza sbiadita da cosi tanto tempo che è diventata un mito!
Sergio ToppiIn particolare dal XVIII secolo, è giunto il momento di confessartelo insomma, sei stato incapace di rispondere alla sfida dell’Occidente. O ti sei rifugiato nel passato in modo infantile e mortificato, con l’intollerante e cupa regressione del wahabismo la quale continua a fare dei danni praticamente ovunque all’interno dei tuoi confini, un wahabismo che tu diffondi a partire dai tuoi luoghi santi dell’Arabia Saudita come un cancro che partirebbe anch’esso dal tuo cuore. Oppure hai seguito il peggio di questo Occidente, producendo com’esso dei nazionalismi e un modernismo che è caricatura della modernità, voglio parlare di questa frenesia di consumo o meglio ancora di questo sviluppo tecnologico incoerente insieme ai loro arcaismi religiosi, che rende le tue ricchissime “élites” del Golfo soltanto delle vittime consenzienti della malattia oramai mondiale che è il culto del dio denaro.
WahabismeChe cos’hai di ammirevole oggi, amico mio? Che cosa rimane in te che sia degno di suscitare il rispetto e l’ammirazione degli altri popoli e civiltà della Terra? Dove sono le tue persone sagge? Hai ancora una saggezza da proporre al mondo? Dove sono i tuoi grandi uomini, chi sono i tuoi Mandela, i tuoi Gandhi, chi sono i tuoi Aung San Suu Kyi? Dove sono i tuoi grandi pensatori, i tuoi intellettuali i cui libri dovrebbero essere letti nel mondo intero come al tempo in cui i matematici e i filosofi arabi e persiani facevano riferimento dall’India alla Spagna? In realtà sei diventato cosi debole, cosi impotente dietro la certezza che risiede sempre in te…..
Islam (1)Hai scelto di considerare che Mohammed fosse profeta e re. Hai scelto di definire l’islam una religione politica, sociale, morale che deve regnare come un tiranno tanto sullo Stato quanto sulla vita civile, tanto per strada e in casa quanto all’interno di ciascuna coscienza. Hai scelto di credere e d’imporre che l’Islam significa sottomissione quando invece il Corano stesso proclama che “non c’è costrizione nella religione” (La ikraha fi Dîn). Tu hai fatto del suo Richiamo alla libertà l’impero della costrizione! Come può una civiltà tradire il suo testo sacro, fino a questo punto? Penso che sia il momento, nella civilizzazione dell’islam, di istituire questa libertà spirituale, la più sublime e difficile di tutte, al posto di tutte le leggi inventate da generazioni di teologici!
toppi-tarots-04[…] Troppi credenti hanno talmente interiorizzato una cultura della sottomissione alla tradizione e ai “maestri della religione” (imams, muftis, shouyoukhs, etc.), che non capiscono neanche che si parla loro di libertà spirituale e non ammettono che si osi parlare loro di scelte personali a proposito dei “pilastri” dell’islam. Tutto ciò costituisce per loro una “linea rossa”, qualcosa di troppo sacro perché possano dare alla loro coscienza il permesso di rimetterlo in discussione! E ce ne sono tante di queste famiglie, di queste società musulmane nelle quali tale confusione tra spiritualità e servitù è radicata nelle loro menti dalla più giovane età e nelle quali l’educazione spirituale è talmente misera che tutto quello che riguarda la religione, in un modo o nell’altro, rimane pertanto qualcosa su cui non si discute!
Foto ricordoAdesso questo non è sicuramente imposto dal terrorismo di qualche pazzo, da qualche gruppo di fanatici inviati dallo Stato islamico. No, questo problema è infinitamente più profondo e infinitamente più vasto! Ma chi lo vedrà e chi lo pronuncerà? Chi vuole ascoltarlo? C’è silenzio a questo proposito nel mondo musulmano e nei media occidentali si sente solo più parlare di questi specialisti del terrorismo che aumentano giorno dopo giorno la miopia generale! Bisogna fare in modo che tu, amico mio, non ti illuda credendo e facendo credere che quando si finirà con il terrorismo islamico, l’islam avrà risolto i suoi problemi! Poiché tutto quello che ho evocato, una religione tirannica, dogmatica, letteraria, formalista, maschilista, conservatrice, regressista, è troppo spesso, non sempre, ma troppo spesso, l’islam ordinario, l’islam quotidiano che soffre e fa soffrire troppe coscienze, l’islam della tradizione e del passato, l’islam deformato da tutti coloro i quali lo utilizzano politicamente, l’islam che riesce ancora a mettere a tacere le Primavere arabe e la voce di tutti i giovani che chiedono qualcos’altro. Allora quando farai la tua vera rivoluzione?
niqab[…] Sicuramente nel tuo immenso territorio ci sono degli isolotti di libertà spirituale: delle famiglie che trasmettono un islam di tolleranza, di scelta personale, di approfondimento spirituale; dei contesti sociali nei quali la gabbia della prigione religiosa si è aperta o semi-aperta; dei luoghi in cui l’islam da ancora il meglio di sé che corrisponde ad una cultura della condivisione, dell’onore, della ricerca di sapere e una spiritualità alla ricerca di questo luogo sacro dove s’incontrano l’essere umano e la realtà ultima chiamata Allah. In Terra islamica e ovunque nelle comunità musulmane del mondo ci sono delle coscienze forti e libere, ma esse sono condannate a vivere la loro libertà senza certezza, senza riconoscenza di un diritto veritiero, lasciate a loro rischio e pericolo di fronte al controllo comunitario o addirittura talvolta di fronte alla polizia religiosa. Fino ad ora non è mai stato riconosciuto il diritto di dire “Io scelgo il mio islam”, “Ho il mio proprio rapporto con l’islam” da parte dell’ “islam officiale” di coloro che hanno una dignità. Questi ultimi invece si ostinano a imporre che “la dottrina dell’islam è unica” e che “l’obbedienza ai pilastri dell’islam è la sola soluzione”.
Egyptian SalafistQuesto rifiuto del diritto alla libertà religiosa è una delle fonti del dolore di cui tu soffri, o mio caro amico mondo musulmano, uno dei ventri oscuri dove crescono i mostri che fai infuriare da qualche anno davanti ai volti spaventati del mondo intero. Poiché questa religione del fare impone una violenza insostenibile interamente a tutte le tue società. Questa rinchiude sempre troppe delle tue figlie e tutti i tuoi figli in una gabbia di un Bene e di un Male, di un lecito (halâl) e di un illecito (harâm) che nessuno sceglie ma che tutti subiscono. Imprigiona le volontà, condiziona gli spiriti, impedisce o ostacola qualsiasi scelta di vita personale. In troppi dei tuoi paesi tu associ ancora religione e violenza, contro le donne, contro i “cattivi credenti”, contro le minoranze cristiane o altre, contro i pensatori e gli spiriti liberi, contro i ribelli, in modo tale da arrivare a confondere questa religione e questa violenza , tra i più squilibrati e i più fragili dei tuoi figli, nella mostruosità del jihad!
jihadPertanto, ti prego, non ti stupire, non fare più finta di stupirti che dei demoni come il cosiddetto Stato islamico ti abbiano rubato il volto! Poiché i mostri e i demoni rubano solo i volti già deformi a causa di troppe smorfie! E se vuoi sapere come fare per non mettere più al mondo tali mostri, te lo dirò. È allo stesso tempo semplice e molto difficile. Devi iniziare dal riformare tutta l’educazione che fornisci ai tuoi bambini, è necessario che tu riformi ciascuna delle tue scuola, ciascuno dei tuoi luoghi di sapere e di potere. È necessario che le riformi per dirigerle secondo dei principi universali (anche se non sei il solo a non rispettarli o a persistere nella loro ignoranza): la libertà di coscienza, la democrazia, la tolleranza e il diritto di cittadinanza per ogni diversità nella visione del mondo e nelle credenze, l’uguaglianza dei sessi e l’emancipazione delle donne sotto tutela maschile, la riflessione e la cultura critica del religioso nelle università, la letteratura, i media. Non puoi più tornare indietro, non puoi più fare di meno di tutto ciò! Non puoi più fare meno della rivoluzione spirituale la più completa! È il solo modo per te per non mettere più al mondo tali mostri e se non lo fai sarai ben presto distrutto dalla potenza della distruzione. Quando avrai correttamente portato a termine questo compito colossale, invece che rifugiarti ancora nella malafede e nell’accecamento volontario, allora più nessun mostro spregevole potrà venire a rubarti il volto.
All'asilo del califfo[…] Non sarei mai stato cosi severo in questa lettera se non credessi in te. Come si dice in francese: “Chi ama profondamente, castiga bene”. Al contrario, tutti coloro i quali non sono abbastanza severi con te attualmente, che ti scusano sempre, che ti voglio considerare sempre una vittima, o che non vedono la tua responsabilità in quello che ti accade, tutti loro in realtà non ti fanno del bene! Credo in te, credo nel tuo contributo nel fare del nostro pianeta un universo più umano e allo stesso tempo più spirituale! Salâm, che la pace sia in te

Abdennour BidarAbdennour Bidar
(15/10/2014)
Lettera aperta al
mondo musulmano
(trad. Stella Punzo)

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IMPERIUM

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 ottobre 2015 by Sendivogius

Imperium PSP wall by DeviantSith

Ai circoli straussiani d’Oltreoceano, che in parte animano ancora i think-tank della destra neo-con (quelli che hanno masticato poco e male i classici greco-latini, in una frettolosa rilettura rivisitata ad usum imperii), piace sollazzarsi all’idea di una superpotenza americana, dilatata a dimensione globale nelle sue ambizioni imperiali, mentre rifulge in splendida solitudine alla luce del proprio destino manifesto. Per questo Donald Kagan - La Guerra del Peloponnesosi immaginano ora come una nuova Atene periclea, fondata sull’esclusivismo di una democrazia mercantile in armi; adesso invece come gli eredi ideali di Sparta oppure (a scelta) dell’antica Roma, nel lacerante dubbio su come conciliare la concentrazione cesaristica dei poteri con lo stato minimo di un individualismo estremo, nell’immanenza di un impero che non c’è.
300È il paradosso di una ex colonia dalle tendenze isolazioniste, che in massima parte rifugge da ogni Edward Luttwak - La grande strategia dell'impero romanomentalità imperialista la quale per esistere dovrebbe presupporre l’esistenza di una astrazione intellettuale su fondamenti ideologici. E ciò sarebbe quanto di più lontano possibile da quello strano miscuglio di pragmatismo, armi libere, e millenarismo evangelico, a cui si uniforma la gran parte dei cittadini statunitensi, che spesso e volentieri si muovono per stimoli ad induzione su sollecitazione esterna, convinti però che il resto del mondo non aspiri ad altro che essere plasmato a loro immagine e somiglianza.
Il PunitorePoi, va da sé che per le faccende pratiche di ordine eminentemente strategico i teorici del primato americano continuino ad essere ispirati da una visione geopolitica perennemente in bilico tra l’heartland di Mackinder ed il rimland di Spykman.
heartland_rimlandOvviamente, in tale prospettiva, resta irrinunciabile l’interpretazione atmahan2talassocratica dell’ammiraglio Thayer Mahan, che meglio si presta alle analogie (destinate ad esaurirsi in fretta) con l’Impero Britannico. E più di ogni altra rivela quali sono le vere ossessioni della politica estera statunitense: l’Asia e soprattutto la Cina, contro cui Washington fantastica da almeno venti anni le prossime guerre venture.
HeartlandA dispetto di quanto si possa credere, lo scacchiere mediorientale, che resta un rebus caotico di difficile risoluzione e di impossibile comprensione per un mondo sostanzialmente alieno, non ha mai costituito una vera priorità nell’ambito degli interessi USA, incentrati più che altro sulle forniture di petrolio (affidate all’autocrazia medioevale dell’intrigante ‘alleato’ saudita) e la difesa ad oltranza di Israele (da cui ci si è fatti moderate_rape_beheadings_kerrytroppo a lungo dettare l’agenda politica). L’elemento prevalente è l’improvvisazione e, al di là dei piani strategici e le simulazioni di battaglia, l’incapacità di immaginare il dopoguerra nelle proiezioni future. Figuriamoci la capacità di gestire le transizioni! Da ciò scaturisce tutta una serie di errori madornali dagli effetti catastrofici, che vanno dall’iper-interventismo dell’Era Bush, all’indecisione cronica di un’Amministrazione Obama nell’abulia catatonica che ne contraddistingue l’immobilismo.
Kunduz-map-airstrikesIn compenso, dalle parti di Washington piace dispensare certificati etici, patenti di legittimità democratica e lezioni di umanitarismo spicciolo, tra la pianificazione di un attacco intelligente ed un bombardamento chirurgico, mentre si entra con la grazia di un elefante in cristalleria nelle sfere di influenza altrui e sgomitare come un ubriaco in un campo minato,  facendosi una precipua ragione delle proprie intromissioni.
Moderate RebelsQuello che francamente irrita di più in una certa rappresentazione neo-imperiale non è l’aspirazione egemonica con le sue velleità di potenza, ma la presunzione morale nella pretesa di essere l’incarnazione del “bene assoluto”, incistato su una base manichea non priva di risvolti fondamentalistici George Washingtonche contraddistinguono l’identità di una nazione nata (per dirla con le parole di George Washington) nel solco dei “dettami morali e religiosi”. Il ché presuppone una contrapposizione perenne con il “male”, con l’identificazione costante di un Nemico che abbia una funzione unificante per un paese a identità multiple e in quanto tale costituisce un elemento imprescindibile di coesione nazionale. Di conseguenza, una simile costruzione sistemica si nutre di figure archetipe ed assoluti teorici, tramite semplificazioni estreme e valutazioni “etiche” applicate su scala di misura, senza che una simile visione assoluta ancor prima che totalizzante venga mai increspata dall’ombra di un dubbio o da un minimo di decenza, in un profluvio retorico di patriottume prêt-à-porter per autocelebrazioni da parata.

