Archivio per UDC

FOLLOW YOUR MONEY

Posted in Muro del Pianto, Roma mon amour with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 22 novembre 2014 by Sendivogius

money

Piaga antica, il Trasformismo è una costante della politica italiana di cui costituisce la norma, contrassegnando il degrado della vita pubblica: dai feudi elettivi su base ereditaria ai notabili locali, coi loro pacchetti di voti in dote al miglior offerente; dai corporativismi castali, ai cacicchi del trasversalismo consociativo; dai signori delle tessere, ai padrini delle clientele e delle cosche elettorali… È il gusto arcaico di un ‘potere’ dalle forme barcocche, inteso innanzitutto come arbitrio personale ed esercitato all’ombra degli ‘affari’, nella presunzione dell’impunità.
Boardwalk EmpireIl proliferare di certi figuri istituzionali misura l’intorbidamento di valori e prospettive ideali, progressivamente imputridite nelle acque di una politica tossica, impantanata nelle torbiere della grande palude centrista. Nessun corpo ne è immune. Una volta effettuato l’innesto per ibridazione democristiana, la contaminazione è irreversibile. Si diffonde come una neoplasia tumorale ed agisce alla stregua di un virus mutogeno, che rigenera le cellule dell’organismo ospite a propria immagine e somiglianza. In questa prospettiva, la trasformazione di un PD impollinato dalle spore della Margherita può ritenersi un processo ormai compiuto.
Luigi Lusi ed i milioni sparitiDopo il caso di Fracantonio Genovese, purosangue DC, stavolta è il turno dell’onorevole Marco Di Stefano, per una vicenda passata tutta in sordina e che invece vale la pena delineare nella sua valenza paradigmatica…
Marco-Di-StefanoApostolo del renzianesimo nei circoli della Capitale, mentre alla Leopolda si è occupato di coordinare il tavolo sui “pagamenti digitali”, il deputato Di Stefano è una sorta di emblema del trasformismo applicato a forma vincente di ascesa tutta personale, nel nuovo corso intrapreso da un “centrosinistra”, senza più aspirazioni né funzionalità storica che non sia mera transizione spartitoria.
MARCO DI STEFANOCinquantenne rampante (Roma, il 12/05/1964), Marco Di Stefano nasce politicamente a destra; attraversa tutto l’arco centrista e infine approda a ‘sinistra’, sotto l’illuminata leadership veltroniana, con una di quelle operazioni di mera cooptazione elettorale per acquisizione voti di cui Goffredo Bettini è sempre stato l’immaginifico deus ex machina.
Le sue evoluzioni acrobatiche nelle brughiere della politica romana, che ha fatto delle piroette trasformiste la prassi ordinaria di sottogoverno capitolino, rappresentano un certificato di garanzia.
riot controlEx poliziotto, è stato (manco a dirlo!) un ‘fascista’; bazzica gli ambienti della destra romana e nel 1989 aderisce ufficialmente al MSI. Nel 1993, conosce il MSIsuo primo esordio elettorale di successo, venendo eletto consigliere circoscrizionale, per l’immenso suburbio dell’Aurelio che accorpa i quartieri di Casalotti, Boccea, e Primavalle, nella periferia ovest della città. Sui banchi consiliari della XVIII Circoscrizione di Roma, fa la Stefano De Lilloconoscenza di un altro ras della politica capitolina: quello Stefano De Lillo che, insieme ai suoi fratelli, tanto si darà da fare nella Roma di Alemanno, piazzando mezzo parentado in ogni posto disponibile a carico pubblico. De Lillo, transumato nel “Nuovo Centrodestra” di Angelino Alfano, fa parte a pieno titolo dell’attuale maggioranza di governo di “centrosinistra”. Tornando a Di Stefano, nel corso di un ventennio, passa al CCD (Centro Cristiano Democratico) della triade D’Onofrio-Casini-Mastella, e Mario Baccininel 1997 diventa consigliere comunale. Si mette sotto l’ala protettiva di Mario Baccini, il ferale impresario di pompe funebri in stile anni ’30 recentemente passato anche lui al NCD di Alfano. Aderisce all’UDC di cui diviene segretario provinciale. Segue il grande balzo a ‘sinistra’, quando forte delle sue 14.000 preferenze viene eletto nella lista civica che sostiene la candidatura di Piero Marazzo alla Regione Lazio.
beating-a-dead-horse-call-me-maybeTra un incarico e l’altro, nel 2000 svolge anche le funzioni di sub-commissario governativo dell’UNIRE (Unione nazionale incremento razze equine), feudo personale di Franco Panzironi e della “destra sociale” di Gianni Alemanno, che schiantano l’ente sotto una cascata di debiti.
Goffredo Bettini - Er SeccoNel 2007 passa all’UDEUR di Clemente Mastella, che lo promuove vice-segretario nazionale. Ma nel Febbraio del 2008 molla tutto per entrare nel nuovo PD di Walter Veltroni in quota Fioroni (ex Margherita), per scoprirsi fan accanito di Letta (Enrico) e poi renziano di ferro.
Il governatore Marrazzo, prima di essere travolto dalla sordidissima storiaccia di ricatti, prostituzione transessuale e cocaina, lo nomina assessore al Demanio ed al Patrimonio, con un occhio di riguardo alla cassa ed alle potenzialità di investimento che la sua gestione comporta.
buco neroE qui cominciano i primi guai per il sanguigno Marco Di Stefano… Infatti, secondo la Procura di Roma, l’ex consigliere regionale nel 2008 avrebbe condotto una serie di trattative agevolate, in deroga ai regolamenti previsti dai bandi di gara, con i fratelli Pulcini, noti costruttori romani, assai attivi nel settore immobiliare, per l’affitto di due palazzi alla Regione Lazio (in deficit di bilancio e surplus di immobili), alla Lazio Servicemodica cifra di 7 milioni e 327 mila euro l’anno, per conto della Lazio Service (altra controllata regionale e noto carrozzone clientelare), nell’Agosto del 2008.
pulciniIl ‘bello’ (o il brutto) è che i Pulcini sembrano non detenere nemmeno la proprietà degli immobili interessati alla locazione, ma tramite la propria società di investimenti ne gestiscono l’assegnazione, ricavando lucrose plusvalenze.
Guardia di Finanza Secondo il nucleo di Polizia valutaria della Finanza, attraverso una serie di triangolazioni societarie (la Belgravia Invest srl e la Coedimo), Di Stefano avrebbe predisposto i contratti di locazione al solo fine di soddisfare gli interessi economici degli imprenditori Antonio e Daniele Pulcini a canoni esorbitanti e completamente fuori mercato. Per il disturbo, Di Stefano si sarebbe fatto pagare una ‘provvigione’ pari ad un milione e 800 mila euro, dei quali 300.000 sarebbero stati destinati al suo Lostsegretario e collaboratore personale, tale Alfredo Guagnelli di cui non si hanno più tracce dall’08/10/09 dopo un suo misterioso viaggio a Firenze. Una scomparsa provvidenziale, che priva gli inquirenti della procura romana di un tassello fondamentale dell’inchiesta in atto, insieme al corpo del reato (il denaro).
Alfredo Guagnelli Alfredo Guagnelli (classe 1972), viveur e fama di donnaiolo, è uno dei tanti faccendieri dei quali l’Italia abbonda, sempre a cavallo tra affari e politica. Con la sua Internazionale immobiliare e la Genco Srl gestisce compravendite di immobili ed intermediazioni di affari. È di casa in Costa Azzurra ed a Montecarlo, con un occhio sempre attento alla politica domestica per rapporti trasversali… Attraverso la propria concessionari di auto di lusso, World Rent Car si preoccupa di carrozzare Marco Di Stefano. È in ottimi rapporti con Paolo Bartolozzi, eurodeputato di Forza Italia, di cui sosteneva le campagne elettorali. Ed è grande amico di Michele Baldi, un altro specialista nel cambio multiplo di casacche: Alleanza Nazionale, poi Forza Italia, e infine capolista della “Lista Zingaretti” alle ultime elezioni regionali, folgorato anche lui sulla via del Nazareno. Ma Guagnelli in passato ha frequentato pure l’ex consigliere provinciale del Pdl Enrico Folgori e Giulio Gargano (ex DC, ex AN, ex FI, ex tutto), prima di volatizzarsi nel nulla diventando uccel di bosco.

la società dei magnaccioniLa truffa degli enti previdenziali
Gli enti previdenziali costituiscono da sempre la cuccagna per affaristi e politicanti senza scrupoli, che scambiano le casse pensionistiche (altrui) come una specie di bancomat personale a cui attingere liberamente.
Nel 2008, le palazzine già interessate dalla trattativa tra Di Stefano e Guagnelli e Pulcini sullo sfondo della Regione Lazio, tutte situate in Via del Serafico, nel quartiere Ardeatino dove il valore immobiliare di mercato si aggira attorno ai 4.000 € al m², sono oggetto di una seconda transazione…
Enpam Il 14 Ottobre del 2008, la commissione patrimoniale dell’ENPAM (l’Ente di Previdenza ed Assistenza di Medici e Odontoiatri) prende in esame l’acquisto del palazzo di via Serafico 107 già affittato alla Regione. A curare la trattativa è sempre la Belgravia Investimenti.
Il 21 Ottobre i fratelli Pulcini avviano la compravendita dell’immobile con prezzo fissato a 29 milioni di euro, firmando un contratto preliminare con versamento di 2 milioni di euro.
Il 22 Ottobre, la Belgravia Invest Srl, per gentile intercessione dell’assessore Di Stefano partecipa al bando regionale per l’affitto dei nuovi locali della “Lazio Service”.
A Marzo 2009, l’immobile viene venduto all’ENPAM per 58 milioni di euro, con una plusvalenza del 100%. Nel 2010 viene acquistato (tramite la Coedimo Srl) anche il secondo immobile per 31 milioni di euro e subito rivenduto all’ENPAM al costo di 59,7 milioni di euro.
Per una così lungimirante operazione immobiliare, soprattutto per la cassa previdenziale degli odontoiatri, la Procura di Roma ha disposto una indagine per truffa aggravata nei confronti dell’ex presidente dell’Ente Eolo Parodi, Maurizio Dallocchio, docente all’università Bocconi ed ex consigliere esperto dell’ente, l’ex direttore generale Leonardo Zongoli e l’ex responsabile degli investimenti finanziari Roberto Roseti. L’ex direttore del dipartimento immobiliare dell’ente, Luigi Antonio Caccamo è stato invece indagato, per la compravendita di un immobile di sei stanze a Trastevere, dismesso a prezzo particolarmente vantaggioso da parte dei Pulcini.
WackyRacesAntHill_MobLe gigantesche creste ai danni dei bilanci degli enti previdenziali, che oltre a salassare le categorie professionali di riferimento sono chiamati a corrispondere le future pensioni dei medici (tra cui giovani e precari che pagano contributi salatissimi) ed erogare quelle dell’oggi, vista la sostanziale impunità del reato con la restituzione del malloppo, passando per la (s)vendita degli immobili pubblici, tendono a ripetersi con modalità più o meno sempre uguali.
D’altronde, da Pietro Lunardi a Claudio Scajola, le case sono da sempre una grande passione della “politica”, con immobili di pregio che variano di prezzo tra una cessione ed una compravendita, a velocità della luce, dove a guadagnarci sono in pochissimi e quasi sempre gli stessi…
Enpapi È il caso dell’ENPAPI (l’ente previdenziale degli infermieri), con l’acquisto della sua nuova sede in Via Farnese capace di rivalutarsi del 25% in un solo giorno, con immobili che passano di mano nel giro di 24 ore…

«Una sede prestigiosa acquistata per un controvalore di 20 milioni di euro. È quanto ha fatto Enpapi, cassa previdenziale degli infermieri, il 29 aprile 2009 comprando la villa di via Farnese 3, in Roma (quartiere Prati), dalla società Dm Immobiliare. Villa che, nello stesso giorno, Dm Immobiliare aveva rilevato da Citec International (gruppo Citec, specializzato in soluzioni informatiche) per un corrispettivo di 16 milioni.»

Vitaliano D’Angerio
La villa che si rivaluta del 25% in un giorno
Il Sole 24 Ore – (02/02/2012)

Plusvalenza alla vendita: 4 milioni di euro. Tanto a pagare sono gli infermieri.
ENPAPMa niente batte l’incredibile vicenda dell’ENPAP (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza degli Psicologi), con un intero palazzo comprato e rivenduto in un solo giorno, con una cresta da 18 milioni di euro tutta a carico delle casse previdenziali dell’ente.
Il 31 gennaio 2011, l’immobiliare bresciana Estate due srl acquista dal Fondo Omega, un palazzo di oltre 3.000 mq (cinque piani con seminterrato) in pieno centro di Roma, in Via della Stamperia nello storico rione Trevi, al costo di 26 milioni e mezzo di euro e nello stesso giorno rivenduto all’Ente previdenziale degli psicologi per la modica cifra di 44 milioni e mezzo di euro.
Riccardo Conti Amministratore unico dell’immobiliare di Brescia (con un capitale sociale di 73.720 euro e nessuna struttura organizzativa) è Riccardo Conti, che all’occorrenza è anche senatore PdL e che per inciso in tutta la compravendita non sborsa un solo euro.
Il Fondo Omega che detiene la proprietà del palazzo a prezzo variabile è il fondo immobiliare della banca Intesa San Paolo, su gestione della Fimit. A presiedere Angelo Arcicasal’ENPAP e sottoscrivere l’acquisto è invece il lungimirante Angelo Arcicasa, al quale potevano vendere benissimo anche la fontana di Trevi data la sua disponibilità di spesa ed il valore che attribuisce al denaro, peraltro non suo.
In pratica, la nuova sede dell’Enpap viene pagata 14.000 euro a mq. E con IVA inclusa l’intera spesa arriva a sfiorare i 54 milioni di euro. Come invece il costo di un immobile possa aumentare di 18 milioni di euro in una sola giornata lavorativa, è mistero che non l’oculato Angelo Arcicasa, né la FIMIT di Massimo Caputi si sono mai dati la pena di spiegare per un ‘affare’ clamorosamente in perdita.
L’unico a guadagnarci (e parecchio pure!) è il senatore Conti, che non contento si guarda bene dal versare l’IVA dovuta. E si dimentica pure di pagare la ditta che effettua (da contratto) i lavori di ristrutturazione. Si tratta in fondo di una peculiarità distintiva per tutti i ladri che affollano la corte dei papiminkia.

Pappone costituente

En passant, la società immobiliare del senatore Conti si dimentica anche di fornire i certificati di agibilità e le planimetrie catastali del palazzo venduto all’ENPAP, senza che peraltro il presidente Arcicasa si sia mai preso il disturbo di richiederli, col risultato che in tal modo la proprietà risulta invendibile né cedibile a terzi.
Denis VerdiniCom’è, come non è, un milione di euro legato alla compravendita della sede ENPAP finiscono rigirati dal senatore Conti nelle tasche del senatore Denis Verdini, suo degno collega di partito, senza che si capisca bene a che titolo (la penale per un precedente prestito mai chiarito di 10 milioni di euro).
E d’altronde l’amico Denis non è nuovo a simili intrallazzi. Infatti, oltre ad illecito finanziamento (si sospetta la creazione di una provvista di fondi neri), l’intraprendente Verdini dovrà rispondere anche per gli appalti pilotati nella costruzione della nuova Scuola per la formazione dei marescialli dei Carabinieri a Firenze, nell’ambito della sua indefessa attività di “mediatore” al centro di alcuni dei più torbidi intrighi del ventennio berlusconiano nell’ambito della cosiddetta P3 (ne avevamo parlato QUI).
Renzi e VerdiniAttualmente, Denis Verdini è l’interlocutore privilegiato (e si può dire unico) del Telemaco trapiantato a Palazzo Chigi: quello che litiga tutti i giorni con ogni cosa sia collocabile vagamente a sinistra, insulta i sindacati, e odia i “professoroni” a meno che non gli diano sempre ragione. Però è pappa e ciccia con la Confindustria (che gli paga Leopolda e campagna elettorale) e riscrive la Costituzione col pappone di Arcore, di cui Verdini è il plenipotenziario di fiducia.
CUOREIn quanto a Marco Di Stefano, l’entità dell’affare e dell’aggravio di spesa ai danni della Regione Lazio, non hanno impedito al nostro eroe di essere ricandidato a tutte le tornate elettorali successive e maturare il suo bel vitalizio. Inserito nel listino bloccato alle ultime elezioni amministrative, in quota PD nella circoscrizione Lazio1, Marco Di Stefano è risultato essere il primo dei non eletti alla Camera, ed è potuto entrare in Parlamento solo ad agosto 2013, per la rinuncia di Marta Leonori entrata come assessore al Comune di Roma.
Shingeki no kyojinIn virtù delle sue passate e straordinarie esperienze gestionali, a Di Stefano è stato subito assegnato un posto come membro della Commissione Finanze del Parlamento. Attualmente (bontà sua!) si è autosospeso.
Boardwalk-EmpireSono i soliti avanzi di ‘nuovo’, che non passano mai.

Homepage

(45) Cazzata o Stronzata?

Posted in Zì Baldone with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 30 novembre 2012 by Sendivogius

Classifica NOVEMBRE 2012

 Dopo Monti c’è solo Monti… Ce lo chiede l’Europa… Fare i compiti a casa… Finire come la Greeeeciaahh… Pensiamo ai ggggiovani… La Crescita c’è ma non si vede… La Crisi è finita… La Ripresa comincerà a metà del 2013… Continuare l’Agenda Monti… Cresci Italia… Salva Italia… Sviluppa Italia… FOTTI ITALIA!
C’è da chiedersi chi mai sia lo spacciatore di fiducia di questi austeri fattoni in overdose techno-mode, dopo i savage party dei bunga-bunga house.
Dopo il Cazzaro scollacciato in versione nana, abbiamo la variante ‘sobria’… La differenza è che il primo raccontava le barzellette zozze ai vertici internazionali; invece il secondo sembra perennemente sotto carica, mentre articola suoni meccanici utilizzando la batteria di riserva.
Sono i tempi dell’austerità per decreto, con la partecipazione straordinaria del Monitore dall’alto del Colle. Tutto ciò che ai tempi del Pornonano era tabù e ad ogni spiffero faceva gridare le anime candide dell’opposizione responsabile all’emergenza democratica (al Lupo! Al Lupo!) è diventata prassi ordinaria di governo, senza che si levi più il minimo sussurro. Il risultato è eccezionale. Il Governo Monti è riuscito ad ottenere in pochi mesi, ciò che al povero Silvione non era riuscito di fare in 20 anni di indefessa attività politica: l’abolizione dell’art.18 con la libertà di licenziamento senza giusta causa; la cancellazione dei contratti collettivi di lavoro; il totale isolamento della CGIL; la distruzione della Scuola pubblica; il manganellamento indiscriminato di ogni oppositore, con la proposta di leggi speciali che limitino la libertà di partecipazione; la stesura di una legge liberticida contro la libera informazione; la deroga ai limiti della costituzionalità delle normative dello Stato; l’accentramento quasi esclusivo delle funzioni legislative, da parte dell’esecutivo; l’abuso istituzionalizzato della decretazione d’urgenza; lo svuotamento delle prerogative parlamentari, attraverso il ricorso spropositato al voto di fiducia; l’eliminazione di ogni politica sociale, in nome del liberismo più estremo… E, per concludere in bellezza, lo smantellamento progressivo del Servizio Sanitario nazionale.
Forse qualcuno dovrebbe spiegare alla dirigenza del povero Partito Democratico in drammatica crisi di identità, che attualmente sta appoggiando (insieme ai vari Cicchitto e i Gasparri) un governo di destra, di ultra-liberisti neo-monetaristi, composto quasi esclusivamente da ex consulenti ed ex sottosegretari dell’esecrato Governo Berlusconi, dal quale in massima parte il prof. Monti ha ereditato la famosa “agenda”…
Il contorno, se possibile, è anche peggio… Da segnalare: la discesa in campo di un’altra mezza dozzina di miliardari, come se uno non avesse già fatto danni a sufficienza.
E poi c’è il Celeste che fotografa gli UFO, durante la sua trasferta francese; siamo agli incontri ravvicinati del III tipo: Formigoni giganti dallo spazio profondo invadono Parigi
Per non parlare del finto rapimento del ragionier Spinelli, addetto al pagamento delle marchette pro domine
In compenso ci sono le “primarie”! Dalle Non-Primarie del PdL, alle Ultimarie del PD, con il bambino Matteo che pretende di farsi eleggere coi voti dei berlusconiani in incognito.
Ovviamente Beppe Grillo, col suo marchio di proprietà (M5S), rilasciato su concessione in franchising, non ha di questi problemi: decide tutto lui (al massimo evoca lo spirito del Casaleggio), mentre gli adepti della setta preparano i casting per la campagna promozionale interna.
È interessante constatare come, dopo mesi di flatulenze rivoluzzzionarie, ad eccezione dei latrati rabbiosi del tribuno ligure e della sua cucciolata ringhiosa di piccolo borghesi dalle pulsioni criptofasciste, che si abbevera confusamente al sito vendite del Profeta, il sedicente M5S sia totalmente ASSENTE ovunque vi sia una protesta sociale vera: dalla Scuola alla Sanità, dall’ILVA alla FIAT, dall’ALCOA al SULCIS, dai licenziati dell’Almaviva alle operaie cassaintegrate della OMSA… In compenso, Giancarlo Cancellieri, l’apostolo della rivoluzione in Sicilia, ha scoperto l’incredibile scandalo del listino prezzi al bar del Palazzo dei Normanni! Chissà cosa accadrà quando apprenderà dell’esistenza di quella strana ‘cosa’ chiamata mafia..!
Per le prossime elezioni politiche, insieme ai cialtroni che non mancano mai, tra le offerte più gettonate, ad eccezione del  ritorno del Fronte dell’Uomo Qualunque, e della sopravvivenza dei nazi-padani della Lega, smarrita ogni opposizione e velleità di cambiamento, abbiamo un unico programma di governo, scritto tra Berlino e Bruxelles (il Programma B.B), e il ritorno della Democrazia Cristiana in forma tripartita: democristiani di osservanza andreottiana (PdL); democristiani di osservanza forlaniana (UdC); democristiani di osservanza morotea (PD).

