Archivio per Storia

FERIAE AUGUSTI

Posted in Kulturkampf with tags , , , , on 14 agosto 2022 by Sendivogius

Mes dames et messieurs, come potrete facilmente intuire, nei prossimi giorni metterò a profitto le Ferie Augustali e sarò amenamente impegnato in altro piacendo… Ma ci leggeremo comunque presto…
Buoni Nemoralia a tutti voi.

Homepage

MEDIACRAZIA (IV)

Posted in Kulturkampf, Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 Maggio 2022 by Sendivogius

“Come il giullare di corte della società moderna, tutti gli intellettuali hanno il dovere di dubitare di ciò che appare ovvio agli altri, di rendere relativa ogni autorità, di avanzare tutte quelle domande che nessun altro oserebbe rivolgere.”

Ralf Dahrendorf
“L’Intellettuale e la Società”
(20/03/1963)

Della “Russia di Putin” Sappiamo praticamente tutto. I nostri pennivendoli col cervello sottovuoto negli stahlhelm d’ordinanza ci hanno infatti spiegato ogni cosa, attraverso una rilettura fantastica dell’universo tolkeniano, per una versione moderna del Regno di Mordor, anche se modello narrativo insuperato restano i Cinegiornali Luce, integrati dalla lettura unificata delle veline di regime, e che in sintesi può essere riassunta così:
Geopolitica da fumetto (serie “SuperEroica”) sintetizzata in pillole su twitter.
Strategia militare improvvisata direttamente col lancio dei dadi sul tabellone del Risiko.
 Ennesima esibizione di servilismo cortigiano, convertito a propaganda di guerra per aderenza acritica su verità di fede, che nel frattempo si è evoluta in caccia al miscredente dopo la censura del divergente, nell’ansia di conformismo che contraddistingue i nostri tirapiedi di palazzo sempre alla ricerca di un protettore al quale raccomandarsi.
Per settimane, improvvisati esperti da salotto ci hanno spiegato come…
Il complesso militare ed industriale delle Federazione russa fosse assolutamente disfuzionale ed arretrato, prossimo al tracollo, e come l’esercito russo sarebbe collassato entro la prima metà di Aprile (siamo alla fine di Maggio e pare godano entrambi di ottima salute).
Con dovizia di particolare ci informavano come il rublo sarebbe diventato carta straccia, travolto dalla svalutazione e dall’iperinflazione. Al momento, il rublo risulta essere la valuta più performante del 2022, mentre l’Europa affonda sotto le sanzioni che avrebbero dovuto affossare la moneta russa.
A reti e giornali unificati, battaglioni mobili di ipereccitati mitomani ci hanno ripetuto come, in concomitanza dell8 Maggio (Giornata della Vittoria sovietica contro la Germania nazista), sarebbe stata annunciata la mobilitazione generale con la promulgazione dello stato di guerra, viste le enormi difficoltà e le “gigantesche perdite in termini di uomini e materiale” subite finora nella “disfatta in Ucraina”. Sull’entità delle stesse in realtà non esistono dati ufficiali, ma figuriamoci che importa! I più truculenti davano già per certo il lancio di bombe nucleari tattiche (prima avrebbero dovuto essere usate le armi chimiche) su mezza Ucraina, per compensare lo svantaggio sul campo, e sfilate di prigionieri ucraini in catene sulla Piazza Rossa, come nei “trionfi” degli antichi imperatori romani.
Altri ancora cianciavano su piani di invasione globale, con avanzate programmate fino a Lisbona, annessione di Romania e Moldavia e di tutti i Paesi baltici, attacco alla Germania, invasione della Polonia (mancava solo la Cavalcata delle Valchirie in sottofondo)… Praticamente un live-action di “Call of Duty 4 Modern Warfare” e nessun senso (seppur tragico) del ridicolo!
Poi ci sono quelli che pretendono di fare diagnosi cliniche sullo stato di salute del “dittatore russo”, in base alla foto osservandone il gonfiore: ha il cancro alla tiroide; no, ha un tumore del sangue; è stato operato; ha il diabete; è in dialisi; è malato terminale; è morto; si cura con estratti di corna di cervo; ha il Parkinson; è affetto da demenza senile; è schizofrenico… In proposito esiste un’altrettanto nutritissima collezione di perizie psichiatriche a distanza, con lo stesso valore di quelle ‘mediche’. Chissà?! Se scorreggiava in pubblico, magari lo invitavano a Buckingham Palace per il tè con la Regina.
I nostri preferiti tuttavia restano gli aspiranti strateghi da salotto, quelli con lo scolapasta in testa e la mano infilata nel panciotto che giocano a fare il Napoleone sulle mappe del Touring Club, tracciando linee immaginarie ed inventando direttive d’attacco. A proposito, togliete i soldatini a Gianluca De Feo, il Von Moltke delle fantabattaglie!
In tre mesi ininterrotti di dirette (in differita), ci hanno spiegato come i tank russi fossero rimasti coi cingoli impantanati nella mota delle campagne ucraine e impossibilitati a muoversi, vista la conformità del terreno e le incredibili asperità della geografia ucraina: praticamente un’unica immensa pianura. Il fatto che i cingolati vengano movimentati su trasporti ruotati verso le zone di operazione, sfugge totalmente ai nostri grandi strateghi della domenica, che evidentemente hanno ancora in mente le divisioni corazzate del generale Guderian ed il Blitzkrieg del 1940 nella Campagna di Francia, che per inciso non era stata addestrata ed armata per 8 anni con gli arsenali NATO, ricevendo “aiuti militari” per 40 miliardi di dollari.

Questi sono davvero convinti che gli ucraini (leggi: NATO/USA) stravinceranno una guerra (in incubazione da anni e accuratamente provocata), spezzando le reni alla Russia (e ancor di più all’Europa ricondotta al suo ruolo gregario di colonia atlantica).
Sono quelli che credono davvero che un conflitto su vasta scala si esaurisca in un paio di settimane, che una guerra lampo sia roba da manciata di giorni, altrimenti è disfatta, E che ovviamente sanno tutto dei piani di espansione di Putin/Hitler (secondo reductio) e dei suoi obiettivi di guerra, per intima conoscenza metafisica degli stessi. Sarebbe bastato studiare un po’ di Storia (vera), invece di inventarsela, per capire che se si vuole cercare una qualche analogia con lo scontro attuale (non per obiettivi, ma per tenuta, durata, ed esiti) è alla Guerra d’Inverno contro la Finlandia che si deve guardare: un conflitto brutale: durato poco più di tre mesi, durante i quali le truppe finlandesi mantennero costantemente l’iniziativa infliggendo perdite devastanti all’Armata rossa, che alla fine però vinse la guerra mutilando la Finlandia, nonostante la riprovazione e l’isolamento internazionale.
Non serve inoltre essere un Clausewitz per comprendere che una campagna di guerra si muove per obiettivi strategici (e noi dei piani russi, al netto delle chiacchiere, non sappiamo nulla); che è fatta di avanzate e ritirate sul terreno, volte ad acquisire vantaggi tattici ed evitare la dispersione di forze su ottimizzazione logistica, in un alternarsi di offensive e controffensive… Va da sé che non si stabiliscono migliaia di presidi statici (ed isolati), occupando tutti i villaggi del paese, a meno di non avere miliardi di soldati sul campo e linee di rifornimento praticamente infinite. Ai nostri intellettuali organici di regime bastava trascorrere meno tempo nei tank-show e leggere qualche libro in più… Isaac Babel per esempio che l’Ucraina la conosceva bene, visto che ci era nato. Avrebbero così scoperto l’esistenza di un altro conflitto della regione (Guerra polacco-sovietica), con la nascita del primo governo ucraino riconosciuto (prima di allora non era mai esistito), e apprendere come i medesimi villaggi ucraini venivano perduti e riconquistati anche fino a 18 volte, con tutto lo stuolo di devastazioni che ne seguiva.
No, i nostri imbonitori da salotto televisivo hanno preferito raccontarci storie fantastiche di mostri ed eroi conto orchi, arrivando a portare in parata le “mogli del Battaglione Azov”, per perorare la nobile causa degli ukronazi nascosti coi loro scudi umani nei sotterranei delle acciaierie di Mariupol.
Sono gli stessi cantaballe che ritenevano i soldati delle forze di invasione stessero morendo di fame, perché col confine a 30 km non arrivano rifornimenti, né approvvigionamenti di sorta (l’Intendenza militare, questa sconosciuta!).
I più svegli hanno capito che per la bisogna i russi utilizzano autostrade e ferrovie per muovere le truppe, e prendevano per buona la panzana che questi si smarrissero dopo la rimozione della cartellonistica stradale.
Sono quelli che ci hanno raccontato per settimane come fantomatiche squadre omicide di ceceni e mercenari della Wagner si aggirassero per le strade di Kiev col compito di assassinare il presidente Zelensky, quando sarebbe bastato disintegrare il Palazzo presidenziale con un attacco missilistico, se questo era il fine.
Succede, quando ci si abbevera acriticamente alle veline delle propaganda elette a fonti primarie di informazione, che nella fattispecie sono due: i video preconfezionati di Zelensky ed il profilo twitter di #DefenseU (dove la “U” sta per Ucraina), che poi è il profilo ufficiale delle Forze Armate Ucraine, che in questi mesi hanno condiviso con noi edificanti storie, come la massaia che abbatte i droni russi, centrandoli in pieno al lancio di barattoli di sottaceti fatti in casa; racconti truculenti (che sembrano usciti dalle fiabe dei Fratelli Grimm) con vecchie streghe che fanno strage di fantaccini di leva affamati, regalando loro torte avvelenate; l’immolazione di massa degli eroici difensori dell’Isola dei Serpenti (vivi e vegeti); video farlocchi di aerei abbattuti e di piloti russi catturati (peccato per il dettaglio della tuta sbagliata). Per contro, abbiamo figure mitologiche come il fantasma di Kiev, ovvero l’Hans Rudel delle vittorie immaginarie, nell’ucronia fantastica delle balle volanti. Non sono mancati nemmeno i frames ripresi dai videogiochi e rimontanti in grafica digitale; né i fotomontaggi con la stessa immagine riprodotta su sfondi diversi, ad ampliare l’estensione delle vittorie della “resistenza”…

Dilagano i crimini di guerra a gogò (veri o presunti non importa, l’importante è l’annuncio), come se si fossero spalancate le porte dell’Inferno. Ovviamente tutti a senso unico, senza che mai sia necessario produrre uno straccio di prova qualunque. A meno che non si vogliano considerare tali le presunte conversazioni telefoniche catturate dallo SBU: i non meno famigerati servizi segreti ucraini, che in questi anni si sono specializzati in delitti su commissione, sequestro degli oppositori politici, pubblicazione di nomi ed indirizzi dei parenti e figli di persone sgradite, stilando liste lunghe come elenchi telefonici di persone da colpire per rappresaglia o intimidazione, in quella florida democrazia e modello di libertà che chiamano Ucraina, dove già da prima della guerra le violazioni dello stato di diritto venivano occultate o bellamente ignorate, nell’accumulo di dossier di denuncia (circostanziate)… Ma per i “crimini russi” basta la parola e si va sulla fiducia, perché un amico della cognata di mio cugino che vuole restare anonimo mi ha raccontato che
E ci si rende allora conto che NON c’è alcun intenzione di accertare l’esatta dinamica dei fatti, onde attribuire responsabilità oggettive ed individuare colpevoli certi. Uno magari si aspetta un’accurata delimitazione della “scena del crimine”, attenta conservazione delle prove, esami autoptici approfonditi… analisi balistiche dettagliate sulle traiettorie e tipologie dei mezzi usati… Ecco, allegare agli atti un peluche insanguinato nelle fattispecie concrete di reato non vale come elemento probatorio, ma stimola molto la fame di sensazionalismo macabro di certo churnalism. E soprattutto veicola la narrazione, volta alla creazione di uno stato emotivo preimpostato.
È quasi istruttivo notare, a parti inverse, come dalle pagine dei nostri principali giornali un tempo affiorassero dubbi e preoccupazioni, prima della conversione a 360° con piegamento a 90. Evidentemente, certi allarmismi sono rientrati. Negli archivi dei nostri quotidiani nazionali, prima che venisse effettuata una capillare opera di pulitura e censura, affinché nulla possa disturbare la splendida narrazione collettiva, capita ancora di imbattersi in articoli come questo evidentemente sfuggiti alla rimozione:

«Qualcuno sta uccidendo sistematicamente tutti gli oppositori al governo ucraino nato dalla “Rivoluzione” di un anno fa. Stamattina è toccato a un personaggio molto noto a Kiev, Oles Buzina, giornalista e scrittore, grande protagonista dei talk show televisivi, e schierato su posizioni apertamente filo russe. Lo hanno atteso sotto casa e lo hanno giustiziato secondo il preciso copione di un delitto studiato ed eseguito da professionisti. Vladimir Putin, che lo ha comunicato in diretta mentre stava partecipando alla consueta maratona televisiva di primavera e rispondendo alle domande del pubblico, ha definito l’omicidio “uno dei tanti crimini della Nuova Ucraina”.
In realtà, nel silenzio di molti media occidentali, nella Kiev democratica e in corsa per entrare in Europa, sta avvenendo una spietata operazione di repulisti di ogni forma di opposizione. Ancora ieri sera, sempre nella capitale ucraina, un commando ha ucciso Sergej Sukhobok, titolare di un sito internet e di un piccolo giornale che contrasta la politica del governo e sostiene le ragioni della gente del Donbass ribelle. Poco prima, nel pomeriggio, altri killer avevano compiuto un’identica missione sotto casa di Oleg Kalashnikov, ex deputato del Partito filorusso delle Regioni e considerato un grande oppositore dei movimenti che hanno protestato l’anno scorso sulla Majdan di Kiev e che adesso guidano il Paese.
Tre omicidi politici in meno di 24 ore che, inevitabilmente sollevano lo sdegno interessato di Putin e della stampa russa. Ma è comunque inquietante il clima di odio e di desiderio di vendetta che si respira in queste ore in Ucraina. Dopo la notizia dell’uccisione dell’ex deputato molti oligarchi, politici e personaggi popolari in Ucraina hanno rilasciato raccapriccianti dichiarazioni infarcite di “finalmente”, “se l’è meritato”, “eliminato un nemico”.
Anche poco fa, subito dopo l’assassinio dello scrittore Buzina, il ministero dell’Interno ucraino ha diffuso la notizia definendolo “il famigerato giornalista”.
Probabile che gli omicidi, almeno per quanto riguarda l’esecuzione, siano collegati alla frangia più estrema dei “rivoluzionari” ucraini, il movimento neonazista Pravj Sektor che ha gestito la fase più violenta del ribaltamento al potere e che adesso partecipa con le sue unità paramilitari alla repressione della rivolta filorussa nell’Ucraina dell’Est. Sin dall’inizio della grande svolta di Kiev, Pravj Sektor condiziona pesantemente le scelte del governo e del presidente Poroshenko, boicottando ogni tentativo di cercare una soluzione pacifica e allestendo spedizioni punitive contro chiunque dissenta dalla nuova linea ipernazionalista e patriottica.
Il risultato è quello di inasprire ancora di più i rapporti con la Russia e complicare ogni possibile mediazione. Ieri, parlando di Ucraina, Putin ha continuato ad accusare l’Occidente di “appoggiare un governo di estrema destra” e ha negato ancora una volta che sul territorio ucraino ci siano dispiegate truppe russe come sostengono Kiev e molti media americani. “State tranquilli, non credo che si arriverà mai a una guerra aperta tra Russia e Ucraina”, ha detto ai cittadini russi preoccupati. Ma l’inizio di una nuova ondata di terrore incontrollabile in Ucraina non promette niente di buono.»

Nicola Lombardozzi
La Repubblica (16/04/2015)

Intendiamoci, dalle parti di Kiev (grossi) problemi con la stampa li hanno sempre avuti, con la conseguenza che all’interno della categoria i tassi di mortalità sono sempre stati piuttosto elevati, soprattutto durante il regime di Leonid Kučma.
Peccato che, al netto della resa dei conti, il cambio non ci abbia esattamente guadagnato in termini di democrazia e di incolumità personale…

“Ucraina, esponente opposizione trovato senza vita: è l’ottavo alleato di Yanukovych morto negli ultimi 3 mesi”

«Un ex deputato vicino al deposto presidente ucraino Viktor Yanukovych è stato trovato morto a tarda notte a Kiev. L’uomo, il 52enne Oleg Kalashnikov, era stato raggiunto da colpi di arma da fuoco, ma non è chiaro se si tratti di omicidio o suicidio.
Kalashnikov era un esponente del partito delle Regioni dell’ ex presidente Yanukovych, deposto nel febbraio 2014 dopo l’ondata di proteste del movimento di piazza Maidan. Secondo le autorità, riferisce radio Free Europe Liberty, Kalashnikov potrebbe essere legato al movimento anti Maidan che si opponeva alle proteste.
«Senza dubbio la vittima sapeva molte cose su chi ha finanziato il movimento anti Maidan», ha dichiarato Anton Herashchenko, un alto funzionario del ministero degli Interni di Kiev. Almeno otto alleati di Yanukovych sono morti negli ultimi tre mesi, secondo quanto ricorda la Bbc. Per la maggior parte si tratta di apparenti suicidi, ma non tutte le circostanze sono state chiarite.
Oleg Kalashnikov, l’ex deputato di opposizione ucciso ieri sera Kiev, aveva ricevuto messaggi intimidatori via mail per il suo invito a festeggiare il 70/mo anniversario della vittoria sovietica sulla Germania nazista, verso il quale Kiev sta prendendo le distanze nel suo tentativo di de-sovietizzarsi. Lo riferiscono i suoi famigliari e i suoi amici. «Ricevo continue minacce di morte per il mio appello aperto a festeggiare il 70/mo anniversario della vittoria nella Grande Guerra Patriottica. Queste minacce e questi sporchi insulti sono diventati una norma nell’Ucraina di oggi occupata dai nazisti», aveva scritto ad un amico, secondo quanto reso noto dal sito ‘Notizie ucrainè. Kalashnikov aveva sostenuto, pare anche finanziariamente, le proteste anti Maidan a sostegno di Ianukovich.
Sempre a Kiev, stamattina, è stato ucciso anche il noto giornalista ucraino Oles Buzina, nella sua abitazione, verso mezzogiorno. Lo riportano le agenzie russe e ucraine. Buzina si era da poco dimesso da direttore del quotidiano Segodnia, di cui è proprietario l’oligarca Rinat Akhmetov.
Il sottosegretario all’Interno Herashchenko ha precisato che sia Buzyna che Kalashnikov erano testimoni chiave in un processo nei confronti di attivisti filorussi che avevano attaccato i manifestanti della Maidan. Buzyna, che era stato per un breve periodo direttore del giornale filorusso Segodnya ed ora scriveva su un blog, è stato ucciso davanti casa. Il presidente ucraino Petro Poroshenko ha ordinato un’inchiesta sugli omicidi definiti degli atti «deliberati» compiuti per fare il gioco «dei nostri nemici». Sono almeno otto gli esponenti collegati all’ex governo Yanukovych che sono morti in circostanze da chiarire negli ultimi tre mesi. I primi erano stati dichiarati suicidi dalle autorità ucraine che ora però ammettono che possa essersi trattato di omicidi o di suicidi forzati.
Le uccisioni del giornalista filorusso Oles Buzina e dell’ex deputato del partito delle Regioni del deposto presidente Viktor Ianukovich, Oleg Kalashnikov, sono “una provocazione cosciente” per “destabilizzare la situazione in Ucraina”. Lo ha detto il presidente ucraino Petro Poroshenko, chiedendo indagini rapide e trasparenti sui due omicidi. Il deputato e consigliere del ministro dell’Interno, Anton Gherashenko, ha detto di non escludere che i due delitti siano stati ordinati da Mosca

Il Messaggero (16/04/2015)

In fondo, si tratta dello stesso baluardo democratico schierato contro la barbarie asiatica, dove i criminali comuni e militanti nazisti diventano ufficiali dell’esercito e della polizia, i partiti di opposizione vengono sciolti per decreto ed i loro esponenti arrestati, l’intera opposizione di ‘sinistra’ viene dichiarata fuorilegge (coi partiti di ispirazione neo-nazista il Servant of the People invece si intende benissimo), tutti i media sono unificati in un’unica “piattaforma di coordinamento ed indirizzo”, mentre quelli non allineati vengono chiusi ed i giornalisti indipendenti fatti sparire dalle “forze di sicurezza”. Mica come in Russia, dove ci sono gli “oligarchi”, i dissidenti scompaiono ed i giornalisti vengono assassinati, in un regime di sopraffazione dell’uno sull’altro. Per fortuna, in Ucraina avviene esattamente il contrario (è l’altro che sopraffà l’uno). Insomma, un’autocrazia dove gli oligarchi si costituiscono i loro eserciti privati e che per non farsi mancare proprio nulla si è munita anche della sua Gestapo, ovvero il famigerato Myrotvorets che lascia bene intendere cosa a quelle latitudini si intenda per “pacificazione”, in nome della sicurezza dell’umanità, la legge, e l’ordine internazionale. C’è da stare allegri!
Ora, prendete questa roba; immaginatela stabilmente incistata nella UE; immaginate un intero sistema mediatico allineato per farvela digerire e le direttive che provengono da Oltreoceano, con una scala delle priorità stabilite nei consessi di guerra ed alleanze militari, dove uno solo decide e tutti gli altri eseguono (un po’ come nel nostro parlamento). Benvenuti nel futuro!

Homepage

Letture del tempo presente (V)

