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Quelle strane coincidenze…

Posted in A volte ritornano, Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on ottobre 14, 2012 by Sendivogius

Se c’è una cosa che col tempo abbiamo imparato ad apprezzare in Antonio Di Pietro, è lo straordinario intuito col quale seleziona i suoi candidati e lo conduce inesorabilmente a scegliere le persone sbagliate. In questo, pare che disponga di un talento tutto particolare, raffinato negli anni attraverso la pratica reiterata.
 Non sappiamo come andrà a finire (né ce ne potrebbe fregar di meno) la deprimente vicenda di Vincenzo Maruccio: l’enfant prodige alla Regione Lazio, lanciato in una carriera fulminante che sembrava aver bruciato tutte le tappe e conclusa nel peggiore dei modi.
Sarebbe piuttosto curioso conoscere i requisiti di valutazione, con i quali vengono scremati certi curricula. Sembra trattarsi di un problema comune a tutti i partiti (e ora ‘movimenti’) di natura proprietaria, dove il giudizio del ‘Capo’, prima ancora di essere insindacabile, è soprattutto insondabile.
Personaggi come Maruccio non vengono su dal nulla. Meno che mai in un paese immobile e gerontocratico come l’Italia, dove si diventa maggiorenni a cinquant’anni e si vive una seconda giovinezza a settanta. Un Paese dove dietro al rampantismo di ogni ‘giovane di successo’ c’è sempre un vecchio mentore, con le opportune entrature nei salotti giusti ed i fili del burattino in mano…
A 23 anni, fresco di laurea in giurisprudenza, conseguita presso la cattolicissima università LUMSA, il misconosciuto Vincenzino è già “dirigente” nazionale dell’Italia dei Valori.
Non ancora trentunenne, viene nominato Assessore alla Regione Lazio con delega alla Tutela dei Consumatori ed alla Semplificazione Amministrativa (13/02/09) nella giunta regionale di Piero Marrazzo, su indicazione diretta del partito per volontà di Antonio Di Pietro. Superfluo dire che il giovane avvocato calabrese non solo non è stato eletto, ma nemmeno si è presentato alle elezioni regionali (del Lazio). Tempo pochi mesi, viene promosso “Assessore ai Lavori Pubblici ed alle Infrastrutture”. Si tratta di un incarico delicatissimo, che richiederebbe un minimo di esperienza, in considerazione del mare di squali in cui si deve nuotare. Tanto per dire, è il periodo in cui Angelo Balducci, ricopre il ruolo di Presidente generale del Consiglio Superiore per i Lavori Pubblici, dopo essere stato Direttore Generale del Servizio Integrato Infrastrutture del Lazio, e dal 2006 Commissario Straordinario per i mondiali di nuoto “Roma 2009″.
Nel 2010, cambio di giunta regionale. Vincenzo Maruccio, coi suoi 8.000 voti, è il primo degli eletti in quota IdV. Diventa capogruppo dell’Italia dei Valori nel Consiglio Regionale del Lazio, tesoriere unico del partito e membro della Commissione Bilancio alla regione, quindi segretario generale dell’IdV per il Lazio, prima del catastrofico epilogo: indagato per peculato, sospettato di riciclaggio, costretto alle immediate dimissioni dal partito.

Dimmi con chi vai e ti dirò che sei
 Negli anni gloriosi della sua attività politica, l’on. Maruccio si distingue per una indefessa attività contro i furbetti di tutte le cricche. In concreto, di fatti se ne vedono assai pochini; in compenso, le parole e le promesse abbondano, con un premio alle buone intenzioni. Poi certo c’è l’immancabile discrepanza tra ciò che si predica e quello che si pratica, nell’incolmabile separazione tra pensiero e azione…
In merito alla scandalosa gestione dei fondi regionali per le spese di partito [QUI], alla fine di settembre ’12, quando finalmente si decide di correre ai ripari e chiudere le porte a stalle ormai vuote, il solerte Vincenzino rilascia insieme al suo collega Claudio Bucci una dichiarazione congiunta:

Accogliamo con grande piacere la proposta del presidente Abbruzzese, in merito ai tagli da operare sulle spese del consiglio regionale del Lazio. Si tratta di un atto di responsabilità nei confronti dei cittadini della regioni su cui, inevitabilmente, grava la spesa regionale.

Mario Abbruzzese (PdL) è il presidente dell’assemblea regionale, che ha moltiplicato i pani ed i pesci elevando a dismisura i rimborsi spese ed i finanziamenti pubblici ai partiti (da 500.000 a 15 milioni di euro), tramite un contestatissimo emendamento, introdotto in fretta e furia nelle legge di bilancio regionale del 2010.
Peccato che l’accoppiata moralizzatrice dei (porta)valori abbia ritenuto superfluo ricordare come l’aumento dei fondi sia passato anche grazie al voto favorevole di Vincenzo Maruccio (membro della Commissione Bilancio) ed il consigliere Claudio Bucci (membro dell’Ufficio di Presidenza), nonostante la direttiva ufficiale dell’IdV fosse quella di votare NO.
Claudio Bucci è un ex Forza Italia, transitato per le imperscrutabili vie della politica all’Italia dei Valori. Per rendere l’idea del personaggio, è uno che da almeno cinque anni riutilizza sempre la stessa foto, evidentemente buona per tutte le occasioni… Questioni di coerenza!

Vincenzo Maruccio sembra invece più fedele al primo amore. In concomitanza con la ascesa politica, entra nello studio dell’avv. Sergio Scicchitano, esperto in diritto societario e in particolare nel ramo fallimentare.
Calabrese pure lui (è nato a Isca sullo Ionio il 17/09/1955), Scicchitano è stato avvocato personale di Antonio Di Pietro e costituisce un pezzo pregiato dell’Italia dei Valori. Dopo aver tentato invano la carriera politica, senza riuscire mai ad essere eletto, si consola occupando ininterrottamente tutta una serie di incarichi amministrativi, preferibilmente in aziende a controllo pubblico, sotto i buoni auspici del partito.

Soprattutto, l’avv. Scicchitano è una presenza fissa nei collegi arbitrali, incaricati delle liquidazioni fallimentari per conto del Tribunale di Roma. Si tratta di incarichi eccezionalmente retribuiti e di solito appannaggio di una ‘casta’ di burocrati, ben inserita nei gangli della pubblica amministrazione. Una fonte di spesa che incide notevolmente sulle finanze dello Stato e mai lontanamente presa in considerazione dalle “riforme epocali” dei tecnocrati montiani, che tutto tagliano (ai redditi minimi) ma nulla tolgono agli appannaggi esclusivi di ‘classe’ (la loro). A suo tempo, ne parlò persino un accorato articolo del Corriere della Sera: QUI.
Per conto della IdV, è Presidente nazionale di Garanzia e, in quanto preposto all’Ufficio Esecutivo regionale, è l’uomo che sceglie e predispone la lista dei candidati da presentare alle elezioni nel Lazio.
Nel 2001 l’ex sindaco di Roma, Walter Veltroni, lo nomina Presidente della Commissione anti-usura per conto della “Federazione internazionale dei diritti dell’uomo” (?).
Nel 2002 diventa Delegato per la tutela dei Diritti dei Consumatori e degli Utenti, nell’ambito della quale si occupa anche di nuove tecnologie digitali e banda larga. Interpellato sulla pessima copertura ADSL della capitale d’Italia, a fronte di tariffe troppo care, l’avv. Scicchitano concentra le sue preoccupazioni sul “rischio del tecnoautismo e la dipendenza da web”, focalizzando subito l’attenzione sui veri problemi, insiti nell’occulta minaccia di un internet veloce e accessibile a tutti.
Nel Luglio del 2006, Antonio Di Pietro, all’epoca titolare del dicastero per i Lavori Pubblici nel Governo Prodi, se lo porta con sé al ministero e lo nomina consigliere d’amministrazione dell’ANAS, dove rimane per tre anni.
Contemporaneamente (Aprile 2006) Sergio Scicchitano è anche presidente della LazioService: controllata pubblica e società tuttofare che si occupa dei servizi regionali e inserimento lavorativo (portierato e servizi ausiliari). In pratica si tratta di un carrozzone clientelare di collocamento politico, istituita dalla giunta Storace nel 2001 e mantenuta da tutte le amministrazioni successive, lievitando fino a 1.400 dipendenti con mansioni tutt’altro che definite.
Le fortune dell’avv. Scicchitano conoscono una brusca battuta d’arresto nel Giugno 2011, quando suo malgrado viene costretto alle dimissioni, in occasione dello scandalo che coinvolge alcuni dei più ‘blasonati’ nomi dell’imprenditoria capitolina e che ruota attorno alla maxi truffa dell’ex presidente della Confcommercio di Roma: il commercialista Cesare Pambianchi [QUI]

