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PARTE OFFESA

Posted in Masters of Universe, Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 agosto 2011 by Sendivogius

Nella sovrabbondanza di fenomeni da studio, che affollano le generose riserve assistite della politica per professione, rischiava di passare inosservato lo straordinario talento di Fabio Garagnani da S.Giovanni in Persiceto.
In politica da una vita, comincia giovanissimo nelle file della Democrazia Cristiana, dove milita per oltre un ventennio (1972-1996) prima di confluire per osmosi naturale in “Forza Italia”.
Dalla provincia felsinea con furore, nel 2001 approda in Parlamento, dove peraltro staziona benissimo da almeno un decennio. A tempo perso sarebbe anche ‘funzionario’ della Camera di Commercio bolognese, onde assicurare un solubile legame col duro mondo del lavoro, ad integrazione dei magri emolumenti parlamentari.
Bastione dell’anticomunismo viscerale, l’on. Garagnani è un altro di quegli orfani disperati per la scomparsa del Comunismo… Siccome non trova più bolscevichi in giro, li và cercando ovunque con lo zelo fanatico dell’inquisitore che, in mancanza di eretici, se li inventa o si accanisce sulle loro misere spoglie (come ai bei tempi antichi: QUI) pur di non rinunciare ai roghi dei suoi sacri furori.
Noi, assai ingenerosamente, avevamo liquidato troppo in fretta la figura di Garagnani come un semplice “fascista” (N.29 di Cazzata o Stronzata?): l’ennesimo nella galassia nerissima e piduista dell’universo berlusconiano… Ci sbagliavamo di grosso!
 Ignoravamo infatti l’attivismo compulsivo di questo campione misconosciuto della più cupa reazione sanfedista, all’ombra del partito delle libertà littorie. Possiamo solo immaginare quali terribili traumi psicologici abbia sofferto questo povero famiglio dell’Inquisizione, nato purtroppo con svariati secoli di ritardo su frate Aldobrandino de’ Cavalcanti, pur avendo ereditato la tempra teutonica di un Corrado di Marburgo, e costretto a subire le tremende persecuzioni staliniste in un’Emilia satanica, insanabilmente corrotta dalle perfidie del “laicismo”.
Come ama presentarsi, l’onorevole Garagnani (classe 1951) è un “grande appassionato di storia con particolare riferimento ai rapporti fra Stato e Chiesa”, evidentemente declinati a esclusivo vantaggio di quest’ultima. Campione indefesso (e incompreso) della Libertà, è un crociato del sedicente “principio di sussidiarietà” (dalla Scuola alla Sanità): ovvero lo smantellamento dei servizi di cittadinanza, da affidare a società private di ispirazione rigorosamente ‘cristiana’ e soprattutto ciellina, con relativo storno di risorse pubbliche per foraggiare i profitti dei privati.
D’altra parte, già in passato Fabio Garagnani ci aveva offerto un illuminante saggio sulla sua personale concezione della “libertà della persona” e dell’accoglienza cristiana in tema di immigrazione:

«Se vengono per lavorare, bene: ma sappiano che sono ospiti di un paese che ha proprie leggi e propri valori, non possono imporre le loro opinioni. Su questo sono davvero intransigente. Gli immigrati vengono da culture molto diverse, non conoscono la mediazione, non hanno il concetto della laicità dello Stato!»
 (07/04/2000)

Coerentemente, proprio in nome della “laicità dello Stato” è assolutamente contrario alla costruzione di luoghi di culto diversi da quello cattolico (neanche li pagasse lui), arrivando a mettere in discussione il concetto stesso di “libertà religiosa”, chiaramente in nome di una libertà più grande:

«[i luoghi di culto diversi da quelli cattolici] rischiano di scardinare le certezze culturali proprie della collettività nazionale, che ha storicamente visto nella religione cristiana un fattore aggregante non solo sotto il profilo fideistico, ma anche e soprattutto sotto quello culturale e sociale.
[…] Potrebbero paradossalmente pregiudicare il rispetto dei valori e delle tradizioni da parte della maggioranza della popolazione nazionale soprattutto alla luce della impropria commistione in esse contenuta tra i valori sociali e culturali nazionali con quelli di altre fedi religiose
 (06/11/2006)

L’on. Garagnani motiva la discriminante con un formidabile assioma: “la religione di una minoranza, pregiudica significativi diritti della maggioranza dei cittadini italiani”.
Questo perché tutti i cittadini sono uguali, ma ebrei, valdesi, buddisti, induisti… e (peggio di tutti!) musulmani, sono meno uguali degli altri.
In virtù di ciò, il Garagnani delle libertà si scaglia anche contro l’Istruzione pubblica, con una serie di contorsionismi barocchi da gesuita secentesco:

«L’insegnamento scolastico impartito nel rispetto della libertà di coscienza e della pari dignità, senza distinzione di religione […] potrebbe limitare, in quanto contrastanti con i valori di altre religioni, il rispetto di tradizioni secolari proprie della cultura nazionale, che invece devono essere tutelate, come ad esempio la presenza del crocifisso all’interno delle aule degli edifici pubblici…»

..Che lungi dall’essere una “tradizione secolare”, è una disposizione introdotta ai tempi del Fascio, al principio degli anni ’30 dopo la firma dei Patti Lateranensi, su pressione vaticana per ribadire il simbolico primato della Chiesa sullo Stato, per ripicca anti-savoiarda.
Prima di allora l’esposizione di crocifissi, ed altri arredi sacri, in edifici dello Stato non era prevista e di fatto inesistente.
Ma poco importa. Questa è la democrazia secondo Garagnani: cattolica (solo nella forma), confessionale, imbavagliata; dove è chiaro come l’unica opinione lecita sia la sua. Tutto il resto è laicismo, s’intende!


Tra le coraggiose iniziative, che contraddistinguono l’attività politica dell’austero restauratore liberale, vale la pena di ricordare pure la proposta di abolizione del valore legale della laurea:

«Oggi le lauree sono sostanzialmente tutte uguali, hanno lo stesso peso per legge. Che si ottenga il titolo in economia alla Bocconi o in un ateneo telematico via Internet poco conta […] Il valore legale del titolo livella la qualità e la meritocrazia verso il basso.»
 (20/07/2010)

Evidentemente, per l’ineffabile deputato, una specializzazione in cardiochirurgia vascolare conseguita all’Università di Bologna, vale come un corso on line al CEPU. Sarebbe curioso sapere, in caso di necessità, da chi mai si farebbe operare a cuore aperto questo esteta della “sussidiarietà” universitaria…


Già capogruppo PdL in commissione parlamentare per “Cultura, Scienza ed Istruzione”, attualmente fa parte della Commissione “Giustizia”. In tale ambito, da tipico ‘garantista’ berlusconiano, l’on. Garagnani si è distinto per il suo appoggio incondizionato a tutte le leggi ad personam pro duce: dal Lodo Alfano, al “legittimo impedimento”; dal “processo breve” al “processo lungo”; fino al divieto dell’uso delle intercettazioni ambientali… che molto contribuiscono ad assicurare la certezza del diritto (e della pena).
Di converso, è un sostenitore convinto della militarizzazione delle città, dell’istituzione delle ronde e del reato di immigrazione clandestina (con 18 mesi di carcerazione preventiva, in assenza di qualsivoglia fattispecie criminale).
Sempre in tema di libertà e diritti, si è espresso contro la legge sull’omofobia e sul razzismo, e contro l’introduzione delle cosiddette “quote rosa”.
Sensibile ai costi della politica, ha votato contro la soppressione delle Province.
Liberista convinto, fautore delle privatizzazioni (dai servizi pubblici, all’acqua), ed intransigente alfiere della stabilità di bilancio, tra i vari provvedimenti, ha espresso il suo pieno favore al:
miliardario “salvataggio” dell’Alitalia, affidata alle premurose cure della CAI;
Finanziamento pubblico degli Istituti di Credito (privati);
Incentivi pubblici all’industria privata;
“scudo fiscale” per i grandi evasori;
Pagamento a carico dello Stato circa le multe per la truffa delle quote latte, a dispetto delle migliaia di allevatori onesti.


Da segnalare inoltre le personali crociate di Garagnani contro gli enti cooperativi (presumibilmente ‘rossi’); contro i “professori politicizzati”, naturalmente ‘di sinistra’ e per di più iscritti alla famigerata CGIL, con sospensione dallo stipendio e dall’insegnamento.
Tuttavia, è proprio nel corso del 2011 che l’Uomo ci regala i suoi contributi migliori, specialmente in questi ultimi mesi estivi, ispirato come non mai, nel suo iperattivismo militante contro gli ultimi alieni della rossa minaccia marxiana.
Dell’on. Fabio Garagnani ci ha impressionato l’aspetto quasi funereo delle foto ufficiali… l’espressione contrita, in perenne sofferenza… una via di mezzo tra il costipato ed il caro estinto.


In compenso sembra sfogare il disturbo in altro modo, eiettando per vie traverse il bolo che l’opprime…
Il nuovo bersaglio d’eccezione, e da bonificare, si trova direttamente all’interno della città di Bologna dove risiede una sacca di irriducibili con il vizio della memoria e non disposti a tacere. Sono i familiari delle vittime della strage del 02/08/1980, rei evidentemente di essere sopravvissuti ai propri cari, improvvidamente martoriati dall’esplosione casuale (come lo scoppio di una caldaia a ferragosto?) nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria. Soprattutto, sono colpevoli di reclamare la verità sui mandanti del massacro, a distanza di 31 anni, nel totale disinteresse del Governo Berlusconi che infatti diserta sistematicamente le commemorazioni pubbliche, come se la cosa non lo riguardasse minimamente. E certo una compagine governativa di (ex?) fascisti e piduisti, non ha il miglior pedigree né la moralità istituzionale (sì, usiamolo il termine!) per commemorare le vittime di una strage eseguita da fascisti, con coperture e depistaggi messi in atto dai principali vertici militari dei servizi di sicurezza nazionale, iscritti in massa alla Loggia eversiva P2, mentre documenti fondamentali per l’accertamento delle responsabilità sono a tutt’oggi coperti dal ‘Segreto di Stato’.
Con 85 morti ed oltre 200 feriti, Bologna è stata l’ultima tappa, la più feroce, di una lunga stagione stragista, cominciata a Milano nel lontano Dicembre del 1969: quarantadue anni di eccidi indiscriminati, depistaggi, insabbiamenti, trame eversive, coperture istituzionali, complicità insospettabili e protezioni inconfessabili… Una breve parentesi e poi una nuova stagione di bombe tra il 1992 e il 1993, con immutato copione di occultamento delle prove e collusioni mai chiarite. Uno Stato ostile e assente, che si accanisce sulle vittime invece che contro i colpevoli.
Contro questo ha pubblicamente protestato Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime:

Il 9 maggio di quest’anno, Berlusconi disse solenne: ‘Apriamo gli armadi della vergogna’. Invece niente, non un documento è stato trasmesso alla Procura di Bologna. Vuol dire che quelle parole le ha pronunciare solo per apparire sui giornali.
[…] Non c’è pulpito da cui un esponente della loggia P2 può permettersi di esprimere simili giudizi sui giudici.