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 marzo 2020 by Sendivogius

La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia.
[…]
Nessuno scrittore d’epoca posteriore s’è proposto d’esaminare e di confrontare quelle memorie, per ritrarne una serie concatenata degli avvenimenti, una storia di quella peste; sicché l’idea che se ne ha generalmente, dev’essere, di necessità, molto incerta, e un po’ confusa: un’idea indeterminata di gran mali e di grand’errori (e per verità ci fu dell’uno e dell’altro, al di là di quel che si possa immaginare), un’idea composta più di giudizi che di fatti, alcuni fatti dispersi, non di rado scompagnati dalle circostanze più caratteristiche, senza distinzion di tempo, cioè senza intelligenza di causa e d’effetto, di corso, di progressione.
[…]
Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte de’ viventi. C’era soltanto alcuni a cui non riuscissero nuovi: que’ pochi che potessero ricordarsi della peste che, cinquantatre anni avanti, aveva desolata pure una buona parte d’Italia, e in ispecie il milanese, dove fu chiamata, ed è tuttora, la peste di san Carlo.
[…]
Il protofisico Lodovico Settala, ché, non solo aveva veduta quella peste, ma n’era stato uno de’ più attivi e intrepidi, e, quantunque allor giovinissimo, de’ più riputati curatori; e che ora, in gran sospetto di questa, stava all’erta e sull’informazioni, riferì, il 20 d’ottobre, nel tribunale della sanità, come, nella terra di Chiuso (l’ultima del territorio di Lecco, e confinante col bergamasco), era scoppiato indubitabilmente il contagio. Non fu per questo presa veruna risoluzione.
Ed ecco sopraggiungere avvisi somiglianti da Lecco e da Bellano. Il tribunale allora si risolvette e si contentò di spedire un commissario che, strada facendo, prendesse un medico a Como, e si portasse con lui a visitare i luoghi indicati. Tutt’e due, “o per ignoranza o per altro, si lasciorno persuadere da un vecchio et ignorante barbiero di Bellano, che quella sorte de mali non era Peste” (Tadino, ivi.); ma, in alcuni luoghi, effetto consueto dell’emanazioni autunnali delle paludi, e negli altri, effetto de’ disagi e degli strapazzi sofferti, nel passaggio degli alemanni. Una tale assicurazione fu riportata al tribunale, il quale pare che ne mettesse il cuore in pace. Ma arrivando senza posa altre e altre notizie di morte da diverse parti, furono spediti due delegati a vedere e a provvedere: il Tadino suddetto, e un auditore del tribunale. Quando questi giunsero, il male s’era già tanto dilatato, che le prove si offrivano, senza che bisognasse andarne in cerca. Scorsero il territorio di Lecco, la Valsassina, le coste del lago di Como, i distretti denominati il Monte di Brianza, e la Gera d’Adda; e per tutto trovarono paesi chiusi da cancelli all’entrature, altri quasi deserti, e gli abitanti scappati e attendati alla campagna, o dispersi: “et ci parevano, – dice il Tadino, – tante creature seluatiche, portando in mano chi l’herba menta, chi la ruta, chi il rosmarino et chi una ampolla d’aceto”. S’informarono del numero de’ morti: era spaventevole; visitarono infermi e cadaveri, e per tutto trovarono le brutte e terribili marche della pestilenza. Diedero subito, per lettere, quelle sinistre nuove al tribunale della sanità, il quale, al riceverle, che fu il 30 d’ottobre, “si dispose”, dice il medesimo Tadino, a prescriver le bullette, per chiuder fuori dalla Città le persone provenienti da’ paesi dove il contagio s’era manifestato; “et mentre si compilaua la grida”, ne diede anticipatamente qualche ordine sommario a’ gabellieri. Intanto i delegati presero in fretta e in furia quelle misure che parver loro migliori; e se ne tornarono, con la trista persuasione che non sarebbero bastate a rimediare e a fermare un male già tanto avanzato e diffuso.
[…] Ma ciò che, lasciando intero il biasimo, scema la maraviglia di quella sua condotta, ciò che fa nascere un’altra e più forte maraviglia, è la condotta della popolazione medesima, di quella, voglio dire, che, non tocca ancora dal contagio, aveva tanta ragion di temerlo. All’arrivo di quelle nuove de’ paesi che n’erano così malamente imbrattati, di paesi che formano intorno alla città quasi un semicircolo, in alcuni punti distante da essa non più di diciotto o venti miglia; chi non crederebbe che vi si suscitasse un movimento generale, un desiderio di precauzioni bene o male intese, almeno una sterile inquietudine? Eppure, se in qualche cosa le memorie di quel tempo vanno d’accordo, è nell’attestare che non ne fu nulla.
[…]
Il tribunale della sanità chiedeva, implorava cooperazione, ma otteneva poco o niente. E nel tribunale stesso, la premura era ben lontana da uguagliare l’urgenza: erano, come afferma più volte il Tadino, e come appare ancor meglio da tutto il contesto della sua relazione, i due fisici che, persuasi della gravità e dell’imminenza del pericolo, stimolavan quel corpo, il quale aveva poi a stimolare gli altri. Abbiam già veduto come, al primo annunzio della peste, andasse freddo nell’operare, anzi nell’informarsi: ecco ora un altro fatto di lentezza non men portentosa, se però non era forzata, per ostacoli frapposti da magistrati superiori. Quella grida per le bullette, risoluta il 30 d’ottobre, non fu stesa che il dì 23 del mese seguente, non fu pubblicata che il 29. La peste era già entrata in Milano. Il Tadino e il Ripamonti vollero notare il nome di chi ce la portò il primo, e altre circostanze della persona e del caso: e infatti, nell’osservare i princìpi d’una vasta mortalità, in cui le vittime, non che esser distinte per nome, appena si potranno indicare all’incirca, per il numero delle migliaia, nasce una non so quale curiosità di conoscere que’ primi e pochi nomi che poterono essere notati e conservati: questa specie di distinzione, la precedenza nell’esterminio, par che faccian trovare in essi, e nelle particolarità, per altro più indifferenti, qualche cosa di fatale e di memorabile.
[…] Sia come si sia, entrò questo fante sventurato e portator di sventura, con un gran fagotto di vesti comprate o rubate a soldati alemanni; andò a fermarsi in una casa di suoi parenti, nel borgo di porta orientale, vicino ai cappuccini; appena arrivato, s’ammalò; fu portato allo spedale; dove un bubbone che gli si scoprì sotto un’ascella, mise chi lo curava in sospetto di ciò ch’era infatti; il quarto giorno morì. Il tribunale della sanità fece segregare e sequestrare in casa la di lui famiglia; i suoi vestiti e il letto in cui era stato allo spedale, furon bruciati.

