Archivio per Teatro

Il Grande Bluff

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , on 27 marzo 2014 by Sendivogius

Most evil

Nell’eterno carnevale italiano si alternano le maschere, ma il canovaccio sembra essere sempre lo stesso… Si recita a soggetto, inseguendo gli umori del pubblico. È teatro interattivo, dove la platea partecipa alla finzione, tramite la commistione dei generi e delle parti, con una spiccata propensione alla farsa.
Del resto, il nostro è il Paese che ha inventato la Commedia dell’arte, esportandola in tutto il mondo. Con la sua predilezione per le maschere di scena, la “Commedia italiana” fonda il suo successo sugli Zanni, i Pulcinella, Brighella, Rugantino, Meo Patacca… che costituiscono i personaggi ricorrenti in una galleria di stolidi crapuloni e imbroglioni incalliti, servi zelanti e infidi, impenitenti fanfaroni e spacconi da quattro soldi, talmente prevalenti da essere declinati su scala regionale. E ora ci tocca viverla la Commedia, nella sua variante “ridicolosa”, convogliata nei teatrini di avanspettacolo ai quali è ridotta la rappresentazione politica, sancendo il trionfo dei guitti innalzati a padroni indiscussi del palcoscenico.
Attualmente, siamo passati dalle macchiette di cabaret, col loro repertorio obsoleto da guerra fredda e scorte industriali di fondotinta, ad una figura completamente sperimentale, nella riproposizione aggiornata di vecchi classici… Signore e Signori, abbiamo un nuovo protagonista: il Cazzaro 2.0.