Tuttavia ai cittadini di Bologna, oltre al diritto di avere giustizia, adesso viene negata anche la possibilità di contestazione, giacché all’on. Garagnini, come al piduista Berlusconi, quei fischi non piacciono proprio… Per questo proponeva di far intervenire l’esercito, contro i potenziali contestatori, durante la commemorazione del 2 Agosto, a scopo intimidatorio se non repressivo: la democrazia ai tempi del berlusconismo. Non contento dell’abnormità di una simile proposta, questo residuato sanfedista ha pensato bene di rilanciare la posta, spalleggiato da tutto il pretorio dei piduisti di governo, denunciando Mario Bolognesi per “villipendio dello Stato”
Probabilmente, Garagnani deve essere uno che non conosce i confini del demenziale, altrimenti al ridicolo non aggiungerebbe l’oscenità dell’indecenza:

«Le sue gravi affermazioni [di P.Bolognesi] non possono essere lasciate sotto silenzio, non tanto perché contenenti critiche di natura politica, quanto perché delegittimano in modo inconfutabile lo Stato e le istituzioni democratiche.
Certe affermazioni non possono essere tollerate, pena il venir meno della credibilità delle istituzioni medesime. Non è in questione il diritto di critica a qualunque livello e da chiunque espresso, che io pure ho esercitato in varie occasione e che non nego a nessuno, bensì atteggiamenti potenzialmente eversivi dell’ordine democratico che mirano a delegittimare i principi fondamentali dello Stato e della democrazia rappresentativa […] Non si può dire che sostanzialmente lo Stato è mandante o spettatore passivo di stragi.»

Confutare i deliri del Garagnani furioso è una causa persa oltre che disperata. Dinanzi al tanfo di così immani stronzate, non si può far altro che trattenere il respiro sperando invano che svanisca il lezzo. Oppure, in alternativa, accendere un fiammifero..!
Poi, in un mondo capovolto, ci si rende conto di trovarsi in piena realtà orwelliana:

Spacciare deliberate menzogne e credervi con purità di cuore, dimenticare ogni avvenimento che è divenuto sconveniente, e quindi, allorché ridiventa necessario, trarlo dall’oblio per tutto quel tempo che abbisogna, negare l’esistenza della realtà obiettiva e nello stesso tempo trar vantaggio dalla realtà che viene negata

E allora si comprende di assistere solo ad una pessima parodia, ad un modesto esercizio di piaggeria, nel vano tentativo di eguagliare gli irraggiungibili modelli originali: i due didimi brianzoli che ogni giorno onorano le Istituzioni democratiche…
Quello che predica (e pratica) la secessione; che usa la bandiera nazionale per scopi igienici assai poco istituzionali, e dai più alti scranni governativi offende chiunque risieda a sud del Po…
Quell’altra barzelletta deambulante, che ormai sembra un involtino alla plastilina immersa nel cerone, la cui massima espressione culturale è il bunga-bunga…
Le due “istituzioni” viventi nelle quali Fabio Garagnani, e tutti quelli come lui, degnamente si riconoscono!

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La Gaia Scienza

Posted in A volte ritornano, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 26 marzo 2011 by Sendivogius

Sull’incomparabile catastrofe umana e ambientale che ha sconvolto la terra del Sol Levante molto si è detto, ma nulla è comparabile alle ispirate parole del prof. Roberto De Mattei, un folgorato che confonde lo tsunami con la distruzione di Sodoma e Gomorra:

Le catastrofi sono talora esigenza della giustizia di Dio, della quale sono giusti castighi.
Le grandi catastrofi sono una voce paterna della volontà di Dio, che ci richiama al fine ultimo della nostra vita. Se la terra non avesse catastrofi, eserciterebbe su di noi un fascino irresistibile, e non ricorderemmo che siamo cittadini del cielo. In secondo luogo, le catastrofi sono i giusti castighi di Dio. Alla colpa del peccato originale si aggiungono le nostre colpe personali e quelle collettive, e mentre Dio premia e castiga nell’eternità, è sulla terra che premia o castiga le nazioni.”

La raffinata riflessione ecumenica è quanto di meglio scaturisce dalla sensibilità umana e religiosa dell’esimio prof. De Mattei… Purtroppo, il mondo è inflazionato di fanatici religiosi in preda ad esaltazione mistica. Tuttavia, questo peto medioevale nella cloaca sanfedista non è l’ultimo coglione in circolazione, ma niente meno che il vicepresidente del CNR!
Per intenderci, il ‘Consiglio Nazionale per la Ricerca’ sarebbe l’ente nazionale preposto allo sviluppo scientifico e sociale, favorendo tutte quelle “attività di prioritario interesse per l’avanzamento della scienza e per il progresso del Paese”. Tramite gli appositi finanziamenti del MIUR (Ministero per l’Istruzione,  l’Università e Ricerca), promuove la formazione e la crescita tecnico-professionale dei ricercatori italiani, attraverso l’assegnazione di borse di studio e assegni di ricerca. Altresì, il CNR dovrebbe effettuare “la valutazione dei risultati dei programmi di ricerca”; fornire consulenze e pareri tecnici; svolgere “attività di certificazione, prova ed accreditamento per le pubbliche amministrazioni, sostenendo le attività scientifiche e di ricerca di rilevante interesse per il sistema nazionale”.
In virtù di tali competenze, tanto per dire, al CNR sono stati commissionati gli studi di fattibilità sulla realizzazione dei nuovi impianti nucleari. Ciò implica la scelta dei luoghi dove costruire le centrali e l’individuazione dei siti di stoccaggio per le scorie radioattive di ultima generazione.
È rassicurante sapere che le valutazioni decisionali, con l’ultima parola, spettino ad un invasato integralista come Roberto De Mattei… ovvero affidare la gestione del nucleare ad uno che si crede l’Angelo dell’Apocalisse!!
Questo è possibile perché, col tempo, da glorioso comitato di ricerca scientifica, il CNR si è trasformato in una sorta di ente promozionale a nomina governativa, monopolizzato dalle lobby trasversali del comparto affaristico-industriale, specializzato nell’attribuzione diretta di fondi a ricercatori vicini ad apparati burocratici o politici. E adesso sembrerebbe diventato anche ricovero per disturbati mentali, affetti da delirio psicotico!
Del resto, la composizione dei vertici del consiglio risponde ad un preciso indirizzo di orientamento culturale, fedele al nuovo corso mercantilista impresso a suo tempo dall’ex ministro Letizia Brichetto Arnaboldi in Moratti, durante la sua permanenza al MIUR.
E la disposizione delle nomine nel CdA ne sono un diretto riflesso. Ne fanno parte, tra gli altri,  l’ing. Vico Valassi, su indicazione di Union Camere, e l’ing. Lucio Pinto per conto di Confindustria. L’ingegner Pinto, vicepresidente della Fondazione Politecnico di Milano e una carriera professionale maturata tra Olivetti e Pirelli, è altresì il direttore della Fondazione Silvio Tronchetti Provera.
Di nomina squisitamente politica sono invece i professori Luigi Rossi Bernardi e Andrea Di Porto, senza dimenticare naturalmente il vicepresidente Roberto De Mattei.

Il prof. Luigi Rossi Bernardi, già presidente del CNR (1984-1993), è un biochimico di fama mondiale, ben introdotto negli ambienti militari con collaborazioni pregresse nei laboratori della NATO e dalla USAF (1961-1965).
Dal 1974 al 1984 assume la direzione scientifica dell’Istituto San Raffaele di Milano e per questo non è sgradito agli ambienti di Comunione e Liberazione.
Nel 1978 viene designato dal CNR al ‘Consiglio sanitario nazionale’; nel 1981 diventa presidente della commissione del CNR, per i progetti finalizzati alla “medicina preventiva e riabilitativa” e fonda il dipartimento di scienza e tecnologie biomediche dell’Università degli Studi di Milano.
Nel 1982 diventa membro della Commissione per la ricerca biomedica della Lombardia.
Nel 1984 viene nominato direttore scientifico dell’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano.
Nel 2002 la Moratti lo porta con sé al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, e lo nomina Capo della Segreteria tecnica per la programmazione e per la ricerca del MIUR.
Quello con la Moratti è un sodalizio politico destinato a durare nel tempo, perché nel 2006, in qualità di Sindaco di Milano, nomina il prof. Rossi-Bernardi assessore alla Ricerca, Innovazione e Capitale Umano per il Comune.

Il prof. Andrea Di Porto (classe 1950), ordinario di Istituzioni di Diritto Romano presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, coordinatore del Comitato Ordinatore del Dipartimento Identità Culturale del CNR, è l’ennesimo avvocato prestato alla politica. L’avv. Di Porto si segnala per la sua appartenenza al ‘comitato scientifico’ della Fondazione Magna Carta: ambizioso think tank della destra liberale, ad imitazione delle fondazioni neo-con d’Oltreoceano, è in realtà l’ennesima propaggine del potere berlusconiano di cooptazione industrial-craxiana-radicale. È incredibile cosa sia riuscita a produrre la via italiana al socialismo!

LA MAGNA CARTA
Nata nel 2004, la Fondazione si propone “la difesa della tradizione senza una chiusura pregiudiziale verso i cambiamenti imposti dalla modernità. […] Tutto questo senza perdere di vista la bussola del liberalismo conservatore di tradizione anglosassone”.
Tra i ‘fondatori’ (e finanziatori) sono annoverate diverse multinazionali di settore: la petrolifera ERG; la British American Tobacco; MEDIASET; Finmeccanica; Wind…
Mentre tra i membri del consiglio d’amministrazione meritano di essere annoverati quantomeno Gianmarco Moratti e Francesco Bellavista Caltagirone, imparentato (è il cugino del Francesco Gaetano suocero di Casini) con la nota dinastia di palazzinari ed editori romani.
Presidente onorario di Magna Carta è Gaetano Quaglierello, assai noto per le sue posizioni di apertura senza pregiudizi sui temi del testamento biologico e della procreazione assistita, come sui diritti delle coppie di fatto. Ma al comitato scientifico della Fondazione aderiscono tanti altri bei nomi del partito radicale, dell’ex PSI, e non solo: Marco Taradash; Eugenia Roccella; Oscar Giannino; Renato Brunetta; Margherita Boniver; Fiamma Nirenstein; Roberto Nania; Enrico La Loggia; Gustavo Selva; Lucio Stanca; l’immancabile sottosegretario Alfredo Mantovano
Ma anche Antonio Catricalà (presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato); Giorgio Lombardi (già consigliere nel CdA del CNR); Adriano De Maio (Il Sole24Ore, Impregilo, RAI New Media, Saes Getters, Telecom Italia). E naturalmente il prof. Roberto De Mattei!