Due serventi che l’avevano avuto in cura, e un buon frate che l’aveva assistito, caddero anch’essi ammalati in pochi giorni, tutt’e tre di peste. Il dubbio che in quel luogo s’era avuto, fin da principio, della natura del male, e le cautele usate in conseguenza, fecero sì che il contagio non vi si propagasse di più. Ma il soldato ne aveva lasciato di fuori un seminìo che non tardò a germogliare. Il primo a cui s’attaccò, fu il padrone della casa dove quello aveva alloggiato, un Carlo Colonna sonator di liuto. Allora tutti i pigionali di quella casa furono, d’ordine della Sanità, condotti al lazzeretto, dove la più parte s’ammalarono; alcuni morirono, dopo poco tempo, di manifesto contagio. Nella città, quello che già c’era stato disseminato da costoro, da’ loro panni, da’ loro mobili trafugati da parenti, da pigionali, da persone di servizio, alle ricerche e al fuoco prescritto dal tribunale, e di più quello che c’entrava di nuovo, per l’imperfezion degli editti, per la trascuranza nell’eseguirli, e per la destrezza nell’eluderli, andò covando e serpendo lentamente, tutto il restante dell’anno, e ne’ primi mesi del susseguente 1630. Di quando in quando, ora in questo, ora in quel quartiere, a qualcheduno s’attaccava, qualcheduno ne moriva: e la radezza stessa de’ casi allontanava il sospetto della verità, confermava sempre più il pubblico in quella stupida e micidiale fiducia che non ci fosse peste, né ci fosse stata neppure un momento. Molti medici ancora, facendo eco alla voce del popolo (era, anche in questo caso, voce di Dio?), deridevan gli augùri sinistri, gli avvertimenti minacciosi de’ pochi; e avevan pronti nomi di malattie comuni, per qualificare ogni caso di peste che fossero chiamati a curare; con qualunque sintomo, con qualunque segno fosse comparso. Gli avvisi di questi accidenti, quando pur pervenivano alla Sanità, ci pervenivano tardi per lo più e incerti. Il terrore della contumacia e del lazzeretto aguzzava tutti gl’ingegni: non si denunziavan gli ammalati, si corrompevano i becchini e i loro soprintendenti; da subalterni del tribunale stesso, deputati da esso a visitare i cadaveri, s’ebbero, con danari, falsi attestati. Siccome però, a ogni scoperta che gli riuscisse fare, il tribunale ordinava di bruciar robe, metteva in sequestro case, mandava famiglie al lazzeretto, così è facile argomentare quanta dovesse essere contro di esso l’ira e la mormorazione del pubblico, “della Nobiltà, delli Mercanti et della plebe”, dice il Tadino; persuasi, com’eran tutti, che fossero vessazioni senza motivo, e senza costrutto. L’odio principale cadeva sui due medici; il suddetto Tadino, e Senatore Settala, figlio del protofisico: a tal segno, che ormai non potevano attraversar le piazze senza essere assaliti da parolacce, quando non eran sassi. E certo fu singolare, e merita che ne sia fatta memoria, la condizione in cui, per qualche mese, si trovaron quegli uomini, di veder venire avanti un orribile flagello, d’affaticarsi in ogni maniera a stornarlo, d’incontrare ostacoli dove cercavano aiuti, e d’essere insieme bersaglio delle grida, avere il nome di nemici della patria: pro patriae hostibus, dice il Ripamonti. Di quell’odio ne toccava una parte anche agli altri medici che, convinti come loro, della realtà del contagio, suggerivano precauzioni, cercavano di comunicare a tutti la loro dolorosa certezza. I più discreti li tacciavano di credulità e d’ostinazione: per tutti gli altri, era manifesta impostura, cabala ordita per far bottega sul pubblico spavento.
[…]
Ma sul finire del mese di marzo, cominciarono, prima nel borgo di porta orientale, poi in ogni quartiere della città, a farsi frequenti le malattie, le morti, con accidenti strani di spasimi, di palpitazioni, di letargo, di delirio, con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni; morti per lo più celeri, violente, non di rado repentine, senza alcun indizio antecedente di malattia. I medici opposti 700 alla opinion del contagio, non volendo ora confessare ciò che avevan deriso, e dovendo pur dare un nome generico alla nuova malattia, divenuta troppo comune e troppo palese per andarne senza, trovarono quello di febbri maligne, di febbri pestilenti: miserabile transazione, anzi trufferia di parole, e che pur faceva gran danno; perché, figurando di riconoscere la verità, riusciva ancora a non lasciar credere ciò che più importava di credere, di vedere, che il male s’attaccava per mezzo del contatto. I magistrati, come chi si risente da un profondo sonno, principiarono a dare un po’ più orecchio agli avvisi, alle proposte della Sanità, a far eseguire i suoi editti, i sequestri ordinati, le quarantene prescritte da quel tribunale. Chiedeva esso di continuo anche danari per supplire alle spese giornaliere, crescenti, del lazzeretto, di tanti altri servizi; e li chiedeva ai decurioni, intanto che fosse deciso (che non fu, credo, mai, se non col fatto) se tali spese toccassero alla città, o all’erario regio. Ai decurioni faceva pure istanza il gran cancelliere, per ordine anche del governatore, ch’era andato di nuovo a metter l’assedio a quel povero Casale; faceva istanza il senato, perché pensassero alla maniera di vettovagliar la città, prima che dilatandovisi per isventura il contagio, le venisse negato pratica dagli altri paesi; perché trovassero il mezzo di mantenere una gran parte della popolazione, a cui eran mancati i lavori. I decurioni cercavano di far danari per via d’imprestiti, d’imposte; e di quel che ne raccoglievano, ne davano un po’ alla Sanità, un po’ a’ poveri; un po’ di grano compravano: supplivano a una parte del bisogno. E le grandi angosce non erano ancor venute. Nel lazzeretto, dove la popolazione, quantunque decimata ogni giorno, andava ogni giorno crescendo, era un’altra ardua impresa quella d’assicurare il servizio e la subordinazione, di conservar le separazioni prescritte, di mantenervi in somma o, per dir meglio, di stabilirvi il governo ordinato dal tribunale della sanità: ché, fin da’ primi momenti, c’era stata ogni cosa in confusione, per la sfrenatezza di molti rinchiusi, per la trascuratezza e per la connivenza de’ serventi. Il tribunale e i decurioni, non sapendo dove battere il capo, pensaron di rivolgersi ai cappuccini, e supplicarono il padre commissario della provincia, il quale faceva le veci del provinciale, morto poco prima, acciò volesse dar loro de’ soggetti abili a governare quel regno desolato. Il commissario propose loro, per principale, un padre Felice Casati, uomo d’età matura, il quale godeva una gran fama di carità, d’attività, di mansuetudine insieme e di fortezza d’animo, a quel che il seguito fece vedere, ben meritata; e per compagno e come ministro di lui, un padre Michele Pozzobonelli, ancor giovine, ma grave e severo, di pensieri come d’aspetto. Furono accettati con gran piacere; e il 30 di marzo, entrarono nel lazzeretto. Il presidente della Sanità li condusse in giro, come per prenderne il possesso; e, convocati i serventi e gl’impiegati d’ogni grado, dichiarò, davanti a loro, presidente di quel luogo il padre Felice, con primaria e piena autorità. Di mano in mano poi che la miserabile radunanza andò crescendo, v’accorsero altri cappuccini; e furono in quel luogo soprintendenti, confessori, amministratori, infermieri, cucinieri, guardarobi, lavandai, tutto ciò che occorresse. Il padre Felice, sempre affaticato e sempre sollecito, girava di giorno, girava di notte, per i portici, per le stanze, per quel vasto spazio interno, talvolta portando un’asta, talvolta non armato che di cilizio; animava e regolava ogni cosa; sedava i tumulti, faceva ragione alle querele, minacciava, puniva, riprendeva, confortava, asciugava e spargeva lacrime. Prese, sul principio, la peste; ne guarì, e si rimise, con nuova lena, alle cure di prima. I suoi confratelli ci lasciarono la più parte la vita, e tutti con allegrezza. Certo, una tale dittatura era uno strano ripiego; strano come la calamità, come i tempi; e quando non ne sapessimo altro, basterebbe per argomento, anzi per saggio d’una società molto rozza e mal regolata, il veder che quelli a cui toccava un così importante governo, non sapesser più farne altro che cederlo, né trovassero a chi cederlo, che uomini, per istituto, il più alieni da ciò.
[…] Ma due fatti, l’uno di cieca e indisciplinata paura, l’altro di non so quale cattività, furon quelli che convertirono quel sospetto indeterminato d’un attentato possibile, in sospetto, e per molti in certezza, d’un attentato positivo, e d’una trama reale. Alcuni, ai quali era parso di vedere, la sera del 17 di maggio, persone in duomo andare ungendo un assito che serviva a dividere gli spazi assegnati a’ due sessi, fecero, nella notte, portar fuori della chiesa l’assito e una quantità di panche rinchiuse in quello; quantunque il presidente della Sanità, accorso a far la visita, con quattro persone dell’ufizio, avendo visitato l’assito, le panche, le pile dell’acqua benedetta, senza trovar nulla che potesse confermare l’ignorante sospetto d’un attentato venefico, avesse, per compiacere all’immaginazioni altrui, e più tosto per abbondare in cautela, che per bisogno, avesse, dico, deciso che bastava dar una lavata all’assito.
[…] In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro.
[…] Divenendo sempre più difficile il supplire all’esigenze dolorose della circostanza, era stato, il 4 di maggio, deciso nel consiglio de’ decurioni, di ricorrer per aiuto al governatore. E, il 22, furono spediti al campo due di quel corpo, che gli rappresentassero i guai e le strettezze della città: le spese enormi, le casse vote, le rendite degli anni avvenire impegnate, le imposte correnti non pagate, per la miseria generale, prodotta da tante cause, e dal guasto militare in ispecie; gli mettessero in considerazione che, per leggi e consuetudini non interrotte, e per decreto speciale di Carlo V, le spese della peste dovevan essere a carico del fisco: in quella del 1576 avere il governatore, marchese d’Ayamonte, non solo sospese tutte le imposizioni camerali, ma data alla città una sovvenzione di quaranta mila scudi della stessa Camera; chiedessero finalmente quattro cose: che l’imposizioni fossero sospese, come s’era fatto allora; la Camera desse danari; il governatore informasse il re, delle miserie della città e della provincia; dispensasse da nuovi alloggiamenti militari il paese già rovinato dai passati. Il governatore scrisse in risposta condoglianze, e nuove esortazioni: dispiacergli di non poter trovarsi nella città, per impiegare ogni sua cura in sollievo di quella; ma sperare 712 che a tutto avrebbe supplito lo zelo di que’ signori: questo essere il tempo di spendere senza risparmio, d’ingegnarsi in ogni maniera. In quanto alle richieste espresse, proueeré en el mejor modo que el tiempo y necesidades presentes permitieren. E sotto, un girigogolo, che voleva dire Ambrogio Spinola, chiaro come le sue promesse. Il gran cancelliere Ferrer gli scrisse che quella risposta era stata letta dai decurioni, con gran desconsuelo; ci furono altre andate e venute, domande e risposte; ma non trovo che se ne venisse a più strette conclusioni.
[…] S’era visto di nuovo, o questa volta era parso di vedere, unte muraglie, porte d’edifizi pubblici, usci di case, martelli. Le nuove di tali scoperte volavan di bocca in bocca; e, come accade più che mai, quando gli animi son preoccupati, il sentire faceva l’effetto del vedere. Gli animi, sempre più amareggiati dalla presenza de’ mali, irritati dall’insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri quella credenza: ché la collera aspira a punire: 714 e, come osservò acutamente, a questo stesso proposito, un uomo d’ingegno (P. Verri, Osservazioni sulla tortura: Scrittori italiani d’economia politica: parte moderna, tom. 17, pag. 203.), le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi. Un veleno squisito, istantaneo, penetrantissimo, eran parole più che bastanti a spiegar la violenza, e tutti gli accidenti più oscuri e disordinati del morbo. Si diceva composto, quel veleno, di rospi, di serpenti, di bava e di materia d’appestati, di peggio, di tutto ciò che selvagge e stravolte fantasie sapessero trovar di sozzo e d’atroce. Vi s’aggiunsero poi le malìe, per le quali ogni effetto diveniva possibile, ogni obiezione perdeva la forza, si scioglieva ogni difficoltà. Se gli effetti non s’eran veduti subito dopo quella prima unzione, se ne capiva il perché; era stato un tentativo sbagliato di venefici ancor novizi: ora l’arte era perfezionata, e le volontà più accanite nell’infernale proposito.
[…] Con una tal persuasione che ci fossero untori, se ne doveva scoprire, quasi infallibilmente: tutti gli occhi stavano all’erta; ogni atto poteva dar gelosia. E la gelosia diveniva facilmente certezza, la certezza furore.
[…]
La frenesia s’era propagata come il contagio. Il viandante che fosse incontrato da de’ contadini, fuor della strada maestra, o che in quella si dondolasse a guardar in qua e in là, o si buttasse giù per riposarsi; lo sconosciuto a cui si trovasse qualcosa di strano, di sospetto nel volto, nel vestito, erano untori: al primo avviso di chi si fosse, al grido d’un ragazzo, si sonava a martello, s’accorreva; gl’infelici eran tempestati di pietre, o, presi, venivan menati, a furia di popolo, in prigione.
[…]
Ed era in vece il povero senno umano che cozzava co’ fantasmi creati da sé. Da quel giorno, la furia del contagio andò sempre crescendo: in poco tempo, non ci fu quasi più casa che non fosse toccata: in poco tempo la popolazione del lazzeretto, al dir del Somaglia citato di sopra, montò da duemila a dodici mila: più tardi, al dir di quasi tutti, arrivò fino a sedici mila. Il 4 di luglio, come trovo in un’altra lettera de’ conservatori della sanità al governatore, la mortalità 721 giornaliera oltrepassava i cinquecento. Più innanzi, e nel colmo, arrivò, secondo il calcolo più comune, a mille dugento, mille cinquecento; e a più di tremila cinquecento, se vogliam credere al Tadino. Il quale anche afferma che, “per le diligenze fatte”, dopo la peste, si trovò la popolazion di Milano ridotta a poco più di sessantaquattro mila anime, e che prima passava le dugento cinquanta mila. Secondo il Ripamonti, era di sole dugento mila: de’ morti, dice che ne risultava cento quaranta mila da’ registri civici, oltre quelli di cui non si poté tener conto. Altri dicon più o meno, ma ancor più a caso. Si pensi ora in che angustie dovessero trovarsi i decurioni, addosso ai quali era rimasto il peso di provvedere alle pubbliche necessità, di riparare a ciò che c’era di riparabile in un tal disastro. Bisognava ogni giorno sostituire, ogni giorno aumentare serventi pubblici di varie specie: monatti, apparitori, commissari. I primi erano addetti ai servizi più penosi e pericolosi della pestilenza: levar dalle case, dalle strade, dal lazzeretto, i cadaveri; condurli sui carri alle fosse, e sotterrarli; portare o guidare al lazzeretto gl’infermi, e governarli; bruciare, purgare la roba infetta e sospetta.
[…]
I commissari regolavano gli uni e gli altri, sotto gli ordini immediati del tribunale della sanità. Bisognava tener fornito il lazzeretto di medici, di chirurghi, di medicine, di vitto, di tutti gli attrezzi d’infermeria; bisognava trovare e preparar nuovo alloggio per gli ammalati che sopraggiungevano ogni giorno. Si fecero a quest’effetto costruire in fretta capanne di legno e di paglia nello spazio interno del lazzeretto; se ne piantò un nuovo, tutto di capanne, cinto da un semplice assito, e capace di contener quattromila persone. E non bastando, ne furon decretati due altri; ci si mise anche mano; ma, per mancanza di mezzi d’ogni genere, rimasero in tronco. I mezzi, le persone, il coraggio, diminuivano di mano in mano che il bisogno cresceva. E non solo l’esecuzione rimaneva sempre addietro de’ progetti e degli ordini; non solo, a molte necessità, pur troppo riconosciute, si provvedeva scarsamente, anche in parole; s’arrivò a quest’eccesso d’impotenza e di disperazione, che a molte, e delle più pietose, come delle più urgenti, non si provvedeva in nessuna maniera.
[…]
Una volta, il lazzeretto rimase senza medici; e, con offerte di grosse paghe e d’onori, a fatica e non subito, se ne poté avere; ma molto men del bisogno. Fu spesso lì lì per mancare affatto di viveri, a segno di temere che ci s’avesse a morire anche di fame; e più d’una volta, mentre non si sapeva più dove batter la testa per trovare il bisognevole, vennero a tempo abbondanti sussidi, per inaspettato dono di misericordia privata: ché, in mezzo allo stordimento generale, all’indifferenza per gli altri, nata dal continuo temer per sé, ci furono degli animi sempre desti alla carità, ce ne furon degli altri in cui la carità nacque al cessare d’ogni allegrezza terrena; come, nella strage e nella fuga di molti a cui toccava di soprintendere e di provvedere, ce ne furono alcuni, sani sempre di corpo, e saldi di coraggio al loro posto: ci furon pure altri che, spinti dalla pietà, assunsero e sostennero virtuosamente le cure a cui non eran chiamati per impiego.
[…]
I birboni che la peste risparmiava e non atterriva, trovarono nella confusion comune, nel rilasciamento d’ogni forza pubblica, una nuova occasione d’attività, e una nuova sicurezza d’impunità a un tempo. Che anzi, l’uso della forza pubblica stessa venne a trovarsi in gran parte nelle mani de’ peggiori tra loro. All’impiego di monatti e d’apparitori non s’adattavano generalmente che uomini sui quali l’attrattiva delle rapine e della licenza potesse più che il terror del contagio, che ogni naturale ribrezzo. Erano a costoro prescritte strettissime regole, intimate severissime pene, assegnati posti, dati per superiori de’ commissari, come abbiam detto; sopra questi e quelli eran delegati in ogni quartiere, magistrati e nobili, con l’autorità di provveder sommariamente a ogni occorrenza di buon governo. Un tal ordin di cose camminò, e fece effetto, fino a un certo tempo; ma, crescendo, ogni giorno, il numero di quelli che morivano, di quelli che andavan via, di quelli che perdevan la testa, venner coloro a non aver quasi più nessuno che li tenesse a freno; si fecero, i monatti principalmente, arbitri d’ogni cosa.
[…]
Del pari con la perversità, crebbe la pazzia: tutti gli errori già dominanti più o meno, presero dallo sbalordimento, e dall’agitazione delle menti, una forza straordinaria, produssero effetti più rapidi e più vasti. E tutti servirono a rinforzare e a ingrandire quella paura speciale dell’unzioni, la quale, ne’ suoi effetti, ne’ suoi sfoghi, era spesso, come abbiam veduto, un’altra perversità.
[…]
Da’ trovati del volgo, la gente istruita prendeva ciò che si poteva accomodar con le sue idee; da’ trovati della gente istruita, il volgo prendeva ciò che ne poteva intendere, e come lo poteva; e di tutto si formava una massa enorme e confusa di pubblica follia.

