Archivio per Mondo

Cronache dell’Altromondo

Posted in Stupor Mundi with tags , , , on 21 luglio 2017 by Sendivogius

Il principe saudita, Saud bin Abdulaziz bin Musaed bin Saud bin Abdulaziz (e bin ‘sto cazzo!), viene ripreso in un filmino amatoriale mentre bulleggia un uomo in sottana, ne picchia un altro in macchina, ed insegue nel suo pacchianissimo villone dagli interni color panna un altro disgraziato sanguinante, con la visuale in soggettiva sulla canna del kalashnikov, come in un videogioco sparatutto.
Grande scandalo nella casa reale degli Al-Saud. Si preannuncia una punizione esemplare. Il principesco rampollo infatti beveva whisky.

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THE QUIET AMERICAN

Posted in Masters of Universe, Risiko! with tags , , , , , , , , , , on 6 marzo 2016 by Sendivogius

Freedom

Prendete un idiota di grandi pretese e pompose speranze. Infarcitelo di ideali preconfezionati in hard-discount, da agitare Everybody loves a clownprima dell’uso. Rimpinzatelo di pensierini semplici, a contenuti minimi, che siano basati su dicotomie elementari: bello/brutto; buono/cattivo; bene/male… e non richiedano mai ragionamenti troppo complessi, che possano in qualche modo minacciare quell’innato “diritto alla felicità”, meglio se indotta con massicce somministrazioni di fluoxetina. Perché come diceva il buon Bradbury:

«Se non vuoi un uomo infelice per motivi politici, non presentargli mai i due aspetti di un problema, o lo tormenterai; dagliene uno solo; meglio ancora, non proporgliene nessuno»

Ray Douglas BradburyRay Bradbury
“Fahrenheit 451”
(Mondadori, 1999)

Mantecate il tutto. Spruzzate l’amalgama con abbondanti iniezioni di propaganda. E fate riscaldare il pastone in ignoranza controllata. Al termine della cottura, avrete il classico “Americano tranquillo”, come ebbe a ritrarlo lo scrittore Graham Greene in una delle sue opere più famose, regalandoci la rappresentazione di un pernicioso imbecille dall’ottusità distruttiva, dove ingenuità e presunzione, meglio se ammantate di grandi principi, si fondono in una crosta perfetta di pochissime letture, stucchevoli ipocrisie rigurgitate in salsa patriottarda, e redenzione messianica a raffiche di bushmaster.

Remington ACR 'Bushmaster'«Perché viene così voglia di prendere in giro un ingenuo? Forse solo dieci giorni prima stava ancora passeggiando sul Common di Boston, le braccia piene di libri che aveva letto in anticipo sull’Estremo Oriente e sui problemi della Cina. Non sentiva neppure quello che gli dicevo; era già tutto assorbito nei suoi dilemmi sulla democrazia e la responsabilità dell’Occidente; era determinato, lo imparai molto presto, a fare il bene, non a tutti, ma ad un paese, un continente, un mondo. Bene era nel suo elemento, ora, con l’intero universo da migliorare

The Quiet AmericanGraham Greene
“L’americano tranquillo”
(Mondadori, 1996)

Quando Greene scrisse il suo romanzo, era il 1955 e gli eventi erano ambientati nell’Indocina francese, prima che il conflitto degradasse nella più nota Guerra del I love the smell of napalmVietnam, ma l’immagine del Quiet American, che in realtà “tranquillo” non è affatto e di sicuro è meno che innocuo, col suo bagaglio di buoni sentimenti all’ingrosso e altrettante intenzioni (“Che Dio ci salvi dall’innocente e dal buono!”), descrive un personaggio a prova di invecchiamento, che si rinnova sempre uguale a se stesso negli errori come nella prosopopea retorica. Si tratta di Mietitore33 - L'Arsenale della democraziauna figura farsesca che però scivola sempre nella tragedia. Impermeabile alle circostanze, è riadattabile ad ogni contesto; come la sua idea di “democrazia”, che poi è una miscela tossica di mercatismo mascherato e mistica sciovinista: modello universale che ripropone ad ogni latitudine, con varianti minime e medesime modalità d’azione, salvo farsi ogni volta meraviglia dinanzi alle reazioni che suscitano gli “effetti collaterali” di certe iniziative. Specialmente quando poi ci si accompagna ai personaggi più impresentabili…

antropologia-della-menzogna-del-potere

Niente infatti risulta più incomprensibile a quegli agenti in missione per conto di dio che prevedere per tempo le conseguenze del loro continuo agitarsi, attraverso un caotico spreco di risorse e di energie, ben oltre i semplici errori di valutazione (se così si possono chiamare). 

The Indipendet - Intervista a Osama bin Laden“Il guerriero anti-sovietico dirige il suo esercito sulla via della pace”
The Indipendent
(06/12/1993)

È un mondo imperfetto, dalla lontananza esotica, dove planare a distanza e nel quale i cocci vengono sempre lasciati in conto a chi resta.

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Oriente e Occidente (III)

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 gennaio 2016 by Sendivogius

John Bagnold Burgess -The Meeting of East and West

Per cercare di comprendere l’Altro da ‘noi’, insieme alle diversità di una realtà globalizzata con le sue contraddizioni fluidificate nell’effetto farfalla delle stesse, forse non esiste interprete migliore di colui che, estraneo al contesto occidentale per provenienza, ne assorbe nell’intimo la specificità culturale, rielaborandone i concetti in visione critica e per certi versi maggiormente smaliziata rispetto all’originale. Esenti dal fardello dell’uomo bianco, sono osservatori privilegiati e totalmente immuni dai suoi sensi di colpa. E dal momento che l’esotismo costituisce per loro una categoria dello spirito squisitamente europea, per contro applicabile in senso inverso, non risentono dei retaggi del “buon selvaggio” che riconoscono per l’impostura di ciò che è: una mistificazione consumata nell’ipocrisia del suo razzismo mascherato. Ponti viventi tra culture diverse, ne conducono le antitesi verso una propria sintesi, in una prospettiva spesso più lungimirante e lucida perché non si preoccupa di essere pregiudiziale (e a volte lo è). Così come per loro natura sono Political correctnessrefrattari alle dittature dogmatiche del “politicamente corretto”, ovvero: quella castrazione semantica eletta a simbolo dell’impotenza di un certo ambito intellettuale, che rivisita gli stereotipi più odiosi per trarne una lettura altrettanto ottusa nel suo conformismo linguistico, che non risolve ma nega la sussistenza del problema, nell’anteposizione di un formalismo impotente rispetto alla sostanza.
Vidiadhar Surajprasad Naipaul Dello scrittore anglo-indo-trinidadiano V.H.Naipaul avevamo già parlato [QUI] a proposito della nevrosi primaria del “convertito”, nelle forme psicotiche della sua rottura culturale. Ma in tempi che si vorrebbero di “scontro di civiltà”, la lettura di Naipaul merita di essere riproposta, poiché nel delineare le tracce fondamentali dell’oltranzismo religioso, con la predominanza del “sacro” sul profano, come pochi altri riesce a distinguere la differenza che intercorre tra “stato islamico” e “stato musulmano” (con riferimento nello specifico al Pakistan), nel delineare la nascita di quella neoplasia maligna costituita dal diffondersi (organizzato) del cancro integralista:

Pakistan

«Quell’anno [il 1979 n.d.r], il paese aveva avuto il suo primo assaggio di terrore religioso sotto il generale Zia. Questi aveva fatto impiccare Alì Bhutto, l’uomo Muhammad Zia-ul-Haqdel venerdì festivo; poi era andato alla Mecca per fare il pellegrinaggio minore, non quello completo, ma ciò nonostante era tornato con cento milioni di dollari elargitigli dai sauditi. In Pakistan gli uffici statali avevano l’obbligo di fermarsi per tutte le preghiere prescritte; camioncini di fustigatori islamici venivano mandati in giro a occuparsi dei colpevoli. La gente, intimorita, chinava la testa. Alcuni avevano la sensazione di non essere abbastanza pii; sentivano di doversi impegnare di più, sempre di più; e tutt’intorno a Raiwind, anche dopo le estasi nelle tende dei missionari, si potevano vedere sul ciglio della strada fedeli che continuavano a pregare.
[…]
Fra i pakistani che parlano inglese, i fondamentalisti erano soprannominati “fundos” ed erano ormai una presenza che, ancora dietro le quinte, premeva con forza crescente ed esigeva sempre di più. Il subcontinente indiano era stato sanguinosamente diviso per creare lo Stato del Pakistan. Milioni di persone erano morte, e molte altre erano state sradicate, da un lato e dall’altro delle nuove frontiere. Più di cento milioni di musulmani erano rimasti dalla parte indiana, ma praticamente tutti gli indù e i sikh erano stati cacciati dal Pakistan per dare vita all’entità politica interamente musulmana dell’astratto sogno poetico di Iqbal.

Vultures feeding on corpses lying abandoned in alleyway after bloody rioting between Hindus and Muslims.