Michael Novak e la Teologia del capitalismo
È interessante notare come tra i più apprezzati maître à penser della Fondazione Magna Carta, quanto tra gli esponenti più intellettuali di Alleanza Cattolica (come Massimo Introvigne), ci sia il filosofo Michael Novak, autore di una ventina di libri sul “cattolicesimo liberale” (nel senso di impresa) e redattore di un “Manifesto dell’ambientalismo conservatore” (ambientalismo blu). Probabilmente, ai più il nome non dirà nulla. Tuttavia, il prof. Novak è un arzillo vecchietto capace di amalgamare teologia, diplomazia e affari, in una insolita miscela politica che parte da radici democratiche, ma finisce col conquistare soprattutto i palati Teo-Con della nuova destra religiosa. Novak è il profeta della missione spirituale di un capitalismo mistico dalle venature messianiche. Il suo tempio d’elezione è l’American Enterprise Institute: il più antico e potente sancta sanctorum del pensiero straussiano, applicato al peggior cinismo della real-politik; fucina inesauribile dell’ideologia neo-con e scuderia politica dalla quale Bush junior attinse i suoi consiglieri per il secondo mandato presidenziale. Avevamo già trattato l’argomento in “War Games”: parte [1], parte [2] e parte [3].

«L’American Enterprise Institute (AEI) è la gigantesca fabbrica che produce ideologia “neoconservatrice” in tutto il mondo: il petroliere e committente di opere pubbliche/militari Dick Cheney, oltre a essere [stato] vicepresidente degli Stati Uniti, è anche il vicepresidente di questa organizzazione. Gli italiani possono essere incuriositi dal fatto che sia stato presso la sua sede che Oriana Fallaci fece la sua unica comparsa in pubblico, nell’ottobre del 2002. Chi segue questo sito si ricorderà di Cheney anche in un altro contesto, come committente di un documento a dir poco preoccupante redatto dal Project for the New American Century.
Nell’AEI, Michael Novak dirige la sezione su “Religione, filosofia e politica pubblica” e il Dipartimento di scienze sociali dell’American Enterprise Institute, un’attività che gli ha fruttato finora donativi per un importo pari a1,381,887 dollari da parte di varie fondazioni, allo scopo di sviluppare una teologia cattolica del capitalismo e per inquadrare la ribellione allo sfruttamento nel primo dei peccati: “L’invidia non si presenta mai per quello che è; piuttosto, si nasconde dietro nomi come uguaglianza, equità e persino (ahimè) giustizia sociale”.
Michael Novak è legato anche alla Fondazione Res Publica, il think tank berlusconiano cui appartengono personaggi come Giuliano Urbani, Massimo Introvigne, Vittorio Mathieu, Giulio Tremonti, Silvio Beretta e altri.
Novak è membro del “comitato scientifico” della Fondazione Liberal, il think tank della destra italiana di cui fanno parte anche Carlo Azeglio Ciampi, Mino Martinazzoli, Antonio Baldassarre, Ferdinando Adornato, Franco Debenedetti, Ernesto Galli della Loggia, Domenico Fisichella, Franco Frattini, Marcello Pera, Giulio Tremonti, Antonio Martino, Antonio Marzano, Giuliano Urbani, Oscar Giannino, Paolo Guzzanti, Giovanni Minoli, Marcello Veneziani e Angelo Panebianco.
Non basta. Troviamo Novak anche nel “Comitato scientifico” della Fondazione Ideazione, presieduta da Domenico Mennitti, assieme a Vittorio Mathieu, Maurizio Belpietro, Giuliano Ferrara, Francis Fukuyama, Paolo Guzzanti, Massimo Teodori e altri.»

L’articolo completo, con una lunga disamina sul “Manifesto dei Cristianisti”, lo trovate QUI.

Date le sue frequentazioni, ne consegue che il professor Novak bazzica spesso in Italia, terreno prediletto della reazione sanfedista, e non è raro che nei vari seminari di natura politica e religiosa ai quali partecipa incroci le sue relazioni con quelle del prof. Roberto De Mattei.

Chiamate il Castigamatti
Romano (21/02/1948), la carriera del prof. De Mattei è tutta all’insegna della croce e dell’altare, se si esclude la sua militanza giovanile nel Fronte Monarchico Giovanile vicino al MSI.
Allievo e poi assistente universitario del filosofo Augusto del Noce, alfiere del pensiero conservatore di matrice cattolica, nonché papà del più noto e mondano Fabrizio Del Noce, il fervente crociato De Mattei sembra destinato ad una grigia carriera accademica fatta di concorsi pubblici, graduatorie, e assegnazioni di ruolo. Sono parte integrante di un percorso professionale non troppo entusiasmante, che il professore riporta con dovizia di particolari nel suo curriculum vitae, dove non mancano neppure riferimenti all’anno del diploma ed alla sua vecchia scuola superiore… Anche il gatto con gli stivali ha frequentato con discreti risultati il Liceo PincoPallo, prima di diventate famoso, ma non per questo ne faceva un pubblico vanto.
Del resto, la sua dettagliatissima biografia riporta date e tornate selettive, che precedono l’assegnazione (nel 1985) della cattedra di Storia Moderna presso la Facoltà di Lettere nella prestigiosissima Università di Cassino in piena Ciociaria, dove insegna fino al 2009 prima di passare alla famosissima “Università europea di Roma” (ateneo privato cattolico), diventando titolare di Storia del Cristianesimo.
In compenso, il prof. De Mattei si segnala per il suo attivismo nelle catacombe della destra ultraclericale di matrice reazionaria. Sul finire degli anni ’60, insieme a Giovanni Cantoni, fonda Alleanza Cattolica: associazione integralista di “apostolato culturale controrivoluzionario”, ispirata in tutto e per tutto alla brasiliana TFP (Società per la Difesa della Tradizione, Famiglia e Proprietà) del latifondista Plinio Corrêa de Oliveira. In maniera semplicistica, gli obiettivi di TFP si possono riassumere nel ripristino del diritto divino dei re; nella reintroduzione della servitù della gleba; nella cancellazione di ogni idea di uguaglianza, in nome della più rigida ubbidienza gerarchica, e nel ritorno al feudalesimo carolingio.
Alleanza Cattolica, che pure da TFP trae il suo modello, ha aspirazioni meno ambiziose proponendo: “l’applicazione della perenne morale naturale e cristiana alle mutevoli circostanze storiche. La sua azione si situa nel campo dell’instaurazione cristiana dell’ordine temporale”. Soprattutto mira alla costruzione di una società secondo il piano di Dio, in quanto rispettosa dei diritti divini e consapevolmente vivente all’interno delle frontiere poste dalla dottrina e dalla morale della Chiesa.
In pratica, vorrebbe il ripristino dello Stato pontificio con la restaurazione del potere temporale dei papi e l’introduzione di una legge divina. Ovvero la sharia con un regime talebano, però in salsa cristiana. Insieme alle immancabili invettive contro egalitarismo, liberalismo, socialismo, comunismo, illuminismo, protestantesimo… Alleanza Cattolica introduce delle interessanti novità nel panorama delle “insurgenze controrivoluzionarie” (le chiamano così) per la gloria della Madonna di Fatima, aggiungendo ai nemici irriducibili della “restaurazione sociale” il Risorgimento italiano e pure il Rinascimento. Quest’ultimo infatti è la causa primaria dell’odierno decadimento spirituale. È evidente che le lancette della storia vanno spostate se non al 1348 (la Peste Nera) quanto meno ai tempi di Corrado di Marburgo.
Interessante sapere che tra gli aderenti ad Alleanza Cattolica c’è anche l’onorevole Alfredo Mantovano (magistrato politicizzato di quelli che piacciono a destra), storico esponente da sempre delegato ai temi della Giustizia e della sua ‘riforma’.

Tornando invece al nostro eroe, non contento, nel 1982 Roberto De Mattei fonda pure il Centro Culturale Lepanto. Ogni riferimento alla battaglia navale del 1571 è assolutamente voluto. Tra le fondamentali iniziative dell’associazione si segnalano le immancabile messe di suffragio per il solito  Plinio Corrêa de Oliveira, pellegrinaggi al santuario di questa o quell’altra madonna apparsa in giro per il mondo, organizzazione di messe ripatrici contro ‘froci’ ed altre aberrazioni contronatura.
Per le sue pubblicazioni ed iniziative culturali, De Mattei si fa apprezzare prima negli ambienti missini e poi in AN, dopo i bagnetti di Fiuggi alle terme del Ciarra. All’inizio degli anni 2000 il professore integralista lega le sue fortune a quelle di Gianfranco Fini, lo stesso della svolta futurista (indietro a destra).
Nel febbraio 2002, G.Fini all’epoca vicepresidente del Consiglio (governo Berlusconi II) lo nomina consigliere per le questioni istituzionali italiane e internazionali.
Col passaggio di Gianfranco Fini al ministero degli Esteri, il prof. De Mattei viene promosso al rango di consigliere per le Relazioni istituzionali, politiche e culturali (Nov.2004). Conserverà entrambe le cariche fino al Maggio 2006.
Deve essere un vero idillio quello instaurato con il laicissimo Fini, divenuto paladino dei diritti civili, perché il lanciatissimo prof. De Mattei diventa pure subcommissario del CNR (Giugno’03-Luglio’04) e poi Vice Presidente (22/07/04), con delega per il settore delle scienze umane, quindi riconfermato alla vicepresidenza nel 2008.
Nel 2009, De Matteri si fa finanziare dal CNR, con un contributo 9.000 euro, i suoi deliri creazionisti enunciati in convegno (23/02/09) e raccolti nel volume “Evoluzionismo. Il tramonto di un’ipotesi”.
L’ipotesi formidabile ed originalissima, rispetto alla vecchia e lacunosa teoria darwiniana, è che l’uomo discende da Adamo ed Eva, il mondo è stato creato in sette giorni, e che la Bibbia va interpretata in senso letterale. In fondo è già scritto tutto nella Genesi e la donna è nata da una costola di Adamo.
Secondo questo invasato “nessuno finora è riuscito a dimostrare la teoria evoluzionistica. Che è una vera e propria posizione filosofica, basata cioè su convinzioni generali di fondo e non su evidenze sperimentali”. Evidenze sperimentali che invece sono lampanti nel racconto biblico dell’uomo creato impastando l’argilla.
Con tutta la coerenza che si richiede ad un vicepresidente del Consiglio nazionale per la ricerca scientifica, al quale sono collegati in prevalenza istituti di Fisica e di Medicina, l’ineffabile prof. Mattei specifica meglio:

«Trovo incredibilmente incoerente che ci si possa dichiarare cristiani ed evoluzionisti. E mi chiedo come uno scienziato su queste posizioni come Cabibbo possa presiedere la Pontifica accademia delle Scienze.
Senza dubbio in alcuni ambienti ecclesiastici c’è un atteggiamento debole, come un senso di inferiorità verso certi ambienti intellettuali. E questo anche in posizioni di vertice. Certo non in Benedetto XVI che ha una posizione critica sulla teoria dell’evoluzione. Esistono invece vescovi e teologi che la accettano, e sono gli stessi per esempio che sostengono che il libro della Genesi è una metafora e che non va preso alla lettera»

Dinanzi a simili stronzate, non si sa bene se ridere o bestemmiare di gusto. Nel dubbio ci concediamo il lusso di entrambi.

