Archivio per Tesoro

Ma facitece ‘o piacere!

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , on 24 maggio 2018 by Sendivogius

Ma davvero un placido vecchietto come l’ottuagenario Paolo Savona, economista liberale di lungo corso e comprovata esperienza, peraltro totalmente organico a quell’establishment finanziario e manageriale di cui ha fatto parte per una vita, e che ora si vorrebbe dipingere come sovversivo no-euro, sarebbe la minaccia in grado di destabilizzare la tenuta valutaria e la stabilità dei fantomatici “mercati”, ai quali tutto è supino prima ancora che subordinato?!?

«Parte importante dei problemi che ha incontrato e incontra l’Italia riguarda i modi in cui l’Unione europea è stata costruita e opera, ossia le strutture istituzionali e la politica economica decise nel 1992 con il Trattato di Maastricht e le successive scelte.
[…] Il mancato perseguimento degli obiettivi conduce a uno stato permanente di tensione all’interno dell’Europa per le ingiustizie che implica: i cittadini non sono tutti uguali nei diritti, ma solo nei doveri. L’esprit d’Europe si attenua e vengono meno le componenti sociali della pace, la vera forza che ha trainato all’inizio l’idea di Europa. I motivi di questa situazione sono due: l’unione non era ancora maturata nella coscienza dei popoli europei finendo con il peggiorarla per le cattive performance registrate nei momenti di crisi e perché le istituzioni create confliggevano con gli obiettivi. La scelta fu decisa da un’élite che procedette illudendo il popolo con le promesse contenute nell’articolo 3 riportato. Per l’euro, invece, la volontà delle élite divergeva e fu necessario un compromesso che assegnò compiti limitati all’eurosistema e condusse a una sua nascita prematura rispetto all’indispensabile unione politica. Le preoccupazioni erano dovute al fatto che l’assegnazione di poteri più ampi alla Banca centrale europea non avrebbe garantito un’inflazione contenuta e poteva condurre a una mutualizzazione dei debiti pubblici, entrambi aspetti che la Germania non intendeva accettare. Fu un atto di debolezza dovuto alla fretta.
[…] L’Italia era impreparata nel 1992 ed è ancor più impreparata oggi, per le difficoltà che si sono accumulate e perché ha capito con quali compagni di strada si è messa. Non accuso la sola dirigenza italiana della scelta errata, ma anche quella europea, che era ben conscia, anche spingendosi oltre la realtà fattuale, che l’Italia non fosse preparata per stare nella moneta unica così come era stata concepita. Nella riunione del 24 marzo 1997, tenutasi a Francoforte, l’Italia era fuori dall’euro, nonostante Ciampi, ministro del Tesoro del governo Prodi, avesse varato il 30 dicembre precedente una manovra fiscale di 4.300 miliardi di lire, imponendo quella che è ricordata come “eurotassa” per rientrare nei parametri fiscali concordati. L’Italia aveva chiesto inutilmente di prorogare l’avvio dell’euro, ma la Germania si oppose. Un anno dopo, il 28 marzo, l’Italia venne accettata nel gruppo di testa dei Paesi aderenti all’euro. Non si conosce che cosa sia esattamente successo nel corso di quell’anno; forse ha contato l’impegno della diplomazia monetaria, dove la Banca d’Italia svolgeva un ruolo importante, o forse il fatto che, fatti bene i calcoli, i Paesi-membri hanno compreso che, tenendoci fuori, avrebbero patito la nostra concorrenza sul cambio e, accettandoci, avrebbero bardato il nostro sviluppo. Ora la nuova sovranità da espugnare è quella fiscale con le stesse modalità che hanno ispirato la cessione della sovranità monetaria, ossia secondo una visione di parte, pregiudiziale, del suo funzionamento, accompagnata dalla solita dichiarazione che servirebbe a migliorare il benessere generale. Essa non sarebbe un passo verso un’unione dove i cittadini godono degli stessi diritti ma per consentire una buona performance dell’euro e del mercato unico che causa una divisione tra essi. L’uomo al servizio delle istituzioni e non viceversa, una concezione sovietica dietro il paravento della liberaldemocrazia. Semmai si decidesse di farlo – e i gruppi dirigenti italiani, la stessa cultura accademica prevalente sono pronti ad accettarlo – si rafforzerebbero ancor più le forme di coordinamento obbligatorio, di tipo burocratico, diminuendo quello spontaneo garantito dal mercato unico creato con gli Accordi di Roma del 1957. Il problema dell’Ue non è l’autonomia delle sovranità fiscali nazionali, peraltro già vincolate dai parametri di Maastricht e rafforzate con il fiscal compact, ma l’assenza di un’unione politica in una delle forme conosciute di Stato. Spiace doverlo evidenziare, ma, cavalcando l’ideale elevato di porre fine alle guerre tra Paesi europei, non potendo procedere per via politica, i gruppi dirigenti hanno deciso di seguire una soluzione dove i principi democratici non hanno accoglienza. La conseguenza di questa scelta ha i contenuti di un fascismo senza dittatura e, in economia, di un nazismo senza militarismo.
[…] I gruppi dirigenti apprezzano l’inversione dei rapporti di forza favorevole che l’Ue stabilisce tra loro e il popolo, in particolare i lavoratori, con i media che esaltano quasi quotidianamente “le magnifiche e progressive sorti” dell’Unione europea per il Paese, anche se esse non emergono dalla realtà. L’enigma (peraltro di facile soluzione) è a quale parte del Paese si riferiscono? Purtroppo la risposta è quella parte che già sta bene e sa difendersi, essendo in larga maggioranza. Siamo tornati indietro di secoli nelle conquiste raggiunte nella convivenza civile democratica. Poiché una politica monetaria comune non si adatta a tutte le esigenze o condizioni di fatto dei Paesi che aderiscono alla moneta unica, l’aggiustamento dovrebbe essere attuato con adeguate politiche fiscali, le quali, come si è ricordato, sono restate nelle mani dei singoli Paesi, ma sono vincolate da limiti ben precisi posti ai deficit del bilancio pubblico e al livello del debito sovrano sul Pil. Soprattutto per i Paesi, come l’Italia, che fin dall’inizio avevano una posizione squilibrata rispetto a questi due parametri fiscali (oltre il 7% nel deficit di bilancio e oltre il 100% nel rapporto debito pubblico/Pil), gli spazi per queste politiche sono di fatto attribuiti in modo asimmetrico, positivi per chi rientra nei parametri concordati, negativi per gli altri. L’ingiustizia è innata negli accordi.
[…] Non c’è verso di convincere i leader dell’Unione europea di seguire il principio di Franklin Delano Roosevelt che se qualcosa non funziona, si cambia. Ma il cambiamento richiede preparazione scientifica, fantasia creatrice e coraggio per intraprenderlo. Nell’Ue le forze della conservazione prevalgono. La storia economica brevemente percorsa suggerisce che è necessario mutare le politiche riguardanti gli investimenti, soprattutto pubblici, e la tutela del risparmio operando sui tassi dell’interesse e sul rischio, nonché il funzionamento del sistema monetario internazionale ed europeo, affrontando con adeguate politiche i divari di produttività tra aree geografiche, settori produttivi e dimensioni di impresa. Se non lo fa, la società prima o dopo si vendicherà, seguendo i movimenti di protesta non perché siano preparati ad affrontare il problema, ma solo perché insoddisfatti delle politiche seguite dai partiti tradizionali.
[…] Non ho mai chiesto di uscire dall’euro, ma di essere preparati a farlo se, per una qualsiasi ragione, fossimo costretti volenti o nolenti (il piano B da me invocato). Ritengo che uscire dall’euro comporti difficoltà altrettanto gravi di quelle che abbiamo sperimentato e sperimenteremo per restare. Il problema consiste nel fatto che non abbiamo né piano A, né B. Il piano A dell’Italia è quello della Ue con le conseguenze indicate. Ho il timore che il piano B sia quello di consegnare la sovranità fiscale alla “triade” (Fmi-Bce-Commissione) se le cose peggiorano, infilandoci nella soluzione greca. Il Paese è in un vicolo cieco. Le autorità hanno il dovere di approntare e attuare due diversi piani, quello necessario per restare nell’Ue e nell’euro, e quello per uscire se gli accordi non cambiano e i danni crescono. Invece si insiste nella loro inutilità essendo l’euro irreversibile e si è disposti a pagare qualsiasi costo pur di stare nell’eurosistema. La prima dichiarazione viene fatta a voce alta, la seconda raramente, ma viene comunque pensata dagli ideologi dell’Ue e dell’euro, ben sapendo che questo costo non verrebbe pagato da loro, ma da una minoranza, sia pure di dimensione significativa