Ciò avrebbe dovuto essere sufficiente. Ma i fondamentalisti volevano di più. Non bastava che questa grande fetta dell’antica terra avesse cessato, dopo millenni, di essere India e, come l’Iran, come i paesi arabi, fosse stata infine purgata delle religioni preesistenti. Ora gli abitanti stessi dovevano essere purgati del passato, di tutto ciò che negli abiti, negli atteggiamenti, nella cultura generale potesse collegarli alla loro patria ancestrale. I fondamentalisti volevano che tutti fossero puri e trasparenti, semplici recipienti vuoti in cui travasare la fede. Era impossibile: gli esseri umani non possono mai essere una tabula rasa. Ma i vari gruppi fondamentalisti si proponevano a modello di bontà e purezza. Si presentavano come veri credenti. Affermavano di seguire le regole antiche (soprattutto quelle riguardanti le donne); chiedevano agli altri di essere come loro e, dal momento che non c’era una concordanza assoluta sulle regole, di seguire le norme che loro seguivano.
Jamaat's Hijab DayIl più importante dei gruppi fondamentalisti era la Jama’at-i-Islami, l’Assemblea dell’Islam, fondata da un insegnante e propagandista religioso, Maulana Maudoodi. Prima della divisione del paese, questi si era opposto all’idea del Pakistan per strane ragioni. Quando nel 1930 il poeta Iqbal aveva sostenuto la causa di uno Stato musulmano indiano separato, aveva asserito che tale Stato avrebbe sbarazzato l’Islam indiano da quella «impronta che l’imperialismo arabo aveva dovuto conferirgli». Le aspirazioni di Maudoodi erano esattamente l’opposto. Pensava che uno Stato musulmano indiano sarebbe stato troppo limitato e avrebbe fatto ritenere che l’Islam avesse concluso il suo compito in India, mentre auspicava che l’Islam convertisse e abbracciasse l’India intera e conquistasse il mondo. Iqbal aveva affermato che una ragione importante per la creazione del Pakistan era che, come «forza di aggregazione popolare», l’Islam era stato più efficace in India che in altri paesi. Maudoodi non era d’accordo: a suo avviso, i musulmani del subcontinente e i loro esponenti politici non erano all’altezza di conseguire un obiettivo tanto prezioso quanto uno Stato integralmente islamico. La loro fede non era sufficientemente pura, era troppo contaminata dal passato indiano.
Moulana Maududi a cena coi sauditiMaudoodi morì nel 1979. Ma la Jama’at persisteva nella convinzione che il popolo pakistano e i suoi governanti non fossero all’altezza. Se lo Stato islamico di Iqbal aveva avuto le sue disgrazie, non era colpa dell’Islam, ma di coloro che si definivano musulmani. Secondo il modo di pensare fondamentalista, questo tipo di fallimento si rivelava automaticamente per quello che era: il fallimento di un Islam falso o poco sentito. E la Jama’at poteva sempre sostenere, in un perenne rinnovarsi della causa, che dai tempi antichi l’Islam non era mai stato veramente realizzato e che era giunto il momento di farlo. La Jama’at avrebbe mostrato la via.
Islam[…] Nel 1965 [Guerra indo-pakistana] il mullah che aveva aizzato i membri della sua congregazione mandandoli al fronte armati di bastoni se n’era restato al sicuro nella moschea. Non era compito suo combattere. A lui toccava infiammare gli animi, ricordando ai fedeli con tutta l’eloquenza e la passione di cui era capace il premio che avrebbero ricevuto partecipando alla “jihad” e gli orrori dell’inferno.
zombies islamiciEra come il mullah, di cui avevo sentito parlare da qualcuno, che nel 1977 era stato arruolato, insieme ad altri mullah, per la campagna contro Alì Bhutto. Era basso e grasso, di aspetto per niente attraente, e aveva fama di essere infido, ma non aveva importanza: era un eccellente predicatore, dotato di una voce possente. A quel tempo vigeva il coprifuoco, che però veniva allentato (non poteva essere altrimenti) per le preghiere del venerdì. I fedeli che si recavano nella moschea del mullah non ascoltavano soltanto le preghiere, ma anche le storie edificanti di eroi e martiri dell’Islam, che il predicatore declamava con la sua celebre voce e la splendida arte oratoria. Incitava i presenti a dimostrarsi all’altezza del passato, a intraprendere la “jihad”, a non ignorare le forze del male che li circondavano. «Dite al nemico: ‘Prova le tue frecce su di noi, e noi proveremo il nostro petto contro le tue frecce’». Frasi che sembravano prese da un poema e pertanto suonavano autorevoli, anche se nessuno avrebbe saputo dire da dove erano tratte. In concreto non significavano niente, ma eccitavano gli ascoltatori; e alla fine delle preghiere del venerdì, il coprifuoco del povero Bhutto era di fatto inoperante. I fedeli si disperdevano col cuore gonfio di odio religioso, risoluti a guadagnarsi un altro po’ di merito in cielo spedendo Bhutto all’inferno. Poco contava che il mullah fosse infido e di moralità affatto dubbia. In realtà non si proponeva come guida: il suo compito, in quanto mullah, consisteva nel tenere sulla corda i convertiti e, se c’era bisogno di aizzarli, concentrare la loro attenzione sull’inferno e sul paradiso ricordando che, quando fosse giunta l’ora, solo Allah sarebbe stato il loro giudice. Questo era un aspetto dello Stato religioso (lo Stato creato per i soli convertiti, dove la fede non era una questione di coscienza individuale) che il poeta Iqbal non aveva mai preso in considerazione: questo tipo di Stato era sempre suscettibile di manipolazioni, facile da minare, pieno di pura e semplice disonestà.
Muhammad IqbalMa c’era qualcos’altro di cui Iqbal non aveva tenuto conto: nel nuovo Stato la natura della storia si sarebbe modificata e, indebolendosi il senso storico, la vita intellettuale del paese ne avrebbe inevitabilmente risentito. I mullah avrebbero sempre tenuto banco, limitando il desiderio di conoscenza. Così l’intera storia antica del paese perdeva di importanza. Nei libri scolastici di storia o di «educazione civica», la storia del Pakistan finiva per essere soltanto un capitolo della storia dell’Islam. Gli invasori musulmani, in particolare gli arabi, diventavano gli eroi della storia pakistana, mentre le popolazioni locali figuravano a malapena nel passato della propria terra, o al massimo comparivano come nullità spazzate via dagli agenti della fede. Così si fa scempio della storia. Una simile concezione si spiega solo in quanto rappresenta il punto di vista del convertito. La storia si trasforma in una specie di nevrosi. Troppe cose devono essere ignorate o presentate in maniera tendenziosa e molto è frutto della fantasia. Ma questa fantasia non è presente solo nei libri di scuola: è un fattore che influenza la vita di tutti.
madrassa[…] L’invenzione di un’ascendenza araba divenne ben presto generale. Tutte le famiglie l’adottarono. A sentire la gente, si direbbe che, prima, questa terra grande e meravigliosa non fosse altro che giungla selvaggia, dove non vivevano gli uomini. All’epoca della divisione dall’India tutto ciò è stato amplificato, compresa l’idea di non appartenere alla terra, bensì alla religione.»

V.S. Naipaul
“Fedeli ad oltranza.
Un viaggio tra i popoli
convertiti all’Islam”

Adelphi (Milano, 2001)

“Fedeli a oltranza” è un’opera fondamentale per capire il presente attraverso la conoscenza del passato (recente). Se volessimo ossere ‘retorici’, potremmo consigliarlo come testo scolastico. Più semplicemente ve ne raccomandiamo, se volete, l’acquisto (non potreste spendere meglio il vostro denaro per un costo abbordabilissimo) e ovviamente la lettura resa ancor più piacevole da una pregevolissima traduzione in italiano.

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BOOTS ON THE GROUND

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 dicembre 2015 by Sendivogius

Estate 2014 (Iraq). Ricordate la spietata pulizia etnica contro i cristiani di wpid-nunMosul?!? La distruzione delle ultime comunità nestoriane ed assiro-caldee, marchiate, depredate di ogni loro avere, scacciate via dalle loro case, costrette ad un esodo di massa nelle terre di nessuno e lì abbandonate ad una scomparsa silenziosa da consumarsi in lenta agonia?
marchioRammentate il massacro indiscriminato degli Yazidi (il primo vero etnocidio del XXI° secolo)?!? La caccia selvaggia agli ultimi sopravvissuti, perseguitati, inseguiti e braccati fin sulla cima delle montagne come bestiame da macellare; la riduzione in schiavitù delle donne e delle bambine, incatenate e rinchiuse nei bordelli del sedicente “Stato Islamico” per appagare le fregole sessuali dei boia del califfo, prima di finire interrate nelle fosse comuni?
daesh-girls-slaves-isisEppoi il genocidio culturale, la cancellazione sistematica, maniacale, ossessiva, di ogni vestigia o reperto archeologico su cui mettano le zampe; la Isl'Amici a Berlinodistruzione compiaciuta delle opere d’arte; il saccheggio delle biblioteche, con le pile di libri dati alle fiamme… perché non in linea coi furori iconoclasti dell’infervorata orda di capre mannare?
Distruzione dei cimiteriAll’epoca le cancellerie occidentali non mossero un dito, troppo impegnate come erano nel golpe greco e nel pretendere lo scalpo del refrattario Varoufakis. Le frontiere rimasero ermeticamente chiuse; a partire da quelle turche, così porose quando si tratta invece di lasciar filtrare armi e mujahidin per l’ISIS. E altrettanto chiuse rimasero quelle tedesche. Se ne deve dedurre che la carenza di copertura mediatica dei profughi di Mosul evidentemente contribuì allora al mancato scioglimento dei cuoricini teutonici.
Cristiani iracheniCon quell’impeto di orgoglio che sempre nei momenti più drammatici contraddistingue quel mercato degli affari globali che chiamano ‘Occidente’, tutti si affrettarono a dichiarare che MAI avrebbero inviato le proprie truppe Missione compiuta!nel ginepraio siro-iracheno (che Mosul valeva il requiem ma non la messa). E che le rogne seminate dalla Famiglia Bush se le grattassero via i Curdi arrangiandosi in proprio. L’Italia se la cavò, con ampio ritardo, rispolverando e quindi spedendo col contagocce dei vecchi residuati bellici della guerra in Jugoslavia, da tempo dimenticati nei suoi depositi militari e chissà se ancora funzionanti.
bootsongroundGli unici a mobilitare qualche elicottero per caricare sparuti gruppi di fuggiaschi (e strombazzare l’effimera “missione di salvataggio”) fu la tergiversante Amministrazione Obama, assai più interessata a sostenere i nazisti dell’Ucraina in funzione anti-russa e rifornire i tagliagole diversamente moderati del fronte anti-Assad in Siria, ma al contempo indecisi se bombardare o meno l’esercito regolare del governo legittimo, vista l’impresentabilità dell’alternativa al momento disponibile…

 Grigliata moderata - Ribelle arrostisce la testa di un elicotterista abbattuto a Maraat NoomanBarbecue tra amici a Maraat Nooman
“Ribelli moderati” del Free Syrian Army grigliano la testa di un elicotterista abbattuto

A pensar molto male, viene da sospettare che il cannibalismo tra i “ribelli moderati” del FSA (Free Syrian Army) sia più di un’illazione…

ALERT

Khalid al-Hamad, alias Abu Sakkar e meglio conosciuto come Abu The Cannibal, comandante delle Brigate Farouk, considerate “moderatamente islamiste” e responsabili dell’espulsione della popolazione cristiana di Homs. A seguire, altri schifosi a cui piace giocare con le frattaglie umane.