Non contento, il prof. Mattei ribadisce il concetto con una serie di articoli, prontamente ospitati su Il Foglio (giornalino assistito di Ferrara), l’immancabile Libero e, naturalmente, su Il Giornale (28/11/09) dove spiega che il darwinismo è notoriamente legato al “socialismo scientifico” e conduce inevitabilmente alla “dittatura del proletariato”:

«Il relativismo contemporaneo, secondo cui non esistono valori assoluti, ma tutto si trasforma, e nulla è stabile e permanente, ha il suo fondamento nella teoria evoluzionista. E oggi siamo passati dalla dittatura del proletariato alla dittatura del relativismo»

Ora, leggendo simili vaneggiamenti capisci che questi sono ossessionati; in preda a delirio schizoide, vedono comunisti ovunque, armati di forcone e tutti rossi con le corna, intenzionati a trascinarli giù nell’inferno oscuro delle loro paranoie. Sono disturbi mentali gravi… Questo ha scambiato il CNR con il CIM!

D’altra parte, a giudicare dagli interessi dell’eccelso professore crucisignato, è chiaro che ci troviamo su un’altro piano culturale o, se preferite, una frattura spazio-temporale con una finestra aperta direttamente sugli anni più oscuri del medioevo:

«Alla TFP fa riferimento anche un altro movimento, ancora più estremista, il Centro Lepanto, diretto da Roberto de Mattei, professore all’università di Cassino e autore di un’ingenua agiografia di Plinio Corrêa de Oliveira, il “Crociato del XX secolo”. La natura assai superficiale di questo testo non ci deve ingannare. De Mattei è consigliere per le questioni istituzionali italiane e internazionali del Vice-Presidente del Consiglio dei Ministri Gianfranco Fini e Presidente dello I.E.R.E.F (Institut Européen de Recherches, Etudes et Formation) con sede a Bruxelles; è membro del Board della “European Foundation” (Londra). Recentemente, tra non poche polemiche, è stato nominato sub-commissario del CNR con delega per il settore delle scienze umane.
De Mattei partecipa spesso alle attività dei Comitati per la Libertà di Marcello Pera assieme a personalità come Vittorio Strada e Francesco Storace, ma anche come Gilles William Goldnadel, l’avvocato di Oriana Fallaci.
Nel suo curriculum, De Mattei si vanta di essere un Policy Expert della “Heritage Foundation”. Si tratta di un’organizzazione tutt’altro che cattolica; anzi, è il primo e più potente think tank della destra economica e militare degli Stati Uniti, finanziato – tra l’altro – da Gulf Oil, General Motors, Ford Motors, Proctor and Gamble, Chase Manhattan Bank, Dow Chemical, Reader’s Digest, Mobil Oil. Recentemente, alcuni miei amici hanno avuto l’onore di un minaccioso attacco personale da parte di Paul Weyrich, il fondatore della Heritage.
Con committenti del genere, non sorprende sapere che il cattolicissimo De Mattei si sia schierato a favore della guerra contro l’Iraq, nonostante la netta presa di posizione del Papa. Né che De Mattei abbia partecipato alla Usa Day organizzata da persone assai poco cattoliche, come Giuliano Ferrara, Alfredo Biondi, Franco Debenedetti e Massimo Teodori.
De Mattei è anche presidente dell’Associazione Fiducia, che a sua volte gestisce l’agenzia stampa internazionale Views from Rome

L’articolo completo lo trovate QUI.

Non è un caso che l’unica voce fuori dal coro, il povero Luciano Maiani, presidente del CNR, sia stato tacciato di essere incompatibile con un atteggiamento equilibrato e laico, per aver espresso perplessità sulla visita ecumenica del pontefice all’università di Roma, con tanto di celebrazione della messa all’interno dell’ateneo.

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LA SCELTA

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 marzo 2011 by Sendivogius

In Italia, ormai una manifestazione non si nega più a nessuno…
Si è incapaci di organizzare una mobilitazione ad oltranza, con presidi permanenti sul territorio. Non si riesce a strutturare uno straccio di movimento di base, a partecipazione attiva (senza la solita gerarchia di leaderini e capetti), con una sua identità propositiva e riconosciuta. E che sappia imporre la sua presenza come interlocutore credibile. Non si è nemmeno in grado di creare una rete condivisa di informazione orizzontale e liquida, alternativa al vituperato duopolio Rai-Mediaset presso il quale però si implora la concessione di spazi degni di una riserva indiana, aperta alle scorrerie del generale Custer e delle sue giubbe blu.
Tutto si riduce all’ennesimo, estemporaneo, corteo di protesta (che ormai non impressiona più nessuno): passeggiata collettiva per le vie del centro, in una sorta di transumanza organizzata; bandiere e striscioni che garriscono al vento nella loro vacua inoffensività; i soliti (imbarazzanti) carnasciali e qualche vecchio slogan ammuffito, ripescato nel frasario dell’inconcludente nonno sessantottino, da chi pretende di fare la “rivoluzione” col permesso della Polizia e si squaglia alla prima carica. In pratica, sembra di assistere ad una pluralità di individualità separate che si incontrano unicamente per contarsi e rassicurarsi, in una sorta di training autogeno di gruppo, per una sottospecie di piagnisteo collettivo, mentre l’Italia scivola verso il nuovo fascismo nella gaia inconsistenza delle proteste. Uno stupro non si impedisce, pigolando un “basta!” senza che nessuno muova un dito, aspettando.. non so.. l’intervento divino.
Dinanzi allo stupro reiterato della Costituzione repubblicana, dei valori fondamentali di laicità e giustizia, delle stesse regole democratiche implicite nella separazione dei poteri, cosa pensano di fare in concreto gli italiani (e le italiane) che ancora conoscono il senso della pubblica indignazione?!?

TU COSA SEI DISPOSTO A PERDERE?
Nella vita si fanno delle scelte e se ne paga un prezzo, accettando i rischi impliciti nella difesa dei propri ideali (se li si possiende). A volte basta un atto di testimonianza per lasciare almeno un esempio…
Qualcuno ha detto che “le parole sono pietre”; in realtà, non costano nulla. E, quando abbondano, sono innocue. Il valore di un uomo non andrebbe mai misurato esclusivamente sulla qualità delle sue parole, ma sulla sostanza delle sue azioni. Si dovrebbe considerare l’essenza dell’atto, specialmente quando questo scaturisce dall’impellenza della situazione cogente, schiacciato dall’incontrastabile forza degli eventi.
È l’inderogabilità della scelta, l’impossibilità (e il rifiuto) di scendere a compromessi, che determina l’uomo e ne esalta l’individualità nella ‘splendida solitudine’ della sua coerenza. È la grandezza interiore di chi è disposto a perdere tutto, pur di non smarrire sé stesso.
Nella nostra Penisola, nonostante le tante belle parole, a trionfare sono sempre stati gli opportunismi di circostanza, imbellettati da ottime motivazioni (alibi), per una elite intellettuale che al coraggio ha sempre preferito la piaggeria o il conformismo sonnacchioso del quieto vivere, salvo vantare i propri meriti, del tutto presunti, a tempesta finita, beandosi degli effluvi della retorica patria.

L’Italia non è nuova alle “riforme epocali”, meglio se per decreto-legge su insindacabile iniziativa governativa nelle aule sorde e buie di un parlamento addomesticato, tra professionisti della politica e miracolati possibilmente a libro paga del miglior offerente.
Da questo punto di vista, gli anni a cavallo tra il 1920 ed il 1930 hanno rappresentato la stagione riformatrice per eccellenza, il cui punto focale non poteva non investire l’insegnamento e la libera docenza opportunamente riformata a misura di regime…

Pertanto, su iniziativa del Governo, il 28/08/1931 viene promulgato il regio decreto n.1227 con “Disposizioni urgenti sull’Istruzione superiore”. All’art.18, il decreto-legge prevede un apposito giuramento di fedeltà al quale i docenti universitari si devono conformare e sottostare, se non vogliono perdere la cattedra ed essere allontanati dall’insegnamento, onde evitare che qualche sconsiderato possa “inculcare principi diversi” e in contrasto con i desiderata del potere. Come se ‘Insegnamento’ fosse sinonimo di ‘indottrinamento’.
Lo Stato.. la Patria.. si fondono in un tutt’uno col Governo ed il suo Presidente del Consiglio. Ogni ipotesi di distinguo (e dissenso) è di fatto cancellata:

«Giuro di essere fedele al Re, ai suoi reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di osservare l’ufficio di insegnante e adempiere tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria e al Regime Fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti, la cui attività non si concili coi doveri del mio ufficio

Ovvero, è “dovere d’ufficio” essere fedeli al Regime.
Messi alle strette, sui 1251 docenti italiani, coloro che si rifiutano di aderire al giuramento raggiungono la pazzesca cifra di 16 cattedratici. In pratica uno ogni cento professori, che pure non avevano perso occasione di criticare nella loro maggioranza proprio quel “regime” al quale ora andavano giurando fedeltà, come tanti cagnolini obbedienti.

Nessun professore di storia contemporanea, nessun professore di italiano, nessuno di coloro che in passato s’erano vantati di essere socialisti aveva sacrificato lo stipendio alle convinzioni così baldanzosamente esibite in tempi di bonaccia.”

Denuncia Gaetano Salvemini dal suo esilio londinese, ma è una voce isolata. La gran parte dei cosiddetti intellettuali d’opposizione si uniformarono in massa all’aut aut governativo, accampando naturalmente nobilissime ragioni a giustificazione di una scelta simbolica che in realtà contemplava ben poche scusanti. A maggior ragione che i ‘giuramenti’ (qualunque sia la loro natura) sono una cosa seria, che implica la sfera dell’Onore personale: o si rispetta la parola data o, semplicemente, la si nega.