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Nella sua versione completamente revisionata e potenziata a livello digitale, è destinata a sostituire in fretta i vecchi modelli ancora in circolazione di cacciaballe professionisti, destinati a rapida rottamazione per superati limiti di età; specialmente dopo il disastroso lancio (prontamente ritirato del mercato) del prototipo Monti9000 classe Teknocrat-UE ed ulteriori emuli scadenti (Letta DC/2000).
La preghierina Sopravvive, in edizione fortunatamente limitata e solo per i nostalgici più irriducibili, la proiezione olografica dell’oramai marcescente biodroide sintetico P.A.P.I. (Pelato Automatico a Pompetta Ibrida). Ridotto com’è ad un incrocio tra una palla da bowling ed un pinguino obeso, è il fossile precambriano che conserva intatta tutta la fragranza di un grumo di feci riverniciate di fresco. Al momento, la salma in soluzione ceronata è ostaggio del Clan delle Bella Napoli e si teme per il suo rilascio, per quanto sia prossimo alla discarica più vicina per rifiuti altamente tossici.
Francesca PascaleAl contrario, il Cazzaro 2.0 è intraprendente, dinamico, e soprattutto “giovane”: quindi un ragazzo inesperto a cui tutto si perdona ed al quale molti aspiranti cortigiani vorrebbero far da ‘consigliere’. Poco importa se a quarant’anni e con tre figli, nel resto del pianeta si è considerati uomini belli che fatti. Ammantato di “nuovismo” ma non troppo, si innesta nel solco della tradizione (che poi gli italioti si spaventano!), rinverdendone i fasti con qualche innesto sbarazzino e pescato ad cazzum canis ovunque sia disponibile. Per questo ha riesumato il blairismo con 20 anni di ritardo (ormai un cadavere putrescente), innestato su un iperattivismo molto fanfaniano in crosta tutta democristiana: arte secolare che gli permette di far proprie le tesi più diverse, purché funzionali alla sua sopravvivenza e dare sempre ragione all’interlocutore del momento, qualunque cosa dica, salvo ripensarci strada facendo.
Utilizza le nuove tecnologie, in prevalenza F/B e soprattutto Twitter, che con le sue battute razionate richiede uno sforzo cognitivo minimo, sostanzialmente per sparare cazzate senza posa da mane a sera.
Nella faciloneria fanfarona che lo contraddistingue è avvezzo alle sparate: più grandi sono e meglio è. L’importante è che siano ad effetto, nella fiammata pirotecnica del fuoco fatuo. Dell’antico modello P.A.P.I. possiede più capelli e qualche chilo in meno; sicuramente ha ripreso l’incredibile faccia di tolla ed il cipiglio decisionista, che tanto piace ad un elettorato perennemente alla ricerca di un condottiero.
Fiuta il vento del momento e ovviamente è “anti-casta” e contro i “privilegi della politica”… Semplice tra i semplici, usa il machete al posto dei bisturi, muovendosi con la grazia di un elefante in cristalleria. In un Paese in deficit permanente, dissanguato dalle manovre correttive e dalle politiche monetariste (che permangono intatte) per cercare di mettere i conti in ordine, crede che i soldi crescano sugli alberi, proprio come gli zecchini d’oro di Pinocchio, e che per reperire le risorse indispensabili per una spesa di circa 83 miliardi di euro (a tanto ammontano i costi delle sue promesse lanciate durante la televendita promozionale) è convinto bastino svendere su e_Bay le autoblu e saccheggiare la Cassa Depositi e Prestiti.
maschereCome tutti i decisionisti da operetta, ha un’idiosincrasia naturale per le assemblee rappresentative e le formule consultive… Per questo si prepara a vagliare una legge elettorale che con uno sbarramento dell’8% negherà ogni rappresentanza parlamentare alla metà del corpo votante. Pensa che il precariato di massa si sconfigga riducendo ancor di più le garanzie contrattuali e che il problema siano i sindacati. Volendo contenere i costi della politica ed eliminare il “bicameralismo perfetto”, si prepara ad abolire il Senato e l’elezione dei senatori, per sostituirli con cacicchi di nomina oligarchica, tanto gli pareva strano ridurre eventualmente il numero degli eletti, rivedendone gli emolumenti, e differenziare le funzioni rispetto a quelle del Parlamento. Abolisce per decreto pure le Province, senza ovviamente comprenderne che i costi sono strutturali e che pertanto permangono intatti. In compenso, cancella l’elezione delle assemblee provinciali, per sostituire le medesime con organismi di nominati senza alcun riconoscimento elettorale. E ancora non ha capito il Bambino Matteo che tali riforme richiedono un radicale stravolgimento della Carta costituzionale, che a qual punto andrebbe stralciata e riscritta daccapo senza passare per improbabili “saggi” su indicazione presidenziale.
Il Merdone urlanteAlternativa attiva sull’altro versante della peggiore demagogia populista abbiamo invece la Setta degli Incontaminati, col suo barbuto botolo ringhioso che per le prossime elezioni europee si prepara ad imbarcare la compagnia di giro del suo following, in transumanza per l’Italia con tutto il carrozzone al seguito. Qui siamo invece dalle parti del teatro dei burattini, col puparo ed i pupazzi al seguito. Cercarne un filo logico è cosa pressoché assurda oltreché inutile: siamo infatti dinanzi ad un istrione patologico che si nutre dei propri deliri, ma che ha capito perfettamente la sostanziale identità tra politica e varietà.
grillotour_te_la_do_io_l_europaCaso unico nel suo genere, è il primo “capo politico” che si fa pagare per assistere ai suoi comizi elettorali, venduti (insieme ai biglietti) per spettacolo. Perché alla fine il cuore batte sempre là dove pulsa il denaro…

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Good Luck & Good Night

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 12 marzo 2014 by Sendivogius

