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Articolo 21

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 maggio 2017 by Sendivogius

«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure

(Art.21, comma 1-2, della Costituzione della Repubblica Italiana)

Oggi si celebra la “Giornata mondiale della libertà di stampa”. Un bene prezioso, almeno finché tale libertà viene esercitata a discrezione dei potenti, o degli aspiranti tali nelle loro pretese egemoniche, e che la stampa non disturbi troppo i manovratori in carriera…
Fintanto che la ‘stampa’, ed estensivamente i ‘media’, servono la ‘causa’ con compiacenti interviste in ginocchio, facendo da grancassa agli interminabili monologhi del leaderino di turno, senza che alcun contraddittorio o quesito indiscreto giunga a disturbare la narrazione fantastica; fintanto che l’intervistato fornisce domande e risposte dinanzi ad un microfono muto; fino a che il giornalismo da watchdog del potere si acconcerà a farne il cagnolino da salotto… allora la “libertà di stampa” sarà sacra ed inviolabile. In caso contrario, nella migliore delle ipotesi, sentirete parlare di “regole più stringenti per il settore”. E nell’opzione peggiore sarà un exploit crescente di minacce ed intimidazioni più o meno esplicite, con allusioni continue a “tribunali speciali” ed al “giudizio” di un improbabile “popolo” autoconvocato, col quale da sempre i personaggetti autoritari confondono le loro claque plaudenti; nell’autoreferenzialità di chi non ammette critiche, ma legge i media come strumenti per la costruzione del consenso personale, o una minaccia per la realizzazione dello stesso.
Vi ricordate quanto ce l’hanno menata Grillo ed i replicanti della sua setta digitale con la (discutibile) classifica annuale, stilata da Reporters sans frontières, eletta a verità di fede e quindi elevata a monito assoluto dello stato drammatico (falso!) della libertà di stampa in Italia, salvo poi scoprire che una delle cause di questo decadimento civile e culturale ancor prima che reale sarebbe proprio il V@te® a cinque stelle e la canea di invasati che lappa in quella specie di centrale dello spaccio organizzato di fake-news, bufale, panzane surreali, anatemi ed indignazione telecomandata, che a tutt’oggi costituisce l’unico strumento di consultazione e di informazione dei followers della setta e che si vorrebbe universale nella sua visione totalitaria?!?
Succede, quando si producono continue liste di proscrizione coi nomi dei giornalisti che “danno loro fastidio”; quando un Vice-presidente della Camera dei deputati arriva a scrivere una lettera a metà tra l’intimidazione e l’intimazione, in cui chiede provvedimenti contro quei giornalisti che a suo insindacabile giudizio “diffamano” il notorio movimento, per non aver declamato con entusiastico ardore i grandi successi ottenuti nelle città sotto amministrazione pentastellata.

Peraltro, i trionfi di Roma sono sotto gli occhi di tutti i suoi cittadini, che quotidianamente possono apprezzare l’eccezionalità della Giunta Raggi.

Succede, quando la canea rabbiosa del Grullo è il gruppo parlamentare che in due anni è riuscito a produrre il più alto numero di querele a scopo intimidatorio contro singoli giornalisti, piuttosto che rispondere alle domande.

Succede, quando il “Capo Politico”, non perde occasione di attaccare ed offendere i giornalisti, ovunque li incontri lanciando minacce nemmeno troppo larvate ed aizzando gli invasati della setta contro di loro, tra vittimismo costruito sul mito persecutorio ed intimidazione costante nella prassi.
Oggi è il turno del New York Times, fino a ieri autorevolissimo giornale ed oggi declassato a fogliaccio della “casta”, per aver pronunciato invano il nome dell’e_guru, a proposito di un altro tema assai caro ai devoti della setta, dopo i chip sottocutanei per il controllo a distanza e le teorie del complotto mondiale…

«In Italia, il populista Movimento Cinque Stelle (M5S), guidato dal comico Beppe Grillo ha fatto campagna attiva su una piattaforma anti-vaccinazioni, ripetendo i falsi legami tra vaccinazioni ed autismo. A questi ed altri scettici, l’epidemia di morbillo in Italia dovrebbe suonare come un campanello d’allarme.
[…] Il M5S potrebbe non essere del tutto responsabile dell’epidemia dal momento che lo scetticismo nei confronti delle vaccinazioni precede l’ascesa del partito. Tuttavia, negli ultimi anni la percentuale delle vaccinazioni dei bambini sotto i due anni è costantemente diminuita, passando dagli 88 percento del 2013 all’86 per cento nel 2014 e all’85 per cento nel 2015.
[…] La lotta contro lo scetticismo del vaccino non è facile, perché nonostante gli innumerevoli studi condotti da innumerevoli gruppi sanitari che affermano che non esiste alcun legame tra i vaccini e l’autismo non si è riusciti a penetrare nella nebbia diffusa dal signor Grillo e dai suoi omologhi

Con ogni evidenza, il NYT sbaglia. Perché in realtà il sedicente MoVimento non è (solo) contro il vaccino del morbillo, ma diffida un po’ di tutte le vaccinazioni (senza particolari distinzioni), in quanto altro grande complotto ordito dalle cause farmaceutiche. E quindi fenomeno (non profilassi) da contrastare, in nome di una generica “libertà di scelta vaccinale”, con tanto di “esperti” alternativi ad illustrare le doti miracolose delle noci e di potentissimi antitumorali come il bicarbonato, per una guarigione naturale e non invasiva (farmaco-free). Un tempo era la cura Di Bella (di cui Beppone fu uno dei massimi sponsor), ora ci si affida direttamente agli stregoni. O ai gruppi di facebook, come l’emiliano “Vaccipiano” assurto agli onori del consiglio regionale. Perché il M5S non è contro i vaccini, ma contro l’uso degli stessi. Loro si informano altrove… Su internet c’è tutto. E una volta in Parlamento producono capolavori come questo:

“Norme sull’informazione e sull’eventuale diniego dell’uso dei vaccini per il personale della pubblica amministrazione”

E’ la proposta di legge n° 2077 depositata alla Camera (12/02/2014) su iniziativa della “cittadina-deputata” Emanuela Corda, e che peraltro riguarda la salute del personale civile e militare sottoposto a vaccinazione, dei cui rischi la “cittadina” Corda è preoccupatissima poiché:

«Il Ministero della difesa chiede la copertura obbligatoria dei vaccini da parte del personale militare giustificandola con l’assolvimento dei compiti di difesa della Patria e di intervento nei teatri operativi. Questa legittima richiesta del Ministero della difesa si scontra però con una forte limitazione della libertà di pensiero della singola persona, che, pur essendo un militare, gode sempre dei diritti costituzionali. Il Ministero della difesa sostiene da sempre di rispettare tutte le cautele necessarie alla salvaguardia della salute del personale militare e che i vaccini non comportano invalidità o conseguenze per la stessa. Recenti studi hanno però messo in luce collegamenti tra le vaccinazioni e alcune malattie specifiche quali la leucemia, intossicazioni, infiammazioni, immunodepressioni, mutazioni genetiche trasmissibili, malattie tumorali, autismo e allergie

“Studi” che, ovviamente, la Corda e gli altri firmatari della legge si guardano bene dal presentare, o quanto meno citare.
Altri tempi quando il Beppone nazionale tuonava contro le mammografie, muovendo squallide insinuazione contro Umberto Veronesi, o dando della “vecchia puttana” a Rita Levi Montalcini, nella sua ossessione tutta personale per le aziende farmaceutiche, dopo aver giocato per troppo tempo a Resident Evil sulla playstation!
I virus, sai com’è?!? compaiono e si estinguono da soli, per grazia ricevuta o per castigo divino. Come per la difterite. E sarebbe così anche per l’epatite, se non fosse per le solite multinazionali…

  «La difterite stava scomparendo per i cazzi suoi. La poliomelite stava scomparendo per i cazzi suoi. Savi, un grande scienziato, un Di Bella, uno che si inoculava, uno che non ha venduto niente a nessuno, è morto col dubbio sul suo vaccino!!! Là dove hanno fatto le vaccinazioni le malattie sono scomparse, là dove non hanno fatto le vaccinazioni le malattie sono scomparse lo stesso. Sono cicliche… Nel medioevo ci si ammalava, si moriva, non si vedeva il microbo perché non c’era il microscopio… era Dio!!! Per lo meno era Dio, che ti faceva ammalare! Non una multinazionale del cazzo! Era Dio. DIO! La gente viveva e non aveva idea dell’igiene. L’igiene è una idea, eh!?»