Cesare Pambianchi, insieme al suo sodale Carlo Mazzieri, è accusato di aver messo insieme un’associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio ed all’evasione fiscale, attraverso il diffuso giochino dei falsi rimborsi sui crediti IVA e la costituzione di società cartiera alla base della collaudata “truffa carosello” (che trovate anche QUI), sottraendo al Fisco qualcosa come 600 milioni di euro.
Tra le società che sembrerebbero coinvolte nella maxi-evasione ci sono anche vari marchi storici dell’arredamento come la Emmelunga e la Emmecinque, società del gruppo Aiazzone a sua volta risucchiato in un gigantesco crack:

Il rilancio del marchio e la nuova caduta

«Nel 2008 il marchio “Aiazzone” viene totalmente rilevato dall’industriale pugliese Renato Semeraro, che, insieme a Mete SpA della famiglia Borsano (Gian Mauro Borsano), “resuscitano” il marchio aprendo dapprima alcuni punti vendita nelle province di Torino e Milano, poi convertendo a insegna Aiazzone nel corso del 2009 la rete PerSempre Arredamenti e una parte della rete Emmelunga (acquistata nel 2009), con una presenza in gran parte delle regioni italiane.
Il 2009 e il 2010 sono anche caratterizzati da grossi problemi economici, finanziari, fiscali e da insurrezioni sindacali, dovute alla nuova gestione delle due famiglie (Borsano e Semeraro riunite nella società B&S S.p.A.).
Nel luglio 2010 Emmelunga e Aiazzone, marchi detenuti da B&S, Holding dell’Arredamento, Emmedue ed Emmecinque, vengono ceduti in affitto alla società torinese Panmedia.
Nel 2011 Emmelunga ed Aiazzone attraversano una grave situazione finanziaria tanto da non riuscire a rispettare i contratti di vendita con i clienti e non riuscendo ad onorare gli emolumenti ai dipendenti.
Dal marzo del 2011 il mobilificio, le cui filiali risultano chiuse “per inventario sino a nuova comunicazione”, ha smesso di effettuare consegne e ne è stata presentata istanza di fallimento da parte di fornitori e clienti. La procura di Torino apre contestualmente un’inchiesta; viene iscritto nel registro degli indagati anche il legale della B&S (l’ipotesi di reato è truffa). 
Al 21 marzo 2011 anche il sito aiazzone.it risultava non più raggiungibile.
Il 28 marzo 2011 Gian Mauro Borsano, Renato Semeraro e Giuseppe Gallo sono stati arrestati dalla Guardia di Finanza su mandato del gip Giovanni De Donato, in seguito alla richiesta dei pm Francesco Ciardi e Maria Francesca Loy della Procura della Repubblica di Roma, accusati di bancarotta distruttiva, fraudolenta e documentale, riciclaggio, sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, falsa presentazione di documentazione per accedere al concordato preventivo.
Borsano, Semeraro e Gallo avrebbero usato le società del Gruppo B&S (indebitate con il fisco per decine di milioni di euro) per effettuare fittizie cessioni di immobili e partecipazioni societarie, prelievi in contanti ed emissioni di fatture false a beneficio di nuove società appositamente costituite. In seguito, gli stessi indagati avrebbero ceduto in modo fraudolento la rappresentanza delle società del gruppo B&S ormai in crisi e svuotate di ogni bene, a trasferire, tramite un prestanome, la rappresentanza delle società in Bulgaria da cui sarebbe derivata la conseguente cancellazione dal registro delle imprese italiano per evitare la procedura difallimento avanzata dai creditori. Inoltre gli arrestati avrebbero presentato a tre diversi tribunali competenti per conto di alcune società del Gruppo, l’ammissione al concordato preventivo, allo scopo di evitare il fallimento, fornendo garanzie patrimoniali inesistenti e presentando carte false. Infine, per diversi anni, risulterebbero non versate imposte per alcune decine di milioni di euro, l’occultamento o la distruzione dei libri contabili delle aziende coinvolte. L’inchiesta, che conta un altro gruppo di indagati, non è ancora conclusa. Successivamente si è proceduto all’arresto dei protagonisti.
Il 2 Giugno del 2011 all’incirca duecento persone, con un centinaio di automezzi, scassinano un magazzino di mobili di Aiazzone, portandosi via tutto, smontando perfino parti dell’edificio. Si pensa che molti di coloro che l’hanno svuotato fossero clienti che avevano pagato merce che non hanno mai ricevuto oppure dipendenti che hanno mesi di stipendi arretrati. L’assalto è avvenuto nel magazzino Aiazzone di Pognano, dove già dal mese precedente si verificavano dei furti saltuari. Le duecento persone (soprattutto immigrati che vivono nei paesi intorno, ma anche qualche decina di bergamaschi) si sono date appuntamento alla stessa ora e sono arrivati sul posto con auto, furgoni, camioncini, anche qualche tir (alcuni di qualche noto corriere ma con il logo coperto da teli), hanno forzato la serratura e poi hanno cominciato a caricare tutto quello che hanno trovato.»

Curatore fallimentare della holding del Gruppo Aiazzone è (avete indovinato!) l’avv. Sergio Scicchitano il quale, minacciando querele contro tutto il mondo, improvvisamente si dimette da tutti gli incarichi, con una curiosa excusatio non petita:

«Non ho mai ricevuto alcun provvedimento di custodia cautelare. Sono stato coinvolto per una banale contestazione sulla mancata dichiarazione di un compenso relativo a una prestazione professionale, in merito alla quale ho fornito ampi chiarimenti documentali. Resto a disposizione per dare tutto il mio supporto per chiarire la mia posizione. Sono totalmente estraneo a qualunque tipo di “cricca”, non ho mai fatto l’imprenditore, essendo ciò incompatibile con la mia professione di avvocato, e non ho mai avuto rapporti professionali con Cesare Pambianchi e Carlo Mazzieri. Sono certo di dimostrare la mia estraneità

Nelle fattispecie, all’avv. Scicchitano viene contestata l’emissione di 6 fatture da 140.000 euro ciascuna, prodotte tra il Giugno ed il Nov. 2008 per conto della Società MINORal fine di evadere le imposte sul reddito e sull’IVA”. Come tengono a precisare i magistrati inquirenti.

«Non solo. Secondo gli atti depositati dalla Procura l’ex tesoriere dell’Idv, che sarà presto ascoltato dai pm dell’inchiesta su Maruccio, avrebbe versato sul conto corrente della madre di Scicchitano assegni per un importo complessivo di 1 milione e 100mila euro. Successivamente una cifra molto vicina, 1 milione e 52 mila euro, il 12 maggio 2010 è stata versato dalla donna su un altro conto “appositamente acceso” in favore del figlio.»