A ben vedere, si tratta di argomentazioni di assoluto buonsenso (ed in gran parte condivisibili), nonché piuttosto ovvie per chiunque non sia accecato dai fumi tossici dell’ideologia ordoliberista che domina l’intera struttura dell’illusione europea, sotto il costante diktat di un allucinante Psycho-Reich a dominazione tedesca.

Quelle di Savona sono osservazioni che non contengono proprio niente di “estremistico” o “delirante”. E che tanto bastano però a terrorizzare l’elite degli euroburocrati, con la nutrita pletora dei volenterosi carnefici che gattonano ubbidienti a braghe calate nelle celle di rigore di quella distopia mercantilista che chiamano UE.

Gli stessi che tutti insieme ci hanno cacciato nelle peggiore recessione economica dai tempi della Grande Depressione del 1929, senza soluzione di uscita. Se così fosse, allora sarebbe davvero un’ottima notizia, nonché l’uomo giusto al Ministero dell’Economia.

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Finanza Creativa (IV)

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 giugno 2012 by Sendivogius

TODO MODO

In una Europa sempre più impotente, avvitata in una spirale recessiva senza soluzione, ci mancava davvero l’inutile strigliata di Barack Obama, the President of United States, che in evidente amnesia dissociativa vorrebbe attribuire tutte le responsabilità della crisi economica alle inerzie del vecchio continente, ignorando che le ristrettezze dell’attuale congiuntura europea sono l’effetto e non la causa di un contagio esploso in ben altre latitudini a lui più familiari…
Il sopravvalutatissimo Obama è infatti alle prese con la propria rielezione presidenziale, sulla quale pesa l’ipoteca di un rilancio occupazionale ben al di sotto delle aspettative e di una ripresa che non decolla. Così, con ampio ritardo, si è accorto che il tracollo monetario dell’Unione e l’eventuale contrazione depressiva delle economie europee non giova certo al rilancio della crescita e meno che mai alle esportazioni statunitensi. Ora che l’incendio innescato da Wall Street nelle province europee (dove è stato alimentato impunemente da una finanza incontrollata) minaccia direttamente il centro dell’Impero, Mr President è alla disperata ricerca di un comodo capro espiatorio, il più lontano possibile, da additare all’intelligenza bovina di masse elettorali irretite dalla propaganda integralista dei Tea-Party. E, per la bisogna, cosa c’è di meglio se non la “Vecchia Europa”?!?
Evidentemente, O’Banana deve essere un altro dei tanti che a colazione mangia pane e volpe nella convinzione di diventare più furbo…
Nonostante le belle (o balle?) promesse degli esordi, con tutta l’ipocrisia di un politicante consumato, si tiene gli onori e declina gli oneri che una grande responsabilità comporta. Non che la UE ed i suoi governanti non abbiano le loro enormi magagne… tutt’altro! Ma le colpe non sono affatto esclusive di un’unica parte.
Barack Obama finge di non sapere che l’attuale febbre globale si diffonde nei primi mesi del 2007 con l’esplosione della bolla immobiliare USA e la crisi dei famigerati mutui subprime, con l’immissione di milioni di “titoli tossici” confezionati in CDO (tuttora in circolazione), e la cascata di fallimenti bancari a catena. Tali simpatici eventi (frettolosamente rimossi) hanno svelato al mondo dei profani le alchimie creative della “finanza derivata” che ingrassa le speculazioni degli squali di Wall Street, secondo un giochino diffuso che abbiamo in parte analizzato QUI e che rasenta gli estremi della truffa [QUI].
Di conseguenza, le grandi banche d’affari, coinvolte nel gigantesco crack a catena da loro stesse innescato, vengono prese in carico dalle casse statali che rimpinguano i caveau con la bellezza di 4.500 miliardi di euro. Per intenderci, ne sarebbero bastati meno di 300 per salvare la Grecia.
Al contempo, data l’inerzia statunitense (quando non tracima in netta opposizione), ogni proposta anche in ambito europeo di regolamentazione dei mercati finanziari rimane lettera morta su carta. Nulla viene fatto per porre un freno alle operazioni OTC. Ancor meno viene fatto per responsabilizzare i mercati finanziari, regolamentando l’immissione di prodotti derivati.
Per esempio, non vengono vietate (se non per periodi limitati) le cosiddette vendite allo scoperto, che permettono di speculare sul rendimento dei titoli borsistici, senza detenerne il possesso e soprattutto senza rischiare un solo centesimo.
Non viene messa al bando l’immissione di quell’autentica bomba ad orologeria che sono i CDS: vere scommesse speculative a tempo sulla bancarotta degli Stati, eventualmente sostenute dalle operazioni di short selling.
Viene inoltre bocciata ogni ipotesi di introduzione di una “Tobin Tax”, escludendo categoricamente qualsiasi tassazione, anche nelle sue forme più blande, sulle grandi transazioni finanziarie.
Capita l’antifona, le banche d’investimento utilizzano i finanziamenti pubblici ricevuti per continuare come e peggio di prima le loro attività speculative, distribuendo mastodontici bonus alla loro dirigenza di predatori in gessato. Naturale che questi trovino molto più conveniente speculare sulla tenuta dei ‘debiti sovrani’, piuttosto che finanziare l’economia reale.
Di converso, le banche di risparmio sono alle prese con la loro disperata ricapitalizzazione, dopo essere state folgorate dalle scosse incontrollate della schock economy, chiudendo i rubinetti dei prestiti alle imprese, con le immediate ripercussioni che la contrazione del Credito ha su occupazione e sviluppo.
In sostanza, secondo Mr President, la soluzione consisterebbe nel finanziare a fondo perduto (o quasi) gli istituti di credito coinvolti nella crisi, abbassando i tassi di interesse (già sotto l’1%). Evidentemente ignora i rischi impliciti di cadere nella “Trappola della liquidità”; mentre l’Europa egemonizzata dalla Germania di Merkel rischia di far precipitare il continente in uno scenario simile alla Seconda Recessione del 1937.
Altresì, O’Banana finge di ignorare che dietro le grandi manovre speculative, finalizzate al tracollo dell’euro ed al collasso dei titoli del tesoro europei, c’è l’intero mondo finanziario anglosassone (e specificatamente statunitense), lasciato sostanzialmente intonso da ogni ristrutturazione di sistema.
Ci sono le famigerate agenzie di ratings, Moody’s, S&P, Fitch, che si passano la staffetta con le loro valutazioni al ribasso e aprono la strada al cannoneggiamento degli speculatori finanziari.
Ovvero gli hedge funds, i grandi fondi di investimento, prevalentemente USA, tra i quali troneggia l’onnipotente BLACKROCK che, insieme al suo alter ego BLACKSTONE, si spartisce il controllo del private equity e dei servizi finanziari globali, in un intreccio di partecipazioni azionarie, controlli societari, gestione patrimoni e risparmio bancario, nel più gigantesco conflitto di interessi di tutti i tempi. Naturalmente, la Blackrock Inc (insieme al Vanguard Group ed al Capital World Investment) è tra i principali azionisti dei succitati “Signori del Rating”, che pertanto vengono pagati e controllati dalle medesime società per le quali stilano pagelle di valutazione.
E statunitensi sono pure le Fabulous Big Four Banks: Bank of America; Citigroup; Wells Fargo, JPMorgan. A queste andrebbero aggiunte inoltre quella specie di Soprano’s della finanza organizzata, come la Morgan Stanley e l’onnipresente Goldman Sachs: specializzate nello spaccio mondiale di ‘derivati’ e ‘titoli tossici’.