«La democrazia [americana] è innanzitutto una forza spirituale, costruita su basi spirituali, sulla sua fede in Dio e sull’osservanza di principi morali. Fino ad ora, soltanto la chiesa è stata fornita di simili basi. I nostri padri fondatori conoscevano questa verità e noi non dovremo mai dimenticarla se non a nostro rischio e pericolo

Harry Truman
Public Papers of the President of the United States: H.S. Truman, 1951
U.S. Gov.1966 (pag.1063)

Per inciso, Truman è il presidente che decise la nuclearizzazione di Hiroshima e Nagasaki… Sono gli inconvenienti che possono occorrere, quando ci si crede detentori unici della “legge morale” per divina intercessione.

I grandi imperi del passato avevano quanto meno il merito di non nascondere le loro velleità egemoniche sotto uno spesso strato di ipocrisia, tramite la manipolazione costante dei fatti e delle opinioni. E rivendicavano l’esercizio della violenza come momento cogente del proprio potere, che non doveva essere necessariamente presentato come equanime.
Di solito, la propaganda di stato, che esisteva anche allora e non lesinava l’appello strumentale al “popolo” (per quanto il meccanismo fosse assai meno oliato e non funzionasse per l’orientamento dei flussi di massa), non aveva particolari remore nel mostrare le intenzioni recondite di un potere ritratto nell’essenza della sua natura, riassumendo il tutto in un concetto semplice: “chi è più forte fa quello che è in suo potere e chi è più debole cede” tramite quello che si può definire un ‘diritto naturale’ alla prevaricazione.
Guera dacicaLe migliori esemplificazioni del messaggio si possono ritrovare nelle Historiae di Tacito, che più di ogni altro riesce a tracciare il ritratto dell’imperialismo, colto nella sua più intrinseca essenza…

«Non sono maestro di belle parole e con le armi ho attestato il valore del popolo romano; ma poiché siete tanto sensibili alle parole e valutate il bene e il male non per quello che sono, ma ascoltando le chiacchiere dei sediziosi, ho deciso di dirvi poche parole, parole che sarà più utile per voi aver ascoltato, ora che la guerra è conclusa, che non per me aver pronunciato. Comandanti e imperatori romani sono entrati nella vostra terra e in quella degli altri Galli non per sete di conquista, ma perché implorati dai vostri padri, stremati quasi a morte dai loro conflitti interni.
[…] Sempre nelle Gallie ci sono state tirannidi e guerre, finché non avete accettato le nostre leggi. Noi, benché tante volte provocati, vi abbiamo imposto, col diritto della vittoria, solo il necessario per garantire la pace; infatti, la pace tra i popoli è impensabile senza le armi e le armi non si possono avere senza mantenimento degli eserciti né il mantenimento degli eserciti senza tributi. Per il resto vi abbiamo reso partecipi di tutto

  (Historiae. IV,73-74)

Le parole sono quelle del generale Quinto Petilio Ceriale (secondo la libera trasposizione di Tacito), che in prospettiva aveva mille ottimi motivi per esaltare l’imperium romanorum attraverso l’apologesi di una missione imperiale, che non conosce l’usura del tempo e potrebbe benissimo valere per i suoi omologhi attuali.
Venere di MiloPrecedenti ancor più antichi si trovano invece nelle Storie di Tucidide (V, 84-116) che con asettica freddezza riporta le ragioni (in anticipo sulla realpolitik) con cui la democratica Atene giustificò la conquista di Melos, l’isoletta delle Cicladi che i contemporanei ricordano unicamente per la “Venere di Milo” ignorandone la provenienza, durante la Guerra Peloponnesiaca (431-404 a.C.)…

«La retorica tende a ottenere consenso e pertanto non può che fiorire in società libere e democratiche. Se io posso imporre qualcosa con la forza, non ho bisogno di richiedere il consenso: rapinatori, stupratori, saccheggiatori di città, kapò di Auschwitz non hanno mai avuto bisogno di usare tecniche retoriche. Ma esiste anche una retorica della prevaricazione. Sovente chi prevarica vuole in qualche modo legittimare il proprio gesto e persino ottenere consenso da parte di chi soffre quell’abuso di potere. Uno degli esempi classici di pseudo-retorica della prevaricazione ci è dato dalla favola del lupo e dell’agnello di Fedro.
Lupus et Agnus[…] Però lo stesso Tucidide ci offre un’altra e estrema figura della retorica della prevaricazione, la quale non consiste più nel trovare pretesti e casus belli, ma direttamente nell’affermare la necessità e l’inevitabilità della prevaricazione. Nel corso del loro conflitto con Sparta gli Ateniesi fanno una spedizione contro l’isola di Melo, colonia spartana che era rimasta neutrale. Gli Ateniesi mandano una delegazione ai Meli avvertendoli che non li distruggeranno se essi si sottometteranno. Dicono che non tenteranno di dimostrare che è giusto per loro esercitare la loro egemonia perché hanno sconfitto i Persiani (eppure negandolo lo sostengono), ma invitano i Meli a sottomettersi perché i principi di giustizia sono tenuti in considerazione solo quando un’eguale forza vincola le parti, altrimenti “i potenti fanno quanto è possibile e i deboli si adeguano”. I Meli chiedono se non potrebbero restare fuori dal conflitto senza allearsi con nessuno, ma gli Ateniesi ribattono: “No, la vostra amicizia sarebbe prova di una nostra debolezza, mentre il vostro odio lo è della nostra forza”. In altri termini: scusate tanto, ma ci conviene più sottomettervi che lasciarvi vivere, così saremo temuti da tutti.
MelosI Meli dicono che confidano negli dèi, ma gli Ateniesi rispondono che tanto l’uomo che la divinità, dovunque hanno potere, lo esercitano, per un insopprimibile impulso della natura. I Meli resistono, per orgoglio e senso della giustizia, l’isola viene conquistata, gli Ateniesi uccidono tutti i maschi adulti e rendono schiavi i fanciulli e le donne.
E’ lecito sospettare che Tucidide, pur rappresentando con onestà intellettuale il conflitto tra giustizia e forza, alla fine convenisse che il realismo politico stesse dalla parte degli Ateniesi. In ogni caso ha messo in scena l’unica vera retorica della prevaricazione, che non cerca giustificazioni fuori di sé. Gli Ateniesi semplicemente fanno un elogio della forza. Persuadono i Meli che la forza non ha bisogno di appoggiarsi alla persuasione.
La storia non sarà altro che una lunga, fedele e puntigliosa imitazione di questo modello, anche se non tutti i prevaricatori avranno il coraggio e la lucidità dei buoni Ateniesi

Umberto Eco
(20/05/2004)

Essendo società a prova di consenso, Roma e Sparta (e Atene) non avevano di questi problemi, per giustificare il proprio operato in una diversa concezione di humanitas.
Guerre dacicheE infatti, tanto i Romani quanto i Greci, che pure ‘inventarono’ la civiltà occidentale, gettando i semi del suo futuro sviluppo, e che per primi elaborarono il concetto estensivo di “Libertà” (Libertas/Ελευθερία) prima che il termine venisse trasformato in un brand ad uso politico o marchio registrato in esclusiva USA, non concepirono mai l’idea di qualcosa lontanamente simile alle ingerenze umanitarie, esportazioni democratiche, ad altre apodittiche invenzioni lessicali che invece costituiscono la misura della nostra modernità. E perciò tornano sempre buone per impastoiare un’opinione pubblica, addomesticata con iniezioni costanti di propaganda in un corollario di manipolazioni mediatiche con le quali nutrirne l’immaginario.

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Medz Yeghern – Il Grande Male

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Lo storico britannico Arnold J. Toynbee, a cui si deve Arnold J. Toynbeel’introduzione della ponderosa relazione intitolata “The Treatment of Armenians in the Ottoman Empire” e meglio conosciuta come “Blue Book”, dove sono raccolte gran parte delle testimonianze sul genocidio degli Armeni e degli Assiro-Caldei, individuò nella “distruttività del nazionalismo moderno” il Grande Male dell’epoca, all’origine della febbre ideologica che sembrava consumare tra i fuochi della sua follia omicida popoli ed identità in un’orgia di massacri.
Il “Medz Yeghern” costituisce a suo modo la prima applicazione su scala nazionale di quell’ideologia eliminazionista (per fare propria la definizione di Daniel J. Goldhagen) che, innestandosi sul ceppo ben più antico degli odi etnici e del fanatismo religioso, si svilupperà nei grandi genocidi del XX secolo; i quali non costituiscono affatto una specificità esclusiva di determinate entità nazionali (meno che mai turche o tedesche).

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Interludio
1915 - pendaison à Constantinople d'un Arménien Il genocidio degli Armeni (e degli Assiro-Caldei e dei Greci del Ponto), ancorché contestato, implica aspetti particolari che nella portata delle sue dinamiche dimostrano essenzialmente come le attività di sterminio, pur avendo peculiarità universali, non presuppongano necessariamente l’esistenza di una struttura totalitaria né un’infallibile volontà organizzativa finalizzata alla distruzione, come fu per esempio nel caso del nazismo.
Fifth Regiment, Imperial Ottoman Cavalry, 1890s-1900s.La Turchia di inizio ‘900 era uno stato costituzionale, dittatoriale nella sostanza ma democratico nella forma, dotato di organi rappresentativi ed un proprio Parlamento che, per quanto limitato nei poteri ed epurato nella composizione, non fu mai sciolto nemmeno durante la disastrosa condotta della prima guerra mondiale e che per inciso non varò mai una legge organica, che legittimasse in modo esplicito le stragi e le espropriazioni forzate.
Soprattutto, i massacri furono alimentati con estrema facilità, in una spirale perversa di odio, vendette e ritorsioni, innescate dalle espulsioni di massa e lo sradicamento violento delle comunità turcofone e musulmane dai territori balcanici, oggetto di una pulizia etnica feroce da parte dei nuovi conquistatori ‘cristiani’. E delle quali loro malgrado fanno le spese gli Armeni e le altre comunità cristiane, presenti nei distretti orientali dell’Impero ottomano.
Vilayet armeniTra il 1880 ed il 1915, affluiscono in Anatolia milioni di profughi, che i Turchi chiamano Muhajir. Sono albanesi, bosniaci, bulgari, circassi della Cecenia, turcomanni e tatari della Crimea… tutti cittadini ottomani espropriati di ogni bene e cacciati via dalle loro case, che si riversano in massa nell’Impero del sultano in cerca di protezione ed asilo, e che vengono reinsediati nei distretti popolati dagli Armeni. L’eliminazione di una minoranza indesiderata comporta per il governo nazionalista l’opportunità di risolvere la “questione armena” e provvedere alla sistemazione dei nuovi arrivati, utilizzando i beni saccheggiati.
L'arrivo dei Muhajir a Istanbul nel 1912Lo sterminio degli Armeni, seppur condiviso e partecipato da gran parte della popolazione soprattutto nelle campagne, e massimamente i Muhajir, nella sua ferocia selvaggia non conobbe mai le forme proprie del razzismo biologico (come avvenne invece nel caso degli ebrei in Germania). Né era la diretta conseguenza di una produzione legislativa, volta alla massima discriminazione in attesa della “soluzione finale”.