Paolo Broccacci
La Repubblica
(13/10/2012)

Sulla vicenda, e senza troppi peli sulla lingua, ci vanno giù in modo particolarmente duro i cronisti di Okroma.it, quotidiano on line, estrapolando dagli atti dell’inchiesta in corso, senza alcun beneficio del dubbio.
Noi ci limitiamo unicamente a riportare testuale:

«“Al fine di evadere le imposte, avvalendosi delle fatture false per operazioni insistenti emesse dalla società Minor spa, indicava nelle prescritte dichiarazioni annuali passivi fittizi per un importo di un milione e 120mila euro oltre Iva”. Il tutto, fino a ottobre 2009. Che più o meno è il periodo in cui incassò la nomina alla presidenza di Lazio Service (fino al 2012). Scrivono i pm che Sergio Scicchitano, “avvocato di successo del foro romano” come si legge nel suo curriculum istituzionale, avrebbe favorito con un sistema di false fatturazioni un pagamento in nero, sotto forma di immobile, effettuato dalla Citiesse allo studio Mazzieri&Pambianchi.
Un’operazione complessa, con decine e decine di assegni di importo “sotto soglia”, cioè da dodicimila euro (per sfuggire al controllo antiriciclaggio), che alla fine sarebbe servita a ristrutturare la società del gruppo Di Veroli. Un’operazione talmente irregolare che per nasconderla meglio Scicchitano decise persino di far transitare i soldi sul conto personale di sua madre, anche se per pochissimo tempo. E negli ambienti si parla pure di una certa predisposizione dell’avvocato per operazioni siffatte: Scicchitano ha già posto in essere negli anni precedenti per ulteriori 2 milioni e trecentomila euro con altre società dello studio Mazzieri&Pambianchi, denominate Delta e Libra, anch’esse trasferite in Bulgaria, su cui si sta ancora indagando

“Sergio Scicchitano, l’uomo delle false fatturazioni”
 di Massimo Martinelli
 15 giugno 2011 – OkRoma.it

 Tanto per dire, nell’inchiesta è coinvolto anche Norberto Spinucci, ex tesoriere regionale (Lazio) dell’Italia dei Valori, sospettato di aver preso parte alla frode fiscale e contribuito alle operazioni di riciclaggio.
Più che altro, nel caso dell’avv. Scicchitano sono gli inconvenienti nei quali si incorre quando si gestiscono decine di fallimenti aziendali, dalla Cirio alla Federconsorzi: un incredibile bubbone di eredità fascista, che si trascina da mezzo secolo risucchiando risorse e ricchezze.
L’avv. Scicchitano è stato, naturalmente, anche liquidatore fallimentare della Federconsorzi su incarico del Ministero delle Attività Agricole. L’attività giudiziale del professionista è stata omaggiata da un rovente articolo su Panorama.itCertamente, si tratta dei frutti perversi di malelingue invidiose e intrise di veleno.

La Profana Trinità
 Dove c’è Vincenzo Maruccio, c’è Sergio Scicchitano (suo protettore e mentore). E dove c’è l’avv. Scicchitano di solito non manca Oscar Tortosa.
In circolazione da almeno trent’anni di indefessa attività, Oscar Tortosa è un antico protagonista della politica istituzionalizzata all’ombra del Campidoglio.
Classe 1942, laureato in Sociologia, un impiego come funzionario USL (il nome antico delle attuali “aziende sanitarie”), nasce socialista ma confluisce presto nei ranghi dei socialdemocratici, entrando a far parte del Comitato centrale del PSDI nel 1969. Nel 1982 diventa Assessore al Tecnologico nella giunta tutta di sinistra del sindaco comunista Ugo Vetere.
Ci dura poco, perché nell’agosto del 1985, convertito a più moderati fumi, confluisce con tutto il PSDI nella nuova giunta del democristiano Nicola Signorello, esponente di spicco della corrente andreottiana, denunciando il fallimento dell’area laica e socialista. Giusto il tempo per ottenere un nuovo incarico come assessore al Decentramento.
Quindi transita nella catastrofica giunta di Pietro Giubilo (1988-1989): creatura personale di Vittorio Sbardella (soprannominato Pompeo Magno, ma comunemente conosciuto come Lo Squalo). Giubilo è ricordato come uno dei peggiori sindaci che la città abbia mai avuto (dopo Alemanno), attualmente riciclato nelle fila dell’UDC che l’ha prontamente ricollocato con un incarico dirigenziale alla Regione Lazio.
Nel maggio 1988 Oscar Tortosa ritorna agli antichi amori socialisti, aderisce al “movimento di unità socialista” in seno al PSDI, confluendo con armi e bagagli nel PSI craxiano:

Confluiamo nel PSI, convinti dalla scelta di Craxi nella strada del socialismo riformista.

Tanto basta per riciclarlo nella successiva giunta ‘socialista’ dell’immarcescibile Franco Carraro (1987-1991), ottenendo stavolta la poltrona dell’assessorato al Commercio. Negli anni allegri della giunta Carraro, finisce sotto inchiesta per il mega-scandalo del consorzio Census
Nell’aprile del 1991 la giunta decide di censire l’immenso patrimonio immobiliare di proprietà del Comune, giacché l’Amministrazione non sa quanti e quali siano gli immobili in suo possesso (!). Il censimento viene affidato al consorzio privato Census (nel quale confluisce la Fisia, una compartecipata FIAT), per assegnazione diretta e senza alcuna gara d’appalto, alla modica cifra di 90 miliardi di lire più IVA (e siamo nel 1991!), nonostante altre imprese avessero dato la loro disponibilità per metà del prezzo.
Nell’aprile del 1993 (giusto due anni dopo) viene indagato per un presunto giro di tangenti all’ACEA (una delle principali municipalizzate), è condannato in primo grado e quindi prosciolto. A seguire con interesse le indagini dei magistrati romani, volte a stabilire un filo conduttore col filone milanese nell’ambito del finanziamento illecito al PSI, è il pm Antonio Di Pietro che in concomitanza coi primi arresti esterna tutto il suo entusiasmo [QUI].
Evidentemente, col tempo, il Tonino nazionale deve essersi ricreduto…
Con gli anni, Oscar Tortosa (e siamo entrati nel XXI secolo) diventa il discusso presidente dell’ex Opera Pia Asilo Savoia. Quindi riprende l’attività politica in qualità di “Responsabile per la Politica Interna” nel Movimento Nazionale Italia dei Diritti: un’entità federata con l’Italia dei Valori, della quale Tortosa diventa vice-segretario regionale per il Lazio, al fianco di Vincenzo Maruccio.
Ed il cerchio si chiude: Tortosa-Scicchitano-Maruccio, fino all’attuale scandalo dei fondi della regione Lazio, che per modalità ricorda molto il reato di reciclaggio: prelievi in contanti, triangolazioni di pagamenti su più conti correnti, con importi al di sotto della soglia di tracciabilità e quindi con passaggi difficili da ricostruire, causali inesistenti o volutamente ambigue, operazioni di giroconto tramite continui trasferimenti… Proprio come nella truffa di Pambianchi.

Insomma, tutto come da manuale. Niente da eccepire, fino a prova contraria, sull’onorata rispettabilità dei personaggi. Ma qualche diffidenza sarà pure lecita?

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BELLA GENTE

Posted in Business is Business, Roma mon amour with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on marzo 1, 2010 by Sendivogius

C’è del marcio in Danimarca
(W.Shakespeare – Amleto: atto I, scena IV)

In termini inversi, c’è da chiedersi se in Italia esista ancora qualcosa di sano…
Se la corruzione è una sciagura antica, senza bandiere di appartenenza, nel cosiddetto Belpaese ha assunto dimensioni tali da diventare strutturale, quale elemento endogeno nel carattere identitario di un’intera nazione, che ha fatto del malcostume diffuso il proprio tratto distintivo. E, come il vaso di Pandora, non smette di riversare i suoi mali nella sfacciata presunzione di impunità.
È un circolo vizioso, innestato su di un sistema economico già amorale per sua intrinseca natura e per questo più propenso a delinquere. Ciò che stupisce è la ribalta degli stessi personaggi, la riproposizione delle solite facce di sempre, legate con doppio filo ad un passato che non vuole passare, secondo un copione fin troppo noto.