 LA SCIABOLETTA DI OBAMA. Quanto a Obama, dopo aver avvicinato il più possibile la politica a Wall Street, dopo avere affidato l’economia agli uomini di fiducia della grande finanza, dopo non aver portato alla sbarra neppure uno dei finanzieri colpevoli di ampie scorrettezze e di veri reati, adesso agita qualche sciaboletta di cartone contro le degenerazioni della finanza e fa il cavaliere dei deboli. Nella speranza che un numero sufficiente di americani, turbati dalle rodomontate repubblicane, voti per lui. Agli americani, nel frattempo, la verità la raccontano assai meglio vari giornalisti e qualche economista (una netta minoranza nella professione, ma comunque sufficienti) che non un presidente troppo furbo per essere credibile.

  Mario Margiocco
(24/01/2012)

Tuttavia, i prodromi della Grande Crisi erano già impliciti nella revisione degli accordi di Bretton Woods, sotto la presidenza di Bill Clinton, con la nefasta abolizione della separazione tra banche d’affari e banche commerciali, culminata nell’abrogazione in USA del Glass-Steagall Act. Si tratta della legge del 1933 nata in risposta alla crisi del 1929 a regolamentazione dell’attività bancaria, con l’istituzione di depositi di garanzia e rigidi controlli sulla solvibilità bancaria. La legge istituiva una netta divisione tra le operazioni d’investimento e le attività tradizionali di credito e deposito risparmi. L’abrogazione della Glass-Steagall è coincisa, guarda caso, con la sovraesposizione dei crediti bancari e l’invenzione di nuovi strumenti di speculazione finanziaria, alla base del flusso dei derivati e dell’attuale crisi economica. Dimostrazione provata (se ancora ce ne fosse bisogno) che i “Mercati”, se lasciati completamente liberi, si comportano come uno psicopatico incapace di controllare le proprie pulsioni distruttive.
Inoltre, con una certa malizia, ci sarebbe da aggiungere che certi ‘autorevoli’ punzecchiamenti richiederebbero piuttosto una buona dose di prudenza…
Nel Nov.2011 il debito degli Stati Uniti ha toccato la mostruosa cifra di 15.033 miliardi di dollari, equivalente al 99% del PIL. I dati sono stati forniti dal Dipartimento del Tesoro, ma si tratta di cifre per difetto dal momento che gli USA hanno un vero e proprio debito nascosto, legato alla copertura dei titoli spazzatura emessi da un sistema bancario marcio fino al midollo, scorporato dalla contabilità del bilancio federale, al quale andrebbero aggiunti i disavanzi dei singoli Stati dell’Unione. Non male per un paese dal welfare quasi inconsistente ed una spesa pubblica per politiche sociali praticamente inesistente.

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ORO ALLE BANCHE

Posted in Business is Business with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 marzo 2012 by Sendivogius

In una nostra precedente pubblicazione sulla creatività finanziaria [QUI: “La ricetta perfetta”], all’origine dell’attuale crisi economica, ci chiedevamo se lo spauracchio del default greco applicato alla situazione italiana non fosse in realtà un sofisticato diversivo tattico che, partendo da un problema oggettivo, rispondeva in realtà a ben altre esigenze, seguendo un preciso disegno ideologico sotto mentite spoglie “tecniche”…
Soprattutto, ci chiedevamo perché, nonostante la raffica di pesanti manovre correttive, il cosiddetto spread continuasse a viaggiare su livelli pur sempre sostenuti. E constatavamo come una fetta consistente del debito pubblico italiano fosse una diretta conseguenza delle allegre speculazioni sui titoli tossici della finanza derivata; nonché un’eredità degli artifici contabili dell’era Tremonti-Berlusconi (sull’origine storica del Debito, e sui principali responsabili del suo incremento costante, ci eravamo già soffermati QUI).