Con la frittata ormai fatta e più che imputridita, dopo le prime decapitazioni in mondovisione di ostaggi statunitensi, gli USA si sono decisi a condurre una campagna di attacchi mirati, rigorosamente dall’alto, contro obiettivi riconducibili al famigerato Califfato; peraltro con risultati assai contenuti nell’evidente difficoltà di distinguere il bersaglio giusto, visto il continuo cambio di casacche e l’ottima scelta degli “alleati” da finanziare…
radical_and_moderate_syrian_rePer dire, in poche settimane è riuscita ad ottenere più risultati la Russia di syria-rebelsPutin, calata in guerra con la mano pesante, piuttosto che il Pentagono dopo un anno trascorso grosso modo a sparacchiare contro le dune di sabbia, in un costosissimo tiro a segno, giusto per sollevare un po’ di polvere. Soprattutto, i (veri) raid russi sembrerebbero aver scoperchiato i fragili altarini, mostrando con evidenza chi finanzia lo Stato del Califfo e quali sono i suoi “misteriosi” protettori.
l'amico turcoE tutti giù a negare l’impegno diretto con l’invio di forze di terra contro l’orda nera. Che gli scarponi sul terreno ce li mettesse qualcun altro. Almeno fino a qualche giorno fa…
INSERT COINPer esempio, si distingue il formidabile contributo del governo italiano presieduto dall’ineffabile Matteo Renzi; quello che, non avendone alcuna, andava blaterando fino a qualche settimana fa come servisse “una strategia ed un approccio complessivo” contro l’ISIS, perché certe cose non si improvvisano in giorni ma si pianificano in mesi. Salvo cambiare repentinamente idea dalla sera alla mattina. Fu così che il Presidente del Consiglio per caso decise di mandare nella provincia di Mosul un primo contingente di 450 soldati (a cui se ne aggiungeranno altri 750!) in una delle Renzi e Vespazone più calde del conflitto. L’annuncio è stato fatto in diretta al “Porta a Porta” di Bruno Vespa, considerata da molti la “terza camera” del parlamento. Pertanto, non si è ritenuto necessario coinvolgere ed informare della decisione quello vero (e non sia mai!), mettendo piuttosto deputati e cittadini a fatto compiuto. Cosa ha convinto l’Esecutivo di Laide Intese a così impegnativa decisione nello scoccare dell’ora fatale, a diciotto mesi di nuundistanza dai fatti menzionati? Ovviamente non l’emergenza umanitaria (seee vabbé!).. non la pulizia etnica a spazzolata già bella che fatta.. meno che mai la tutela di patrimoni universali già polverizzati (che la “cultura” non si mangia; al massimo la si compra con 500 euro)…

distruzione epigrafe

La chiamata alle armi è arrivata direttamente da Mr O’Banana, che ha fatto contattare il grasso porcello di Rignano per interposta persona, comunicandogli telefonicamente (traduttore permettendo) la “call of duty”. Tanto è bastato a farlo scattare sugli attenti, uso a obbedir tacendo (è stato messo lì per questo) dopo la conferma della permanenza del contingente italiano in Afghanistan, senza che nemmeno ci fosse bisogno di agitare il ‘bastone’.
Sbrodolino e O'BananaCosa è cambiato a Mosul rispetto all’Agosto del 2014, quando ben più impellente sarebbe stato un qualche intervento per contenere la catastrofe? Be’ innanzitutto c’è la ‘carota’… Una ghiottissima commessa per la manutenzione e messa in sicurezza della diga di Mosul, che potrebbe portare tra i 250 milioni ed il mezzo miliardo di dollari nelle casse del Gruppo Trevi di Cesena, che s’è “aggiudicato” l’appalto, parrebbe, con l’intermediazione più che interessata del Dipartimento di Stato a stelle e strisce. Alla lieta novella, la TreviFin (la società finanziaria del gruppo) s’è vista sospendere le azioni in borsa per eccesso di rialzo.
Ne consegue che l’Italia sarà in pratica il primo paese occidentale ad inviare in via ufficiale i suoi soldati, boots on the ground, nel nuovo conflitto iracheno con un contingente di tutto rispetto, per una missione confezionata su misura, da inquadrarsi nell’ambito della già avviata e ben poco conosciuta operazione di contrasto pomposamente chiamata Prima Parthica.
logo_ktccAlla Difesa leggono i classici. E qualcuno deve aver scoperto Dione Cassio; o più probabilmente Edward Luttwak. Ogni riferimento alla Legio I Parthica dell’imperatore Settimio Severo è assolutamente voluto.
roman power emblemsSorvoliamo (per ora) sul fatto di mettere a disposizione un’intera brigata dell’esercito italiano e anche più, per tutelare gli interessi commerciali di Boba Fett.jpguna compagnia privata, alla stregua di mercenari non in affitto bensì in conto pubblico. L’Italia non è nuova a questo tipo di iniziative con soldati professionisti delle Forze Armate, utilizzati alla stregua di contractors per la tutela di gruppi privati. E la vicenda, tutt’altro che risolta, dei due fucilieri di Marina accusati di omicidio in India sta lì a dimostrare quanto ibride siano certe avventure e ambigue le regole di ingaggio.
Enrica LexieNaturalmente, l’iniziativa del premier in mimetica (armiamoci e partite) Capitan Pirlanon ha suscitato particolari clamori, subito liquidata dalla maggior parte degli italiani come l’ennesima fanfaronata di un pagliaccio in sovresposizione mediatica. Né si sono date troppa pena di approfondire la questione le opposizioni parlamentari, col dramma che Mario Michele Giarrussoin tal caso bisognerebbe poi relazionarsi con ben altri idioti a tutto tondo e pure dall’aspetto sudicioso, ma certificati col bollino, per meglio dare la misura di un’imbecillità persistente. E meno che mai hanno pensato di farlo gli onorevoli deputati, nonostante siano stati così clamorosamente scavalcati e messi a fatto compiuto. Intendiamoci bene: l’ISIS è quanto di più si avvicina all’essenza del male incarnato sulla terra; la negazione estrema di tutto ciò che dona bellezza alla vita e la rende degna di essere vissuta. Spazzarlo via con ogni mezzo possibile non è un’opzione; è un dovere morale. Tuttavia, se l’Italia proprio deve entrare in guerra (o meglio: fornire vigilantes per aziende in zona di guerra), che almeno non avvenga ad insaputa degli italiani.

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Orange is a new Revolution

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 ottobre 2015 by Sendivogius

A Clockwork Orange by EvaHolder

C’era una volta un Presidente che (bontà sua!) credeva davvero le rivoluzioni nascessero su internet e si sviluppassero a colpi di tweet (o negli account di finti blogger dissidenti), per correre libere su verdi praterie di dollari fruscianti e sbocciare un po’ come i fiori, dai quali di volta in volta prendono il nome (tulipani, rose, gelsomini..). Peccato che poi il bouquet floreale sia destinato ad appassire in fretta, per lasciare il posto a ben altro…
clockwork_orange_by_splattedlotusTuttavia, almeno nella fase preliminare, basta scegliersi un colore (di preferenza l’arancione); confezionarsi in casa i movimenti, meglio se assemblati in serie presso la Pickle Factory di Langley; esportare il prodotto in un accattivante Strategia del colpo di statoinvolucro di velluto e allegare il Manuale universale di istruzioni pronto uso. Creati i “rivoluzionari digitali” da esportazione in franchising, una volta sul posto il lavoro viene generalmente appaltato in conto terzi specializzati nel settore.
Et voilà! Le coup d’etat c’est servi. Rapido, possibilmente indolore, sostanzialmente pulito.
yulia tymoshenkoCerto, non sempre tutte le ciambelle riescono col buco. E spesso bisogna accontentarsi di quello che offre il mercato locale, per assemblare produzioni non del tutto riuscite con pezzi scadenti…
Nazisti ucraini del Battaglione Azov

Nazisti liberati dell’Ucraina democratica

Ma in fondo i demiurghi non ci si sono mai preoccupati troppo della natura del referente finale, fintanto questi si è rivelato uno zelante esecutore delle loro direttive…
Il Cile di Pinochet

Cile 1973. Insediamento dell’amico Pinochet

Altre volte invece il risultato va persino contro le peggiori aspettative, per esiti catastrofici.
Ribelle moderato nella Siria liberata

Ribelle moderato nella Siria liberata

Succede; specialmente quando si gioca agli apprendisti stregoni con le rivoluzioni a primavera.
Soldati cileniPer fortuna, a presentare la mercanzia sotto la luce migliore, provvederanno i riflettori dei media reclutati per l’occasione, con servizi ritagliati su misura del travestimento, tramite la fabbricazione del consenso. Meglio se si tratta di “fondazioni no-profit” e ONG “indipendenti”, nell’illusione di non dare troppo nell’occhio se non fosse per l’indirizzo di riferimento: la USAID, il National Endowment for Democracy, l’International Republican Institute, il National Democratic Institute for International Affairs… Perché a ben vedere tutte le rivoluzioni (e massimamente l’iride colorata di quelle vellutate) portano a Washington…
Gli sponsor di vellutoDel mazzo fa parte anche la Freedom House, in Italia particolarmente nota per le pagelline sulla libertà di stampa che vengono fatte rimbalzare con furiosissimo sdegno dai vari giornalini anti-casta, trasmissioni-denuncia, e siti di “controinformazione alternativa”, senza che nessuno si interroghi mai su chi stila certe (improbabili) classifiche.