LA ‘FRODE CAROSELLO’
 L’ultima (ma non definitiva) della serie, è l’ennesima truffa finanziaria che ha tra i principali protagonisti due delle principali compagnie di telefonia italiane: FASTWEB e TELECOM Italia tramite la propria controllata SPARKLE.
Sembra che i due colossi delle tlc si fossero specializzati nella compravendita fittizia di servizi telefonici, tramite un’intricata serie di triangolazioni societarie e finte fatturazioni, finalizzata alla creazione di falsi crediti IVA.
Il giochino contabile, conosciuto nell’ambiente come “Frode Carosello”, andava avanti almeno dal 2002 ed ha comportato un danno di 365 milioni di euro, per mancati introiti, alle esangui casse di uno Stato, particolarmente prodigo quando c’è però da favorire i ladroni amici…
Nella sua estensione, la natura della frode è molto più complicata. Tuttavia, una delle varianti più semplici consiste nella vendita di traffico telefonico ad aziende estere in ambito europeo, esenti dal pagamento dell’IVA secondo la normativa comunitaria. Per la transazione internazionale, ci si avvale di intermediari commerciali: sono società di comodo per il transito di capitali, con sede nazionale ed estera (Panama; USA; Svezia).
Le Limited straniere (chiamiamole Beta) acquistano i pacchetti telematici dalle grandi compagnie italiane (Alfa). Questo tipo di transazioni, in quanto esportazioni estere, non sono soggette al pagamento dell’IVA, per mancanza del presupposto territoriale.
A loro volta, le stesse aziende estere rivendono il pacchetto appena acquisito ad una o più società terze (denominate ‘cartiere’), con sede in Italia, che rigirano nuovamente il prodotto alle compagnie originarie (sempre Alfa). Queste ultime versano in anticipo il pagamento dell’IVA sul prodotto riacquistato, direttamente nelle casse della società cartiera. In questo modo, Telecom Sparkle (o chi per lei) vanta un credito d’imposta nei confronti del Fisco italiano; si tratta di un rimborso che può scorporare in fase di bilancio dal resto delle somme da versare all’erario.
La ‘cartiera’ (Gamma) non solo si guarda bene dal versare l’IVA dovuta, ma viene altresì posta in liquidazione (o fallimento) a transazione avvenuta, per rinascere sotto altro nome e pronta a ricominciare il giro, con i suoi flussi di cassa virtuali.
Il cosiddetto mobile phone supply (traffico di schede prepagate; accesso a servizi internet…) è totalmente inesistente, così come è fittizia la compravendita di servizi in realtà mai forniti, tramite le ‘cartiere’ che erogano false fatture, incrementando i rimborsi e creando fondi neri.
È più o meno, quanto avveniva in SPARKLE, sotto la famigerata amministrazione TELECOM di Marco Tronchetti Provera. Grossomodo, sembra sia il caso della FASTWEB guidata da Silvio Scaccia.

Operazione PHUNCARD-BROKER
 Nel 2004, su segnalazione dell’Agenzia delle Entrate di Roma, il Nucleo di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza avvia una serie di indagini tributarie sui bilanci di TELECOM per sospetta elusione fiscale. I finanzieri scoprono una serie di ingenti movimenti contabili poco chiari, tra intermediari italiani ed esteri, con società finlandesi che fatturano miliardi per gestire traffici telefonici da Parigi a Roma. L’interesse delle Fiamme Gialle si concentra sulla concessione dei ‘servizi’ dial-up (la truffa dei numeri dialer) e, seguendo il groviglio delle società coinvolte, vira rapidamente verso FASTWEB in merito alla commercializzazione delle Phuncards: carte prepagate per l’accesso, tramite un sito internet, a contenuti tutelati dal diritto d’autore (royalties). Salvo scoprire che non esiste alcun sito né diritto tutelato, ma solo una massiccia produzione di fatture false per operazioni mai effettuate.
Al contempo, sempre a Roma, i Carabinieri del ROS indagano su un giro di usura ai danni di un imprenditore locale, taglieggiato da… un ufficiale della Guardia di Finanza del nucleo anti-estorsioni!
“L’11 febbraio 2004 la Procura di Roma chiede ai carabinieri dei Ros di riscontrare le dichiarazioni della denuncia presentata da Vito Tommasino, che accusava il maggiore Luca Berriola di averlo ricattato e di avergli prestato soldi a tassi d’usura incredibili.”
Berriola utilizza l’imprenditore Tommasino, per far rientrare dall’estero 1,5 milioni di euro su un suo conto corrente cifrato panamense e riconducibile alla Broker Management SA, i cui flussi finanziari sono risultati ricollegabili al traffico di carte telefoniche sulle quali stanno già indagando i militari del Nucleo valutario della GdF.
Agli inquirenti non serve molto per capire che le indagini sono strettamente collegate: tanto i militari della Finanza tanto quelli dell’Arma, stanno investigando sulla medesima banda criminale coinvolta in due diverse operazioni di riciclaggio.
Le due indagini vengono quindi riunite e poste sotto il coordinamento della Procura Distrettuale Antimafia di Roma, fino ai 56 arresti degli ultimi giorni per associazione a delinquere transnazionale pluriaggravata.

I BRICCONCELLI
A gestire l’immenso giro di denaro sporco è un’agguerrita cricca di riciclatori professionisti, che opera su dozzine di conti correnti. L’intraprendente gruppo traffica in diamanti e beni di lusso; non disdegna di investire i suoi proventi nel mercato delle armi e in forniture militari nel sud-est asiatico. In eccesso di liquidità, effettua compravendite immobiliari e cerca persino una partecipazione in FINMECCANICA. Inoltre, attraverso una galassia di piccole società, offre i propri servizi di intermediazione finanziaria ai manager di Fastweb e Telecom Sparkle.
Nell’organizzazione confluiscono neo-fascisti militanti, vecchi esponenti della Banda della Magliana e capibastone delle ‘ndrine crotonesi.
Ma nel mazzo ci sono pure consulenti finanziari e liberi professionisti, manager in carriera e specialisti in intermediazioni d’affari sui mercati esteri. Ognuno col suo soprannome, come si conviene nel bestiario della mala romana. È divertente notare come uno dei principali broker implicati nel riciclaggio internazionale, Marco Toseroni (detto er Pinocchio), presenti l’attività nel proprio curriculum vitae:

“In 21 investimenti, ho assunto il ruolo di consulente e successivamente di dirigente essendo coinvolto nel processo di selezione delle opportunità di investimento e negoziazione dei deal (operazioni commerciali n.d.r). Ho inoltre svolto attività di consulenza finanziaria e di pianificazione strategica rivolte ad imprese a conduzione familiare in ordine al perfezionamento di acquisizioni, allo sviluppo di canali commerciali all’estero, alla ristrutturazione del business”

Più che un clan mafioso, è un piccolo partito del malaffare organizzato che vanta persino un proprio rappresentante in Senato: Nicola Paolo Di Girolamo. Ma andiamo per ordine…

 Gennaro MOKBEL. È il Mister X di questa sorta di Spectre capitolina. Mokbel, madre napoletana e padre egiziano, 50 anni ben portati, è una vecchia conoscenza della DIGOS romana…
Vecchio fascistone dalle simpatie neo-naziste, in gioventù bazzica gli ambienti eversivi di Terza Posizione, entrando presto nella rete di fiancheggiatori dei NAR. Infatti, nel maggio 1992, viene arrestato durante un blitz dell’UCIGOS insieme ad Antonio D’Inzillo, un latitante che Mokbel nasconde in casa sua, e si becca tre mesi di reclusione. Con gli anni, si dedica al più lucroso traffico di stupefacenti, guadagnandosi a contorno una serie di condanne per ricettazione, detenzione di armi da fuoco, lesioni aggravate, e “usurpazione di titoli”, prima di riciclarsi come imprenditore criminale. Tuttavia, non dimentica i vecchi camerati (Mambro, Fioravanti, Pedretti) ai quali si vanta di pagare le spese legali. Ne parla al telefono con Carmine Fasciani, esponente della criminalità romana, legato ai resti della Banda della Magliana:

“Valerio e Francesca… Dario Pedretti…te li ricordi tutti?… Li ho tirati fuori tutti io …tutti con i soldi mia, lo sai quanto mi so costati Ca’?… un milione e due…un milione e due!”

Un discorso a parte merita Antonio D’Inzillo, giovanissimo killer dei NAR passato alla Banda della Magliana. Per chi ha letto ‘Romanzo Criminale’ di Giancarlo De Cataldo, D’Inzillo è Il Pischello.
A.D’Inzillo, classe 1963, figlio di un noto ginecologo della Capitale, comincia la sua militanza politica nei CLA (Costruiamo l’Azione) d’ispirazione ordinovista.