Certo, come no?!? Era il 1998. Stesso coglione, identici deliri, ma con 20 anni di meno. Oggi non è cambiato nulla, il messaggio è sempre lo stesso…
La scienza è il male. Beppe è la cura. E un blog ci salverà.
È la non-democrazia diretta da Grillo e dalla Casaleggio Associati.

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COSE TURCHE

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , on 17 luglio 2016 by Sendivogius

The Turk of Kempelen

Nella sua guida pratica al colpo di stato, un giovanissimo Edward Luttwak illustrava (era il lontano 1968) con dovizia di analisi tutte le variabili possibili per la riuscita del golpe perfetto, individuando nella rapidità di esecuzione e nella neutralizzazione degli obiettivi primari gli elementi fondamentali per il suo successo.

Tecnica del colpo di stato«Fino a quando l’attuazione del colpo di stato è rapida e noi rimaniamo avvolti nell’anonimo, nessuna particolare fazione politica avrà un motivo o un’occasione per opporsi. In fin dei conti potremmo essere i suoi potenziali alleati. In ogni caso, un indugio ci farà perdere il vantaggio principale di cui disponiamo: la neutralità volontaria di quegli elementi i quali si attengono al principio “aspetta e stà a guardare” e la neutralità involontaria di quelle forze che richiedono tempo per essere concentrate e spiegate prima dell’azione. La necessità di un massima rapidità significa che le tante operazione del colpo di Stato devono essere attuate quasi simultaneamente; ciò a sua volta richiede un gran numero di persone

LuttwakEdward N. Luttwak
“Tecnica del Colpo di Stato”
Longanesi, 1969

E quindi richiede l’impiego di unità che siano ben organizzate, motivate, e più che determinate a realizzare l’impresa.
Ovviamente, Luttwak non manca di elencare la scala delle priorità, da realizzare immediatamente nelle prime fasi del golpe. Tra questi:

a) Assicurarsi l’appoggio delle unità di polizia militare della Gendarmeria; neutralizzare i servizi di intelligence e controspionaggio (e fin qui ci siamo).
turchib) Ridurre al silenzio le principali autorità politiche e di governo ostili al putsch, che devono essere catturate (o eliminate) ben prima della mobilitazione generale. E bisogna farlo in fretta, tramite blitz coordinati e condotti possibilmente da squadre d’elite, in modo da bloccare l’intera catena di comando “lealista” e ritardare così la possibile controffensiva nella confusione delle direttive, paralizzando la capacità di reazione.
Jandarma Müzesic) Occupare le stazioni radiotelevisive, assicurarsi il pieno controllo delle trasmissioni, ed interdire tutte le comunicazioni, facendo filtrare solo notizie e proclami favorevoli alla nuova giunta.
Jandarma Müzesi (1)d) Controllare le principali arterie stradali ed i nodi strategici; assicurarsi quindi la conquista simbolica dei luoghi del potere, attraverso l’occupazione dei principali edifici di governo (ministeri e sedi istituzionali). Garantirsi il necessario spazio di manovra (e di movimento truppe) con l’imposizione del coprifuoco (che va fatto rispettare) e la proclamazione della legge marziale.
turco volantee) Disporre di un numero sufficiente di truppe e delle fondamentali coperture, tipo l’appoggio dell’aviazione militare col controllo dei cieli e degli aeroporti. Soprattutto, ricercare il consenso o quantomeno la neutralità delle forze sociali del regime che si intende deporre.

«L’efficienza dei soldati moderni, con i loro rapidi mezzi di trasporto, le comunicazioni sicure e le armi potenti, significa che anche una singola formazione fedele al regime potrebbe intervenire e sconfiggere il colpo di Stato, se com’è possibile le sue forze sono scarse e la massa della popolazione ed il resto delle forze statali rimangono neutrali.
[…] È naturalmente possibile servirsi di un cacciabombardiere per “eliminare” un palazzo presidenziale, invece di inviare una squadra ad arrestarne l’occupante…. ma si tratta di un modo alquanto estremo di giocare la partita…. Il bombardamento tattico della propria futura capitale, e della propria possibile residenza dopo il colpo di Stato, non può certo ispirare fiducia nel nuovo governo

Edward N. Luttwak
“Tecnica del Colpo di Stato”
Longanesi, 1969

Sarà per questo che gli improvvisati golpisti turchi si sono messi a mitragliare un palazzo presidenziale praticamente vuoto, occupare sedi di un partito abbandonato per tempo, mettersi a cannoneggiare il Parlamento (per essere sicuri di aver contro tutti i deputati indistintamente), non preoccupandosi minimamente di catturare la leadership politica del Paese, a cui è stato concesso tutto il tempo necessario per fuggire e rifugiarsi chissà dove, dando al presidente-sultano la fondamentale possibilità di chiamare a raccolta i suoi accoliti e lanciare i propri appelli dalla televisione pubblica, opportunamente lasciata trasmettere in tutta tranquillità durante le fasi iniziali e più delicate del colpo di Stato.
Il coprifuoco a IstanbulNaturalmente, per la perfetta riuscita del coprifuoco si è scelto come orario il dopocena di un venerdì sera, con le strade di Istanbul e della capitale Ankara intasate dal traffico, i locali pieni, e l’intera popolazione in giro, ben sveglia, e connessa ai social network (peraltro lasciati liberi di trasmettere senza troppi problemi).
cnn turkLuttwak nel suo manualetto di istruzioni non poteva certo immaginare le potenzialità di internet, ma certamente sapeva che:

«Le forze politiche possono intervenire contro il colpo di Stato in due modi:
a) Possono chiamare a raccolta e dispiegare le masse, o una parte di esse contro il nuovo governo.
b) Possono manipolare mezzi tecnici da esse controllati, allo scopo di opporsi al consolidamento del nostro potere.
L’azione dei capi politici, religiosi, etnici o intellettuali, che potrebbero avvalersi contro di noi della struttura del loro partito o della loro comunità, costituisce un esempio del primo intervento

E appunto per questo,

«La nostra neutralizzazione generale delle forze politiche verrà condotta nei termini di questa infrastruttura. Ci impadroniremo, mantenendole, di quelle infrastrutture che saranno necessarie ai nostri scopi, mettendo temporaneamente fuori uso le altre. Se i sistemi di comunicazione e il sistema di trasporti sono sotto il nostro controllo, o per lo meno non funzionano, la minaccia potenziale posta dalle “forze politiche” sarà in vasta misura neutralizzata; i capi del governo ante-golpe saranno arrestati, in quanto fanno parte dell’infrastruttura e sarebbero probabilmente le maggiori fonti di ispirazione di ogni opposizione al colpo di Stato.
Neutralizzeremo in particolare alcune forze politiche, identificando e isolando la loro leadership e smembrandone l’organizzazione; ciò si renderà necessario soltanto con quelle forze che siano sufficientemente elastiche e militanti, per intervenire contro di noi anche se l’infrastruttura sarà neutralizzata. Entrambe le forme di neutralizzazione implicheranno la scelta di determinati obiettivi che saranno catturati o posti fuori uso da squadre formate con quelle forze dello Stato che avremo completamente sovvertito o, secondo la nostra terminologia, incorporato.
[…] Per quanto il nostro colpo di Stato possa essere attuato senza spargimento di sangue, per quanto progressisti e liberali possano essere i nostri scopi, dovremo ugualmente isolare alcuni singoli individui, durante e immediatamente dopo la sua attuazione. Di essi il gruppo più importante sarà quello formato dalle figure più eminenti del regime ante-colpo di Stato o, in altri termini, dai leader del governo e dai loro stretti collaboratori, sia che essi siano ufficialmente uomini politici o no.
[…] Oltre ad essere scomodamente numeroso, questo gruppo sarà inoltre particolarmente deciso e pericoloso. La reputazione personale e l’autorità dei suoi componenti potrebbero essere tali da consentire loro di chiamare a raccolta le forze disorganizzate dello Stato o le masse organizzate; potrebbero inoltre imporre la loro volontà alle squadre inviate a catturarli, tramutandole in alleati.
[…] In fine dei conti, se un giovane soldato che agisce al di fuori delle mansioni familiari si trova di fronte ad una personalità politica tutto il comportamento della quale è calcolato in modo tale da indurre la gente ad ubbidirla, è difficile essere certi che eseguirà gli ordini e non i contrordini che potrebbero essergli impartiti