“Only the Paracul Survive”

 di Alessandra Daniele
 (19/11/12)

 Dopo alluvioni e uragani, è apparso un nuovo inquietante fenomeno climatico: piovono lacrimogeni.
La catastrofe incombe, come sopravvivere? Possiamo imparare dalla specie che in tutta la nostra Storia se n’è dimostrata più capace, ben oltre i limiti dell’umano: i democristiani. Originari del Cristocene, ma de-evoluti nella forma attuale durante il Giuliassico (Andreottiano) sono stati erroneamente considerati a rischio estinzione dopo la glaciazione di Tangentopoli, ma sono riusciti, anche assimilando altre specie, a tornare al vertice della catena alimentare della politica italiana. Oggi, vent’anni dopo la morte presunta della DC di Forlani, di fatto un democristiano è Presidente del Consiglio, forse a vita; il vice di Forlani ha il voto decisivo sulle riforme; e la leadership della ricostituita DC, partito di maggioranza relativa, è contesa fra il democristiano d’allevamento Renzi, e Papa Bersani XXIII.
Quali sono le regole per riuscire a sopravvivere a tutto, e a risalire di corsa in cima alla dispensa, come solo i democristiani sanno fare? Vediamone alcune:
– Accumulare risorse
Procurarsele non basta: mentre altri le sperperano in ostriche, puttane, e videopoker, un vero democristiano sa come risparmiarle e farle fruttare. Anche quando si concede una vacanza esotica, fa in modo che gli sia pagata da altri.
– Saper adoperare qualsiasi cosa come arma
Per la maggior parte di noi non è facile usare un’arma contro un nostro simile. Per la maggior parte dei democristiani è facilissimo anche usare noi come armi contro i nostri simili. Tutte le volte che spingono una categoria contro l’altra ugualmente sfruttata, discriminata, tartassata da stangate che mai toccano le loro risorse.
– Adattarsi e mimetizzarsi
L’esplosione della vecchia DC ha emanato una micidiale ondata di democristiani che sono schizzati a ficcarsi ovunque come i frammenti d’una bomba, comportandosi all’inizio come quelle schegge di plastica concepite apposta per non essere individuate ai raggi X. A seconda del gruppo in cui s’erano infilati, si sono finti riformisti, liberisti, federalisti da sempre. Così, non sono stati rimossi in tempo.
– Insediarsi e assimilare
Appena acquistato il minimo di potere necessario, i democristiani hanno ricominciato a comportarsi come le cellule della Cosa – The Thing – assimilando, e trasformando ogni partito nel quale si trovavano in una copia della DC. Corrotta, clericale, classista, in balia delle lotte fra correnti: tutta la politica parlamentare italiana è oggi un’unica Democrazia Cristiana, alla collettiva ricerca d’una legge elettorale che le consenta di rimanere tutta al governo per sempre, tenendone lontano il M5S.
Finché non l’avranno assimilato.

Nota: «La notizia più grave del giorno è il ritiro di Mussolini dal potere. L’accolgo con molta calma. Il gesto del Duce lo credo atto di saggezza, che gli fa onore. No, io non getterò pietre contro di lui. Anche per lui sic transit gloria mundi. Ma il gran bene che lui ha fatto all’Italia resta» – Papa Giovanni XXIII (allora arcivescovo Roncalli) citato da Pierluigi Bersani come suo maestro Jedi di riferimento.

Hit Parade del mese:

01. POTEVA ANDARE PEGGIO…

[20 Nov.] «L’OCSE recentemente ha stimato che le riforme messe in campo contribuiranno a una crescita di 4 punti percentuali sul Pil nei prossimi 10 anni»
  (Mario Monti, l’austero cazzaro)

02. PIÙ PIL(U) PER TUTTI

[11 Nov.] «L’andamento del PIL in Italia sarà del meno 2,4% o meno 2,3% quest’anno e meno dello 0.2% [0,5% – 0,8% n.d.r.] o addirittura in pareggio nel 2013.
Il segno meno permane in tutti e due gli anni considerati, ma tra l’uno e l’altro si registra un miglioramento di te punti che significa un aumento di circa il 50% di PIL non sono la luce?
A me sembrano considerazioni elementari»
 (Eugenio Scalfari, elementare Watson!)

03. LA BUONA POLITICA

[28 Nov.] «Voglio spiegare ai ragazzi la buona politica, come ci si muove, come trattare»
  (Domenico Scilipoti, il Mentore)

04. EMERGENZA SOCIALE

[15 Nov.] «Ma cosa dovrebbe fare un parlamentare che a 40 anni, dopo due legislature, non può più candidarsi? L’esodato di Stato? Ci vorrebbe un’indennità di reinserimento, mentre cerca lavoro»
 (Giuliano Amato, il Compassionevole)

05. BONJOUR FINESSE!

[02 Nov.] «Polizia e carabinieri votano tutti per noi: mi dicono che hanno due coglioni gonfi così di portare i politici a fare la spesa, accompagnarli ai concerti o a scopare le loro fighette»
  (Beppe Grillo, il Fogna)

06. BUNGA-BUNGA!!!

[13 Nov.] «Ma quale crisi!? Sono passata davanti ad un famoso bar di Roma alle 10 del mattino, ed era pieno di gente che si faceva cornetto e cappuccino! Se ci fosse davvero tutta ‘sta povertà!»
 (Michaela Biancofiore, la MarieAntoiniette del cappuccino)

07. Primarie PDL (I)

[18 Nov.] «Le primarie del Pdl saranno un evento storico non perché saranno le prime nella storia del nostro movimento, ma perché dovranno scegliere il successore di Berlusconi.»
 (Silvio Berlusconi, Belli Capelli)

07.bis Primarie PDL (II)

[23 Nov.] «Se alla primarie del PdL ci sono indagati non mi candido»
 (Angelino Alfano, l’Immacolato)

07.ter Primarie PDL (III)

[08 Nov.] «Andrò alle convention delle primarie Pdl per spiegare agli italiani cosa votare. Gli italiani devono imparare a votare»
 (Silvio Berlusconi, il Pedagogico)

08. ANCHE I POVERI RIDONO

[10 Nov.] «Farei una patrimoniale per chi ha più di 10 milioni di euro patrimonio. Non perché ‘anche i ricchi piangono’, ma perché anche i ricchi devono fare vedere che intendono farsi parte attiva del risanamento e avere la legittimazione morale. La patrimoniale la vogliono i ricchi»
 (Giampiero Samorì, l’Aspirante)

08.bis FRESH & SHIT

[27 Nov.] «Forza Italia evoca freschezza e ricambio. Ci sarà tutta la Berlusconi generation»
  (Michaela Biancofiore, la Papigirl)

09. COPYRIGHT

[07 Nov.] «Non voglio dire che i democratici americani hanno copiato le parole del mio movimento, “Avanti Insieme”, ma sono proprio le formule usate da Obama … “avanti” e “insieme” … e questo è indicativo»
 (Giulio Tremonti, Maitre a Penser)

10. LE IDEE CHIARE

[01 Nov.] «Lei sta facendo un danno a Berlusconi con quello che dice, non gli sta facendo un favore! Ma per chi lavora lei? È pagato dal PD o da Berlusconi?»
 (Maria Stella Gelmini, la Maestrina)

Homepage

(42) Cazzata o Stronzata

Posted in Zì Baldone with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 agosto 2012 by Sendivogius

Classifica AGOSTO 2012″

Dopo aver ghermito senza tregua le vittime sacrificali della tirannide finanziaria, gli avvoltoi del rigore adesso paventano la creazione di un nuovo muro di Berlino tra il Nord ed il Sud dell’Europa, con un ricostituito Quarto Reich arrogantemente über alles.
Più prosaicamente, questa nuova linea di demarcazione potrebbe essere chiamata la ‘Linea del Bidet’, a sottolineare la sostanziale differenza che contraddistingue le civiltà latino-mediterranee dai barbari del Nord che ignorano l’uso del fondamentale strumento di igiene intima, ma invocano la costituzione di comitati di salute pubblica che vigilino sulla profilassi contabile altrui.
Più in basso, alle nostre latitudini, virando sull’esposizione impudica di altre ‘vergogne’, tra i surgelati meccanici di banca al governo, ci si compiace invece delle pagelline di incoraggiamento delle agenzie del rating organizzato, mentre lo spread rimane inchiodato a 430 punti ed il Paese reale marcisce nella morsa della stagflazione, a dispetto della vulgata monetarista. In pratica, è come se i nazisti ci facessero i complimenti per il rispetto dei diritti umani. E la ritrovata euforia (però “composta”) dei nostri tecno-robot governativi, che proprio non vogliono saperne di una qualsiasi legittimazione democratica e (peggio ancora!) elettiva, si traduce in un profluvio di dichiarazioni e promesse e rilanci da parte di chi, evidentemente, pensa di perpetrare l’eccezione teconocratica per un altro lustro e più, nel vuoto della propria attività auto-promozionale.
In un tempo lontano, quando i rituali oscuri e curiali del potere democristiano dominavano la penisola, Agosto era un mese consacrato al riposo. E soprattutto al silenzio!
Oggi, nell’Era dei Tecnici e della “sobrietà” ritrovata, l’inconsistenza del tecnocrate accademico prestato alla politica sembra commisurabile al rumore della sua inutilità declamatoria, confermando un vecchio adagio popolaresco: culo avvezzo al peto, non può restare cheto.
Ed in effetti la seduta plenaria nel gabinetto dei ministri si è sciolta in una scarica di stronzate, con pochi eguali nel pozzo nero della storia recente..! È una sorta di lancia e raddoppia, tra chi la spara più grossa, nell’universale gara dei peti con i campioni uscenti della politica per professione.
Tra gli efficaci provvedimenti in cantiere, dopo aver fatto schizzare la benzina sopra i due euro al litro a colpi di accise e massacrato i ceti medio-bassi, determinando il tracollo dei consumi interni, il Governo dell’Eterna Quaresima, conformemente alla sua ispirazione conventuale, diventa governo etico della nazione, preoccupandosi della dieta dei suoi sudditi ed introducendo la fondamentale tassa sulle bibite gassate per preservare la salute dei cittadini. Di converso, l’Esecutivo si mobilita in massa per garantire la pretesa dell’Ilva di continuare ad avvelenare tutta Taranto e dintorni. Blocca gli incentivi sulle fonti di energia pulita (eolico e solare) per preservare gli utili delle vecchie centrali a carbone, ma studia l’introduzione di una nuova imposta sui “veicoli inquinanti”, ovvero sulle vecchie auto dei poveri diavoli che non possono permettersi (o non vogliono) il SUV marziano ultimo modello. E, come sempre, lo fa “per il bene degli italiani”; e naturalmente perché “ce lo chiede l’Europa”. In fondo, si tratta di un atto d’amore. Esattamente come lo stupro.
Tuttavia, dalle parti della Politica & Affini, attualmente in coma profondo, le cose non vanno affatto meglio…
C’è il PDL, in restyling pubblicitario per il prossimo tagliando elettorale e fresco come una merda riverniciata. L’amabile definizione è di Alessandra Daniele [QUI].
C’è il PD, che ogni tanto squittisce qualcosa dal fondo del buco in cui s’è cacciato. Inutile pretendere qualcosa dall’esausto Partitone, che con la vittoria elettorale in tasca ha rinunciato a governare per mero atto di vigliaccheria. Ma la sua dirigenza preferisce derubricare l’infamia ad “atto di generosità”. La parabola terminale del partito bestemmia ricorda la favola della Rana e lo Scorpione: la natura classista-liberista di Monti e dei suoi replicanti non potrebbe essere diversa, inutile farsi illusioni; resta incomprensibile l’ingenuità suicida, con la quale il PD continua a portare l’ingombrante ospite sul groppone. Nel frattempo, il Partitone è riuscito a perdere l’IdV di Di Pietro alla sua destra (e poco male!) e la SEL di Vendola alla sua sinistra. In compenso può contare sull’abbraccio mortifero dell’UdC, almeno fino alla prossima marchetta.
C’è poi l’iper-attivismo istituzionale del presidente Giorgio Napolitano: fuori tempo massimo e costituzionalmente border-line. Quello che prima firma i tagli col machete della Revisione di Spesa, eppoi si raccomanda a Montinator, invocando moderazione nei massacri.
C’è la guerra delle prime donne della carta stampata, coi media embedded, che oramai si scambiano editoriali di fuoco tra di loro; tutti rigorosamente auto-referenziali, battibbeccano tra direttori per stabilire chi è il più minchione del cartame, tra la noia crescente dei lettori paganti.
E soprattutto c’è la riscrittura della nuova legge elettorale… In pratica, dopo aver discettato per anni sul modello francese con proporzionale alla tedesca, consumato alla spagnola, con supercazzola semplice, il nostro Parlamento a libertà vigilata sta alfine optando per il modello greco: quello del nessuna maggioranza e massima instabilità, con due elezioni in un mese per addivenire alla grande ammucchiata.
Si apran le tombe, si levino i morti! Tra zombie e fragori intestinali, a suon di vaffanculo, fortuna che c’è Beppe Grillo!
Utile come un herpes vaginale, simpatico come un rutto ad un funerale, è più stimolante di un lassativo. Ennesima variante fascistoide di quel peto del Nord, che qualcuno avvezzo all’olezzo scambiò per “Vento”, ha la freschezza di un’oloturia sospinta dalle risacche della bile popolare sui lidi delle occasioni perdute nell’autunno del nostro scontento. È il degno condimento ai due paguri pedemontani, nel gran bollito italiano. Si agita e strepita, posseduto dallo spirito del Casaleggio. Vorrebbe essere l’anti-casta, ma è solo un’emorroide di sistema.

  Hit Parade del mese:

01. SOLO 2,45 EURO PER UN LITRO

[24 Agosto.] «L’aumento del prezzo della benzina è stato nettamente inferiore all’aumento del prodotto sui mercati internazionali»
(Corrado Passera, il Distopico)

02. AMLETICI DUBBI

[01 Agosto] «Mi chiedo se tutte queste critiche non derivino anche dal fatto di essere un ministro donna.»
(Elsa Fornero, diversamente stronza?)

03. SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO

[19 Agosto] «Un anno fa stavamo peggio ma non ce ne rendevamo conto»
(Mario Monti, l’Irrecuperabile)

04. LA MINESTRA RISCALDATA

[22 Agosto] «In consiglio dei Ministri, chiederò al governo di abbassare le tasse sul lavoro a parità di gettito (…) Questa dovrebbe essere la prima aspirazione, dopo aver fatto la riforma del mercato del lavoro, di un ministro del Lavoro e quindi io mi assumo la responsabilità.»
(Elsa Fornero, Ministra deresponsabilizzata)

05. MANCA SOLO LA TASSA SULL’ARIA

[12 Agosto] «La riduzione del carico fiscale è una nostra priorità. Per ora ci siamo concentrati sull’evitare l’aumento dell’Iva. Non vogliamo illudere nessuno con promesse sulla tempistica che ora non siamo in grado di fare, ma appena si creerà uno spazio ridurremo anche le altre imposte»
(Vittorio Grilli, il Caro Estinto)

06. HO VISTO LA LUCE!

[20 Agosto] «Sì, la vedo l’uscita dalla crisi»
(Corrado Passera, l’Illuminato)

07. QUANDO MORIRETE…

[23 Agosto] «Nel 2013 saremo fuori dalla recessione»
(Vittorio Grilli, il Necroforo)

08. AL TEMPO!

[27 Agosto] «Proporrò un crono-programma per gli adempimenti»
(Filippo Patroni Griffi, il Tempista)

09. L’ORRORE… L’ORRORE…

[14 Agosto] «Il futuro dell’Italia è una coalizione tra una grande area riformista e un’area moderata, credibile e autorevole, in cui c’è Casini ma c’è anche molto di più. (…) L’area moderata deve riuscire a superare la fase dell’individualismo, del personalismo, del solipsismo, per dare vita a una grande ricomposizione che si allei, prima del voto, con l’area riformista in cui c’è il Pd per governare domani l’Italia. Ma che lo faccia per scelta»
(Giuseppe Fioroni, Cuore di Tenebra)

10. IL BENGODI DELLE DUE SICILIE

[13 Agosto] «Gli ultimi dati dell’Unione delle Camere di Commercio mostrano che tra le nuove aziende la più alta percentuale è meridionale, il 31%. Non solo: le nuove aziende create da giovani con meno di 35 anni sono in grandissima parte meridionali. Se si fa una classifica delle province in cui nasce il maggior numero di aziende a opera di giovani, i primi posti vedono province meridionali. Al primo posto c’è Enna. Per aziende che nascono a opera di donne la classifica vede ai primi posti solo città meridionali. È vero che questo succede perché non avendo alternative, non avendo possibilità di trovare lavoro, i giovani, le donne del Sud, se lo creano, ma è vero anche che la capacità dei giovani meridionali di creare economia in maniera innovativa è notevole»
(Pino Aprile, il Connestabile di Borbone)

 Homepage

ONORE AL MERITO!

Posted in Masters of Universe, Roma mon amour with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 agosto 2012 by Sendivogius

«In linea di principio potrei anche assumere mia madre, non mi pare inopportuno»

 È quanto ha dichiarato Sveva Belviso (il 31/07/12), vicesindaco di Roma già assessore alla Politiche Sociali, in merito all’assunzione della… cognata!
Ormai, è quasi impossibile tenere il conto dell’infornata di assunzioni al Campidoglio e “chiamate dirette” nelle aziende municipalizzate del Comune. Del resto, il vero fondamento della Repubblica italiana non risiede certo nel ‘Lavoro’, bensì nella ‘Famiglia’ alla quale gli italiani (politicanti inclusi) sono estremamente legati. Per questo non se ne separano mai.
La parola magica si chiama intuitu personae; è la formula prediletta per la pronta sistemazione di parenti, famigli e sodali, nell’accogliente greppia capitolina, a prescindere da titoli e competenze e fedina penale.
Per il resto dei comuni mortali, che protettori non ne hanno o non ne cercano, le cose funzionano molto diversamente…
Per esempio, è prevista:

a) L’immunità da condanne penali o procedimenti penali in corso che impediscano la costituzione di un rapporto di lavoro con la Pubblica Amministrazione.
b) L’idoneità allo svolgimento delle mansioni relative al posto da ricoprire.

Tali prescrizioni costituiscono soltanto una parte dei requisiti di ammissione, per le “procedure di selezione pubblica per titoli ed esami”, in teoria obbligatorie, per l’assunzione (tramite concorso) al Comune di Roma. E in ogni caso:

“Non possono partecipare alla procedura selettiva coloro che siano dichiarati decaduti dall’impiego per aver conseguito dolosamente la nomina, mediante la produzione di documenti falsi o viziati da invalidità insanabile [per esempio, una laurea falsa] o che abbia riportato condanne penali con sentenza passata in giudicato.”

Le disposizioni sono contenute nella delibera comunale n.424 del 22/12/2009, a cura della giunta Alemanno la quale, con ogni evidenza, applica sulla carta i principi che bellamente ignora al proprio riguardo. Mentre il Civetta e la sua cricca piazzava vecchi squadristi e avanzi di galera, cubiste e semianalfabeti, ad incarichi di responsabilità, con infornate di masse e lauti stipendi, è divertente notare la scrupolosa attenzione con la quale vengono selezionati i travet comunali…

I principi che devono orientare l’azione amministrativa della P.A. nell’espletamento della funzione amministrativa sono riconducibili a tre tipologie di fonti normative (comunitarie, costituzionali, l.241/1990). Quale tra quelli indicati è individuato nel capo I della legge n. 241/1990?
A) Principio di semplificazione.
B) Principio del decentramento amministrativo.
C) Principio democratico.
D) Nessuna delle altre risposte è corretta.

Con riferimento alla realtà australiana, una delle seguenti non è tra le ragioni individuate da Savage nel 2006 per spiegare la scarsa attenzione degli operatori museali riguardo alle ricerche sul pubblico:
A) Convinzione che la missione del museo non è il pubblico ma la conservazione delle opere.
B) Convinzione di conoscere il proprio pubblico.
C) Convinzione di non poter sostenere le spese per un’indagine appropriata.
D) Mancanza di fiducia in qualsiasi tipo di ricerca sociale.

Secondo la definizione di Simona Bodo, i modelli di policy per il “museo relazionale” sono:
A) 3.
B) 4.
C) 5.
D) 6.

Con riferimento ai principi e/o criteri individuati nel Capo I della legge n. 241/1990 indicare quale affermazione sul principio della semplificazione del procedimento è corretta.
A) Per semplificazione si intende l’organizzazione del procedimento amministrativo che tende a valorizzare le esigenze di trasparenza e concentrazione dell’azione amministrativa, unitamente a quelle del giusto procedimento, attraverso l’introduzione di istituti e regole operative a tutti i livelli del procedimento.
B) Comporta che l’azione amministrativa deve svolgersi nei limiti dell’autorizzazione legislativa e nel rispetto dei principi che presiedono all’esercizio della funzione amministrativa.
C) Comporta l’obbligo per le P.A. di concludere il procedimento con l’adozione di un provvedimento espresso sia quando il procedimento è iniziato ad istanza di parte sia quando è iniziato d’ufficio.
D) Comporta per la P.A. l’obbligo di esporre le ragioni di fatto e di diritto (giustificazione), nonché delle ragioni che stanno alla base della determinazione assunta.

Sono alcuni dei quesiti (neanche tra i più difficili), contemplati nella prova preselettiva per il posto di Istruttore Servizi Culturali, Turistici e Sportivi al Comune di Roma, durante l’ultimo grande concorso pubblico. Sono domandine semplici, che presuppongono una certa preparazione giurisprudenziale, per un profilo professionale riservato a candidati con diploma di maturità liceale.

FOGNA SENZA FONDO
 L’incompetenza genera sempre costi supplementari. Il vantaggio di una giunta bulimica, che non riesce a controllare gli appetiti dei troppi gerarchi, è quello di poter addebitare le spese sul conto della cittadinanza. Infatti, oltre allo spropositato aumento della seconda rata dell’IMU (la più cara d’Italia), i Romani si sono visti aumentare il prezzo del biglietto di autobus e metropolitane, a fronte di un servizio trasporti che, con un pietoso eufemismo, si potrebbe definire ‘carente’. Va inoltre aggiunto l’aumento della tassa sulla (pessima) raccolta rifiuti, in una città oramai assediata dalle sue stesse immondizie. E non andrebbero dimenticati i continui disservizi di ACEA (acqua ed elettricità), che sembra sempre più incapace di emettere bollette con gli importi al consumo esatti.
E questo nonostante le migliaia di assunzioni clientelari nelle municipalizzate (tutte con i bilanci pesantemente in passivo): 1.400 assunzioni in AMA (raccolta rifiuti); 854 in ATAC (trasporto urbano), 600 assunzioni in ACEA (gestione idrica). L’aggravante risiede nel fatto che ACEA è una società quotata in borsa, che ha visto crollare in poco più di una anno i rendimenti azionari a seguito di una gestione a dir poco indecente.