Armenians_marched_by_Turkish_soldiers,_1915

Ufficialmente, ed in linea puramente teorica, quello degli Armeni si configurava come una deportazione di massa, “militarmente necessaria” per ragioni di sicurezza in tempo di guerra, e portata avanti con modalità brutali “al fine di massimizzare il numero di morti lasciati per strada” (A.J.Toynbee).

«L’atto che sancisce l’ufficialità dell’operazione è una risoluzione del Consiglio dei Ministri, datato 27 Maggio 1915. È un documento brevissimo che afferma il dovere dello Stato di reprimere con estremo rigore ogni attentato alla sicurezza nazionale e all’ordine pubblico. E conferisce alle autorità militari dei vari distretti la facoltà “se le esigenze della guerra lo impongono di trasferire e installare in altre località, individualmente o per gruppi, le popolazioni delle città e dei villaggi sospettate di tradimento o di spionaggio”. La parola ‘armeno’ non figura nemmeno nel testo.
Il 30 Maggio segue un decreto-legge dello stesso tenore, che non sarà mai ratificato dal Parlamento ottomano. Poi il 10 Giugno arriva una legge che precisa le modalità da seguire per il trasferimento delle persone e per la sistemazione dei loro interessi e affari prima della partenza. Infine, a operazione conclusa, il 26/09/1915, un’ultima legge stabilisce la sorte dei beni abbandonati dai deportati. Sul piano della legislazione ufficiale non c’è altro. I riferimenti espliciti agli Armeni sono sporadici; nelle istruzioni operative si preferisce ricorrere a perifrasi come “le persone trasportate altrove”, “le persone note”, e così via

Sergio De Santis
“Il genocidio degli Armeni”
(Marzo, 1996)

Turkish Cavalry L’applicazione delle disposizioni viene affidata alle autorità militari che godono di una discrezionalità illimitata, secondo un mandato tanto vago quanto ambiguo. Per essere sicuri di ottenere l’effetto implicitamente desiderato, gendarmeria ed esercito, vengono affiancati da appositi commissari governativi e soprattutto dalle unità operative dell’Organizzazione speciale.
Peraltro, la normativa in oggetto che si componeva di una serie di decreti governativi, spesso e volentieri seguiva e non precedeva le direttive emanate dal comitato centrale del partito di governo: il CUP (Comitato per l’Unione ed il Progresso).
Ismail Enver PashaIl 25 Febbraio del 1915, per ordine del Ministro della Guerra e uomo forte del regime, Ismail Enver pascià, tutti gli Armeni Medz_Yeghern_exteffettivi nell’esercito ottomano vengono distaccati nei “battaglioni lavoro” del Genio militare e quindi fucilati, o passati per le armi dai boia dell’Organizzazione speciale.
Al contempo viene ordinato a tutti i villaggi armeni dell’interno di consegnare ogni tipo di arma in loro possesso e di fornire ogni uomo valido per la coscrizione di leva, o in alternativa il pagamento del “bedel”, la tassa di esenzione. Trasgressori e renitenti vengono sottoposti a tortura con tenaglie roventi.
jevdet-bey Di conseguenza, il 19 Febbraio, la provincia armena di Van si ribella alle ingiunzioni del governatore turco, Jevdet Bey, che in caso di rivolta promette di uccidere ogni cristiano, uomo, donna, o bambino in cui dovesse imbattersi. E sarà di parola.
A farne le spese saranno soprattutto le comunità cristiane degli Assiro-Caldei, che a torto si credono immuni alla rappresaglia e vengono invece investiti appieno dalla repressione, che puntualmente si abbatte su di loro… Da Ras-el Hadjar a Tel Mozilt, passando di villaggio in villaggio per tutto il vilayet di Van ed i monti dell’Hakkari, tutti i 52 villaggi cristiani tra Beyazit e Eleskirt vengono distrutti dai reggimenti di cavalleria curda degli Hamidiye.
REVIEW OF KURDISH CAVALRY BY THE GOVERNOR OF VAN, BAHRI PASHAGli Armeni della città di Van si organizzano in milizie volontarie e squadre di auto-difesa resistendo agli attacchi dell’esercito ottomano, fino all’arrivo in loro soccorso di un contingente Linea di difesa a Van presso la città vecchiarusso. E questo rafforza ulteriormente la convinzione tra i “Giovani Turchi” che gli Armeni siano una minaccia, da debellare al più presto ed in maniera definitiva. E che porteranno alla stesura, per l’appunto 27/05/1915, della cosiddetta “Legge Tehcir” sulle deportazioni che avrebbero dovuto avere carattere straordinario e provvisorio. In realtà, la legge giunge per fornire una qualche copertura legale ad una vasta operazione di repressione, già in atto ed innescata motu proprio, su impulso di settori governativi legati all’apparato militare nell’ambito del pacchetto di “misure speciali”. Ad ogni modo, è dopo la promulgazione della legge che si intensificano le esecuzioni di ostaggi e l’uccisione dei prigionieri politici.
Fanti russi nei pressi di VanIl 24 Aprile c’è la grande retata contro l’elite armena, con l’arresto in massa di tutti gli elementi di spicco della comunità che verranno successivamente assassinati.
E, sempre nell’Aprile del 1915, vengono predisposti le prime operazioni di evacuazione della popolazione civile armena ed il suo trasferimento in appositi campi di raccolta, predisposti in Mesopotamia e Siria.
Nell’opera ci si avvale, almeno nelle sue fasi iniziali, pure della comprovata efficienza dell’alleato germanico, che predispone i piani di deportazione in cui è previsto anche l’utilizzo dei treni merci della nuova linea ferroviaria per Baghdad, per il trasferimento dei deportati in appositi campi di raccolta nel deserto che gli uomini del Kaiser chiamano, senza falsi eufemismi, konzentrationslager: 25 campi della morte, dove i pochi superstiti vengono lasciati morire di fame e malattia.
Deportazione degli armeniD’altronde, il Reich germanico può già vantare una comprovata esperienza con lo sterminio degli Herero, nelle sue colonie sudafricane.
Le operazioni di ‘deportazione’ hanno l’avvallo del generale Hans von Seekt, che i turchi chiamano “la Sfinge”, e che dopo la guerra diverrà uno dei personaggi di maggior rilievo e tra i più affidabili referenti tra i ‘democratici’ della Repubblica di Weimar.

Armenians hanged in the street in Constantinople - Armin T. Wegner

Operazione Massacro
Gendarmi turchi (1)Nata ufficialmente come una serie di trasferimenti coatti su vasta scala, la deportazione degli Armeni si trasformò fin da subito in una gigantesca operazione di pulizia etnica. Che l’eccidio sistematico delle popolazioni armene rientrasse in un progetto più ampio di sterminio, che fosse pianificato o meno, secondo una precisa strategia “eliminazionista” premeditata a lungo e scientificamente messa in atto, oppure fosse la conseguenza incidentale, ancorché voluta, di un insieme di massacri deliberati, per annichilire una minoranza interna percepita come infida, l’estensione a livello capillare delle esecuzioni sommarie e dei linciaggi di massa, con la messa in atto di pogrom organizzati, assunse fin da subito le dimensioni e gli effetti di un vero e proprio genocidio, strutturato nelle forme rozze e feroci della rappresaglia tribale, esasperata dall’odio religioso, e fomentata da una cruda avidità di saccheggio. I trasferimenti sono in realtà marce della morte attraverso il deserto siriano, senza viveri né acqua, esposte agli attacchi continui di banditi e predoni, che uccidono i pochi uomini rimasti, mentre stuprano e rapiscono le donne.
Le deportazioniL’ordine di deportazione viene affisso nelle piazze delle città o annunciato da banditori che vanno di villaggio in villaggio. Agli Armeni vengono concessi da due a cinque giorni di tempo per radunare le proprie masserizie. Il governo si farà carico della custodia e della salvaguardia dei beni abbandonati, fino alla Talat pasciàloro restituzione. In seguito, il ministro agli interni Talaat arriverà a chiedere alle compagnie assicurative la liquidazione delle polizze stipulate dagli Armeni da lui assassinati, definendosi il naturale erede, giacché il ministero ha espropriato tutti loro beni. Con ogni evidenza, la natura del provvedimento è punitiva e colpevolizzante, ma al contempo si sforza di lasciar trasparire una cornice legalitaria, come si può evincere dalla natura del testo del bando:

ArmeniI nostri concittadini armeni, avendo adottato da anni per istigazione straniera molte perfide idee di natura tale da turbare l’ordine pubblico; avendo provocato conflitti sanguinosi; avendo tentato di turbare la pace e la sicurezza dell’impero oltre che la pace e gli interessi degli altri cittadini; avendo osato unirsi agli attuali nemici in guerra contro il nostro impero, il nostro governo si è visto obbligato a prendere delle misure straordinarie sia per garantire l’ordine che per la sicurezza del Paese, sia anche per il benessere e la conservazione della stessa comunità armena.
Di conseguenza, e come misura in vigore per la durata della guerra, gli armeni dovranno essere trasferiti a destinazioni che già sono state predisposte in alcuni vilayet; ed è rigorosamente prescritto a tutti gli ottomani di ubbidire nel modo più assoluto agli ordini presenti:
1. Tutti gli armeni ad eccezione dei malati dovranno partire entro cinque giorni sotto scorta di gendarmi.
2. Sebbene sia permesso loro di portarsi dietro per il viaggio i beni trasportabili, è vietato agli armeni di vendere le loro proprietà e gli altri beni, oppure di affidarli ad altri, perché il loro esilio è solo temporaneo.
3. Alloggi adeguati sono previsti lungo il percorso, onde assicurare ogni conforto. E sono state predisposte tutte le misure per proteggerli da ogni aggressione o attentato alla loro vita, affinché possano giungere sani e salvi ai rispettivi luoghi di deportazione provvisoria….”