Dunque avanzavamo l’ipotesi che la diffidenza dei famosi “investitori” fosse dovuta innanzitutto alla mancata liquidazione dei debiti cumulati dall’Italia, tramite una disastrosa serie di operazioni sul mercato dei derivati, con una sovraesposizione nei confronti delle grandi banche d’affari statunitensi, aggravata da un’opacità contabile sull’esatta definizione del debito contratto e del relativo calcolo degli interessi da pagare.
Sottolineavamo come il problema fosse stato sollevato a suo tempo da analisi, pubblicate sul NYT e dall’agenzia Bloomberg, volte a evidenziare le enormi responsabilità delle investment bank nell’esplosione dei “debiti sovrani”. E illustravamo come la presunta opera di risanamento non fosse altro che un operazione di recupero crediti su vasta scala verso i debitori più esposti. Una operazione di rientro gestita da commissari liquidatori di fiducia (i “tecnici”) e premiata ad ogni tranche di pagamento, con un decremento degli spread ed una pagellina positiva rilasciata dagli interessati signori del rating organizzato.
Oggi, leggendo la pagina economica del quotidiano La Repubblica, abbiamo avuto una ennesima riprova di tali supposizioni, a dimostrazione di come il piano di “riforme strutturali” non sia tanto funzionale al Paese, bensì al ripianamento dei crediti dei grandi speculatori internazionali:

DERIVATI, SPECULAZIONE FALLITA
ORA L’ITALIA PAGA 3,4 MILIARDI
Assegno a Morgan Stanley per chiudere i contratti del ‘94

 «L’italia e i derivati. Nel giorno in cui lo spread sfiora quota 275, il minimo da agosto e proprio quando il Tesoro lancia il BTP Italia, il primo indicizzato all’inflazione e sottoscrivibile on line, s’apprende che il Paese ha pagato 3,4 miliardi di dollari a Morgan Stanley per uscire da una scommessa sui tassi d’interesse. Per questo, la banca d’affari ha annunciato di aver tagliato la sua “esposizione netta” verso il Tesoro nazionale dello stesso importo.
L’agenzia Bloomberg, nel dare la notizia, spiega che il Paese, il secondo più indebitato della UE, ha pagato questa somma per svincolarsi da contratti derivati che risalivano agli anni ’90. Motivo: era diventato meno oneroso cancellarli che rinnovarli. In base ai dati raccolti l’Italia, già gravata da un debito-monstre, avrebbe perso sui derivati più di 31 miliardi di dollari agli attuali valori di marcato. La cifra pagata a Morgan Stanley equivale a circa la metà della somma che il governo conta di incassare quest’anno dall’aumento dell’IVA. E, soprattutto, evidenzia i rischi posti dai derivati che i paesi usano per abbassare i costi di indebitamento e ripararsi dall’altalena dei mercati.
Secondo la ricostruzione di Bloomberg, quando i debiti contratti dall’Italia hanno sfondato i mille miliardi di euro a metà anni ’90, il Paese ha iniziato ad utilizzare gli swap sui tassi d’interesse e le cosiddette swaptions (opzioni per entrare in uno swap) per tagliare i costi del servizio del debito. Molti bond all’epoca avevano scadenze a 5 o 10 anni, alcuni pagavano cedole fino al 10%: l’Italia ha usato gli swap per spalmarli su un arco di 30 anni e oltre e ha ridotto i suoi costi per gli interessi, emettendo swap-options. Le entrate incassate dalla vendita dei derivati sono servite per pagare i debiti. Quando i tassi degli swap, che seguono i rendimenti dei bond tedeschi, sono iniziati a crollare dopo il 2008 e la volatilità delle opzione ad aumentare, l’Italia si è trovata a dover pagare alle banche soldi sui derivati.
Silenzio degli interessati sull’intera vicenda. Fonti italiane tuttavia fanno sapere che i contratti con Morgan Stanley sono un accordo-quadro del 1994 dove c’è la clausola rescissoria in favore dell’istituto USA. L’operazione in questione è però unica nel suo genere e l’accordo è stato chiuso proprio perché la banca ha fatto valere questa clausola, su pressione delle autorità americane. A inizio anno, la Morgan Stanley ha comunicato alla SEC, l’organo statunitense di controllo della Borsa, di aver “effettuato alcune ristrutturazioni sui derivati chiuse il 3 gennaio 2012” e di aver ridotto l’esposizione verso l’Italia di 3,4 miliardi di dollari. Nel quarto trimestre l’istituto bancario ha registrato profitti per 600 milioni, anche grazie alla risoluzione dei contratti italiani.
I cinque principali operatori di swap USA sono: oltre alla Morgan Stanley, Goldman Sachs, Bank of America, Citigroup e JpMorgan Chase. Complessivamente hanno una esposizione netta sui derivati con l’Italia di 19,5 miliardi di dollari. Cifra che, sommata agli importi relativi delle banche europee rese note nel corso degli stress test condotti dall’European Banking Authority (EBA), porta l’ammontare a 31 miliardi di dollari. Lo spread italiano ha chiuso a quota 281. Il Btp Italia avrà un tasso minimo garantito del 2,25%»

  La Repubblica – 17/03/2012

 È da notare l’opacità nell’intera gestione dell’operazione finanziaria, attraverso le anomalie contrattuali e la sottoscrizione di clausole capestro, la sottovalutazione dei rischi e la sovraesposizione del Tesoro italiano alle perdite, insieme alla sostanziale segretezza con la quale la catastrofica transazione è stata gestita, salvo condividere ora i costi in perdita con un intera nazione. Infatti, non c’è niente di meglio che accollare il pagamento degli interessi alla massa dei lavoratori salariati da 1.000 euro mensili, che avrebbero generato il debito vivendo ben al di sopra delle proprie possibilità.

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Regalo di Natale

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 dicembre 2011 by Sendivogius

A dispetto delle teorie tanto care ai ‘complottisti’, non servono cospirazioni globali e organizzazioni (nient’affatto segrete), per imporre un Ordine più o meno “mondiale” e tutt’altro che “nuovo”.
In realtà si tratta sempre delle stesse ricette, confezionate nei templi sacri del capitalismo più estremo, che dopo aver generato la ‘crisi’ propone ora la soluzione fino alla prossima ricaduta, perpetuando intatte le storture di sistema per auto-assoluzione. ‘Sistema’ che si vuole immutabile nella sua presunzione di perfezione, in nome del “Liberismo” e di quella astrazione divinizzata che chiamano “mercati finanziari”.
Gli ingredienti sono vecchi di almeno due secoli: dal sapore pessimo e dagli effetti collaterali sempre più devastanti. Muta il dosaggio, ma non la sostanza del prodotto scaduto.
Da questo punto di vista, il Governo Monti è solamente il Maître cuisinier, che si prepara a servire pietanze a cottura personalizzata di un ricettario comunque scritto altrove…
E, se la prima portata rischia di rimanere indigesta ai più, il secondo piatto su Lavoro & Licenziamenti potrebbe rivelarsi letale per molti.