Va da sé che nessuna di queste ‘accortezze’ è stata messa in pratica dai golpisti turchi; i quali, per essere sicuri del pieno fallimento di un’iniziativa peraltro anacronistica, hanno affidato le operazioni a pochi raffazzonati reparti di fanteria meccanizzata, massimamente composti da soldati di leva (che in parte credevano di partecipare ad una simulazione), privi di motivazioni ideologiche e che certamente non avrebbero aperto il fuoco in maniera indiscriminata contro una folla di civili disarmati. Insomma, un pugno di gendarmi della polizia militare, qualche plotone di fucilieri, con l’appoggio di una dozzina di carri armati tra cui facevano bella vista di sé gli obsoleti M-60 ed i vecchi cingolati M-113, accanto a qualche sporadico Leopard 2 subito abbandonato ed un paio di elicotteri d’attacco Cobra, per uno schieramento complessivo di forze assolutamente incapace di contrastare il probabile attacco di una qualunque brigata corazzata.
colpo di stato in turchiaPeraltro, a disarmare gli insorti è bastata una folla confluita in massa contro i posti di blocco presidiati da sparuti gruppetti di fantaccini allo sbaraglio. E questo la dice lunga sulla convinzione e le motivazioni di un tentativo di colpo di Stato quantomeno surreale, sicuramente fuori dal tempo e dalla storia.
colpo-di-stato-turchiaAd essere molto maliziosi, si potrebbe quasi pensare che una manina assai interessata abbia spinto un risicato gruppo di ufficiali intermedi, soffiando sui malumori che già da tempo circolano nei circoli militari dell’esercito turco, portandoli a sopravvalutare di molto le loro possibilità e conducendoli ad un’azione tanto azzardata quanto fallimentare. Soprattutto, si è trattato di “una benedizione voluta da dio”, giunta provvidenziale a rinsaldare il potere declinante del sultano Erdogan e sancirne l’apoteosi imperiale, in pieno revival neo-ottomano; oppure, se preferite, carnevale…

carnevale ottomano (1)

Per fortuna in Turchia ha vinto la democrazia, coi muezzin delle moschee che nella notte del golpe incitano i fedeli alla jihad contro i militari, che nel loro fumosissimo programma di governo avrebbero avuto in progetto di porre un freno alla deriva islamista del Paese.
erdoganinsultingpresidentSarà per questo che il presidente Erdogan come prima cosa ha provveduto ad arrestare o rimuovere oltre tremila magistrati, sostituendo i giudici della Corte costituzionale e della Corte di Cassazione con fedelissimi dotti islamici di sua esclusiva fiducia, mentre pensa di indire un referendum per attribuirsi i pieni poteri e magari sciogliere i partiti dell’opposizione curda. Non si capisce bene la relazione con il colpo di Stato, ma si intuiscono benissimo le finalità dei provvedimenti…

cumhurbaskani-erdogandan-misafirlerine-mehterli-yemekIl sobrio ingresso alla residenza presidenziale di Erdogan il Sultano

E nell’intermezzo si parla di reintrodurre la pena di morte, mentre arrivano le prime immagini di decapitazioni anche ad Istanbul sopra il ponte sul Bosforo, al liberatorio grido di Allahu Akbar. Sono alcuni dei doni portati in dote dallo sposo turco nel peggior matrimonio di interessi, mai consumato peggio dai tempi di Barbablù.
GettyImagesAnche questo è il ‘ritorno’ della democrazia in Turchia. Ovvero: il consolidamento di una dittatura a discapito di un’altra. Difficile stabilire quale sia peggio. In compenso, sono scene che toccano il cuore di ogni sincero democratico, che crede alle libertà civili ed allo stato di diritto. Indubbiamente, l’autocrazia asiatica ha adesso tutti i requisiti per entrare a pieno titolo nell’Unione europea, che davvero se ne sentiva la mancanza di simili contributi.

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Machina ad excludendum

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , on 10 luglio 2016 by Sendivogius

hypocrisymeterDel controverso Pierre-André Taguieff, tra i più importanti (e contestati) studiosi del razzismo contemporaneo, avevamo già parlato in relazione a tutt’altro contesto
Siccome ogni narrazione, grande o piccola che sia, si nutre di archetipi, meglio se sfruttando il sensazionalismo di momenti topici, e siccome l’omicidio (preterintenzionale) del nigeriano ucciso a Fermo è stato subito piegato ai pietismi costruiti dell’ennesima strumentalizzazione mediatica, il ricorso a Taguieff è funzionale all’analisi. Questo perché l’argomento è di quelli delicati, da maneggiare con cura per non alimentare equivoci e provocare la pronta reazione delle vestali dell’ortodossia. Non che la cosa sia un problema…
casse toiPerciò, nel
 giorno dei cordogli telecomandati a reti unificate, della melassa riscaldata e dell’esibizione stucchevole dei buoni Pierre-André Taguieffsentimenti all’ingrosso, attingere al pensiero del sociologo francese diventa quasi una necessità; onde pompare un po’ di ossigeno al cervello tra gli asfissianti sciami di mosche bianche, preti esuberanti, e ministre prontamente planate in quel di Fermo, sul luogo del fattaccio per esprimere le proprie solidarietà pelose, sgocciolate ad indignazioni alterne. Si segnalano per la recita governativa, la presenza di Nostra Madonna dei Boschi, in drammatico crollo azionario di consensi, e l’immancabile Santa Laura patrona del Migrante, dopo l’assordante silenzio e la plateale Simona Montiassenza alle esequie dei nove italiani (tra cui una ragazza incinta di 5 mesi!), massacrati a colpi di panga nell’accogliente capitale bengalese in quanto “stranieri”, e celebrate nel totale disinteresse di media e governo più che mai ansiosi di dimenticare in fretta lo sconveniente ‘incidente’. Lì, ai funerali privati, le dame dell’istituzional cordoglio proprio non si son viste (l’auto blu era in revisione?).
PangaL’analisi di Taguieff non basterà di certo a ristabilire un minimo di equilibrio, riconducendo alla sua dimensione ordinaria un banale fattaccio di cronaca locale trasformato in caso nazionale, pompato ad arte nell’obnubilamento collettivo delle coscienze, su ottundimento retorico per colpevolizzazione indotta e distorsione deduttiva…
Resto del Carlino..E che tanto ha ispirato gli esercizi di stile che ungono la punta dello stilo dei salivanti scribacchini di regime, specializzati nella produzione seriale di pensierini melensi, che grondano appiccicosi dalle fucine dell’ipocrisia politicamente corretta e certificata a marchio dop, col quale menarcela ancora a lungo fino alla naturale scadenza della notizia.
Al contrario, Taguieff ha il pregio di fornire una prospettiva in più, quando parla dell’uso strumentale dell’antirazzismo come una macchina criminalizzante per fabbricare esclusione, tramite l’abuso linguistico e intellettuale del termine “razzista”, nel gioco degli specchi distorti alla fiera dei conformismi piagnucolosi.