Dopo aver infilato raccomandati ovunque e posto cialtroni incompetenti ai vertici aziendali, prosciugando le casse, la giunta fascista (hic et nunc e tutt’altro che post) ha provato inutilmente di svendere ACEA ai privati (leggi: Gruppo Caltagirone) e privatizzare la rete idrica nonostante l’esito del referendum sull’acqua pubblica. I palazzinari a Roma hanno sempre prosperato con le giunte di qualsiasi colore. Il loro sostegno è imprescindibile. Pertanto, coccolati i Caltagirone (e P.F.Casini, parente acquisito) non poteva certo mancare una lauta contropartita per il Gruppo Parnasi, a carico stavolta dell’ATAC. Si tratta di una delle tante sorprese lasciate in eredità dalla catastrofica gestione di Adalberto Bertucci [QUI] e che la nuova governance aziendale sta cercando disperatamente di contenere, limitando i danni fin dove possibile:

«L’ATAC ha un bilancio in rosso fisso. Eppure, l’azienda che gestisce la mobilità della Capitale, pensa a comprare una nuova sede da 24mila metri quadrati (che ancora deve essere costruita) sborsando 119 milioni di euro. Ma non solo. Decide di farlo con una modalità di pagamento che è estremamente vantaggiosa per il venditore (il fondo Sgr di BNP Baripas che ha come soggetto attuatore il gruppo di costruzioni Parnasi) e ad alto rischio per l’acquirente: un anticipo di 20 milioni e il resto in base all’avanzamento dei lavori. Un’operazione pericolosa fermata, solo per il momento, dalla nuova governance dell’Atac che è riuscita a trasformare il contratto di compravendita in un contratto di affitto. Ma il rischio resta.
[…] Decorsi 30 mesi dalla data di efficacia del contratto di affitto, infatti, il fondo che gestisce l’immobile vicino al Grande raccordo anulare può tornare a chiedere ad Atac di acquistare il complesso a 94 milioni di euro (pari alla differenza tra il nuovo prezzo ribassato e i 20 milioni versati per il canone) utilizzando anche come pagamento un’eventuale permuta. Magari proprio una delle attuali sedi, come quella strategica in via Tiburtina rimasta deserta per via del trasferimento del personale nel nuovo immobile. Operazioni finanziare ad altissimo rischio, effettuate con i soldi dei cittadini.»

Davide Desario
Il Messaggero – 03/08/2012
(Articolo integrale QUI)

Inoltre, trasformare il Campidoglio e le sue aziende in una enorme ‘casa del fascio’, per il collocamento dei camerati in disarmo e dei democristiani in transumanza, con la creazione di nuovi bacini di voto clientelare, non ha portato fortuna al podestà barese subissata da una sequenza di scandali a ciclo continuo, con cadenza settimanale.

Nell’indecente farsa senza fine della parentopoli romana, non poteva certo mancare il classico siparietto assenteista, con gli impiegati che timbrano il cartellino per poi dileguarsi. Palcoscenico di turno: ACEA.
Peccato che i due furbacchioni colti sul fatto non siano dipendenti qualsiasi… Si tratta infatti di Enrico De Castro (classe 1965) e Alessandro Causi (classe 1963), rispettivamente capo della sicurezza informatica e responsabile della vigilanza il secondo. I due utilizzavano le ore d’ufficio per dedicarsi all’autosalone di famiglia, facendosi rimborsare peraltro le “spese di trasferta” direttamente dall’ACEA.
Nel 2010 la loro assunzione, naturalmente con chiamata diretta su segnalazione (pare) del Campidoglio, a suo tempo aveva suscitato più di un mugugno scandalizzato. Il loro primo ingresso nella partecipata pubblica risale al 2008, quando imboccano entrambi con un contratto di consulenza a cinque mesi (rinnovabili), come ‘esperti della sicurezza’ per conto della “Security Service”. Di rinnovo in rinnovo, il contratto originario si trasforma in assunzione diretta a tempo indeterminato, non prima di aver intascato quasi 150.000 euro in consulenze e nonostante in Acea esistesse già una più che avviata divisione per la sicurezza. E se Enrico De Castro ha esperienze lavorative alla Ericsson ed alla British Telecom, Alessandro Causi può vantare una laurea in “Scienze Investigative” conseguita presso la famosissima Constantinian University, ateneo cattolico con sede nel Rhode Island (USA).
La prestigiosa istituzione viene costituita nel lontano agosto del 1966, da mons. Eugenio Tissarant, arcivescovo di Ostia, come Università degli Studi Costantiniana. La sede originale si trova alla Giustiniana (oscillando ai due estremi della periferia romana), ma la vocazione è internazionale e il trasferimento negli USA a partire dal 2000 solleva il presunto ateneo da fastidiose verifiche ministeriali.
Una curiosità: il ‘senato accademico’ della sedicente università vanta tra le sue “autorità” anche il gen. Amos Spiazzi. Il vecchio generale monarchico è stato un anello delle trame eversive, attraverso il quale sono passati i fili della sottile linea nera del golpismo italiano, dalla Rosa dei Venti al Golpe Borghese, dalla Strage di Piazza Fontana all’adesione alla Loggia P2 di Licio Gelli, contraddistinto da un’ambiguità di fondo mai dissolta.

Il Business delle Sicurezza
 La furbissima accoppiata Causi e De Castro, i due consulenti diventati dirigenti ma venditori d’auto a tempo pieno, sembra si avvalesse pure dei servigi degli (ex) colleghi della Security Service, ovvero l’istituto di vigilanza che ha in appalto la sicurezza di Acea.
Nella selva dei nomi più improbabili, per un’inflazione delle sigle più disparate, quello delle agenzie private per la vigilanza e per la sicurezza è un business tutto particolare, pompato da commesse quasi sempre pubbliche, quasi sempre su assegnazione politica, per stipendi miserrimi e assunzioni su ‘segnalazione’. Insieme alle cooperative di facchinaggio e di pulizie, costituiscono una riserva strategica di assunzioni clientelari. Specialmente per quanto riguarda i servizi di portierato e reception, tali agenzie costituiscono un pratico supplemento occupazionale, per la creazione di personali bacini di ritorno elettorale. È questa a Roma una pratica soprattutto ad uso UDC, come si conviene ad una specialità d’origine democristiana.
È un intreccio di rapporti sotterranei e commistioni politiche tutt’altro che limpido e con interessi non sempre leciti, nel suo impianto dalla facciata legalitaria e dall’impronta fascistoide.
La “Security Service”, dalla quale Alessandro Causi proviene e deve le sue fortune nel pubblico impiego, non è affatto sconosciuta alla cronaca recente, essendosi guadagnata una certa notorietà in ambito giudiziario…

LA CUCCAGNA SANITARIA
 Forse pochi ricordano come l’agenzia privata sia stata coinvolta nel mega-scandalo della Sanità laziale, ai tempi allegri della giunta regionale del fascistissimo Francesco Storace, che molto ha contribuito alla voragine contabile della Regione Lazio: questo nero deretano al centro della Penisola, capace di defecare da 70 anni e senza vergogna alcuni dei peggiori politicanti nazionali.
Nel corso del 2007, il NAS dei Carabinieri smantella un sistema di corruzione scientifica, che gravita attorno ad un pugno di manager pubblici e imprenditori privati, fondato sulla manipolazione delle gare d’appalto, il sovrapprezzo delle forniture ospedaliere, l’assegnazione dei servizi di vigilanza privata per i presidi ospedalieri, e i rimborsi truccati della cosiddetta sanità convenzionata.
Al centro della truffa c’è la Asl RM/C. Tra gli ospedali invischiati nello scandalo c’è il presidio dell’Addolorata (interno all’Ospedale S.Giovanni), il Sant’Eugenio, l’Istituto Zooprofilattico del Lazio, il Presidio ospedalierio Sant’Anna…
Si falsifica tutto: dai numero dei pasti forniti ai conti della lavanderia, dai rimborsi spese alla contabilità ordinaria, fino al numero dei ricoverati e delle prestazioni fornite… Dal 2002 al 2006, verranno conteggiati 280.000 degenti fantasma per ricoveri mai avvenuti.
Sono coinvolti dirigenti sanitari, imprenditori, ma anche grossi esponenti politici. Per esempio, c’è Marco Buttarelli, ex capo di gabinetto di Storace; Giulio Gargano, ex assessore ai Trasporti. Soprattutto, c’è Marco Verzaschi, transfuga democristiano specialista in riciclaggio presso il vincitore del momento: candidato in “Forza Italia” (1995), assessore alla Sanità del Lazio nella giunta regionale di Francesco Storace, eppoi riciclato nell’UDEUR di Clemente Mastella (2005), pronto per diventare sottosegretario alla Difesa nel Governo Prodi.
Tra le personalità di rilievo della truffa, c’è Anna Giuseppina Iannuzzi, soprannominata Lady Asl. Figlia di un ambulante dell’avellinese, fa la sua fortuna a Roma e insieme al marito, l’ing. Andrea Cappelli, gestisce il “Centro Romano San Michele”.
Secondo le accuse, Marco Verzaschi si sarebbe fatto versare 200.000 euro, per l’accreditamento della struttura in convenzione. Il condizionale è d’obbligo visto che non c’è una sentenza definitiva e Verzaschi ha sempre respinto ogni addebito.
Altri 200.000 euro l’onorevole se li sarebbe fatti dare, tra il 2004 ed il 2005, da Renato Mongillo, titolare della Security Service, per l’assegnazione della vigilanza privata all’Ospedale S.Giovanni. Altri 20.000 euro Mongillo li avrebbe dati a Franco Cerretti, il direttore amministrativo del S.Maria Addolorata.

Nel sistema, secondo i carabinieri, c’era anche Luigi Moriccioli, il ciclista ucciso sulla pista ciclabile nell’estate del 2007, dipendente del San Giovanni, che avrebbe collaborato con Cerretti. Altre irregolarità sarebbero emerse anche in alcuni appalti della società “Innova” presso gli ospedali Sant’Eugenio e Cto che fanno capo alla Asl RmC.

Cecilia Cirinei
L’Espresso – 10/06/2009

Luigi Moriccioli è il ciclista massacrato a Tor Di Valle, da due balordi rumeni il 17/08/2009.
Il delitto verrà poi strumentalizzato oltre ogni decenza (pareva l’avesse ammazzato Veltroni), durante la campagna elettorale di Gianni Alemanno, insieme ad qualsiasi altro fatto di cronaca nera. Salvo poi glissare ogni responsabilità per l’escalation criminale a elezione avvenuta. La figlia di Moriccioli, aveva trovato pronta candidatura nelle file di AN, come una dei “garanti per la sicurezza”. E d’altra parte le preoccupazioni securitarie del sindachetto barese sono ridotte ormai a propagandistici raid notturni contro il meretricio da marciapiede (peraltro dilagante).

SECURITY SERVICE & dintorni
Renato Mongillo è il grande accusatore. Arrestato nel Luglio del 2007 è colui che permette di scoperchiare i gangli del sistema, rivelando le corruttele politiche.

Il direttore amministrativo del S.Giovanni [Franco Cerretti] è stato incastrato da Renato Mongillo, titolare della Security Service, arrestato a luglio 2007 in uno dei filoni dell’inchiesta su Lady Asl: l’imprenditore ha rivelato di aver dato 20 mila euro a Cerretti in cambio dell’aiuto che avrebbe avuto per vincere l’appalto per la sicurezza del San Giovanni. Dopo la confessione, sono iniziate le intercettazioni telefoniche e ambientali. In quella del 2 dicembre 2007 un’impiegata spiega a una collega: «Loro li alteravano i conteggi, sia Cerretti che Moriccioli. Li alteravano perché consideravano sempre che su un letto mangiavano due persone, quello che usciva e quello che entrava. L’aggiustavano a modo loro. Carta vince e carta perde». Sarebbero stati 283.896, tra il 2002 e il 2006, i pazienti fantasma, conteggiati solo per far lievitare il costo di pasti e lenzuola.

Alessandro Fulloni e Ilaria Sacchettoni
“Tangenti in ospedale”
Corriere della Sera del 10 Giugno 2009

La collaborazione però non gli risparmia il rinvio a giudizio e una condanna di risarcimento erariale, da parte della Corte dei Conti (Sent. N.775/2011).
In pratica, la Security Service, per i suoi servizi di vigilanza, incassa dalla Asl Roma/C pagamenti non dovuti per 1.142.000 euro.

“trattandosi di interessi legali e fatture non ancora liquidate o liquidate solo parzialmente, per le quali erano stati commessi grossolani errori di calcolo, oltre che basati solo sulla documentazione presentata dalla società, senza alcun riscontro con quanto risultante agli atti della A.S.L.”

Inoltre, si legge nella sentenza che:

“gli accertamenti condotti nell’ambito di altro procedimento penale avevano riscontrato diversi episodi di corruzione in cui erano stati coinvolti gli amministratori della ASL RM/B (alcuniimprenditori mediante la corresponsione di tangenti, miravano ad ottenere l’aggiudicazione di appalti o il rinnovo di contratti per la fornitura di beni e servizi); considerato che la medesima società aveva svolto servizi di vigilanza anche per la ASL RM/C, venivano svolti accertamenti che permettevano l’emersione di ulteriori irregolarità consistenti nella emissione di falsi mandati di pagamento, formalmente registrati in favore di società contraenti con la medesima ASL, mentre di fatto le somme di denaro venivano accreditate su c/c intestati ad altre società di comodo riconducibili ai componenti del sodalizio criminale; le informazioni acquisite dai titolari delle società destinatarie dei mandati di pagamento consentivano di accertare che le loro ditte non vantavano i crediti riportati nei mandati e non avevano mai delegato per la riscossione le società sui conti delle quali erano state effettivamente versate le somme di denaro.”

La vicenda, assai poco edificante, non ha impedito alla filiazione meridionale della ‘Security Service’ (la Security Service Sud) di aggiudicarsi nel 2010 un mega-appalto da 45 milioni di euro in tre anni, per i servizi di vigilanza presso la Asl di Napoli 1. La gara al ribasso è stata vinta per un solo centesimo di differenza (sul pagamento ogni singola ora di lavoro), rispetto alle offerte delle concorrenti.
A Roma invece, in un afflato di rigorismo legalista senza precedenti, con raffiche di ricorsi al TAR contro le assegnazioni di appalti pubblici (dall’Acea alle Asl regionali) alla Security Service, si è distinta una battagliera alleanza di alcune delle principali agenzie della Capitale, capitanate dall’Istituto di Vigilanza Nuova Città di Roma

Montali & Friends
 L’Istituto di Vigilanza Nuova Città di Roma, insieme alla Securitas Metronotte, la Roma Union Security (che fa capo a Claudio Lotito), Italpol, Capitalpol… costituiscono un’associazione temporanea d’impresa (ATI); al contempo, non mancano partnariati anche con la SIPRO di Salvatore Di Gangi. In pratica, si spartiscono la quasi totalità delle commesse pubbliche a Roma e per conto della Regione Lazio. Di fatto, anche se non è lecito dirlo, secondo i malevoli, costituirebbero quasi una sorta di cartello, rimpallandosi a turno gli appalti più ghiotti: i depositi dell’ATAC; il centro RAI di Saxa Rubra; la vigilanza nelle stazioni della metropolitana; il portierato nelle sedi ministeriali, non ultimo, il ministero dei Beni Culturali.
Il responsabile per lo “Sviluppo Partecipazioni e Controllo Gestione” per conto della Nuova Città di Roma è Fabrizio Montali. Figlio di un ex esponente socialista di epoca craxiana: Sebastiano Montali, siciliano trapiantato a Roma, presidente della Regione Lazio (1985-1987), sottosegratario alle partecipazioni statali (il regno degli appalti pubblici), invischiato nel caso della maxi tangente Enimont, e (manco a dirlo!) approdato in “Forza Italia”.
Montali junior, quello che tanto si è indignato per le fortune della rivale Security Service, non sembrerebbe essere esattamente un immacolato…
Nel 2010 viene denunciato da Mauro Brinati, segretario territoriale della Fisacat Cisal di Roma, per tentata corruzione, nell’ambito di una presunta truffa e falsificazione dei bilanci aziendali per 32 milioni di euro.
Ma le prime indagini sul suo conto risalgono al 2003, nell’ambito del cosiddetto “Vip-Gate”, una delle prime inchieste condotte da Henry John Woodcock, per conto della Procura di Potenza.

“[L’inchiesta] nota come «Vip-gate» nel dicembre del 2003 portò all’iscrizione nel registro degli indagati di 78 persone tra cui politici, due ministri, personaggi dello spettacolo e del giornalismo, funzionari di Ministeri, Comuni, enti pubblici per una serie di reati che andavano dall’associazione per delinquere per la turbativa di appalti all’estorsione, alla corruzione, al millantato credito ed al favoreggiamento. Un’inchiesta che si concluse con l’archiviazione degli indagati più noti ma alcuni fascicoli sono ancora aperti in altre Procure. Il Vip gate era un filone di una precedente indagine incentrata sulle «tangenti Inail» e sulle «tangenti del petrolio» del maggio dell’anno precedente che aveva decapitato i vertici nazionali dell’Inail e coinvolto anche politici lucani di primo piano.

Il Tempo – 17/06/2006

Nel 2006 invece è coinvolto in una storiaccia di estorsioni e minacce con l’intramontabile Enrico Nicoletti, il cassiere della Banda della Magliana, per conto del quale pare faccia il prestanome per l’intestazione fittizia dei beni. L’intera vicenda la trovata riassunta QUI.
Per questo,

«E’ indagato per tentata estorsione dal pm Lucia Lotti della Procura di Roma che ne ha già chiesto il rinvio a giudizio per riciclaggio, corruzione e intestazione fittizia di beni con l’aggravante di mafia. Montali sarebbe stato il prestanome di Enrico Nicoletti, accusato di essere il cassiere della banda della Magliana

Paolo Forcellini
“I boss della vigilanza”
L’Espresso (09/10/2006)

Pertanto, nell’autunno del 2006, tramite il Consorzio Pegaso di cui è presidente, Montali rileva dal fallimento l’Istituto Urbe.

«Nel consorzio Pegaso è presente anche Salvatore Di Gangi, il re della vigilanza privata al vertice di un impero di 5 mila vigilantes. Anche lui in passato si è incrociato con Nicoletti: è stato socio al 50 per cento di un’immobiliare che, per l’altra metà, è stata sequestrata a don Enrico. Nonostante tutto, la politica asseconda il consorzio Pegaso. Montali ha partecipato alle riunioni convocate dal ministero dello Sviluppo in qualità di salvatore dell’Urbe.»

Paolo Forcellini
“I boss della vigilanza”
L’Espresso (09/10/2006)

Salvatore Di Gangi, gran patronus di un colosso della vigilanza privata come la SIPRO, è uno di quei personaggi che meriterebbe una trattazione a parte…

«Salvatore Di Gangi, siciliano, inquisito per una lunga serie di reati. E ciò nonostante dominus di una delle più emergenti tra le aziende che si occupano di sicurezza privata in Italia. L’azienda di Di Gangi si chiama Sipro, e nasce nel segno della P2. A fondarla, infatti, è Antonino Li Causi, tessera 526 della loggia guidata da Licio Gelli, un siciliano trapiantato a Roma. Nel 1994 la Sipro viene rilevata da un altro isolano di stanza nella capitale: è lui, Di Gangi, nato nel 1946 a Canicattì. Quando rileva la Sipro, Di Gangi a Roma si è gia ben ambientato, ha amici politici e rapporti d’affari. E anche frequentazioni oscure: suo fratello Vittorio detto Er Nasca bazzica gli ambienti della Banda della Magliana, l’altro fratello Aldo detto Buscetta inanella denunce. Ma ciò non impedisce alla Sipro, sotto la guida dell’ energico siciliano, di crescere, espandersi, conquistare appalti privati e pubblici: questi ultimi soprattutto nelle Poste e nella Difesa, da anni feudo della destra. Per allargarsi, Di Gangi non disdegna metodi sbrigativi, come truccare gli appalti mettendosi d’accordo con i concorrenti. Ed è così che entra nella indagine da cui, filiando come amebe, scaturiscono quasi tutte le inchieste successive, compresa quella che oggi colpisce Storace. L’inchiesta-madre è quella sull’Ivri, il più grosso istituto di vigilanza privata italiano, accusato di comprare appalti a suon di tangenti. Di Gangi finisce inquisito per avere addomesticato in combutta con Ivri una gara per la vigilanza sulle caserme dell’esercito.
[…] Ma di certo l’imprenditore della Sipro ha amicizie che portano dritto nel cuore del mondo delle intercettazioni: è lui stesso a vantarsi di avere un “contatto” ai vertici di Telecom, i suoi rapporti con alcuni alti ufficiali della Guardia di finanza sono notori. Meno notorie, e ormai ingiallite dal tempo, sono le tracce che lo legavano, anche se meno direttamente del fratello Vittorio, ad ambienti criminali dell’ estrema destra romana: in via Magliano Sabina 22, dove hanno sede le società di Di Gangi, risultava anche la Immobiliare Generale Sarda, una società controllata da Enrico Nicoletti, che della Banda della Magliana era accusato di essere il cassiere. Vicende remote e vicende recenti, insomma, sembrano incrociarsi intorno a questo sessantenne riservato e alacre. Oggi Di Gangi è un imprenditore talmente rispettabile che il 27 aprile dell’anno scorso l’Unione Industriali di Roma lo ha designato alla guida della nuova associazione di settore dedicata al mondo della security aziendale, la Sezione Sicurezza. E, a dispetto dei dispiaceri giudiziari, la Sipro sta allargando a vista d’ occhio il suo giro d’affari. A Milano, per esempio, ha ottenuto un contratto per la sicurezza della Fiera, andando ad occupare lo spazio lasciato libero dai rivali di Ivri: gli stessi con cui, secondo la Procura milanese, si accordava per taroccare le gare d’appalto.»

“Segreti e appalti milionari gli affari del re dei vigilantes”
Luca Fazzo La Repubblica (13/03/2006)

Secondo le ricostruzioni giornalistiche, Salvatore Di Gangi avrebbe le mani in pasta ovunque, dai depuratori calabresi al mondo delle intercettazioni illegali; bazzica i servizi segreti militari di Niccolò Pollari e gli spioni del Caso Telecom.
Sempre nell’ambito del Consorzio Pegaso, ritornando invece a Fabrizio Montali, nel 2006 a perorare il salvataggio dell’Istituto Urbe, facendosi sponsor politico dell’operazione, c’è il Sergio De Gregorio… Il senatore napoletano è un altro di quei fenomeni da baraccone che solo Antonio Di Pietro (con raro intuito) riesce a raccattare tra i suoi candidati, a imperitura vergogna. De Gregorio in pratica attraversa tutto l’arco istituzionale: prima il PSI, poi Forza Italia, poi gli Autonomisti di Gianfranco Rotondi… Nel 2000 fonda l’associazione “Italiani nel mondo”, insieme a Nicola Di Girolamo (un altro bel tomo la cui storia abbiamo raccontato QUI); nel 2005 entra nelle fila dell’IdV, poi è di nuovo in Forza Italia e quindi nel PdL. Recentemente salvato dall’arresto con la negazione parlamentare della richiesta a procedere, tra il 2007 ed il 2009, De Gregorio è nell’ordine indagato dalla Procura di Napoli per riciclaggio e favoreggiamento della camorra; stesso reato gli viene ascritto dalla Procura di Reggio Calabria, insieme al concorso esterno di associazione a delinquere di stampo mafioso. Dalla Procura di Roma invece è indagato per corruzione.
 Nel febbraio 2012, concludendo in bellezza, Sergio De Gregorio viene indagato per truffa e false fatturazioni insieme al faccendiere Valter Lavitola (quello della Casa di Fini a Montecarlo), per appropriazione indebita dei finanziamenti (23 milioni di euro) destinati a L’Avanti! il quotidiano di cui Lavitola è direttore.

Poi ci si meraviglia che a Roma la giunta comunale abbia reclutato il povero Maurizio Lattarulo.
Ci si chiede piuttosto perché mai non venga riabilitata l’intera Banda della Magliana, appaltando la sicurezza dello Stato direttamente ai picciotti di mafia, in perfetta sinergia.