Giurarono tutti, dai cattolici ai comunisti, dai monarchici ai repubblicani, dai socialisti ai liberali, a partire dai più intransigenti (a parole)…

«Sbaglia chi cercasse tra gli irriducibili dei “pericolosi sovversivi”. Gli accademici più a sinistra seguirono il consiglio di Togliatti, che invitò i compagni professori a prestare giuramento. Mantenendo la cattedra, avrebbero potuto svolgere “un’opera estremamente utile per il partito e per la causa dell’antifascismo” (così Concetto Marchesi motivò a Musatti la sua scelta di firmare). Anche Benedetto Croce, stella polare dell’antifascismo, incoraggiò professori come Guido Calogero e Luigi Einaudi a rimanere all’università, “per continuare il filo dell’insegnamento secondo l’idea di libertà”. Ci si mise anche il papa, Pio XI, che su idea di padre Gemelli elaborò un escamotage per i docenti cattolici: giurate, ma con riserva interiore

Simonetta Fiori
“I professori che dissero NO al duce”
La Repubblica (16/04/2000)

Fu così che il meglio della cultura antifascista giurò in massa la sua fedeltà a quel regime, che pure molti “intellettuali” dicevano di detestare. Lo fecero per viltà, per opportunismo, o perché davvero persuasi di poter in tal modo continuare la battaglia dall’interno, senza cedere terreno nell’ambito accademico, come nel caso di Piero Calamandrei.

«Così, quasi tutti i professori potevano giurare senza troppi tormenti interiori: sia quelli che lo approvavano, sia quelli che lo ritenevano solo un proforma burocratico, e anche quelli che lo ritenevano un obbrobrio ma che potevano avvalersi di una giustificazione superiore e morale che li autorizzava a chinare il capo senza perdere l’onore. Rimanevano fuori pochi personaggi, per i quali firmare un simile documento rimaneva un’onta ingiustificabile al proprio senso civico.»

Rudi Mathematici
N°136 – Maggio 2010

Tuttavia, al di là delle giustificazioni ufficiali, nella maggioranza dei casi a prevalere fu l’interesse personale, il terrore di rimanere disoccupati, e la perdita di status sociale legato all’incarico prestigioso in ambito universitario.
D’altra parte il rifiuto di prestare giuramento comportava conseguenze tanto pesanti, quanto più era esplicito il coraggio dei renitenti: “perdita della cattedra, una pensione al minimo, persecuzioni, divieti, una vigilanza stretta e oppressiva” da parte degli organi di polizia e la denigrazione dei giornali di regime.

«Affollata la tipologia dei “disgustati”, come Alfredo Galletti, che nell’atto del forzato giuramento esibisce teatralmente il guanto ben calzato nella mano, poi scaglia la penna sul tavolo, con schizzi d’inchiostro ovunque. O come Francesco Lemmi, allievo di Pasquale Villari, che rivolto agli scherani del duce tuona: “Firmo perché padre di famiglia!”. Non mancano gli inventivi nell’arte della scappatoia, come Vittorio Emanuele Orlando, ex presidente del Consiglio, il quale scelse la pacifica soluzione di andarsene in pensione. […] Da Cambridge l’economista Piero Sraffa comunicò al ministro dell’Educazione Nazionale le sue dimissioni da ordinario di Economia politica a Cagliari (aveva vinto la cattedra al King’s College): era il primo novembre del 1931. In quei giorni partivano le lettere con l’invito a presentarsi in Rettorato per il giuramento.»

[Simonetta Fiori]

C’è invece chi piagnucola al pensiero che non sarebbe stato più in grado di pagare gli studi ai figli (Adolfo Amodeo); chi per attaccamento alla cattedra, nel caso del filosofo Giuseppe Rensi; e chi come Carlo Arturo Jemolo “teme la povertà più della guerra”, finendo col perdere su entrambe i fronti. Il professor Jemolo, insigne giurista e vicino al movimento azionista, fu uno dei molti docenti di religione ebraica che cedettero alle pressioni e controfirmarono il giuramento, ignorando che cedere dinanzi alle sopraffazioni dell’oggi presuppone nuove e peggiori violenze domani…
Alessandro Levi, socialista, docente di filosofia del diritto, insieme a suo cugino Tullio Levi Civita, matematico e fisico illustre, decidono di giurare ma “con riserva”, scrivendo ai rettori dei rispettivi atenei che “in alcun modo avrebbero modificato l’indirizzo del proprio insegnamento”.
Il prof. Giuseppe Levi, istologo e anatomista, proveniente da una ricca famiglia triestina (e quindi non afflitto da preoccupazioni di natura economica), viene convinto a restare dagli studenti e soprattutto dagli interessati assistenti, che in caso di dimissioni del professore avrebbero vista pregiudicata la loro carriera.

“E gli studenti, felici di vederlo rimanere, lo ringraziarono con un uragano di applausi”

Tempo sette anni e il 05/09/1938 sarebbe arrivato un nuovo decreto-legge (Regio Decreto n.1390) con i nuovi “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista”, che privava dell’insegnamento e allontanava dalla vita pubblica, alla stregua di paria sociali, tutti gli insegnanti e gli “individui di razza ebraica”. Le aule universitarie rimasero mute e non una sola voce in ambito accademico si levò in alto più di tanto, a difendere i colleghi epurati e denunciare l’intollerabile pulizia etnica in atto nella società italiana, con buona pace di quegli antifascisti che pure avevano giurato fedeltà per continuare la lotta.

IL CORAGGIO DEGLI UOMINI LIBERI
A maggior ragione, più grande è il valore di quei 16, diversissimi tra loro, che soli ebbero il coraggio di dire NO, con la disarmante compostezza di chi compie un gesto assolutamente naturale e conforme alla propria indole. Paradossalmente, nel trionfo dell’ipocrisia istituzionalizzata, saranno i loro nomi ad essere dimenticati (e prontamente scomparire) nell’Italia Liberata e subito riconsegnata agli opportunismi ed ai conformismi delle sue viltà e piccole meschinerie.
Sarà il caso di ricordare un pezzo di quell’Italia minore che non si piega, restituendo un briciolo di dignità a questo Paese:

Mario Carrara, medico e docente di Antropologia Criminale all’Università di Torino, tra i fondatori della medicina legale. Vicino agli ambienti di “Giustizia e Libertà”, il prof. Carrara viene arrestato nell’Ottobre del 1936 e rinchiuso nelle Carceri Nuove di Torino (a 70 anni) dove muore l’anno successivo.

Aldo Capitini, filosofo, teorico della non-violenza, socialista liberale. Capitini è stato uomo dalla straordinaria umanità, accomunata da una rara fermezza di principi come se ne trovano pochi.

Ernesto Buonaiuti, teologo e storico del Cristianesimo, ha frequentato il seminario insieme al futuro papa Giovanni XXIII. Bonaiuti è uno studioso eccezionale, autore di opere fondamentali sul misticismo cristiano, sullo gnosticismo, sul Cristianesimo delle origini e la sua strutturazione in seno all’amministrazione romana tardo-imperiale. Nel 1925, Ernesto Buonaiuti viene scomunicato dai vertici ecclesiastici e ridotto allo stato laicale per la sua vicinanza al movimento modernista. Nel 1931 viene allontanato anche dall’insegnamento accademico, per il suo mancato giuramento di fedeltà. Anche nel dopoguerra, il prof. Bonaiuti venne escluso per sempre dall’insegnamento in virtù dell’adozione in blocco dei Patti Lateranensi, compreso il divieto di assegnazione di cattedre statali a sacerdoti scomunicati, da parte della nuova Repubblica italiana.

Giuseppe Antonio Borghese, professore di Estetica, scrittore, critico letterario, giornalista, vicino al movimento di “Giustizia e Libertà”, profondamente disgustato dalla politica italiana, nel Luglio del 1931 si ritira in una sorta di volontario esilio negli Stati Uniti dove (nel 1939) sposa in seconde nozze la figlia del grande scrittore Thomas Mann.
È straordinaria le secca sobrietà con cui G.A.Borghese motiva il suo No al giuramento fascista in una lettera al Rettore dell’Università di Milano (18/10/1934):

Prego la S.V. di voler prendere nota che io non ho prestato, né mi propongo di prestare, il giuramento fascista prescritto ai professori universitari

Antonio De Viti De Marco, proveniente da un’antica famiglia aristocratica pugliese, di simpatie liberal-democratiche, docente di Scienza delle Finanze ed economista di fama internazionale, rifiuta ogni compromesso col regime, persino un seggio come senatore offerto da un compiacente Mussolini. Abbandonato da tutti, l’orgoglioso marchese si ritira a vita privata continuando i suoi studi economici, e “l’Italia fece a meno di quell’uomo, come se di uomini come quello ne avesse da sprecare” ebbe a dire Gaetano Salvemini.

Francesco Ruffini, giurista, storico, docente di Diritto ecclesiastico all’università di Torino, teorico della libertà religiosa e della laicità dello Stato, liberale e senatore del Regno, aveva già subito un’aggressione squadrista nel 1928 (a 65 anni). Insieme a lui si dimette anche suo figlio Edoardo, giovane ordinario di ‘Storia del diritto’ presso l’Università di Perugia.

Lionello Venturi, saggista e storico dell’arte di fama mondiale, dopo il 1931 si trasferisce a Parigi dove continua con successo la sua carriera accademica e aderisce a “Giustizia e Libertà”.

Errico Presutti, professore di Diritto amministrativo e di Diritto costituzionale a Napoli, già sindaco della città partenopea (1917) e deputato liberale. Rimosso dall’università, gli venne proibito anche l’esercizio della pratica forense in qualità di avvocato.

Bartolo Nigrisoli, docente di Chirurgia clinica all’Università di Bologna e primario chirurgo all’Ospedale di Ravenna, che alle continue sollecitazioni del rettore risponde quasi seccato:  “Giuramento simile io non mi sento di farlo, e non lo faccio”, perdendo la cattedra all’università, ma non la propria dignità.

Fabio Luzzatto, giurista originario di Udine, massone democratico, firmatario (insieme a Nigrisoli) del “Manifesto degli intellettuali antifascisti” di Benedetto Croce.

Piero Martinetti, professore di Filosofia teoretica all’Università di Torino, di estrazione cattolica ma non confessionale è un laico estraneo al tradizionalismo cristiano ed ai condizionamenti politici. È uno studioso di metafisica per nulla interessato alla politica del suo tempo. Nonostante tutto, il suo rifiuto al fascismo è netto e incondizionato.
Nel 1935 finirà comunque in carcere per una settimana, sospettato di una presunta affiliazione con attivisti anarchici.