Il Razzismo«Ciò che di solito viene definito “razzismo” non ha cessato, nonostante la banalizzazione del termine e la sua perdita di senso, legato al suo utilizzo politico e crescente uso mediatico, di porre problemi nella sua definizione. Per questo termine il significato sfuma di continuo, in mancanza di meglio, per essere impiegato in lavori di studio dove il suo status di termine polemico non cessa di contraddire il valore scientifico degli autori. Al contempo, la parola “razzista” è diventata un insulto nel linguaggio ordinario…. e dotato di una forza di delegittimazione ancora più forte dell’insulto politico.
[…] Trattare un individuo da razzista significa marchiarlo nel modo più definitivo possibile e rigettarlo come figura intollerabile sulla base di una condanna morale assoluta, che lo escluda da ogni dibattito pubblico. Proferire la parola “razzista”, applicare l’aggettivo ad un individuo, significa etichettarlo di una valenza negativa, riducendolo a mero esempio di quanto ci sia di peggio. Ma questo uso polemico, nel nome del Bene, ha svuotato il termine “razzista” di ogni contenuto concettuale. La routinizzazione del suo utilizzo polemico ha finito col rendere il termine inadatto a funzionare come categoria descrittiva.
[…Dalla difficoltà di definire il concetto] Il razzismo perde la sua dimensione specifica, finendo con l’essere considerato come un trattamento ingiusto, diluito in categorie onnicomprensive nell’ambito degli atti di imagesviolenza di uomini contro altri uomini……. Alcune organizzazioni antirazziste confinano sul ridicolo puntando le loro indagini sul “razzismo” e l’analisi di discriminazione razziale sulla selezione all’ingresso di discoteche. Ed esporre tali selezioni come se avessero qualcosa a che fare con le selezioni di ebrei deportati l’arrivo dei convogli per Auschwitz! Amalgama odiosa che riflette il triste stato in cui versa la “lotta contro il razzismo”. Ma perché parlare ancora di “razzismo”? Il riferimento alla “razza” che presuppone l’uso della parola “razzismo” è diventata metaforica. Il colore della pelle non è più significativo di quanto non lo siano la lingua, la religione, costumi, ecc E le reazioni chiamate “razziste” non presuppongono in alcun modo informazioni genetiche su soggetti “razziali”. L’assenza di ogni riferimento biologico nel concetto di “razzismo” è pressoché totale. La confusione si nutre di una applicazione indefinita della parola “razzismo”, a partire da analogie o accostamenti vaghi. Ad esempio: razza, sesso, età, classe sociale, provenienza della vittima….. Perché impiegare in modo surrettizio e generico una parola il cui significato è diventato indefinito?
[…] Tornando alla realtà sociale, non tutte le discriminazioni possono essere considerate “razziste”. E intendo una discriminazione un trattamento differente e diseguale delle persone o gruppi in ragione delle loro origini, appartenenze e apparenze (fisiche e sociali), delle loro credenze e delle loro opinioni, reali o supposte, e di un trattamento percepito di conseguenza come ingiusto che si traduce in pratiche e giudizi intollerabili attraverso i quali degli individui o gruppi di individui vengono privati dell’accesso a determinati beni.
taguieffLa discriminazione contro i giovani.. i vecchi.. gli handicappati.. non costituiscono forme di razzismo. Non più di quanto lo siano i criteri di razzializzazione, allorché si considera una categoria di immigrati come un fattore di contaminazione della popolazione maggioritaria.
Il criterio è semplice: in questi casi si verifica una essenzializzazione di gruppo da parte delle categorie coinvolte. Ma si ritrova anche l’elogio indifferenziato dell’immigrazione come un bene, un bene in sé ed un valore intrinseco. Un’immigrazione angelicata che a sua volta demonizza le politiche anti-immigratorie: tanto che certi difensori degli “immigrati” (considerati nella loro totalità) li celebrano come l’incarnazione del sale della terra (postulando la superiorità degli immigrati eretti a pseudo-razza), a tal punto che si può parlare ironicamente di un razzismo pro-immigrati, né più né meno giustificato di quanto possa essere il razzismo anti-immigrati.
[…] Tutto questo uso improprio dell’antirazzismo avvelena l’opinione pubblica e corrompe il dibattito politico, al contempo contribuisce a porre su un piano razziale i conflitti ed i rapporti sociali. Gli effetti perversi esistono, come si possono chiaramente vedere senza le lenti ideologiche le conseguenze indesiderate di un antirazzismo diventato una macchina per fabbricare esclusione, per sporcare e condannare a morte civile

Pierre-André Taguieff
(15/07/2011)

L’articolo completo, pubblicato giusto cinque anni fa sulla rivista “Atlantico”, lo trovate QUI (in francese). Se volete dilettarvi in una traduzione sicuramente migliore…

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DESISTENZA

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , on 24 aprile 2016 by Sendivogius

'Happy Birthday' - ZeeCast by Alexiuss

Potato degli stoloni retorici, il testo che vi (ri)proponiamo poteva benissimo essere scritto oggi. E invece venne pubblicato nel lontano Ottobre del 1946 sulla rivista mensile Il Ponte, dove ebbe a riunirsi il meglio dell’intelligenza italiana di provenienza azionista, negli anni difficili del primo dopoguerra.
Insomma, il secondo conflitto mondiale s’era concluso da poco più di un anno, l’Italia era diventata una repubblica soltanto da qualche mese (in quanto alla “democrazia”: si trattava più che altro di un postulato teorico ancora lungi dall’essere messo in pratica), e già si parlava di desistenza in luogo della lotta di Liberazione, per una ‘nuova’ compagine governativa la cui unica ansia era quella di archiviare in fretta l’esperienza restistenziale, in una sostanziale continuità col precedente regime rivisto e corretto in salsa ‘democratica’, speculare ad una capillare occupazione del potere che mal si accordava coi valori e le aspirazioni della Resistenza. Soprattutto se visti come fastidiosi impicci dei quali disfarsi in fretta. Oggi si può dire che l’oblio paventato a suo tempo da Piero Calamandrei è un’operazione compiuta, nella sostanziale rimozione della memoria (o nelle sue infantili distorsioni) con tutto ciò che questo comporta. E no, un selfie non ci salverà.

Renzi-Bean

«Quel miracoloso soprassalto dello spirito che si è prodotto, quando ogni speranza pareva perduta, in tutti i popoli europei agonizzanti sotto il giogo della tirannia interna ed esterna, ha ormai ed avrà nella storia del mondo un nome: “resistenza”. Sotto la morsa del dolore o sotto lo scudiscio della vergogna, gli immemori, gli indifferenti, i rassegnati hanno ritrovata dentro di sé, insospettata, una lucida chiaroveggenza: si sono accorti della coscienza, si sono ricordati della libertà. Prima che schifo della fazione interna, prima che insurrezione armata contro lo straniero, questo improvviso sussulto morale è stato la ribellione di ciascuno contro la propria cieca e dissennata assenza: sete di verità e di presenza, ritorno alla ragione, all’intelligenza, al senso di responsabilità. La resistenza è stata, nei migliori, riacquisto della fede nell’uomo e in quei valori razionali e morali coi quali l’uomo si è reso capace nei millenni di dominare la stolta crudeltà della belva che sta in agguato dentro di lui.
BrechtSi è scoperto così che il fascismo non era un flagello piombato dal cielo sulla moltitudine innocente, ma una tabe spirituale lungamente maturata nell’interno di tutta una società, diventata incapace, come un organismo esausto che non riesce più a reagire contro la virulenza dell’infezione, di indignarsi e di insorgere contro la bestiale follia dei pochi. Questo generale abbassamento dei valori spirituali da cui son nate in quest’ultimo ventennio tutte le sciagure d’Europa, merita di avere anch’esso il suo nome clinico, che lo isoli e lo collochi nella storia, come il necessario opposto dialettico della resistenza: “desistenza”. Di questa malattia profonda di cui tutti siamo stati infetti, il fascismo non è stato che un sintomo acuto: e la resistenza è stata la crisi benefica che ci ha guariti, col ferro e col fuoco, da questo universale deperimento dello spirito.
Così ci illudevamo due anni fa, alla vigilia della liberazione. Ma oggi ci sembra di avvertire d’intorno a noi e dentro di noi i sintomi di un nuovo disfacimento.
Ciò che ci turba non è il veder circolare di nuovo per le piazze queste facce note: il pericolo non è lì; non Albert Kesselringsaranno i vecchi fascisti che rifaranno il fascismo. Che tornino in libertà i torturatori e i collaborazionisti e i razziatori, può essere una incresciosa necessità di pacificazione che non cancella il disgusto: talvolta il perdono è una forma superiore di disprezzo.
No, il pericolo non è in loro: è negli altri, è in noi: in questa facilità di oblio, in questo rifiuto di trarre le conseguenze logiche della esperienza sofferta, in questo riattaccarsi con pigra nostalgia alle comode e cieche viltà del passato.
Oggi le persone benpensanti, questa classe intelligente così sprovvista di intelligenza, cambiano discorso infastidite quando sentono parlar di antifascismo: e se qualcuno ricorda che i tedeschi non erano agnelli, fanno una smorfia di tedio, come a sentir vecchi motivi di propaganda a cui nessuno più crede. I partigiani? una forma di banditismo. I comitati di liberazione? un trucco dell’esarchia, i processi dei generali collaborazionisti si risolvono in trionfi degli imputati. I grandi giornali si affrettano a riaprire le terze pagine alle grandi firme, care ai lettori borghesi: dieci anni fa celebravano l’impero e la guerra a fianco della grande alleata, oggi scrivono collo stesso stile requisitorie contro la pace spietata; e il pubblico si compiace di questi elzeviri ritrovati e non si accorge che questa pace è la conseguenza di quella guerra. PansaFinita e dimenticata la resistenza, tornano di moda gli “scrittori della desistenza”: e tra poco reclameranno a buon diritto cattedre ed accademie.
Sono questi i segni dell’antica malattia. È nei migliori, di fronte a questo rigurgito, rinasce il disgusto: la sfiducia nella libertà, il desiderio di appartarsi, di lasciare la politica ai politicanti. Questo il pericoloso stato d’animo che ognuno di noi deve sorvegliare e combattere, prima che negli altri, in se stesso: se io mi sorprendo a dubitare che i morti siano morti invano, che gli ideali per cui son morti fossero stolte illusioni, io porto con questo dubbio il mio contributo alla rinascita del fascismo.
Dopo la breve epopea della resistenza eroica, sono ora cominciati, per chi non vuole che il mondo si sprofondi nella palude, i lunghi decenni penosi ed ingloriosi della resistenza in prosa. Ognuno di noi può, colla sua oscura resistenza individuale, portare un contributo alla salvezza del mondo: oppure, colla sua sconfortata desistenza, esser complice di una ricaduta che, questa volta, non potrebbe non esser mortale.»