Alessandro Manzoni
“I Promessi Sposi”
(Cap. XXX-XXXI)

Homepage

Il Governo del Popolo

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , on 8 gennaio 2019 by Sendivogius

«Per quanto riguarda i primi mesi del nazismo ho raccolto qui, così com’erano, tutte le annotazioni del mio diario che avevano attinenza con la nuova situazione e la nuova lingua. A quel tempo le cose per me andavano incomparabilmente meglio che in seguito; in fondo ero ancora in servizio e in casa mia, potevo ancora osservare gli avvenimenti quasi indisturbato. D’altra parte non ero ancora diventato almeno in parte insensibile, ero ancora tanto abituato a vivere in uno stato di diritto che giudicavo un profondissimo inferno quello che in seguito avrei definito al massimo un limbo. Comunque, per quanto potesse poi peggiorare la situazione, tutto l’insieme di idee, azioni e linguaggio che ritrovai in seguito nel nazismo era già delineato, in embrione, in questi primi mesi

20 Aprile 1933. Ancora un’occasione celebrativa, un nuovo giorno festivo per il popolo: il compleanno di Hitler. Attualmente la parola “popolo” si usa tanto spesso, parlando e scrivendo, quanto il sale nelle pietanze, su tutto si aggiunge un pizzico di popolo: festa del popolo, compagno del popolo, comunità di popolo, vicino al popolo, estraneo al popolo, venuto dal popolo.

09 Luglio. Qualche settimana fa Hugenberg si è dimesso e il suo partito nazionaltedesco si è “sciolto autonomamente”. Da allora noto che al posto della «insurrezione nazionale» è subentrata la “rivoluzione nazionalsocialista”, che Hitler viene chiamato più frequentemente “cancelliere del popolo” e che si parla dello “stato totale”.

28 Luglio. Ma si sentono davvero sicuri? C’è anche molto isterismo nelle azioni e nelle parole del governo. Una volta o l’altra si dovrebbe studiare particolarmente l’isterismo del linguaggio.
[…] E questo cos’è se non timore angoscioso, più o meno esplicito? Voglio dire che questo trucco per creare tensione, imitato dai film e dai romanzi a sensazione di stampo americano, da un lato è un mezzo propagandistico escogitato per creare un’immediata sensazione di timore, ma d’altra parte è un mezzo cui si ricorre solo per necessità, se si ha a nostra volta timore.

Victor Klemperer
“Lingua Tertii Imperii – La lingua del Terzo Reich”
LaGiuntina, 1999

Homepage

IRON MEN

Posted in Kulturkampf, Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 settembre 2017 by Sendivogius

È rassicurante sapere che nei prossimi anni la presidenza Trump destinerà almeno 55 miliardi di dollari del bilancio federale in spese militari, per fare di nuovo grande l’America, preparandosi evidentemente a fronteggiare un’invasione aliena dallo spazio profondo. È infatti risaputo da tutti lo stato di profonda prostrazione e di drammatica arretratezza tecnologica in cui versano le forze armate statunitensi, soprattutto in considerazione delle nuove minacce globali, e massimamente se si considera il formidabile apparato bellico a disposizione dei mutandari salafiti del Daesh…
Si capisce bene che, dinanzi ad un branco di allucinati che combattono in sottana, meglio se armati con coltellacci da cucina, la risposta migliore sia la realizzazione di gingilli offensivi sempre più sofisticati e costosi. Com’è noto, il segreto della vittoria risiede nella preparazione…
A meno che l’obiettivo primario non sia inaugurare invece una nuova guerra fredda (di cui davvero si sentiva la mancanza) con la Russia e la Cina, in una corsa a perdere verso il riarmo globale, e spianare la strada ad un’altra mezza dozzina di conflitti.
 Ad ogni modo, a dispetto dei pregiudizi, i militari sono dotati in realtà di una fervida fantasia… amano giocare con la playstation nelle noiose ore trascorse in caserma… ed è lecito credere si esaltino con la serie completa di “Star Wars”, presumibilmente facendo il tifo per l’Impero galattico.
Per questo sono ormai una ventina di anni che fantasticano a colpi di milioni di dollari in progetti per la realizzazione di nuove tute da combattimento, esoscheletri potenziati e bio-armature, per rendere i “soldati del futuro” delle inarrestabili macchine individuali da guerra, nella presunzione tutta illusoria della invulnerabilità. Insomma, una specie di incrocio tra le armored suits già viste nei videogame di “Halo” e “Mass Effect”, sulla falsariga delle stormtroopers di Star Wars.
In pratica, si tratta di una masturbazione continuativa che va avanti almeno dal 1997, dai tempi infausti del vecchio PNAC (il progetto per il nuovo secolo americano); mai archiviato nelle stanzette del Pentagono.

Army of the Future: “Consider just the potential changes that might effect the infantryman. Future soldiers may operate in encapsulated, climate-controlled, powered fighting suits, laced with sensors, and boasting chameleon-like ‘active’ camouflage. ‘Skin-patch’ pharmaceuticals help regulate fears, focus concentration and enhance endurance and strength. A display mounted on a soldier’s helmet permits a comprehensive view of the battlefield – in effect to look around corners and over hills – and allows the soldier to access the entire combat information and intelligence system while filtering incoming data to prevent overload. Individual weapons are more lethal, and a soldier’s ability to call for highly precise and reliable indirect fires – not only from Army systems but those of other services – allows each individual to have great influence over huge spaces. Under the ‘Land Warrior’ program, some Army experts envision a ‘squad’ of seven soldiers able to dominate an area the size of the Gettysburg battlefield – where, in 1863, some 165,000 men fought”.

Ovviamente, negli ultimi decenni il progetto è proseguito, conoscendo nuovi sviluppi. E ora questa strana copula meccanica tra Robocop ed Iron Man, si chiama TALOS (Tactical Assault Light Operator Suit): una specie di robottone con dentro l’omino corazzato, che prevede sensori di posizione e sistemi di raffreddamento, con una pompa idraulica che si attorciglia per tre metri all’interno dell’armatura; o cose così… molto utili e soprattutto economiche. Ed i prototipi in circolazione iniziano ad essere parecchi…
L’efficacia in combattimento sui teatri di guerra è tutta da provare, ma insomma la speranza è anche l’ultima a morire.
 C’è da dire che l’idea, ancora a livello sperimentale, ha avuto successo un po’ in tutto il mondo… Anche l’Esercito italiano ne ha varato una sua versione improntata al massimo risparmio, rispetto agli ingenti investimenti americani. Nel nostro caso, il pezzo forte sono gli indispensabili “guanti termici”, che alla modica cifra di 650 euro a paio, costituiscono la dotazione più costosa (ed inutile) dell’intero kit di equipaggiamento. Si tratta dell’elemento che farà certamente la differenza sui nuovi campi di battaglia per il soldato del futuro!
Certo, a ben vedere, la Storia ci fornisce i riuscitissimi esempi del passato… E, visti i risultati, ci sarebbe da ridere se questi non fossero tragici. Insomma, la guerra può essere un’esperienza incredibilmente esaltante, soprattutto per chi non l’ha mai provata, come dicevano gli antichi. Perché dunque non cercare di farla in sicurezza?!? Non per niente, ogni aspirante guerriero ha sempre accarezzato l’idea di rendersi invulnerabile ai nemici, salvo scoprire quanto la realtà possa spesso essere assai diversa dalla fantasia.
Per dire, nel Tardo Antico, i Romani impararono presto a proprie spese, quanto le sofisticate armature dei loro comitatenses fossero inutili dinanzi alla potenza di penetrazione degli archi compositi, utilizzati dai pur infinitamente più arretrati popoli nomadi delle steppe.
Nel IX secolo d.C. gli anglo-sassoni affrontarono quasi con sufficienza i primi invasori vichinghi, nella certezza di ributtare a mare i feroci pagani giunti dalla Scandinavia. Almeno finché non scoprirono che le loro possenti armature venivano facilmente trapassate dalle frecce armate con punte di tipo bodkin, che affusolate e sottili, ma ben temprate, si infilavano negli anelli delle cotte di maglia, o sfondavano giubboni e corazze, pur nella loro letale semplicità.
Messe da parte per quasi tutta l’epoca moderna in seguito all’avvento delle armi da fuoco, le armature riscoprirono un inaspettato ritorno di fiamma in tempi assai più recenti, durante la prima guerra mondiale, che nella sua immane mattanza rappresentò pure una straordinaria occasione di innovazione militare. Certo gli esordi furono assai lenti… Per dire, al Comando francese (che per la sua straordinaria ottusità non aveva eguali) gli ci vollero mesi (e diverse migliaia di morti) per capire che pantaloni e kepì di un rosso sgargiante non erano esattamente del colore più indicato per passare inosservati ai tiratori nemici.
Ma vuoi mettere l’elàn guerriero, e scenografico, che i calzoni vermigli rappresentavano per una truppa lanciata a passo di carica sotto il fuoco nemico?!? E per giunta schierata come le vecchie fanterie di linea napoleoniche, per essere meglio falciata dalla fucileria avversaria?
Fortunatamente, non mancarono innovazioni importanti, tanto che per l’occasione l’Armée francese riscoprì pure l’uso della catapulta..!
Viste le perdite spaventose, e la riottosità crescente delle truppe a farsi macellare per la gloria dei generali nelle retrovie, verso la metà del conflitto, sui vari teatri di guerra cominciarono a fare la loro comparsa una notevole varietà di protezioni ed armature, che certo avrebbero reso invulnerabili i fantaccini alle pallottole.
Niente a che vedere con i khevsur della Georgia che ancora nel 1913 si presentavano in battaglia, bardati così…
Fu allora che l’ineguagliabile tecnologia teutonica mise a disposizione delle proprie fanterie la sua insuperabile corazza da combattimento…
Scenicamente imponente, la protezione si rivelò scomoda, ingombrante, e naturalmente inefficace, rendendo i fanti simili a gasteropodi, per una vaga somiglianza con le aragoste.
Va da sé che le nuove “sappenpanzer” non fecero mai la differenza in battaglia, ma almeno regalavano alla truppa la consolatoria illusione di essere immune ai proiettili.
Peccato che poi alla riprova dei fatti le cose non andassero esattamente per il verso sperato, dal momento che le corazze si rivelarono forabili eccome…
L’effetto palliativo però era assicurato, dal momento che divennero una preda di guerra ambitissima; soprattutto dalle truppe anglo-canadesi che combatterono alla Battaglia della Somme.
Certo, niente di paragonabile all’incredibile catafalco che per un certo periodo venne rifilato alle unità dell’esercito austro-ungarico. Una specie di kit componibile, che poteva fungere da corazza, parapetto, e casamatta portatile. E che con ogni probabilità veniva abbandonata dalla truppa, così camuffata da contrabbasso, alla prima occasione disponibile.

Ovviamente la cosa non passò inosservata agli alti comandi strategici dell’Intesa… E vista l’alta funzionalità di impiego dell’ultimo ritrovato bellico, ognuno si dette a fabbricarne di sue.
Tra i soldati britannici le corazze non ebbero molto successo… E certo gli inglesi preferirono di gran lunga continuare a riutilizzare quelle sottratte ai crucchi, finché non si resero conto che si trattava soltanto di un inutile ingombro da trascinarsi dietro.

