Archivio per Vanità

La politica come professione

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , on 3 settembre 2013 by Sendivogius

Killzone-4Ai tempi grami di ristagni culturali e riflussi sociali, all’ombra delle grande depressione (economica e non), in un’Italia sotto sedazione delle ‘larghe intese’, cloroformizzata com’è dall’iniezione di un neo-centrismo narcolettico di derivazione morotea, c’è chi si interroga pensoso, tra uno sbadiglio e l’altro, dei destini della nazione in bilico tra “anti-politica” ed il mito austero della “governabilità”, secondo i cliché condivisi di una narrazione sempre più asfittica nell’autoreferenzialità dei suoi interpreti.
Tra derive populistiche, nell’effimera risacca di rigurgiti persistenti, e più concrete restaurazioni oligarchiche, torna in voga il ruolo del “politico” come categoria (tanto per parafrasare Carl Schmitt), tutta da delineare nella prevalenza dell’istrione alternato al cialtrone, con la loro interscambiabile (e quasi indistinguibile) sovrapposizione di ruoli per la reciproca erosione.
In proposito, per quei ricorsi della Storia che a noi divertono particolarmente, alla ricerca di un senso di cui la materia è sprovvista, sarà forse interessante riportare in parte il testo (pubblicato nel 1919) di una conferenza fiume che Max Weber tenne a Vienna sull’argomento, nel lontano 1918, durante ben altra crisi epocale…
Giocando sulla parola tedesca “beruf” che può essere indistintamente tradotta come vocazione o anche professione, Weber illustra il ruolo dell’uomo politico chiamato a responsabilità pubbliche. Depurato dai richiami mistico-religiosi, il testo ha una curiosa freschezza contemporanea… Noterete come certe valutazioni siano assolutamente calzanti a determinati personaggi attualmente in circolazione e, per l’appunto, iin riferimento al loro rapporto con l’attività politica…

«Quali gioie intime è dunque essa in grado di offrire, e quali attitudini personali presuppone da chi vi si dedica?
Ebbene, anzitutto essa procura il sentimento del potere. Anche in posizioni modeste dal punto di vista formale, il politico di professione ha la coscienza di esercitare un’azione sugli uomini, di partecipare al potere che li domina, e soprattutto ha il sentimento di aver tra le mani un filo conduttore delle vicende storiche e di elevarsi al di sopra della realtà quotidiana. Ma il problema che ora per lui si pone è questo: quali sono le qualità per cui egli può sperare di essere all’altezza di tale potere (per quanto limitato esso possa essere nel caso singolo) e quindi della responsabilità che gliene deriva? Sconfiniamo cosi nel campo delle questioni etiche; giacché a queste appartiene la domanda: che uomo deve essere colui al quale è consentito di metter le mani negli ingranaggi della storia?
Tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza.
Passione nel senso di Sachlichkeit: dedizione appassionata a una “causa” (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. Non nel senso di quel fermento interiore, che il mio compianto amico Georg Simmel usava definire “agitazione sterile”, particolarmente caratteristica di un certo tipo di intellettuale russo (non certo di tutti) e che ora, in questo carnevale che si ammanta del nome altisonante di “rivoluzione”, ha una parte cosi importante anche tra i nostri intellettuali: un “romanticismo di ciò che è intellettualmente interessante“, campato sul vuoto, senza alcun concreto senso di responsabilità.
Beppe Grillo[…] La politica si fa col cervello e non con altre parti del corpo o con altre facoltà dell’animo. E tuttavia la dedizione alla politica, se questa non dev’essere un frivolo gioco intellettuale ma azione schiettamente umana, può nascere ed essere alimentata soltanto dalla passione. Ma quel fermo controllo del proprio animo che caratterizza il politico appassionato e lo distingue dai dilettanti della politica che semplicemente “si agitano a vuoto”, è solo possibile attraverso l’abitudine alla distanza in tutti i sensi della parola. La “forza” di una “personalità” politica dipende in primissimo luogo dal possesso di doti siffatte. L’uomo politico deve perciò soverchiare dentro di sé, giorno per giorno e ora per ora, un nemico assai frequente e ben troppo umano: la vanità comune a tutti, nemica mortale di ogni effettiva dedizione e di ogni “distanza”, e, in questo caso, del distacco rispetto a se medesimi. La vanità è un difetto assai diffuso, e forse nessuno ne va del tutto esente. Negli ambienti accademici e universitari è una specie di malattia professionale.
Il TartarugaTuttavia presso gli studiosi, per quanto possa apparire antipatica, essa è relativamente innocua nel senso che di regola non nuoce all’attività scientifica. Per l’uomo politico è tutt’altra cosa. L’aspirazione al potere è lo strumento indispensabile del suo lavoro. “L’istinto della potenza” (Macht­instinkt) – secondo l’espressione in uso – appartiene perciò di fatto alle sue qualità normali. Ma nella sua professione il peccato contro lo Spirito Santo comincia quando tale aspirazione al potere smarrisce le “cause” per cui esiste e diventa un oggetto di autoesaltazione puramente personale, invece di porsi esclusivamente al servizio della “causa”. Giacché si danno in definitiva due sole specie di peccati mortali sul terreno della politica: mancanza di una “causa” giustificatrice (Unsachlichkeit) e mancanza di responsabilità (spesso, ma non sempre, coincidente con la prima). La vanità, ossia il bisogno di porre in primo piano con la massima evidenza la propria persona, induce l’uomo politico nella fortissima tentazione di commettere uno di quei peccati o anche tutti e due. Tanto più, in quanto il demagogo è costretto a contare “sull’efficacia”, ed è perciò continuamente in pericolo di divenire un istrione, come pure di prendere alla leggera la propria responsabilità per le conseguenze del suo agire e di preoccuparsi soltanto “dell’impressione” che egli riesce a fare. Egli rischia, per mancanza di una causa, di scambiare nelle sue aspirazioni la prestigiosa apparenza del potere per il potere reale e, per mancanza di responsabilità, di godere del potere semplicemente per amor della potenza, senza dargli uno scopo per contenuto. Infatti, quantunque, o meglio proprio in quanto la potenza è l’indispensabile strumento di ogni politica e l’aspirazione al potere una delle sue Massimo D'Alemaforze propulsive, non si dà aberrazione dell’attività politica più deleteria dello sfoggio pacchiano del potere e del vanaglorioso compiacersi nel sentimento della potenza, o, in generale, di ogni culto del potere semplicemente come tale.