The Red Moon PreachersMarco Tullio Cicerone, che ora ottimo retore e pessimo politico, considerava l’arte oratoria come la capacità di padroneggiare il potere della parola e con essa dominare l’immaginario del pubblico, determinandone le emozioni a proprio piacimento e vantaggio.
Consapevole che demagogia, finzione e mimica, ne costituiscono i corollari fondamentali, l’intrigante avvocato di Arpino arrivò a prendere lezioni di recitazione da attori teatrali, per allenare la favella e affinare la propria abilità. Sicché, con la modestia che lo contraddistingueva, al culmine della sua carriera, Cicerone si considerava l’oratore perfetto e sintesi vivente dell’arte in questione, tanto da perderci la testa…
Ovviamente, l’ars dicendi, lungi dall’estinguersi con la dipartita del vanaglorioso ciociaro, nel tempo si evolve, muta pelle, si arricchisce di nuovi strumenti che ne esaltano la potenza e ne estendono la portata oltre le anguste piazze del foro o i palchi estemporanei dei comizi… In epoca contemporanea, per dire, ci sarebbe da chiedersi cosa sarebbero stati un Hitler, un Churchill o un Roosevelt, senza il potere onnipervasivo della radio.

«L’uomo politico è anzitutto “oratore”. L’oratore è l’artista della parola. L’uomo politico non è soltanto questo: egli è l’attore della parola. Oratore è colui che domina il pubblico; oratore politico colui che si serve della propria arte per dominare il pubblico.»

  Camillo Berneri
“Della demagogia oratoria”
(Almanacco libertario, 1935)

Attualmente, convogliata nei circuiti mediali del grande circo televisivo, con le sue cacofonie indistinte di urlatori catodici, telepredicatori e apocalittici da salotto, l’antica arte ha perso fronzoli ed allori, per tracimare nel “facilismo retorico” che sempre si accompagna alla facondia tribunizia di politicastri con aspirazioni da presunto ‘statista’ e ben più mediocri ambizioni.
CatilinaIn fondo, l’Italia è sempre stata patria di inesauribili cazzari, per un paese inguaribilmente malato di ‘ducismo’: quello paternalistico e arraffone dei Re Travicello. Dagli imbonitori da fiera ai giggioni da avanspettacolo, ha sempre contrapposto soluzioni minime a grandi problemi, nella prevalenza del cialtrone travestito da decisionista di successo. Per questo siamo passati da un fenomeno fuori competizione alla sua copia ringiovanita e ancora crinita, in perfetta sintonia di amorosi sensi, per un’overdose di proclami, annunci, promesse, nella fanfaronesca faciloneria del Bambino Matteo, perso tra le esplosioni pirotecniche ed i crepitii dei suoi fuochi d’artificio, e quanto mai ansioso di sembrare ‘grande’ nella piccineria dei suoi semplicismi.
Perché lo strombazzante neo-premier Renzi riscuote tanto successo di pubblico e di critica presso una stampa più prona che pronta?

«Perché è prestante, perché ha eloquenza fascinatrice e resistente, ma soprattutto perché la sua psicologia somiglia sinceramente a quella del popolo: ottimista, semplicista, facilona, ricca più d’immagini che di idee, e di forme più che di cose»

Il fenomeno d’arresto e d’involuzione;
l’ottimismo ferriano e le sue conseguenze
Critica Sociale (1908)

Sono le parole di Giovanni Zibordi, socialista riformista di inizio ‘900, che ovviamente non si riferiva al Giamburrasca fiorentino ma allo scoppiettante Enrico Ferri che da socialista rivoluzionario si riciclò fascista.
Del resto, Anna Kuliscioff aveva già liquidato il personaggio con poche sferzanti parole:

«Il gran cialtrone non ha né cultura solida né ingegno. È un vanesio, che non vive che dell’approvazione pubblica, se gli manca questa non è più niente»