In realtà di “predisposto” per l’accoglienza non v’è proprio nulla…
Di quale sia l’esatta natura dei trasferimenti, si renderanno subito conto gli ufficiali tedeschi di collegamento, che descrivono la situazione nei loro rapporti.
Armin Theophil Wegner (1890) Dove è possibile, come nel caso dell’ufficiale medico Armin T. Wegner, i massacri vengono documentati con testimonianze ed evidenze fotografiche. Documentazione fotografica a cui si accompagnano pure clamorose patacche (come se la mostruosità dei massacri avesse bisogno di effetti speciali!), ovviamente accreditate via web, dove circolano provocando i “sobbalzi” di un’utenza che verifica assai poco, ma indugia sui richiami perversi di certe nudità estreme, volte più che altro a stuzzicare le fantasie sado-masochiste di un erotismo malato…
Crocifissioni di donne (1) Crocifissioni di donnePresentate quasi ovunque come “immagini d’epoca”, con la pretesa di dimostrare la disumanità congenita del “turco e musulmano”, quale unica nel suo genere, si tratta in realtà di fotogrammi cinematografici tratti dalla pellicola “Auction of Souls” del 1919: uno dei primissimi film dedicati al genocidio degli Armeni, tratto dal libro Ravished Armenia di Aurora Mardiganian, che sopravvissuta ai massacri raccontò dell’uccisione di 16 ragazze cristiane (che avevano rifiutato di convertirsi) presso la città di Malatia nel vilayet di Karput (Mamuretül-Aziz).
Auction of Souls (1919)Invero, secondo altri testimoni dell’efferatezza, le ragazze vennero sì trucidate, ma non crocifisse: furono infatti impalate massacro-di-valdesi(per via vaginale), secondo una pratica che nell’Europa cristiana del XVI secolo veniva riservata ai valdesi. Ma in questo caso le ragazze erano tutte rigorosamente vestite, per non offendere la ‘morale’ islamica con sconce nudità esibite in pubblico. Quando la realtà supera la finzione!
Al contrario, durante la Guerra di Algeria (1954-1962) i soldati francesi non si ponevano di questi problemi…
Francesi in AlgeriaPer quei paradossi della storia, nel 1915 crocifissioni di donne in effetti ve ne furono…
Contadine serbe crocifisse dalle truppe austro-ungariche nel 1914Ma ad opera dell’esercito austro-ungarico, nelle sue rappresaglie contro i contadini serbi.
E ciò, se ve ne fosse bisogno, dimostra come la crudeltà sia universalmente diffusa, senza limiti di religione o di “razza”.

Made in France

In merito allo sterminio degli Armeni, tra i numerosi testimoni dell’epoca, i soldati tedeschi presenti nell’Impero Ottomano furono tra i primi a rendersi conto dell’entità e della reale natura dei massacri…
Mappa del genocidio armenoIl tenente colonnello August Stange (Stanke Bey), che assiste agli sgomberi di Erzurum, riferisce:

«L’ordine di evacuazione è stato eseguito nel modo più brutale. La gente è stata buttata fuori di casa e ripartita in piccoli gruppi. La maggior parte non ha avuto neanche il tempo di prendere le cose più necessarie. Sotto gli occhi dei gendarmi, la popolazione locale si è impadronita dei beni abbandonati, di quelli rimasti nelle case, e spesso anche delle cose che gli armeni si volevano portare dietro. Il tempo era inclemente, ma i deportati hanno dovuto deportare all’addiaccio e si sono potuti procurare un po’ di cibo e di acqua solo distribuendo ricche mance ai gendarmi

Hans Freiherr von WangenheimIl 17/06/1915, il barone tedesco Hans von Wangenheim, ambasciatore a Costantinopoli e che pure ha sollecitato i militari tedeschi alla ‘collaborazione’, si vede comunque costretto a riferire a Berlino che avvalla tutta l’operazione:

«È evidente che l’espulsione degli armeni non è motivata solo da esigenze militari. Il ministro dell’interno, Talaat, ha infatti recentemente dichiarato che la Sublime Porta intende approfittare per farla finita in modo radicale [gründlich aufzuraümen] coi suoi nemici interni, senza essere disturbata da interventi diplomatici stranieri

Otto von LossowIl Gen. Otto von Lossow, plenipotenziario tedesco dell’Ambasciata germanica, che nel Novembre del 1923 sventerà il Putsch di Monaco aprendo il fuoco contro i nazisti, secondo un giudizio ampiamente condiviso dai suoi colleghi, ebbe a dire:

«Sulla base di tutti i rapporti e le notizie a me pervenute, non vi può essere alcun dubbio che i turchi stiano puntano al sistematico sterminio delle poche centinaia di migliaia di armeni ancora in vita

Liman von SandersIl Gen. Liman von Sanders si oppone fermamente alle deportazioni nelle città di Smirne e Costantinopoli, ma nelle province orientali la situazione è ben diversa…
Gli Armeni vengono rastrellati ovunque sia possibile e radunati nelle piazze delle città e dei villaggi, quindi incolonnati dalla gendarmeria ottomana lungo i sentieri che si inerpicano per gli altipiani, o attraverso il deserto, verso i centri di smistamento predisposti ad Aleppo che dista centinaia di chilometri, fino alla marcia finale in pieno deserto siriano verso Deir ez-Zor.
Oscar Heizer Oscar Heizer, console statunitense a  Trebisonda sul Mar Nero, non lascia adito a dubbi:

«L’ordine di deportazione è stato annunciato nelle strade il 26 Giugno e giovedì primo luglio è stato fatto eseguire dai gendarmi con le baionette inastate. Gruppi di vecchi, donne e bambini carichi di fagotti sono stati ammassati in una stradina laterale vicino al consolato. Non appena un gruppo raggiungeva il centinaio di persone, veniva avviato sulla strada di Erzerum, nel caldo torrido. Quelli che restavano, estenuati dalla fatica, venivano finiti a colpi di baionetta e gettati nel fiume. I corpi discendevano così fino alla foce, nei pressi della città, dove sono rimasti abbandonati sulle rocce e nella battigia, a imputridire sotto lo sguardo inorridito di chi passava nella zona

Morgenthau_telegram

E rapporti ancor più allarmati vengono stilati per il Henry MorgenthauDipartimento di Stato dall’ambasciatore Henry Morgenthau, che parla apertamente di una “campagna di sterminio razziale” e che sarà tra coloro che più si attiveranno concretamente per arginare la marea degli eccidi e tra i più implacabili nel denunciarli:

«Il vero scopo della deportazione fu rapina e distruzione; in realtà rappresentava un nuovo metodo di massacro. Quando le autorità turche hanno dato gli ordini per queste deportazioni, stavano semplicemente dando la condanna a morte ad una intera razza; hanno capito bene questo, e, nelle loro conversazioni con me, non hanno fatto particolari tentativi per nascondere il fatto

Henry Morgenthau
“Ambassador Morgenthau’s Story” (1918)

A sua volta, il rapporto di Morghenthau si basa sui dispacci dettagliatissimi che Leslie Davis, console statunitense a Karput, fa pervenire all’Ambasciata per tutta la metà del 1915.
Fiume Tigri - Le zattere della mortePer sfoltire il numero dei deportati, la gran parte della popolazione maschile armena viene trucidata subito, fin dai primi rastrellamenti. Nei distretti di Trebisonda, Erzurum, Bitlis, e nella piana di Muş, i prigionieri vengono rinchiusi nei fienili o nelle chiese e bruciati vivi, oppure vengono legati e caricati a forza su barconi che poi vengono affondati in mezzo ai fiumi. Per gli armenisterminatori si apre però il problema dei bambini e degli infanti abbandonati negli ospedali e negli orfanotrofi. A questi pare provveda una squadra di medici assai solerti, che somministrano iniezioni letali di morfina, secondo le istruzioni impartite dal dottor Nazim Bey, uno dei capi dell’Organizzazione speciale addetta allo sterminio.
L’opera di pulizia etnica e di soppressione è così solerte, che Giovanni Gorrini, console generale d’Italia, a proposito degli Armeni di Trebisonda già in estate (25/08/1915) scriverà:

«Degli oltre 14.000 armeni legalmente residenti a Trebisonda all’inizio del 1915 il 23 luglio dello stesso anno non ne rimanevano in vita che 90. Tutti gli altri, dopo essere stati spogliati di ogni avere, erano stati, infatti, deportati dalla polizia e dall’esercito ottomani in lande desolate o in vallate dell’entroterra e massacrati […] Il passaggio delle squadre degli armeni sotto le finestre e davanti la porta del consolato, le loro invocazioni al soccorso senza che né io né altri potessimo fare nulla per loro, la città essendo in stato d’assedio, guardata in ogni punto da 15mila soldati in pieno assetto di guerra, da migliaia di agenti di polizia, dalle bande dei volontari e dagli addetti del Comitato Unione e Progresso; i pianti, le lacrime, la desolazione, le imprecazioni, i numerosi suicidi, le morti subitanee per lo spavento, gli impazzimenti improvvisi, gli incendi, le fucilate in città, la caccia spietata nelle case e nelle campagne; i cadaveri a centinaia trovati ogni giorno sulla strada dell’internamento, le giovani donne ridotte a forza musulmane o internate come tutti gli altri, i bambini strappati alle loro famiglie o alle scuole cristiane e affidati per forza alle famiglie musulmane, ovvero posti a centinaia sulle barche con la sola camicia, poi capovolti e affogati nel mar Nero o nel fiume Dére Méndere, sono gli ultimi incancellabili ricordi di Trebisonda, ricordi che, ancora, a un mese di distanza, mi straziano l’anima, mi fanno fremere»

Cadaveri di Armeni buttati nell'Eufrate

La seconda ondata di deportazioni si abbatte invece sugli Armeni della Cilicia che vengono annientati nelle marce della morte, lontano da occhi indiscreti dopo le proteste tedesche e americane, tra i monti dell’Anatolia e nei deserti della Siria. Chi rimane indietro, viene ucciso dai gendarmi; tutti gli altri vengono lasciati in balia degli attacchi dei Muhajir, delle bande dei circassi, dei predoni arabi, delle unità di cavalleria irregolare curda, e soprattutto degli assassini a contratto (gli Tchettè) della Techkilat i Mahsousse, ovvero l’Organizzazione speciale del CUP (il partito di governo).
Imperial Army Cavalry LanceNelle sue memorie, l’ambasciatore Morgenthau traccia una descrizione efficace:

«Durante circa sei mesi, dall’aprile all’ottobre del 1915, quasi tutte le grandi vie dell’Asia Minore erano intasate da queste orde di esiliati. Si poteva vederle affollare le valli, o scalare i fianchi di quasi tutte le montagne, marciando e marciando sempre senza sapere dove, se non che ogni sentiero conduceva alla morte. Villaggi dopo villaggi, città dopo città, furono spogliati della loro popolazione armena, in condizioni simili. Durante questi sei mesi, da quanto si può sapere, circa 1.200.000 persone furono indirizzate verso il deserto della Siria.
deportazione armeni[…] Avevano appena abbandonato il suolo natale che i supplizi cominciavano; le strade che dovevano seguire non erano che dei sentieri per muli dove procedeva la processione, trasformata in una ressa informe e confusa. Le donne erano separate dai bambini, i mariti dalle mogli. I vecchi restavano indietro esausti, i piedi doloranti. I conduttori dei carri trainati dai buoi, dopo avere estorto ai loro clienti gli ultimi quattrini, li gettavano a terra, loro e i loro beni, facevano dietrofront e se ne tornavano ai villaggi, alla ricerca di nuove vittime. Cosí, in breve tempo, tutti, giovani e vecchi, si ritrovavano costretti a marciare a piedi; e i gendarmi che erano stati inviati, per cosí dire, per proteggere gli esiliati, si trasformavano in Kurdish Hamidiye officerveri carnefici. Li seguivano, baionetta in canna, pungolando chiunque facesse cenno di rallentare l’andatura. Coloro i quali cercavano di arrestarsi per riprendere fiato, o che cadevano sulla strada morti di fatica, erano brutalizzati e costretti a raggiungere al piú presto la massa ondeggiante. Maltrattavano anche le donne incinte e se qualcuna, e ciò avveniva spesso, si accovacciava ai lati della strada per partorire, l’obbligavano ad alzarsi immediatamente e a raggiungere la carovana. Inoltre, durante tutto il viaggio, bisognava incessantemente difendersi dagli attacchi dei musulmani. Distaccamenti di gendarmi in testa alle carovane partivano per annunciare alle tribú curde che le loro vittime si avvicinavano e ai paesani turchi che il loro desiderio finalmente si realizzava. Lo stesso governo aveva aperto le prigioni e rilasciato i criminali, a condizione che si comportassero da buoni maomettani all’arrivo degli armeni. Cosí ogni carovana doveva difendere la propria esistenza contro piú categorie di nemici: i gendarmi di scorta, i paesani dei villaggi turchi, le tribú curde e le bande di tchettè o briganti. Senza dimenticare che gli uomini che avrebbero potuto proteggere questi sfortunati erano stati tutti uccisi o erano stati arruolati come lavoratori, e che i malcapitati deportati erano stati sistematicamente spogliati delle armi.