Ma nessuno si dette più da fare dello USArmy. E lo straordinario risultato finale di tante fatiche furono le imbarazzanti armature Brewster..!
La Brewster Body Shield fece la sua comparsa nel 1918 sul fronte francese di Verdun. E si può solo immaginare l’incontenibile entusiasmo dei fortunati prescelti, che si trovarono costretti ad indossare un simile scafandro.
Realizzata in acciaio al nickel-cromo dalla Brewster Steel Company, l’armatura pesava oltre 40 kg ed è fin troppo facile intuire che fosse pure di rara scomodità.
Come si potesse correre su un terreno brullo e sconnesso, saltare tra una fossa e l’altra, e scavalcare trincee con una simile roba addosso, resta difficile da immaginare. Però si può ben supporre quale fosse l’esito finale…
Per proteggere le sentinelle, e soprattutto le vedette che costituivano il bersaglio preferito dei cecchini, vennero elaborate delle protezioni di rinforzo per gli elmetti. E le più funzionali furono probabilmente le placche d’acciaio che venivano applicate sugli stahlhelme tedeschi, i quali in alcuni casi vennero ridipinti in un primo esempio di mimetizzazione policroma.
I piastroni d’acciaio in forma trapezzoidale venivano agganciati ai chiodi ai lati dell’elmetto e fornivano così una protezione aggiuntiva, che però non garantiva la salvezza da un colpo frontale e diretto allo stirnpanzer.
Poi come al solito, si volle esagerare e cominciarono a circolare degli inquietanti mascheroni da saldatore di fonderia, a visibilità sempre più ridotta.

Siccome i cecchini più bravi miravano generalmente agli occhi, vennero realizzate fessure sempre più strette col risultato che la sentinella finiva per non vedere più un cazzo.
Gli americani, insuperabili come sempre, fecero un’eclatante invenzione ispirata direttamente al medioevo e mai (ri)messa in circolazione…

Sul fronte italiano, il Regio Esercito si dette da fare anch’esso e nel 1915 fecero la loro comparsa sul campo le mitiche corazze Farina, che avrebbero dovuto fornire un’impagabile protezione ai genieri inviati a tagliare i reticolati attorno alle trincee austriache.

Testate contro armi di medio e piccolo calibro, le corazze dimostravano una buona resistenza, a patto che ci si tenesse almeno a 150 metri (!) dal nemico.

Utilissime contro le schegge di rimbalzo degli shrapnel (e grazie al cazzo!), venivano forate come il burro dai proiettili calibro 8 mm dei fucili Steyr-Mannlicher M1895 in dotazione all’esercito austro-ungarico.
Emilio Lussu, volontario nella Grande Guerra, ridicolizza le corazze ampiamente, avendo avuto modo di verificare sul campo la loro straordinaria efficacia di impiego:

«Le corazze ‘Farina’ erano armature spesse, in due o tre pezzi, che cingevano il collo, gli omeri, e coprivano il corpo quasi sino alle ginocchia. Non dovevano pesare meno di cinquanta chili. Ad ogni corazza corrispondeva un elmo, anch’esso a grande spessore. Il generale era ritto, di fronte alle corazze….. Ora parlava, scientifico: “Queste sono le famose corazze ‘Farina’…. che solo pochi conoscono. Sono specialmente celebri perché consentono, in pieno giorno, azioni di una audacia estrema. Peccato che siano così poche! In tutto il corpo d’armata non ve ne sono che diciotto. E sono nostre! Nostre!” […] “A noi soli” continuava il generale “è stato concesso il privilegio di averle. Il nemico può avere fucili, mitragliatrici, cannoni: con le corazze ‘Farina’ si passa dappertutto”.
“Dappertutto per modo di dire” osservò il colonnello, che quel giorno era in vena di eroismo…. “io ho conosciuto le corazze Farina – spiegò il colonnello – e non ne conservo un buon ricordo, ma forse queste sono migliori”.
“Certo, certo. Queste sono migliori – riprese il generale – con queste si passa dovunque. Gli austriaci…”
Il generale abbassò la voce sospettoso e dette un’occhiata alle trincee nemiche, per accertarsi che non fosse sentito.
“Gli austriaci hanno fatto delle spese enormi per carpirci il segreto, ma non ci sono riusciti. Il capitano del Genio che è stato fucilato a Bologna, pare fosse venduto al nemico per queste corazze. Ma è stato fucilato a tempo. Signor colonnello vuole avere la compiacenza che esca il reparto dei guastatori?”
Il reparto dei guastatori era stato preparato dal giorno prima e attendeva d’essere impiegato. Erano volontari del reparto zappatori, comandati da un sergente, anch’egli volontario. In pochi minuti furono in trincea, ciascuno con un paio di pinze. Essi indossarono le corazze in nostra presenza. Lo stesso generale si avvicinò a loro ed aiutò ad allacciare qualche fibbia. ‘Sembrano guerrieri medioevali’ osservò il generale. I volontari non sorridevano. Essi facevano in fretta e apparivano decisi. Gli altri soldati, dalla trincea, li guardavano con diffidenza. Accanto al cannone praticammo un’altra breccia, nella trincea. Il sergente volontario salutò il generale. Questi rispose solenne, dritto sull’attenti, la mano rigidamente tesa all’elmetto. Il sergente uscì per primo; seguirono gli altri, lenti per il carico d’acciaio, sicuri di sé, ma curvi fino a terra, perché l’elmetto copriva la testa, le tempie e la nuca, ma non la faccia. Il generale rimase sull’attenti finché non uscì l’ultimo volontario, e disse al colonnello, grave: “I romani vinsero per le corazze”.
Una mitragliatrice austriaca, da destra, tirò d’infilata. Immediatamente, un’altra, a sinistra, aprì il fuoco. I volti si deformarono in una contrazione di dolore. Essi capivano di che si trattava. ‘Avanti!’ gridò il sergente ai guastatori. Uno dopo l’altro, i guastatori corazzati caddero tutti. Nessuno arrivò ai reticolati nemici. ‘Avan…’ ripeteva la voce del sergente rimasto ferito di fronte ai reticolati. Il generale taceva. I soldati del battaglione si guardavano terrorizzati

Emilio Lussu
“Un anno sull’altipiano”
(1938)

Essendo disponibile in numero limitato, un così straordinario artefatto venne distribuito soprattutto tra gli Arditi volontari delle cosiddette “compagnie della morte”: nome quanto mai azzeccato per gli aspiranti suicidi, che venivano inviati armati di cesoie e guantoni a tagliare i reticolati nemici.
Le protezioni Farina non si rivelarono più utili dei loro omologhi impiegati sugli altri fronti di guerra, ma la propaganda bellica dei comandi italiani vi aggiunse quel tocco di minchioneria in più, che fa sempre la differenza…
Immaginate voi la praticità (e soprattutto l’utilità) di correre e saltare e strisciare nella terra di nessuno, stringendo una baionetta tra i denti, con mezzo quintale di ferraglia tintinnante addosso, mentre scoprite con sorpresa che le vostre cesoie non riescono a tagliare un filo spinato rinforzato con più di 5 cm di spessore. Senza considerare l’estensione dei campi da bonificare…
I carriarmati si sarebbero rivelati assolutamente più funzionali, ma vabbé! All’epoca venne considerata inizialmente come un’invenzione poco utile e di scarso impiego.

Eppoi vuoi mettere il fascino di una specie di cavaliere medievale schierato in trincea?!?
Assolutamente inutili come protezione, le armature avevano l’indiscutibile svantaggio di rendere subito individuabili i guastatori nel buio, giacché bastava aguzzare l’udito al rumore del ferro che cozzava sulle pietraie insieme al ticchettio delle cesoie. Una volta scoperti, l’esito era in genere assai scontato…
Né migliorò l’utilizzo di scudi protettivi, che a parte l’evidente ingombro non garantivano granché…
Pertanto, vista la loro collaudata efficacia, di corazze pettorali ed armature ne circolarono ancora parecchie fino al 1945.
Dalla Polonia…
Alla Russia sovietica, con le sue Stalnoi Nagrudnik, che forse tra tutti i modelli messi in circolazione si rivelarono tra i più resistenti e forse non tra i più comodi, visto che i due piastroni imbottiti, una volta legati tra loro comprimevano la cassa toracica rendendo difficile la respirazione in caso di affanno.
Stalnoi NagrudnikAnche l’esercito imperiale nipponico realizzò una propria versione, riservata ai signori ufficiali, ed utilizzata durante l’invasione della Cina.
Sull’efficacia del soldato corazzato del futuro non è dato ancora di sapere. Certo per i profitti delle aziende impegnate nella ricerca sarà un successo di sicuro.

Homepage

EI FU…

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , on 26 novembre 2016 by Sendivogius

7-gennaio-1959-alla-vigilia-dellingresso-allavana

È morto Fidel Castro. Le roi est mort, vive le roi!
Ora, si possono pensare e dire molte cose buone o cattivissime del lìder maximo della Rivoluzione cubana, che comunque sia, piaccia o non piaccia, è stato uno dei protagonisti più complessi (e longevi) della storia del ‘900, segnando un’epoca e soprattutto un’utopia; più di quanto i nani ed i pagliacci cotonati, che si agitano nel verminaio di questo orrido squarcio di XXI secolo, saranno mai… 
i-3-bidoniFu un uomo duro? Certo! Fece degli errori? Infiniti! Fu un despota narcisista col gusto del potere? Sì anche (ma non solo), vogliamo parlare pure di tanti sedicenti “statisti” democratici?!?
Soprattutto, è stato l’uomo che (con molti altri) osò sfidare un impero. E vinse! Fu così che un’insignificante isola caraibica si trasformò in una moderna Tortuga, mantenendo la sua indipendenza e dignità, nell’arcipelago delle repubblichette bananiere che costellano da sempre quello che gli USA, sotto ogni amministrazione, considerano il loro esclusivo “cortile di casa”, da gestire per procura su mandato coloniale, soggiogare col ricorso sistematico al terrorismo di stato, e utilizzare come immenso laboratorio economico neo-liberista (prima che le ricette venissero imposte al mondo intero) su scala continentale. S’è visto poi quali erano le alternative considerate accettabili (ed invocate) al governo castrista

videla-pinochet

Nella sua esclusività, Cuba rappresentò invece un’eccezione unica nella storia latinoamericana; fu necessario cingerla con un cordone sanitario perché il contagio non si diffondesse. E lo chiamarono embargo.
Fu vera gloria? A posteri l’ardua sentenza…

Noi critichiamo Fidel, ma non lo condanniamo. Lasciamo le considerazioni ad altri, tanto sarebbe impossibile per noi esaurire l’argomento in così poche righe. E di più non aggiungiamo.
lavana-marzo-1960Quello che invece proprio non ci riesce di capire è per quale imperscrutabile legge della trascendenza su ogni fatto, evento, sbadiglio, vero o presunto tale che sia, sistematicamente, puntuale come un orologio rotto che segna l’ora esatta due volte al giorno, ogni volta ci dobbiamo sorbire l’immancabile omelia di San Roberto Saviano: l’Oracolo vivente per l’intrattenimento gerontologico da varietà finto impegnato, che ogni volta dispensa le sue perle di ovvietà e pregiudizi di saggezza. E che dal cantuccio nel quale vive rintanato in esilio volontario, come auto-recluso guardato a vista (tanta è la paura che s’è preso l’ultima volta), non resiste all’irrefrenabile impellenza di pontificare su tutto e su tutti. E farlo massimamente su cose che non conosce e delle quali ignora tutto, quasi che l’esternazione gratuita (ed inutile) rispondesse all’esigenza primaria di mantenere in vita la propria leggenda di carta, difendendo se stesso dall’ombra sempre roberto-savianoincombente dell’oblio che grava sui predicatori da salotto. Insomma, uno di quelli che per sopravvivere ha bisogno di creare dei “casi” mediatici attorno alla morte altrui, purché non ci si scordi di lui… E per la bisogna parla come un Trump di merda qualunque.
I nani, i pagliacci, e i giganti. Per l’appunto!