Homepage

LA FARAONA

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 marzo 2012 by Sendivogius

Solo un paese intrinsecamente reazionario come l’Italia poteva passare dal fascismo populista dell’oclocrazia berlusconiana al direttorio tecnocratico di una destra elitaria da fine ‘800, con la benedizione di un ex comunista alla Presidenza della Repubblica e l’avvallo incondizionato dei principali partiti della (ex) opposizione: dai dorotei della UDC, a quello zombie in decomposizione chiamato PD… Sulla perniciosa inutilità del partito bestemmia è inutile infierire ancora, poiché l’operazione rasenterebbe la necrofilia, con vilipendio di cadavere. Di questo non-morto politico in passato avevamo già abbozzato una diagnosi terminale [QUI]; bisogna dire che col tempo la prognosi si è ulteriormente aggravata. Aggiungiamo che la dipartita di questo ibrido senza identità sarebbe la naturale conclusione di una imbarazzante agonia.

D’altro lato, come in un ingiallito album di figurine d’antan, l’esecutivo Monti non si fa mancare nulla: banchieri, ammiragli, arcigni funzionari di polizia, un’agguerrita delegazione di baroni accademici, qualche arnese clericale e una folta rappresentanza di blasonati aristocratici dal sangue blu. Definirlo governo di “classe” è quasi un eufemismo e nella sua evidenza farebbe impallidire anche il più irriducibile dei marxisti.
Eppur tuttavia, le compassate cariatidi che affiancano il prof. Monti nella sua neo-giunta di salvezza nazionale sono in realtà figure opache, sostanzialmente irrilevanti. Oltre i temi economici, le iniziative dei singoli dicasteri sono praticamente inesistenti. E, nei fatti, il Governissimo sembra non andare oltre la soglia delle istituzioni bancarie e dei grandi interessi privati che apertamente rappresenta. La sua azione consiste nello svolgere diligentemente i compitini dettati dalle tecno-oligarchie di Strasburgo; proseguire come un rullo compressore nella demolizione delle politiche sociali, in atto da almeno trenta anni; correre ad incassare i complimenti degli euro-burocrati. Le eventuali voci critiche vanno ammutolite con lo spettro dell’apocalisse economica, opportunamente evocato e pompato da una stampa sostanzialmente omologata. Quando ciò non basta, il nuovo ‘messia’ può sempre fornire il calamaio alla penna giusta e, in alternanza con l’altro golden boy della finanza globalizzata prestato alla BCE, dettare il prossimo editoriale ai redattori del WSJ.
Parliamo naturalmente del ‘Wall Street Journal’:

«…ovvero TWMIP, “the world’s most important pubblication”, come si autodefinisce, beatamente ignaro di quanto sconosciuto questo allegro quotidiano neofascista sia alla maggioranza degli americani, per tacere degli svariati miliardi di persone che vivono nelle tenebre dove i bagliori sulfurei del giornalino di Wall Street non sono che vapori acquitrinosi dalle più remote marche del folle impero

Gore Vidal: “I nuovi teocrati”; pubblicato su The Nation il 21/07/1997.

Lungi dall’essere una struttura collegiale, il Governo Monti agisce però in splendida solitudine, con l’eccezione dell’intraprendente ministro Elsa Fornero: la spocchiosa professorina sabauda che pensa di “rieducare” il popolino dai suo vizi, per ricondurlo all’ortodossia dei mercati (finanziari).
Come il professorone, esperto in aumento dell’IVA e delle accise sui carburanti, abbia scoperto questo inquietante incrocio tra la Fata Turchina e Mary Poppins con l’elmetto resta un mistero. Si ha l’impressione di trovarsi dinanzi a personaggi surreali, usciti da un film di fantascienza degli anni ’50… o da una sessione di esami universitari… con la ministra che dispensa pagelline di merito, bacchetta gli alunni indisciplinati, e non ammette repliche ai suoi piani di battaglia. Più che un direttivo tecnico, sembra una giunta militare.
Impersonali, ingessati, ieratici, i ministri tecnici assomigliano ad una cucciolata aliena, particolarmente stagionata, da “invasione degli ultracorpi”. Conducono le trattative con le aborrite ‘parti sociali’, sfoggiando la stessa grazia diplomatica di un Klaatu in “Ultimatum alla Terra”.
 La trattativa sulla riforma del lavoro va chiusa in fretta, non oltre il 23 Marzo.
È già partito il countdown. Così Marione potrà bullarsi del risultato nella prossima trasferta asiatica.
 O mangiate questa minestra o saltate dalla finestra.
Evidentemente, la Fornero è convinta di parlare ancora dalla cattedra al ricevimento studenti.

«Noi proponiamo qualcosa e mi sono impegnata a che le risorse non vengano tolte dall’assistenza. Mi sembra che questo sia un buon impegno. Anzi avrei voluto sentire anche una piccola parola di apprezzamento per questo impegno, che vuol dire non togliere, non sottrarre risorse all’assistenza. Mi sembra una buona cosa. Ma non ho sentito neanche mezza parola di apprezzamento»

La ministra non spiega dove reperirà i fondi, per finanziare la riforma. Da pessima economista, si guarda bene dal fornire la copertura fiscale. Ma diamine! Ha dato la sua parola e mica vorrete metterla in dubbio?!? Firmate il contratto in bianco. E arriverà una paccata di soldi. Quanti e come non è dato saperlo. Un po’ come è avvenuto con la riforma delle pensioni: i risparmi dovevano servire a sostenere l’occupazione giovanile e consolidare la “solidarietà generazionale” (era da egoisti opporsi!)… Poi però i soldi sono andati a rifinanziare il fondo salva-banca e il pagamento degli interessi, alla faccia delle promesse originarie!
Ma la professoressa Fornero lamenta:

non ho sentito neanche una mezza parola di apprezzamento

Ehm.. signora Ministro?!?
Con licenza parlando….
Ma VAFFANCULO!!!

Per chi ha amato le serie animate dei robottoni giapponesi, questo artificiale ‘governo dei tecnici’ ricorda vagamente i Meganoidi [QUI] del mitico Daitarn 3.
In particolare, la strana coppia Monti-Fornero presenta inquietanti analogie con i due principali cattivoni della serie: Koros e Don Zauker.
 Koros, il glaciale comandante supremo dei meganoidi, che interpreta il volere dell’incomprensibile Don Zaucker e agisce per suo tramite.
Elsa Fornero, il ministro zelante che ci mette la faccia e porta avanti i piani segreti dell’imperscrutabile robo-Monti.
O, forse, più funzionale alla dimensione cibernetica del nuovo ministro allo smantellamento sociale, che rischia di far rimpiangere persino il suo predecessore Maurizio Sacconi e che è riuscito a stizzire persino il Gatto e la Volpe dei due sindacati gialli, è la figura del faraone. Per l’esattezza, la FARAONA.

«Ma io indurirò il cuore del faraone e moltiplicherò i miei segni e i miei prodigi nel paese d’Egitto. Il faraone non vi ascolterà e io porrò la mano contro l’Egitto e farò così uscire dal paese d’Egitto le mie schiere, il mio popolo degli Israeliti, con l’intervento di grandi castighi. Allora gli Egiziani sapranno che io sono il Signore, quando stenderò la mano contro l’Egitto e farò uscire di mezzo a loro gli Israeliti!»

  Esodo 7,4-5

E il Faraone, com’è noto, dovette piegare la sua intransigenza a più miti consigli, dopo lo scatenamento delle bibliche “dieci piaghe”.
Bisogna dire che, per una compagine governativa che ha in orrore e demonizza le tensioni sociali, il risultato di certe iniziative sembra abbastanza scontato…

 «Il popolo italiano non è ancora un branco di schiavi, non è materia morta. Ma non è neppure un popolo uso a libertà e di libertà geloso. Non è l’asino paziente, ma non è il leone incatenato. La rivolta non sarà morale. Sarà lo scoppio di un generale malcontento egoistico, di un’esasperazione di ventri vuoti.»

  Camillo Berneri
  (1929)

Fedelmente al nuovo corso liberale, dobbiamo attenderci le cannonate di un prossimo Bava Beccaris?

 Homepage

I Predatori dell’Industria perduta

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 30 novembre 2011 by Sendivogius

Come i vermi che formicolano su un cadavere consentono di stabilirne il grado di decomposizione, così la specie di avventurieri che riescono ad imporsi in un dato momento storico illuminano lo stadio di decadimento di una nazione.
Camillo Berneri (1934)

 Al netto delle glorie (passate) e delle infamie (presenti), l’Italia è innanzitutto terra di pupari.
Se l’istrione è la figura prevalente nella storia patria.. l’imbonitore adorato dalle masse.. l’idealtipo dominante in cui riversare le aspettative della propria mediocrità riflessa… a manovrare i fili della rappresentazione, e tessere la trama del gioco, sono i burattinai dietro i riflettori del palcoscenico. Si muovono discreti all’ombra dello statista di turno, di cui puntellano e sfruttano il potere momentaneo. Meglio conosciuti come “faccendieri”, perennemente in bilico tra politica e affari, sono i ‘signori delle referenze’, esperti in pubbliche relazioni a beneficio privato. E personale.
Nell’albo d’oro dei grandi tessitori meritano una menzione speciale l’onnipresente Gianni Letta, insieme all’intraprendente Luigi Bisignani.
Ai margini estremi della ragnatela penzolano invece il boccaccesco Valter Lavitola, il trasversale Piero Daccò, l’esuberante Lorenzo Cola… e tanti altri pesciolini di piccola taglia, ma non per questo meno famelici dei grossi squali nel mare magnum della finanza truccata.
A loro modo, sono gli eredi minori dell’eterno Licio Gelli, del curiale Umberto Ortolani, dell’immarcescibile Flavio Carboni (del quale ci siamo occupati QUI e QUI), del tetro Francesco Pazienza… Li accomuna e li contraddistingue una lettera, con un numero in progressione: P2..P3..P4…
E se le ambizioni politiche e i “piani di rinascita” sono evaporati, lasciando spazio unicamente agli ‘affari’, il modello insuperato resta comunque quello.
Gli effetti standard, ancor prima di quelli collaterali, sono generalmente pessimi.

LA DISCESA NEL MAELSTRÖM
Il gorgo oscuro nel quale è stata risucchiata FINMECCANICA, un tempo fiore all’occhiello delle partecipate pubbliche e sinonimo di eccellenza nell’industria tecnologica italiana, rappresenta la metafora di un Paese che sembra precipitato nell’abisso senza ritorno di una fogna senza fondo.
 Lo scandalo che sta scuotendo i vertici di Finmeccanica è lo specchio di un capitalismo malato (o semplicemente coerente con la sua intrinseca natura predatoria), ulteriormente esasperato dai vizi antichi del malcostume italico: familismo amorale e cooptazione clanica; spartizione clientelare degli incarichi; appetiti smisurati, uniti alle ambizioni ed all’avidità personale di certa dirigenza. A tutto ciò si aggiunga l’ingorda ingerenza dei partiti, che usano le partecipate pubbliche come uffici di collocamento politico e filiali di pronto cassa per il loro finanziamento illecito.
Quello che è stato denominato “Sistema Finmeccanica”, sembra in realtà costituire una prassi più che diffusa (e tollerata), nell’ambito dei grandi gruppi industriali per l’aggiudicazione delle pubbliche commesse. Ed in particolare per quelle corporation, che trattano le forniture di armamenti hi-tech.
Per piazzare determinati prodotti (e costosissimi giocattolini militari) è necessario “convincere” il potenziale acquirente interessato. Regalini, generose prebende, e cospicue offerte ad personam costituiscono ottimi argomenti per sbloccare certe trattative riservate… Ovviamente, richiedono sensibili esborsi in denaro (possibilmente non tracciabili) ed abili “intermediatori d’affari”, ai quali vengono erogate golose provvigioni per il disturbo e che siano in grado di gestire al meglio la transazione (e la dazione). Possibilmente con discrezione.
Per la bisogna, le holding in gara hanno bisogno di accantonare notevoli somme di denaro cash, alle quali poter attingere secondo necessità. Questa “liquidità finanziaria”, fondamentale per oliare la stipula dei contratti d’appalto (e ‘dopare’ le gare), è strutturata nella costituzione di “fondi” ad hoc. Naturalmente si tratta di rilevanti importi extra-contabili, cioè non registrati nei bilanci consolidati dell’azienda, o comunque camuffati sotto acquisizioni societarie.
La vulgata comune li chiama prosaicamente “fondi neri” e sono alla base delle operazioni di corruzione. Ma gli ‘addetti ai lavori’, come ogni professionista del crimine, vi diranno che si tratta semplicemente di “affari”.
Per accantonare le cifre necessarie alla costituzione di fondi neri, per la corruzione di funzionari pubblici o il pizzo da versare agli uomini politici, esistono una serie di sistemi collaudati: le false fatturazioni, con l’immancabile truffa sui rimborsi dei Crediti IVA; la compravendita fittizia di nuovi asset, più o meno strategici, e di aziende minori ad un prezzo di gran lunga maggiorato rispetto al valore reale. Il reperimento di risorse in nero può avvenire inoltre facendo lievitare il costo degli appalti (meglio se pubblici); oppure attraverso complicate triangolazioni dei pagamenti tramite società off shore. Il surplus viene accantonato e stornato su conti protetti, solitamente nei “paradisi fiscali”, per le pratiche occulte di persuasione.
Tuttavia, nel caso specifico di Finmeccanica è bene precisare che la pratica veniva esercitata attraverso canali diversi, senza intaccare l’affidabilità dei bilanci societari, agendo piuttosto sulla contabilità delle partecipate azionarie e delle aziende minori del gruppo, tramite la catena dei subappalti affidati prevalentemente a piccole società esterne. A queste ultime venivano assegnati lavori fittizi e mai realizzati; oppure venivano erogati importi nettamente superiori al prezzo del servizio prestato e attraverso l’emissione di false fatturazioni si provvedeva alla creazione delle provviste nere.
 Un sistema dove i rischi dell’intrapresa privata sono elusi dall’intervento statale nel ripianamento delle perdite, dove i margini di profitto e le opportunità di arricchimento personale sono altissime, dove la spregiudicatezza individuale può trasformarsi in un requisito di successo, attirerà inevitabilmente avventurieri della finanza e faccendieri senza scrupoli, intenzionati a ritagliarsi il loro spazio nel lucroso campo delle intermediazioni commerciali, tra i “consulenti” che gravitano nell’orbita della galassia Finmeccanica.
Al contempo, l’enorme flusso di denaro che circola nelle casse del corporate group non poteva non suscitare gli appetiti della nutrita pletora di parassiti e politicanti, che gravita attorno all’orbita dei partiti, tanto da trasformare l’azienda in una centrale di finanziamento occulto. La prassi è quella già collaudata ai tempi di Tangentopoli: commesse sub-appaltate ad aziende raccomandate da esponenti politici in cambio di tangenti; assunzioni di parenti e famigli con cariche direttive; la compravendita di poltrone e del sostegno politico a vertici aziendali; finanziamenti a correnti e fondazioni di partito…
Il problema è che Finmeccanica è anche un colosso dell’industria bellica al quale sono demandati settori strategici della Difesa nazionale.
Fintanto che produceva utili, bilanci in attivo, e buoni dividendi azionari, il “sistema Finmeccanica” è andato benissimo: tutti sapevano e tutti tolleravano. In fin dei conti, la concorrenza internazionale ha sempre giocato sporco, esercitando pressioni tutt’altro che lecite e di gran lunga peggiori. Gli scandali della Boeing, della Lockheed Martin, o dell’incredibile Halliburton (ma anche QUI), lo dimostrano fin troppo bene.
Tuttavia, l’aggravarsi della crisi economica e la conseguente contrazione degli appalti pubblici, oltre ad una lunga serie di scelte di investimento sbagliate, ha fatto implodere il “sistema” lasciando aperta una mostruosa voragine di debiti e perdita di quote di mercato. Tant’è che adesso l’azienda è costretta a (s)vendere i gioielli di famiglia, come nel caso della storica Ansaldo-Breda.

LA GIOSTRA DEI FONDI NERI
 Con bilanci sostanzialmente regolari, all’interno di Finmeccanica la costituzione dei fondi neri veniva in prevalenza affidata, per iniziativa di singoli manager del Gruppo, ai fornitori esterni delle società controllate. Tra le finalità, oltre al mero arricchimento personale, c’era la necessità di incrementare una liquidità supplementare, onde poter disporre di una riserva in contanti da versare al mondo politico, in cambio di protezioni e del rinnovo degli incarichi dirigenziali.
Il denaro accantonato grazie alle false fatturazioni e agli artifici contabili collegati al cash flow, veniva occultato tramite una serie di triangolazioni su conti bancari ciprioti e della Repubblica di San Marino, intestati a società di comodo lussemburghesi, e alfine rimesso in circolo (e nelle tasche) lungo i canali della corruzione.
Perno del sistema di corruzione sembra essere la Selex Sistemi Integrati: una costola di Finmeccanica, nata nel 2005 dalla fusione delle compartecipate dell’ALENIA, e amministrata dall’ing. Marina Grossi, che avrebbe ereditato la ‘pratica’ dal suo predecessore Paolo Prudente (ex direttore generale di Alenia). La spettrale signora torinese è altresì la moglie del 75enne Pierfrancesco Guarguaglini: ex amministratore delegato di Finmeccanica e presidente (dimissionario) del Gruppo, con i suoi 4.712.000 euro di stipendio all’anno. Attualmente, insieme alla moglie, è iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Roma, per frode fiscale, fatture false ed altri reati tributari.
La giostra dei “fondi neri” ruota attorno alle commesse fiduciarie e agli appalti che SELEX affida all’ENAV, tramite il collaudato sistema delle false fatturazioni a prezzi maggiorati.
Per rendere l’idea in sintesi di quali aziende stiamo parlando:

 ENAV è la società che fornisce il servizio nazionale di controllo e assistenza del traffico aereo civile. Ente interamente pubblico, e di fondamentale importanza, è controllato dai ministeri del Tesoro, delle Infrastrutture e Trasporti.
In considerazione delle responsabilità e delle delicate mansioni che la società svolge, nel 2009 è stato nominato presidente dell’ENAV Luigi MARTINI: ex calciatore della Lazio, con un diploma tecnico-professionale per l’artigianato, eletto deputato nelle fila di AN e famoso per il cumulo degli stipendi. Secondo la testimonianza dell’imprenditore Di Lernia, pare che l’on. Martini debba la sua nomina per l’assunzione all’Alitalia del figlio dell’ex ministro Altero Matteoli (AN-PdL): Martini faceva parte della commissione di esame.
Ma all’Enav, con ruoli di dirigenza lavorano pure Enzo Minzolini, fratello del direttorissimo raccomandatissimo al TG1 e il genero di Rocco Buttiglione. Prima di essere costretto alle dimissioni, l’amministratore delegato era un vecchio residuato democristiano, sul quale ritorneremo: Guido Pugliesi.
ENAV per la propria attività ha nelle sue disponibilità un patrimonio di impianti di supporto logistico e di infrastrutture tecnologiche altamente sofisticate, che richiedono una manutenzione ed una integrazione costante degli applicativi con l’impiego di nuovi software sempre aggiornati. Tutti servizi di supporto tecnico-informatico, sistemistica e manutenzione logistica, sono affidati ad una società controllata dell’Enav. Si tratta della TECHNO SKY srl, che nel sistema messo in piedi da Selex ed Enav ha un ruolo importante e un passato pesante… La “Techno-Sky” infatti non è altro che la vecchia “Vitrociset Sistemi” (sotto nuovo nome) di Camillo Crociani (già coinvolto nello scandalo Lockeed del 1976), acquistata da ENAV per 109 milioni di euro.

 SELEX Sistemi Integrati, come si può leggere sul sito ufficiale, è “la società di FINMECCANICA che progetta, realizza e commercializza tecnologie per l’Homeland Protection, sistemi e radar per la difesa aerea, la gestione del campo di battaglia, la difesa navale, la gestione del traffico aereo ed aeroportuale, la sorveglianza costiera e marittima. L’azienda, che occupa circa 4.200 dipendenti, vanta un’esperienza di cinquanta anni e una clientela in 150 Paesi”.

SELEX paga ENAV per ricevere appalti. ENAV affida con trattativa privata (non prevede gare) le commesse alla SELEX, che però non si occupa dei lavori direttamente ma li sub-appalta alla TecnoSky (che appartiene ad ENAV). Cioè affida i lavori all’azienda controllata dell’ENAV, che si occupa dei servizi di manutenzione, con evidente maggiorazione dei costi per il doppio appalto che invece poteva essere gestito direttamente all’interno della società stessa.
Tecno Sky a sua volta affida i lavori, con un nuovo sub-appalto, ad altre società esterne con un ulteriore rincaro dei costi. Si tratta di piccole società a responsabilità limitata, spesso e volentieri riconducibili a manager e consultant trading assai attivi all’interno di Finmeccanica; oppure vicine a personaggi politici e sostenute da singoli esponenti di partito.
Non di rado si tratta di società di comodo, senza alcuna specifica competenza di settore, che attraverso il rigonfiamento dei costi, false fatturazioni, bilanci truccati, e la sistematica evasione delle imposte, riescono a ritagliare profumate provvigioni al nero per manager compiacenti (e non solo), che si spartiscono la cresta sui pagamenti.
Capita che le società in questione ricevano perfino saldi anticipati per lavori in realtà mai realizzati e senza alcuna verifica su quelli invece effettuati.

PICCOLE IMPRESE PER GRANDI AFFARI
 Tra le aziende beneficiate dagli appalti agevolati e miracolate dagli affidamenti della TecnoSky-ENAV, la concorrenza è piuttosto affollata. Naturalmente, ognuna di queste società ha il suo referente in Finmeccanica ed il suo sponsor politico…
Tra le società più attive risulta esserci la ARCTRADE. L’azienda è direttamente riconducibile a Lorenzo Cola, uomo di fiducia della coppia Grossi-Guarguaglini e superconsulente di Finmeccanica. Lo stesso Cola si definisce “consulente globale” ed è attivo su tutti i fronti di vendita, gestendo commesse milionarie e, a tratti, condizionando la stessa politica industriale del gruppo Finmeccanica, con contatti negli ambienti militari e nei servizi segreti.
D’altra parte, a Lorenzo Cola è riconducibile anche la EDIL-COGIM che si aggiudica le opere per l’aeroporto di Lamezia Terme (5,3 milioni di euro).
La “ARC-Trade” invece, gestita ufficialmente dal commercialista Marco Iannilli (il sodale di Cola) e con appena 30 dipendenti, grazie agli appalti dell’Enav riesce a fatturare soltanto nel 2008 qualcosa come 24 milioni di euro.
Nella fattispecie, Iannilli avrebbe emesso fatture per un cifra di 800.000 euro a favore di “Selex” per una serie di lavori in realtà mai eseguiti, a partire dal riammodernamento dell’aeroporto del Qatar. E incassa importi  maggiorati per opere in quello di Palermo.
A tal proposito, è illuminante constatare come una “azienda leader” nello sviluppo s/w e nell’Information Technology abbia a tutt’oggi una pagina web ancora in allestimento, dove NON vengono riportati partenariati, clienti, competenze e certificazioni. Sarebbe interessante sapere con quali requisiti sia stata scelta…
 Particolarmente attiva è anche la PRINT SYSTEM (sistemi radar) di Tommaso Di Lernia, il grande accusatore, già arrestato nell’Aprile del 2006 insieme a Stefano Ricucci che aveva foraggiato per la scalata alla RCS. All’imprenditore Di Lernia, insieme a Lorenzo Cola, la Procura di Roma contesta un’evasione delle imposte per quasi 5 milioni di euro, avvalendosi di fatture relative ad operazioni inesistenti emesse nel 2009 dalle società cipriote “Antinaxt Trading Limited”, con sede a Nicosia, per un ammontare pari a 3.393.560 euro e dalla società “Esmako Limited” per un ammontare pari a 1.385.822,80 euro. Il pm Paolo Ielo gli contesta inoltre l’emissione di fatture relative a operazioni inesistenti annotate. Reato aggravato per essere stato commesso anche al fine di realizzare le provviste per l’erogazione di utilità a pubblici ufficiali e incaricati di pubblico servizio per il compimento di atti contrari ai doveri del loro ufficio.
Per sottolineare quanto sia stretto il legame che unisce la “Print System” con “Enav” e la Difesa, sarà il caso di ricordare Bruno Nieddu, generale (in pensione) della GdF, ex presidente di ENAV e  concreti interessi nella società del Di Lernia.