Piero Calamandrei
“Desistenza”
(Il Ponte. Anno II, n.10; 1946)

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Regressioni trendy

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , on 28 marzo 2016 by Sendivogius

Autoflagellazione di massa in India

Ci sono diversi modi per reagire agli chock, che inevitabilmente scaturiscono dalle situazioni di fortissimo stress. Si chiamano “meccanismi di difesa” e di solito sono proporzionali all’incidenza del conflitto, nelle forme e nei modi che a suo tempo furono teorizzati con successo dalla dottoressa Ann Freud: la brillante figlia del più conosciuto Sigmund e che non per niente si occupava di psicoanalisi infantile.

«Di fronte ad una situazione che genera eccessiva angoscia, l’Io ricorre a varie strategie per fronteggiare l’estrema portata ansiosa dell’evento, con lo scopo preminente di escludere dalla coscienza ciò che è ritenuto inaccettabile e pericoloso. Raramente i meccanismi di difesa intervengono separatamente: nella maggior parte dei casi sono combinati per fronteggiare l’evento o l’effetto sotto più profili

Arte della mediazioneL’arte della mediazione
Raffaella Verga e Damiano Marinelli
Edizioni Franco Angeli (2013)

Quando il fenomeno ha valenza collettiva, come nel caso della recrudescenza terroristica di matrice salafita, le dinamiche di contenimento dell’esperienza traumatica non sembrano poi essere troppo diverse, rispetto a quelle messe in atto a livello individuale.
Se poi dovessimo giudicare in base alle immagini preconfezionate che la vulgata mainstream ama trasmettere in onda sui circuiti mediatici, con copertura alla cannella su conformismo diffuso, ci sarebbe quasi da credere di essere dinanzi ad una regressione infantile di massa, coi suoi pennarelli… i gessetti… le candeline… i fiorellini di carta… i cuoricini… i messaggini strappalacrime e gli orsetti di peluche… che adornano gli altarini colorati di certe piazze europee, sprofondate nel torpore di una melassa indistinta per bimbiminkia troppo cresciuti, che non riescono a distinguere l’elaborazione del lutto dal bricolage dell’asilo.
I Gessetti della generazione CretinettiArnold J. Toynbee, nella sua monumentale ricerca sulla genesi, sviluppo e dissoluzione delle civiltà, sosteneva che queste si strutturano in reazione ad una serie di stimoli ambientali, attraverso l’adozione di soluzioni originali che ne determinano l’identità e la sopravvivenza.

“In caso contrario, la civiltà si arresta; la società si chiude nella ripetitività delle risposte istituzionalizzate e alla fine si verifica un crollo per l’incapacità suicida di rinnovarsi.”

Solitamente, le trasformazioni avvengono sotto la spinta propulsiva del ceto dirigente; o per meglio dire, ad opera di “minoranze creative” in grado di orientare le società dal loro interno. Nel suo ideale di autodeterminazione assoluta, Toynbee esprimeva la preoccupazione che queste elite potessero trasformarsi in oligarchie oppressive, a seguito della loro incapacità di fornire risposte sociali adeguate.
nazismoSe ci dovessimo rimettere ad un’osservazione assolutamente superficiale, si direbbe che nel corso dei secoli, siamo passati dalla barbarie delle crociate al rincoglionimento delle frociate..!
petalosoDinanzi alle minacce terroristiche che le aberrazioni del fanatismo religioso hanno importato nelle placide comunità europee, la sostanziale acquiescenza nell’assenza di risposte concrete sembrerebbe pertanto essere compensata dai classici schemi comportamentali, alla base di quei meccanismi di difesa assurti a dimensione di massa.
Tra le reazioni più ricorrenti c’è la Rimozione

«La Rimozione è forse il meccanismo di difesa più conosciuto, consiste nell’allontanamento degli effetti pulsionali dell’esperienza traumatica (o più generalmente inaccettabile) dalla sfera di coscienza. La rimozione sembra uno dei meccanismi di difesa più arcaici ed universali. Consente nell’inconsapevole cancellazione di un ricordo, di una esperienza che il soggetto ha vissuto come angosciante o traumatica. Un esperienza si dice traumatica quando presenta le seguenti caratteristiche:

• Accade improvvisamente
• Produce uno spavento acutissimo
• Il soggetto diventa impotente ed incapace di controllare situazioni.
• Il soggetto sente si subire qualcosa di così tremendo da produrre un danno anche fisico irreparabile.

[…] Si ha nell’inconscio ed è un meccanismo efficace nelle situazioni angosciose ed eventi traumatici

(Raffaella Verga e Damiano Marinelli)

In ambito collettivo, come non pensare alla facilità con cui attentati, stragi, massacri indiscriminati, vengono velocemente rimossi, ed altrettanto facilmente dimenticati, non appena il cordoglio di circostanza si estingue per consumazione naturale puttanateed il circo mediatico torna ad interessarsi d’altro, imponendo nuovi trend ‘virali’? Ad ogni nuova mattanza, i rituali coreografici vengono riproposti intatti, nell’inutilità intrinseca di un copione eterodiretto e volto a metabolizzare in fretta le circostanze traumatiche. E se iniziano a capirlo anche i principali anchorman della narrazione nazional-popolare…

Enrico Mentana e Bruxelles

Contrastanti ma a loro modo complementari, ci sono poi i meccanismi di “proiezione” ed “identificazione”. Sono comportamenti particolarmente cari alla psicopatologia forense: il prof. Vincenzo Mastronardi (quello che aveva invitato Schettino in una conferenza universitaria) ne parla diffusamente nel suo manuale. A livello clinico, rientrano invece nell’ambito delle nevrosi.
Voices - Art of TechnochristCon qualche forzatura, concedeteci una variante sul tema, senza alcuna presunzione scientifica.

«L’Identificazione proiettiva: è il meccanismo di difesa che consiste nel porre nell’altro delle parti di sé “buone” (per evitare la separazione dall’oggetto quando si teme di perderlo o per tenere le stesse parti buone dell’oggetto d’amore al sicuro dalle cose cattive che sono dentro il soggetto come per esempio nel caso della necessità di “umanizzare il proprio aggressore” per ragioni di abnorme paura di vendetta che si teme lo stesso aggressore possa mettere in atto verso la sua persona nel caso il soggetto lo odiasse = Sindrome di Stoccolma) o “cattive” in modo da controllare l’oggetto per liberarsene e distruggerlo

Brutalmente parlando, nella categoria si può inserire l’oramai abnorme pippone buonista col quale ipercomprensivi commentatori, davanti ai corpi dilaniati di cadaveri ancora fumanti, sentiranno l’impellente bisogno di investigare le ragioni recondite all’origine di tanto furore omicida, esprimendo una qualche ‘comprensione’ per i carnefici, in virtù di fatti remoti o lontani che vengono consumati in tutt’altro contesto e circostanze.

ALERT

15 Aprile 2013 – Attentato alla maratona di Boston.

L’esempio più calzante in materia resta sempre il Dibba-Pensiero (16/08/14):

05 - DIBBA er Minchia“Se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato a distanza io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche non violente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana. Non sto ne giustificando né approvando, lungi da me. Sto provando a capire. Per la sua natura di soggetto che risponde ad un’azione violenta subita il terrorista non lo sconfiggi mandando più droni, ma elevandolo ad interlocutore.”

ISIS e Puericoltura..L’interlocutore da elevare..