Il 17/12/1979 a Roma un commando dei NAR uccide il 24enne Antonio Leandri [maggiori dettagli li trovate QUI]. I killer materiali sono Bruno Mariani e Giusva Fioravanti; l’autista alla guida di una Fiat 131 rubata è il 16enne D’Inzillo. Il gruppo di fuoco viene arrestato quasi subito, tranne Fioravanti che riesce a scappare.
Bruno Mariani ha 19 anni, una militanza studentesca in Avangurdia Nazionale ed amicizie con l’ala militare dei CLA, dove conosce D’Inzillo che si unisce alle sue scorribande squadriste. Dopo l’arresto per l’omicidio Leandri, il minorenne D’Inzillo viene condannato in primo grado a 15 anni di reclusione, ma nel marzo 1985 viene scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare.
Il 02/03/1989 viene nuovamente arrestato, insieme a due camerati di TP, presso il deposito bagagli della stazione Tiburtina di Roma, mentre ritira un borsone con le armi dei NAR. Nel gruppetto c’è anche Giorgio De Angelis, attualmente consigliere del sindaco Alemanno.
 In carcere D’Inzillo rimane poco anche stavolta, sempre per decorrenza dei termini di custodia, tuttavia fa in tempo a conoscere Marcello (Marcellone) Colafigli, uno dei boss della Magliana, ed a prendere contatti con l’omonima banda.
Cocainomane abituale, D’Inzillo viene successivamente accusato di aver provocato la morte, durante una lite, di Patrizia Spallone con la quale ha una relazione sentimentale. La ragazza è la nipote del chirurgo di Togliatti.
D’Inzillo fugge in Belgio, ma nel 1991 viene estradato in Italia per traffico di stupefacenti.
Nel 1993, nell’ambito della faida che vede coinvolti vari esponenti della Banda della Magliana, viene incriminato per l’assassinio di Enrico De Pedis, detto Renatino (è il Dandy di ‘Romanzo Criminale’), boss del gruppo dei ‘Testaccini’, ammazzato il 02/02/1990.
A questo punto, D’Inzillo si dà alla latitanza e di lui si perdono (apparentemente) le tracce. 
Ufficiosamente, D’Inzillo si trasferisce in Africa dove fa il mercenario per gruppi paramilitari, che gestisce in proprio ed affitta per servizi particolari in Kenya, Congo, Uganda… in quanto lavora “al servizio di apparati governativi come coordinatore militare di attività segrete, assolutamente illecite, quali la raccolta e il trasporto di legname rubato in territorio sudanese oltre al traffico di particolari risorse minerarie, come l’oro del Congo”. In Uganda si mette sotto la protezione del presidente Museveni, organizza squadre di autodifesa  contro i macellai dell’LRA, e si dedica al lucroso traffico internazionale di diamanti, che (guarda caso) costituiscono una voce importante negli investimenti di Gennaro Mokbel, che sembra procurarsi la materia prima con estrema facilità tramite dei canali privilegiati…
Rintracciato dalla magistratura italiana, nel 2008 D’Inzillo muore. Una scomparsa provvidenziale che però non produce cadaveri, visto che il corpo è stato cremato e, al di fuori del certificato, nulla attesta il decesso. Incredibilmente, la notizia la trovate QUI.

 Fabrizio RUBINI. Già rinviato a giudizio per omicidio aggravato  (QUI), è un nome noto alla Polizia: “nel 2005 è finito in carcere a Regina Coeli, accusato di aver ucciso il rivale in amore, un geometra di Ostia. Nonostante l’accusa grave e le intercettazioni che inchiodavano lui e l’amante, Rubini è stato scarcerato nel 2006. Sembra si sia rimesso subito in affari. Rubini, commercialista noto della Capitale, è stato socio con Di Girolamo in varie società (Wbc srl; Emmemarine srl; Progetto Ristorazione), ma secondo gli inquirenti ora mira in alto: sarebbe lui l’intestatario di un conto a San Marino dove vengono accreditati milioni di euro, soldi che la banda mandava dalle società di vari paradisi fiscali” (fonte La Repubblica).

 Paolo COLOSIMO. Avvocato vicino agli ambienti neo-fascisti della Capitale, è il difensore di Niccolò Accame, ex portavoce di Francesco Storace, nel processo Lazio-gate. È anche l’ex legale dell’immobiliarista Danilo Coppola: uno dei Furbetti del Quartierino. Coppola è indagato dalla Procura di Roma per sospette operazioni di reciclaggio per conto di Enrico Nicoletti, il cassiere della ‘Banda della Magliana’, Aldo De Benedittis ed i fratelli Ascenzi, a loro volta legati ad Enrico Terribile e tutti cresciuti sotto l’ombra protettiva della Bandaccia.
Nel maggio 2007, l’avv. Colosimo viene arrestato per associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta ed intestazione fittizia di beni, in seguito al crack del gruppo Coppola, quindi posto agli arresti domiciliari. Tra l’altro, l’avvocato aveva già all’attivo una condanna per porto abusivo di armi da sparo.
Ma Paolo Colosimo è anche il difensore di fiducia di Giuseppe Arena, affiliato all’omonima cosca calabrese, operante nella provincia di Crotone…

 Franco PUGLIESE. 53 anni, è stato condannato in via definitiva per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, violazione di sigilli, abusivismo edilizio, ricettazione, estorsione ed usura.
Nel maggio del 1997 il Tribunale di Crotone confisca a Pugliese beni per un valore di 12 miliardi di lire. Al presunto boss, in quell’occasione, fu applicata la sorveglianza speciale per tre anni.
Inoltre, Franco Pugliese è strettamente legato alla famiglia mafiosa degli Arena,
“in considerazione del fatto che la figlia Mery è la compagna del latitante Fabrizio Arena (il cui padre, Carmine, uno degli esponenti storici dell’omonima cosca di Isola Capo Rizzuto risulta ucciso in un eclatante agguato mafioso nel 2004, mediante l’esplosione di un colpo di bazooka) e la sorella PUGLIESE Vittoria risulta sposata con Nicoscia Pasquale, già inserito nell’omonima cosca e assassinato in data 11/12/04.” (Tribunale di Roma, 23/02/2010)

Roberto MACORI. Già condannato in via definitiva per bancarotta fraudolenta ed evasione fiscale, è l’inviato speciale di Mokbel nei rapporti di collaborazione con i calabresi.

Nicola DI GIROLAMO È il pezzo pregiato della collezione Mokbel: l’utile idiota posto a rappresentare gli interessi della banda in Parlamento, con la gentile collaborazione della ‘Ndrangheta calabrese.
Romano, avvocato, imprenditore, il 50enne Di Girolamo cura il giro di intermediazioni societarie per conto di Mokbel, si preoccupa di reinvestire i capitali illeciti e dell’esportazione di valuta all’estero (Panama e Hong Kong). Soprattutto, è coinvolto nelle intestazioni fittizie di beni e nel riciclaggio internazionale, con l’aggravante di rivestire il ruolo di promotore ed organizzazione dell’associazione a delinquere, secondo quanto riportato dai magistrati.
Vuoi perché Di Girolamo abbia ambizioni politiche… Vuoi perché Mokbel ritenga la rappresentanza parlamentare utile alla causa… Com’è, come non è, ad un certo punto la banda decide di candidare Di Girolamo alle elezioni.

BIRBANTELLI IN PARLAMENTO
Nel 2007 anche Gennaro Mokbel aveva tentato la via politica aderendo ad “Alleanza Federalista”, un movimento nato nell’ottobre 2003 come costola romana della LEGA NORD. Dopo aver assunto la carica di ‘segretario regionale’, Mokbel distribuisce le cariche tra moglie e parentado associato.

“Nell’ottobre 2007, a seguito dei contrasti con i vertici di Alleanza Federalista accusati di immobilismo ma soprattutto di non coinvolgere MOKBEL Gennaro nella condivisione/scelta delle strategie politiche, maturerà la decisione di costituire un autonomo gruppo politico a cui veniva dato il nome di Partito Federalista Italiano. Partito attraverso cui venivano avviati una serie di contatti con esponenti politici di primo piano, che culmineranno nella candidatura alle elezioni politiche del 13 e 14 Aprile 2008 di DI GIROLAMO Nicola, quale candidato al Senato.”