Giorgio Errera, docente di Chimica all’università di Pavia, di origini ebraiche, liberale crociano e irriducibilmente anti-fascista. Nel 1923 il filosofo Giovanni Gentile (che insieme a Balbino Giuliano ha introdotto l’obbligo politico del giuramento di fedeltà), in veste di Ministro fascista per l’Educazione propone il prof. Errera alla nomina di Rettore. Giorgio Errera rigettò la promozione, motivando così il rifiuto:

l’ambiente liberale nel quale sono nato e cresciuto fa sì che, per quanto riconosca i grandi meriti dell’attuale governo, non sia del tutto d’accordo né coi principi che lo informano, né coi metodi seguiti.”

Nel 1925 fu l’unico professore della Facoltà di Scienze dell’Università di Pavia a firmare il “Manifesto degli intellettuali antifascisti” redatto da Benedetto Croce.
Dopo la sua mancata adesione al regime, il prof. Errera ormai 70enne venne mandato in pensione.

Giorgio Levi Della Vida, saggista e giornalista, grande esperto in lingue orientali, ebreo ed islamista, liberaldemocratico vicino a Giovanni Amendola, anti-fascista convinto viene preso di mira dagli squadristi fin dal 1922. Partecipa alla stesura dell’Enciclopedia Treccani e cura l’archivio della sezione araba nella Biblioteca Vaticana.
Dopo la cacciata dalle università e la promulgazione delle leggi razziali del 1939, espatria negli USA.

Gaetano De Santis, romano, docente di Storia antica a La Sapienza di Roma, filologo e saggista, è stato membro dell’Accademia delle Scienze di Torino, e curatore dell’Enciclopedia Treccani.

Vito Volterra, nato in una famiglia poverissima, ma dotato di un talento straordinario, è matematico, fisico, tra i fondatori dell’analisi funzionale. Liberale, è nominato senatore per meriti scientifici. Il prof. Volterra, tra i vari incarichi accademici, diventa presidente dell’Accademia dei Lincei e quindi presidente dell’Accademia Nazionale delle Scienze.
Il 18 Novembre 1931 tutti i professori dell’Università di Roma vengono convocati dal rettore per prestare il giuramento di fedeltà. Vito Volterra non si presenta e liquida la buffonata in poche righe, perdendo tutte le sue cariche:

“Sono note le mie idee politiche per quanto risultino esclusivamente dalla mia condotta nell’ambito parlamentare, la quale è tuttavia insindacabile in forza all’Art. 51 dello Statuto fondamentale del Regno. La S.V. Ill.ma comprenderà quindi come io non possa in coscienza aderire all’invito da Lei rivoltomi con lettera 18 corrente relativa al giuramento dei professori.”

Tornando al ‘dilemma’ iniziale, conclusa la passeggiatina rassicurante con l’ennesima manifestazione autorizzata, rigorosamente incolonnata, e naturalmente  ‘gioiosa’, e doverosamente ‘pacifica’ (e sostanzialmente inutile nella sua prevedibilità stereotipata), gli insegnanti.. gli studenti.. i lavoratori.. precari e cassintegrati… disoccupati e licenziati.. e tutti quei cittadini consapevoli, che non si rassegnano al ruolo di suddito, a cosa intendono rinunciare, in nome e a difesa della propria Libertà individuale e sociale? In che modo pensano di fare davvero argine all’autoritarismo plebiscitario in atto?

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OBSCURUM PER OBSCURIUS

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 23 dicembre 2010 by Sendivogius


I prodotti della giurisprudenza parlamentare (le raffazzonatissime leggi di politici semi-analfabeti) sono famosi per la sciatteria espositiva e per l’inesplicabilità linguistica di una prosa ostica, che fa dell’incomprensibilità del testo una missione. Tuttavia, il DDL 1905, la cosiddetta Riforma Gelmini, sembra davvero battere tutti i suoi predecessori…
 Almeno è questa l’impressione che si ricava dalla bozza di testo (già approvata dal Senato il 29/07/2010) ed ora in dirittura d’arrivo finale, a tappe forzate e tempi contingentati. A tal proposito, è davvero irresistibile la leghista Rosi Mauro: la badante di Bossi, ragioniera e improvvisata vicepresidente al Senato, che smista gli emendamenti alla stessa velocità con cui si prezza il pescato al mercato del pesce all’ingrosso. 

Nel Disegno di Legge governativo (firmato dalla Gelmini, ma scritto da Tremonti) si parla di “consigli di amministrazione”, “collegi dei revisori contabili”, “sostenibilità di bilancio”, “obiettivi strategici”… come nei prospetti delle mission aziendali… senza che MAI venga nominato il termine “Cultura”. Eppure le disposizioni riguardano l’insegnamento e la formazione universitaria.

«Quando sento la parola ‘cultura’ tolgo la sicura alla mia Browning!» 

 Hanns Johst
 “Schlageter” 
  Atto I; scena 1
  (1933)

Inflazionato è invece il ricorso a “meritocrazia” che fa capolino ogni due righe, alla stregua di un feticcio auto-rassicurante. Tanto le parole non costano nulla, altrimenti non si capirebbe come la Maria Stella possa essere diventata ministro: caso estremo, ma non isolato, nel governo del fottere presso la Casa del Papi.
 Eppure, almeno sotto certi aspetti, la ‘riforma Gelmini’ potrebbe persino essere un’ottima legge contro sprechi, inefficienze e favoritismi clientelari, con spunti interessanti per la gestione ottimale di società di capitali ed aziende municipalizzate del Comune di Roma, come l’ATAC e (meglio ancora!) l’AMA, se l’oggetto in questione non fosse però l’Università pubblica la cui gestione viene equiparata in tutto e per tutto a quella di un’impresa privata.
E davvero non si capacità la Maria Gelmini superstar di tanta ostilità e tali proteste da parte di chi l’università (con tutte le sue carenze) la vive:

«I baroni, attraverso alcuni studenti, tentano di bloccare una riforma che rende l’Università italiana finalmente meritocratica, che pone fine al malcostume di parentopoli, che blocca la proliferazione di sedi distaccate inutili e di corsi di laurea attivati solo per assegnare cattedre ai soliti noti

 M.S.Gelmini 
 (25/11/2010)

Infatti, tra i maggiori estimatori del ddl c’è il rettore dell’Università La Sapienza di Roma (il più grande ateneo d’Europa, come pomposamente viene chiamato), l’assai chiacchierato prof. Frati: “il ministro Gelmini ha fatto una riforma straordinaria” (18/11/2010).

ONORE AL MERITO
 Se c’è uno che incarna i vizi e le furbizie del baronato accademico, questo è proprio Luigi Frati: un uomo che ha fatto del nepotismo familiare molto più di un’arte, nella quale è maestro indiscusso.
Laureato all’Università Cattolica del Sacro Cuore, è stato per anni il collettore politico tra potere democristiano e mondo baronale accademico, con incursioni nel grande policlinico universitario della Capitale: il disastrato Umberto I.
A tali rapporti andrebbero poi aggiunti i suoi legami con le multinazionali farmaceutiche…
Nominato a soli 40 anni vicepresidente del Consiglio Universitario Nazionale, l’organismo che gestisce i concorsi per l’assegnazione delle cattedre, il giovanissimo (per gli standard italiani) Frati ne approfitta per costruire una rete fittissima di clientele e relazioni, che sono  alla base del suo potere personale. Si tratta di un sistema talmente articolato e complesso da essere chiamato “Modello Frati” e che vale la pena di conoscere meglio, leggendo QUI.
Di conseguenza, da docente, Luigi Frati è diventato preside di facoltà ed infine rettore (03/10/2010). Inutile dire che conserva tutte le cariche; tanto che, a prescindere dai suoi meriti scientifici,  il prof. Frati continua a guadagnarsi numerosi articoli sui principali quotidiani nazionali. Ad esempio: QUI.
Professore di Patologia generale alla facoltà di Medicina, Luigi Frati da 18 anni è anche preside della medesima facoltà che considera un suo feudo personale, tanto da usare l’Aula Magna come sala di nozze per il matrimonio della figlia Paola (14/11/2004), opportunamente nominata professoressa ordinaria di Medicina Legale, con una laurea in giurisprudenza.
Ma nell’Ateneo del magnifico rettore Luigi Frati hanno trovato opportuno collocamento anche il secondogenito Giacomo (classe 1974) e Luciana Rita Angeletti (in Frati). Naturalmente non poteva mancare il cognato: Pietro Angeletti.

«Giacomo Frati, laureato in medicina, ha vinto il concorso da ricercatore nella facoltà paterna. Mentre la moglie, Luciana Rita Angeletti, ha fatto una carriera-lampo. Alla fine degli anni Ottanta era una semplice professoressa di lettere in una scuola superiore. Nel 1995 la ritroviamo nella facoltà del marito addirittura come professore ordinario di Storia della medicina. Anche suo fratello, Pietro Ubaldo Angeletti, insegnava patologia a Perugia, la stessa facoltà dove Frati iniziò la sua ascesa universitaria. Il cognato (morto negli anni Novanta) è stata una figura importante soprattutto perché era l’amministratore della filiale italiana della multinazionale farmaceutica Merck Sharp & Dohme

 “Il Barone Frati
 Primo Di Nicola & Marco Lillo
 L’Espresso (12/01/2007)

Notizia dell’ultima ora è la nomina di Giacomo Frati a docente ordinario. Coerentemente, Luigi Frati è un altro di quelli che si riempie la bocca di “meritocrazia”, con una faccia di tolla difficilmente eguagliabile neanche dal più spericolato degli spergiuri.
Un altro a cui la riforma Gelmini sembra piacere molto è il rettore dell’Università Roma-2 di Tor Vergata, il prof. Renato Lauro:

«Non approvare la riforma dell’università sarebbe un passo indietro gravissimo. Non si potrebbero fare concorsi e non ci sarebbe la riduzione dei tagli» 
 (02/12/2010)

 Medico personale di Angelo Balducci, il magnifico Lauro appartiene alla nutrita schiera di quelli che tengono famiglia. Pertanto ha piazzato nella “sua” università la moglie, il figlio e pure un paio di nipoti…dalla Sicilia con ardore!
L’ultima assunta, in extremis prima dell’approvazione del ddl, è Paola Rogliani: la moglie del figlio Davide. Alla vicenda Il Corriere della Sera dedica una gustosa intervista: QUI, mentre Il Messaggero di Roma lo affonda con un’altra bordata micidiale in onore dell’ennesima parentopoli romana (QUI).