THE SPIRIT OF CAPITALISM
Solitamente, in Italia, quando si cercano ‘tecnici’ per porre rimedio ai guasti irreparabili dei politicanti per professione, con salvataggi provvisori, si pesca sempre dalle parti della “Bocconi”: l’università privata, specializzata in business e management, dalla quale proviene il gotha delle elite confindustriali, dei grandi boiardi delle aziende di Stato, degli esperti governativi per le politiche finanziarie, degli amministratori pubblici, dei banchieri e degli stockbrokers, che la “crisi economica” non l’hanno prevista o, peggio ancora, l’hanno determinata, speculandoci sopra. È un gioco delle parti, tra soluzione e causa, dove non si tiene conto dei conflitti d’interesse, delle interscambiabilità di ruolo, delle entrature istituzionali e le responsabilità nella programmazione economica, di una compagine tecnocratica assai fluida e tutt’altro che distinta dalla controparte politica, con la quale condivide spesso interessi e prospettive di “riforma”. E riformismo è la parola magica, che spunta sempre in tempi di collasso economico e sociale, per puntellare le oligarchie al potere, opportunamente travestite da elite di ‘salvatori’.
A tempo di record, il neo-governo del prof. Monti ha sfornato l’ennesima manovra finanziaria (la quinta in pochi mesi), con unpacchetto di misure urgenti per assicurare la stabilità finanziaria, la crescita e l’equità, ma in continuazione ideale con i precedenti provvedimenti. A tal proposito:

«L’insieme degli interventi ammonta a circa 20 miliardi di euro strutturali per il triennio 2012-2014 con una forte componente permanente di risparmi conseguiti. La correzione lorda è di oltre 30 miliardi in quanto sono previsti interventi di spesa a favore della crescita, del sistema produttivo e del lavoro per oltre 10 miliardi. All’interno del pacchetto è inclusa e consolidata in norme la correzione dei saldi pari a 4 miliardi previsti quale “clausola di salvaguardia” nella manovra di agosto 2011.»

 Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri
 (04/12/2011)

L’ambizione esplicita è quella di avviare una riforma strutturale dell’economia italiana. Finora, bisogna dire che di “equità” se n’è vista pochina e anche le prospettive di “crescita” risultano piuttosto aleatorie.
Bisogna riconoscere che tra le finalità immediate c’è la necessità di puntellare i conti dello Stato contro le bordate della speculazione internazionale e gli isterismi delle Borse, e magari dare una ridimensionata al Gatto e la Volpe che giocano a rimpiattino sulla pelle dell’Europa, stilando pagelline di merito, prima della grande onda che rischia di travolgere l’euro.
Eppure, nell’ignoranza del profano, c’è da dire che da una squadra di esperti super-blasonati era lecito aspettarsi molto di più. E anche un qualche segnale di rottura con il passato, che invece non c’è stato, se non in minima parte.
Il complesso delle misure approntate, da varare in blocco tramite un maxi decreto-legge, sono imprescindibili per “salvare il Paese dal rischio default” (ovvero dalla bancarotta).
Se la situazione è davvero così grave, c’è da chiedersi cosa mai sia stato fatto prima di arrivare ad un simile ed irreversibile punto di rottura. E se non sia stato quanto meno criminale, aver permesso e tollerato per quasi tutto il 2011 il gozzovigliare di quel crogiolo di piduisti, affaristi, e mafiosi, colati in un unica lega attorno alla satrapia di Arcore. Soprattutto, c’è da chiedersi per quale assurda pazzia il novello Re Giorgio non sia intervenuto quando doveva (l’Ottobre del 2010), invece di predisporre il salvataggio del Pornocrate, e senza risparmiarci la vergogna della compravendita parlamentare dei vari Scilipoti d’Italia.

BASILISK (Iga di Tsubagakure)

UNA MODESTA PROPOSTA
 In merito alla manovra Monti, non si eccepisce sull’entità dei provvedimenti e sulle esigenze stringenti degli interventi. Tuttavia, stabilito il gettito delle entrate e la cifra da raggiungere, c’è modo e modo di fare cassa…
Se l’intento era quello di raggranellare subito risorse per 30 miliardi di euro, tramite tagli e imposte indirette (le più subdole), non serviva scomodare un professore di economia. Bastava chiamare un ragioniere.
D’altra parte, con provvedimenti a costo sociale zero si poteva mettere in piedi la stessa cifra. Per assurdo, proviamo dunque a stilare una contro-manovra; giocare non costa nulla.
Ad esempio, visto le necessità contingenti, si poteva:

1) Cancellare (o quantomeno ridimensionare) l’acquisto dei non indispensabili 131 caccia bombardieri F-35 JSF, velivolo multiruolo d’attacco a decollo verticale, che la nostra Aeronautica militare reputa “un’arma da combattimento economicamente sostenibile”. E così deve aver pensato l’allora Governo D’Alema che ne ha sottoscritto l’acquisto, senza ripensamenti da parte dei successori che hanno confermato la fornitura.
Prezzo base di ogni singolo aereo da guerra: 170 milioni di dollari; ai quali andrebbero aggiunti gli altri 8 milioni di dollari a seconda del tipo di propulsori da assemblare nel velivolo.
 Risparmio presunto: tra i 13 miliardi ed i 16 miliardi di euro.

2) Vendere all’asta o (meglio ancora) concedere in locazione le frequenze digitali terrestri previo pagamento di un canone adeguato e aggiornamento delle tariffe per le frequenze già assegnate. Attualmente, RAI e Mediaset pagano l’1% annuo del loro rispettivo fatturato per le frequenze già occupate. Per quanto riguarda invece l’assegnazione delle frequenze digitali, il precedente Governo Berlusconi le ha concesse a titolo gratuito all’azienda di famiglia (e alla RAI) fino al 2031, senza alcun corrispettivo.
Introiti presunti con regolare gara di assegnazione e canone di concessione: 16 miliardi di euro.

3) Annullare l’ordinativo delle 19 Maserati blindate e super-accessoriate per scorrazzare in giro gli alti funzionari (e famigli) del Ministero della Difesa, volute dall’ex titolare del dicastero (Ignazio La Russa).
Costo orientativo per ogni veicolo: 130.000 euro secondo listino, ma c’è da quantificare la blindatura, eventuali optional, bollo e assicurazione auto.
 Risparmio ipotetico: 3 milioni di euro.