Kurdish Cavalry Troops On Horse

A qualche ora di marcia dal punto di partenza, i curdi accorrevano dall’alto delle loro montagne, si precipitavano sulle ragazze giovani e, spogliandole, stupravano le piú belle, come pure i bambini che piacevano loro, e rapinavano senza pietà tutta la carovana, rubando il denaro e le provvigioni, abbandonando cosí gli sfortunati alla fame e allo sgomento

Gendarmi turchi

Nel vilayet di Bitlis opera Mustafa Abdülhalik, che è anche il cognato dello spietato Talaat pascià, il Ministro degli Interni. E siccome i massacri sono ormai una faccenda di famiglia all’interno del Triumvirato della morte, per sradicare la comunità armena, Abdülhalik si fa aiutare dal tenente colonnello Halil, che comanda il nucleo locale dell’Organizzazione speciale ed è imparentato con Enver pascià, il fanfaronesco Ministro della Guerra.

Il Grande Male

Nel vilayet di Diyarbekir e nell’Hakkari, i programmi di sterminio vengono estesi alle comunità cristiane degli Assiro-Caldei. Le deportazioni e gli eccidi si estendono ai distretti di Harput, Mardin, e Viranşehir, Midyat, Nisibi, Jazirah… secondo le solite modalità. Stessa sorte tocca ai villaggi assiri nei pressi della città di Diyarbekir, che vengono attaccati da bande di briganti curdi: Cherang, Hanewiye, Hassana, Kavel-Karre… Secondo le cifre riportate nel 1918 dal Patriarcato siro-ortodosso, nella sola provincia di Diyarbakir, sono 77.963 gli Assiro-Caldei trucidati nella repressione (molti dei quali bruciati vivi) e 278 i villaggi distrutti.
Distribuzione della popolazione Assiro-Caldea nel 1914Ad indirizzare ed aizzare i massacri ci sono i funzionari inviati dal Ministero dell’Interno, per conto di Talaat pascià che è tra i massimi pianificatori dello sterminio.
Mehmed ReshidSoprattutto, a guidare le operazioni sul luogo vi è il governatore Mehmed Reshid, meglio conosciuto come il Macellaio di Diyarbakir.
Come molti dei principali responsabili del genocidio, Reshid Bey è un medico ed ha partecipato alla fondazione del Comitato dell’Ittihad (CUP). Soprattutto, discende da una famiglia di profughi circassi fuggiti dalla Cecenia.
teste mozzate di armeni Durante il suo mandato Reshid Bey fa massacrare circa 150.000 persone, spazzando via il 95% della popolazione cristiana nella sua provincia più popolosa. Chi si oppone viene rimosso o peggio… Hilmi bey, prefetto di Mardin, viene rimpiazzato da Chefiq bey che verrà destituito quasi subito per le stesse ragioni (troppo ‘morbido’). Viene sospettato per l’omicidio di Hussein Nesimi Bey e Sabit Bey, sottoprefetti di Lice e Sabit, insieme a quello di Nadji bey sottoprefetto di Bechiri e originario di Baghdad, che disgustati dalla sua crudeltà avevano provato a porre un freno alle stragi. E per questo viene convocato a rendere conto al comitato centrale. Quando, Mithat Sukru Bleda, il segretario generale del partito, che nonostante tutto non condivide il massacro dei cristiani, gli domanda come un medico possa uccidere o giustificare l’entità di simili massacri e quale ricordo lascerà il suo nome nella storia, Reshid bey sembra abbia obiettato:

“Non è forse il dovere di un medico quello di uccidere i microbi? Lasciate che altre nazioni scrivano su di me qualunque storia vogliano, non me ne può fregare di meno.”

Orhan PamukNella vicina provincia di Van imperversa invece Djevdet Bey, cognato di Enver pascià, e detto anche “Il Maniscalco” per la sua abitudine di far ferrare le piante dei piedi dei prigionieri, come fossero gli zoccoli di un cavallo, e quindi costringerli a marciare. Djevdet organizza raid terroristici contro gli insediamenti armeni attorno al capoluogo eponimo e continue provocazioni ai danni della comunità urbana. Durante le fasi di repressione e deportazione, ordina che chiunque presti aiuto agli Armeni Djevet Beysia ucciso sul posto e la sua casa bruciata. Tra le sue disposizioni, c’è anche l’eliminazione di tutti i maschi al di sopra dei dodici anni, mentre le donne vengono ridotte in schiavitù e vendute come bottino di guerra. I villaggi cristiani distrutti sono oltre 800. I massacri si concentrano in 20 settimane, da Febbraio ad Aprile 1915. E questo prima ancora che vengano promulgati gli ordini di deportazione.
Rafael de Nogales MendezTra i testimoni delle stragi vi è pure Rafael de Nogales Mendez, un mercenario venezuelano e ufficiale di artiglieria, al comando di un distaccamento della gendarmeria ottomana, il quale raccoglierà le sue esperienze nella propria opera autobiografica: Quattro anni sotto la Mezzaluna.
Assyrian genocideLa repressione si estende anche oltre confine, con l’invasione della Persia dove molti dei profughi Armeni ed Assiro-Caldei hanno trovato rifugio e protezione. Ad Urmia e Tabriz la popolazione musulmana insieme alla gendarmeria persiana ed un pugno di consiglieri militari svedesi, supportata da una brigata di cosacchi, si unisce con determinazione ai profughi cristiani per respingere gli attacchi della III Armata ottomana.
Cosacchi russi 1904Dopo lo sgomento iniziale, ovunque possono, gli Armeni Les 40 jours du Musa Daghcombattono, come a Mussa Dagh, in Cilicia al confine tra Siria e Turchia, dove per quaranta giorni di assedio, asserragliati sui monti, in 5.000 riescono a resistere contro una forza turca preponderante, prima di essere portati in salvo via mare da una flottiglia francese giunta in soccorso.

Fortificazione armena a Van

Una macchina imperfetta
impiccati La macchina di sterminio avviata dal governo dei “Giovani Turchi” in realtà non fu mai quel perfetto meccanismo di distruzione di massa, che tendenzialmente si sarebbe portati a credere. La posizione dell’Ittihad (il Comitato per l’Unione e Progesso), da cui provenivano i principali pianificatori dei massacri, era tutt’altro che universalmente condivisa.
ImpiccagioniAllo stesso modo, l’esecuzione degli ordini e delle disposizioni ministeriali fu tutt’altro che unitaria ed unanimemente applicata. E ciò avveniva nonostante la minaccia di ritorsioni ed il deferimento ai tribunali militari, in caso di mancato ottemperamento. In alcuni settori, e specialmente nelle grandi città, i provvedimenti repressivi vennero ‘reinterpretati’, applicati blandamente, oppure bellamente ignorati. In molti casi, governatori militari e funzionari civili, messi alle strette dalle pressioni del governo, si dimisero in segno di protesta piuttosto che essere costretti ad eseguire ordini che non condividevano affatto e giudicavano inumani.
Aleppo1915 - Impiccagione di ArmeniInsieme alla disapplicazione delle normative, furibonde proteste ufficiali furono levate alla volta di Costantinopoli dal vali di Aleppo, Celal bey, che fintanto fu governatore della città si rifiutò sempre di perseguitare gli Armeni. La stessa ferma opposizione si ebbe ad opera di Hasan Mazhar bey, governatore di Ankara, e di Suleiman Nazif, governatore turco di Baghdad. Altri funzionari imperiali come Sabit bey e Nesim bey vennero per questo assassinati da sicari del ministro Talaat.
TalaatPer questo, per facilitare le operazioni, vengono inviati nelle province commissari ministeriali con funzioni ispettive ed ampio potere di delega, al fine di denunciare le infrazioni agli ordini impartiti dal governo. I funzionari più recalcitranti vengono costretti alle dimissioni e sostituiti con esponenti dei “Giovani Turchi” di comprovata fedeltà al partito.
La stessa politica di sterminio messa in atto dal CUP non ebbe affatto il consenso pieno della gente comune, specialmente quella più urbanizzata, che spesso ne era inorridita.
teste tagliateFurono tutt’altro che rari i casi in cui le famiglie musulmane offrivano nascondigli ai loro vicini armeni, prendendone in custodia i beni e opponendosi ai saccheggi. E soprattutto vengono nascosti i bambini. La cosa doveva essere piuttosto diffusa perché le autorità militari ebbero a lamentarsene.
1885Il 10/07/1915, dal suo quartier generale di Tartum nel vilayet di Erzurum, il generale Mahmud Kâmil stilò una nota ufficiale in cui deplorava il comportamento di parte della popolazione civile e dei suoi stessi soldati, rivolgendosi ai governatori dei vilayet interessati dalla deportazione:

Fanteria araba dell'esercito ottomano«Apprendiamo che in certe località, la cui popolazione viene mandata verso l’interno, certi elementi della popolazione musulmana offrono riparo presso di sé agli armeni. Essendo ciò contrario alle decisioni del governo, i capifamiglia che tengono presso di sé o proteggono armeni devono essere messi a morte davanti alle proprie case ed è indispensabile che queste siano incendiate. Quest’ordine dev’essere trasmesso come si conviene e comunicato a chi di competenza. Controllate che nessun armeno non deportato possa rimanere e informateci della vostra azione. Gli armeni convertiti dovranno ugualmente essere inviati. Se quelli che cercano di proteggerli o mantengono rapporti amicali con loro sono dei militari, dopo avere informato il loro comando bisogna immediatamente rompere i loro legami con l’esercito e portarli in giudizio. Se si tratta di civili, è necessario licenziarli dal loro lavoro e spedirli davanti alla corte marziale affinché siano processati

Le defezioni, che furono varie e numerose, non erano sempre dettate da motivi propriamente umanitari o ragioni disinteressate…
Negli ambienti di governo si discuteva sull’utilità dello sterminio. Molti esponenti politici, e soprattutto i notabili locali, facevano notare che una eliminazione indiscriminata degli Armeni privava l’impero di una preziosa classe media di professionisti, che nel caso delle province orientali dell’Asia Minore costituiva la quasi totalità dei medici, degli artigiani più esperti, e degli investitori commerciali.
cavalieri curdi nel 1915Le tribù curde, che pure ebbero un ruolo determinante nei massacri, finirono col venirne a noia o più semplicemente, nell’opera di assimilazione forzata all’elemento turco, incominciarono a sospettare di essere i prossimi. Alcuni capi tribali obiettarono cinicamente che lo sterminio degli Armeni li avrebbe privati di una vantaggiosa fonte di reddito, dal momento che nessuno avrebbe più corrisposto loro il tributo in termini di forniture di cereali e pagamento della ‘protezione’: aspetti molto più vantaggiosi sul lungo periodo, rispetto al saccheggio di una popolazione già duramente prostrata.
kurd_pcNel vilayet di Diyarbekir, dove spadroneggia Reshid bey e la sua “Brigata macellaia”, l’agha curdo di Sirnak, Rachid Osman pone la sua banda a difesa dei 500 Armeni di Harbol.
Kasap taburuE lo stesso fa un altro capo curdo, Murtula beg, che mette sotto la propria protezione armata tutti i villaggi che può difendere attorno a Mogkh nel vilayet di Van, schierandosi contro il governatore e contribuendo alla salvezza di quasi 5.000 armeni.

Hamidiye curdi

Spesso le sopravvivenza di singoli individui o comunità era rimessa ad un puro capriccio del caso, determinato dalla località di residenza, l’appartenenza sociale, il livello di istruzione e le doti intellettuali, il sesso e l’età, nonché la bellezza fisica.