 (Atti dell’inchiesta)

È Mokbel che pensa a tutto: soldi, finanziamenti, appoggi politici, alleanze, strategie… Tanto che l’avv. Di Girolamo sembra quasi disinteressarsi alla sua campagna elettorale. E mal gliene incolse!
Le intercettazione telefoniche la dicono lunga su quale fosse la reale stima del suo capo e la considerazione di cui gode Di Girolamo nel resto del gruppo:

“Hai sbagliato però… a Nicò… ma tu ma dove cazzo… che me stai a pija per culo?!? A Nicò guarda che io… ti do una capocciata eh… Nicò?!? (…) Io me altero che tu me prendi per il culo… Io te indico come segretario politico… che so due giorni che me dice c’abbiamo una serie di incontri… col sindaco de Marino, con tutta gente… e tu non m’hai… non mi hai mai fatto una telefonata! Nicola io non so se tu sei capace a comportarte o sei non sei capace a fare delle cose. Tutti gli altri esistono per darte ‘na mano a farle ‘ste cose, non per essere trattati con sufficienza, con menefreghismo, con superficialità… Nicò, non stai facendo un cazzo, perdendoti nelle tue elucubrazioni, ti ho avvisato la prima, ti ho avvisato la seconda, e ti ho avvisato la terza volta… qui si tratta che tu stai sulla luna (…) e rimani ne a luna… perché io appresso a un coglione come te nun me ce ammazzo… Nicò… hai capito?!? Non ce perdo tempo, non ce perdo più soldi! Ti ho continuato a dire: tocca fare questo, tocca fare quello, tocca fare quest’altro… tu fai solo una confusione inutile, giri su te stesso, fai rodere il culo a tutti quanti… poi siccome non te dicono un cazzo a te, vengono da me… oh che dovemo fa?!? L’incontro tocca farlo, st’altra cosa tocca farla… e a un certo punto me so rotto i coglioni, capito caro Nicola?  Vai a fare il senatore, prendi i tuoi sette mila euro al mese, vattene affanculo a me non me rompe li coglioni sennò te metto le mani addosso!”

Vista la caratura del candidato, per la bisogna, Gennaro Mokbel si appoggia alla comprovata esperienza delle cosche calabre nel reperimento voti. E qui entra in gioco Franco Pugliese, che si accolla il disturbo in cambio del pagamento delle spese e di un prestanome a cui intestare uno yacht appena acquistato. Roberto Macori (l’uomo di Mokbel) e  Giovanni GABRIELE (il referente della cosca) volano subito in Germania, nella zona di Stoccarda, dove iniziano a rastrellare voti tra gli immigrati calabresi, procacciandosi schede elettorali in bianco da falsificare.
Di Girolamo viene eletto nelle liste PDL per la circoscrizione estera – collegio Europa e diventa senatore della Repubblica con 22.875 voti validi. Il 29/12/08 il sen. Sergio De Gregorio (Pdl) annuncia la nomina di Nicola Di Girolamo a vicepresidente della sedicente fondazione “Italiani nel mondo”. Diventa membro della III° Commissione Affari Esteri del Senato ed entra a far parte anche del Comitato per le questioni degli Italiani all’estero.
Tuttavia, a scanso di equivoci, subito dopo l’elezione Mokbel ricorda al neo-eletto senatore chi è che comanda davvero:

“Da ‘sto momento la vita tua è questa: senato, viale Parioli, viale Parioli, senato e a casa. Poi da viale Parioli si decide co’ chi devi sta a pranzo, con chi devi sta a cena, che devi incontra… chi dobbiamo vede’, i viaggi che se demo fa… Se lo capisci, bene! Sennò vattene per i cazzi tua, prendi un milione e cento e va a… Mettemo un altro… non c’ho tempo da perde”

E non perde occasione per ribadire il concetto al povero senatore pezza da piedi che, tra minacce e umiliazioni, fa quasi pena:

“Mò ricordati che devi paga’ tutte le cambiali che so state aperte e in più devi paga’ lo scotto sulla tua vita, Nicò perché tu una vita non ce l’avrai più.. ricordati che dovrai fare tutte le tue segreterie, tutta la gente sul territorio, chi te segue le Commissioni, il porta borse, l’addetto stampa, il cazzo che se ne frega… ma come ti funziona ‘sto cervello Nicò?”

Pare infatti che Di Girolamo non sia stato poi un grande investimento politico… Preoccupato di cancellare le tracce che possano collegarlo alla sua passata attività di riciclatore, fa casino sui vecchi c/c e sull’allineamento dei ‘poteri di firma’. Soprattutto, prende iniziative autonome dal resto della banda e pasticcia con gli svizzeri della Egobank di Lugano. Il senatore infatti è preoccupato di finire come Coppola e Fiorani.
Di errore in errore, Di Girolamo continua a suscitare le ire del ras della Camilluccia, che non lesina complimenti alla sua creatura malriuscita:

MOKBEL: «Se t’è venuta la “candidite”, se t’è venuta la “senatorite” è un problema tuo, però stai attento che ultimamente te ne sei uscito 3-4 volte che io sò stato zitto, ma oggi mi hai riempito proprio le palle Nicò, capito?!? Se poi dopo te e metto tutte in fila e cose… abbozzo du volte… tre volte…»
DI GIROLAMO: «Comunque, guarda, mi dispiace…»
MOKBEL: «Devo aprì bocca Nicò? devo aprì a bocca mia? Io quando apro a bocca faccio male, a secondo del male che si fa, Nicò, hai capito? Vuoi che parlo io?
(…) Non me ne frega un cazzo, a me di quello che dici tu, per me Nicò puoi diventà pure presidente della Repubblica, per me sei sempre il portiere mio, cioè nel mio cranio sei sempre il portiere, non nel senso che tu sei uno schiavo mio, per me conti come il portiere, capito Nicò? Ricordati che io per le sfumature mi faccio ammazzà e faccio del male!»

In un’ampia scelta di casistiche, il senatore Di Girolamo può scegliere se essere lo schiavo, il portiere, o il pupazzo di Mokbel:

“lui è legato a me non da filo doppio, ma da cento fili… senza de me è finito, non può far nient’altro”

Tuttavia, non tutte le ciambelle riescono col buco…
Già alla vigilia della sua elezione a senatore, Di Girolamo viene sospettato di aver falsificato la sua residenza all’estero. Il Tribunale di Roma ne chiede l’arresto per attentato ai diritti politici, falso ideologico, false dichiarazioni, e falsificazione di atti pubblici.
 Settembre 2008; il Senato non concede l’autorizzazione a procedere l’arresto contro Di Girolamo e rinvia l’ipotesi di decadenza dal seggio senatorio alla Giunta delle Elezioni per il Senato.
 20 ottobre 2008; la Giunta delle Elezioni ordina l’annullamento della nomina, ma la decisione viene sospesa per l’intervento dal senatore Andrea Augello (Pdl), ventriloquo di Alemanno a Roma.
 29 Gennaio 2009; il Senato rimette la decadenza Di Girolamo come senatore, alla futura sentenza penale.
 Febbraio 2009. Si sveglia il ferale presidente del Senato, Renato Schifani, che promette tempi certi per la rimozione dell’imbarazzante senatore, avvertendo fortemente l’esigenza di eiattare il degno prodotto del ‘popolo delle libertà’…

“Sei una grandissima testa di cazzo… Nicò sei proprio sballato. Sei una grande delusione, lo sai Nicò?” 