Tirate un po’ voi le somme e calcolate la differenza sul debito pubblico tra ricavi e risparmi…

SALVATOR PATRIAE
Evidentemente, tali misure rischiavano di non essere comprese dall’Europa e dai mercati internazionali, risultando assai poco “liberali”… Molto meglio concentrare gli interventi là dove fa più male. Agli spiriti liberi della Finanza piace l’odore del sangue, specialmente se si tratta di quello altrui…
In pratica, nella manovra da 20 miliardi netti approntata dal direttorio Monti, a parte sporadiche contribuzioni, risultano sostanzialmente esenti dai provvedimenti più pesanti i principali sponsor del “governo tecnico”, per i quali sono previsti anche concreti vantaggi. E nessun sacrificio per la “casta” politica, che al massimo ha dovuto ingogliare una stretta sui vitalizi (che non verranno comunque aboliti). E se gli onorevoli di fatto non rinunciano a nulla, vengono azzerati gli stipendi dei consiglieri municipali che spesso, come nel caso di Roma, sono chiamati ad amministrare circoscrizione urbane con oltre 200.000 abitanti.
Intonsi rimangano pure gli emolumenti dei deputati siciliani o dei governatori di Regione che, come nel caso del Trentino Alto Adige, percepiscono stipendi superiori a quello del Presidente degli Stati Uniti.

 CHI PRENDE La Confindustria di Emma Marcegaglia incassa il taglio dell’IRAP e le detrazioni sull’IREP. Cosa buona e giusta, se legata all’incremento delle assunzioni. Peccato che l’IRAP serva a foraggiare il gettito delle Regioni e degli enti locali, che nel 2012 conosceranno un’ulteriore sforbiciata di 3,1 miliardi di euro.
Questo vuol dire una riduzione esponenziale in termini di beni e servizi al cittadino, che però continuerà a pagare gli stessi tributi per avere meno asili, meno ambulatori, trasporti e servizi locali ancora peggiori.
Il Governo dice che compenserà i mancati introiti dell’IRAP con un aumento dei trasferimenti statali, ma non specifica né come né l’importo.
Al contempo, per i Comuni oltre i cinquemila abitanti sono previsti tagli per 1,450 miliardi nel 2012; della stessa entità, ma dal 2013, i tagli ai Comuni con popolazione superiore ai 1.000 abitanti. Per le Province, la riduzione dei trasferimenti sarà di 415 milioni a partire dal 2012.
In compenso verrà reintrodotta l’ICI sulla prima abitazione, opportunamente maggiorata con la revisione e l’aggiornamento degli estimi catastali. L’abolizione dell’ICI aveva suscitato grandi entusiasmi tra i glandicefali del berlusconismo militante, evidentemente ignoranti del fatto che l’imposta sulla casa foraggiava al 70% i bilanci comunali con relativi servizi alla cittadinanza, improvvisamente rimasti senza alcuna copertura fiscale.
La nuova imposta sugli immobili, accorpata nell’IMU, tuttavia non servirà a finanziare la spesa dei Comuni, giacché gli introiti verranno aggregati alle entrate del Tesoro. Pagare una tassa, e per giunta raddoppiata, sulla casa di proprietà (specie se si paga già il mutuo), magari in una zona di estrema periferia e in quartieri degradati, non fa mai piacere. Almeno, era consolante sapere che tali soldi avrebbero contribuito nell’insieme (e in teoria) a pagare l’illuminazione notturna, il rifacimento del manto stradale, la manutenzione degli impianti fognari, l’apertura di nuove strutture polifunzionali nel quartiere… Invece le entrate delle nuova tassa verranno sottratte alle casse comunali per essere incamerati dallo Stato, che però potrà potenziare il “fondo di garanzia per le imprese”, con almeno 20 miliardi di credito a disposizione di un’imprenditoria che non investe, non assume, non fa formazione, paga salari da fame, e spesso evade pure! Evasori che vengono premiati con l’ipotesi di una nuova fiscalità di favore, naturalmente per “far emergere il sommerso”.
 CHI PAGA In compenso, per i Comuni sono previsti ulteriori tagli per un miliardo e mezzo di euro, insieme ai 415 milioni detratti dai fondi per le Province. Però potranno aumentare le imposte locali per compensare le perdite, con un ulteriore aggravio di spesa per i contribuenti onesti.
Sicuramente, a NON pagare la nuova IMU, inclusa la tassa sui rifiuti, saranno gli immobili di proprietà del Vaticano, ad uso commerciale o meno che siano. L’esenzione costa alle casse dello Stato qualcosa come 500 milioni di euro all’anno ed è stata giudicata illegittima dalla UE, che infatti ha aperto una procedura di infrazione a carico dell’Italia. Ma, in questo caso, il parere dell’Europa non è assolutamente vincolante. A chi gli ha fatto notare l’anomalia, il devoto prof. Monti ha risposto: “non ci avevo pensato”. Be’ sarebbe ora di farlo!
 CHI GUADAGNA D’altra parte, non è prevista alcuna imposizione progressiva sulle grandi proprietà immobiliari. Una imposta sulle migliaia di appartamenti invenduti, che le grandi società di costruzioni usano come capitalizzazione bancaria per nuove lottizzazioni immobiliari, determinerebbe infatti un abbassamento dei prezzi alla vendita in risposta alla domanda inevasa di casa (per inaccessibilità al credito e per eccessività dei costi), riequilibrando il mercato secondo la più classica delle leggi.
Certo, ciò toccherebbe assai da vicino gli interessi di personaggi come Francesco Gaetano Caltagirone (il suocero di P.F.Casini che sostiene il governo “senza se e senza ma”). E questo non sta bene… non è cosa da farsi agli amici.
Non mancano nemmeno i regali per gli Istituti bancari. A partire dal 2012, lo Stato italiano fornirà (con fondi pubblici) nuova liquidità alle banche, prendendosi in carico passivi ed insolvenze:

“fino al 30 giugno 2012 è autorizzato a concedere la garanzia dello Stato sulle passività delle banche italiane, con scadenza da 3 mesi fino a 5 anni, o a partire dal 1° gennaio 2012 a sette anni per le obbligazioni bancarie garantite”