Evidentemente il genius ferriano è destinato a rivivere dilatato su scala nazionale, in sembianze fiorentine, mentre il Rottamatore (o “Riciclatore” di impresentabili?) si accinge a smantellare il Senato così come ci si disfa di un paio di scarpe rotte, sacrificando l’antichissima istituzione ai furori qualunquisti del momento. E per di più lo fa mentre si appresta a varare una legge elettorale che mortifica i più elementari criteri di rappresentanza democratica, dopo aver boicottato la parità di genere e riesumato la salma del Pornonano, improvvidamente elevato a compagno di merende (costituzionali).
E siccome nel grande villaggio di Borgo Citrullo non ci facciamo mancare proprio nulla, ci si è concessi pure la parentesi delirante del grullismo militante, insufflato dai rutti etilici di uno psicopatico barbuto che si crede il “dio” di una religione privata, mentre la sua setta si consuma in purghe staliniane e atti di contrizione interna, con l’inquisizione degli apostati del moVimento proprietario a marchio registrato.
moebiusNell’estetica plastificata del suo riduzionismo minimalista, il verbo si è fatto carne (e sangue.. e merda!), per essere consegnato agli appetiti della massa, quantificata in consistenza elettorale, e da questa consumata agevolmente, nell’ansia di piacere e di piacersi e più in fretta spendere i crediti di un consenso effimero, fondato sull’effetto temporaneo… sul coup de théâtre in teatrini politici a conduzione variabile per identico copione, col quale si celebrano i fasti dell’approssimazione. È il trionfo dello slogan, meglio se calzato d’infilata con sparate crescenti di colpi caricati a salve, dove il rumore ed il fumo delle cannonate in bianco copre la vacua inconsistenza del nulla.

«Se la grandezza dell’oratore fosse tutta nei gesti, nella voce, nel giuoco delle sue espressioni, l’ars oratoria non sarebbe che una branca dell’arte teatrale.
L’eloquenza di Mussolini è ricca di immagini, e le immagini sono nei discorsi ciò che gli aggettivi sono negli scritti. Più il pensiero è solido e l’espressione potente ed immediata, meno aggettivi ed immagini si incontrano nel discorso, che non è altro che prosa parlata. Il grande oratore è il Molière della parola, colui che crea i suoi discorsi e li pronuncia con arte, mentre l’oratore comune tesse con bei gesti e belle frasi, e con una sua mimica, un velo ricco di riflessi che però si ridurrà ad uno straccio quando non ci sarà più il suo tessitore ad agitarlo.
Dell’eloquenza di Mussolini come di quella di Gladstone non resterà che un’eco rumorosa. La vera eloquenza è quella della fonte perenne; quella del tribuno è una voce che muore appena tace: come quella del cantante.
Mussolini è dunque un grande tribuno. Gustave Le Bon ha detto: “Conoscere l’arte d’impressionare la immaginazione delle folle, significa conoscere l’arte di governare”. Ciò è vero psicologicamente, ma è falso storicamente poiché i grandi tribuni han saputo portare le folle all’esaltazione, condurle ove essi volevano condurle, ma il potere conquistato con la sola parola è sempre stato un pallone presto sgonfiatosi sull’abisso.»

 Camillo Berneri
 “Della demagogia oratoria”
(Almanacco libertario, 1935)

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TEATRINI

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 giugno 2011 by Sendivogius

Al principio degli anni ’90, lo scrittore Milan Kundera ebbe a dirne una buona quando, giocando sul significato di imagologia, strappò il neologismo alle fumose stanze della letteratura comparata, per applicare il termine nella definizione della nuova civiltà delle immagini, dominata dai sondaggi di opinione e dai meccanismi pubblicitari, segnando un punto di svolta:

«Le ideologie facevano parte della storia, mentre il domino della imagologia comincia là dove la storia finisce.
[…] Gli imagologhi creano sistemi di ideali e anti-ideali, sistemi che hanno breve durata e ognuno dei quali viene facilmente sostituito da un altro, ma che influenzano il nostro comportamento, le nostre opinioni politiche e il nostro gusto estetico
 (“L’Immortalità. Adelphi, 1990)

Secondo tale prospettiva, il sistema logico delle idee lascia il passo ad una “serie di immagini e di slogan suggestivi”, tramite la semplificazione estrema dei concetti.
Non per niente il termine, reinterpretato da Kundera, è strettamente connesso alla propaganda politica ed al mondo della pubblicità, influenzando convinzioni e tendenze:

«Usano non più di sessanta parole e si esprimono con frasi che non ne contengono mai più di quattro. I loro discorsi si basano su due o tre termini tecnici, ed esprimono uno al massimo due pensieri totalmente primitivi. Non provano la minima vergogna di se stessi e non hanno nessun complesso di inferiorità. Proprio in questo sta la prova del loro potere
 (“L’Immortalità”. Adelphi, 1990)

Il giudizio è interscambiabile e può essere applicato tanto ai pubblicitari, quanto ai politicanti di ogni colore. D’altronde, che la “politica” fosse sempre più simile ad una merce scadente da piazzare all’elettore-cliente da parte del politico-venditore, era una tendenza già evidente da tempo.
Smarrito ogni ideale insieme al crollo delle ideologie (tipico caso in cui il bambino viene buttato via insieme all’acqua sporca), la merce in offerta rischia di diventare avariata nella realtà sempre più rattrappita di un presente senza prospettive.

Svuotata di senso, nella perdita di sostanza, rimane dunque la ‘forma’ estemporaneizzata nella duttilità delle interpretazioni personali, sui palcoscenici variabili dell’interazione politica, intesa soprattutto come recita teatrale nella rotazione costante di siparietti a soggetto.
In assenza di specifiche competenze, nell’incapacità di programmare il futuro e di gestire il presente, non è un caso che il politico professionista, chiuso nella sua auto-referenzialità narcisistica, sia equiparabile ad un attore consumato che calca le scene, conquistando il pubblico con grandi rappresentazioni immaginifiche, suscitando e plasmando le emozioni degli spettatori, attraverso una finzione condivisa in sostituzione del reale. Ciò che conta è la realtà percepita e non quella effettiva, comunque reinterpretabile a seconda delle necessità cogenti nell’impellenza dell’immediato. Un professionista della politica, come il suo omologo teatrale, fonda il proprio successo sulla straordinarietà dell’interpretazione nell’eccezionalità del momento. Le situazioni ordinarie non sono infatti a loro congeniali. Senza effetti speciali, la recita sarebbe scadente in tutta la sua evidenza e il pubblico diserterebbe lo spettacolo, prendendo finalmente atto della mediocrità degli attori.
L’analogia delle due figure (attore e politico), insieme all’importanza della recita come prassi fondamentale dell’azione politica, costituiscono un tema ricorrente del pensiero critico…
Ben consapevole delle anomalie italiane, destinate a ripetersi nelle storia come in un ciclo vichiano, il grande filosofo libertario Camillo Berneri negli anni ’30 elaborò una descrizione calzante del fenomeno, destinata a sopravvivere al destinatario originario.
La lucidità analitica di Berneri è unica; l’eterodossia dei suoi scritti, nei quali si faceva beffe con estrema intelligenza di ogni dogmatismo ideologico, lo condusse ad una morte violenta ad opera di sicari stalinisti nella Barcellona del 1937.
Leggendo le opere di Berneri, è interessante constatare come certi personaggi della storia italiana siano destinati ad incarnare i requisiti fondamentali di un ideal-tipo dominante, in una imbarazzante similitudine comportamentale:

«Tutta la storia è là a dimostrare che gli uomini politici non fanno migliori previsioni – quando non ne fanno peggiori – degli uomini comuni. È assai raro che i fatti diano loro ragione. Avviene quasi sempre che essi si adattino, con molta abilità, a fatti mai immaginati, per dimostrare al pubblico d’essere stati i dominatori della situazione.
[…] L’immensa popolarità è il segno della grandezza politica: segno che avvicina l’uomo politico all’attore tragico e comico, alla danzatrice, al grande banchiere. L’uomo politico è un mostro che può riuscire ad imporsi grazie ad una sola qualità: la eloquenza o la verve giornalistica.
[…] Il “venditore ambulante” delle fiere non occupa un posto molto lontano da quello del grande parlamentare.
[…] L’uomo politico dunque è un virtuoso: è l’eroe del successo, “l’uomo del giorno”, “l’uomo pubblico”.
[…] Il libro tipico dell’uomo politico è l’autobiografia, il genere letterario dei grandi imbroglioni e delle ballerine. Si è detto che i grandi uomini sono “i sostantivi nella grammatica dell’umanità”: penso che si possa dire che gli uomini politici non ne siano che gli aggettivi. Dopo quanto ho detto, si vedrà che riconoscere in M. la… grandezza politica non è, da parte mia, un complimento