Nell’ambito di tale processo può rientrare altresì la Razionalizzazione intesa come:

«..tentativo di “giustificare” attraverso comportamenti, ragionamenti, ed argomenti un fatto o un processo relazionale che il soggetto ha trovato angoscioso. In altre parole, la razionalizzazione consiste nel costruire attribuzioni, ipotesi o ragioni esplicative di comodo, per poter contenere e gestire l’angoscia

Trattasi di una dinamica prediletta dagli esegeti del pensiero cosiddetto “antagonista” (nel pessimo uso che i diretti interessati fanno del termine), spesso innestata sulle distorsioni del processo introiettivo.
La
 “Razionalizzazione” è parallela, quando non direttamente connessa, al meccanismo della Intellettualizzazione che si può definire come:

«un controllo razionale delle pulsioni…. che si verifica ogni volta che il soggetto durante il colloquio, non appena viene sfiorato un argomento per lui fonte di disemotività, filosofeggia, interpreta o giustifica intellettualmente ogni cosa trasformando in intellettualizzazioni le sue ansietà più profonde per la assoluta necessità di controllare ogni cosa, pena la conseguente estrema insicurezza e lo scompenso.
[…] Si tratta di un tipo particolare di razionalizzazione, in cui non solo si producono “spiegazioni apparentemente logiche”, ma tali spiegazioni vengono direttamente fondate o riferite a dati teorici, scientifici, culturali, di una certa astrazione

CERNL’Intellettualizazzione costituisce la modalità preferita dagli intellettuali tascabili che solitamente imperversano nei solottini buoni dell’intrattenimento progressista, dove vi stordiranno di dati, informazioni e sofisticate riflessioni culturali. Non che siano sbagliate di per sé, o contengano inesattezze (anzi!). Peccato solo che se messi dialetticamente alle strette, ovvero richiesti di una qualche soluzione a sintesi di tante pensose elucubrazioni, nella migliore delle ipotesi non vi risponderanno, defilandosi nella cortina fumogena di nuove ed interessantissime divagazioni. Oppure ricorreranno ad una serie di stereotipi, attinti direttamente dal più conformista dei pensierini politicamente corretti. Della categoria in oggetto avevamo già accennato QUI.
politically-correct-monstersSe posti di fronte a realtà sconvenienti in riferimento alle architetture del loro impianto teorico, faranno proprio il processo di “rimozione” per diniego, eludendo il problema in ogni sua forma semplicemente non parlandone. Capita così che un notissimo portale di “controinformazione”, in concomitanza con la strage di Bruxelles, dedichi il suo miglior editoriale agli spoiler sulle serie televisive della RAI (!). Così come combattivissime attiviste dei diritti di genere, pronte a spendere fiumi di inchiostro sulla preistoria dell’emancipazione femminile nelle caverne del paleolitico, sembrano non trovare il tempo di sprecare una sola riga sulla condizione delle donne nelle società islamiche o sulla reintroduzione della schiavitù sessuale (con tanto di tariffario e modalità di ‘consumazione’) nelle terre del Califfo.

Isis-sex-slaves

Alla loro ‘destra’ (più o meno estrema), fanno il verso altri meccanismi di reazione, nell’accezione estensiva del termine, tra i quali si può riscontrare:

«La Scissione o dissociazione primitiva: estrinseca l’assoluta necessità di effettuare una netta divisione degli oggetti esterni in “tutti buoni” o “tutti cattivi”: la fisiologica coesistenza di una parte buona e di una cattiva in ciascun essere umano è inaccettabile in quanto il riconoscere una parte cattiva all’interno di un’altra persona abitualmente considerata buona è insopportabile per il soggetto che quindi vive tale possibile coesistenza come francamente minacciosa

Vincenzo Mastronardi
“Manuale per operatori criminologici
e psicopatologi forensi”
Giuffrè Editore (2001)

E’ il must imprescindibile di islamofobi, paranoici ossessivi in camicia verde, e razzisti confluiti nelle fascisterie della destra sedicente “identitaria” e “nazionalista” (la new entry del momento). La tendenza è in crescita e molti dei diretti interessati, se in grado di articolare grugniti di senso compiuto, amano definirsi social-nazionali, che fa il paio con “nazista” nell’incapacità di comprendere la sottile differenza.
nazionalistiDa qui lo spostamento proiettivo, ossia la Proiezione dei propri sentimenti inaccettati all’esterno, su un altro soggetto o sull’intero ambiente. La Proiezione è un meccanismo alla base della paranoia ed opera di frequente assieme alla scissione delle proprie qualità ritenute “buone” e “cattive”, con queste ultime che vengono proiettate all’esterno.
Ad essa si accompagna lo “Spostamento”, ovvero:

«..investimento di sentimenti inaccettabili su un oggetto sostitutivo…. Interviene spesso nella genesi delle fobie, per cui si ‘sposta’ il sentimento inaccettabile sull’oggetto detto “fobigeno”

I meccanismi di difesa, nonostante le apparenti differenze, sono strettamente collegati tra di loro e presentano dinamiche comuni su atteggiamenti regressivi.
instantcheckmategirllookingsurprisedIn quanto al diffuso infantilismo di ritorno… sarebbe ora di crescere!

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La Notte della Risurrezione

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , on 27 marzo 2016 by Sendivogius

Night of the living dead 1968  poster beyond

Chi disprezza le gioie (e le responsabilità) della vita terrena solitamente si raccomanda alle fantasie di quella eterna, confidando nell’imperscrutabilità dei doni della morte tanto risulta terrificante l’ossessione del trapasso. Altrimenti non si spiegherebbe il successo millenario di quella massa di alienazioni condivise e stati allucinatori che genericamente chiamiamo “fede”, nel mistero di come si possa davvero credere ad un’accozzaglia di baggianate per dementi e fantasticherie non più verosimili di quanto possa essere il gatto con gli stivali, attraverso una mitopoiesi ‘sacra’ dell’assurdo.

Estasi della beata Ludovica AlbertoniOrgasmo multiplo della beata Ludovica
“Toccati..! Toccati..!”

Cosa c’è infatti di più efficace che alimentare il terror panico di un ‘fedele’ già spaventato, per manipolare poi il suo bisogno di sentirsi rassicurato, con la promessa di un aldilà a costo zero? Come diceva Blaise Pascal, la ‘fede’ è una scommessa e credere non costa nulla.

Starway to Heaven

Non per niente, nessuno è mai tornato indietro per sporgere reclamo sul corollario di storielle, mortificazioni (nel corpo e dell’intelligenza) con prescrizioni (a pagamento), alla base di un’esistenza devota.
Spirito santoMa se strutturate in “culto” organizzato e usate con metodo, Rolling Stonesono favolette che possono tornare infinitamente utili. Ne sa qualcosa il gesuita furbo travestito da francescano, e nella confusione dei ruoli assurto a popstar profana del circo mediatico, abbracciato a due stecche di legno intersecate, all’origine di un feticismo idolatro che chiamano “croce”…

Vernacoliere“O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi in coloro che vogliono toglierti dai luoghi pubblici ed escluderti dalla vita pubblica, nel nome di qualche paganità laicista o addirittura in nome dell’uguaglianza che tu stesso ci hai insegnato.”

È questo il passaggio forse più indicativo, al netto delle solite ipocrisie di circostanza, che il Cazzaro Bianco (“chi sono io per giudicare?!?”) ha elucubrato nella sua preghierina pasquale, lasciando intendere fin troppo bene cosa intenda per separazione dei poteri nel rispetto delle reciproche prerogative.
Lo ScatenatoLe religioni servono innanzitutto a chi le inventa, costituendo da sempre uno straordinario strumento di potere per il controllo capillare delle coscienze, finalizzato all’arricchimento di pochi nella presunzione (celeste?) di impunità terrena.

Librescamente.Splinder (Opera di CALURI-CARDINALI)

Diventano asfissianti quando pretendono di costituirsi in legge divina ad uso profano. E nei casi più gravi si concretizzano nel disprezzo della vita per il trionfo della morte.
donzaukeremilyIl gusto necrofilo, reiterato nella finzione macabra della messinscena liturgica, è una costante di una psicosi incentrata ossessivamente su un’iconografia mortuaria dal potere terrifico per cervelli in pappa. Come si spiegherebbe diversamente la veglia notturna attorno al simulacro di un cadavere, nella “speranza” che questo possa rianimarsi e trascinarsi dietro il fardello in putrefazione di quella ‘carne’ tanto disprezzata quand’era in vita.
Happy Zombie Jesus DayE no, per fortuna i morti non resuscitano!