«Freedom House, la cui fondazione risale agli inizi degli Anni ’40, ha avuto collegamenti con la “World Anticommunist League”, Resistance International, con organismi del governo degli Stati Uniti come “Radio free Europe” e la CIA, ed ha a lungo servito come braccio di propaganda virtuale del governo e dell’ala destra internazionale…….
[Negli Anni ‘80] Ha speso notevoli risorse per criticare i media per l’insufficiente sostegno alla politica estera degli Stati Uniti e per le critiche troppo dure ai loro stati clienti. In questo ambito, la sua pubblicazione più significativa è stata “Big Story” di Peter Braestrup, in cui si sostiene che la presentazione negativa che i media hanno dato dell’offensiva del Tet ha contribuito a far perdere agli USA la guerra in Vietnam. L’opera è una parodia dell’opera di studio, ma la sua premessa è molto più interessante: che i mass media non solo devono sostenere ogni avventura del governo nazionale all’estero, ma devono farlo con entusiasmo giacché tali imprese sono nobili a prescindere

Edward S. Herman & Noam Chomsky
La Fabbrica del Consenso
(1988)

Nell’ambito della moderna Teoria dei Giochi, le rivoluzioni colorate, ed i loro cloni mediorientali pessimamente abortiti, costituiscono il miglior modo per rompere a gratis i coglioni alla Russia, col minimo dispendio di risorse applicato ad un’economia di forze nel perseguimento della strategia del massimo. E in tal modo ricordare chi è chi comanda agli altri bulli del cortile, con un occhio attento al resto del mondo; più come training autogeno per convinzione indotta su ruolo presunto, che per condizione effettiva alla riprova dei fatti.
clockwork-orangeA suo modo, nella variante odierna, l’intrapresa costituisce la via mercatista al trozkismo, inteso come espansione Tecnica del colpo di statorivoluzionaria permanente. Soprattutto, è un modo perfetto per proseguire la guerra (fredda) con altri mezzi, continuando l’opera di accerchiamento del vecchio nemico ex sovietico ed erodere dall’interno quelle che da sempre vengono considerate le sue storiche sfere di influenza, pensando che la cosa non abbia conseguenze, salvo poi strepitare contro la brutalità dell’orso russo, quando questi reagisce stuzzicato nella sua stessa tana.
Mao Mao Tse Tung, che sull’argomento ne sapeva qualcosa, sosteneva che le rivoluzioni non fossero affatto un pranzo di gala (meglio se tenuto tra gli attaché militari in qualche ambasciata), né un’opera letteraria (da seguire a puntate su qualche reportage di propaganda), non un disegno o un ricamo (di chirurgica esecuzione), e nemmeno una cosa elegante da fare con dolcezza e cortesia, ma come al contrario fossero sempre un atto di violenza.
E quindi dovrebbero sempre essere maneggiate con una certa cautela.

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IMPERIUM

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 ottobre 2015 by Sendivogius

Imperium PSP wall by DeviantSith

Ai circoli straussiani d’Oltreoceano, che in parte animano ancora i think-tank della destra neo-con (quelli che hanno masticato poco e male i classici greco-latini, in una frettolosa rilettura rivisitata ad usum imperii), piace sollazzarsi all’idea di una superpotenza americana, dilatata a dimensione globale nelle sue ambizioni imperiali, mentre rifulge in splendida solitudine alla luce del proprio destino manifesto. Per questo Donald Kagan - La Guerra del Peloponnesosi immaginano ora come una nuova Atene periclea, fondata sull’esclusivismo di una democrazia mercantile in armi; adesso invece come gli eredi ideali di Sparta oppure (a scelta) dell’antica Roma, nel lacerante dubbio su come conciliare la concentrazione cesaristica dei poteri con lo stato minimo di un individualismo estremo, nell’immanenza di un impero che non c’è.
300È il paradosso di una ex colonia dalle tendenze isolazioniste, che in massima parte rifugge da ogni Edward Luttwak - La grande strategia dell'impero romanomentalità imperialista la quale per esistere dovrebbe presupporre l’esistenza di una astrazione intellettuale su fondamenti ideologici. E ciò sarebbe quanto di più lontano possibile da quello strano miscuglio di pragmatismo, armi libere, e millenarismo evangelico, a cui si uniforma la gran parte dei cittadini statunitensi, che spesso e volentieri si muovono per stimoli ad induzione su sollecitazione esterna, convinti però che il resto del mondo non aspiri ad altro che essere plasmato a loro immagine e somiglianza.
Il PunitorePoi, va da sé che per le faccende pratiche di ordine eminentemente strategico i teorici del primato americano continuino ad essere ispirati da una visione geopolitica perennemente in bilico tra l’heartland di Mackinder ed il rimland di Spykman.
heartland_rimlandOvviamente, in tale prospettiva, resta irrinunciabile l’interpretazione atmahan2talassocratica dell’ammiraglio Thayer Mahan, che meglio si presta alle analogie (destinate ad esaurirsi in fretta) con l’Impero Britannico. E più di ogni altra rivela quali sono le vere ossessioni della politica estera statunitense: l’Asia e soprattutto la Cina, contro cui Washington fantastica da almeno venti anni le prossime guerre venture.
HeartlandA dispetto di quanto si possa credere, lo scacchiere mediorientale, che resta un rebus caotico di difficile risoluzione e di impossibile comprensione per un mondo sostanzialmente alieno, non ha mai costituito una vera priorità nell’ambito degli interessi USA, incentrati più che altro sulle forniture di petrolio (affidate all’autocrazia medioevale dell’intrigante ‘alleato’ saudita) e la difesa ad oltranza di Israele (da cui ci si è fatti moderate_rape_beheadings_kerrytroppo a lungo dettare l’agenda politica). L’elemento prevalente è l’improvvisazione e, al di là dei piani strategici e le simulazioni di battaglia, l’incapacità di immaginare il dopoguerra nelle proiezioni future. Figuriamoci la capacità di gestire le transizioni! Da ciò scaturisce tutta una serie di errori madornali dagli effetti catastrofici, che vanno dall’iper-interventismo dell’Era Bush, all’indecisione cronica di un’Amministrazione Obama nell’abulia catatonica che ne contraddistingue l’immobilismo.
Kunduz-map-airstrikesIn compenso, dalle parti di Washington piace dispensare certificati etici, patenti di legittimità democratica e lezioni di umanitarismo spicciolo, tra la pianificazione di un attacco intelligente ed un bombardamento chirurgico, mentre si entra con la grazia di un elefante in cristalleria nelle sfere di influenza altrui e sgomitare come un ubriaco in un campo minato,  facendosi una precipua ragione delle proprie intromissioni.
Moderate RebelsQuello che francamente irrita di più in una certa rappresentazione neo-imperiale non è l’aspirazione egemonica con le sue velleità di potenza, ma la presunzione morale nella pretesa di essere l’incarnazione del “bene assoluto”, incistato su una base manichea non priva di risvolti fondamentalistici George Washingtonche contraddistinguono l’identità di una nazione nata (per dirla con le parole di George Washington) nel solco dei “dettami morali e religiosi”. Il ché presuppone una contrapposizione perenne con il “male”, con l’identificazione costante di un Nemico che abbia una funzione unificante per un paese a identità multiple e in quanto tale costituisce un elemento imprescindibile di coesione nazionale. Di conseguenza, una simile costruzione sistemica si nutre di figure archetipe ed assoluti teorici, tramite semplificazioni estreme e valutazioni “etiche” applicate su scala di misura, senza che una simile visione assoluta ancor prima che totalizzante venga mai increspata dall’ombra di un dubbio o da un minimo di decenza, in un profluvio retorico di patriottume prêt-à-porter per autocelebrazioni da parata.

«La democrazia [americana] è innanzitutto una forza spirituale, costruita su basi spirituali, sulla sua fede in Dio e sull’osservanza di principi morali. Fino ad ora, soltanto la chiesa è stata fornita di simili basi. I nostri padri fondatori conoscevano questa verità e noi non dovremo mai dimenticarla se non a nostro rischio e pericolo

Harry Truman
Public Papers of the President of the United States: H.S. Truman, 1951
U.S. Gov.1966 (pag.1063)

Per inciso, Truman è il presidente che decise la nuclearizzazione di Hiroshima e Nagasaki… Sono gli inconvenienti che possono occorrere, quando ci si crede detentori unici della “legge morale” per divina intercessione.

I grandi imperi del passato avevano quanto meno il merito di non nascondere le loro velleità egemoniche sotto uno spesso strato di ipocrisia, tramite la manipolazione costante dei fatti e delle opinioni. E rivendicavano l’esercizio della violenza come momento cogente del proprio potere, che non doveva essere necessariamente presentato come equanime.
Di solito, la propaganda di stato, che esisteva anche allora e non lesinava l’appello strumentale al “popolo” (per quanto il meccanismo fosse assai meno oliato e non funzionasse per l’orientamento dei flussi di massa), non aveva particolari remore nel mostrare le intenzioni recondite di un potere ritratto nell’essenza della sua natura, riassumendo il tutto in un concetto semplice: “chi è più forte fa quello che è in suo potere e chi è più debole cede” tramite quello che si può definire un ‘diritto naturale’ alla prevaricazione.
Guera dacicaLe migliori esemplificazioni del messaggio si possono ritrovare nelle Historiae di Tacito, che più di ogni altro riesce a tracciare il ritratto dell’imperialismo, colto nella sua più intrinseca essenza…

«Non sono maestro di belle parole e con le armi ho attestato il valore del popolo romano; ma poiché siete tanto sensibili alle parole e valutate il bene e il male non per quello che sono, ma ascoltando le chiacchiere dei sediziosi, ho deciso di dirvi poche parole, parole che sarà più utile per voi aver ascoltato, ora che la guerra è conclusa, che non per me aver pronunciato. Comandanti e imperatori romani sono entrati nella vostra terra e in quella degli altri Galli non per sete di conquista, ma perché implorati dai vostri padri, stremati quasi a morte dai loro conflitti interni.
[…] Sempre nelle Gallie ci sono state tirannidi e guerre, finché non avete accettato le nostre leggi. Noi, benché tante volte provocati, vi abbiamo imposto, col diritto della vittoria, solo il necessario per garantire la pace; infatti, la pace tra i popoli è impensabile senza le armi e le armi non si possono avere senza mantenimento degli eserciti né il mantenimento degli eserciti senza tributi. Per il resto vi abbiamo reso partecipi di tutto

  (Historiae. IV,73-74)

Le parole sono quelle del generale Quinto Petilio Ceriale (secondo la libera trasposizione di Tacito), che in prospettiva aveva mille ottimi motivi per esaltare l’imperium romanorum attraverso l’apologesi di una missione imperiale, che non conosce l’usura del tempo e potrebbe benissimo valere per i suoi omologhi attuali.
Venere di MiloPrecedenti ancor più antichi si trovano invece nelle Storie di Tucidide (V, 84-116) che con asettica freddezza riporta le ragioni (in anticipo sulla realpolitik) con cui la democratica Atene giustificò la conquista di Melos, l’isoletta delle Cicladi che i contemporanei ricordano unicamente per la “Venere di Milo” ignorandone la provenienza, durante la Guerra Peloponnesiaca (431-404 a.C.)…