ARC Trade e PRINT SYSTEM sono sponsorizzate direttamente da Marina Grossi (amministratrice della “Selex”), che d’altronde affida al fratello Giorgio, pare con assegnazione diretta, la ristrutturazione di alcuni fabbricati dell’aeroporto romano di Fiumicino, al costo di 2 milioni di euro.
AICOM (engineering system), SIMAV (sistemi di manutenzione avanzati), RENCO S.p.A. godono invece dell’interessamento di Lorenzo Borgogni, (ex) responsabile delle relazioni esterne di Finmeccanica, che per il disturbo intasca cospicui fuori-busta per svariate centinaia di migliaia di euro. Per esempio, si fa liquidare dalla SIMAV la modica cifra di 1.250.000 euro in “consulenze” e studi gestionali affidati alla “SGI Consulting”: una società fondata insieme a Luigi Martini (il presidente post-fascista di ENAV e gentile signora), al quale viene rigirato il medesimo importo. Due milioni e mezzo di euro ad ufo.
Almeno questo è quanto scaturisce dalle testimonianze incrociate, messe a verbale, dell’accoppiata Iannilli-Cola e Di Lernia.

Lo strano caso della OPTIMATICA
OPTIMATICA S.p.A. è un altra delle società fornitrici della SELEX. Specializzata in knowledge management (processi gestionali), “Optimatica” vanta tra i suoi clienti primari: ENAV, INAIL e il Dipartimento per la Funzione Pubblica, ma anche le informatiche IBM e Symtec, insieme alla società di revisioni “Accenture”.
Nell’ambito degli appalti Enav-Selex, la società si è assicurata la gestione degli archivi informatici per la modesta somma di 9.900.000 euro (il tetto limite dell’appalto era dieci milioni). Una cifra assolutamente fuori mercato.
Soprattutto, l’Optimatica è una società nelle grazie degli ex-AN… nella fattispecie: Luigi Martini (ENAV) e Altero Matteoli (ex ministro ai Trasporti) al quale, secondo la testimonianza di Tommaso Di Lernia, “Optomatica” eroga finanziamenti per la sua fondazione.

e della ELSAG-DATAMAT
Da notare che tra i clienti di rilievo della “Optimatica” c’è anche l’ELSAG, a cui nel 2007 si aggiunge DATAMAT, e infine confluita in SELEX.
L’ELSAG-DATAMAT, azienda d’eccellenza, entra agli onori delle cronache in occasione della “Louis Vuitton Cup” del 2009. I manager della società sono sospettati di turbativa d’asta e corruzione in merito ai lavori di ampliamento e ristrutturazione del porto di Trapani, interessato dalla competizione velistica. Si tratta di Francesco Subbioni, responsabile della divisione Servizi, e Carlo Gualdaroni, direttore generale di ELSAG. Entrambi suscitano le attenzioni della Direzione Investigativa Anti-mafia. Nella vicenda risultano coinvolti pure il senatore (PdL) Antonio D’Alì, ex sottosegretario agli Interni, attualmente indagato dalla Procura di Palermo per “concorso esterno in associazione mafiosa”, e Valerio Valenti, viceprefetto di Trapani, che secondo gli inquirenti avrebbero discusso col direttore Gualdaroni i termini dell’accordo per assicurarsi l’appalto.

IL JOLLY DELLE CONSULENZE D’ORO
 Nell’ambito di un sistema consolidato, le operazioni più complesse insieme alle più delicate trattative commerciali sono spesso affidate ad una serie di “consulenti” specializzati.
Lorenzo COLA è il jolly spiccia-faccende nel mazzo truccato delle carte Finmeccanica; dopo un esordio professionale alla “Ernst & Young”, è il pontiere dei grandi appalti, in grado di condizionare le stesse scelte strategiche del Gruppo in ambito internazionale. Lui stesso si definisce un “consulente globale” di Finmeccanica. È l’ombra nera di Guarguaglini ed è anche uno dei grandi accusatori insieme a Tommaso Di Lernia.
Di Cola si sa pochissimo, ma i suoi hobby sono diventati famosi: le auto da corsa (gli piace correre in F3); la raccolta di cimeli nazisti che sembra andare oltre la passione collezionistica, visto che le svatische le porta tatuate direttamente addosso.
Lorenzo Cola imbocca in Finmeccanica nel 2005, poco più che quarantenne, su raccomandazione di Luca Danese (nipote di Giulio Andreotti) che lo presenta a Paolo Prudente, all’epoca capo dell’Alenia (poi Selex). Da quel momento, la carriera di Cola si fa strepitosa…
Come presidente della COGIM piazza prefrabbricati di uso militare, per conto del Ministero della Difesa, in Iraq e Afghanistan e Bosnia per il contingente italiano.
Come super-consulente di Guarguaglini, nel 2008 Lorenzo Cola cura l’acquisizione per conto di Finmeccanica della DRS Technologies: colosso statunitense degli armamenti. Costo dell’operazione: 5,2 miliardi di dollari (3,3 miliardi di euro). Per Cola la provvigione ammonta a 8 milioni di euro.
L’acquisto, gestito dalla banca d’affari Lehman Brothers (vi ricorda niente?), assicura a Finmeccanica l’accesso alle forniture del Pentagono (DRS produce i caccia F-16 e gli elicotteri d’attacco Apache). Ed è anche il motivo per cui ci ritroviamo sul groppone gli inutilissimi 131 cacciabombardieri, per il trasporto intercontinentale di testate atomiche, F-35 JSF (joint strike fighter), al mostruoso costo di 13 miliardi di euro e a discapito del più versatile (ed economico) Eurofighter, prodotto dal consorzio europeo per l’EFA (European Fighter Aircraft).
Ad anticipare la quasi totalità dei soldi (3,2 miliardi di euro), necessari a comprare la DRS, ci pensano le banche: Intesa-SanPaolo, Unicredit, e (per gli amanti della cospirazione globale) l’immancabile Goldman Sachs. Come copertura del credito, Finmeccanica offre in garanzia l’ANSALDO… Peccato che con la riduzione delle spese militari ed il disimpegno USA in Iraq, l’acquisto della DRS si stia rivelando un pessimo affare. Per questo ora Finmeccanica pianifica di spacchettare l’Ansaldo e vendere la Breda a copertura dei debiti contratti con le banche.
 Lorenzo Cola è anche il fautore delle trattative coi libici di Gheddafi, per le forniture di sistemi d’arma ed alta tecnologia al deposto regime del rais, per un valore di 150 milioni di euro. Nel ruolo di super-consulente, nel 2008 Cola partecipa anche all’acquisizione di quote Finmeccanica (il 5%) da parte dei fondi sovrani libici. Operazione che suscita parecchie perplessità e l’aperta ostilità dell’ex ministro Tremonti. Grande artefice dell’operazione (ça va sans dire): Gianni Letta.
Per conto dell’Ansaldo, cura invece le forniture per la costruzione di “centrali” (nucleari?) in Iran.
Al contempo, il Lorenzo Cola conosce e olia il “sistema”, gioca in proprio con sue società di comodo, cura la rete di appalti gonfiati e relazioni interessate, che garantiscono a lui ed ai manager corrotti profitti stratosferici. Il gioco funziona, finché non punta sul cavallo sbagliato…

L’Affare DIGINT
La nemesi di Lorenzo Cola si chiama DIGINT.
La società, che dovrebbe occuparsi di sicurezza digitale, è una creazione di Lorenzo Cola e Marco Iannilli, che la usano per pompare soldi dalle commesse gonfiate di Selex e Finmeccanica.
Sostanzialmente, la DIGINT è una scatola vuota, utile però per movimentare e ripulire fondi neri all’estero. Nell’affare, Cola e Iannilli, coinvolgono pure Gennaro Mokbel, faccendiere capitolino e noto fascistone border-line che su Cola ha le idee chiarissime:

«Lorenzo, che è uno psicopatico, pare uno psicopatico… ma per farvi capire: diciamo che è il primo consigliere di Guarguaglini»

Di Mokbel, dei suoi sodali, e dell’utile idiota fatto eleggere senatore (con la gentile intercessione della ‘Ndrangheta) per tutelare gli interessi della banda, avevamo parlato in dettaglio QUI.
La DIGINT diventa quindi una società controllata al 51% dalla Finmeccanica Group Services ed al 49% dalla Financial Lincoln. Quest’ultima è una società anonima lussemburghese, appositamente registrata nel 2006 dalla banda Mokbel. La partecipazione all’affate richiede un investimento di 8,3 milioni di euro per l’acquisto delle quote societarie, con l’intenzione di creare una joint-venture per infilarsi negli appalti di Finmeccanica.
Gli intrallazzi che intanto Mokbel va combinando a Roma ed in giro per l’Europa, catturano l’attenzione del ROS dei Carabinieri che in tal modo scoprono anche la truffa in atto alla DIGINT e scoperchiano il “sistema” in vigore a Finmeccanica, determinando le dimissioni di Renzo Meschini (ex amm. della Finmeccanica Group Services)
Lorenzo Cola viene arrestato l’8 Luglio 2011 per riciclaggio aggravato, truffa, false fatturazioni. E da quel momento inizia a parlare…

IL GRANDE DISPENSIERE
 L’altro grande “pentito” di tutta la faccenda è Tommaso DI LERNIA (Roma, 12/08/1963): il procacciatore di appalti e mazzette, che insieme a Lorenzo Cola dispensa poi al mondo politico in cambio di benevolenza.
Soprannominato il “cow-boy”, a causa della sue passione per gli stivaletti da ranchero che sembra non togliere mai, Di Lernia è il gola profonda dello scandalo Finmeccanica. Con una semplice licenza media per titolo di studio, ufficialmente Di Lernia è il “direttore tecnico” della PRINT SYSTEM, ma controlla anche la EUROCOS e la FINED: altre s.r.l. nel giro Enav-Selex.
In ENAV l’intraprendete Di Lernia ci entra intorno al 2005 grazie ai buoni uffici dell’amministratore e gen. Bruno NIEDDU, che in cambio si fa regalare un paio di appartamenti e un appannaggio da 300.000 euro (naturalmente a sua insaputa). Il colonnello Tavano è colui che invece gli presenta personalmente Lorenzo Cola. È interessante notare l’intreccio di relazioni tra alti ufficiali della Guardia di Finanza e Tommaso Di Lernia, che ha tra l’altro addebiti penali pendenti per favoreggiamento ed omicidio colposo.
Di Lernia paga a Cola fatture per consulenze in realtà mai avvenute, emesse a nome della “Antinaxt Trading Limited” e della “Esmako Limited” di Cipro. Quindi, rigira la plusvalenza ritagliata illegalmente e al nero su conti lussemburghesi e ciprioti.
La SELEX S.I. di Marina Grossi avrebbe sopraffatturato i costi dei lavori sub-appaltati ad un consorzio tra la Print System e la RENCO, per conto ENAV. La Print System avrebbe a sua volta sovra-fatturato a favore di società cipriote di copertura, in modo da realizzare la provvista necessaria a pagare le intermediazioni di Lorenzo Cola.

«Cola mi diceva che la Grossi era perfettamente al corrente del pagamento delle tangenti verso Enav, mentre nulla mi diceva circa il ruolo di Guarguaglini.
Similmente Fiore [Manlio Fiore: direttore tecnico di Selex. N.d.r] mi diceva di agire per conto della Grossi, la quale sapeva dei pagamenti. Peraltro ogni volta che mi recavo da Fiore egli prendeva appunti su in foglietto, andava a riferire credo alla Grossi, e poi tornava con le direttive.»

 Tribunale di Roma
 Verbale di interrogatorio del 25/05/11

Dall’interrogatorio di Tommaso Di Lernia, i magistrati della procura romana (Capaldo e Ielo) traggono le loro conclusioni:

«ln accordo con Lorenzo Cola, Letizia Colucci (direttore generale) e Manlio Fiore (direttore e responsabile tecnico), al fine di consentire ad Enav l’evasione delle imposte dirette, emetteva, nel 2009, fatture relative a operazioni in tutto o in parte inesistenti per un valore non inferiore a 10 milioni di euro. […] In accordo con Cola, Colucci, Fiore, al fine di evadere le imposte dirette e indirette e avvalendosi di fatture relative a operazioni in tutto o in parte inesistenti, indicava nella dichiarazione dei redditi Selex in relazione agli anni 2008-2009, elementi passivi fittizi».

 Nato a Istanbul nel 1957, Manlio FIORE è il responsabile commerciale di SELEX Sistemi Integrati e braccio destro dell’ad Marina Grossi per conto della quale cura la direzione tecnica. Del suo ruolo abbiamo già detto. Ma a destare l’attenzione dei Carabinieri e determinare il suo arresto, più dei giri di mazzette hanno contribuito le sue passioni inconfessabili. Sfrugugliando nel pc del manager della “Selex” in cerca di documenti, i Carabinieri del ROS hanno trovato qualcos’altro: centinaia di immagini e filmini pedo-pornografici. Pare infatti che il bravo dirigente di Finmeccanica faccia parte di una rete internazionale di pedofili, coi quali si scambiava la fruttuosa corrispondenza.
Le dichiarazioni che Di Lernia rende all’Autorità giudiziaria costituiscono invece l’antipasto di un’immane abbuffata, che sembra non risparmiare nessuno e coinvolge naturalmente il famelico mondo della “Politica”…

L’Amico MILANESE
 Marco Milanese, ex ufficiale della GdF e braccio destro di Giulio Tremonti all’Economia, meriterebbe una trattazione a parte, rispetto a questo articolo già over-size. Infatti sarà il caso di tornare sul personaggio in altra occasione.
In questa circostanza, basti ricordare che anche lui entra in gioco con la faccenda Finmeccanica. E lo fa arrivando in “barca”…

«…è una storia che gira intorno ad un magnifico yacht, un “Dolphin 64” di 20 metri della Mochi Craft, che Milanese possiede ma non è in grado di pagare. Del quale, come gli accade con le fuoriserie che cambia con la frequenza delle scarpe (Bentley, Ferrari, Aston Martin), decide dunque di liberarsi, accollandone però il costo ad altri e per giunta facendoci sopra una bella “cresta” da 224 mila euro.
Anche perché, ha gioco facile nel farlo, visto che, come uno sciame d’api sul miele, gli corre in soccorso una variopinta comitiva di giro, che della sua benevolenza e del suo potere di interferenza sulle società a partecipazione pubblica ha bisogno come l’aria. Un manager che orbita nella destra sociale di Alemanno e questua una nomina in una società controllata da Enav [si tratta di Fabrizia Testa, già consigliere nel CdA di ENAV e dirigente della Techno-Sky]; due “imprenditori” rotti al giochino delle sovrafatturazioni, delle provviste nere e inseriti stabilmente nel Sistema degli appalti Enav (Di Lernia e il suo factotutm De Cesare), un’eminenza grigia di “Finmeccanica” che chiamano “il generale” (Cola).
Lo yacht, dunque. Milanese lo acquista di seconda mano nel giugno 2009, accollandosi dal vecchio proprietario un leasing di 1 milione e 97 mila euro. E’ un giocattolo che, solo di rata mensile, costa dunque 20 mila euro. E che l’ex ufficiale della Finanza, che in carriera ha collezionato encomi come figurine, non ha, o non ha intenzione di spendere. Per la barca, infatti, dalle tasche dello “scapocchione fortunato” (così lo chiama Paolo Viscione, imprenditore cui munge nel tempo “una milionata” di euro in regalie e contanti) escono solo 1.200 euro, il costo della pratica di cessione del leasing. Non paga le rate, infatti. Accumula interessi di mora. E finisce con il bordeggiare sul “Dolphin” una sola estate. Finché, a dicembre 2009, segnala a Viscione di “trovarsi in imbarazzo”. Insomma, dice ai pm, l’imprenditore, “mi voleva rifilare la barca”. E’ troppo anche per lui

  Carlo Bonini
La Repubblica (09/11/11)
Articolo integrale QUI

Alla fine di una lunga trafila, ‘sta benedetta barca viene appioppata al solito Tommaso Di Lernia, che in cambio del ‘favore’ spera di ricavare “crediti” di benevolenza, da spendere in Enav-Finmeccanica…

«Il “Dolphin” viene quindi acquistato a cifre da capestro. Il valore non supera i 700 mila euro, ma Milanese lo piazza a 1 milione e mezzo. Una cifra in cui c’è il valore residuo del leasing, caricato dagli interessi di mora (1 milione 318 mila e 500 euro) per le rate scadute (220 mila euro) che Milanese non ha mai pagato e che pure Di Lernia, al momento del contratto, gli ha anticipato in contanti.»

Davvero un ottimo affare.

POLITICANTI ALL’ARREMBAGGIO
 Se Finmeccanica può vantare tra i suoi ranghi una nutrita pletora di politicanti in disarmo, nipoti e figli di parlamentari (per esempio Marco Forlani, figlio del più famoso Arnaldo), generali da ricollocare, e mogli dei vari “Lei non sa chi sono io”, con una provenienza in prevalenza democristiana, è l’ENAV in quanto “ente pubblico” ad essere il dispensiere di poltrone per i partiti. La “Società Nazionale per il Volo” si è alfine trasformata da ente di controllo a feudo impestato di politicanti. Alla munifica greppia dell’ENAV mangiano un po’ tutti, ma a spartirsi il grosso delle cariche sono soprattutto l’UDC e le varie correnti della ex Alleanza Nazionale, confluita armi e camicie nere nel PdL berlusconiano.
Per esempio, in Enav sono imboccati tra i tanti: Antonino Vecchio Domanti, ex direttore servizio finanze ENAV, e organico all’UDC; Giovanni Federico Gamaleri, figlio di Giulio ex parlamentare democristiano ed ex consigliere RAI; Carlos Salazar, imparentato con Rocco Buttiglione… Invece, del presidente Mancini e del Minzolini fratello abbiamo già ricordato.
A supervisionare gli ingressi e favorire le candidature ai vertici provvede come sempre il serafico (e grande sponsor di Guarguaglini) Gianni Letta: il gran ciambellano di Re Pompetta.

 Guido PUGLIESI è (stato) amministratore delegato di ENAV, nominato nel 2003 dopo l’azzeramento dei vertici a seguito della strage all’aeroporto di Milano-Linate.
Così lo descrive Alberto Statera sulle pagine de La Repubblica del 21/11/2011:

«Mini-boiardo non dei più autorevoli, superstite della Prima Repubblica proprio perché piccolo e non troppo astuto, sopravvissuto così al cambio di regime che ha catapultato in prima fila gli scarti del cinquantennio democristiano. Tra quelli ancora benvoluti da Luigi Bisignani e da Marco Milanese, businessmen delle nomine dei manager pubblici, purché malleabili, ubbidienti e generalmente di poche pretese. Questo Pugliesi nella Prima Repubblica portava la borsa a suo cognato Paolo Benzoni, amministratore della SIP. Vistosi perduto dopo Tangentopoli e all’albore del berlusconismo, si buttò – pensate – con Storace, che lo mise a dirigere l’ospedale San Camillo di Roma. Dai telefoni ai cateteri, per la serie: vinca la competenza. Poi, con l’UdC passato all’opposizione, Pugliesi, che pare non trascurasse di consultare il sempiterno luciferino Andreotti, trovò più naturali spazi nel risorgente centrismo. Spazi che andavano congruamente retribuiti per sperare di mantenere il posto. Con i contanti. Old style diccì.
Ma Pugliesi, testimone e pronubo della valigetta di banconote al partito di Casini, con la vecchia tecnica della mazzetta ormai sostituita dall´appartamento acquistato “ad insaputa” e dalla barca venduta al doppio del suo valore o all’affitto di seimila euro saldato in contanti dall’amico fatto onorevole, è poco più che una comparsa nel sistema di corruzione che ha fatto di Finmeccanica, che con l’ENI è il più grande gruppo pubblico d’Italia, la sentina del berlusconismo arrembante, fatto di ex fascisti affamati da decenni di potere e denaro, di ex democristiani ed ex socialisti in cerca di consulenze e di ricollocazione sotto il nuovo ombrello, generoso soprattutto con faccendieri, truffatori, lenoni e ricattatori. I personaggi che “Cesare” tratta con più disinvoltura.»

 “Gli eterni vizi dei boiardi”
Alberto StateraLa Repubblica (21/11/11)

Forte della sua esperienza alla Sanità del Lazio, ai tempi della giunta di Francesco Storace (il fascista verace che ha lasciato in eredità alla regione una voragine da 9,5 miliardi di deficit), dalla direzione dell’Ospedale San Camillo-Forlanini di Roma, Pugliesi si porta appresso altri due dirigenti: Luigi Trapazzo e Raffaello Rizzo, cha da Di Lernia si fa dare 90.000 euro per l’acquisto di un monolocale e poi altri 50.000 euro per assegnare lavori in Enav alle imprese amiche.

«Il ruolo di Rizzo era quello di favorire le imprese che erogavano finanziamenti all’UDC e alla frangia romana riconducibile all’attuale sindaco di Alleanza Nazionale [ovvero, Gianni Alemanno! n.d.r].
Sostanzialmente tali imprese portavano finanziamenti all’UDC alle feste di partito a fare delle donazioni.
Per contro, i finanziamenti agli uomini di AN avvenivano direttamente nell’ufficio di Pugliesi dove gli imprenditori portavano le somme di denaro che Pugliesi dava ad AN.
Ricordo anche che in un’occasione, in relazione ai lavori effettuati a Venezia, vennero assegnati lavori a una società che si chiamava “Costruzioni e Servizi” vicino a Marco Follini, all’epoca vice-presidente del Consiglio.»

 Tribunale di Roma
Verbale del 27/06/11

Guido Pugliesi invece si fa pagare 206.000 euro (02/02/2010) per i suoi buoni offici.
In sostanza, stando alle ricostruzioni probatorie, Pugliesi si fa versare i soldi da Cola e Di Lernia; ne trattiene una parte a titolo personale e rigira il resto alle casse dei partiti in lizza.