(Gennaro Mokbel)

CAMERATA ANDRINI, PRESENTE!!
 Stando alle amabili definizioni del gran capo, se Di Girolamo è un “coglione” è pur vero che questi vanno sempre abbinati in coppia…
Che cosa è successo? Per essere candidati nella Circoscrizione Europa, bisogna innanzitutto risiedere all’estero. E non è il caso dello strapazzato Di Girolamo.
A falsificare i certificati di residenza, ci pensa un altro fenomeno da baraccone pescato tra i protetti di Gianni Alemanno. Si tratta dell’ormai famoso Stefano Andrini: un personaggio dagli interessanti contatti…
Andrini infatti conosce bene l’ambasciatore italiano in Belgio, Sandro Maria Siggia. Inoltre, entra in contatto con Aldo Mattiussi, un funzionario del Consolato italiano a Bruxelles, che provvede a certificare la falsa residenza dell’avv. Di Girolamo nella capitale belga.
Stefano Andrini si preoccupa pure di scegliere l’alloggio per l’aspirante senatore e non ha niente di meglio che indicare, nell’attestazione di residenza, un trilocale in uso a studenti fuori sede…
Andrini ha un amico suo pugliese che è “borsista” (mò si chiamano così) presso il Parlamento Europeo. Il borsista ha un appartamento in locazione, che sub-affitta ad altri ragazzi per pagarsi le spese. E si offre di ospitare pure Di Girolamo.
Persino gli inquirenti non resistono dall’ironizzare sulla brillante sistemazione offerta da Andrini:

«Ed è questa sistemazione che viene scelta a Bruxelles come “residenza” del futuro senatore della Repubblica. Si tratta di un appartamento evidentemente inidoneo, costituito da un salone, due stanze e servizi, in cui il professionista romano, avv. Di Girolamo Nicola Paolo, avrebbe dovuto risiedere dormendo sul divano-letto della sala, poiché le due camere erano già occupate da altri ragazzi»

Poi, come al solito, Di Girolamo ci mette del suo e sbaglia a trascrivere l’indirizzo, fino all’epilogo di questi giorni.
Alla luce dei fatti, visto l’enorme potere che la categoria ingiustamente sottovalutata può acquisire ed esercitare, la domanda nasce spontanea: quanto può essere pericoloso un coglione?

 homepage

Finanza Creativa (II)

Posted in Business is Business with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on marzo 16, 2009 by Sendivogius

 

 “The Italian Job

 

ponzi1 Immaginate una sala scommesse, dove allibratori senza scrupoli vendono pacchetti differenziati a giocata multipla garantendo vincite sicure, ad alto rendimento, in cambio di puntate relativamente modeste purché continue.

Immaginate che le quote siano co-finanziate dagli stessi allibratori con la concessione di prestiti non garantiti che, attraverso un afflusso costante di nuovi scommettitori, spingono al rialzo il valore delle eventuali vincite.

Immaginate una sacca speculativa che, con nuovi azzardi e l’estensione condivisa del rischio, si autoalimenta tramite iniezioni fittizie di denaro, incrementa il debito, dilazionando il pagamento dei crediti. E la bolla continua a gonfiarsi, finché non giunge il momento di rifondere il prestito originario, spacchettato a sua volta in obbligazioni creditizie negoziabili, piazzate ad ignari portatori-investitori. Il loro valore solvibile è molto simile a quei bigliettini chiamati “pagherò”, che gli incalliti giocatori di poker sottoscrivono, pur nella consapevolezza di non essere nella condizione di saldare.

Il meccanismo, che per la sua creatività finanziaria è (impropriamente) ricollegabile alle cause dell’attuale crisi economica, continua ad essere riproposto con perversità ciclica nei mercati senza regole della finanza globalizzata.

Le modalità di applicazione rispondono, o quantomeno si ispirano, ad uno “schema” consolidato che dal suo ‘misconosciuto’ creatore, Charles Ponzi, prende il nome.

 

IL RE DELLA TRUFFA

Quando Carlo Ponzi sbarcò a Boston, nel novembre del 1903, era solo l’ennesimo emigrato italiano, di belle speranze e pochi spiccioli, venuto a cercar fortuna in America.

charles-ponziOriginario di Lugo di Romagna (dove era nato il 3 marzo 1882), il giovane Ponzi aveva lasciato presto il suo impiego alle Poste, per inventarsi studente universitario a Roma e sperperare tutti risparmi in gozzoviglie e divertimenti, giocando alla bella vita. A corto di quattrini, decide di riparare negli Stati Uniti e durante la traversata perde gli ultimi denari in scommesse e gioco d’azzardo. Il ragazzo ragiona in grande, ma per il momento si deve accontentare di lavorare come sguattero e lavapiatti in un ristorante. Risparmia sull’alloggio perché dorme sul pavimento delle cucine. Però è accattivante, di bell’aspetto, parla bene l’inglese, e presto diventa cameriere. Impiego che non conserva a lungo, perché truffa i clienti sui resti e gratta i soldi dalla cassa.

Nel 1907, Ponzi si trasferisce in Canada, a Montreal, dove in qualche modo riesce a farsi assumere come aiuto-cassiere nella banca fondata da un altro italiano, Luigi Zarossi, che ha costruito la sua fortuna grazie alle rimesse degli emigranti garantendo tassi d’interesse del 6%, al doppio di quello vigente presso gli altri istituti canadesi. Probabilmente, prima di essere affinato, il futuro ‘sistema Ponzi’ trova ispirazione proprio nella disinvolta gestione della banca. Il “Banco Zarossi” versa infatti in gravi difficoltà finanziare, a causa di una serie di speculazioni sbagliate nel mercato immobiliare, e utilizza i fondi dei nuovi clienti per pagare gli interessi sul debito. Il giochino continua fino all’inevitabile fallimento della banca, quando il buon Louis scappa in Messico con gli ultimi soldi che i risparmiatori gli avevano affidato. Necessità fa virtù e Ponzi, di nuovo disoccupato, non si perde d’animo… Capisce che la sua fortuna è negli USA. Di nuovo a corto di quattrini, riesce a impossessarsi del libretto d’assegni di un ex correntista del ‘Banco’ e si intesta un assegno di $423.58  falsificando la firma di un direttore di filiale. Beccato, deve rimandare la sua partenza perché si fa tre anni di prigione a Montreal.

Nel 1911, Ponzi riesce finalmente a rientrare negli USA. Arriva fino ad Atlanta e subito trova ospitalità nelle carceri della Georgia, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (di italiani). La prigione federale, dove rimane per due anni, si rivela un’altra esperienza proficua: collabora come traduttore, facendo conoscenza con i boss corleonesi della Mano Nera. Soprattutto, entra in contatto con Charles W. Morse, il Re del Ghiaccio, speculatore e affarista di NY.  

Dopo la scarcerazione, Charles Ponzi si sposta nuovamente a Boston e nel 1918 si sposa con una ragazza di origini italiane. Non per questo rimane con le mani in mano dimostrandosi, a suo modo, un precursore… Si dedica infatti alla raccolta di annunci pubblicitari, con la realizzazione di un catalogo specializzato per imprese ed esercizi commerciali. Il progetto tuttavia non va in porto, a causa della cronica carenza di fondi. Ma ecco che tramontata un’idea, ne sorge subito un’altra più grandiosa. In risposta ad una sua precedente lettera indirizzata ad una società che lavora in Spagna, Ponzi riceve una richiesta di notizie dettagliate sulla potenziale rivista. Allegata alla missiva trova un IRC (International Reply Coupon), un ‘buono di risposta internazionale’, per l’affrancatura della lettera di ritorno. L’IRC è un buono prepagato con validità internazionale, che viene utilizzato in sostituzione dei normali francobolli. In pratica, permette di spedire lettere già affrancate all’estero. La validità del coupon è standardizzata a livello internazionale, ma il costo d’acquisto varia a seconda dei singoli stati. Questo vuol dire che, al momento della conversione in francobolli, lo stesso IRC acquistato negli USA al prezzo di un dollaro (in sostituzione di un francobollo da 1 $), in Italia potrebbe avere invece un valore equivalente a 30 centesimi di dollaro. In tal caso, il margine di profitto sarebbe del 70% qualora i coupon fossero acquistati in Italia e convertiti poi in francobolli americani. Basata essenzialmente sull’acquisto e sulla vendita dello stesso bene in due mercati diversi, si configura come una operazione di tipo finanziario, conosciuta dagli operatori di settore col nome di “arbitraggio”, che genera un profitto immediato lucrando sulle differenze di prezzo.

Inutile dire che il vulcanico Ponzi vede nella circostanza una incredibile fonte di guadagno.