Naturalmente, la descrizione di Camillo Berneri non è rivolta all’attuale Papi della Nazione, ma si propone di delineare il ritratto di un altro di quegli uomini della Provvidenza, che ciclicamente fanno capolino nella storia italiana. Tali considerazioni sono raccolte in “Mussolini: psicologia di un dittatore”, successivamente rielaborata in “Mussolini grande attore” (1966). L’opera originale è del 1932, ma potrebbe benissimo essere dedicata al Pornocrate di Arcore, tanto forti sono le attinenze in una continuità ideale senza soluzione.
Mutato nomine, de te fabula narratur

«Non ha dato una sola linea personale alle direttive del proprio governo. Non ha fatto durante quasi dieci anni di potere che dei discorsi rimbombanti, al galoppo di sogni grandiosi. Ha inebriato la gioventù d’entusiasmo, senza nutrirla di idee. Ne ha lusingato l’orgoglio, senza dirle una parola di chiarezza e di orientamento.
[…] Arrivato al potere senza idee chiare, senza una solida cultura, con una preparazione politica essenzialmente giornalistica, Mussolini non era che un “personaggio”. Dovette cercare degli “autori” per recitare la commedia dell’uomo di Stato.»

Il nostro ‘eroe’ invece ha una cultura sostanzialmente “imprenditoriale”, con tutta l’amoralità primitiva di certo capitalismo cumulativo all’insegna della “roba”. Ma, tant’è, l’analisi calza… Nel corso degli anni il Signor B. ha avuto gli “autori” che di volta in volta hanno orientato la sua carriera di personaggio (attore e politico), suggerendogli in parte le battute del copione da recitare: Licio GelliBettino CraxiMarcello Dell’UtriGianni Letta… e da ultimo persino un Luigi Bisignani, tanto per citare alcuni dei nomi più importanti.

«Per il Presidente del Consiglio l’arte di governare era semplicemente un problema di polizia. Ripartì gli italiani in tre categorie: “Gli indifferenti che restano in casa loro ad attendere; coloro che simpatizzano con noi e che possono circolare; e gli italiani che sono nostri nemici e questi non circoleranno”.»

E, in tempi attuali, è dai pestaggi di massa del G-8 di Genova che la soluzione ottimale nella gestione del dissenso risiede nel controllo e, all’occorrenza, nella repressione poliziesca, attraverso l’ostracizzazione politica delle opposizioni sociali, alle quali è negato ogni diritto di rappresentanza in una finzione democratica speculare al mantenimento di nuovi interessi corporativi.

«Arrivato al potere, seppe assumere il suo ruolo apparente di deus ex machina. Lasciò alla alta burocrazia civile e militare il compito di studiare i problemi e di presentare le soluzioni che gli agenti degli industriali, dei banchieri e degli agrari modificavano a loro piacimento.
Si sa che una schiera di consiglieri lo rifornisce continuamente di progetti, informazioni, chiarimenti. Al momento utile, Mussolini non ha che da estrarre da una delle caselle della sua testa il progetto che occorre. La sua universalità tecnica non esiste. Egli ha solo una mentalità assimilatrice.»

 Rapportata alla situazione contemporanea, se i recenti accadimenti sfatano la mitologia decisionista che pervadeva la mistica di governo del grande statista brianzolo, è impressionante notare come la politica degli ultimi anni sia stata in buona parte eterodiretta (e con successo) dalle pressioni di gruppi di potere e camarille esterne ma collaterali, alle quali non è estranea l’azione sotterranea di faccendieri e network spionistico-militari… Ad esempio: Nicolò Pollari, Pio Pompa, la triade Mancini-Tavaroli-Cipriani. Poi c’è il sempiterno Luigi Bisignani: un millantatore ai limiti della mitomania, ascoltatissimo però nelle stanze governative, capace di direzionare le nomine nelle grandi partecipate di Stato, condizionare appalti, e fornire le linee guida nell’azione dei ministri.