“Io C’entro”: Oboli all’UDC
 Tra i reati contestati a Guido Pugliesi c’è anche l’accusa di illecito finanziamento in relazione ad una presunta tangente da 200 mila euro versata dall’imprenditore Tommaso Di Lernia, titolare della Print System, al segretario amministrativo e tesoriere dell’UDC, il deputato Giuseppe Naro (che ha sempre negato ogni responsabilità), e che Di Lernia avrebbe consegnato personalmente alla sede romana del partito nel Marzo 2010.
Altri soldi all’UDC sarebbero arrivati tramite il commercialista Franco BONFERRONI (classe 1938), ex senatore democristiano e componente del CdA di Finmeccanica, che nel 2008 si fa girare da Lorenzo Cola circa 350.000 euro. Sarà forse il caso di ricordare che Bonferroni, originario di Reggio Emilia, sottosegretario all’Industria e Commercio estero nel VI e VII Governo Andreotti dal 1989 al 1992, risultava già implicato nel crac finanziario della PARMALAT di Callisto Tanzi: l’ex senatore democristiano si era fatto liquidare profumate “commissioni” dal ragioniere Fausto Tonna (ex direttore finanziario di Parmalat), per una serie di catastrofici investimenti in Indocina.

Oro al Partito degli Honestiores
Tra i beneficiati dalle oblazioni di Guido Pugliesi, in munifico manager di Enav, pare ci sia anche una assidua conoscenza delle cronache giudiziarie l’on. Aldo BRANCHER (deputato, naturalmente, PdL), che dal Di Lernia si sarebbe fatto finanziarie le sue “Officine della libertà”.

 Ilario FLORESTA (Milano, 1941) è un altro dei politici a libro paga: già parlamentare di Forza Italia e sottosegretario al Bilancio nel primo governo Berlusconi, nonché consigliere d’amministrazione in ENAV dal Luglio 2009, vanta come formazione un diploma da perito tecnico-industriale.
Dal commercialista Iannilli (per conto della “ArcTrade”), Floresta si fa passare un mensile supplementare di 15.000 euro; quindi si fa anticipare circa 300.000 euro a titolo di compromesso per l’acquisto di una villa a Sharm El Sheik in Egitto, senza che la compravendita vada mai in porto. Ma l’ex deputato pare insaziabile, visto che verrà a pretendere da Di Lernia il pagamento di tangenti per 500.000 euro.
Sia Pugliesi che Floresta sollecitano pagamenti anche dalle società che subappaltano da Selex le opere commissionate da Enav e riconducibili a Lorenzo Borgogni…

 Lorenzo BORGOGNI (Siena, 1952) è stato l’ombra di Pierfrancesco Guarguaglini, che lo ha voluto alla direzione delle relazioni esterne di Finmeccanica nel 2002.
Borgogni è un altro mazziere addetto allo smistamento tangenti: incassa dai fornitori, trattiene per sé, e rigira il resto ai politici. Come dichiara Lorenzo Cola ai magistrati:

«Il suo lavoro era quello di tenere i contatti con i politici che avevano i rapporti con le società del Gruppo. Da un lato, Borgogni era informato, attraverso i suoi collaboratori, dei politici che chiedevano un colloquio con responsabili vari delle società e, dall’altro, egli stesso li indirizzava a questa o a quell’altra società, a seconda della loro esigenza. Borgogni era a conoscenza, fin da epoca remota, del sistema di pagamento delle tangenti da parte dei fornitori di “Selex Sistemi Integrati”. Lui stesso era beneficiario di una parte di queste tangenti. So questo con certezza perché in moltissime occasioni mi è accaduto di parlarne con lui

Con questo sistema, dal 2006 al 2011, accumula un patrimonio in nero di 7 milioni di euro, ad integrazione del magro stipendio che percepisce come manager pubblico in Finmeccanica: le sue dichiarazioni annuali dei redditi vanno da 1,2 milioni di euro del 2007, a 1,7 milioni nel 2010.
La “ArcTrade” di Cola e Marco Iannilli è il suo bancomat personale: 550.000 euro e altri contributi che il manager chiama “zucchine”.
Tuttavia, Lorenzo Borgogni attinge anche altrove: AUXILIUM (150.000 euro); SIMAV (2 milioni di euro, in cambio dell’interessamento per la cessione di quote societarie, che si spartisce con Luigi Mancini); Consorzio ANCV (1,5 milioni di euro nel 2000); ITALBROKER (2 milioni, in cambio del mantenimento della copertura assicurativa che aveva in Finmeccanica); CREDSEC (2 milioni, per l’acquisto da FinGroup di due immobili industriali).
Il frutto di tanto onesto lavoro viene trasferito su conti esteri. Poi grazie allo “scudo fiscale” di Giulio Tremonti, nel 2010 fa rientrare in Italia 5 milioni e 600 mila euro (per altro a nome della moglie) e, tallonato dagli inquirenti, si presenta dai magistrati per chiarire che i soldi li ha “guadagnati in modo lecito”, tramite le sue esose mediazioni.
Ma Borgogni è pure un ragazzone diligente, che svolge bene i suoi compitini. Infatti, annota tutto onde poter stabilire un prezzario per il mercato delle nomine politiche ai vertici della holding Finmeccanica, con l’assunzione di amici e parenti:

«Squillace è espressione del ministro La Russa, il consigliere Galli della Lega, mentre per lo Sviluppo Economico e Scajola, il riferimento è stato Alberti […] Ricordo, ad esempio che la Lega, a mezzo Giorgetti, chiese che un posto fosse senz’altro riservato a quel partito in Ansaldo Energia. Che il nominativo di Adolfo Vittorio per Elsag-Datamat me lo diede Gianni Letta per conto di Carlo Giovanardi e che poi mi chiamò in prima persona.»

 Tribunale di Roma
Dichiarazioni spontanee di Borgogni
Verbale del 11/01/2011

Soprattutto, Borgogni si vanta di aver ottenuto direttamente da Silvio Berlusconi la nomina di Giuseppe Orsi: nuovo amministratore delegato di Finmeccanica, in quota Lega Nord, che si fa subito interprete della strategia padana… Svuotare il Sud delle sue realtà economiche e industriali, chiudendo gli impianti e trasferendo la produzione al Nord. Esattamente come avveniva ai tempi dei Savoia, ma con l’intento neanche troppo segreto di creare nuove clientele assistite e concentrare le risorse in ‘padania’, prima dell’impossibile secessione. È divertente notare che gran parte dei personaggi coinvolti nel gigantesco scandalo Finmeccanica, provengano dal “Nord operoso che lavora”. Notoriamente, a sud di Perugia si campa di rendita e gli zecchini d’oro crescono copiosi sugli alberi.

Daniela..Giampi..Valterino & Co.
 Tra i beneficiati dei fondi Finmeccanica erogati dal bravo Borgogni, compare anche la scoppiettante Daniela Santanché: la pasionaria fascista, così attiva al governo senza mai essere stata eletta dall’abusato “popolo sovrano”…

«Nell’inverno del 2009 partecipai a una cena a dove c’erano l’onorevole Alfonso Papa, Luigi Bisignani, Daniela Santanchè e Galbusera. Nell’occasione Bisignani mi chiese di aiutare la Santanchè, che non era stata rieletta, con la sua agenzia pubblicitaria Visibilia che gestiva la raccolta per “Il Giornale”, “Libero”, “il Riformista”, e di dare un contributo attraverso contratti che Finmeccanica ha con varie testate. Dopo qualche giorno lei mandò un collaboratore a parlare con il mio responsabile della comunicazione per rendere concreto l’aiuto. Successivamente lei mi chiamò lamentandosi degli importi stanziati e disse che era un po’ ridicolo.»

In pratica, la Santanché si occupa della raccolta pubblicitaria e pensa bene di battere cassa a Finmeccanica, grazie alle sue entrature politiche, salvo poi lamentarsi dell’esiguità dei contributi: solo 350.000 euro (di soldi pubblici) nel biennio 2009-2011. Una vera miseria!

Ma Lorenzo Borgogni, per conto di Finmeccanica, segue anche gli investimenti panamensi di un nuovo potenziale “consulente” fortemente raccomandato dal papi nazionale… Si tratta di Valter Lavitola, ex direttore del quotidiano “L’Avanti!” (un tempo glorioso giornale socialista e ora ridotto a imbarazzante larva assistita a spese pubbliche), attualmente latitante, assurto agli onori delle cronache per la famosa telenovela estiva sulla casa del cognato di Fini a Montecarlo, la scoperta dell’isola del tesoro nascosto (Santa Lucia), e gli intrallazzi insieme al lenone ufficiale (e cornuto) di Palazzo: Giampiero Tarantini.
Lavitola è interessato agli appalti per la “security” del Canale di Panama e riesce perfino a trovare una sponda nel (ex) direttore commerciale di Finmeccanica: Paolo Pozzessere, che sul campo sudamericano vanta anche altre preziose risorse…
 Tra gli altri consulenti di punta in America latina, resta sicuramente indimenticabile Debbie Castaneda, soubrette colombiana e grande amica dello statista di Arcore, che si vede sottrarre la provvigione di 6 milioni di euro per un appalto Finmeccanica, da Alessandro Agag (genero dell’ex premier spagnolo Aznar), e per questo va a piangere direttamente da papi Silvio.
Sulle specializzazioni professionali ed i requisiti tecnici della Castaneda non possono sussistere dubbi, come appare evidente dal suo C/V:

«Dopo essere stata eletta Miss Colombia nel 1996, Debbie si è dedicata per tre anni agli studi universitari, conseguendo una Laurea in Pubblicita’ e Marketing con il massimo dei voti in USA. Tra i suoi hobby il canto e il disegno (ha conseguito un master in disegno grafico). Ama molto gli sport, e in particolare, nuoto e jogging.
Dopo aver recitato in vari serial televisivi e telenovelas nel suo paese, Debbie partecipa nel 2000 al film di Oliver Stone “Ogni maledetta domenica”. Nello stesso anno approda in Italia ed esordisce in tv su Italia1 con la trasmissione “Tribe Generation”, mentre nel 2001 è una delle top model della trasmissione di Canale 5 “Italiani”. Dal 28 settembre 2003 al 6 gennaio 2004 Debbie ha fatto parte del cast della trasmissione di Giorgio Panariello “Torno sabato… e tre” trasmesso su Raiuno. Di recente Debbie ha anche partecipato al film di Guy Ferland “Dirty Dancing 2: Havana Night”, che uscirà nelle sale americane nel Maggio del 2004.»

L’approccio usato invece da Giampi Tarantini, per accedere ai salotti buoni di Finmeccanica, è noto e resta inconfondibile… Si presenta infatti col solito codazzo di troie, da piazzare nel letto del potente di turno a cui elemosinare favori.
 Il suo aggancio si chiama Salvatore METRANGOLO, consigliere di amministrazione della SEICOS, società che progetta e gestisce reti integrate di comunicazioni, e presidente della SSI (Sistemi Software Integrati). Entrambe società del gruppo Finmeccanica:

«Salvatore Metrangolo, per gli amici Rino. Nato a Guagnano vicino Lecce, commerciante di moto e ciclomotori, “Rino” è non solo procuratore generale della SELEX Service e della SEICOS, ma anche presidente del cda della Space Software Italia, società controllata dalla ELSAG. E’ un fatto che a gennaio 2009 il manager sia stato registrato da una cimice della Guardia di finanza nel privé dell’Hotel De Russie a Roma, mentre insieme a Tarantini, l’amico Enrico Intini, la Cosentino (ex direttore ASL di Bari) e l’imprenditore Cosimo Catalano discute animatamente su un bando da una cinquantina di milioni di euro per alcuni servizi da gestire negli ospedali regionali.»

 Gianluca di Feo ed Emiliano Fittipaldi
L’Espresso (04/06/2010)

Tra i principali referenti politici di Metrangolo, c’è il deputato PdL Alfonso Papa (attualmente ospite delle patrie galere). È un cerchio che non si chiude…

Se il berlusconismo ha un primato, è quello di aver condensato in meno di un ventennio gli scandali e le porcherie (trasmutate in farsa scollacciata) che l’Italia unita non era riuscita a cumulare, nonostante l’impegno, in tutti i suoi 130 anni precedenti la “discesa in campo” dell’Unto..!

 Homepage

L’Eterno Ritorno

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 novembre 2011 by Sendivogius

Se è vero che la Storia si ripete sempre due volte, non è detto che rispetti necessariamente le modalità dell’alternanza tra la “tragedia” e la “farsa”…
L’indicibile bubbone purulento in cui sembra precipitata Finmeccanica, da modello di eccellenza a collettore politico del parassitismo clientelare, ricorda per dinamiche e somiglianze l’immane scandalo che coinvolse l’Enimont al principio degli anni ’90 e che segnò il passaggio tra la “prima” e “seconda” Repubblica, all’apice di Tangentopoli in concomitanza dei primi “governi tecnici” (Ciampi-Amato). Ma al contempo l’affaire Finmeccanica surclassa lo scandalo originario (Enimont), trasformando la pietra nel macigno che potrebbe innescare la frana pronta a travolgere questa immonda ‘Seconda Repubblica’ dell’intrallazzo generalizzato e dell’affarismo estremo.
Al confronto con lo scempio tuttora in atto a FINMECCANICA, senza peraltro che il neo-superministro Monti se ne stia dando troppa pena, la maxitangente ENIMONT sembra quasi una bagattella insignificante, all’insegna della sobrietà. Il contrasto è stridente, specialmente se si paragonano i Gardini o i Cusani ai personaggi d’operetta di questa ennesima ed indecentissima tornata sul palco osceno di una delle principali holding del pianeta (ancora ma per quanto?) all’avanguardia in alta tecnologia aero-spaziale…
Voraci falangi di maneggioni quarantenni, cortigiane raccomandate dal papi, neo-nazisti con la passione per i rally ed ex arnesi dell’eversione nera, cowboy cogli stivali perennemente ai piedi, pedofili e miracolati della “prima repubblica”, che si muovono insaziabili sullo sfondo di Enav-Finmeccanica, trasformate in un mandamento privato della ferale coppia Guarguaglini-Grossi: l’Olindo e Rosa della meccanica italiana.
Un giro vorticoso di mazzette, appalti truccati, commesse gonfiate, creste milionarie giocate su consulenze farlocche, affari opachi e fondi nere, poltrone vendute all’asta della corruzione politica… che hanno fatto precipitare i rendimenti delle azioni di Finmeccanica ai minimi storici, con perdite per milioni di euro, e i bilanci devastati di una holding infeudata dai partiti. In particolar modo, la società sembra essere diventata il personale giocattolo dei vari ras fascisti, transumati da AN al PdL, e soprattutto sembrerebbe assurta a banca di finanziamenti illeciti per l’UDC, che parrebbe gestirne le nomine (previa supervisione dell’intramontabile Gianni Letta) ed i flussi di denaro verso le casse del partito.
Tuttavia, alla greppia di Finmeccanica pare abbiano mangiato davvero tutti, a seconda delle possibilità e dell’influenza politica. Naturalmente, senza la piena conferma dei riscontri oggettivi, il condizionale è d’obbligo.
Dinanzi al particolare attivismo del partito centrista (che dalla fetida carcassa della vecchia balena bianca porta in dote vizi e appetiti smisurati) attorno ai vertici di Finmeccanica, come non credere alle reiterate smentite dei suoi vertici e le recise prese di distanza?!? Collusioni e fenomeni di concussione sono infatti quanto di più estraneo possibile alla collaudata tradizione democristiana dell’UDC, formazione politica che tra le sue fila vanta il record assoluto di pregiudicati per reati di natura patrimoniale…
A tal proposito, vale la pena di riportare per intero un lungo reportage realizzato nel Luglio 2004 dal giornalista Alberico Giostra per conto del settimanale “Diario”. Si noterà come tutto torna in una girandola perversa di nomi e di abitudini, che magari si riciclano sotto diversa casacca, si reinventano “responsabili”, ma non mutano mai… Quasi non si possa fare a meno del loro nefasto ‘contributo’.
Nonostante siano trascorsi ormai 7 anni, la lettura dell’articolo resta illuminante nella sua inalterata attualità. Ve lo riproponiamo per intero nella versione integrale. Ab uno disce omnis:

IO DENTRO: Il libro nero dell’Udc

“Mafia, corruzione, usura, estorsione, abusi edilizi e persino sessuali. Dall’Abruzzo alla Sicilia, la nuova Dc conta decine di indagati e condannati. Il partito di Follini e Casini li protegge e li promuove, perché i suoi voti stanno tutti lì.”

  di Alberico Giostra (da “Diario” del 9 luglio 2004)

Nel corso della trasmissione Porta a porta dell’8 giugno (2004), affrontando il tema del voto europeo nel Sud, Achille Occhetto identificava la questione meridionale con la questione morale. Contro Occhetto si scagliava subito il ministro Rocco Buttiglione, dell’Udc, rimproverandogli di aver diffamato il capo della sua segreteria Giampiero Catone che Occhetto aveva appena definito «pluricondannato».
L’ultimo segretario del Pci in quell’occasione commetteva due errori. Il primo: Giampiero Catone non è mai stato condannato in via definitiva, è stato solo rinviato a giudizio. Il secondo: Occhetto ha sbagliato a identificare la questione meridionale con la questione morale. In verità è l’Udc la questione morale del Mezzogiorno. Per dimostrarlo, vi proponiamo un breve viaggio nelle viscere sudiste di quel partito.

 Abruzzo. Iniziamo proprio da Catone, che alle elezioni europee del 13 giugno ha ottenuto 44.213 voti, 2.868 voti in più del capolista Buttiglione, ma non è stato eletto. Il politico abruzzese, che è anche direttore del quotidiano La Discussione, fu arrestato il 9 maggio del 2001 insieme a suo fratello Massimo, allora candidato del Ccd, per i reati di associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata, falso, false comunicazioni sociali e bancarotta fraudolenta pluriaggravata. L’inchiesta del pm romano Salvatore Vitello riguardava 12 miliardi di finanziamenti a fondo perduto del ministero dell’Industria ottenuti tra il 1995 e il 1999 dalle società di Catone. Secondo la Procura di Roma, il denaro pubblico fu ottenuto attraverso atti e perizie falsi che consentirono all’organizzazione di cui Catone faceva parte di ricevere più volte lo stesso contributo per un’industria tessile mai esistita. A Catone i giudici contestarono anche due bancarotte fraudolente per 25 miliardi di lire. I magistrati romani ritenevano che le circa 50 società italiane ed estere che facevano capo a Catone fossero solo delle scatole cinesi all’interno delle quali si verificarono movimenti finanziari economicamente irragionevoli, che avevano il solo fine di mettere in atto delle truffe. Catone, inoltre, il 13 dicembre 2003 è stato rinviato a giudizio dal gip del Tribunale di Chieti per bancarotta fraudolenta per il fallimento della Abatec, un’azienda di Chieti Scalo che produceva macchinari per fabbricare pannolini e di cui Catone era stato amministratore. I fatti risalgono al periodo compreso tra il 1988 e il 1996. Tra le accuse contestate figuravano l’aumento del capitale sociale dell’Abatec, da 96 a 450 milioni di lire, deliberato con l’attribuzione di nuove quote societarie prima ancora che fossero sottoscritte le prime. Inoltre, tramite altre società e operazioni finanziarie all’estero, sarebbero state emesse fatture per operazioni parzialmente inesistenti.

 Molise. Dall’Abruzzo spostiamoci in Molise, a Termoli. Il 12 maggio scorso il capogruppo Udc alla Camera Luca Volontè e il deputato Udc Remo Di Giandomenico, sindaco di Termoli, in una conferenza stampa, anticipando il contenuto di una interrogazione parlamentare, attaccavano i carabinieri della cittadina adriatica accusandoli di fare tutto tranne il proprio mestiere, cioè reprimere la criminalità. E il giorno dopo il sindaco Di Giandomenico annunciava addirittura lo sfratto per morosità dei carabinieri dalla loro caserma di proprietà del Comune. Una strana vicenda, se solo si considera che il 4 dicembre 2003 il sindaco aveva consegnato ai militari un attestato di benemerenza. La sparata del sindaco arrivava cinque giorni dopo un’operazione condotta dagli stessi Carabinieri che aveva portato al sequestro, in un ambulatorio privato della moglie del sindaco, Patrizia De Palma, di un ecografo del valore di 100 mila euro risultato rubato dal reparto di Ostetricia dell’Ospedale San Timoteo di Termoli, reparto di cui è primario proprio la moglie del sindaco. «Anche a me capita di portare delle carte dall’ufficio a casa», ha minimizzato il deputato dell’Udc a La Repubblica. Ma non è la prima volta che la De Palma, che per questa vicenda ha ricevuto un avviso di garanzia, ha problemi con la giustizia: risulta infatti condannata in via definitiva per alterazione di stato civile, avendo falsamente attribuito la paternità di una bambina nata nel suo reparto a un suo amico. Poi Di Giandomenico ci ha ripensato, ha rinunciato a sfrattare i Carabinieri e dell’interrogazione si sono perse le tracce.
Di un altro rappresentante della classe dirigente dell’Udc, ovvero Aldo Patriciello, vicepresidente della Regione Molise con due condanne passate in giudicato, i lettori di Diario sanno già molto (vedi il numero 46/47 del 2003). Basti aggiungere che il suo nome è stato citato nell’ordinanza di arresto dell’editore casertano Maurizio Clemente emessa l’11 dicembre scorso. Secondo i giudici della Procura di Santa Maria Capua Vetere, Clemente è un estorsore che ricattava politici e imprenditori con i suoi giornali e che avrebbe diffamato il proprietario di una clinica di Caserta per costringerlo, in cambio della cessazione degli attacchi giornalistici, a vendere la sua clinica ad Aldo Patriciello. Un acquisto poi non andato in porto. Mentre il 4 aprile scorso i giudici di Campobasso hanno posto sotto sequestro il Centro di Riabilitazione di Salcito che la clinica Neuromed, di proprietà dei Patriciello, aveva avuto in comodato d’uso gratuito dalla Regione. Alle ultime europee Patriciello ha avuto un successo personale straordinario con 69.230 preferenze, non risultando eletto per poco e togliendosi lo sfizio di prendere, in Molise, più voti di Berlusconi. L’unico che al Sud è riuscito a battere Patriciello è stato Lorenzo Cesa, eletto a Strasburgo con 99.682 preferenze. Cesa, capo della segreteria di Follini, è stato condannato il 21 giugno del 2001 insieme all’ex ministro dei Lavori pubblici Giovanni Prandini a tre anni e tre mesi di carcere per corruzione aggravata. Cesa era stato arrestato nel 1993 dopo essere stato latitante e dopo aver ammesso di aver percepito qualche centinaio di milioni di tangenti. Il 16 giugno del 2003 la Corte d’appello di Roma ha annullato la sentenza sostenendo che il pm aveva svolto funzione di gup (giudice dell’udienza preliminare), rinviando a giudizio gli imputati: che si salveranno perciò grazie alla prescrizione.
Della Dc, Follini e Casini non buttano via niente: sempre in Molise nelle file dell’Udc milita Enrico Santoro, già presidente della Dc regionale e condannato in via definitiva nel 2002 per concussione. Santoro è membro della direzione nazionale Udc.