Homepage

 

DESISTENZA

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , on 24 aprile 2016 by Sendivogius

'Happy Birthday' - ZeeCast by Alexiuss

Potato degli stoloni retorici, il testo che vi (ri)proponiamo poteva benissimo essere scritto oggi. E invece venne pubblicato nel lontano Ottobre del 1946 sulla rivista mensile Il Ponte, dove ebbe a riunirsi il meglio dell’intelligenza italiana di provenienza azionista, negli anni difficili del primo dopoguerra.
Insomma, il secondo conflitto mondiale s’era concluso da poco più di un anno, l’Italia era diventata una repubblica soltanto da qualche mese (in quanto alla “democrazia”: si trattava più che altro di un postulato teorico ancora lungi dall’essere messo in pratica), e già si parlava di desistenza in luogo della lotta di Liberazione, per una ‘nuova’ compagine governativa la cui unica ansia era quella di archiviare in fretta l’esperienza restistenziale, in una sostanziale continuità col precedente regime rivisto e corretto in salsa ‘democratica’, speculare ad una capillare occupazione del potere che mal si accordava coi valori e le aspirazioni della Resistenza. Soprattutto se visti come fastidiosi impicci dei quali disfarsi in fretta. Oggi si può dire che l’oblio paventato a suo tempo da Piero Calamandrei è un’operazione compiuta, nella sostanziale rimozione della memoria (o nelle sue infantili distorsioni) con tutto ciò che questo comporta. E no, un selfie non ci salverà.

Renzi-Bean

«Quel miracoloso soprassalto dello spirito che si è prodotto, quando ogni speranza pareva perduta, in tutti i popoli europei agonizzanti sotto il giogo della tirannia interna ed esterna, ha ormai ed avrà nella storia del mondo un nome: “resistenza”. Sotto la morsa del dolore o sotto lo scudiscio della vergogna, gli immemori, gli indifferenti, i rassegnati hanno ritrovata dentro di sé, insospettata, una lucida chiaroveggenza: si sono accorti della coscienza, si sono ricordati della libertà. Prima che schifo della fazione interna, prima che insurrezione armata contro lo straniero, questo improvviso sussulto morale è stato la ribellione di ciascuno contro la propria cieca e dissennata assenza: sete di verità e di presenza, ritorno alla ragione, all’intelligenza, al senso di responsabilità. La resistenza è stata, nei migliori, riacquisto della fede nell’uomo e in quei valori razionali e morali coi quali l’uomo si è reso capace nei millenni di dominare la stolta crudeltà della belva che sta in agguato dentro di lui.
BrechtSi è scoperto così che il fascismo non era un flagello piombato dal cielo sulla moltitudine innocente, ma una tabe spirituale lungamente maturata nell’interno di tutta una società, diventata incapace, come un organismo esausto che non riesce più a reagire contro la virulenza dell’infezione, di indignarsi e di insorgere contro la bestiale follia dei pochi. Questo generale abbassamento dei valori spirituali da cui son nate in quest’ultimo ventennio tutte le sciagure d’Europa, merita di avere anch’esso il suo nome clinico, che lo isoli e lo collochi nella storia, come il necessario opposto dialettico della resistenza: “desistenza”. Di questa malattia profonda di cui tutti siamo stati infetti, il fascismo non è stato che un sintomo acuto: e la resistenza è stata la crisi benefica che ci ha guariti, col ferro e col fuoco, da questo universale deperimento dello spirito.
Così ci illudevamo due anni fa, alla vigilia della liberazione. Ma oggi ci sembra di avvertire d’intorno a noi e dentro di noi i sintomi di un nuovo disfacimento.
Ciò che ci turba non è il veder circolare di nuovo per le piazze queste facce note: il pericolo non è lì; non Albert Kesselringsaranno i vecchi fascisti che rifaranno il fascismo. Che tornino in libertà i torturatori e i collaborazionisti e i razziatori, può essere una incresciosa necessità di pacificazione che non cancella il disgusto: talvolta il perdono è una forma superiore di disprezzo.
No, il pericolo non è in loro: è negli altri, è in noi: in questa facilità di oblio, in questo rifiuto di trarre le conseguenze logiche della esperienza sofferta, in questo riattaccarsi con pigra nostalgia alle comode e cieche viltà del passato.
Oggi le persone benpensanti, questa classe intelligente così sprovvista di intelligenza, cambiano discorso infastidite quando sentono parlar di antifascismo: e se qualcuno ricorda che i tedeschi non erano agnelli, fanno una smorfia di tedio, come a sentir vecchi motivi di propaganda a cui nessuno più crede. I partigiani? una forma di banditismo. I comitati di liberazione? un trucco dell’esarchia, i processi dei generali collaborazionisti si risolvono in trionfi degli imputati. I grandi giornali si affrettano a riaprire le terze pagine alle grandi firme, care ai lettori borghesi: dieci anni fa celebravano l’impero e la guerra a fianco della grande alleata, oggi scrivono collo stesso stile requisitorie contro la pace spietata; e il pubblico si compiace di questi elzeviri ritrovati e non si accorge che questa pace è la conseguenza di quella guerra. PansaFinita e dimenticata la resistenza, tornano di moda gli “scrittori della desistenza”: e tra poco reclameranno a buon diritto cattedre ed accademie.
Sono questi i segni dell’antica malattia. È nei migliori, di fronte a questo rigurgito, rinasce il disgusto: la sfiducia nella libertà, il desiderio di appartarsi, di lasciare la politica ai politicanti. Questo il pericoloso stato d’animo che ognuno di noi deve sorvegliare e combattere, prima che negli altri, in se stesso: se io mi sorprendo a dubitare che i morti siano morti invano, che gli ideali per cui son morti fossero stolte illusioni, io porto con questo dubbio il mio contributo alla rinascita del fascismo.
Dopo la breve epopea della resistenza eroica, sono ora cominciati, per chi non vuole che il mondo si sprofondi nella palude, i lunghi decenni penosi ed ingloriosi della resistenza in prosa. Ognuno di noi può, colla sua oscura resistenza individuale, portare un contributo alla salvezza del mondo: oppure, colla sua sconfortata desistenza, esser complice di una ricaduta che, questa volta, non potrebbe non esser mortale.»

Piero Calamandrei
“Desistenza”
(Il Ponte. Anno II, n.10; 1946)

Homepage

VERDINOSUS

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , on 18 marzo 2016 by Sendivogius

CARIATIDE - by Edoardo Baraldi«Cuopri, e non ti dar per inteso, se vieni a notizia dell’altrui accusa contro di te, nè tosto emendati di ciò, che ti s’imputa, acciocchè la spia non s’avveda del tuo camminar sott’acqua, e dica, lui aver fatte le sue parti per zelo, e carità. Venendoti però il taglio avanti il Giudice, protesta costantemente, colui essere un vituperoso spione, e tuo nemico implacabile, e che da lui, come superiore, e Giudice cotal fatta d’uomini traditori si desidera, non già s’ama: digli inoltre, che colui pratica lo stesso stile teco degli altri, venendo a dipingerti con li colori i più infausti; e pur egli con esso loro professa amicizia. Dunque tal sorte di gente, non già vuol aversi in conto di compagni, e amici, ma di pubblici detrattori, e maligni; e benchè esso per obbligo della carica se li veda volentieri d’intorno, a suo tempo ne sperimenterà anch’egli gli effetti, e indegni operati. In somiglianti casi di malinconia ingòlfati ne’ maneggi, come per distrarti con un sollievo serioso, e grave. Guardati frattanto dall’accusatore, e consigliati, che potresti fare, per isbrogliarti, dal medesimo Giudice, come se consigliassi un tuo amico. Se tal’uno, per alienarti l’amico, gli avesse riferiti fatti enormi della tua persona; parlando col medesimo amico, non gli dir, se non bene del tuo malevolo. Potendo, proccura far complice in giudizio lo stesso tuo accusatore, o pure dimostra, esser cose notorie le accuse, ch’egli crede produr, come novissime, ed i successi furono appunto in quell’anno, che egli in pena de’ suoi misfatti dovea esser casso dalla milizia, e simili facezie plausibili. Se sei accaggionato d’un gruppo di accuse; non negar affatto ogni cosa, per non ti far perdere il credito, con quelle negative ostinate. Alcuni capi, avvegnachè falsissimi, lasciali correre, per farti conoscer docile, e non già patrocinare i falli: per lo più è meglio non passar discolpe col Padrone, dov’egli non ne ricerchi, quantunque tu sappi di certo, essergli arrivate le doglianze. Perchè così susciteresti maggiori torbidi, e ti avvilupperesti di vantaggio. Comincia bensì a guardarti d’incorrere in quel difetto, anzi ad operar tutto l’opposto

BreviarioGiulio Raimondo Mazzarino
Breviarium politicorum secundum Rubricas Mazarinicas
(1684)

PATER PATRIAE

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 dicembre 2015 by Sendivogius