Il mero “politico della potenza” (Machtpolitiker), quale cerca di glorificarlo un culto ardentemente professato anche da noi, può esercitare una forte influenza, ma opera di fatto nel vuoto e nell’assurdo. In ciò i critici della “politica di potenza” hanno pienamente ragione. Dall’improvviso intimo disfacimento di alcuni tipici rappresentanti di quell’indirizzo, abbiamo potuto apprendere per esperienza quale intrinseca debolezza e impotenza si nasconda dietro questo atteggiamento borioso ma del tutto vuoto.
G.W.Bush[…] E’ perfettamente vero, ed è uno degli elementi fondamentali di tutta la storia (sul quale non possiamo qui soffermarci in dettaglio), che il risultato finale dell’azione politica è spesso, dico meglio, è di regola in un rapporto assolutamente inadeguato è sovente addirittura paradossale col suo significato originario. Ma appunto perciò non deve mancare all’azione politica questo suo significato di servire a una causa, ove essa debba avere una sua intima consistenza. Quale debba essere la causa per i cui fini l’uomo politico aspira al potere e si serve del potere, è una questione di fede. Egli può servire la nazione o l’umanità, può dar la sua opera per fini sociali, etici o culturali, mondani o religiosi, può essere sostenuto da una ferma fede nel “progresso” non importa in qual senso – oppure può freddamente respingere questa forma di fede, può inoltre pretendere di mettersi al servizio di una “idea”, oppure, rifiutando in linea di principio siffatta pretesa, può voler servire i fini esteriori della vita quotidiana – sempre però deve avere una fede. Altrimenti la maledizione della nullità delle creature incombe effettivamente – ciò è assolutamente esatto – anche sui successi politici esteriormente più solidi.»

  Max Weber
“La Politica come vocazione” (1919)
Tratto da “Il lavoro intellettuale come professione” (Einaudi, 1993)

 Homepage

Italiani allo specchio

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , on 8 marzo 2011 by Sendivogius

Delineare le radici storiche e culturali alla base di una presunta identità italiana, nella presunzione di realizzare un modello di riferimento universale, da applicare alla stregua di una fotografia segnaletica alla specificità italiana, è un’operazione ardua (per alcuni impossibile). Si parte dai contorni di un “tipo ideale”, tanto per fare il verso a Max Weber, e si finisce per declinare il profilo secondo le impressioni personali dei molti ritrattisti che si sono alternati nell’impresa.
Un affresco interessante è quello realizzato dalla penna corrosiva di Curzio Malaparte, in una delle sue opere meno conosciute: “Muss. il Grande Imbecille”. Trattasi in realtà di una raccolta postuma di testi, impressioni, appunti sparsi, su Benito Mussolini (Muss.) e sul carattere degli italiani in generale. Italiani che, a quanto pare, sembrano sempre essere alla ricerca di un nuovo “Grande Imbecille” da idolatrare…
 Curzio Malaparte (1898-1857), al secolo Kurt Erich Suckert, è stato un apostata politico del trasformismo più acrobatico: militarista convinto, a tratti guerrafondaio, e poi pacifista; squadrista dei più fanatici e poi anti-squadrista; fascista e quindi anti-fascista, quando il Fascismo trionfava al potere; anticomunista viscerale e infine comunista… A suo merito, si potrebbe definire il personaggio un voltagabbana cronico, eppure non un opportunista.
Tuttavia, l’immagine irriverente che Malaparte traccia degli italiani potrebbe essere tanto più interessante, perché tanto più gli assomiglia nelle loro contraddizioni. In fondo, per l’Autore, è quasi un ritrovarsi allo specchio e ciò rende più vero il riflesso, pur con le dovute eccezioni:

«Non è mai stata una facile impresa disegnare un ritratto del popolo italiano. E infatti non esiste, nella nostra letteratura, nella nostra storiografia, un “ritratto” del popolo italiano. Non già perché non esista un popolo italiano, ma perché il nostro è un popolo complesso, e il disegnarne un ritratto significa ritrarre press’a poco tutte le virtù e tutti i difetti degli uomini, che gli italiani possiedono in sommo grado. Si può tentar di stabilire quale sia il carattere predominante nel  nostro popolo: e stabilito questo carattere predominante si sarà colto l’elemento fondamentale della sua storia, del suo ritratto. Questo carattere predominante del popolo italiano a me sembra che sia la malafede. Dirò che la malafede è il carattere predominante di ogni popolo: come dell’inglese e del tedesco, come del francese o del russo. Resta ora da dire quale sia il carattere della malafede italiana. La malafede del popolo italiano lo porta a finger di credere in cose, in persone, in idee, cui non crede, e ad agire in conseguenza. Tale era la malafede di Mussolini. Di fronte a se stesso, l’italiano, a somiglianza di ogni altro popolo, è in continua malafede.
L’italiano finge di credersi sentimentale: e non è. Romantico: e non è. Idealista: e non è.
L’italiano è realista, guarda al sodo, al proprio tornaconto, al proprio “particolare” del Guicciardini. È sensuale. La sua facilità alle lacrime sol che gli si ricordi la madre, la sposa, i figli, non è che finzione. In realtà, non è che senso, primitivo, del clan (famiglia).
Il vivere insieme in un letto, maschi e femmine, non dipende solo da miseria. I contadini arricchiti continuano a dormire insieme. In una stessa stanza, in un solo letto. Si annusano l’un l’altro, amano il proprio odore e quello altrui. L’italiano ama credersi un uomo libero: e non è. Amante della libertà: e non è. Devoto: e non è. Fedele: e non è.
Pronto a sacrificarsi, per le proprie idee: e non è. L’italiano non si sacrifica neppure per i propri interessi. Si sacrifica soltanto per l’idea che egli si è fatto di sé, e per smentire, o non smentire, l’idea che gli altri si son fatti di lui. “Gli altri”. Ecco il prossimo degli italiani. Gli altri dominano la vita del popolo italiano, e di ogni italiano, con una potenza straordinaria. Il che significa che il carattere fondamentale degli italiani è la vanità.

[…] L’ideale dell’italiano è l’avvocato: ma l’avvocato sotto la forma dell’oratore, e soltanto sotto questa forma. Un oratore presuppone una folla di uditori e di spettatori, davanti ai quali recitare, come un attore.
In Italia non esistono avvocati che parlino da soli.
Nei tempi moderni, i due italiani più tipici, più rappresentativi, sono Napoleone e Mussolini. Non per quello che Mussolini credeva, ma per quello che avevano realmente in comune, cioè le qualità e i difetti comuni a tutti gli italiani.
Altro carattere comune agli italiani è la gelosia, in tutte le sue forme. Vanità e gelosia: due difetti che dipendono l’uno dall’altro. Altro carattere comune è l’ingenuità.
Questo popolo di piccoli furbi, di cavillosi, di contenziosi, di legulei, di astuti, è in realtà di una ingenuità che sorpassa il ridicolo, che tocca l’imbecillità. L’italiano è furbo nelle piccole cose: nelle grandi è ingenuo. […] Tutti i nostri maggiori uomini politici, a cominciare da Cavour, per il quale una certa classe di italiani ha una stima esagerata, erano e sono di una stupidità quasi meravigliosa: sono uomini politici tipicamente levantini, siano essi nati in Piemonte, in Puglia, in Sicilia. Eccellono nell’arte di fingere, di tessere  intrighi, di corrompere: ma nelle questioni importanti, nei grandi fatti, sono piccoli e miserabili. Spregevoli e ridicoli personaggi, perfino inferiori alla parte deteriore del popolo italiano.
Il carattere fondamentale dell’italiano in guerra non è, come tutti i popoli stranieri credono, la vigliaccheria: ma la stupidità. I grandi dolorosi esempi di vigliaccheria di capi o di interi eserciti, tante volte ripetutisi nella nostra storia, e non soltanto in quella moderna, sono, in realtà, esempi grandi e dolorosi di stupidità

 Curzio Malaparte
 “Muss. – Il grande imbecille” 
 Luni; Trento 1999

Homepage