Armena di Tiflis «Ragazzine o giovani donne istruite, che parlavano preferibilmente il francese o l’inglese, che suonavano il piano o il violino erano particolarmente concupite dai funzionari dei “Giovani Turchi”, che desideravano fondare con loro famiglie turche “moderne”. Questa categoria di armene, che ne conta qualche migliaio, forma un primo gruppo di superstiti, sposate Alì Samilcontro la loro volontà ai loro “salvatori”. Una seconda categoria di scampate, sempre collocata nel gruppo delle giovani femmine e che consiste questa volta in decine di migliaia di persone, è stata resa schiava da notabili locali, semplici soldati, funzionari civili, capi tribali di tutte le origini (turche, curde, arabe, beduine), anche contadini o più spesso ancora loro vicini: rapite o comprate sulla via delle deportazioni, senza motivo ideologico, esse avevano la vocazione di arricchire gli harem, a trasformarsi in oggetti sessuali, ad alimentare i bordelli organizzati dalle autorità ottomane. Non di meno sono state salvate. Certune hanno anche fondato delle famiglie con i loro aguzzini, dopo essersi convertite. Una parte di loro, alla fine della Prima guerra mondiale, è stata ritrovata nei rifugi creati per la loro riabilitazione. Molte, impregnate di un forte senso di colpa, hanno preferito rimanere con i loro “salvatori”.
cache_42075621I bambini, dei due sessi, di età inferiore ai 5 anni nel 1915 hanno formato la categoria più numerosa fra i superstiti. Il loro salvataggio dipende tuttavia da situazioni molto diverse fra loro. Coloro che erano considerati più “sani” sono stati fatti oggetto di un traffico diretto ad allargare la famiglia di coppie senza figli, soprattutto nelle città come a Costantinopoli o Aleppo, in maggioranza “turche”, di ceti sociali elevati – dell’orbita dei giovani turchi o dei notabili di provincia, talvolta divenendo i cocchi di queste famiglie.
Qajar_Armenian_WomenLa grande maggioranza di questi bambini tuttavia s’è ritrovata in ambiente rurale, in famiglie curde, arabe o beduine modeste, dove è vissuta in condizioni di ferahogluailesi60schiavitù venendo talvolta abusata sessualmente. Una piccola minoranza è stata perfino accolta negli orfanatrofi creati dallo Stato-Partito a fine di farne i “nuovi Turchi”. Non di meno sono stati salvati. Molti sono stati raccolti da gruppi di ricerca organizzati dalle istituzioni armene all’indomani dell’armistizio di Moudros.
armeni assassinatiGiovani donne e bambini molto piccoli di età formano le due categorie principali di armeni salvati, se così si può dire, da un aspetto ideologico del piano genocidario che consisteva nello schiavizzare una parte del gruppo vittima e integrarlo nel progetto di costruzione di una nazione turca

Raymond Kévorkian
“La resistenza ai genocidi.
Atti diversi di salvataggio”
(Parigi – Dicembre 2006)

Un tentativo di salvataggio riuscito con successo riguarda invece le studentesse armene del Collegio americano di Bitlis. Che riescono a sfuggire alla deportazione ed ai matrimoni forzati, grazie all’intervento di Mustafa bey, responsabile dell’ospedale militare. Mustafa è un medico arabo di origine siriana, che si è specializzato in Francia e Germania. Riesce a far passare le ragazzine armene come infermiere e personale specializzato, indispensabile per il buon funzionamento dell’ospedale, finché queste non vengono fatte espatriare in USA dagli insegnanti statunitensi della scuola.

«Più a ovest, in Anatolia, dove delle colonie armene fiorivano da secoli in ambiente turco, la situazione era molto meno tesa che all’Est. Il vilayet di Angora aveva inoltre la particolarità di ospitare una popolazione armena a stragrande maggioranza di rito cattolico, oltretutto turcofona (ma scrivente in caratteri armeni), la quale aveva una reputazione di essere troppo poco politicizzata e perfettamente inoffensiva. Il vali, Hasan Mazhar bey, in carica dal 18 giugno 1914, era per lo meno così convinto di quanto precede da resistere agli ordini di deportazione rivoltigli dal ministero degli Interni. La risposta di Istanbul è stata rivelatrice. A inizio del 1915, il Comitato centrale dei “Giovani Turchi” ha inviato ad Angora uno dei suoi membri più eminenti, Atıf bey, del quale conosciamo il ruolo ricoperto in seno alla direzione politica della Techkilat-ı Mahsusa [l’Organizzazione speciale] in qualità di delegato. Su suo intervento diretto, il ministro degli Interni pone immediatamente fine alle funzioni del vali Mazhar l’8 luglio 1915 e nomina vali ad interim il delegato del partito Atıf bey, che porrà in atto lo sterminio degli armeni della regione.
Nel sangiaccato di Ismit, vicino a Istanbul, tutti gli armeni sono stati deportati nell’agosto 1915 con l’eccezione di quelli di Geyve il cui sottoprefetto, Said bey (in carica dal 19 settembre 1913 al 21 agosto 1915) si è rifiutato di applicare gli ordini e di conseguenza è stato destituito e sostituito da Tahsin bey (in carica fino al 5 settembre 1916), un militante dei “Giovani Turchi”.
Eppure, tutti questi fatti evidenziano atti di coraggio che non hanno realmente permesso di salvare armeni. Diversamente è andata a Kütahya, una prefettura a ovest di Angora, la cui popolazione armena non è mai stata deportata. il mutesarif Faik Ali bey non ha eseguito gli ordini di deportazione senza tuttavia essere destituito. Secondo il giornalista Sébouh Agouni, che dopo la guerra gli ha personalmente domandato come fosse riuscito a mantenere gli armeni della regione nelle proprie case, sembra che la popolazione turca locale si sia fermamente opposta alla deportazione degli armeni, spinta da due famiglie di notabili, i Kermiyanzâde e gli Hocazâde Rasık Gli armeni dei sangiaccati vicini di Aydin e di Denizly hanno beneficiato dell’azione di un funzionario locale, il comandante della gendarmeria di Aydin Nuri bey.
Adana[…] Nel sud, a Adana, il vali Ismail Hakkı bey, un albanese considerato moderato, sembra aver resistito alle pressioni del CUP locale, che gli chiedeva di eseguire gli ordini di deportazione. Senza opporsi apertamente a essi, in qualche caso egli è riuscito a ritardare la partenza dei convogli o a farli tornare indietro.
Al nord del vilayet di Adana, nel sangiaccato di Hacın, la missionaria americana Edith Cold segnala che il mufti della città si è rifiutato di appoggiare le deportazioni e ha perfino preso possesso dei beni di uno dei suoi amici armeni affinché non siano depredati.
[…] Noi potremmo aggiungere, per completare il nostro studio del comportamento degli alti funzionari locali, che certi prefetti o sottoprefetti, soprattutto nelle regioni che ospitavano i campi di concentramento, hanno salvato armeni o li hanno risparmiati dalla deportazione in cambio di somme enorme, mentre altri riscuotevano effettivamente un riscatto continuando a inviare alla morte i “donatori”. La sfumatura fra questi due tipi di comportamento non si può negare. Con l’esperienza, certe famiglie in grado di pagare per avere salva la vita avevano del resto trovato una sorta di risposta a questi comportamenti cinici, utilizzando delle lettere di cambio che erano firmate dagli interessati solo ogni mese. Questo sistema di ripartizione mensile ha permesso ad alcuni di sopravvivere per più di un anno o almeno fino a esaurimento del budget

Raymond Kévorkian
“La resistenza ai genocidi.
Atti diversi di salvataggio”
(Parigi – Dicembre 2006)

Squadrone di cavalleggeri

Operazione Nemesi
A shameful actCon la fine della prima guerra mondiale e la catastrofica sconfitta della Turchia che vede dissolversi il suo impero, i responsabili del genocidio, avvenuto tra l’altro sotto gli occhi di tutti ed alla luce del giorno, vengono messi sotto processo e condannati in contumacia, poiché nel frattempo hanno avuto modo di riparare all’estero, soprattutto in Germania che rifiuta ogni richiesta di estradizione.
Pertanto, in risposta alla cappa di impunità che si è andata condensando attorno agli sterminatori, la “Federazione rivoluzionaria armena” del Dashnak organizza la cosiddetta “Operazione Nemesi”, affidata a squadre di giustizieri che hanno il compito di colpire i colpevoli ovunque si nascondano.
In pochi anni, tra il 1921 ed il 1922 vengono colpiti i principali pianificatori del genocidio, a partire dal “Triumvirato della morte”, il direttorio che ha guidato con pugno di ferro la Turchia durante gli anni della guerra.
Mehmed Taalat pascià, l’ex ministro dell’Interno e poi Gran Vizir, viene ucciso a Berlino il 15 marzo del 1921. Stessa sorte tocca a Jemal pascià, ministro della Marina; all’ex primo ministro Said Halim, tra i massimi dirigenti dei “Giovani Turchi”; al dott. Behaeddin Chakir, responsabile dell’Organizzazione Speciale, a Gemal Azmi, prefetto di Trebisonda…
Molti altri esponenti dei “Giovani Turchi” provarono a riciclarsi nel nuovo governo nazionalista di Mustafà Kemal Ataturk, finendo successivamente giustiziati per aver tentato un nuovo colpo di stato.
greek_cavalry_1921Ovviamente i massacri non cessarono, ma si estesero dilatati ad una nuova dimensione che avrebbe riguardato le popolazioni elleniche presenti in territorio turco, in una delle più grandi pulizie etniche della storia moderna, estesa dall’Albania al Caucaso, nel corso del devastante conflitto che oppose la Grecia e la Turchia tra il 1919 ed il 1922: la più tragica dimostrazione di quali livelli di brutalità e ferocia può raggiungere l’idiozia della febbre sciovinista.

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Riepilogo delle pubblicazioni precedenti:
1) Profondo rosso
2) Medz Yeghern

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SYRIANA (II)

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 22 marzo 2015 by Sendivogius