 Puglia. Passando in Puglia, ci accorgiamo che Marco Follini, in visita a Bari il 31 ottobre scorso, dichiarò ai giornali locali che «la questione morale esiste». Evidentemente era al corrente che il consigliere comunale dell’Udc Michele Carbonara era stato arrestato nel maggio del 2003 con l’accusa di concorso in concussione continuata in compagnia di altri quattro esponenti del Polo: secondo quanto accertato dagli investigatori, per convincere un imprenditore a pagare, i consiglieri di centrodestra minacciavano di insabbiare la sua pratica o di bloccare la lottizzazione dell’area che lo interessava. E a Follini non sarà sfuggito il caso di Andrea Silvestri, assessore regionale pugliese alla Formazione dell’Udc, arrestato nell’aprile del 2004 e già condannato a un anno di reclusione per abusi sessuali su una ragazza di 14 anni a cui avrebbe toccato i seni e le parti intime dopo averla baciata sul collo. L’uomo politico cattolico, secondo il gip barese, si sarebbe distinto per un «pantagruelico approfittamento del denaro pubblico» e «disprezzo verso il contribuente» ed è stato rinviato a giudizio con 65 capi d’imputazione. Sessantadue fanno riferimento alle accuse di falso, truffa e peculato per viaggi e soggiorni in diverse località d’Italia che l’assessore avrebbe addebitato alla Regione Puglia, ma compiuto per interessi personali (anche di natura erotica). Silvestri ha deciso di riparare versando 9 mila euro. Tre sono poi i reati di concussione e tentata concussione per aver preteso da tre società denaro, assunzioni e imposto acquisti di materiale vario, oltre al pagamento di consulenze fantasma. Silvestri, dimessosi da assessore, ha ricevuto la solidarietà del partito e in un’occasione il suo ingresso in un’assemblea dell’Udc è stato accolto con applausi.
Ancora in Puglia, ricordiamo l’arresto del sindaco Udc di Sannicandro Garganico, Nicandro Marinacci, avvenuto l’8 gennaio scorso per abuso e falso materiale in atto pubblico. Mentre nel Salento il senatore Udc Salvatore Meleleo nel novembre del 2003 è stato indicato dall’ex boss pentito della Sacra Corona Unita Filippo Cerfeda come destinatario di voti mafiosi insieme all’altro eletto del Polo. Meleleo ha smentito di aver cercato appoggi nella Sacra Corona Unita. Non può smentire di essere anche un produttore di acqua minerale: nel giugno del 2001 un lotto della sua acqua Eureka è stato posto sotto sequestro e Meleleo è stato indagato per commercio di sostanze nocive.

 Basilicata. Arrivando in Basilicata, ci si imbatte nell’arresto di Antonio Melfi, capogruppo dell’Udc in Consiglio regionale, finito dietro le sbarre il 30 ottobre del 2000 con l’accusa di concussione, abuso d’ufficio e turbativa d’asta, per una vicenda che risale a quando era sindaco di Tricarico. Secondo l’accusa, Melfi avrebbe pilotato alcune gare d’appalto in cambio di voti.

 Campania. In aprile, un big della politica campana degli anni Novanta, Alfonso Martucci, ha aderito all’Udc. Già deputato del Partito liberale italiano e vicepresidente della commissione Giustizia della Camera, Martucci è un noto penalista difensore di numerosi camorristi tra i quali il boss Lorenzo Nuvoletta. Nel 1997 Martucci ha patteggiato una condanna a dieci mesi di carcere per associazione camorristica ottenendo la derubricazione dell’accusa di corruzione elettorale. Secondo i giudici, l’ex parlamentare si «sarebbe avvalso della forza di intimidazione del clan dei Casalesi» per ottenere voti alle politiche del 1992, quando le preferenze per Martucci nel comune di Casal di Principe portarono il partito oltre il 30 per cento. Secondo alcuni collaboratori di giustizia, durante la campagna elettorale del 1992, diversi esponenti del clan Schiavone avrebbero accompagnato Martucci agli incontri con gli elettori e avrebbero svolto propaganda presentandosi, anche armati, nelle abitazioni di Casal di Principe e altri comuni del Casertano, impedendo agli altri candidati di affiggere i propri manifesti.

 Calabria. In Calabria la memoria va subito a un caso rivelato il 26 giugno 1998 dal giudice Nicola Gratteri: il boss della Locride Antonio Romeo, accusato di associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di droga, aveva svolto attività legale nello studio dell’allora senatore del Ccd Bruno Napoli (ora Udc), che si difese ammettendo la circostanza, ma sottolineando che il rapporto di lavoro era durato un solo anno e risaliva al 1987. Romeo, detto «l’avvocato», latitante per quattro anni, nel luglio del 1998 è stato condannato a 24 anni di carcere e nel 2002 ad altri sei. Calabrese è anche il sottosegretario udiccino alle attività produttive Giuseppe Galati, coinvolto ma non indagato nello scandalo della cocaina scoppiato nella Roma bene nel novembre del 2003. Nell’ordinanza del Gip si legge che Galati «soprannominato “Pino il Politico”, si rifornisce stabilmente di cocaina dal pusher Martello. Gli acquisti hanno cadenza almeno settimanale e sono effettuati direttamente, o tramite Armando De Bonis, suo uomo di fiducia che ha libero accesso presso il ministero delle Attività produttive».
Pino Galati, avvocato, classe 1961, è il leader incontrastato dell’Udc nel catanzarese e soprattutto nella sua Lamezia Terme, cittadina il cui Consiglio comunale è stato sciolto per infiltrazioni mafiose nel 2002. Tra gli eletti nel Consiglio sciolto c’era Giorgio Barresi del Ccd, messo in lista per volere di Galati. Barresi è stato arrestato per usura il 30 settembre 2002, mentre nel luglio del 2001 era rimasto ferito in un conflitto a fuoco a Sambiase mentre si trovava in compagnia di due presunti affiliati alla ’Ndrangheta, Vincenzo Iannazzo e Bruno Gagliardi. Secondo l’accusa, Barresi avrebbe fatto parte di un’organizzazione che gestiva un giro di prestiti a tassi di usura collegata ad ambienti della criminalità organizzata lametina. A Barresi i giudici hanno sequestrato il patrimonio giudicato sproporzionato rispetto al suo reddito. Tornato in libertà il 18 febbraio 2003, il giorno dopo è stato di nuovo arrestato: il gip di Lamezia ha sottolineato nell’ordinanza «i gravi indizi di colpevolezza in ordine ai reati contestati» e la «non comune professionalità di Barresi nell’attività di prestare denaro a tassi d’interesse usurari». E infine Barresi è stato ancora una volta tratto in arresto il 16 giugno scorso con l’accusa di associazione mafiosa, estorsione e usura. Tra i motivi dello scioglimento del consiglio, la presenza di consiglieri imparentati con esponenti di cosche locali e tra questi Peppino Ruberto dell’Udc. Il sindaco di Forza Italia lo ha difeso: «Parentele del quinto o sesto grado», ha detto. Sarà sicuramente una coincidenza, ma il 26 novembre 2003 un nutrito gruppo di deputati dell’Udc ha presentato la proposta di legge n. 4254 volta a rendere più difficile lo scioglimento per infiltrazioni mafiose delle assemblee elettive degli enti locali.

 Sicilia 1. Dulcis in fundo la Sicilia. Secondo il pentito Nino Giuffré, il boss dei boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano avrebbe dato indicazioni di voto a favore di Antonino Cosimo D’Amico, già consigliere provinciale dell’Udc, risultato non eletto per pochi voti in Consiglio regionale nel 2001 e poi arrestato nel dicembre del 2002 per aver favorito un’impresa edile legata a Provenzano, in compagnia di un altro consigliere provinciale dell’Udc, Gigi Tomasino. Mentre, nel 1999, il pentito Francesco Marino Mannoia aveva dichiarato che Pippo Gianni, attuale deputato dell’Udc, era uno dei medici amici di Cosa nostra e aiutava i picciotti in carcere a simulare false malattie. Gianni, che ha querelato Mannoia, è stato arrestato per droga all’inizio degli anni Ottanta insieme a uomini della cosca di Raffadali e poi prosciolto. Dopo una condanna a tre anni per concussione è stato assolto dalla Cassazione.
Curiosa è la storia del senatore catanese Domenico Sudano, ex Dc e ora Udc, che il 23 novembre 1995 è stato condannato con rito abbreviato a un anno e quattro mesi per abuso d’ufficio, dopo aver concesso illegalmente un ricongiungimento di carriera e un cambio di funzioni a un dipendente dell’Unità sanitaria di Catania di cui era dirigente. Curiosa perché Sudano ora si ritrova in maggioranza insieme a tre suoi implacabili censori: Gianfranco Fini, Altero Matteoli ed Enzo Trantino, che nel 1993 lo indicarono pubblicamente come sospetto di voto di scambio con la mafia.
Tra i parlamentari dell’Udc che hanno riportato una condanna di primo grado c’è anche il messinese Giuseppe Naro, ex presidente democristiano della Provincia, cui il Tribunale della sua città ha inflitto il 6 aprile del 2002 una condanna a un anno e sei mesi per associazione a delinquere, corruzione e turbativa d’asta. Naro, secondo i giudici, ha fatto parte, al tempo della tanto rimpianta Dc, di una cupola affaristica che controllava i più importanti appalti pubblici cittadini, per circa 4 mila miliardi di lire. Naro, che era già stato arrestato nel 1993 e poi assolto per l’acquisto di un palazzo che valeva 24 miliardi e che fu pagato 30, nel 1994 è stato condannato in primo grado a tre anni di reclusione per aver fatto acquistare dalla Provincia fotografie di Messina a un prezzo sproporzionato. Anche la Corte dei Conti gli chiese un risarcimento.
 A spadroneggiare in Sicilia sono alcuni big del partito, come Totò Cuffaro, presidente della Regione, o Calogero Sodano, il mitico ex sindaco di Agrigento. Quest’ultimo, eletto al Senato con oltre 50 mila voti, il 28 gennaio scorso è stato condannato dalla sesta sezione penale della Corte di Cassazione a un anno e sei mesi di reclusione per omissione di atti d’ufficio, non avendo ostacolato il fenomeno dell’abusivismo edilizio. Prosciolto da un’accusa di favoreggiamento personale nel dicembre del 2003, il 24 luglio dello stesso anno Sodano è stato rinviato a giudizio per abusivismo edilizio, alterazione di bellezze naturali di luoghi sottoposti a vincolo paesaggistico, falso ideologico e abuso d’ufficio. Quando era sindaco avrebbe abusivamente trasformato in villa un ovile intestato prima alla suocera e poi a sua moglie e situato nella zona A del Parco della Valle dei Templi.
Sodano, che dovrà pagare 80 mila euro per aver diffamato Legambiente, il 17 maggio e il 20 dicembre 2003 è stato condannato in primo grado rispettivamente a due anni e quattro mesi di reclusione per truffa, abuso d’ufficio e falso nell’ambito dell’urbanizzazione del quartiere Favara Ovest e a dieci mesi per abuso d’ufficio nell’attribuzione di un appalto per un depuratore. Sodano aveva anche cercato di utilizzare la Legge Cirami per trasferire i suoi processi dal Tribunale di Agrigento, inquinato secondo lui da un libro dell’ambientalista Giuseppe Arnone, ma il 27 marzo del 2003 la Cassazione gli ha detto di no. Nell’agrigentino si trova Palma di Montechiaro, dove nello scorso aprile 16 persone sono state arrestate con l’accusa di avere costituito un’associazione dedita alle estorsioni. Tra loro Totuccio Pace (fratello di uno dei killer del giudice Rosario Livatino), condannato per mafia, e Rosario Incardona, consigliere comunale dell’Udc, già arrestato nel dicembre 2003 per tentata estorsione. Secondo gli inquirenti taglieggiavano anche i pensionati.

 SICILIA 2/CUFFARO E I SUOI AMICI. Magna pars dell’Udc siciliano è Salvatore Cuffaro detto Totò, presidente della Regione, medico e allievo di Calogero Mannino, l’ex ministro dc e ora Udc appena condannato in appello per associazione mafiosa. L’ex «ministro dei lavori pubblici» di Cosa nostra Angelo Siino ha dichiarato di aver appoggiato la campagna elettorale di Cuffaro quando militava nella Dc: «Calogero Mannino, tramite l’imprenditore Antonino Vita, mi aveva raccomandato Salvatore Cuffaro, che si presentò a casa mia accompagnato da tale Saverio Romano» [“responsabile” ex ministro delle Politiche Agricole nell’ultimo Governo Berlusconi]. Cuffaro che in passato è stato condannato in appello e poi assolto per voto di scambio, appena eletto presidente ha nominato capo del suo staff Fabrizio Bignardelli. Bignardelli, ex assessore provinciale di Forza Italia, è stato arrestato il 23 novembre del 2000 con l’accusa di corruzione. Avrebbe incassato somme di denaro per oltre mezzo miliardo, per favorire le cooperative sociali «la Provvidenza» e «Madre Teresa di Calcutta» nell’aggiudicazione di appalti assegnati dalla Provincia. «Fabrizio Bignardelli mi disse chiaramente che gli avrei dovuto dare 50 milioni di lire, altrimenti non avrei più lavorato per la Provincia», ha dichiarato un impreditore. Bignardelli è sotto processo anche per simulazione di reato. Denunciò di aver subito intimidazioni, ma in realtà avrebbe chiesto a un imprenditore di recapitargli anonimamente una corona di fiori viola, di quelle che si depongono sulle tombe, cercando di far cadere i sospetti sui bidelli che gestivano una palestra e affidarne poi la gestione all’imprenditore che lo pagava.
 Tornando a Cuffaro, attualmente il governatore ha due indagini a carico per concorso esterno in associazione mafiosa, rivelazione di notizie coperte dal segreto istruttorio e contributo illecito per un finanziamento elettorale di 20 milioni di vecchie lire, che sarebbe stato versato da un’imprenditrice milanese. La prima inchiesta coinvolge anche il deputato dell’Udc Saverio Romano, anch’egli rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione, il medico Salvatore Aragona, che ha chiesto di patteggiare la pena, e l’ex assessore del Comune di Palermo Mimmo Miceli, anch’egli Udc. Cuffaro è sospettato dagli inquirenti di avere rivelato agli indagati che i loro telefoni erano sottoposti a intercettazioni.
Questa prima inchiesta è collegata all’altra indagine sulle «talpe in Procura», che il 5 novembre scorso ha portato all’arresto dell’imprenditore Michele Aiello, titolare di un importante centro oncologico palermitano, e dei marescialli della DIA e del ROS Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo. E per questa vicenda a Cuffaro, è stato notificato un secondo avviso di garanzia. Nell’indagine, denominata «Ghiaccio», tra i protagonisti figura anche il deputato regionale dell’Udc ed ex maresciallo dei Carabinieri Antonio Borzacchelli, arrestato a febbraio per concussione. Secondo i magistrati, Borzacchelli avrebbe incassato elevate somme di denaro da Michele Aiello in cambio di informazioni riservate su indagini a suo carico. Borzacchelli avrebbe minacciato l’imprenditore di fargli revocare le autorizzazioni sanitarie ottenute per l’apertura della clinica e di fare avviare indagini su di lui se non avesse «pagato». Richieste, arrivate fino a 5-6 miliardi di lire, a cui Aiello avrebbe in parte aderito. Le somme di denaro sarebbero servite anche all’acquisto di una villa che Borzacchelli avrebbe formalmente comprato dal cognato di Aiello, ma che in realtà sarebbe stata «regalata» al politico attraverso il pagamento delle rate di mutuo. Le indagini hanno inoltre accertato numerose operazioni sui conti correnti del deputato, con «rimesse in denaro contante», materialmente versate da Antonino D’Amico, ragioniere delle imprese di Michele Aiello. Il gip Montalbano ha scritto: «Quelle prevaricazioni e vessazioni, quel disonore e slealtà, quella scorrettezza e biasimo che invece trasudano dalle esaminate condotte, grondando copiose, marchiano indelebilmente chi in esse si è avvoltolato come nel fango di una immonda pozza». Per un erede di Don Sturzo e De Gasperi non c’è male.
Tornando ancora a Cuffaro, l’ accusa di concorso esterno si basa sulle intercettazioni registrate nel salotto del boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro. Durante le conversazioni tra il padrone di casa, Miceli e Aragona, è emerso che Guttadauro avrebbe ottenuto che l’Udc candidasse Miceli, divenuto il politico di riferimento della cosca, alle regionali di tre anni fa. Secondo gli investigatori, il medico sarebbe divenuto il tramite con Cuffaro, allora candidato presidente della Regione. E proprio l’ex assessore comunale palermitano Domenico Miceli, dopo l’arresto del giugno 2003, il 14 maggio scorso è stato rinviato a giudizio per concorso in associazione mafiosa e finanziamento illecito dei partiti. Inoltre, secondo il Corriere della sera e i Ds siciliani, Cuffaro sarebbe gravato da una serie di conflitti di interesse avendo partecipazioni in società alberghiere e di trasporti insieme ai suoi fratelli. Una di queste, la Raphael SpA, è partecipata da Sviluppo Italia, la società del Ministero del Tesoro.

 SICILIA 3/LO GIUDICE E I SUOI GIUDICI. Il 29 marzo scorso ad andare in carcere è stato un altro deputato regionale dell’Udc, Vincenzo Lo Giudice, presidente della commissione regionale Sanità. Con lui sono stati arrestati Salvo Iacono, consigliere provinciale dell’Udc, e l’ex consigliere provinciale dello stesso partito Gaetano Scifo. I magistrati accusano Lo Giudice di associazione mafiosa sulla base di intercettazioni telefoniche dalle quali si ricava che l’esponente Udc è stato appoggiato dai clan mafiosi della zona nelle elezioni nazionali e regionali del 2001. Il parlamentare regionale, che nel 2002 il pentito Giovanni Calafato ha indicato come colluso con la mafia, è pure accusato di avere pilotato nel febbraio 2002 una gara d’appalto di oltre cinque miliardi di lire, nel Comune di Comitini. E poi, nella sua qualità di ex assessore regionale ai Lavori pubblici, appalti in numerosi centri. Secondo gli inquirenti, per questi suoi «interventi», avrebbe incassato tangenti che il politico, per paura di essere arrestato, aveva nascosto «sotto il mattone». Da un’intercettazione emerge, infatti, che Lo Giudice si rivolge a un imprenditore per convertire in euro 500 milioni di vecchie lire che aveva occultato per paura di «eventuali sequestri di beni». Nell’operazione si sarebbe fatto aiutare anche da suo figlio Rino, presidente Udc del Consiglio provinciale di Agrigento. Di Vincenzo Lo Giudice gli elettori ricordano la colonna sonora dei suoi spot elettorali tratta dal film Il Padrino. Lui almeno non citava Don Sturzo.
Per i politici che hanno avuto problemi con la giustizia l’Udc è vissuto come un rassicurante scudo, al punto che anche esponenti della sinistra ne abbracciano la causa. Come Leonardo D’Arrigo, già consigliere comunale palermitano eletto in una lista composta da Pds, socialisti e verdi, che nel 1993 è stato condannato in primo grado per abuso d’ufficio e che, dopo essere passato nelle file dell’Udc di cui è autorevole consigliere comunale, dall’aprile scorso è indagato per rivelazione di segreto d’ufficio e abuso d’ufficio, aggravato dal fatto che avrebbe avvantaggiato un’organizzazione mafiosa. Mentre restando nel gruppo consiliare palermitano dell’Udc, il capogruppo Felice Bruscia è indagato dallo scorso maggio per corruzione, perché secondo i giudici avrebbe esercitato pressioni su alcuni funzionari comunali in cambio di denaro affinché accelerassero l’iter per il rilascio delle concessioni di alcune pompe di benzina.
Dallo scorso aprile è indagato a Palermo anche Davide Costa, assessore regionale alla Presidenza, per concorso in associazione mafiosa: i giudici gli contestano di avere cercato appoggi elettorali dalla famiglia mafiosa di Marsala per le elezioni regionali del 2001, offrendo anche 100 milioni di vecchie lire. A scendere direttamente in campo per Costa, allora candidato Ccd e ora Udc, sarebbe stato l’allora latitante Natale Bonafede, per il tramite di Davide Mannirà, finito agli arresti. Contro l’assessore regionale ci sono le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Mariano Concetto, ex vigile urbano di Marsala e affiliato alla cosca mafiosa della cittadina, e numerose intercettazioni. Durante le perquisizioni nell’ufficio dell’assessore Costa, gli inquirenti hanno sequestrato decine di lettere di segnalazione per concorsi pubblici.
Spostandoci a Trapani ci imbattiamo in una vicenda che ha decapitato la locale Casa delle libertà. Il Tribunale ha condannato l’ex sindaco Nino Laudicina, ex Dc, a 21 mesi di reclusione per concussione e falso in atto pubblico. La vicenda giudiziaria si riferisce all’affidamento a una cooperativa della gestione degli asili nido comunali. Per la stessa vicenda, nel gennaio 2003, l’ex consigliere comunale dell’Udc Mario Toscano aveva patteggiato un anno di reclusione. Secondo i giudici, il sindaco e gli altri amministratori hanno falsificato una delibera che concedeva a una cooperativa 600 milioni per la gestione dei servizi di quattro asili nido. La cooperativa era un contenitore per racimolare voti e soldi e negli asili avrebbero dovuto lavorare anche familiari e amici degli amministratori e di alcuni consiglieri comunali. Nella ricostruzione del Tribunale, Toscano era in realtà la vera mente della coop ed era stato lui a gestire le promesse di assunzione a decine di giovani che hanno confermato le promesse ricevute. Nella stessa inchiesta è indagato anche l’ex deputato regionale del Ccd Francesco Canino, già arrestato nel luglio 1998 e indagato per concorso in associazione mafiosa. Secondo la Procura, Canino sarebbe la mente di molte decisioni politico-amministrative a Trapani.
Tra i candidati-indagati alle europee c’è anche il deputato regionale siciliano Carmelo Lo Monte, ex di Sergio D’Antoni e sotto inchiesta a Messina per associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta e truffa in relazione alla costruzione di un parco nel comune di Graniti, di cui Lo Monte è stato sindaco. E nel messinese, a Santa Teresa di Riva, sono indagati per associazione a delinquere, abuso d’ufficio e interruzione di pubblico servizio nove membri della maggioranza: sette sono dell’Udc.
La musica non cambia se ci trasferiamo ad Acireale. Il 3 febbraio scorso l’ex sindaco Udc Nino Nicotra è stato arrestato per associazione mafiosa ed estorsione. È accusato di essersi servito di alcuni affiliati del clan Santapaola per risolvere una controversia finanziaria. Le indagini erano state avviate dalle Fiamme gialle dopo una denuncia dello stesso ex sindaco di Acireale, che sosteneva di essere vittima di un’estorsione. L’inchiesta avrebbe accertato che Nicotra non era la vittima, ma l’autore del reato. Alla cosca sarebbe stata offerta la «possibilità di assunzioni in sue aziende per ex detenuti, ottenendo in cambio ausilio da parte dell’organizzazione criminale nell’attività di recupero crediti e sostegno in campagna elettorale». Nicotra, che era già stato arrestato il 21 settembre del 2002 per associazione mafiosa e voto di scambio nell’inchiesta Euroracket, è stato rinviato a giudizio il 25 giugno scorso insieme a Vittorio Cecchi Gori. (at)trazione siciliana. È evidente dalla congerie degli esempi riportati che nell’Udc nessuno si è mai posto il problema di un’attenta selezione della propria classe dirigente nel Mezzogiorno. Ma questa omessa selettività è soltanto un incidente di percorso o si tratta di una consapevole strategia? Sorge il dubbio, infatti, che si voglia offrire l’immagine di un partito indulgente e accogliente, sempre pronto a perdonare certi atavici «difetti» delle classi dirigenti meridionali, un partito che intende riprodurre fedelmente la rovinosa indistinzione tutta democristiana tra pubblico e privato con gli annessi pendant del familismo, del parassitismo e della indifferenza verso la legalità.
 È per tutto questo che l’Udc piace tanto al Sud? Perché dopo i risultati del 13 giugno è chiaro che l’Udc è un partito a trazione meridionale: alle europee ha ottenuto il 5,9 per cento nazionale attraverso il 4 per cento del Nordovest, il 3,9 del Nordest, il 5,4 del Centro, il 7,9 del Sud e addirittura l’11,8 delle Isole. Su un totale di 1.917.775 voti, 948.129 vengono dal Sud e dalle Isole (il 49,4 per cento) e 361.638 dal Centro: totale 1.309.767, il 68,2 per cento del totale. Dei 442.550 voti in più ottenuti rispetto alle europee del 1999 (Cdu+Ccd), 381.922 provengono dal Centrosud, cioè l’86 per cento. Tant’è che nell’area più dinamica del Paese, il Nordest, l’Udc ha perso 4.942 voti: pochi, ma li ha persi. Dei 381.922 voti in più ottenuti nel Centrosud, ben 166.666 (pari al 43,6 per cento), provengono dalle isole e di questi 138.904 (l’83,3 per cento) dalla Sicilia, dove l’Udc ha il 14 per cento dei suffragi con 315.818 voti.
Vuol dire che il 37,6 per cento dei voti in più che l’Udc ha preso in queste europee proviene dalla Sicilia. Ecco perché se l’Udc è un partito a trazione meridionale, è a maggior ragione un partito a trazione siciliana. Al punto che il segretario dell’Udc siciliano Raffaele Lombardo (quello che chiese di estendere a Totò Cuffaro l’immunità del lodo Schifani) pretende per l’Udc un ministero del Mezzogiorno. Che sarebbe come affidare l’Avis a Dracula. In conclusione: una parte dei ceti medi meridionali ha lasciato la sirena berlusconiana per approdare all’Udc riproducendo quell’alleanza tutta andreottiana tra una borghesia amorale e in cerca di protezioni e la distratta e disfatta borghesia romana. Follini, Buttiglione e Cuffaro se ne gioveranno senz’altro, il Paese molto meno.