master of puppets coloured by Zalines

Con la morte di Licio Gelli alla veneranda età di 96 anni, scompare l’ultimo (e più vero) padre costituente di questa protuberanza fascio-clerico-massonica, penzolante impotente alle propaggini inferiori dell’Europa, e meglio conosciuta come “Repubblica Italiana”.
Kiss the LicioElevato in forme mitologiche ad entità immanente, il Gran Maestro Venerabile (così si faceva chiamare) ha rappresentato per lunghissimo tempo l’incarnazione del “lato oscuro della forza” al servizio di uno Stato parallelo, in grado di incistarsi (peraltro con estrema facilità) nei gangli nevralgici dell’amministrazione pubblica dell’Italia ‘democratica’, determinandone spesso il corso e plasmandone l’identità in una sorta di doppia fedeltà istituzionale, col perseguimento dei più inconfessabili interessi. O almeno ciò è quanto avveniva prima di finire confinato nel buen retiro dorato di Villa Wanda, in quella sonnacchiosa provincia aretina improvvisamente sconquassata dall’ultimo scandalo della Banca Etruria: la stessa dove il Venerabile teneva i suoi conti fiduciari, potendo contare su una disponibilità di denaro in apparenza illimitata.
puparoConsiderato praticamente il “regista occulto” di tutte (o quasi) le trame eversive, che hanno sconvolto e condizionato il sottobosco della politica italiana per oltre mezzo secolo, non vi è stata inchiesta né scandalo in cui non sia comparso il nome del “grande burattinaio”, sempre defilato ma onnipresente, nella sostanziale ambiguità che ha contraddistinto la sua azione a tutti i livelli possibili di un contropotere nascosto, eppure palpabilissimo nella sua influenza costante, facendo della cospirazione ben più che un’arte di successo.
Istruzione elementare ed ambizioni smisurate, nel corso della sua lunghissima esistenza, Licio Gelli ha vissuto molte vite, rimanendo però coerente a quella che in fondo è sempre stata la sua estrazione ideologica di riferimento…
Licio Gelli - Tessera PNFFascista verace della prima ora, è attivissimo nelle repressione del dissenso. Con un ruolo mai chiarito (ci mancherebbe!) nei servizi segreti del duce, si dedica alle schedature di massa che redige con precisione maniacale. Nel 1943 aderisce convintamente ai “fasci repubblicani” della RSI di Salò; spione al soldo dei nazisti, fa il doppiogioco ed alla fine della seconda guerra mondiale solo per un soffio sfugge alla fucilazione per collaborazionismo, facendosi pure passare per partigiano (!). Ricostruita una verginità democratica, si ricicla senza problemi nella nuova Italietta democristiana (che gli garantirà protezioni e immunità), non venendo mai meno alla sua passione inveterata per l’intrigo e facendo più che tesoro delle sue esperienze pregresse. Gelli è in fin dei conti un uomo che si mette a disposizione, in un intreccio perverso di affarismo, complotti e politica, perseguendo un personalissimo disegno di potere…
LoggeLe sue ‘consulenze’ offrono la sponda alle pesantissime ingerenze della CIA di Allen Dulles e James Jesus Angleton nel dopoguerra. E non disdegnano i tentativi di colpo di stato (dal “Golpe Borghese” alla Rosa dei venti”) per l’instaurazione di un regime autoritario e parafascista, sulla falsariga della “Dittatura dei Colonnelli” in Grecia. Nell’intreccio di inchieste che lo Gladiolambiscono appena, durante la sua lunga epopea, il nostro piccolo eroe borghese compare nei misteri di “Gladio”. Bazzica l’eversione nera, insieme all’apertura di quella lunga stagione stragista che va sotto il nome di strategia della tensione (coi relativi depistaggi in istituzionale sede). Ma il personaggio fa capolino anche nei segreti del Caso Moro; rispunta nell’omicidio di Mino Pecorelli e nel crack del Banco Ambrosiano di Calvi e Sindona (entrambi suicidati), passando per la banca del OP- La Gran Loggia VaticanaVaticano (lo IOR). Il suo brand di riconoscimento più famoso resterà sempre la loggia massonica ‘coperta’ Propaganda 2, con ramificazioni in ogni articolazione possibile dell’apparato economico (dall’industria alla finanza) e militare. Praticamente controlla l’intero controspionaggio italiano, che una certa vulgata assolutoria definisce “deviato” quando l’infiltrazione era invece totale o quasi. E non disdegna incursioni nel mondo politico (inserendosi nella lotta tra correnti democristiane) e nell’editoria (dal Corriere della Sera, al controllo della Rizzoli, fino alla nascita delle tv commerciali di Silvio Berlusconi..). Perché Licio Gelli è forse uno dei primi in Italia a capire, meglio e più degli altri, l’importanza del ruolo dei mass-media nella manipolazione dell’opinione pubblica e conseguentemente del suo controllo. D’altronde e nonostante qualche fastidio, la P2 si rivela un’esperienza fortunata, destinata a rinnovarsi nel tempo…
loggia-P2-3-4-PnDemiurgo e ispiratore di un nuovo ordine, il Venerabile stilerà un vero e proprio manuale politico, con un cospicuo pacchetto di ‘riforme’, che chiamarà pomposamente “Piano di Rinascita democratica”. Va da sé che la parola “democratico” è presente solo nel nome del progetto e costituisce un ossimoro. A lungo osteggiato in Italia, il “Piano” troverà piena applicazione nei regimi dittatoriali dell’America Latina, dove peraltro Licio Gelli conduce un proficuo giro d’affari. Si scommette molto sull’Uruguay di Alberto Demicheli, ma è l’Argentina peronista il laboratorio più promettente… Il miglior interprete del piano di riforma sarà però la feroce giunta militare instaurata Jorge Videlanel 1976 dal generale Jorge Rafael Videla, e proseguita poi (fino al 1983) dai suoi subordinati con le stellette: Roberto Viola, Emilio Massera, Leopoldo Galtieri, Benito Brignone. È curioso notare come in pratica siano tutti o quasi oriundi italiani! La dittatura argentina rielabora quindi il “piano di rinascita“, che per la bisogna diventa “Processo di riorganizzazione nazionale” e che almeno non si ha l’ indecenza di chiamarlo “democratico”.
Giuramento della Giunta militare di MASSERA-VIDELA-AGOSTIBollato all’epoca senza indugio come progetto eversivo, il “Piano di Rinascita” elaborato da Gelli resterà a lungo relegato ai margini della vita politica italiana, come fantasia cospirativa per nostalgici mussoliniani. Bisognerà Ricevuta di pagamento per iscrizione alla P2aspettare il XXI secolo e l’avvento dell’ex confratello piduista Silvio Berlusconi alla Presidenza del Consiglio, per veder tornare in auge l’antico prospetto restituito a nuova dignità ed inaspettata validità. Tuttavia, contro ogni previsione, è con l’instaurazione dell’ultimo governo abusivo di Laide Intese, ovviamente a prova di legittimazione elettorale, che il “Piano di Rinascita democratica” (ormai pienamente riabilitato) sembra trovare la sua massima legittimazione in ambito istituzionale, costituendo parte integrante nell’impianto ispiratore della nuova “riforma costituzionale” e “modernizzazione dello Stato”, pompata a colpi di decreti-legge e voti di fiducia a cadenza giornaliera, che sembrano essere diventati la prassi ordinaria del Governo Renzi.
Ce lo chiede LicioCol vezzo civettuolo del “padre nobile” in attesa del meritato riconoscimento, il Grande Vecchio non mancava di farlo notare, quanto mai compiaciuto da un così grande riconoscimento postumo, nel suo splendido esilio aretino dove si dedicava alle composizione poetiche, raccolte in edizioni autoprodotte di lusso per gli amici, fregiandosi del titolo di “conte”. A suo modo, Licio Gelli potrebbe essere considerato persino un “innovatore”, un “precursore” del nuovo millennio. E dunque andrebbe annoverato a pieno titolo tra i veri fondatori della sedicente Terza Repubblica (che assomiglia sempre più ad una merda rifatta e dipinta)  la quale, se tutto andrà come deve, sancirà in realtà il pieno trionfo di una lunga opera decennale, a coronamento del lavoro di una vita intera. Non per niente, a legittimazione della sua attività ‘sotterranea’, il personaggio ha sempre goduto di un’impunià pressoché totale.

Homepage

MAOMETTO E CARLOMAGNO

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 dicembre 2015 by Sendivogius

The roots of jihad

L’opera di Henri Pirenne si è sempre prestata a tutte le opinioni e tutte le contestazioni, prima di cadere nell’oblio e ridursi a letture antologiche in estratti per svogliatissimi studenti liceali che non saprebbero distinguere un tordo da una quaglia.
Henri PirenneApprossimativo, superato, inesatto. Acuto, innovativo, brillante. Pirenne è un autore che va letto, non foss’altro per la sua prosa semplice e scorrevolissima. Fa sempre la sua bella figura nella vostra più o meno copiosa biblioteca domestica. Ed è comunque un ottimo regalo di natale, al posto di ben altri orrori letterari che infestano le librerie.
In un’epoca confusa e ipocrita come la nostra, in cui le guerre si combattono ma si passa il tempo a negarne l’esistenza, riscoprire le pagine del dimenticato Pirenne (a ottanta anni dalla sua scomparsa) potrebbe costituire un’interessante sorpresa. In fondo, con più di qualche forzatura, è una storia di immigrazione, scontri e integrazioni culturali… Nel delineare gli aspetti dell’espansione islamica nel Mediterraneo e le trasformazioni più o meno conseguenti dell’Europa carolingia, lo storico belga forse è uno dei pochi studiosi ad infrangere, si potrebbe dire a sua insaputa, un certo cliché consolidato (a cui si oppongono altrettanti stereotipi contrari) e costruito attorno alla favoletta buona di un islam delle origini, tanto aperto quanto e tollerante (ma certamente non pacifico), in contrapposizione alle cupezze di un medioevo oscuro e barbarico di un Europa sprofondata nei secoli bui. Attraverso una prosa agevole e accattivante, Pirenne intuisce l’essenza di tanta “tolleranza”, cogliendone forse la natura più prossima al vero, liquidata in poche e significative righe:

Siege of Amorium«Per comprendere l’espansione dell’Islam nel VII secolo niente è più suggestivo che confrontarla, nel suo impatto sull’Impero romano, con le invasioni germaniche….. Quando l’Impero, con le sue frontiere in frantumi, abbandona la lotta, i suoi invasori si lasciano subito assorbire da esso e, per quanto possibile, ne continuano la civiltà entrando nella comunità su cui essa si fonda.
Late Romans vs Germanic Goths[…] Il problema che si pone è capire perché gli Arabi, che non erano certamente più numerosi dei Germani, non furono come questi assorbiti dalle popolazioni dei paesi di civiltà superiore di cui si impadronirono. Il nocciolo della questione è tutto qui. C’è solo una possibile risposta ed è di ordine morale. Mentre i Germani non avevano niente da opporre al cristianesimo dell’Impero, gli Arabi erano esaltati da una nuova fede. Fu questo e questo soltanto che li rese inassimilabili. Per il resto infatti non avevano maggiori prevenzioni dei Germani contro la civiltà dei popoli che avevano conquistato. Anzi, l’assimilarono con sorprendente rapidità: nelle scienze si misero alla scuola dei Greci, in arte a quella dei Greci e dei Persiani. Non erano neanche fanatici, almeno all’inizio, e non avevano intenzione di convertire i loro sudditi. Ma volevano che obbedissero al dio unico, Allah, e al suo profeta Maometto, e poiché costui era arabo all’Arabia. La loro religione universale era al tempo stesso nazionale. Erano i servitori di dio.
Esercito OmayadeIslam significava rassegnazione o sottomissione a Dio e musulmano significa sottomesso. Allah è uno ed è logico quindi che tutti i suoi servitori abbiano l’obbligo di imporlo ai miscredenti, agli infedeli. Quello che essi si propongono non è, come abbiamo detto, la loro conversione ma il loro assoggettamento. Sono questi i principi che essi portano con sé. Dopo la conquista non chiedono di meglio che prendere come bottino la scienza e l’arte degli infedeli: le coltiveranno in nome di Allah. Si impadroniranno anche delle istituzioni, nella misura in cui saranno loro utili. Per dominare l’impero che hanno fondato non possono più basarsi sulle proprie istituizioni tribali, così come i Germani non poterono imporre le loro all’Impero romano. La differenza è che, ovunque si trovino, dominano. I vinti sono loro sudditi ed essi soli pagano l’imposta, perché sono fuori dalla comunità dei credenti. La barriera è insormontabile: non può esserci alcuna fusione tra le popolazioni conquistate ed i musulmani….. Presso i Germani il vincitore andrà spontaneamente al vinto. Con gli Arabi è il contrario: il vinto andrà al vincitore e potrà farlo solo servendo, come lui, leggendo come lui il Corano, imparando dunque la lingua araba che è la lingua santa e al contempo la lingua stessa dei dominatori.
Guerriero arabo VIII secoloNessun proselitismo e neppure alcuna pressione religiosa, come invece era avvenuto per i cristiani col trionfo della Chiesa. “Se Dio avesse voluto”, dice il Corano, “avrebbe fatto di tutti gli uomini un solo popolo”, e condanna testualmente la violenza contro l’errore. Esige solo obbedienza ad Allah, obbedienza esteriore di esseri inferiori, degradati, spregevoli, che sono tollerati ma vivono nell’abiezione. E ciò è insopportabile e demoralizzante per l’infedele. La sua fede non viene combattuta, ma ignorata. E questo è il mezzo più efficace per distaccarlo e condurlo ad Allah il quale, restituendogli la sua dignità, gli aprirà al tempo stesso le porte della città musulmana. E poiché la sua religione obbliga il mussulmano a trattare l’infedele come soggetto, l’infedele va a lui e così facendo spezza i legami con la sua patria ed il suo popolo. Il Germano si romanizza dal momento in cui penetra nella “Romania”, il Romano invece si arabizza dal momento in cui viene conquistato dall’Islam, e poco importa che, ancora in pieno ‘medioevo’, sopravvivano in mezzo ai musulmani piccole comunità di copti, nestoriani, e soprattutto Ebrei. Questo non impedisce una profonda trasformazione di tutto l’ambiente. Avviene una rottura, un taglio netto con il Coranopassato. Il nuovo signore non permette più che nell’ambito in cui esercita il proprio dominio una qualche influenza possa sfuggire al rigido controllo di Allah. Il suo diritto, la cui principale fonte è costituita dal Corano, si sostituisce al diritto romano, la sua lingua al greco ed al latino.
Cristianizzandosi, l’Impero aveva per così dire cambiato anima; islamizzandosi cambia a un tempo anima e corpo. La società civile non è meno trasformata della società religiosa. Con l’Islam un nuovo mondo irrompe su quelle coste del Mediterraneo dove Roma aveva diffuso il sincretismo della sua civiltà. Si produce una lacerazione che durerà fino ai giorni nostri

Henri Pirenne
“Maometto e Carlomagno”
Newton Compton
Roma, 1993

Homepage