ISIS

A suo tempo (era il 22/01/14), con una di quelle infelici metafore a sfondo sportivo che piacciono tanto ai politicanti quando vogliono galvanizzare l’elettorato, Barack Obama definì i tagliatori di teste dell’ISIS come la “riserva giovanile” di Al-Qaeda: una squadretta di alcun conto, composta da scartine facilmente contenibili.
Osama Eliminato Osama bin-Laden, ospitato in tutta tranquillità a casa dall’Amico pakistano, sotto la munifica protezione dell’ISI, il buon Obama aveva davvero creduto (pessimamente consigliato) che, tagliata la testa del drago, avrebbe debellato per sempre la bestia del terrorismo islamico. Evidentemente, non aveva mai sentito parlare del mito dell’Idra di Lerna, altrimenti avrebbe compreso che certe ferite vanno immediatamente cauterizzate, onde prevenire il sopraggiungere di mali peggiori.
Hydra Bay WallPaper by leewonkaD’altronde, in nome della realpolitik, per lungo tempo si è sottovalutata la minaccia del fondamentalismo neo-salafita, paradossalmente nato come movimento riformista nel solco della tradizione. In realtà, il “salafismo”, nelle sue forme integraliste più estreme, non è spuntato fuori un ventennio fa, ma è attivo da almeno una dozzina di lustri, prima di diventare un problema più che tangibile…
isisSi era pensato (a torto) che il fervore religioso della rinascita salafita, opportunamente indirizzata, potesse essere utilizzata come strumento di contenimento dell’Iran degli ayatollah, convogliandone le azioni di disturbo contro l’Hezbollah libanese e, all’occorrenza, impiegata come forza destabilizzante nei confronti del (nazional)socialismo dei partiti Baath.
Hezbollah Nazi SaluteNella logica dei blocchi contrapposti, i mujahiddin vennero visti dallo schieramento ‘atlantista’ come potenziali truppe pronto La Guerra di Charlie Wilsonimpiego, sui fronti orientali della guerra fredda: una manovalanza a buon mercato di utili idioti, da usare come carne da cannone senza alcun rimpianto, nella convinzione del tutto errata che il fenomeno si sarebbe estinto da sé una volta esaurita la sua funzione d’uso.
mujahideen call of dutyNonostante i danni prodotti da un madornale errore di valutazione di cui oggi si pagano le conseguenze, si è inizialmente pensato di perseverare nella pratica, applicando la stessa strategia alla Siria.
Rambo 3Infatti, l’antico giochino sembrava riproponibile anche nel caso del Bashar al-Assadconflitto siriano, per abbattere il regime di Bashar al-Assad, con il duplice obiettivo di galvanizzare le monarchie sunnite in funzione anti-sciita e soprattutto rafforzare la supremazia israeliana, scardinando ogni influenza russa o cinese in Medio Oriente tramite l’eliminazione del loro principale alleato. Il brillante risultato è stato quello di destabilizzare l’intera regione in una crisi di proporzioni mai viste.
reagan_taliban_1985Sennonché, la presenza di oltre 250 formazioni armate (potete farvene un’idea QUI con l’elenco al gran completo), a schiacciante preponderanza jihadista, censite dal Dipartimento di Stato sulle informative della CIA, ha indotto l’Amministrazione USA a ben più miti consigli e ad una doverosa prudenza che è sempre mancata in passato, specialmente se si pensa ai disastri prodotti in Iraq. Ma ormai il vaso di Pandora era stato già bello che scoperchiato…
Broken Trinity - Pandora's BoxFu così che la salafiyya, da movimento marginale dell’immensa galassia musulmana, è finito col diventare preponderante, innaffiato com’è dai petrodollari delle monarchie del Golfo.
In fondo, il sedicente Califfato è solo un’estensione dilatata a dimensione internazionale del wahabismo saudita, perché a ben vedere tutte le strade del terrorismo islamico portano a Riyad e dintorni…
WahabismeDa questo punto di vista, le orde nere dell’ISIS non hanno inventato proprio nulla. Niente che non sia già stato sperimentato con successo in Arabia Saudita.
Saudi-Executioner  La furia iconoclasta con la distruzione di monumenti e luoghi di culto, la persecuzione delle minoranze religiose all’insegna del più cupo oscurantismo fondamentalista, il corollario di decapitazioni, mutilazioni, lapidazioni, ed altri orrori medioevali, passando per gli effettacci gore da Coltello lungo cazzo piccoloporn-horror, coi quali il Dawla Islamiya ama deliziarci in concomitanza con l’apertura sensazionalistica dei notiziari, costituiscono da sempre parte integrante del panorama urbano e del brodo ‘culturale’ in cui la Casa degli al-Saud prepara la sua ricetta da esportazione. E ciò avviene secondo una strategia fin troppo collaudata, nel silenzio complice di un “Occidente” agganciato alle pompe di benzina.
BushfaceL’aspirante Califfato di Iraq e Levante mira all’introduzione della Sharia, secondo la più rigida applicazione coranica, nell’interpretazione letterale dei testi e degli hadith del Profeta.
Sri Lanka Saudi MaidIn Arabia Saudita è legge dello stato. E la pia autocrazia, con il suo record di esecuzioni capitali, può vantare l’applicazione della pena di morte (mediante decapitazione o lapidazione) per reati gravissimi quali l’omosessualità, l’adulterio, la blasfemia, l’apostasia (murtad), e ovviamente la stregoneria. Ma anche il possesso di libri proibiti (tipo la Bibbia), o l’apposizione di un “like-it” su una pubblicazione on line non ortodossa, può comportare una buona dose di scudisciate educative e, in caso di recidiva, conseguenze ben peggiori, come sta avendo modo di imparare Raif Badawi.
Ovviamente, tutti i procedimenti penali in questione non richiedono la presenza di alcuna forma di tutela legale; quanto meno non nel senso che noi siamo abituati a conferire al concetto.
saudi justiceAl confronto, l’ISIS è solo un allievo zelante che mira a scalzare il vecchio maestro, da cui ha appreso tutto e attinto le sue risorse. Semplicemente, le bande nere del califfato reputano inutile la presenza della dinastia saudita al potere, ma in sostanza la ricetta che propongono è la stessa; senza i costi ed i privilegi di una casa regnante, considerata (a buona ragione) irrimediabilmente corrotta nella sua presunzione di “purezza”.
frustaNel corso di mezzo secolo, le monarchie assolute della penisola arabica (Arabia Saudita, ma anche Kuwait, Bahrein e soprattutto Qatar) hanno sostenuto, foraggiato e protetto, ogni movimento Re-Animatorintegralista radicale disponibile sulla piazza mondiale. L’ISIS è soltanto l’ennesimo mostro di Frankenstein, l’ultimo prodotto di una lunga serie, sfuggito al controllo occhiuto degli al-Saud e dei loro apprendisti stregoni…
Di solito funziona così: si finanziano e si costruiscono ovunque sia possibile moschee ed “istituti culturali” di ispirazione wahabita, per creare un retroterra religioso che sia favorevole alla penetrazione radicale, da sovrapporre (e soppiantare) alle comunità musulmane autoctone giudicate troppo secolarizzate o non abbastanza ‘devote’. Quindi si esportano imam e soprattutto predicatori itineranti, formatisi alla scuola hanbalita, trasformando le sale di preghiera così infiltrate in centri di propaganda e di reclutamento, le iniziative dei quali in genere hanno facile presa facendo leva sui bisogni degli strati più disagiati della popolazione. A tutti gli effetti è un esercizio di pressione politica, che agisce direttamente sulla società islamica livellata nelle sua diversità e ricchezza culturale, secondo un preciso progetto egemonico di pura miscela arabica.
House of Al-SaudNon è un caso che le ventate di recrudescenza integralista coincidano spesso e volentieri con l’attività di proselitismo della predicazione salafita su impostazione wahabita. I finanziamenti sauditi giungono quasi sempre attraverso il paravento di associazioni filantropiche o enti di beneficenza islamici, meglio se riuniti in charity trust, che funzionano come paravento indiretto per la copertura di transazioni non proprio limpide.
Bloody hand È per esempio il caso della Al Haramain, che fu molto attiva in Indonesia e per tutto il Sud-Est asiatico tra il 2001 ed il 2002, provvedendo a rifornire di fondi gli stragisti della Jemaah Islamiyah, che guadagnò la ribalta nelle cronache internazionali con l’ecatombe di Bali del 12/10/2002. E ciò avveniva in parallelo con le attività terroristiche di Laskar Jihad che si era inserita negli scontri etnici Indonesia e Molucchenell’Arcipelago delle Molucche, conferendovi una dimensione tutta religiosa culminata nelle stragi di Giava e Timor Est. Se Laskar Jihad culturalmente si forma nelle madrasse pakistane di osservanza Deobandi, è tra gli ulema hanbaliti del Golfo che trova la giustificazione ‘morale’ per le sue azioni. Sarà Jafar Umar Thalibutile ricordare che Jafar Umar Thalib, fondatore della Laskar Jihad, si sia formato alla “Lipia” (succursale indonesiana della “Muhammad ibn Saud Islamic University” di Riyad, specializzata nella formazione di imam) ed abbia potuto continuare i suoi ‘studi’ in Pakistan grazie ad una borsa di studio del governo saudita.
MujahidinIn Nigeria, per passare a faccende più attuali, il famigerato gruppo di Boko Haram prima di darsi alla clandestinità armata ha ricevuto per anni aiuti e sostegno economico da Al Muntada Al Islami, un’associazione caritatevole saudita con sede a Londra.
Ansar DineMa finanziamenti copiosi sono giunti anche al FIS algerino ai TIMBUKTUtempi della guerra civile, ai salafiti di Ansar Dine e del MUJAO che tanto si sono distinti nella devastazione di Timbuctù in Mali, nonché alle “Corti Islamiche” degli shabaab della Somalia, dove ci si è premuniti di fornire macchinette per la corretta amputazione delle mani…
taglio della manoPerché il lupo perde il pelo ma non il vizio.
Saudi ArabiaStoricamente, il dominio della casa regnante saudita si fonda su un patto, stipulato intorno alla metà del XVIII°secolo, tra Muhammad ibn Saud, emiro di Diriyah, e Muhammad ibn Abd al-Wahhab: un chierico hanbalita, profondamente ispirato dal pensiero di Ibn Taymiyya.
Ibn Taymiyya (Taqī al-Dīn Abū al-Abbās Aḥmad), nato in Siria ad Harran nel 1263, era sostanzialmente avverso ad ogni innovazione che esulasse dall’interpretazione letterale del Corano; propugnava la rigida applicazione della sharia ed il ritorno all’ortodossia delle origini (VII secolo). I suoi insegnamenti vertevano sulla elaborazione dottrinale della tradizione islamica, ripulita da ogni incrostazione moderna e ripristinata nella sua purezza originaria (salaf). Soprattutto, predicava la ribellione contro “l’autorità ingiusta”, qualora questa non fosse conforme ai principi della legge coranica, che secondo il teologo non deve ammettere deroghe, né interpretazioni metaforiche.
JannahIbn Taymiyya è considerato inoltre il teologo della guerra santa, peraltro all’epoca più che giustificata visto che il mondo Hulegu Khanmusulmano si trovava ad affrontare le orde mongole di Hulagu Khan ad Est e le invasioni crociate ad Ovest. Al contempo, Taymiyya sosteneva una dura politica di intolleranza nei confronti di ebrei e cristiani, rifiutando l’idea di una possibile convivenza, se non sotto stretta sottomissione in cambio di protezione. Rifuggiva dal culto dei santi e rifiutava aspramente l’idea che le tombe dei maestri sufi potessero essere oggetto di devozione e di pellegrinaggio, essendo ritenuta la pratica in questione una forma di politeismo (shirk).
MongoliLe idee estreme, con la sua visione drasticamente conservatrice e chiusa della società islamica, non ebbero mai troppo successo, ed Ibn Taymiyya fu per questo duramente avversato dai suoi stessi contemporanei, che non ne condividevano affatto la rigidità di pensiero e soprattutto mal sopportavano la sua messa in discussione del principio di autorità.
La sua strenua opposizione al culto dei morti ed alla venerazione dei santi, considerate un’eresia da estirpare, viene condivisa appieno dal suo discepolo Ibn Qayyim al-Jawziyyah, che ne estremizza il concetto, predicando la completa distruzione dei “luoghi dello shirk” e di tutti gli “idoli”.
cult of destructionLa fatwa di Ibn Qayyim è la più citata e amata dai distruttori di monumenti dell’ISIS e dagli imam radicali del Golfo, secondo i quali ogni luogo che anche lontanamente sia collegabile a culti diversi dall’Islam andrebbe raso al suolo (a partire dalle piramidi d’Egitto), insieme alla completa distruzione di ogni arte figurativa. Arte che per il pio musulmano non dovrebbe avere alcun valore, in quanto costituisce un’offesa alla vera fede, nella pretesa di volersi sostituire all’opera creatrice di Allah.
ISIS destroys 6000-year-old artifactsIbn Taymiyya ed il suo discepolo Qayyim si formano entrambi nell’ambito della scuola hanbalita, fondata nel IX°secolo a Baghdad dal tradizionalista Ahmad ben Muhammad ibn Hanbal. Alla base della reazione tradizionalistica, gli Hanbaliti rappresentano una delle principali cinque scuole teologiche sull’interpretazione (non necessariamente ortodossa) del testo coranico. Ossessionati dal ritorno alla tradizione, possibilmente incarnata dai primi califfi, e dal ripristino di una purezza primigenea ritenuta perduta, i seguaci di Ahmad ibn Hanbal si affidano ad una interpretazione assolutamente letterale del messaggio coranico, supportata da migliaia di hadith fondati sulla parola dei primi compagni (saḥāba) del profeta. Pertanto rigettano ogni indagine personale, che sia basata sulla deduzione analogica o intellettuale dei testi i quali non vanno interpretati ma applicati. In tale prospettiva, condannano ogni tipo di innovazione culturale o forma di modernità (bid’a) considerate eresie perniciose da estirpare. Con l’avvento dell’Impero Ottomano, per il suo estremismo ascetico e rigorista, la scuola hanbalita viene costretta a posizioni sempre più marginali e minoritarie, sopravvivendo (ça va sans dire!) nelle zone orientali e interne della penisola arabica, dalle quali scaturirà in tempi più recente il movimento di Muhammad ibn Abd al-Wahhab (1703-1787d.C.), sul quale avremo modo di tornare in seguito con la pubblicazione di una monografia appositamente dedicata…
najadCiò che in Occidente viene chiamato “wahabismo”, i teologi islamici lo definiscono “Muwahiddun”, ovvero “Unitaristi”, in quanto unici rappresentati della pura ortodossia sunnita. Gli insegnamenti di Abd al-Wahhab, che era un giurista della scuola hanbalita, sono raccolti nel Kitab al-Tawhid (“Libro dell’Unicità”).