«La retorica tende a ottenere consenso e pertanto non può che fiorire in società libere e democratiche. Se io posso imporre qualcosa con la forza, non ho bisogno di richiedere il consenso: rapinatori, stupratori, saccheggiatori di città, kapò di Auschwitz non hanno mai avuto bisogno di usare tecniche retoriche. Ma esiste anche una retorica della prevaricazione. Sovente chi prevarica vuole in qualche modo legittimare il proprio gesto e persino ottenere consenso da parte di chi soffre quell’abuso di potere. Uno degli esempi classici di pseudo-retorica della prevaricazione ci è dato dalla favola del lupo e dell’agnello di Fedro.
Lupus et Agnus[…] Però lo stesso Tucidide ci offre un’altra e estrema figura della retorica della prevaricazione, la quale non consiste più nel trovare pretesti e casus belli, ma direttamente nell’affermare la necessità e l’inevitabilità della prevaricazione. Nel corso del loro conflitto con Sparta gli Ateniesi fanno una spedizione contro l’isola di Melo, colonia spartana che era rimasta neutrale. Gli Ateniesi mandano una delegazione ai Meli avvertendoli che non li distruggeranno se essi si sottometteranno. Dicono che non tenteranno di dimostrare che è giusto per loro esercitare la loro egemonia perché hanno sconfitto i Persiani (eppure negandolo lo sostengono), ma invitano i Meli a sottomettersi perché i principi di giustizia sono tenuti in considerazione solo quando un’eguale forza vincola le parti, altrimenti “i potenti fanno quanto è possibile e i deboli si adeguano”. I Meli chiedono se non potrebbero restare fuori dal conflitto senza allearsi con nessuno, ma gli Ateniesi ribattono: “No, la vostra amicizia sarebbe prova di una nostra debolezza, mentre il vostro odio lo è della nostra forza”. In altri termini: scusate tanto, ma ci conviene più sottomettervi che lasciarvi vivere, così saremo temuti da tutti.
MelosI Meli dicono che confidano negli dèi, ma gli Ateniesi rispondono che tanto l’uomo che la divinità, dovunque hanno potere, lo esercitano, per un insopprimibile impulso della natura. I Meli resistono, per orgoglio e senso della giustizia, l’isola viene conquistata, gli Ateniesi uccidono tutti i maschi adulti e rendono schiavi i fanciulli e le donne.
E’ lecito sospettare che Tucidide, pur rappresentando con onestà intellettuale il conflitto tra giustizia e forza, alla fine convenisse che il realismo politico stesse dalla parte degli Ateniesi. In ogni caso ha messo in scena l’unica vera retorica della prevaricazione, che non cerca giustificazioni fuori di sé. Gli Ateniesi semplicemente fanno un elogio della forza. Persuadono i Meli che la forza non ha bisogno di appoggiarsi alla persuasione.
La storia non sarà altro che una lunga, fedele e puntigliosa imitazione di questo modello, anche se non tutti i prevaricatori avranno il coraggio e la lucidità dei buoni Ateniesi

Umberto Eco
(20/05/2004)

Essendo società a prova di consenso, Roma e Sparta (e Atene) non avevano di questi problemi, per giustificare il proprio operato in una diversa concezione di humanitas.
Guerre dacicheE infatti, tanto i Romani quanto i Greci, che pure ‘inventarono’ la civiltà occidentale, gettando i semi del suo futuro sviluppo, e che per primi elaborarono il concetto estensivo di “Libertà” (Libertas/Ελευθερία) prima che il termine venisse trasformato in un brand ad uso politico o marchio registrato in esclusiva USA, non concepirono mai l’idea di qualcosa lontanamente simile alle ingerenze umanitarie, esportazioni democratiche, ad altre apodittiche invenzioni lessicali che invece costituiscono la misura della nostra modernità. E perciò tornano sempre buone per impastoiare un’opinione pubblica, addomesticata con iniezioni costanti di propaganda in un corollario di manipolazioni mediatiche con le quali nutrirne l’immaginario.

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EXODUS

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , on 6 settembre 2015 by Sendivogius

Fashionably forward by Alexiuss

La definizione degli eventi sull’onda gonfiata dei sensazionalismi mediatici non giova mai alla lucidità di giudizio, specialmente se l’interpretazione viene falsata dalle sollecitazioni emotive di una realtà destrutturata in costruzioni visive. E siccome in tempi di “imagocrazia” le opinioni si formano su flussi di immagini, nel livellamento dei contenuti e nella sovrapposizione dei messaggi, senza che vi sia un’apparente coerenza logica, più che di ‘opinioni’ si tratta di impressioni per suggestione indotta.
videodromeEsempio cogente ne è la schizofrenia comunicativa, con tutto l’armamentario di stereotipi popolari, con la quale viene di volta in volta tratta la questione immigratoria, tra umanitarismo e allarmismo, accoglienza e rifiuto, apertura e chiusura, in un amalgama di ingredienti diversi frollati sotto una crosta di umori contrastanti.
Immigration_8I fenomeni migratori sono parte essenziale della storia dell’umanità, che diversamente non sarebbe nemmeno pensabile senza il costante movimento alla base di ogni mutamento. È altrettanto vero che le migrazioni di massa, ancor più se gestite male o non gestite affatto, possono comportare enormi problemi di difficile risoluzione. Di solito, e sarà anche poco piacevole rammentarlo, quasi mai hanno avuto un effetto positivo sulle popolazioni che si sono trovate ad assorbire l’afflusso di ospiti inattesi.
EXODUSPertanto, c’è da chiedersi, quando tra qualche settimana sarà nuovamente mutata la percezione mediatica, quanti di quei tedeschi ed austriaci che ora corrono ad accogliere festanti l’arrivo dei migranti alle loro frontiere orientali risponderanno con lo stesso entusiasmo, non appena si renderanno conto che l’ondata non si esaurirà in poche decine di migliaia di profughi. Soprattutto, sarà interessante confrontarne le reazioni quando prenderanno atto che l’intera operazione non è a costo zero, specialmente nel momento in cui verranno contabilizzati gli oneri che una simile ‘riallocazione’ su vasta scala comporta; nonché l’impatto che questa avrà sui sistemi di welfare e di pubblica assistenza, con la distribuzione delle risorse interne e le lettera ministropriorità di spesa ad essa connessa. Perché è evidente che gli stati europei, nella loro apparente opulenza, hanno pur sempre un limite fisiologico di assorbimento, che per giunta deve tener conto delle sperequazioni di ricchezza e delle disuguaglianze presenti al loro interno, in un continente piagato da una disoccupazione ormai endemica. A maggior ragione, dovrebbe essere piuttosto ovvio che l’Europa non può farsi carico di tutte le miserie del mondo, travasando le popolazioni di interi continenti all’interno dei suoi confini, per quanto l’evidenza possa dispiacere alle appagate Intelligentiae che si crogiolano nello spensierato empireo dei massimi sistemi, mentre festeggiano non si sa bene cosa.
E se la politica dei muri non funziona, certamente funziona ancor meno e peggio quella delle porte spalancate.

A general view of the crowd in the Mall and around the Victoria Memorial filled with well-wishers celebrating the Royal Wedding of Prince William, Duke of Cambridge and Catherine, Duchess of Cambridge on April 29, 2011 in London. AFP PHOTO / WPA POOL / OLI SCARFF (Photo credit should read OLI SCARFF/AFP/Getty Images)

Tacendo sulla complessità delle dinamiche macroeconomiche e del riassetto geopolitico, nella persistenza di crisi endemiche e conflitti permanenti, nei panni di un mediocre Simplicissimus dal fondo della nostra insipienza ci limitiamo a notare che la quasi totalità dei nuovi arrivati provenga da regioni e paesi islamici… E questo forse qualche interrogativo dovrebbe porlo sull’effettivo assetto valoriale di una cultura incentrata sulla predominanza dell’elemento religioso, in un’antitesi apparentemente insanabile con concetti come “libertà”, “laicità”, “democrazia”.. e su come una visione sostanzialmente premoderna della società sia compatibile coi sistemi europei. E magari ci si dovrebbe chiedere quanto questi siano davvero attrezzati per resistere alle eventuali spinte centrifughe pompata al proprio interno, senza un adeguato assorbimento culturale e riconoscimento alla base di ogni integrazione.
Solingen 2012 (Germania) i salafiti festeggiano il 1 MaggioSecondo un’ottica molto superficiale, a giudicare dalle banlieue francesi, dalle rivolte in Svezia (nonostante il suo ‘mitico’ livello di inclusione sociale), i fatti di Londra, dagli attentati di Copenaghen a quelli di Parigi (per citare i fatti più recenti e tacere gli eventi passati), si può dire che finora l’esperimento è ampiamente fallito…
Isl'Amici a LondraCi si chiede pure dove siano i petrodollari sauditi, così copiosi nell’affluire per finanziare ogni predicatore errante presente sulla piazza ed i sedicenti centri ‘caritatevoli’ per l’indottrinamento fondamentalista, ma improvvisamente assenti quando si tratta di assistere e sostenere milioni di musulmani in fuga dall’inferno, spalancato sotto i loro piedi dal fanatismo religioso.
Gli Isl'Amici e la Democrazia (2)L’impertinente Simplicissimus domanda modestamente, e senza troppe pretese, come inoltre i governi europei pensano di affrontare la questione nel corso dei prossimi anni, sulle diverse direttrici di un medesimo fenomeno in fieri. Né può fare a meno di porsi dubbi sulle contraddizioni nell’affrontare la situazione…
Atene - code per la distribuzione viveriDopo aver spezzato le reni alla Grecia, trasformata in un protettorato tributario per liquidazioni in svendita dei propri beni pubblici, e prostrato la popolazione ellenica a livelli di sottosviluppo, in un curioso afflato di umanità tardiva la Germania di frau Merkel spalanca (apparentemente) le proprie porte ai profughi, derogando ai sacri trattati (immodificabili nel caso greco) e sospendendo tutte quelle pratiche di identificazione e riconoscimento, che invece pretende vengano messe in atto in Italia senza eccezioni. E nel farlo biasima con durezza quell’Ungheria (insieme alla Repubblica ceca) che, maldestramente e rudemente, agisce nell’applicazione di quelle stesse norme così platealmente sconfessate.
Greece tops eurozone povertyBerlino accoglie ventimila profughi che con un forzatura si sono sottratti alle ordinarie pratiche di ammissione, ma sospende l’accettazione delle richieste d’asilo, per la bellezza di 75.000 domande, di quanti invece attenendosi alle procedure vigenti avevano correttamente esplicato le regolarità burocratiche, spesso soffermandosi nei campi profughi improvvisati nei Balcani e lì abbandonati in pessime condizioni, nel sostanziale disinteresse di quell’UNHCR così prodigo di raccomandazioni in conto terzi.
siria-profughi-tuttacronacaCosa accadrà quando e se i profughi dovessero sfiorare il milione? E che soluzioni si prevedono, quando ad essi si aggiungeranno le centinaia di migliaia di “migranti economici” in esodo dall’Africa subsahariana che dovrebbero essere rimpatriati secondo disposizioni, ma che per il momento vengono raccolti direttamente in prossimità delle coste libiche per essere portati in Italia oggi ed ‘espulsi’ (chissà) domani.
Parigi - la Cité dei rifugiatiCi si chiede quali siano altresì i requisiti d’accesso, in base ai quali stabilire chi va accolto in deroga alle normative ancora vigenti. E se il metodo discrezionale non sia legato alla forza di chi più spinge per salire sui treni alla frontiera, o alla copertura mediatica di infanti in fasce e madonne piangenti. Cosa di cui con ogni evidenza non possono godere le comunità yazide del Sinjar ed i cristiani assiro-caldei, strappati dalle proprie case e costretti in una lenta agonia nella terra di nessuno, in seguito alla prima grande pulizia etnica del XXI secolo.