L’ATENEO AZIENDA
 E del resto perché la riforma non dovrebbe piacere ai rettori degli atenei?!?
Con l’approvazione del ddl infatti i rettori si vedranno trasformati praticamente in supermanager (il cui mandato avrà un max. di 8 anni) con poteri quasi illimitati e la possibilità diretta di gestire fondi e appalti universitari, con gli istituti collegati. Il valore culturale diventa secondario; la formazione didattica una variabile dipendente. Gli atenei in tutto e per tutto si configurano come società private e come tali organizzate:

Art. 2
(Organi e articolazione interna delle università)

Le università statali, nel quadro del complessivo processo di riordino della pubblica amministrazione, provvedono, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, a modificare i propri statuti in materia di organi (…) secondo princìpi di semplificazione, efficienza ed efficacia, con l’osservanza dei seguenti vincoli e criteri direttivi:
 a) previsione dei seguenti organi:
   1) rettore;
   2) senato accademico;
   3) consiglio di amministrazione;
   4) collegio dei revisori dei conti;
   5) nucleo di valutazione;
 b) attribuzione al rettore della rappresentanza legale dell’università e delle funzioni di indirizzo, di iniziativa e di coordinamento delle attività scientifiche e didattiche; della responsabilità del perseguimento delle finalità dell’università secondo criteri di qualità e nel rispetto dei princìpi di efficacia, efficienza, trasparenza e meritocrazia; della funzione di proposta del documento di programmazione strategica triennale di ateneo.

Tra le novità c’è l’introduzione di un vero e proprio CdA aziendale che affianca ed integra le competenze del senato accademico, con mansioni pressoché equipollenti ed una inevitabile sovrapposizione di ruoli. Tra i compiti del Consiglio di Amministrazione rientrano altresì:
le funzioni di indirizzo strategico;
l’approvazione della programmazione finanziaria annuale e triennale del personale (in pratica le spese per il pagamento degli stipendi);
vigilanza sulla sostenibilità finanziaria delle attività (i saldi di bilancio);
la competenza a deliberare l’attivazione o soppressione di corsi e sedi;
Quest’ultima costituisce una grave ingerenza nei confronti del Senato accademico e della libera didattica, a maggior ragione che il CdA non è un organo elettivo e nulla ha a che vedere con la ricerca.

Il Consiglio di Amministrazione
 I membri del CdA, per un massimo di 11 componenti (compreso il rettore ed una rappresentanza degli studenti) viene reclutato:

“mediante avvisi pubblici, tra personalità italiane o straniere in possesso di comprovata competenza in campo gestionale ovvero di un’esperienza professionale di alto livello; non appartenenza ai ruoli dell’ateneo”

Se è vero che il nuovo CdA si occuperà prevalentemente di amministrazione contabile e gestione di bilancio, escludendo quindi docenti e personale accademico, è anche vero che può mettere bocca sull’organizzazione e sull’offerta didattica, decidendo la chiusura di istituti e corsi, utilizzando come unico parametro la contabilità finanziaria. In questa prospettiva, ne consegue che istituti di eccellenza come ad esempio “Lingue Orientali”… “Semiologia”… “Filosofia ermeneutica”… che non vantano certo migliaia di iscritti, potranno essere chiusi per una mera questione di calcolo.
Per evitare i conflitti di interesse, si ricorre alla competenza di esperti “esterni”, ma il rettore dell’ateneo può diventare presidente del CdA, come se fosse immune da interessi particolari (e personali). Un controsenso che piace molto (come è ovvio) ai diretti interessati.
La svolta aziendalistica viene ulteriormente rafforzata dalla:

“sostituzione della figura del direttore amministrativo con la figura del direttore generale, da scegliere tra personalità di elevata qualificazione professionale e comprovata esperienza pluriennale con funzioni dirigenziali; conferimento da parte del consiglio di amministrazione, su proposta del rettore, dell’incarico di direttore generale, regolato con contratto di lavoro a tempo determinato di diritto privato di durata non superiore a quattro anni rinnovabile”

Nell’ideologia efficientista che pervade la ‘riforma’ null’altro interessa all’infuori dell’esperienza dirigenziale del direttore che del resto dovrà occuparsi “della complessiva gestione e organizzazione dei servizi, delle risorse strumentali e del personale tecnico-amministrativo dell’ateneo”.
È interessante invece notare come il rettore universitario, ormai avviato all’onnipotenza, può scegliersi altresì il direttore generale oltre a presiedere il CdA.

Il Collegio dei Revisori contabili
 La composizione di un collegio di revisori dei conti è forse l’unica, vera, novità positiva della ‘riforma’ che prevede:

“un numero di tre componenti effettivi e due supplenti, di cui un membro effettivo, con funzioni di presidente, scelto tra i magistrati amministrativi e contabili e gli avvocati dello Stato; uno effettivo e uno supplente, designati dal Ministero dell’economia e delle finanze; uno effettivo e uno supplente scelti dal Ministero tra dirigenti e funzionari del Ministero stesso; nomina dei componenti con decreto rettorale; durata in carica per quattro anni; rinnovabilità dell’incarico per una sola volta e divieto di conferimento dello stesso a personale dipendente della medesima università; iscrizione di almeno due componenti al Registro dei revisori contabili.”

Il Nucleo di valutazione
 È questa l’entità che nelle intenzioni del Legislatore (Tremonti-Brunetta) dovrebbe espletare le funzioni di controllo e certificazione qualità. Un po’ come gli ispettori aziendali.

Il nucleo di valutazione [sarà composto] con soggetti di elevata qualificazione professionale in prevalenza esterni all’ateneo; il coordinatore può essere individuato tra i professori di ruolo dell’ateneo

Compito del coordinatore è la “verifica della qualità e dell’efficacia dell’offerta didattica”, insieme alla valutazione dell’attività di ricerca svolta nei singoli dipartimenti.
La struttura di controllo si dovrebbe chiamare ANVUR: Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca. E naturalmente opererà “secondo criteri di qualità, trasparenza e promozione del merito, anche sulla base delle migliori esperienze diffuse a livello internazionale”.
Peccato che il sedicente “nucleo di valutazione” sia in realtà una scatola vuota, ancora in fase di costituzione e senza che siano state ancora codificate le linee guida alle quali dovrebbe attenersi l’Agenzia per le sue valutazioni.
L’ANVUR (ancora in fase di costituzione) dovrà attenersi dunque ad un sistema di valutazione dai criteri indefiniti (da stabilire ex post mediante decreto legislativo).

Senato accademico
 Per contenere le camarille baronali all’interno dell’università, il DDL vieta il cumulo delle cariche ai componenti del senato accademico (naturalmente con l’eccezione del rettore):

Divieto per i componenti del senato accademico e del consiglio di amministrazione di ricoprire altre cariche accademiche.
Divieto di rivestire alcun incarico di natura politica per la durata del mandato (rettore incluso).
Divieto di incarichi nel nucleo di valutazione o del collegio dei revisori dei conti di altre università italiane statali, non statali o telematiche; di svolgere funzioni inerenti alla programmazione, al finanziamento e alla valutazione delle attività universitarie nel Ministero e nell’ANVUR.

In compenso, tra i votanti passivi che contribuiscono all’elezione del Senato accademico vengono interdetti tutti gli studenti che abbiano superato il primo anno fuori corso. Perché la democrazia elettiva è una cosa bella, ma se ci partecipano in pochi è meglio.

Tu chiamala “meritocrazia” se vuoi…
 Con la scusa della “razionalizzazione dell’offerta formativa” (Art.3) invece si smantellano dipartimenti, si riducono facoltà e chiudono interi corsi di laurea, con una vera falcidia di ricercatori e personale a contratto. Questo perché l’accorpamento degli istituti e la fusione delle università comporta necessariamente un ridimensionamento del ‘personale’ che va razionalizzato (licenziato), esattamente come avviene nelle fusioni aziendali, a prescindere dalle competenze e dai ruoli. È naturale che ad essere tagliati via non saranno i vecchi “baroni” coi loro contratti blindati a tempo indeterminato, ma i giovani ricercatori precari coi loro contratti a tempo (e da fame) con inevitabili conseguenze a ribasso sulla ricerca e sull’attività didattica. Certo il provvedimento sarà fondamentale per bloccare la cosiddetta “fuga dei cervelli all’estero”. Ma abbiamo già visto come gli aspetti culturali e formativi siano tra le ultime preoccupazioni della ‘riforma’ Gelmini, il cui unico scopo è fare cassa e giustificare il blocco dei finanziamenti.

“La federazione ovvero la fusione ha luogo sulla base di un progetto contenente, in forma analitica, le motivazioni, gli obiettivi, le compatibilità finanziarie e logistiche, le proposte di riallocazione dell’organico e delle strutture in coerenza con gli obiettivi.
(…) I fondi risultanti dai risparmi prodotti dalla realizzazione della federazione o fusione degli atenei possono restare nella disponibilità degli atenei stessi purché indicati nel progetto e approvati dal Ministero.
(…) Le disposizioni si applicano anche a seguito dei processi di revisione e razionalizzazione dell’offerta formativa e della conseguente disattivazione dei corsi di studio universitari, delle facoltà e delle sedi universitarie decentrate.”

In tutto ciò, non si comprendono bene i vantaggi per gli studenti universitari, per i quali è però previsto un articolato programma di valorizzazione con l’istituzione di un “fondo per il merito” (Art.4) che contempla premi di studio e buoni, ma riservati solo agli iscritti del primo anno:

«È istituito presso il Ministero un fondo speciale, di seguito denominato “fondo”, finalizzato a promuovere l’eccellenza e il merito fra gli studenti individuati, per gli iscritti al primo anno, mediante prove nazionali standard e, per gli iscritti agli anni successivi, mediante criteri nazionali standard di valutazione.»

Da dove trae l’università i finanziamenti per garantire i bonus agli “studenti meritevoli”? Ma è chiaro! Siccome lo Stato, coi ministeri competenti, non sgancia un centesimo si confida nel buon cuore dei “privati”.

«Il fondo è alimentato con versamenti effettuati a titolo spontaneo e solidale da privati, società, enti e fondazioni, anche vincolati, nel rispetto delle finalità del fondo, a specifici usi.»
 
(Art.4; comma VII)

«Il Ministero [dell’Università], di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze, promuove, anche con apposite convenzioni, il concorso dei privati e disciplina con proprio decreto di natura non regolamentare le modalità con cui i soggetti donatori possono partecipare allo sviluppo del fondo, anche costituendo, senza oneri per la finanza pubblica, un comitato consultivo formato da rappresentanti dei Ministeri e dei donatori.»

 (Art.4; comma VIII)

L’unico risultato concreto è che non solo sarà impossibile calcolare l’entità reale delle erogazioni, ma che gli studenti (in assenza di fondi certi) vedranno messa in seria discussione anche l’assegnazione delle attuali borse di studio.