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VERDINOSUS

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , on 18 marzo 2016 by Sendivogius

CARIATIDE - by Edoardo Baraldi«Cuopri, e non ti dar per inteso, se vieni a notizia dell’altrui accusa contro di te, nè tosto emendati di ciò, che ti s’imputa, acciocchè la spia non s’avveda del tuo camminar sott’acqua, e dica, lui aver fatte le sue parti per zelo, e carità. Venendoti però il taglio avanti il Giudice, protesta costantemente, colui essere un vituperoso spione, e tuo nemico implacabile, e che da lui, come superiore, e Giudice cotal fatta d’uomini traditori si desidera, non già s’ama: digli inoltre, che colui pratica lo stesso stile teco degli altri, venendo a dipingerti con li colori i più infausti; e pur egli con esso loro professa amicizia. Dunque tal sorte di gente, non già vuol aversi in conto di compagni, e amici, ma di pubblici detrattori, e maligni; e benchè esso per obbligo della carica se li veda volentieri d’intorno, a suo tempo ne sperimenterà anch’egli gli effetti, e indegni operati. In somiglianti casi di malinconia ingòlfati ne’ maneggi, come per distrarti con un sollievo serioso, e grave. Guardati frattanto dall’accusatore, e consigliati, che potresti fare, per isbrogliarti, dal medesimo Giudice, come se consigliassi un tuo amico. Se tal’uno, per alienarti l’amico, gli avesse riferiti fatti enormi della tua persona; parlando col medesimo amico, non gli dir, se non bene del tuo malevolo. Potendo, proccura far complice in giudizio lo stesso tuo accusatore, o pure dimostra, esser cose notorie le accuse, ch’egli crede produr, come novissime, ed i successi furono appunto in quell’anno, che egli in pena de’ suoi misfatti dovea esser casso dalla milizia, e simili facezie plausibili. Se sei accaggionato d’un gruppo di accuse; non negar affatto ogni cosa, per non ti far perdere il credito, con quelle negative ostinate. Alcuni capi, avvegnachè falsissimi, lasciali correre, per farti conoscer docile, e non già patrocinare i falli: per lo più è meglio non passar discolpe col Padrone, dov’egli non ne ricerchi, quantunque tu sappi di certo, essergli arrivate le doglianze. Perchè così susciteresti maggiori torbidi, e ti avvilupperesti di vantaggio. Comincia bensì a guardarti d’incorrere in quel difetto, anzi ad operar tutto l’opposto

BreviarioGiulio Raimondo Mazzarino
Breviarium politicorum secundum Rubricas Mazarinicas
(1684)

THE QUIET AMERICAN

Posted in Masters of Universe, Risiko! with tags , , , , , , , , , , on 6 marzo 2016 by Sendivogius

Freedom

Prendete un idiota di grandi pretese e pompose speranze. Infarcitelo di ideali preconfezionati in hard-discount, da agitare Everybody loves a clownprima dell’uso. Rimpinzatelo di pensierini semplici, a contenuti minimi, che siano basati su dicotomie elementari: bello/brutto; buono/cattivo; bene/male… e non richiedano mai ragionamenti troppo complessi, che possano in qualche modo minacciare quell’innato “diritto alla felicità”, meglio se indotta con massicce somministrazioni di fluoxetina. Perché come diceva il buon Bradbury:

«Se non vuoi un uomo infelice per motivi politici, non presentargli mai i due aspetti di un problema, o lo tormenterai; dagliene uno solo; meglio ancora, non proporgliene nessuno»

Ray Douglas BradburyRay Bradbury
“Fahrenheit 451”
(Mondadori, 1999)

Mantecate il tutto. Spruzzate l’amalgama con abbondanti iniezioni di propaganda. E fate riscaldare il pastone in ignoranza controllata. Al termine della cottura, avrete il classico “Americano tranquillo”, come ebbe a ritrarlo lo scrittore Graham Greene in una delle sue opere più famose, regalandoci la rappresentazione di un pernicioso imbecille dall’ottusità distruttiva, dove ingenuità e presunzione, meglio se ammantate di grandi principi, si fondono in una crosta perfetta di pochissime letture, stucchevoli ipocrisie rigurgitate in salsa patriottarda, e redenzione messianica a raffiche di bushmaster.

Remington ACR 'Bushmaster'«Perché viene così voglia di prendere in giro un ingenuo? Forse solo dieci giorni prima stava ancora passeggiando sul Common di Boston, le braccia piene di libri che aveva letto in anticipo sull’Estremo Oriente e sui problemi della Cina. Non sentiva neppure quello che gli dicevo; era già tutto assorbito nei suoi dilemmi sulla democrazia e la responsabilità dell’Occidente; era determinato, lo imparai molto presto, a fare il bene, non a tutti, ma ad un paese, un continente, un mondo. Bene era nel suo elemento, ora, con l’intero universo da migliorare

The Quiet AmericanGraham Greene
“L’americano tranquillo”
(Mondadori, 1996)

Quando Greene scrisse il suo romanzo, era il 1955 e gli eventi erano ambientati nell’Indocina francese, prima che il conflitto degradasse nella più nota Guerra del I love the smell of napalmVietnam, ma l’immagine del Quiet American, che in realtà “tranquillo” non è affatto e di sicuro è meno che innocuo, col suo bagaglio di buoni sentimenti all’ingrosso e altrettante intenzioni (“Che Dio ci salvi dall’innocente e dal buono!”), descrive un personaggio a prova di invecchiamento, che si rinnova sempre uguale a se stesso negli errori come nella prosopopea retorica. Si tratta di Mietitore33 - L'Arsenale della democraziauna figura farsesca che però scivola sempre nella tragedia. Impermeabile alle circostanze, è riadattabile ad ogni contesto; come la sua idea di “democrazia”, che poi è una miscela tossica di mercatismo mascherato e mistica sciovinista: modello universale che ripropone ad ogni latitudine, con varianti minime e medesime modalità d’azione, salvo farsi ogni volta meraviglia dinanzi alle reazioni che suscitano gli “effetti collaterali” di certe iniziative. Specialmente quando poi ci si accompagna ai personaggi più impresentabili…

antropologia-della-menzogna-del-potere

Niente infatti risulta più incomprensibile a quegli agenti in missione per conto di dio che prevedere per tempo le conseguenze del loro continuo agitarsi, attraverso un caotico spreco di risorse e di energie, ben oltre i semplici errori di valutazione (se così si possono chiamare). 

The Indipendet - Intervista a Osama bin Laden“Il guerriero anti-sovietico dirige il suo esercito sulla via della pace”
The Indipendent
(06/12/1993)

È un mondo imperfetto, dalla lontananza esotica, dove planare a distanza e nel quale i cocci vengono sempre lasciati in conto a chi resta.

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L’uomo che sapeva tutto

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , on 20 febbraio 2016 by Sendivogius

eco

Se fosse possibile racchiudere tutta la conoscenza in una coppa, Umberto Eco sarebbe stato il Santo Graal, con la vastità enciclopedica di un’erudizione che trascendeva lo scibile nella totalità della sua dimensione umanistica, per farsi corpo vivo di una narrazione fluida e poliedrica; con incursioni culturali e sperimentazioni sempre nuove, nel dinamismo costante di una ricerca che sapeva proiettarsi fuori dai paludati schemi accademici, per sperimentare forme interpretative ogni volta originali, senza mai porsi limiti di sorta in questa sua introspezione del reale. Intellettuale puro, non è esistito ambito in cui il Professore alessandrino non abbia lasciato il segno col suo contributo fondamentale, dalle tecniche del linguaggio all’investigazione storica, dalla Semiotica alla Scolastica, dall’estetica medioevale alla cultura popolare di massa, e una passione per i fumetti… in un profluvio di pubblicazioni capaci di coniugare il più serio rigore metodologico agli argomenti ed ai contesti solo in apparenza più frivoli, con l’irriverenza eterodossa di colui che coltivava il gusto del paradosso attraverso gli irrituali di un’ironia dalle venature satiriche ora grottesche, per arrivare a valutazioni serissime e mai prevedibili nelle conclusioni niente affatto scontate. Non vi è studio, ricerca sociale, o analisi politica, che in qualche modo non si richiami all’opera di Umberto Eco ed al suo eccezionale contributo, quale miglior interprete della confusione del tempo presente.
Umberto Eco - Opere (1)Umberto Eco - Opere (2)Umberto Eco - Opere (3)Umberto Eco - Opere (4)Umberto Eco - Opere (17)Umberto Eco - Opere (10)Umberto Eco - Opere (26)Umberto Eco - Opere (14)Umberto Eco - Opere (5)Umberto Eco - Opere (6)Umberto Eco - Opere (7)Umberto Eco - Opere (9)Umberto Eco - Opere (8)Umberto Eco - Opere (11)Umberto Eco - Opere (12)Umberto Eco - Opere (13)Umberto Eco - Opere (15)Umberto Eco - Opere (16)Umberto Eco - Opere (18)Umberto Eco - Opere (19)Umberto Eco - Opere (25)Umberto Eco - Opere (20)Umberto Eco - Opere (22)Umberto Eco - Opere (23)Umberto Eco - Opere (24)imagesSoprattutto, il Professore era uno dei pochissimi scrittori contemporanei dei quali valeva davvero la pena leggere i romanzi: capolavori letterari forse tra i più venduti e di rimando pure tra i meno letti dal grande pubblico. Né si era fatto problemi ad infrangere i dettami commerciali di un mondo editoriale, dove invece le trame stereotipate si ripetono tutte uguali con personaggi serializzati nella stucchevolezza di una prosa minimale.
In un florilegio di storie ad incastro, cammei e citazioni colte, richiami eruditi e rimandi fantastici, sapeva costruire con pazienza ed ironia un perfetto gioco di specchi capace di incantare il lettore più esigente nel fascino sublime delle sue invenzioni, giocando coi cliché e facendosi gran beffe delle ossessioni di quella sindrome complottista che agita i sogni inquieti dell’Ur-fascismo nelle sue mutevoli declinazioni.
Umberto EcoAd 80 anni belli e compiuti, e sublimemente portati, Umberto Eco aveva ancora la forza di mettersi in gioco con nuovi progetti culturali ed incursioni nel mondo dei mass media, mostrando una peculiare attenzione all’universo delle nuove tecnologie con le loro appendici ‘social’, dal “fenomeno twitter” con la sua “natura leggermente onanistica“, alla “invasione degli imbecilli” ai quali i social media hanno dato lo stesso diritto di parola (e di credibilità) di un Premio Nobel.
Lapalissiana constatazione di una realtà di fatto, che è stata subito accolta dagli strepiti dei diretti interessati, le “legioni di imbecilli” digitali, che confermandosi per ciò che appaiono, ne hanno subito fatto l’oggetto masturbatorio di isterismi collettivi dalla piccata indignazione, a riprova che ancora una volta il vecchio Professore aveva perfettamente colto nel segno.
Umberto EcoSenza l’acume satirico e la sua straordinaria cultura, con la morte di Umberto Eco, il mondo sarà un posto più vuoto. E sicuramente più ignorante!
Scomparso l’uomo, resta la leggenda.