Cristiani iracheni

E tutto ciò è stato consumato, senza che nessuno nell’Europa riscopertasi umana se ne sia dato troppo pensiero, a partire dalle mandrie ambulanti di commentatori da salotto televisivo.
Grecia 2015Si cannibalizza il corpicino del bambino curdo fotografato sulla spiaggia turca di Bodrum, pascendosi dei suoi resti mediatici in un culto macabro e necrofilo di pietismo da esposizione, ma sia mai che ci si interroghi sulla cause, sui perché e da chi la famiglia stesse scappando. E non una domanda sulle responsabilità della Turchia, dalle cui spiagge pure i disperati partono alla ventura. Perché forse tutte le responsabilità non sono sempre e solo concentrate nell’emisfero occidentale del pianeta.

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Oriente e Occidente (II)

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 agosto 2015 by Sendivogius

Raffaello Sanzio - 'Scuola di Atene'

«Anis si era dunque ribattezzato “Rushdie” in onore di Ibn AverroesRushd, colui che in Occidente è noto come Averroè, il filosofo arabo-spagnolo di Cordoba del XII secolo che era diventato il “qadi”, o giudice, di Siviglia, traduttore e commentatore celebrato delle opere di Aristotele. Suo figlio portò quel nome per due decenni prima di rendersi conto che il padre, un vero studioso dell’islam a cui però mancava completamente la fede religiosa, lo aveva scelto perché di Ibn Rushd ammirava le argomentazioni razionalistiche all’avanguardia nei confronti degli islamici che, ai suoi tempi, tendevano a interpretare le scritture in modo strettamente letterale.
teologo-arabo[…] Dalla tomba, suo padre gli aveva consegnato un vessillo sotto il quale era pronto a lottare, il vessillo di Ibn Rushd, ossia dell’intelletto, dell’argomentazione, dell’analisi e del progresso, per la libertà della filosofia e dell’insegnamento dai ceppi della teologia, per la ragione umana contro la cieca fede, la sottomissione, l’accettazione prona e l’immobilismo. Nessuno vuole andare in guerra, ma se ti ci trovi in mezzo, che almeno sia una guerra giusta, per le cose più importanti che ci sono al mondo, e allora potresti anche chiamarti “Rushdie”, se dovessi andare a combatterla, e collocarti laddove ti ha messo tuo padre, nel solco della tradizione del grande aristotelico, Averroè, Abuˉ ’l-Walˉıd Muhammad ibn Ahmad ibn Rushd.
Abuˉ ’l-Walˉıd Muhammad ibn Ahmad ibn Rushd[…] Anis era un senza Dio, il che è ancora considerato una condizione scioccante negli Stati Uniti, sebbene sia tutt’altro che eccezionale in Europa, e completamente incomprensibile nella maggior parte del resto del mondo, dove la sola idea di “non credere” è difficile persino da formulare. Ma era esattamente ciò che era: un ateo che però sapeva molto di Dio e ci pensava spesso. Le origini dell’islam lo affascinavano poiché erano le uniche a essere storicamente documentate tra le grandi religioni del mondo, e perché il Profeta non era una leggenda glorificata da “evangelisti” che avevano scritto cento o più anni dopo la vita e la morte dell’uomo reale, né un piatto riscaldato da quell’eccezionale proselitista che era stato san Paolo per un facile consumo globale, ma piuttosto un uomo dalla vita ampiamente certificata, di cui si conoscevano bene le condizioni economiche e di censo, vissuto in un’epoca di profondi cambiamenti sociali, un orfano diventato mercante Al-Qurandi successo dalle tendenze mistiche, che un giorno, sul monte Hira vicino alla Mecca, aveva visto l’arcangelo Gabriele stagliarsi all’orizzonte riempiendo la volta celeste e istruendolo su come “recitare” e pertanto creare a poco a poco il testo della “Recitazione salmodiata”, al-Qur’an, il Corano.
Anis aveva tramandato al figlio la convinzione che la nascita dell’islam fosse affascinante proprio perché si era verificata “dentro la storia”, e che, in quanto tale, non poteva che essere stata influenzata dagli eventi, dalle pressioni e dalle idee circolanti al tempo della sua creazione; e che storicizzare l’accaduto, cercare di capire come una grande idea potesse essere modellata da quelle diverse forze, era di fatto l’unico approccio possibile all’argomento; e che si poteva considerare Maometto un autentico mistico – così come si può accettare che Giovanna GABRIEL - Far from Graced’Arco abbia realmente sentito delle voci o che la Rivelazione di san Giovanni riporti effettivamente l’esperienza “reale” di un’anima tormentata – senza necessariamente stimare come vero che, se qualcuno fosse stato accanto a lui quel giorno sul monte Hira, avrebbe assistito a sua volta all’apparizione dell’arcangelo.
La rivelazione doveva essere intesa come un evento interiore, individuale, non come una realtà oggettiva, e la parola rivelata andava indagata come ogni altro testo, usando tutti gli strumenti critici a disposizione, letterari, storici, psicologici, linguistici e sociologici. In breve, il testo doveva essere considerato come un artefatto umano e, in quanto tale, preda della fallibilità e dell’imperfezione degli uomini.
Il critico americano Randall Jarrell, con una frase diventata famosa, ha definito il romanzo come “un lungo scritto con qualcosa di sbagliato dentro”. Ecco, Anis Rushdie pensava di sapere cosa ci fosse di sbagliato nel Corano: alcuni passaggi sembravano sconnessi.
MaomettoSecondo la tradizione, Maometto, che era forse analfabeta, quando scese dalla montagna cominciò a recitare e chiunque appartenesse alla sua più stretta cerchia e gli fosse vicino in quel momento trascrisse le sue parole su quanto aveva sottomano: pergamena, pietra, pelle, foglie, e talvolta, si dice, persino ossa. Questi brani furono conservati in un forziere custodito nella sua abitazione fino alla sua morte, quando i compagni si riunirono per stabilire la corretta sequenza della rivelazione, ed è alla loro risolutezza che dobbiamo il testo del Corano diventato canonico. Per poterlo considerare “perfetto”, il lettore è chiamato a credere che: a) l’arcangelo abbia riferito la Parola di Dio senza alcuna imprecisione, il che è del tutto ammissibile dal momento che si presume che gli arcangeli siano immuni da refusi; b) il Profeta, o, come preferiva chiamarsi, il Messaggero, si sia ricordato le parole dell’arcangelo con assoluta precisione; c) le frettolose trascrizioni dei compagni, buttate giù nel corso di una rivelazione durata ventitré anni, siano parimenti esenti da errori; d) quando essi si riunirono per disporre il testo nella sua forma definitiva, la loro memoria collettiva della corretta sequenza fosse a sua volta perfetta.
Quraysh Anis Rushdie era riluttante a contestare le proposizioni a), b) e c). La d), invece, gli risultava più difficile da digerire, perché, come facilmente si accorge chiunque legga il Corano, parecchie sure, o capitoli, contengono profonde discontinuità, cosicché un argomento è lasciato cadere d’un tratto, senza preavviso apparente, per poi magari essere ripreso inaspettatamente più avanti, all’interno di una sura che fino a quel momento riguardava tutt’altro. Anis coltivò a lungo il desiderio di ricomporre quelle discontinuità per poter così giungere a un testo che fosse più chiaro e più facile da leggere. Non si trattava di un piano segreto o nascosto, tutt’altro, ne discuteva apertamente con gli amici anche a cena. Non c’era nessun brivido in quell’impresa, nessuna sensazione che essa potesse costituire un pericolo. Forse i tempi erano diversi, e un’idea del genere poteva essere sostenuta senza temere ritorsioni; o forse le persone al corrente erano davvero meritevoli di fiducia; o semplicemente Anis era soltanto un eccentrico inoffensivo. Fatto sta che quello studioso revisionista crebbe i suoi figli in un’atmosfera di indagine libera e aperta, senza divieti, senza tabù. Tutto, persino le sacre scritture, poteva essere vagliato e, almeno potenzialmente, migliorato

