Archivio per Tribuni

Good Luck & Good Night

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 12 marzo 2014 by Sendivogius

The Red Moon PreachersMarco Tullio Cicerone, che ora ottimo retore e pessimo politico, considerava l’arte oratoria come la capacità di padroneggiare il potere della parola e con essa dominare l’immaginario del pubblico, determinandone le emozioni a proprio piacimento e vantaggio.
Consapevole che demagogia, finzione e mimica, ne costituiscono i corollari fondamentali, l’intrigante avvocato di Arpino arrivò a prendere lezioni di recitazione da attori teatrali, per allenare la favella e affinare la propria abilità. Sicché, con la modestia che lo contraddistingueva, al culmine della sua carriera, Cicerone si considerava l’oratore perfetto e sintesi vivente dell’arte in questione, tanto da perderci la testa…
Ovviamente, l’ars dicendi, lungi dall’estinguersi con la dipartita del vanaglorioso ciociaro, nel tempo si evolve, muta pelle, si arricchisce di nuovi strumenti che ne esaltano la potenza e ne estendono la portata oltre le anguste piazze del foro o i palchi estemporanei dei comizi… In epoca contemporanea, per dire, ci sarebbe da chiedersi cosa sarebbero stati un Hitler, un Churchill o un Roosevelt, senza il potere onnipervasivo della radio.

«L’uomo politico è anzitutto “oratore”. L’oratore è l’artista della parola. L’uomo politico non è soltanto questo: egli è l’attore della parola. Oratore è colui che domina il pubblico; oratore politico colui che si serve della propria arte per dominare il pubblico.»

  Camillo Berneri
“Della demagogia oratoria”
(Almanacco libertario, 1935)

Attualmente, convogliata nei circuiti mediali del grande circo televisivo, con le sue cacofonie indistinte di urlatori catodici, telepredicatori e apocalittici da salotto, l’antica arte ha perso fronzoli ed allori, per tracimare nel “facilismo retorico” che sempre si accompagna alla facondia tribunizia di politicastri con aspirazioni da presunto ‘statista’ e ben più mediocri ambizioni.
CatilinaIn fondo, l’Italia è sempre stata patria di inesauribili cazzari, per un paese inguaribilmente malato di ‘ducismo’: quello paternalistico e arraffone dei Re Travicello. Dagli imbonitori da fiera ai giggioni da avanspettacolo, ha sempre contrapposto soluzioni minime a grandi problemi, nella prevalenza del cialtrone travestito da decisionista di successo. Per questo siamo passati da un fenomeno fuori competizione alla sua copia ringiovanita e ancora crinita, in perfetta sintonia di amorosi sensi, per un’overdose di proclami, annunci, promesse, nella fanfaronesca faciloneria del Bambino Matteo, perso tra le esplosioni pirotecniche ed i crepitii dei suoi fuochi d’artificio, e quanto mai ansioso di sembrare ‘grande’ nella piccineria dei suoi semplicismi.
Perché lo strombazzante neo-premier Renzi riscuote tanto successo di pubblico e di critica presso una stampa più prona che pronta?

«Perché è prestante, perché ha eloquenza fascinatrice e resistente, ma soprattutto perché la sua psicologia somiglia sinceramente a quella del popolo: ottimista, semplicista, facilona, ricca più d’immagini che di idee, e di forme più che di cose»

Il fenomeno d’arresto e d’involuzione;
l’ottimismo ferriano e le sue conseguenze
Critica Sociale (1908)

Sono le parole di Giovanni Zibordi, socialista riformista di inizio ‘900, che ovviamente non si riferiva al Giamburrasca fiorentino ma allo scoppiettante Enrico Ferri che da socialista rivoluzionario si riciclò fascista.
Del resto, Anna Kuliscioff aveva già liquidato il personaggio con poche sferzanti parole:

«Il gran cialtrone non ha né cultura solida né ingegno. È un vanesio, che non vive che dell’approvazione pubblica, se gli manca questa non è più niente»

Evidentemente il genius ferriano è destinato a rivivere dilatato su scala nazionale, in sembianze fiorentine, mentre il Rottamatore (o “Riciclatore” di impresentabili?) si accinge a smantellare il Senato così come ci si disfa di un paio di scarpe rotte, sacrificando l’antichissima istituzione ai furori qualunquisti del momento. E per di più lo fa mentre si appresta a varare una legge elettorale che mortifica i più elementari criteri di rappresentanza democratica, dopo aver boicottato la parità di genere e riesumato la salma del Pornonano, improvvidamente elevato a compagno di merende (costituzionali).
E siccome nel grande villaggio di Borgo Citrullo non ci facciamo mancare proprio nulla, ci si è concessi pure la parentesi delirante del grullismo militante, insufflato dai rutti etilici di uno psicopatico barbuto che si crede il “dio” di una religione privata, mentre la sua setta si consuma in purghe staliniane e atti di contrizione interna, con l’inquisizione degli apostati del moVimento proprietario a marchio registrato.
moebiusNell’estetica plastificata del suo riduzionismo minimalista, il verbo si è fatto carne (e sangue.. e merda!), per essere consegnato agli appetiti della massa, quantificata in consistenza elettorale, e da questa consumata agevolmente, nell’ansia di piacere e di piacersi e più in fretta spendere i crediti di un consenso effimero, fondato sull’effetto temporaneo… sul coup de théâtre in teatrini politici a conduzione variabile per identico copione, col quale si celebrano i fasti dell’approssimazione. È il trionfo dello slogan, meglio se calzato d’infilata con sparate crescenti di colpi caricati a salve, dove il rumore ed il fumo delle cannonate in bianco copre la vacua inconsistenza del nulla.