Di fatto, lo Stato diventa il garante delle banche e rifonde di proprio le perdite degli istituti privati, a causa di cattivi investimenti o speculazioni azzardate sul mercato dei derivati. E magari continuare a pagare ai vari Alessandro Profumo liquidazioni da 40 milioni di euro per lo splendido lavoro fatto all’Unicredit!
È evocativo che il ministro (e banchiere) Corrado Passera, in un lapsus quanto mai eloquente, faccia riferimento all’applicazione dei suggerimenti di ‘Emma’ (Marcegaglia?), riferendosi ufficialmente al ministro Elsa Fornero la quale si commuove (di gioia?) nel veder finalmente realizzata la riforma della previdenza, che va predicando da almeno dieci anni nelle aule universitarie.
Grande soddisfazione dei ministri tutti per aver esteso l’indicizzazione delle pensioni fino ad 936 euro mensili, recuperando i costi dell’inflazione. Ciò è stato possibile grazie alla fantasmagorica tassa dell’1,5% sui capitali (illeciti) rientrati in Italia grazie alla sanatoria del famigerato “scudo fiscale”. Per tutti gli altri assegni previdenziali invece non è previsto alcun agganciamento al costo della vita. Per le pensioni dai 1000 ai 1200 euro al mese (la quasi totalità delle restanti) si trattava di adeguamenti ricompresi tra i 2,5 ed i 4 euro. Una cifra davvero insostenibile per i bilanci dell’INPS. D’altra parte, non si poteva chiedere di più ai LADRI, che hanno fatto rientrare i soldi rubati nel totale anonimato in Italia e opportunamente “scudati”, liberi di gonfiare i costi del mercato immobiliare. In compenso, si era ipotizzato di elevare la tassazione ordinaria del 2% sui redditi tra i 55.000 ed i 75.000 euro, portando l’aliquota al 43% sull’imponibile.
Coerentemente, questa manovra finanziaria non prevede alcun reale provvedimento contro la (stratosferica) evasione fiscale, a meno che non si voglia reputare sufficiente la tracciabilità dei pagamenti in contanti (inizialmente prevista a partire da 300 euro e poi elevata a 1.000 euro) o la tassazione dei beni di lusso (senza però colpire i leasing o le intestazioni fittizie a società di comodo). Si tassano i natanti ed i posti barca, ma si dimentica che per sfuggire alla tassa questi ultimi possono essere ancorati nei porti adriatici della Croazia e del Montenegro oppure in Corsica.
E infatti i grandi patrimoni ed i grandi redditi sembrano completamente esentati dalla manovra finanziaria che invece falcidia gli imponibili medio-bassi.
LA SALVAGUARDIA DEL POTERE DI ACQUISTO.  In tempi di “recessione” (e noi ci siamo entrati da un pezzo), ci sono due cose da evitare assolutamente: l’aumento dell’inflazione e la stagnazione dei consumi, che innescherebbero la spirale perversa della stagflazione.
A tal proposito, i provvedimenti del Governo Monti sono eccezionali…
Dal 01/01/2012 le accise sui carburanti subiranno un nuovo rialzo, incrementando il prezzo già record della benzina. A questo va poi aggiunto l’aumento dell’IVA che inciderà ancora di più sui costi per il consumatore. Si prevede poi un ulteriore aumento dell’IVA dal 21% al 23% a partire dal 01/09/2012 qualora non fossero rispettati i saldi di bilancio.
In un Paese, dove il grosso delle merci si muove attraverso il trasporto su gomma, è chiaro che il rincaro dell’IVA e delle imposte sui carburanti verrà ricaricato sul prezzo dei prodotti al consumo, ricadendo sull’acquirente finale. In pratica, il cittadino comune a parità di salario pagherà più tasse locali e comunali e si troverà a pagare di più anche i beni primari, a scapito dei consumi e del potere d’acquisto. In compenso, le somme racimolate dal Tesoro andranno redistribuite tra famiglie, donne e giovani… A babbo morto!
Già, i “giovani”… ai quali verrà dedicato il prossimo piatto: la riforma del lavoro, che probabilmente non creerà nuova occupazione, ma falcidierà il posto dei “vecchi”: l’unico vero welfare a livello familiare che funzioni davvero.
Per il Governo Monti, il modello cardine a cui ispirarsi è il “piano Marchionne”, che così strabilianti risultati sta portando alla FIAT…
Dalla padella alla brace!

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Il Profumo dell’Ottimismo

Posted in Business is Business, Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 maggio 2010 by Sendivogius

 
Con considerevole ritardo, l’imperturbabile Giulio Tremonti ed il resto della banda di governo hanno finalmente scoperto l’esistenza della “Crisi”, dopo più di due anni trascorsi a negare pervicacemente l’evidenza, tra Finanziarie light e continui regali all’Italia che ruba.
Il Profeta dell’economia, quello che aveva previsto tutto e ancor meglio aveva capito, lo stesso che soltanto un mese fa negava con stizza ogni ipotesi di manovra correttiva dei conti pubblici, adesso ci annuncia la presentazione di una manovra aggiuntiva da 25 miliardi, con la consueta faccia di tolla da paguro pedemontano:

«Mai tagli al sistema previdenziale finché al Tesoro ci sarò io»
  (11/11/2009)

«Mi dispiace deluderla ma non ci sarà alcuna manovra aggiuntiva»
  (07/04/2010)

Poi, come sempre, ci ha ripensato…
D’altra parte, si tratta di una delle solite sterzate alle quali l’Ossimoro vivente ci ha abituati ormai da tempo, raggiungendo vette inarrivabili. La battuta sui condoni resta comunque storica:

«In Sudamerica il condono fiscale si fa dopo il golpe; in Italia prima delle elezioni; ma invertendo i fattori il prodotto non cambia: il condono fiscale è comunque una forma di prelievo fuori legge»

 (Corriere della Sera; 25 settembre 1991)

Nell’Italietta berlusconizzata di Re Silvio, i condoni invece si fanno prima durante e dopo, elevati a prassi sistematica nella finanza creativa dello schizofrenico ministro Tremonti: il Charles Manson degli eccidi contabili nella Family delle Libertà.

Pertanto, conclusa l’ultima tornata elettorale, si può anche macellare ciò che resta dello ‘stato sociale’, nel Paese dove chiunque non abbia una parentela di riguardo, viene sistematicamente lasciato indietro, magari con una inutile “social card” in tasca. Do you remember it?
In effetti, tra appartamenti regalati ai ministri a loro insaputa, appalti distribuiti in famiglia, spese gonfiate, festini hard, assunzioni collettive di amici e parenti, la recessione globale era davvero l’ultimo dei problemi ad impensierire l’intraprendente ministerume in carriera. Abituati ai Cinegiornali Luce dell’ottimo Scondizolini, dalle parti di Palazzo Chigi devono aver pensato che il modo migliore di affrontare la recessione globale fosse parlar d’altro, sfoderando le collaudate armi di distrazione di massa. E il giochino ha funzionato a lungo, finché il ‘profumo dell’ottimismo’ non è più riuscito a coprire l’olezzo insopportabile dei mercati in putrefazione.