«Il Fondo può essere integrato dai singoli atenei anche con una quota dei proventi delle attività conto terzi ovvero con finanziamenti pubblici o privati. In tal caso, le università possono prevedere, con appositi regolamenti, compensi aggiuntivi per il personale docente e tecnico amministrativo che contribuisce all’acquisizione di commesse conto terzi ovvero di finanziamenti privati»

 (Art.9 – Fondo per la premialità)

In pratica è l’ingresso dei famosi sponsor privati nei collegi universitari, che chiaramente non erogano finanziamenti disinteressati ed a tasso zero.

UNITÀ DI PRODUZIONE
 Lo studente cessa di esistere in quanto tale, per trasformarsi in una sorta di unità produttiva alla quale conferire un valore d’uso. Nell’Art.5, che stabilisce le deleghe in materia di interventi per la stabilità di bilancio e l’organizzazione degli atenei, si contempla pure:

«l’introduzione del costo standard unitario di formazione per studente in corso, calcolato secondo indici commisurati alle diverse tipologie dei corsi di studio e ai differenti contesti economici, territoriali e infrastrutturali in cui opera l’università, cui collegare l’attribuzione all’università di una percentuale della parte di fondo di finanziamento ordinario»

Dall’estremismo efficientista al mercato delle vacche!
Invece per gli atenei in passivo di bilancio, come le regioni insolventi o le aziende in dissesto, verranno approntati dal Ministero dell’Economia appositi “piani di rientro finanziario”, fino alla disposizione del “commissariamento” delle università (di nomina governativa), alla faccia dell’autonomia…

Intendiamoci! Non è che la riforma sia del tutto priva di spunti interessanti ed in parte condivisibili.  Non  dimentichiamo certo che  l’attuale sistema universitario con le sue carenze, gli sprechi, e le sacche parassitarie più o meno clientelari è quasi indifendibile. E crediamo nessuno voglia mantenere immutata la situazione attuale, che ottimale proprio non è.
Ben venga dunque un tentativo di intervento che introduca una nuova disciplina dei rinnovi contrattuali e soprattutto un controllo più stringente su spese e gestioni di bilancio.
Ben venga una riorganizzazione delle assunzioni e dei concorsi, che non sia però preclusiva, che contempli davvero una valorizzazione ed un’opportunità per i talenti migliori.
E pur tuttavia la politica dei tagli indiscriminati, la leggenda metropolitana dei “Privati” che finanziano la Cultura e l’Università sopperendo alle carenze del “Pubblico”, le ‘sussidiarietà’ a tutto vantaggio delle strutture private senza alcuna contropartita, la parificazione delle università telematiche con l’incredibile caso del CEPU, sono aspetti quanto meno ambigui di una “riforma” blindata che non prevede verifiche né approfondimenti. L’ennesima prova muscolare di una compagine di potere che fa della provocazione una costante, criminalizza gli studenti (che della riforma sono parte integrante), e interpreta ogni possibile revisione o modifica al testo come un intollerabile cedimento dinanzi al ‘nemico’.
Chi semina vento, raccoglie tempesta..!

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Il Moschettiere del Re

Posted in Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 novembre 2008 by Sendivogius

 

moschettiereLA NERA CICALA

 

A Roma in queste ore campeggiano manifesti firmati dal Pd con la mia foto e su scritto ‘vergogna’. E’ uno stile più da Brigate Rosse che da partito democratico. Indicare un obiettivo con una foto in un momento in cui nelle piazze ci sono tensioni è irresponsabile. Sono più stupito che preoccupato da questi allievi di Goebbels e Stalin

(Maurizio Gasparri, Capogruppo PdL al Senato)

 

Infatti l’indignato Gasparri si attiene ai rigori della tradizione: lui è fedele solo alla memoria del Duce quale modello d’ispirazione, giacché “Il fascismo non è la parentesi oscura della storia” (2002).

Tra i nostalgici del glabro Mascellone, l’incontenibile Gasparri è solito distinguersi per i suoi preziosi contributi alla dialettica democratica e per l’attenta sensibilità che da sempre tempera la sua infiammante verbosità. Moralizzatore tra i moralizzatori, è finalmente pronto a colmare un antico trittico mussoliniano, rimasto troppo a lungo incompiuto, tra le sbiadite figure di Achille Starace “il cretino obbediente” e Giovanni Giuriati “l’austero fesso”. Purtroppo, Maurizio Gasparri non è austeroobbediente e, come tutti i dipendenti troppo zelanti, tende a strafare. Avvezzo alla mannaia più che al fioretto, la sua spada è la lingua che proprio non riesce a tener ferma. Instancabile imperversa con la persistenza molesta di uno sciame di zanzare. Esteta dell’invettiva, il Gasparri-pensiero travolge ogni ramo dello scibile come un torrente in piena, scorrendo in libertà con un profluvio di parole che sembra non conoscere limiti né pudori. Pronto ad esplodere fragoroso con la grazia di un peto ad un pranzo di gala, è l’ossesso indefesso dell’oltranzismo presenzialista. Nell’esercito dei portavoce a stipendio, è il mazziere che guida la fanfara dei cicisbei all’unto Cavalier serventi, insieme all’immarcescibile Fabrizio Cicchitto suo alter ego alla Camera. flicfloc-gasparricicchitto

Indimenticato Sottosegretario agli Interni nel 1994, Gasparri dà il meglio di sé nel 2004 quando, in qualità di Ministro delle Comunicazioni, regala a padron Silvio (ed al Paese tutto) la sua omonima legge. Vagliata con procedura di infrazione alle regole comunitarie, la Legge Gasparri è stata bocciata dalla bolscevica Unione Europea (alla quale l’Italia ancora aderisce), per l’occupazione abusiva delle frequenze di Stato da parte di Rete 4. La stessa UE, a luglio 2007 dà 2 mesi di tempo all’Italia per correggere le presunte storture della legge Gasparri sulla parte relativa al digitale terrestre. La richiesta di proroga del governo italiano è stata respinta, ciò vuol dire che con le regole in vigore lo Stato Italiano (e cioè noi tutti) dovrà pagare, a partire da gennaio 2009 e con effetto retroattivo al 2006, una multa di 300-400 mila euro al giorno. La stima iniziale di questa sanzione è tra 328,5 e 438 milioni di Euro. Non che la cosa abbia suscitato grandi preoccupazioni nel successivo governo Prodi o nella sua scalcinata maggioranza. E meno che mai nel Democratic Party de’ Noantri.

Coerentemente, declassato a capogrullo al Senato, Maurizio Gasparri invita a non pagare il canone RAI “che impedisce la libertà e la democrazia”. Uomo del fare, promette l’avvio di “una campagna contro la Rai delle guardie rosse che ha avuto un comportamente inaccettabile e che dovrà essere immediatamente stroncata dai vertici dell’azienda(24 Ottobre 2008 – Agi).

Oggetto dell’indignazione del Gasparri furioso è lo “stalinista” Santoro, reo di aver impedito il solito comizietto dell’ennesimo replicante del verbo berlusconiano, il solo realmente consentito (oltre, naturalmente, ai dispacci dei questurini: la voce della libertà).

La stessa sobrietà e ossequioso rispetto democratico si può naturalmente ravvisare nei confronti di tutti quei facinorosi irriducibili che si ostinano a manifestare contro l’intoccabile Decreto Gelmini: Quanto sta accadendo a Roma e in tante altre città d’Italia è vergognoso”, precisando che “non si è mai vista contestazione più ridicola, più bugiarda, e più manovrata dai partiti”. Altro? Sì certo! Si tratta di provocatori “istigati dai mestatori del Partito Democratico” e con coraggio denuncia i “vergognosi episodi di intolleranza”. Ovviamente Gasparri non si riferisce ai bastonatori fascisti di Piazza Navona, ma a “questa sinistra delle menzogne e della violenza fisica e verbale” che si augura sia definitivamente smascherata”. Presupponiamo che stia parlando della “natura criminogena della sinistra” (Ansa – 18 Ottobre 2008). Soprattutto non poteva mancare l’immancabile definizione di “coglioni” rivolta ai giovani contestatori, in omaggio allo stile aulico e raffinato del Cavaliere Nero di Arcore.

Del resto, Gasparri ha una predilezione particolare per il mondo accademico, il libero pensiero, ed il diritto di critica: “Dopo lo sconcio della Sapienza di Roma ci attendiamo che vengano assunte iniziative per allontanare dall’ateneo i professori ancora in servizio che hanno firmato quel vergognoso manifesto. Questa dimostrazione di intolleranza non può restare priva di conseguenze” (16/01/08 – in occasione dell’opposizione universitaria al monologo papale per l’inaugurazione dell’anno accademico). Uomo d’ordine, il democraticissimo Gasparri consiglia sempre la stessa ricetta: “Epurare”; “Reprimere”; “Rimuovere”; “Punire”.

Ma Gasparri è altresì padre responsabile e genitore amorevole, perciò è molto comprensivo nei confronti dei ragazzi di sinistra, vittime innocenti di “genitori sconsiderati”. Si tratta dei “figli intossicati da cattivi genitori dal cervello bruciato dalla droga e dalle bugie” (18 Ottobre ’08 – Ansa).

Uomo delle Istituzioni, è anche un attento cerimoniere di corte: “Il CSM è una cloaca!” (18 Luglio 2008 – Intervistato su Radio Radicale).

Perciò proprio non si capisce la barbarie leninista con cui è stato attaccato il raffinato Maurizio Gasparri. che in fondo aveva semplicemente alluso ad una presunta collusione del nuovo presidente USA (l’è un negher!) con i terroristi di Al Qaeda. Su tutte, riportiamo la solidarietà del compagno Cicchitto:

Un manifesto incredibile con tanto di fotografia per indicare un bersaglio da colpire. Un manifesto di autentica barbarie che può provocare pericolosissime conseguenze. Il Pd deve solo vergognarsi e dovrebbe chiedere scusa”.

gasparri-on-liberthalia Nel 1296 Edoardo I Plantageneto, re d’Inghilterra, a chi gli faceva notare i rischi connessi con una guerra contro gli scozzesi, rispose: bon besoigne fait qy de merde se delivrer.  

Non prendiamocela perciò col suscettibile Gasparri, La quantità delle sue dichiarazioni è inversamente proporzionale alla qualità dei contenuti, dove le idee (poche e confuse) si perdono in un chiasmo crescente, crepitando nel calderone ribollente dell’iperbole linguistica e della provocazione semantica in una cacofonia inesauribile di castronerie, rumorose esternazioni e imbarazzanti puntualizzazioni. Un trionfo futurista.

Perciò sarà il caso di salutare virilmente lo scoppiettante Maurizio Gasparri con un futuristico vaffanculo.