Salman RushdieSalman Rushdie
Joseph Anton
Mondadori, 2012

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ORIENTE E OCCIDENTE

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 marzo 2015 by Sendivogius

Scontro tra cavalieri arabi e crociati

Nella (s)fortunata vulgata dello “scontro di civiltà”, che descrive l’Oriente e l’Occidente come due blocchi monolitici irriducibilmente contrapposti nella loro inconciliabile diversità, si rispolverano conflitti e contrapposizioni antiche, esasperate dall’urticante brutalità della guerra siriana e delle sue nefaste ramificazioni mesopotamiche, all’insegna del più bieco fanatismo. E, nelle esasperazioni estreme del tempo presente, si finisce col dimenticare come attraverso il costante attrito di forze contrapposte, lo scontro violento presupponesse anche l’incontro tra due mondi profondamente diversi, che non si capivano, diffidavano l’uno dell’altro, ma nonostante tutto interagivano pur nella reciproca alterità, fra tregue d’armi, scambi commerciali, e persino commistioni culturali che lo stato di guerra permanente pure non escludeva mai del tutto.
La carica di Yaqut il GrossoIn tale prospettiva, è dunque interessante (ri)scoprire Usama ibn Munqidh: personaggio intrigante e spregiudicato quanto basta, vissuto nel periodo che va dalla presa di Gerusalemme alla riconquista della città ad opera di Ṣalāḥ al-Dīn.
images Poco conosciuto al di fuori degli ambienti specializzati di orientalistica, Usama ibn Munqidh fu diplomatico, dotto islamico, cortigiano, avventuriero e spia nella turbolenta Siria del XII° secolo. “Osama”, il cui nome per esteso era Majd al-Dīn Usāma ibn Murshid ibn Alī ibn Munqidh al-Kināni, è stato anche uno scrittore arguto, capace di mescolare il serio ed il faceto nelle memorie di una vita lunghissima, anche secondo i nostri criteri attuali (10/07/1095–24/11/1188), per una storia in chiaroscuro dove nulla è mai ciò che sembra.
crusadersLa sua intensa attività diplomatica lo portò ad interagire con gli europei trapiantati in Terrasanta, che egli chiamava indistintamente “Franchi”, reputandoli poco più che rozzi barbari, ma dai quali era incuriosito come dinanzi ad un fenomeno esotico, non mancando mai di fornire un ritratto colorito e beffardo degli stessi…

chirurgo arabo«Il signore di Munàitira scrisse a mio zio chiedendogli di mandare un medico per curare certi suoi compagni malati e quegli mandò un medico cristiano a nome Thabit. Il medico, dopo nemmeno dieci giorni, fu di ritorno. Noi gli dicemmo “Hai fatto presto a curare questi malati!”. Lui spiegò “Mi presentarono un uomo con un ascesso alla gamba e una donna con una consunzione. Feci un impiastro al cavaliere e l’ascesso si aprì e migliorò. Prescrissi una dieta alla donna, migliorandone il temperamento. Quand’ecco arrivare un medico franco. Affermò che non fossi in grado di curarli, e domandò al cavaliere ‘Vuoi morire con due gambe o vivere con una?’, Cavaliere in TerrasantaAvendo quello risposto che preferiva vivere con una sola gamba, ordinò: ‘Conducetemi un cavaliere gagliardo e un’ascia tagliente!’. Vennero cavaliere ed ascia, ed io ero lì presente. Colui adagiò la gamba su un ceppo di legno e disse al cavaliere ‘Dagli giù un gran colpo di ascia che la tronchi netto!’. E quello sotto i miei occhi la colpì d’un primo colpo e, non essendosi troncata, d’un secondo colpo. Il midollo della gamba schizzò via, e il paziente morì all’istante. Esaminata poi la donna, affermarono che avesse un demonio nella testa, innamoratosi di lei. medieval-doctor-cutting-open-a-patients-everettOrdinarono che le si tagliassero i capelli per renderla meno attraente. E quella tornò a mangiare i loro cibi, e la malattia le aumentò. ‘Il diavolo le è entrato nella testa!’, sentenziò colui. Preso il rasoio le aprì la testa a croce, asportandone il cervello fino a farle apparire l’osso del capo che colui strofinò col sale, e la donna, all’istante, morì. A questo punto domandai se avessero ancora bisogno di me. Risposero di no e io me ne andai via, dopo aver imparato della loro medicina quel che prima ignoravo.”»

 Francesco Gabrieli
 “Storici arabi delle crociate
Einaudi, 2002

Crociato feritoUsama reputa i “Franchi” poco più che rozzi barbari stranieri, ma al contempo ne era incuriosito. E a tratti non riesce a nascondere persino una certa ammirazione, tra episodi singolari, aneddoti edificanti, e storie probabilmente inventate di sana pianta, contenuti nella sua opera più conosciuta: il Kitāb al-I῾tibār, il “il Libro della Riflessione” o anche “Libro degli ammaestramenti con gli esempi”, da cui si possono trarre gustosi bozzetti di vita quotidiana.

Crusade - di Xavier e Dufaux«Ci sono fra i Franchi alcuni che, stabilitisi nel paese, hanno preso a vivere familiarmente coi musulmani e costoro sono migliori di quelli che sono ancor freschi dei loro luoghi d’origine; ma quei primi sono un’eccezione, che non può far regola. A questo proposito, mandai una volta un amico per una faccenda ad Antiochia, il cui capo era Todros ibn as-Safi [ovvero Teodoro Sofiano, un greco cristiano], mio amico, che aveva laggiù autorità. Questi disse un giorno all’amico mio: “Mi ha invitato un mio amico franco; tu vieni con me, per vedere il loro costume”. Andai con lui, raccontava l’amico, e venimmo alla casa di un cavaliere di quelli antichi, venuti con la prima spedizione dei Franchi. Costui, ritiratosi dall’ufficio e dal servizio, aveva in Antiochia una proprietà dei cui reddito viveva. Fece venire una bella tavola, con cibi quanto mai puliti e appetitosi. Visto che mi astenevo dal mangiare disse: “Mangia pure di buon animo, ché io non mangio del cibo dei Franchi, ma ho delle cuoche egiziane, e mangio solo di quel che cucinano loro: carne di maiale in casa mia non ne entra!”.
banchetto araboMangiai, pur stando in guardia, e ce ne andammo. Passavo più tardi dal mercato, quando una donna franca mi si attaccò proferendo nella loro barbara lingua parole per me incomprensibili. Si raccolse attorno a noi una folla di Franchi, e io mi ritenni spacciato: quand’ecco venire innanzi quel cavaliere, che vistomi si avvicinò e disse a quella donna “Che ci hai con questo musulmano?”.
“Questo – rispose colei – ha ucciso mio fratello Urso”, il quale Urso era un cavaliere di Apamea, che era stato ucciso da un soldato di Hamàt.
bataille-croiaes-a-cheval-arabes-francsEd egli le gridò: “Questo è un borghese, cioè un mercante, che non fa la guerra, né sta là dove la fanno”.
Gridò poi alla gente adunatasi, e quelli si dispersero, e mi prese per mano: così quell’aver mangiato alla sua tavola ebbe per effetto di salvarmi la vita

 Usâma Ibn Munqiah
Libro dell’ammaestramento con gli esempi

TemplareQuello che emerge, tra storielle più o meno credibili, è comunque un quadro di relazioni continue e rapporti quasi affabili con il ‘nemico’, nonostante le feroci dinamiche della guerra di religione in corso. Usama frequenta regolarmente i “Franchi” stanziati nella regione ed intrattiene ottime relazioni coi Templari, che chiama persino “amici” nelle sue memorie…

«Quando visitai Gerusalemme, entrai nella moschea Al-Aqsa, che era occupata dai Templari, miei amici. A fianco c’era una piccola moschea che i Franchi avevano trasformato in chiesa. I Templari mi assegnarono questa piccola moschea per recitarvi le mie preghiere. Un giorno vi entrai e glorificai Dio. Ero immerso nella mia preghiera, allorché un Franco balzò su di me, mi afferrò e girò il mio viso verso l’oriente dicendo: “Ecco come si prega!” Una folla di Templari si precipitò su di lui, lo afferrò e lo buttò fuori. Poi si scusarono con me dicendo: “È uno straniero che è arrivato questi ultimi giorni dai paesi dei Franchi e non ha mai visto pregare alcuno che non sia girato verso l’oriente”

 Usâma Ibn Munqiah
Libro dell’ammaestramento con gli esempi

Shayzar Strettamente imparentato con la tribù araba dei Banu Mundiqh, emiri di Shayzar, l’intraprendente Osama apparteneva alla dinastia dei Munqidhidi che dalla loro roccaforte di Shayzar controllavano parte della Siria nord-occidentale. I Banu Mundiqh, dal canto loro, avevano acquistato senza colpo ferire la cittadella fortificata, messa in vendita dal vescovo che l’amministrava per conto dell’imperatore Basilio IIbizantino Basilio II Bulgaroktonos (lo sterminatore di bulgari), così chiamato perché dopo aver sconfitto una imponente armata bulgara nelle gole di Kleidion, sui monti della Belasica, aveva rispedito indietro i prigionieri (circa 14.000 uomini) nella loro capitale di Prilep, non prima di averli fatti accecare tramite abbacinamento.
The Chronicle of Ioannis Skylitzis - Bulagar DefeatAl contempo, è significativo ricordare come lo zio di Usama, l’emiro Izz ad-Din al-Dawla, durante la prima crociata avesse rifornito di provviste e cavalli gli invasori europei in marcia verso Gerusalemme.
Levante - Anno 1135 Costretti come sono a barcamenarsi nella stretta dei principati cristiani di Antiochia ed Edessa, della Contea di Tripoli e dell’Impero bizantino, mantenendo la propria autonomia rispetto all’ingombrante ingerenza dei turchi selgiuchidi ed alle incursioni dei Nizariti del Veglio della Montagna (la Setta degli Assassini), dagli emiri della piccola Shayzar il giovane Osama impara l’arte dell’intrigo e della diplomazia che non lo salveranno comunque dall’esilio. Quindi inizia a districarsi tra le varie signorie islamiche che si disputano il Levante: dagli atabeg turchi di Mosul, Aleppo e Damasco, fino ai Fatimidi del Cairo, mettendosi da Atabegprigioniero al servizio di Zengi e di suo figlio Nur al-Din (meglio conosciuto nelle cronache occidentali come Nuraddino, ovvero Norandino), quindi col grande Saladino, prendendo parte a più cospirazioni dalle quali esce sempre indenne. Dalla somma delle sue esperienze, Usama ricava il materiale per le sue opere, in linea coi richiami moralistici ed edificanti della letteratura “adab.
Assassins-MAP-LGLe frequentazioni coi cavalieri cristiani ed i rapporti coi principati latini non incideranno mai troppo sui pregiudizi di Usama, che sostanzialmente considera i “Franchi” gente umorale, abituata ad agire d’istinto ed imprevedibile, privi di una vera moralità ed incapaci di gelosia, eppure eccezionalmente valorosi in battaglia.