«Se la grandezza dell’oratore fosse tutta nei gesti, nella voce, nel giuoco delle sue espressioni, l’ars oratoria non sarebbe che una branca dell’arte teatrale.
L’eloquenza di Mussolini è ricca di immagini, e le immagini sono nei discorsi ciò che gli aggettivi sono negli scritti. Più il pensiero è solido e l’espressione potente ed immediata, meno aggettivi ed immagini si incontrano nel discorso, che non è altro che prosa parlata. Il grande oratore è il Molière della parola, colui che crea i suoi discorsi e li pronuncia con arte, mentre l’oratore comune tesse con bei gesti e belle frasi, e con una sua mimica, un velo ricco di riflessi che però si ridurrà ad uno straccio quando non ci sarà più il suo tessitore ad agitarlo.
Dell’eloquenza di Mussolini come di quella di Gladstone non resterà che un’eco rumorosa. La vera eloquenza è quella della fonte perenne; quella del tribuno è una voce che muore appena tace: come quella del cantante.
Mussolini è dunque un grande tribuno. Gustave Le Bon ha detto: “Conoscere l’arte d’impressionare la immaginazione delle folle, significa conoscere l’arte di governare”. Ciò è vero psicologicamente, ma è falso storicamente poiché i grandi tribuni han saputo portare le folle all’esaltazione, condurle ove essi volevano condurle, ma il potere conquistato con la sola parola è sempre stato un pallone presto sgonfiatosi sull’abisso.»

 Camillo Berneri
 “Della demagogia oratoria”
(Almanacco libertario, 1935)

Homepage

IL TRIELLO

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , on 17 aprile 2012 by Sendivogius

Cancellare del tutto i finanziamenti pubblici, destinati ai partiti sarebbe un errore drammatico […] che metterebbe la politica completamente nelle mani di lobbies, centri di potere e di interesse particolare“.
La formidabile dichiarazione è il frutto delle fatiche congiunte del Cenacolo dell’ABC: la profana trinità della politica apostolica e istituzionalizzata, secondo i dogmi di santa romana casta (non avrai altri partiti all’infuori dei nostri). E ci sarebbe da chiedere dove mai abbiano vissuto fino ad ora Alfano-Casini-Bersani, che con le loro infelicissime esternazioni rischiano di costituire (loro sì!) l’unico vero Triello dell’anti-politica.

La Centrale

«Non so se esista davvero una centrale dell’antipolitica, magari in uno scantinato con una botola segreta, dove una setta misteriosa organizzata complotti contro la democrazia. Se esistesse sul serio, però, alla prima riunione dovrebbe puntare su tre obiettivi.
Primo, spingere i parlamentari a mantenere stipendi record, auto blu e privilegi mentre impongono nuove tasse ai comuni cittadini.
Secondo, impedire che i partiti si riducano i “rimborsi elettorali” dopo che si è scoperto che hanno speso per le campagne elettorali solo il 25 per cento dei due miliardi e mezzo incassati dal 1994.
Terzo, lavorare segretamente per una riforma gattopardesca che tolga agli elettori anche il potere di decidere chi va al governo.
Dopodiché, essendosi accorta che i tre obiettivi sono già stati raggiunti da qualcun altro, la centrale chiuderebbe e la setta andrebbe al ristorante

  Sebastiano Messina
(14/04/2012)

La “Politica” è scienza troppo complessa per essere lasciata all’improvvisazione. Figuriamoci se può essere il trastullo personalistico di improvvisati tribuni di una plebe inguaribilmente sensibile ai richiami dei pifferai magici, nella sua eterna infatuazione per il caporione di turno.
Coerentemente, è l’arte prediletta di inetti e demagoghi di ogni risma. Meglio se urlanti.

«La storia politica d’Italia è storia piena di tribuni facondi. Dai Gracchi a Cicerone, da Cola da Rienzo a Masaniello, da Imbriani a Mussolini, l’Italia è stata giocata dalla facondia tribunizia. L’Italia è stata, e sarà ancora per molto tempo un teatro, in cui il tenore preferito è passato dalla scena al palco reale, quando non è stato linciato per qualche stecca per essere, poi, portato in trionfo, vivo o morto. Il dialogo con la folla non l’ha inventato Mussolini e nemmeno Giulietti, e nemmeno D’Annunzio. È roba da foro romano. Male antico, il nostro. Del quale bisogna guarire. Fino a quando padroni della piazza saranno i tribuni, il duce sarà immanente nella storia d’Italia.»

 Camillo Berneri
L’Adunata dei refrattari
(28 Marzo 1936)

E pur tuttavia pensare che l’esercizio della Politica sia possibile solo ed esclusivamente all’interno della forma partitica, nella pretesa che politica e democrazia e partiti politici costituiscano un’unica equazione, è un atto di presunzione che ben denota l’arroganza di una classe (psuedo) dirigente sempre più pletorica e concentrata nella propria preservazione auto-referenziale. nel vuoto esercizio della delega in bianco attraverso gli stanchi rituali della cosiddetta “democrazia rappresentativa”.
La “politica”, nell’antica accezione greca del termine πολιτεία, dovrebbe essere innanzitutto partecipazione alla sfera pubblica, per la definizione di bene comune tramite la condivisione delle responsabilità, nella consapevolezza dei propri diritti e doveri.
Soprattutto richiede maturità e sensibilità democratica.
Ce da chiedersi se, come italiani, ne siamo davvero provvisti invece di ricorrere ai facili lavacri del populismo auto-assolutorio, in concomitanza di ogni crisi, perpetrando intatti vizi e malcostumi.

Homepage