 

LO ‘SCHEMA PONZI’

Charles Ponzi costituisce una nuova società: la Securities Exchange Co e gli IRC movimentati alla stregua di “titoli di cambio” pagabili al portatore: attraverso una rete di agenti mandatari in Italia, Ponzi acquista i coupon postali; gli IRC acquistati in Italia vengono trasferiti in USA e convertiti in francobolli americani, approfittando del cambio vantaggioso.

Per i capitali di investimento si ricorre a finanziatori terzi, ai quali Ponzi assicura rendimenti eccezionali a pronto termine, con tassi d’interesse del 50% e corresponsione del capitale entro 90 giorni dall’investimento iniziale.

Una seconda rete di agenti a provvigione, ben pagati, che agisce secondo i meccanismi del marketing multi-level, si preoccupa di procacciare clienti in territorio americano, specialmente tra la comunità degli emigrati italiani. Finché le quote di partecipazione affluiscono copiose, insieme ai nuovi investitori, la compagnia continua a corrispondere regolarmente i dividendi, contribuendo alla creazione di piccole fortune patrimoniali, che rendono Ponzi popolarissimo tra i molti beneficiati.

Dal Febbraio al Maggio del 1920, la “Securities Exchange” passa da un capitale di $5.000 a $420.000. A Luglio dello stesso anno, Ponzi ha raccolto fondi per svariati milioni di dollari e possiede il controllo di una banca: la Hanover Trust Bank.

In realtà, ad una più attenta analisi finanziaria, la Securities Exchange lavora in costante perdita, nonostante la società riesca a raccogliere fino a $250.000 al giorno. Il suo passivo cresce in parallelo con la liquidazione delle quote, senza che gli investimenti riescano a colmare un pauroso buco di bilancio (opportunamente occultato nei libri contabili). Innanzitutto, i tassi di cambio degli IRC, al netto delle spese di gestione e di commissione, non risultano così vantaggiosi come Ponzi credeva ed il saggio di profitto è notevolmente inferiore rispetto alle aspettative originarie. Gli stock di “buoni” (gli IRC) sono nettamente inferiori, in rapporto a quelli che dovrebbero essere necessari alla capitalizzazione finanziaria della compagnia. La maggiorazione delle quote investite dai clienti dovrebbe essere ulteriormente garantita da una serie di arzigogolate operazioni di ingegneria finanziaria che in realtà sono inesistenti.

Lo Schema Ponzi è un sistema a perdere in cui le rimesse degli ultimi arrivati pagano gli interessi maturati dai primi investitori. Se il flusso dei nuovi clienti si interrompe, la liquidazione delle quote promesse diventa impossibile a causa dell’inevitabile prosciugamento dei fondi in deposito in assenza di versamenti.

Il Boston Post, quotidiano che aveva inizialmente elogiato lo schema creato da Ponzi, inizia ora a criticarne aspramente i limiti e le ambiguità. Escono fuori i precedenti penali di Ponzi, insieme alla sua fedina non proprio immacolata. Le autorità federali iniziano una serie di indagini fiscali. Tra i risparmiatori inizia a diffondersi il panico con la corsa al ritiro. La società dell’intraprendente romagnolo inizia a scricchiolare paurosamente, prima dell’inevitabile collasso. Ma Ponzi fa una cosa ‘strana’… evidentemente convinto del suo ruolo di imprenditore, irretito dall’abito di filantropo che gli è stato cucito addosso, invece di scappare all’estero col malloppo (come già aveva fatto Zarossi) continua a pagare i premi ai suoi clienti che sempre più numerosi si presentano agli sportelli della banca, fino ad esaurimento fondi.

La parabola di Ponzi dura circa un anno. Arrestato nel novembre del 1920 per bancarotta e frode, viene condannato ad una pena complessiva di 13 anni: ai cinque anni iniziali se ne becca altri 9 durante il processo d’appello come “ladro comune e notorio”. Questo pure perché Ponzi, uscito su cauzione, ha pensato bene di “darsi alla macchia”. Infatti ricompare in Florida, dove si fa chiamare Charles Borelli, e subito organizza una nuova truffa fondiaria ai danni di sprovveduti farmers. Arrestato nuovamente, ancora una volta esce su cauzione e ripara in Texas dove cerca disperatamente un imbarco per l’Italia e l’impunità.

Il 28 Giugno del 1926, viene arrestato a New Orleans a bordo di un mercantile italiano.

Rilasciato nel 1934, viene immediatamente espulso dagli USA (Ponzi non aveva mai ottenuto la cittadinanza). Tornato in Italia, si guadagna da vivere come traduttore. Mussolini lo coopta nel suo governo, affidandogli incarichi di gestione finanziaria. E Ponzi dimostrerà di essere talmente incompetente in materia da venir trasferito come impiegato nella “Ala Littoria”, l’allora compagnia di bandiera, distaccato a Rio de Janeiro in Brazile dove lavora dal 1939 al 1942. Con la guerra, i voli vengono sospesi e Ponzi perde nuovamente l’impiego, ma rimane a Rio dove muore il 18 Gennaio 1949 in un ospedale per poveri.

Tuttavia, il “Ponzi-scheme” non muore col suo ideatore e gli emuli non mancano: dalle ‘finanziarie piramidali’ ai ‘banchieri di Dio’, che però meritano una trattazione a parte.

 

ANNO 2009

wall-street-1929 In tempi più che recenti, il famigerato schema è stato riproposto da businessman senza scrupoli come Nicholas Cosmo, che con la sua Agape World Inc ha rastrellato qualcosa come 400 milioni di dollari. Cosmo è stato arrestato a NY il 26 Gennaio di quest’anno.

Ma il più ‘famoso’ di tutti è sicuramente un ex bagnino di Long Island, passato dalle spiagge della Grande Mela alla presidenza del Nasdaq: Bernard Madoff il quale, con la sua Investement Securities, ha realizzato la più grande truffa finanziaria di tutti i tempi. Pare che la cifra si aggiri intorno alla modica cifra di 50 miliardi di dollari. Il caro Bernie, senza strafare, prometteva rendimenti sicuri ad un tasso ragionevole del 10% – 15%. Il fatto che gli hedge funds di Madoff fossero immuni dalle oscillazioni del mercato finanziario, garantendo un rendimento costante, con un saldo sempre in positivo, evidentemente non ha mai destato sospetti tra i suoi pur facoltosi clienti. Almeno fino al crollo dell’intero sistema, quando con le prime avvisaglie delle crisi economica gli investitori sono tornati a reclamare le loro quote.

Nella rete di Madoff sono confluiti fondi pensione, piccoli risparmiatori e grandi istituti finanziari, fondazioni ed enti di beneficenza collegati al bel mondo di Hollywood. Tutti molto convinti della solidità dei Jewish Bond emessi da Madoff, che ha truffato mezza comunità ebraica d’America. Tra le vittime dei salotti buoni che contanto, c’è anche il regista Steven Spielberg ed il premio nobel Elie Wiesel. Tra le banche (fonte: http://www.finansol.it/?p=1078) si registrano scoperti per svariati milioni di dollari:

- UNICREDIT, 75 milioni

- BANCA POPOLARE, 60 milioni
- BNP Paribas, 350 milioni
- Bbva , 300 milioni
- Hsbc, 1 miliardo
- Natixis, 450 milioni
- Rbs, 400 milioni di sterline
- Axa, 100 milioni di euro
- Man Group, 360 milioni di dollari
- Nomura, 302 milioni di usd
- Credit Agricole, 10 milioni

Naturalmente, tali perdite rischiano di coinvolgere, loro malgrado, i clienti degli istituti interessati ed i contribuenti tutti, arruolati a forza nei cosiddetti “piani di salvataggio”. Questo dopo che magari si è convinti i lavoratori ad affidare la gestione del proprio TFR ai fondi di categoria, tutti altamente sicuri e garantiti. Come quelli di Madoff.

 

P.SBuona parte delle informazioni presenti in questo articolo sono state desunte da wikipedia. Un particolare ringraziamento va invece rivolto ai lettori di Liberthalia: il post dedicato a “Il Mostro di Roma” ha raggiunto quasi 200 visualizzazioni nelle prime 56 ore dalla pubblicazione. Per chi scrive, sono piccole (grandi) soddisfazioni.

 

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