Fanno sorridere inoltre le somiglianze, anche nella sfera caratteriale, che contraddistinguono i due personaggi (B. & M.):

«L’argomento su cui Mussolini non ha timore di ripetersi è quello del suo zelo come “servitore dello Stato”. Nella sua autobiografia si preoccupa di far rilevare che non va mai a teatro, per poter lavorare alla sera. Che abbia una grande resistenza al lavoro, non v’è dubbio, ma egli ha la mania di farsi passare per un lavoratore prodigioso. E ne racconta di grosse! […] Un’altra manìa di Mussolini è quella di stare sempre bene in salute …egli ha sempre simulato di crepare di salute. […] Una gran parte dei suoi sforzi è diretta a sostenere il mito della sua forza instancabile e della sua indipendenza creatrice.»

D’altra parte, l’attuale vuoto programmatico nella stagnazione dell’Esecutivo, che in Italia ha una solida tradizione radicata nella pratica tutta democristiana dei “governi balneari”, si nutre delle suggestioni pirotecniche dell’era berlusconiana, in straordinaria sinergia col suo precedente omologo littorio:

«È l’impotenza di un pensiero che si esalta nell’attualismo senza chiari orizzonti e senza bussola.
[…] Paganesimo e cattolicesimo, attaccamento al passato e futurismo, pacifismo e militarismo, sindacalismo e plutocrazia: tutto si mescola nella retorica di Mussolini. Egli non è che un genialoide. Il genio è la forza dell’atleta, l’ingegnosità del genialoide è la forza dell’epilettico. Il primo è lo splendore, la seconda soltanto il lampo di un breve momento di successo

Da questo punto di vista, è più calzante che mai la definizione che il repubblicano Giovanni Bovio formulò agli inizi del XX° secolo a proposito della figura del “genio”:

«È antico quanto la vanità; l’egoarchia gli è congenita, perchè non vede altro che sè; il paradosso gli è proprio, perchè non può produrre altro; ma si moltiplica ne’ tempi di più facile concorrenza agli onori e alla fama. Allora riesce più immediatamente funesto nella politica che nelle altre parti della vita. Non c’è altezza di ufficio e di potere a cui non si reputi pari; e non queta se nol tiene. Allora i popoli pagano.
Il genio nella direzione dello Stato muta i mezzi e resta saldo nel fine; il genialoide muta mezzi e fine, stimando accidentali tutte le forme di Stato, ed essenziale il suo dominio. Lo si vede quindi andar saltelloni dall’uno all’altro estremo, dalla licenza alla violenza, da Voltaire a Gesù, buttandovi in faccia tutti i paradossi politici, cioè: che la libertà costa ai popoli; che chi non muta si fossilizza; che l’espansione dello Stato è conquista; che una religione si rialza per decreto di Governo o iniziativa di classe; e via, alla svelta.»

Giovanni Bovio
Il genio. Un capitolo di psicologia
Edizioni Treves
Milano, 1900.

In tempi recenti, abbiamo parlato della funzione delle ‘masse’ nella strutturazione del potere, prendendo come spunto di riferimento gli studi di Gustave Le Bon sulla “Psicologia delle folle” [QUI]. A tal proposito, ci sembra giusto chiudere con una delle più amare osservazioni, poste in essere da Camillo Berneri, e destinata ad avverarsi in seguito con spirito profetico:

«Gustave Le Bon ha detto: “Conoscere l’arte d’impressionare la immaginazione delle folle, significa conoscere l’arte di governare”. Ciò è vero psicologicamente, ma è falso storicamente poichè i grandi tribuni han saputo portare le folle all’esaltazione, condurle ove essi volevano condurle, ma il potere conquistato con la sola parola è sempre stato un pallone presto sgonfiatosi sull’abisso.»

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