Come i nostri lettori più affezionati sanno, solitamente stiliamo una sintesi periodica con le migliori dichiarazioni pubbliche del mese, la catalogazione delle quali non sfugge ad un annoso quesito: Cazzata o Stronzata?
Quello che vi proponiamo, è un imbarazzante ripasso per ricordare come la Crisi economica NON è stata affrontata…

La parola d’ordine è “ottimismo”. Piace ai politicanti, ma anche ai negrieri di Confindustria (sì, avete letto bene): i padroni assistiti con capitale pubblico, che molti si ostinano ancora a chiamare imprenditori.
Il 20 Aprile 2009, la banda al gran completo si riunisce a Cremona in una di quelle assemblee auto-celebrative, per incensare le magnifiche sorti progressive del Libero Mercato. Nell’incontro si parla di tagli alla spesa pubblica, agevolazioni fiscali per ricchi e ricchissimi, licenziamenti più facili per chi lavora, ulteriore riduzione di tutele e diritti per le maestranze. Giacché, come ricorda la stessa presidente di Confindustria: «Noi non vogliamo nessuna legge, nessuna rigidità. Non è nella logica che serve in questo momento».
En passant, si parla anche di crisi e recessione globale, per il futuro ludibrio dei posteri…
Ad aprire le danze è la presidente
Emma Marcegaglia, che gioca alla grande imprenditrice con la fabbrichetta di papà:

 «L’impressione è che, sia a livello mondiale sia italiano, ci siano alcuni segnali che il peggio l’abbiamo visto: non c’è più la caduta continua degli ordini e del fatturato. Il problema adesso è capire in quanto tempo torneremo alla crescita e probabilmente avremo ancora qualche mese difficile. Il nostro centro studi ritiene che nella seconda parte dell’anno, da luglio, ci possa essere qualche inversione di tendenza»

In attesa di capire su quale pianeta viva la Marcegaglia, ed al Luglio di quale anno si alluda, segue immancabile slinguazzata al governo amico, che tutto concede e nulla chiede:

«La crisi economica è stata complessivamente gestita bene, sia a livello internazionale che in Italia»

E in merito all’ennesimo condono edilizio, chiosa giuliva più che mai:

«Noi pensiamo anche che siano infondate le preoccupazioni per la distruzione dell’ambiente»

…Con tutte quelle noiose tutele ambientali e vincoli, che non portano quattrini in tasca.
Per una situazione sociale ed economica che sembra inesorabilmente avviata a riproporre come proprio modello ispiratore il Ventennio, a tali incontri non mancano mai i degni rappresentanti del nuovo Sindacato giallo, con la partecipazione straordinaria di CISL-UIL e la governissima UGL.
Il disponibilissimo segretario generale della CISL, Raffaele Bonanni, ringrazia commosso:

 «La fase più dura della crisi potrebbe essere passata come sostengono il ministro Tremonti ed i rappresentanti delle imprese»

Tuttavia, nella storica assemblea cremonese non mancano asciutte valutazioni sulla situazione della finanza globale. Per esempio, Corrado Faissola, presidente dell’ABI, rassicura tutti:

«C’è uno smorzamento della caduta. Nella situazione generale gli indici di peggioramento hanno smesso di peggiorare»

A ribadire meglio il concetto ci pensa Mario Draghi, governatore generale della Banca d’Italia, che tre mesi dopo (21/07/09) conferma:

«In Italia, il  progressivo peggioramento della congiuntura sembra essersi arrestato; vi sono alcuni segnali positivi. Trainata dalla ripresa mondiale l’attività produttiva tornerebbe a crescere nel corso del 2010»

E come non credere al solitamente prudente governatore, a libro paga delle agenzie di rating maggiormente responsabili della Crisi, quando pure il super-ministro Tremonti aveva profetizzato in precedenza, durante uno dei suoi soliti deliri mistici:

 «Il rischio di un’apocalisse finanziaria si sta riducendo (…) La paura di un crollo delle Borse e della finanza mi sembra finita e la gente ha tirato un respiro di sollievo perché è finito l’incubo degli incubi»
  (18/04/09)

Prima del ministro veggente, si era già espresso (il 25 marzo 2009) l’uomo col pullover, Sergio Marchionne, con tutta la modestia che contraddistingue il personaggio FIAT:

 

«Sono uno dei pochissimi che cerca di leggere nella sfera di cristallo e secondo me una gran parte dei problemi che hanno impattato sull’economia a livello globale si è già verificata. Il peggio della crisi è passato»

Del resto, come più volte spiegato dall’Imperatore in persona alla sua corte in perenne festa, la percezione della Crisi economica è legata ad un fattore psicologico. La perdita del posto di lavoro, lo sfratto, il pignoramento della casa perché non si hanno più soldi per pagare il mutuo… sono solo un’impressione effimera, generata dal pessimismo (sicura invenzione komunista). È solo un’illusione, perciò sorridi! Sei su scherzi a parte:

«Alle parti sociali che ho incontrato questa mattina ho detto che questa crisi economica ha come primo fattore quello psicologico. Ho detto tante volte, e l’ho ribadito anche a loro, che il fattore ottimismo è fondamentale per uscire dalla crisi: la gente deve tornare agli stili di vita precedente e deve rialzare i consumi. Anche perché la gente non ha motivi per diminuire i consumi. Bisogna far sì che prima di tutto il governo, e in secondo luogo tutte le organizzazioni internazionali contribuiscano a rilanciare la fiducia.
(…) Un giorno sì e uno no escono e dicono che il deficit è al 5%, meno consumi del 5%, crisi di qui, crisi di là, la crisi ci sarà per fino al 2010, la crisi si chiuderà nel 2011… Un disastro: dovremmo veramente chiudere la bocca a tutti questi signori che parlano, magari perchè di cose che i loro uffici studi gli dicono possono verificarsi, ma che così facendo distruggono la fiducia dei cittadini dell’Europa e del mondo.
(…) Bisogna chiudere la bocca a quegli organismi, anche internazionali, che continuano a diffondere dati in calo (…) insieme agli organi di stampa che prendono tutte queste posizioni insieme alle opposizioni, che danno degli incentivi alla paura che sono fuori dalla realtà.
(…) Agli imprenditori ho detto: minacciate di non dare la pubblicità a quei media che sono anch’essi fattori di crisi, perché la crisi a questo punto è eminentemente psicologica»

 Silvio Berlusconi
 (26/09/09)

Non contento della performance, l’8 Novembre 2009, il Giullare ribadisce il concetto:

«I segnali di ripresa ci sono e l’Italia è in pole position»

Be’ che dire?!? Almeno affonderemo ridendo.

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