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BELLEZZA IN SCATOLA

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 gennaio 2016 by Sendivogius

Andy Warhol - Campbell's soup

Il vanaglorioso fanfarone dalle pretese regali, quello che occupa abusivamente Palazzo Chigi, con vista su un parlamento scambiato per la sua personale dépendance adibita all’alloggio della servitù, ci tiene molto alla “bellezza”; specialmente se intesa come concetto astratto in funzione del valore d’uso.
imagesQuando non sa cosa farsene, quando non è immediatamente capitalizzabile o da affidare in leasing, quando questa non è fruibile nelle finzioni scenografiche per il consueto teatrino dei pupi, la “bellezza” diventa ingombrante e perde di interesse. Semplicemente, non torna “utile” come sfondo per la farsa retorica, diventando una ‘vergogna’  da coprire.
DidimiPer questo va rimessa alla custodia provvisoria di organismi dalla pleonastica inutilità barocca, come quel fondamentale “Ufficio per il Cerimoniale e le Onorificenze”, che già s’era tanto distinto durante la trasferta saudita sulla faccenda dei rolex spariti e, pare, attualmente rientrati nella disponibilità della Presidenza del Consiglio; o per meglio dire nel polso del presidente del consiglio, meglio conosciuto dagli sceicchi come Rolex d’Arabia.
L'OrologiaioLe “istituzioni”, e massimamente quelle escrescenze burocratiche che pendono all’ombra del potere, abbondano di cretini ossequienti con la tendenza a strafare. Da lì, la scelta di imburqare le statue capitoline, che sia mai qualche chierico possa rimanere turbato dalla sconcia esposizione delle artistiche nudità! Una persona nemmeno troppo intelligente non condurrebbe mai il proprio ospite in un museo, se davvero pensa che questo sia talmente idiota da rimanere ‘offeso’ dalle opere in mostra.

matteo-renzi-e-mohammed-bin-zayed-al-nahyan-a-firenze

Gli zelanti funzionarini della Presidenza del Consiglio e le maestrine di cerimonie invece hanno ritenuto che la soluzione migliore fosse sì, portare gli ospiti al museo, ma nascondendo le statue e velando gli affreschi, per uno straniante effetto cantiere da allestimento Ikea. Evidentemente, deve essersi trattata di una loro particolarissima reinterpretazione del “cubismo” in chiave post-moderna…

Statue coperte ai Musei Capitoli in occasione della visita del presidente iraniano Hassan Rohani, Roma, 25 gennaio 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Cercare la logica di simili colpi di genio non è mica roba da tutti… Ci fanno un esame di stato con una selezione, per occupare simili uffici! Non per niente, le vie dell’imbecillità sono infinite ed ancor più imperscrutabili ogni volta si intersecano con quelle della “sensibilità religiosa”. E poco importa che ci sia stato chi per difendere quella “bellezza”, che qui si copre per opportunismo e altrove si distrugge per fanatismo, si sia fatto ammazzare. Per loro fortuna, i nostri imbelli burocrati di Palazzo non corrono certo di simili rischi.
Distruzione delle statue di PalmyraD’altra parte, la “cultura” sta molto a cuore al tronfio ducetto di Rignano, specialmente se può collegarla a qualche altro concetto che gli preme, in quanto elettoralmente spendibile, come la “sicurezza”, in uno di quegli accostamenti a lui consueti dove è inutile tentare di trovare la correlazione, tra accostamenti improbabili, tanto è ampio lo scollamento tra realtà e finzione.

Luisella Costamagna

«Io credo che la politica debba adottare un nuovo stile. Uno stile che riporti la passione al centro, che sappia emozionare, che riparta dalla bellezza. Perché mi hanno insegnato che la bellezza non può essere inutile.
[…] Vincerà chi saprà raccontare la bellezza utile di un’Italia che si nasconde timida in un mondo che avrebbe ancora molto bisogno di lei. Chiedono bellezza i cittadini globali del XXI secolo. Chiedono emozioni e un progetto nel quale credere. Chiedono di essere coinvolti, non di essere ammaestrati tra slide e battute

renzi-fonzieNo, non sono i tentativi espressivi di qualche cerebro-contuso in riabilitazione neurologica, ma uno dei massimi prodotti culturali del nostro Pittibullo quando gioca a fare l’intellettuale, peraltro con risultati drammatici..!

«Ogni giorno mentre vado al lavoro, mi perdo nella contemplazione della bellezza dei monumenti. Non di rado, però, inciampo in una buca delle sconnesse strade del centro storico. Lo vivo come un immediato richiamo al mio lavoro. Mi piace passare in trenta secondi dalla riflessione culturale sul mondo che cambia al tombino da ripulire.
[…] Rischiando il disprezzo dei turisti abbiamo scelto di invertire e siamo partiti dalle periferie.
[…] Mi viene in mente Steve Jobs, che a Firenze si innamora del colore della pietra serena e impone che tutti i suoi Apple Store siano realizzati con quelle caratteristiche

Matteo Renzi
“Stil novo. La rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter”
Rizzoli (2012)

Potrei vomitareTra formato cartaceo e digitale, ne abbiamo sfogliata di merda nella vita, ma mai si era scivolati così in basso tra simili forme nauseadi degrado estremo; asfissiati dai miasmi di una povertà lessicale che esalano dalle sdruciture di tanta miseria umana e culturale, articolata in banalità imbarazzanti che non superino mai le 100 battute tra un punto e l’altro. Per non parlare del suo ostentato linguaggio minimo, a portata di ogni deficiente che abbia a malapena raggiunto l’alfabetizzazione primaria.
Merda d'artistaAffondare le mani in quella cloaca trasformistico-dorotea che chiamano “renzismo”, cercando invano di tirarne fuori un barlume di senso o qualsivoglia spessore, è un’impresa assolutamente ingrata ed ancor più degradante nella sua inutilità; col rischio concreto di affogare nei gorghi di una minchioneria siderale, che trasuda dall’hybris del suo ridanciano ostensore.
Essere o Non EssereVa da sé che interrogandosi sul pensoso concetto di “bellezza utile”, questo lardoso scarto da Bar-Sport non manchi di porsi domande epocali, all’origine di una così incontenibile peristalsi editoriale:

“Mentre torno a stupirmi di tanta meraviglia, improvviso mi assale un dubbio: ma serva ancora la bellezza oggi?”

To be or not to beSì, serve. E non solo per un mero appagamento visivo. La bellezza serve come valore propedeutico nella sua eterologicità paradossale, perché ci ricorda come dinanzi ad una così schiacciante predominanza di simili cazzoni allo stato brado, nonostante tutto, l’umanità riesca a produrre opere straordinarie grazie al genio isolato di un’infima minoranza.

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