fante bizantino«Presso i Franchi, non c’è ombra di senso dell’onore e gelosia. Se uno di loro va per la strada con la propria moglie e un altro lo incontra, questi prende per mano la donna e la tira in disparte, mentre il marito si allontana, aspettando che lei abbia finito di conversare. E se la fa troppo lunga, la lascia col suo interlocutore e se ne va!
Una mia diretta esperienza è questa: quando venni a Nablus, stavo in casa di un certo Mu’izz, la cui casa serviva d’albergo ai musulmani, con finestre che si aprivano sulla strada. Dall’altra parte della via c’era la casa di un ‘franco’ che vendeva del vino per conto dei mercanti: egli prendeva una bottiglia di vino e gli faceva pubblicità, annunciando “il tal mercante ha aperto una botte di questo vino; che ne volesse acquistare, si trova nel sito tal dei tali e io gli darò la primizia del vino che è in questa bottiglia”.
Ora costui, venuto un giorno a casa sua, trovò un uomo con sua moglie a letto.
gli amantiGli domandò: “Cos’è che ti ha fatto venir qui da mia moglie?”
“Ero stanco” rispose lui “e sono entrato qui a riposarmi”.
“E come mai sei entrato nel mio letto?”
“Ho trovato un letto fatto e mi sono messo a dormire”
“E questa donna dorme con te?”
“Il letto” rispose “è suo; potevo io impedirle di entrare nel suo letto?”
Al che il mercante concluse: “Se lo rifai un’altra volta litigheremo!”
E questa fu tutta la sua reazione e il massimo sfogo della sua gelosia.
turkish_bathUn altro caso consimile è questo, narratoci da un bagnino di Ma’arra di nome Salim, che stava in un bagno di mio padre: […] “Entrò nel bagno un cavaliere dei Franchi, ai quali non piace cingersi un panno alla vita: costui quindi allungò la mano e strappò via il panno dai fianchi e gettò via il perizoma. Così mi vide che da poco mi ero raso la zona del pube. “Salim!” esclamò; mi avvicinai a lui ed egli disse, stesa la mano sul mio pube: “Magnifico! Fai anche a me questo servizio!” e si distese supino sul dorso. Aveva in quel posto un vello lungo come la sua barba. Lo rasi, ed egli passatasi la mano, lo trovò bello liscio, e riprese: “Salim fai lo stesso alla Dama”, e ‘dama’ nella loro lingua vuol dire signora, cioè sua moglie. Ordinò quindi a un suo valletto: “Và a dire alla dama che venga”. Il valletto andò e tornò con lei, e la introdusse. Essa si distesa sul dorso ed egli disse: “Falle come hai fatto a me”. Io le rasai il vello e suo marito stava lì a guardarmi. E poi mi ringraziò e regalò secondo il mio servizio.
Guardate un po’ che contraddizione! Non hanno gelosia né senso dell’onore e al tempo stesso hanno tanto coraggio, che nasce di solito se non dal senso dell’onore e dal disdegno per ogni cosa malfatta

Rocca di ShayzarL’aneddoto surreale dimostra due cose: che Usama ibn Mundiqh era un gran cazzaro, il quale amava raccontare storielle a contenuto boccaccesco; e che gli europei, i “Franchi”, quando ne avevano la disponibilità, non disdegnavano affatto i piaceri del bagno e della toeletta.
BagnoIl Kitāb al-I῾tibār venne riscoperto in Europa solo nel 1880, grazie ad Hartwig Derenbourg che ne rinvenne il manoscritto nella biblioteca reale dell’Escorial di Madrid. Quindi venne successivamente tradotto e pubblicato in francese (1895) e poi in inglese (1930) ad opera dell’arabista Philip Hitti, che nella sua biografia di Usama non mancò di notare come il diplomatico siriano fosse intriso di sufismo di derivazione sciita e permeabile all’eresia ismaelita. Tra Esercito di Saladinole cronache di guerra, le campagne militari, le note autobiografiche e la grande passione per la caccia col falcone (che occupa una parte considerevole del libro), il Kitab è una delle poche opere musulmane a contenere un qualche interesse per lo stile di vita, i costumi ed il modo di pensare del nemico “crociato”, pur seppellendone l’interpretazione sotto uno spesso strato di pregiudizi e stereotipi. Perché l’Altro, nella sua diversità, è sempre più incivile, primitivo, illogico e amorale di quanto non sia l’ultimo dei miei.

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DURA MINGA!

Posted in Muro del Pianto, Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 22 agosto 2014 by Sendivogius

Galline-in-fuga

Il proliferare di cinguettii virtuali via Twitter, di castronerie digitalizzate a mezzo f/b, e di tutto il variopinto campionario di corbellerie variamente assortite, che impazzano senza posa su Siria e Iraq e dintorni, ci insegna fondamentalmente tre cose:
1) che tra i rappresentanti del popolo supino la lingua corre di gran lunga più veloce del pensiero, nell’ansia da dichiarazioni in deficit di prestazioni;
2) che la competenza in materia è inversamente proporzionale alla mole di chiacchiere, con le quali si va sproloquiando in libertà;
3) che una stronzata tira l’altra e che smarrito ogni minimo senso del ridicolo (e finanche del pudore!) si persiste imperterriti nel ribadire la medesima, quasi che la ripetizione possa coprirne l’olezzo, in un mondo che con ogni evidenza ha smarrito le virtù del silenzio.
Aforisma A termini inversi, per parafrasare un celebre aforisma di Woody Allen, si può dire che un imbecille può dire di tutto, senza timore alcuno di smentita. La sua reputazione ne resterà comunque intatta.
Di conseguenza, i rancidi frullati di geopolitica domestica dispensati dal Dibba, le allucinazioni fantapolitiche di un Manlio Di Stefano, i pensierini minimali del prof. Becchi (lo specchio del degrado accademico italiano), fino all’immancabile Carlo Sibilia, che come uno scolaretto inetto sbaglia la lezioncina antropologica imparata a memoria e scambia i misteriosi Kaka’i con i fantomatici “Cagai” (forse un lapsus in riferimento alla sua inesauribile produzione scatologica), nel fondo del loro letamaio certificato a 5 stelle, non fanno altro che confermare la fondamentale distinzione insita nella categoria di riferimento, tra imbecilli profondi ed imbecilli superficiali.
Ai posteri l’ardua sentenza…
Cialtroni a 5 StelleMa la categoria in oggetto è tanto numerosa quanto trasversale. E la cacofonia scatenata attorno all’invio di “armamenti leggeri” e relativo “munizionamento” ai peshmerga curdi, sta lì a dimostrarne tutta l’insipienza.
Le armi che il governo italiano si impegna ad inviare sono scarti di produzione post-sovietica sequestrati tra il 1992 ed il 1995, durante il conflitto nella ex Jugoslavia. Si tratta di vecchi kalashnikov assemblati con pezzi scadenti (e per questo chiamati ‘kalakov’), stoccati per oltre un ventennio in bunker seminterrati in vecchie ‘polveriere’ male impermeabilizzate dell’Esercito, prevalentemente in Piemonte (dalle parti del Sestriere), e lì dimenticate. Ignorano i ministri Mogherini e Pinotti, e massimamente il ciarliero Telemaco, che dopo 20 anni il “munizionamento” si deteriora diventando inservibile. E lo stesso accade per i fucili mitragliatori che, senza un’adeguata manutenzione e oliatura, rischiano di diventare un pericoloso giocattolo nelle mani di chi li usa. Di solito, le prestazioni non sono delle migliori…

Le forniture in questione dovranno, legittimamente, passare prima per Baghdad. E possiamo dire con discreta certezza che ai combattenti curdi di Kirkuk non arriveranno mai, o comunque saranno consegnate con ampio ritardo e in numero ridotto. Cosa del resto già avvenuta, nel caso dei ben più efficienti e moderni armamenti che lo USArmy aveva lasciato in abbondanza nelle disposizioni del governo iracheno, il quale si è guardato bene dal fornire il materiale bellico all’amministrazione autonomista del Kurdistan, preferendo piuttosto ammucchiare le dotazioni militari in depositi lasciati poi incustoditi al saccheggio dell’ISIS che adesso può contare su forniture di primissima scelta. Dunque, tanto rumore per nulla. O poco più.
In alternativa, la proposta pentastellata verte sulla disponibilità a fornire equipaggiamenti non letali a protezione della vita umana… Ovvero sia giubbotti antiproiettile (tanto scomodi quanto totalmente inutili contro un calibro 7,62 mm, che poi è il munizionamento standard di un comune kalashnikov) ed elmetti (non è dato sapere se in kevlar, o vecchi caschetti in disuso risalenti al 1970), fondamentali per respingere un attacco in forze dei massacratori dell’ISIS!
img_3376_copy_small.jpgSi aggiunga l’apertura di corridoi umanitari, il ripristino delle forniture di acqua potabile che non si capisce bene come e da chi dovranno essere garantiti e soprattutto difesi (a sassate?!?); insieme ad una iniziativa internazionale per il cessate il fuoco, che di fatto coinvolgerebbe ed implicherebbe un riconoscimento internazionale ed una legittimazione legale alle bande di tagliateste e stupratori che scorrazzano indisturbate nel sedicente Califfato salafita (geniale!), perché come dice l’onorevole Manlio Di Stefano: serve rispetto per capire l’ISIS.
Collezionisti di teste (2)Diversamente, bisogna coinvolgere l’ONU e chiedere l’intervento di una forza internazionale di interposizione, vale a dire i “caschi blu” dei quali si Safe arearicorda la proverbiale determinazione e l’efficacia dimostrata a suo tempo nel grande mattatoio bosniaco. Quest’ultima trovata è scaturita dalla fantasia delle animelle belle di SEL, che per non diventare una “costola del PD” si sono ridotte ad andare a rimorchio (per giunta senza alcuna contropartita) della Setta pentastellata, subendone supinamente l’iniziativa in un Caschi blucascame di sterili distinguo. E si ignora che i famosi “caschi blu” altro non sono che soldati professionista con l’elmetto coperto da una calottina turchese ed i blindati da combattimento verniciati di bianco, imbrigliati in una inefficiente e rissosa (tante sono le nazionalità) catena di comando.

srebrenica-genocid

Ma un coinvolgimento delle Nazioni Unite, con mobilitazione del Consiglio di sicurezza e di interminabili “tavoli di discussione” dove nulla mai si decide tra i veti incrociati, avrebbe il duplice vantaggio di posticipare sine die ogni decisione rendendo inutile qualsivoglia intervento. Ad essere ottimisti, si rimanderà tutto da qui a sei mesi. A quel punto, in IRAQ e in Siria le minoranze perseguitate, non sono solo quelle cristiane ma anche quelle di yazidi, shabak, bahá’í, armeni, comunità di colore, circassi, Kaka’i, kurdi faili, palestinesi, rom, turkmeni, mandei sabei cesseranno di esistere del tutto. E quindi non si porrà più l’annoso problema della loro protezione. E potremo così continuare a baloccarci con qualche altra polemica su f/b tipo le presunte censure omofobe della Barilla o le cretinate di un Tavecchio. Sicuramente molto più rassicuranti nel nulla che nasconde l’abisso.

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