«L’atteggiamento generale del teologo è la decisa opposizione contro ogni innovazione posteriore al III°secolo dell’Egira. Vanno respinti il culto dei santi ed i pellegrinaggi. Sono falsi tutti gli oggetti di adorazione, salvo Allah, e tutti gli altri che prestano culto ad altri sono degni di morte. La massa del genere umano non è monoteistica, perché è costituita da uomini che tentano di assicurarsi i favori divini, visitando le tombe dei santi.
[…] Costituisce incredulità professare una conoscenza non fondata sul Corano o sulla Sunna. Costituisce incredulità ed eresia il negare la divina predeterminazione di tutti gli atti, o adottare l’interpretazione allegorica del Corano. Il movimento divenne una vera e propria setta, che si distinse dagli hanbaliti

Alfonso Di Nola
“L’Islam”
Newton Compton
(Roma, 2001)

Sono questi i pilastri istituzionali sui quali a tutt’oggi si fonda il ‘moderno’ regno saudita e che permea gran parte dell’immaginario religioso, dal quale attingono gli psicopatici dell’ISIS (e non solo..) per dare un rivestimento teologico ai loro deliri sanguinari.
Perpetrata nell’indifferenza generale, l’Arabia Saudita ha fatto della demolizione dei monumenti e delle stessa vestigia islamiche una pratica scientifica.

Jannat al-Baqi - prima e dopoMoschea e cimitero di Jannat al-Baqi  – prima e dopo l’arrivo dei sauditi

Non sono scampate al fervore iconoclasta dei wahabiti sauditi i mausolei ed i siti archeologici della prima propagazione islamica, che pure s’erano conservati intatti fino ad oggi, nel terrore potessero divenire meta di pellegrinaggi e oggetto di culto devozionale.

Jannat al-Mu'alla (Mausoleo di Khadija) - prima e dopoJannat al-Mu’alla (Mausoleo di Khadija) – prima e dopo

Sono state spianate moschee ed interi cimiteri in cui erano sepolti i primi seguaci di Maometto. Alla devastazione non si è sottratta nemmeno la sepoltura e la casa di Khadija, la prima moglie del profeta. Per dire, da anni si discute se demolire o meno il sepolcro in cui sono sepolte le spoglie del Profeta Mohammad..!
E ci si meraviglia se poi le bande dei barbari della jihad permanente distruggono le tombe dei marabutti in Africa o devastano le testimonianze delle antiche civiltà mesopotamiche.
HatraA sua volta, nel XX° secolo, il pensiero di Ibn Taymiyya ha ispirato gran parte del corpo ideologico degli attuali gruppi salafiti e soprattutto la potente organizzazione dei “Fratelli musulmani” degli intellettuali egiziani Hansan al-Banna e Sayyid Qutb. Entrambi sono stati avversati dai tradizionalisti più ortodossi, perché considerati troppo modernisti, per una serie di motivi che hanno fatto inorridire i chierici wahabiti: l’assoluta condanna della schiavitù, la tolleranza per le minoranze religiose, la proposta di ridistribuire le ricchezze ed introdurre forme di giustizia sociale all’interno della società islamica.
Sayyid QutbSe al-Banna aveva una spiccata simpatia per Adolf Hitler, il sofisticato Sayyid Qutb era un sessuofobo convintamente antisemita, ossessionato dall’estetica del martirio e teorico della jihad offensiva. Le idee di Sayyd Qutb non si estinguono con la sua esecuzione nel 1966 per una presunta cospirazione contro il presidente egiziano Nasser, ma vengono riprese e sviluppate da suo fratello minore Muhammad Qutb che, dopo aver trovato asilo e rifugio in Arabia Saudita, diventa professore di studi islamici presso Al Qaedal’Università di Gedda. Tra i suoi allievi, si distinguono un certo Osama bin-Laden ed il medico egiziano Ayman al-Zawahiri (attuale capo di al-Qaeda).
In soldoni, il pensiero “qutbista” si può riassumere così…
Convinto di vivere nella Jahiliyya, l’era del peccato dell’uomo che vive nell’ignoranza di Allah, il vero fedele musulmano deve intraprendere una lotta senza quartiere (jihad), terroristpossibilmente affidata ad avanguardie di spiriti puri, per la diffusione ed il trionfo dell’islam in tutto il mondo. Si intenda che la lotta in questione non è un concetto metaforico su astrazione intellettuale, ma una concreta mobilitazione armata per una guerra offensiva di conquista, per l’instaurazione globale della sharia (intesa come il massimo delle libertà) e rivolta contro tutti gli infedeli (takfir). Nelle forzatura estrema che ne traggono i salafiti, rientrano nella definizione di infedeli ed apostati, tutti coloro che non rispettano le leggi della sharia. JihadMassimamente vi rientrano i musulmani che non riconoscono l’autorità del califfo e non rispettano scrupolosamente i doveri religiosi, tra i quali la “guerra santa” e la predicazione costituiscono una priorità, cosa che comporta l’accusa di empietà (Takfir wa l-Hijra). Da qui l’inclinazione a colpire indiscriminatamente, senza fare distinzioni tra civili ed inermi, musulmani e non, a puro scopo punitivo: sono tutti peccatori.
isisSnake-terrorTuttavia, quando si parla dell’anomalia arabica e delle pericolose perversioni dell’ideologia salafita, per le dinoccolate democrazie occidentali il massimo scandalo sembra essere costituito dal divieto alle donne saudite di guidare il suv.

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L’Arte cinese della guerra

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , on 7 ottobre 2014 by Sendivogius

Esercito di terracotta

  “VUOTI E PIENI”
   (Xushi)

Sunzi«Ciò che fa muovere il nemico di sua iniziativa è la prospettiva di un vantaggio, e ciò che gli impedisce di muoversi è il timore di un disastro.
Se il nemico è riposato, si cerchi di affaticarlo.
Se è sazio, si cerchi di affamarlo.
Se è tranquillo, lo si metta in agitazione.
Si facciano sortite, costringendolo ad affrettarsi alla difesa, avanzando al contempo in direzioni impreviste. Per spostarsi di mille ‘li’ senza fatica ci si muova in territorio sgombro di nemici.
Per attaccare con certezza di successo si attacchi ciò che non è difeso; per difendere con certezza di stabilità, si difenda ciò che non è attaccato. Con chi è abile nell’attacco, il nemico non sa da che parte difendersi; con chi è abile a difendersi, il nemico non sa da che parte attaccare.
[…] Chi voglia attaccare in modo irresistibile, lo faccia infilandosi nei vuoti; chi voglia ritirarsi senza essere inseguito, sia talmente veloce da non poter essere raggiunto.
[…] Il luogo dell’attacco non dev’essere conosciuto, perché in tal modo il nemico starà in guardia su molti fronti. Così facendo, il punto in cui darò battaglia risulterà sguarnito. Per rafforzare l’avanguardia sguarnirà infatti la retroguardia e viceversa. Se non c’è un punto in cui non cerchi di rafforzarsi, non vi sarà un punto in cui non sia sguarnito.
[…] Quand’anche il nemico fosse più numeroso, si può sempre fare in modo da evitare lo scontro.
Valutandolo, si possono conoscere le pianificazioni vantaggiose e svantaggiose.
Spiandolo, si conosceranno le regole secondo cui si muove.
Capendone la disposizione, si saprà su quali terreni si muove e su quali si sopravvive.
Provocandolo, si conosceranno i punti di maggior forza e quelli in cui le forze sono insufficienti.
La massima abilità nel disporre le truppe sta nel non avere forma certa. In tal modo, chi si infiltri in profondità non può decifrarla e gli esperti non possono ordire piani. È basandosi sulla disposizione che si determina la vittoria, ma la massa non può capire come.
Tutti possono conoscere i risvolti esterni del mio successo, ma nessuno può capire il disegno interno che lo determina.
In caso di vittoria, è bene non ripetersi, adottando un’inesauribile varietà dispositiva.
La disposizione delle truppe deve assomigliare all’acqua. Come l’acqua nel suo movimento scende e si raccoglie in basso, così le truppe devono evitare i punti di forza e concentrarsi sui vuoti. Come l’acqua regola il suo scorrere in base al terreno, così l’esercito deve costruire la vittoria adattandosi al nemico. Gli eserciti non hanno equilibri di forza costante, così come l’acqua non ha forma costante

 Sun Tzu
L’arte della guerra
 Newton Compton
 Roma, 1994

ISIL flagInsomma, tutto quello che l’ISIS del califfato nero applica con successo e che invece la svolazzante “coalizione” non fa, oppure ignora bellamente, a meno che non si tratti di una raffinata preparazione dei Trentasei stratagemmi, prima della loro messa in pratica.
La battaglia dei tre regniIn tal caso, ci troviamo abbondantemente nell’ambito delle fasi preliminari, che gli antichi generali cinesi riepilogavano nei primi 12 stratagemmi, che preludevano la battaglia vera e propria…

WarlordsStratagemmi da utilizzare quando si dispone di una posizione di vantaggio:

1. Solcare il mare all’insaputa del cielo
Pianificare in segreto la propria strategia, sfruttare l’effetto sorpresa, e fare in modo che tutti gli altri fraintendano o ignorino gli obiettivi reali, sottovalutando i preparativi.

2. Assediare Wei per salvare Zhao
Non attaccare il nemico concentrato in forze.
Aspetta che si disperda per annientarlo a piccoli gruppi.

3. Uccidere con una spada presa in prestito
Serviti di un alleato incerto per eliminare il tuo nemico.

4. Aspettare ben riposati il nemico stanco
Lascia che il tuo nemico logori la sua capacità offensiva indebolendo le proprie forze, per attaccarlo con determinazione al momento opportuno sul campo di battaglia più vantaggioso.

5. Saccheggiare la casa che brucia
Approfittare delle disgrazie del nemico per trarne il massimo vantaggio.

6. Rumore ad Occidente ed attacco a Oriente
Creare diversivi ed attaccare il nemico dove meno se lo aspetta.

una-scena-de-la-battaglia-dei-tre-regniStratagemmi da utilizzare in parità di forze:

7. Creare qualcosa dal nulla
Predisporre diversivi che ingannino il nemico, con l’utilizzo di false informazioni.

8. Avanzare su Chen Chang lungo una via segreta
Sorprendi il nemico alle spalle, creando una falsa linea del fronte dove il nemico possa concentrare il grosso delle sue truppe.

9. Osservare l’incendio sulla riva opposta del fiume
Sfrutta le divisioni dei tuoi nemici e lascia che si logorino a vicenda, prima di attaccare.

10. Celare un pugnale dietro ad un sorriso
Carpisci la fiducia dei tuoi nemici e colpiscili quando sono più vulnerabili.

11. Sacrificare il pruno per salvare il pesco
Alcune posizioni vanno sacrificate, per ottenere vantaggi in futuro.

12. Rubare la pecora che ti si para davanti
Cogli tutte le opportunità che ti si presentano lungo il cammino e traine un vantaggio all’insegna della massima flessibilità organizzativa.

turkish-army-tanks-kobaneSe la strategia del governo turco (e dei suoi omologhi mediorientali) è ravvisabilissima nell’insieme, sorprende invece l’imbambolato stato confusionale delle cancellerie occidentali e di un catatonico O’Banana immerso nel suo sonnambulismo, in attesa di capirci qualcosa…
Kobane_battleDum Romae consulitur, Saguntum expugnatur.

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