Homepage

Aggiungi un posto a tavola

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 22 novembre 2010 by Sendivogius


Profumo di incenso e odor di sacrestia, direttamente dai salotti vellutati di Casa Caltagirone, comincia la belle epoque del ‘bel Pier’, entreneuse politica d’alto bordo e dalla verginità ricostruita, in cerca di un buon marito di governo.
Il Casini pontifex appartiene a quella divertente schiera di alieni che, appena sbarcata dal pianeta Marte, declina ogni complicità passata per riciclarsi come il nuovo pacchetto costituente: ago perfetto di una bilancia truccata che, dal Centro di galleggiamento permanente, pende sempre nelle direzioni contingenti, là dove il piatto è più ricco, gli interessi sono sempre “nazionali” e mai personali.
Il potere logora chi non ce l’ha. Per consolarsi dalla momentanea astinenza governativa, nel frattempo, il ‘responsabile’ Pierferdy ha compensato l’assenza occupando ovunque fosse possibile poltrone e incarichi nelle amministrazioni locali, dovunque fosse certo della vittoria, con accordi trasversali senza badare troppo al colore dell’alleato di turno. Per spirito di sacrificio, s’intende! Giammai per convenienza!
Emblema di perfezione, il cinguettante canarino da compagnia non lesina lezioni di democrazia e buon governo applicato alla convenienza del momento. Lui coglie l’attimo e di null’altro si duole.
Da bravo democristiano, nato per ‘governare’, fotte a man bassa. I risultati elettorali sono ininfluenti e le maggioranze variabili, in sintonia col suo umore mutabile come le opportunità.
Indipendentemente dalla sua rappresentanza politica, Lui decide il nome del premier, la composizione della maggioranza di governo, il tipo di coalizione, i programmi, quali partiti possono partecipare e chi vada invece escluso. A prescindere dai numeri elettorali e dall’esito delle votazioni. Magnanimo, si preoccupa anche dell’opposizione parlamentare; ne stabilisce i programmi, le politiche di indirizzo, le future alleanze e persino la scelta dei candidati altrui.
È la Democrazia secondo Casini: il voto è una iattura; vinco o perdo decido comunque io; con Spagna o Francia basta che se magna
È l’estensione della formula sulla sostanza: “governo di armistizio”“di solidarietà nazionale” “collaborazione dinamica nella distinzione”… così come vuole la tradizione; perché i tempi cambiano ma certi vizi restano:

 Siamo collaborazionisti rispetto al governo di Mussolini affinché esso arrivi a spostare il pendolo verso il centro equilibratore temperando e regolando il moto iniziale.
In verità osservatori lontani, stupiti da certe esercitazioni verbali di tono dittatoriale e da certe pose gladiatorie, che i minori proconsoli imitano in ogni villaggio riuscendo ad apparire buffi, ma non sempre innocui, possono trovare ragione per dubitare che tale veramente sia il proposito e la meta del fascismo. Ma osservatori più vicini e attenti credono di sapere che Mussolini, pur facendo al periodo rivoluzionario delle concessioni, non dimentica né può trascurare il monito di Giuseppe Mazzini, il quale scriveva che «prima legge di ogni rivoluzione è quella di non creare la necessità di una seconda rivoluzione».
Si proclama anzi di voler dare una disciplina alla nazione. E noi non dovremmo approvare e incoraggiare tale sforzo?
(…)
O possiamo noi come cattolici e come italiani, augurare e favorire il ritorno delle forze negative che il fascismo ha contribuito a bandire, cioè lo spirito di scetticismo e di disgregazione, il senso di sfiducia nelle proprie fortune e lo svalutamento di ogni forza morale?
Ecco quindi, o amici, perché non ha fondamento l’accusa che il nostro collaborazionismo sia inquinato da una riserva mentale che si riferisca ad uno stato d’animo incerto ed equivoco, il quale attenda per rivelarsi un momento favorevole.
No, nessun equivoco nello stato d’animo, nessuna riserva nel nostro pensiero che possa trovare domani un’espressione contraddittoria alle affermazioni di oggi. Il nostro collaborazionismo non ha riserve equivoche, ma incontra dei limiti chiari e precisi e nelle nostre dottrine e nelle condizioni di fatto in cui la collaborazione si svolge.
(…)
Il problema della collaborazione non è quindi un problema della statica, ma è un problema della dinamica; un problema del divenire politico i cui termini si spostano non solo secondo la maggiore o minore convergenza di volontà nei collaboratori, ma anche per modificazioni che subiscono le condizioni di fatto, nelle quali la collaborazione è tentata o attuata.
Ora su quale terreno, in quale misura, entro quali limiti si compie la collaborazione fra popolari e fascisti? Nell’attività amministrativa e legislativa essa è data dalla partecipazione dei nostri amici al governo.
(…)
Dare un giudizio complessivo e definitivo sull’opera legislativa e parlamentare del consiglio dei ministri e giudicare quindi dei risultati della nostra collaborazione per mezzo della partecipazione al governo sarebbe oggi intempestivo.
Vi sono dei provvedimenti buoni come quelli scolastici e la riforma giudiziaria, abolizione degli enti autonomi e parassitari alcune sagge economie di bilancio, alcuni provvedimenti tributari; vi sono delle misure discutibili e dei provvedimenti errati (…) ma non si può ignorare che le riforme principali entro cui si inquadrano tutte le altre, dalle quali anzi dipende la relativa bontà e tollerabilità di provvedimenti già presi, sono quella amministrativa e quella tributaria.
Ora la riforma dell’amministrazione e la sistemazione del bilancio sono in studio o in corso, il che vuol dire che l’esperimento di governo per quanto riguarda la fase ricostruttiva è in atto. Ci pare quindi giusto che il governo possa ottenere un giudizio sospensivo per quei provvedimenti che, non accettabili in sé, non rappresentano però per un governo il definitivo e l’inesorabile.”

 Alcide De Gasperi
 IV Congresso Nazionale del P.P.I.
 (Partito Popolare italiano)
 Torino; 12-14 Aprile 1923

È la saggia lungimiranza democristiana  nell’eterno  ritorno al sempre uguale: se proprio devo scegliere, meglio optare per il peggio purché ci sia in cambio almeno un posto nella greppia.

Homepage

La minaccia fantasma

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 giugno 2009 by Sendivogius

Silvio al voto Mentre papi Silvio si baloccava coi suoi sondaggi in quel magico reame chiamato Arcore, l’apoteosi plebiscitaria che avrebbe dovuto consacrarne l’investitura imperiale non c’è stata. L’ascesa bonapartista di Silvio Berlusconi si è arenata su di un dignitoso (ma contenuto) 35% elettorale, ben lontano dalle ambizioni egemoniche del sovrano universale.
L’imperatore vince, stravincerà (forse) nelle amministrative, ma non trionfa. Nonostante il prezioso operato di Walter Veltroni, il suo migliore alleato all’opposizione, che dopo aver contribuito all’eliminazione pubblica della Sinistra in Italia, si è premurato di cancellarla anche dal Parlamento europeo, favorendo l’introduzione della quota di sbarramento. A conti fatti, su 72 rappresentanti espressi, non un solo deputato italiano siederà tra i banchi dell’europarlamento riservati ai gruppi di sinistra e centrosinistra: non l’IdV che pare guardi all’ALDE (l’alleanza liberal-democratica); non il PD, che svelerà la sorpresa solo dopo i ballottaggi (l’ALDE pure lui); non l’UDC che confluirà nel Partito Popolare Europeo insieme al PDL. Tutti liberali, Todos Caballeros! Sono soddisfazioni. È stato lo “yankee-doodle” all’amatriciana una di quelle strane calamità che, nella disarmante ingenuità del bimbo sognatore, portano la devastazione delle grandi catastrofi epocali.
Eppure Berlusconi non sfonda il fronte elettorale e il referendum indotto sulla sua persona tracolla ai risultati del 1994. Nonostante la deriva autoritaria. Nonostante le piaggerie editoriali. Nonostante le maratone televisive. Nonostante il massiccio astensionismo. Nonostante la cosiddetta ‘Sinistra radicale’, che alla vigilia delle elezioni è riuscita a dividersi in tre moncherini, auto-condannandosi all’ennesimo oblio. Nonostante il devastato PD che continua a perdere pezzi, e rappresentatività, in piena emorragia di consensi. Nonostante che siano già pronti gli spiedi per rosolare il povero Harry Potter democratico: il rispettabile Dario Franceschini, che di magie dovrà farne parecchie se vuole sopravvivere al congresso di Ottobre.
Forse il Sultano brianzolo, per qualche tempo, sarà costretto ad accantonare il suo sogno assolutista. Forse dovrà mitigare le proprie pulsioni eversive. Forse si metterà ad inseguire la Lega nei suoi deliri razzisti, in una resa dei conti in chiave padana. Forse si ritirerà nei propri domini regali, tra i baccanali della sua corte. Forse imprimerà maggior sobrietà ai suoi festini, magari facendo a meno di un Topolanek col batocchio in movimento, evidentemente entusiasta del velinume di contorno. O forse no. Per il momento Silvio tace. Non dubitiamo che presto si leveranno innumerevoli peana, in onore del trionfo del sovrano alle ultime elezioni.
In attesa del ritorno del Re, quella di Silvio resta comunque una ‘vittoria mutilata’.

 

Aurea Mediocritas

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 31 gennaio 2009 by Sendivogius

 

L’Opposizione ‘responsabile’

 wveltroni

 Come l’antica Gallia descritta da Cesare, nel Parlamento italiano anche l’opposizione è divisa in partes tres: assopita al centro, abbiamo l’eterea e favoreggiante UDC; di incerta collocazione ai lati, si trovano invece la tribunizia IdV e l’alternativo PD.

Che cos’è il PD? “È un grande partito democratico e riformista”

Segnatevi la risposta. Perché sarà questa, e questa soltanto, l’unica domanda alla quale l’intera dirigenza del partito vi risponderà all’unisono, in un sol coro e di comune accordo.

‘Democratico’ e ‘Riformista’. Non avrete altra definizione, all’infuori della sola consentita dalla vulgata ufficiale. Dunque, con una simile identità doc così rigidamente certificata, possiamo escludere ciò che è da quanto, nel dubbio, ufficialmente non è.

Prendiamo in considerazione ciò che è dato per certo:

Democratico non vuol dire niente. Ci mancherebbe pure che un partito che aspira a cariche di governo in una democrazia parlamentare si dichiari apertamente anti-democratico (oddìo! In Italia tutto è possibile). È un po’ come dire che il Vaticano si definisce cattolico.

Riformista… Craxi lo era. Anche Silvio Berlusconi è sicuramente un ‘riformista’: nessuno ha mai fatto così tante ‘riforme’ dai tempi del cavalier Benito Mussolini. Dobbiamo per questo condividerle tutte e, in quanto tale, riconoscere al loro riformismo un valore positivo a prescindere dalla sostanza?

Per quanto invece riguarda l’incerto…

Il Partito Democratico non è socialdemocratico, non ‘di sinistra’ (il Pd è oltre), meno che mai ‘socialista’ (Vade Retro!). Infatti non s’è ancora ben capito insieme a quale gruppo parlamentare siederà all’interno del Parlamento europeo.

È ‘non confessionale’ e, in teoria, anche ‘laico’. Purché non gli si chieda di prendere una posizione netta e specifica su:

– Divorzio breve e Diritti di convivenza;

– Ricerca sulle cellule staminali;

– Procreazione assistita;

– Contraccezione e reperibilità della cosiddetta pillola del giorno dopo;

– Nonché sull’interruzione di gravidanza.

Perché se è facile parlare di libertà di scelta, il discorso cambia quando si tratta di mettere in pratica tale libertà, con il 90% di anestesisti, infermieri e medici si dichiarano obiettori di coscienza. La Sanità è l’ultima frontiera della partitocrazia: terreno di scontro politico e di scambio; di lottizzazione selvaggia e di appalti interessati delle forniture. La sanità lombarda è interamente infiltrata dagli integralisti di CL. In tutta Italia, primari e manager delle ASL vengono designati per appartenenza politica. Chi non si allinea (e non ha tessera) non fa carriera. Visto il vento che tira, se obietti è meglio. Per te. E così i consultori rifiutano quasi sistematicamente la prescrizione del Norlevo, un farmaco anticoncezionale (e non anti-abortivo), per motivi di coscienza. Perché senno Gesù piange.

E soprattutto non chiedete al Partito Democratico di esprimersi unitariamente:

– sui privilegi fiscali concessi alla Chiesa, sul finanziamento delle scuole confessionali,

– sull’abolizione dell’ICI per le attività commerciali gestite da enti religiosi,

– sull’attribuzione dell’8 per mille,

– sull’accollo a carico dello Stato degli insegnanti di religione…

Il Partito Democratico è dalla parte dei Sindacati, ma anche della Confindustria. Appoggia le posizioni di Cisl e Uil, ma anche della Cgil. Sta con la popolazione civile di Gaza, ma anche con Tsahal che la bombarda.

Il PD è un partito plurale, aperto a tutte le opinioni e su nessuna fermo… Aspettando Godot, in perenne attesa dell’elettore moderato che non arriva mai, mentre frana alla sua sinistra.

Ma questo non ditelo ai troppi generali, che guidano le disorientate truppe del PD allo sbando. Lasciate che il tenero Walter faccia ancora l’Americano a Roma. Lasciatelo giocare al piccolo chirurgo mentre tenta di rianimare la sua creatura, assemblata con innesti sperimentali: un corpo transgenico in crisi di rigetto.

Nel PD convivono a forza una pluralità di anime diverse senza un’identità condivisa. Come era facile intuire, la “fusione a freddo” tra DS e Margherita si è rivelata una mera sommatoria di numeri (sempre più esigui) e di apparati ingessati nel loro autismo referenziale, scossi da una improvvida sovrapposizione di ruoli e da contraddizioni insanabili. Ad una reale carta di valori condivisi si è preferito una faticosa politica di compromessi per bilanciare gli equilibri contrastanti, attraverso un’asettica opera di ingegneria politica pianificata a tavolino. Con scarso esito bisogna aggiungere, dato che da subito le diversità culturali sono implose, trasformando le rivalità interne in una serie di devastanti lotte intestine che ne stanno lacerando il tessuto interno. Un partito senza più radici sociali, senza storia perché senza un passato condiviso, senza ideali perchè privo di valori definiti che siano comunemente accettati e riconosciuti come tali, è un partito senza futuro. Nel Partito Democratico è ormai in corso una lotta di sopravvivenza, all’ombra di un cupio dissolvi che sconcerta e disgusta. Uno scontro che corrode le labili fondamenta in una emorragia di voti, fino al verminaio napoletano che, come una fogna scoperchiata, rischia di risucchiare tra i liquami ciò che resta del PD campano.

Non chiedete a Walter Veltroni una presa di posizione netta, perché questo significherebbe scontentare qualcuno… E Walter è uomo che aborre il conflitto in ogni sua forma, tanto insopportabile è la tensione che suscita in lui. Perché un agnello resta tale anche se travestito da leone. È nella sua natura.

Non pretendete da lui una linea definita. Non ci sono confini invalicabili: tutto è negoziabile, discutibile, allargabile…

È il “Modello Roma”: Inclusione tramite Cooptazione. Il superamento del dissenso attraverso la gestione compartecipata del potere. Un sistema cosolidato dove istanze e divergenze critiche rimbalzano sui muri di gomma di un’apparente accondiscendenza, affondano nella melassa buonista e lì soffocano sotto la patina caramellata di ipocrisie zuccherose.

Un modello che si è rivelato fallimentare su scala nazionale, come nella stessa Capitale.

Ma non si può dire, perché il buon Walter mica ha capito di aver perso le elezioni e persiste nel metodo, illudendosi forse che ciò possa supplire al sostanziale vuoto programmatico ed al collasso strutturale della sua creazione.

Il Partito democratico assomiglia sempre più ad un regno feudale. Un centro direzionale debole, se non addirittura impotente. Sostanzialmente autoreferenziale, ma incapace di intervenire alla sua periferia. Un regno devastato dalla Guerra dei Baroni scatenata al suo interno dai singoli vassalli, preoccupati unicamente di consolidare i propri feudi politici, al fine di assicurarsi una rendita personale ritagliata a misura di clientela.

Una delusione palpabile, amara, e sempre più diffusa tra coloro che pure avevano creduto (non certo chi scrive) al ‘grande progetto riformista’. Impietoso è il ritratto che del PD traccia Antonello Caporale, una delle penne più brillanti de La Repubblica (il quotidiano che più di ogni altro aveva appoggiato la ‘svolta’ veltroniana):

   “Cosa dire del Partito Democratico? Una formazione politica nemmeno nata e già parsa stecchita. Notabili in ogni luogo d’Italia, gruppi di potere contrapposti, legati da un solido astio, guidati da una disistima che avanza pubblicamente. Ognuno per sé. Qui la Margherita, lì i diessini. E a pioggia, innumerevoli sottocorrenti e capibastone. Ciascuno con la sua lingua ed i suoi interessi, le proprie relazioni e le proprie fondazioni.

Non un’idea, non un disegno politico che si scorga e nemmeno una classe dirigente che abbia la minima voglia di rifondarsi. Cambia lo spettacolo, ma è sempre la stessa compagnia di teatro a metterlo in scena. La vita scorre alla giornata, ciascuno col suo mucchietto di potere residuo, intento a difenderlo ad oltranza. Illuminante e in qualche modo penosa la via che, per esempio, Antonio Bassolino ha scelto per custodire quel po’ di potere ancora in suo possesso. Deriso dall’Italia, crocifisso e persino ripudiato dai suoi compagni per le responsabilità connesse alla dissennata gestione dei rifiuti, ha deciso di accucciarsi all’ombra di Silvio Berlusconi. Farsi trasportare dal suo fiume verso il traguardo finale: ancora una volta un seggio. Quello, oggi si dice, di parlamentare europeo. E tutti gli altri? Cosa fanno gli altri, dove sono, cosa dicono? Boh! Il partito democratico ha così tante voci che si ha netta la percezione della sua incapacità di muoversi verso una qualunque posizione unitaria. Ritorno al nucleare? Chi dice sì e chi di no. Eutanasia? Giusta morte? Chi dice sì e chi di no. Dialogo sulle riforme? Chi dice sì e chi di no. Politica della fermezza o spinta dell’integrazione degli immigrati? Nelle città d’Italia i sindaci del PD bastonano gli extracomunitari, nel Parlamento i rappresentati del PD li difendono.

(…) Non esiste una questione dove l’opposizione opponga un comune sentire. Non è giustizialista ne dialogante. Né sembra di sinistra e nemmeno compiutamente riformista. Non clericale ma ancora lontana dall’essere pienamente e convintamente laica. Moderata? E cosa significa essere moderati?

Cos’è la moderazione oggi? Una delle connotazioni peculiari della mediocrità è la sorprendente capacità di adattamento. Il mediocre non ha particolari istanze ideologiche a cui aderire, non si immette in alcuna grande narrazione. Non ha slanci dottrinali. È un camaleonte pronto ad indossare il costume che meglio si adatti alla scena.

La parola chiave, moderazione, è trasmessa sempre più spesso, anzi nascosta nel termine ‘riformista’. Nessuna opinione netta, piuttosto massima flessibilità. Anthony Giddens teorizzava magistralmente la necessità di un nuovo corso storico, la terza via, l’alternativa possibile; il moderato invece dispone di un ben più ampio ventaglio di possibilità. In esso il pensiero debole, il sistema filosofico legato alla postmodernità, raggiunge livelli parossistici degenerando nell’assoluta liquidità di posizioni. La pluralità è assurta a dogma. Il moderato si adatta al mutamento incessante delle condizioni; il suo è un pensiero essenzialmente morbido. È in questo humus che nasce il sublime concetto di cerchiobottismo. Un colpetto al cerchio e uno alla botte. Senza inimicarsi alcuno, restando in un’aurea posizione intermedia. Moderazione significa totale disponibilità ad abbeverarsi dall’una e dall’altra fonte, senza remore, senza pregiudizi. Il moderato sveste una casacca per indossarne un’altra senza pudori di sorta. Nessun tabù, solo realpolitik.

   [Antonello Caporale. “MEDIOCRI I potenti dell’Italia immobile(pagg.58-60). Baldini Castoldi Dalai editore. Milano, 2008]