Archivio per Storia

Il Governo del Popolo

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , on 8 gennaio 2019 by Sendivogius

«Per quanto riguarda i primi mesi del nazismo ho raccolto qui, così com’erano, tutte le annotazioni del mio diario che avevano attinenza con la nuova situazione e la nuova lingua. A quel tempo le cose per me andavano incomparabilmente meglio che in seguito; in fondo ero ancora in servizio e in casa mia, potevo ancora osservare gli avvenimenti quasi indisturbato. D’altra parte non ero ancora diventato almeno in parte insensibile, ero ancora tanto abituato a vivere in uno stato di diritto che giudicavo un profondissimo inferno quello che in seguito avrei definito al massimo un limbo. Comunque, per quanto potesse poi peggiorare la situazione, tutto l’insieme di idee, azioni e linguaggio che ritrovai in seguito nel nazismo era già delineato, in embrione, in questi primi mesi

20 Aprile 1933. Ancora un’occasione celebrativa, un nuovo giorno festivo per il popolo: il compleanno di Hitler. Attualmente la parola “popolo” si usa tanto spesso, parlando e scrivendo, quanto il sale nelle pietanze, su tutto si aggiunge un pizzico di popolo: festa del popolo, compagno del popolo, comunità di popolo, vicino al popolo, estraneo al popolo, venuto dal popolo.

09 Luglio. Qualche settimana fa Hugenberg si è dimesso e il suo partito nazionaltedesco si è “sciolto autonomamente”. Da allora noto che al posto della «insurrezione nazionale» è subentrata la “rivoluzione nazionalsocialista”, che Hitler viene chiamato più frequentemente “cancelliere del popolo” e che si parla dello “stato totale”.

28 Luglio. Ma si sentono davvero sicuri? C’è anche molto isterismo nelle azioni e nelle parole del governo. Una volta o l’altra si dovrebbe studiare particolarmente l’isterismo del linguaggio.
[…] E questo cos’è se non timore angoscioso, più o meno esplicito? Voglio dire che questo trucco per creare tensione, imitato dai film e dai romanzi a sensazione di stampo americano, da un lato è un mezzo propagandistico escogitato per creare un’immediata sensazione di timore, ma d’altra parte è un mezzo cui si ricorre solo per necessità, se si ha a nostra volta timore.

Victor Klemperer
“Lingua Tertii Imperii – La lingua del Terzo Reich”
LaGiuntina, 1999

Homepage

Annunci

IRON MEN

Posted in Kulturkampf, Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 settembre 2017 by Sendivogius

È rassicurante sapere che nei prossimi anni la presidenza Trump destinerà almeno 55 miliardi di dollari del bilancio federale in spese militari, per fare di nuovo grande l’America, preparandosi evidentemente a fronteggiare un’invasione aliena dallo spazio profondo. È infatti risaputo da tutti lo stato di profonda prostrazione e di drammatica arretratezza tecnologica in cui versano le forze armate statunitensi, soprattutto in considerazione delle nuove minacce globali, e massimamente se si considera il formidabile apparato bellico a disposizione dei mutandari salafiti del Daesh…
Si capisce bene che, dinanzi ad un branco di allucinati che combattono in sottana, meglio se armati con coltellacci da cucina, la risposta migliore sia la realizzazione di gingilli offensivi sempre più sofisticati e costosi. Com’è noto, il segreto della vittoria risiede nella preparazione…
A meno che l’obiettivo primario non sia inaugurare invece una nuova guerra fredda (di cui davvero si sentiva la mancanza) con la Russia e la Cina, in una corsa a perdere verso il riarmo globale, e spianare la strada ad un’altra mezza dozzina di conflitti.
 Ad ogni modo, a dispetto dei pregiudizi, i militari sono dotati in realtà di una fervida fantasia… amano giocare con la playstation nelle noiose ore trascorse in caserma… ed è lecito credere si esaltino con la serie completa di “Star Wars”, presumibilmente facendo il tifo per l’Impero galattico.
Per questo sono ormai una ventina di anni che fantasticano a colpi di milioni di dollari in progetti per la realizzazione di nuove tute da combattimento, esoscheletri potenziati e bio-armature, per rendere i “soldati del futuro” delle inarrestabili macchine individuali da guerra, nella presunzione tutta illusoria della invulnerabilità. Insomma, una specie di incrocio tra le armored suits già viste nei videogame di “Halo” e “Mass Effect”, sulla falsariga delle stormtroopers di Star Wars.
In pratica, si tratta di una masturbazione continuativa che va avanti almeno dal 1997, dai tempi infausti del vecchio PNAC (il progetto per il nuovo secolo americano); mai archiviato nelle stanzette del Pentagono.

Army of the Future: “Consider just the potential changes that might effect the infantryman. Future soldiers may operate in encapsulated, climate-controlled, powered fighting suits, laced with sensors, and boasting chameleon-like ‘active’ camouflage. ‘Skin-patch’ pharmaceuticals help regulate fears, focus concentration and enhance endurance and strength. A display mounted on a soldier’s helmet permits a comprehensive view of the battlefield – in effect to look around corners and over hills – and allows the soldier to access the entire combat information and intelligence system while filtering incoming data to prevent overload. Individual weapons are more lethal, and a soldier’s ability to call for highly precise and reliable indirect fires – not only from Army systems but those of other services – allows each individual to have great influence over huge spaces. Under the ‘Land Warrior’ program, some Army experts envision a ‘squad’ of seven soldiers able to dominate an area the size of the Gettysburg battlefield – where, in 1863, some 165,000 men fought”.

Ovviamente, negli ultimi decenni il progetto è proseguito, conoscendo nuovi sviluppi. E ora questa strana copula meccanica tra Robocop ed Iron Man, si chiama TALOS (Tactical Assault Light Operator Suit): una specie di robottone con dentro l’omino corazzato, che prevede sensori di posizione e sistemi di raffreddamento, con una pompa idraulica che si attorciglia per tre metri all’interno dell’armatura; o cose così… molto utili e soprattutto economiche. Ed i prototipi in circolazione iniziano ad essere parecchi…
L’efficacia in combattimento sui teatri di guerra è tutta da provare, ma insomma la speranza è anche l’ultima a morire.
 C’è da dire che l’idea, ancora a livello sperimentale, ha avuto successo un po’ in tutto il mondo… Anche l’Esercito italiano ne ha varato una sua versione improntata al massimo risparmio, rispetto agli ingenti investimenti americani. Nel nostro caso, il pezzo forte sono gli indispensabili “guanti termici”, che alla modica cifra di 650 euro a paio, costituiscono la dotazione più costosa (ed inutile) dell’intero kit di equipaggiamento. Si tratta dell’elemento che farà certamente la differenza sui nuovi campi di battaglia per il soldato del futuro!
Certo, a ben vedere, la Storia ci fornisce i riuscitissimi esempi del passato… E, visti i risultati, ci sarebbe da ridere se questi non fossero tragici. Insomma, la guerra può essere un’esperienza incredibilmente esaltante, soprattutto per chi non l’ha mai provata, come dicevano gli antichi. Perché dunque non cercare di farla in sicurezza?!? Non per niente, ogni aspirante guerriero ha sempre accarezzato l’idea di rendersi invulnerabile ai nemici, salvo scoprire quanto la realtà possa spesso essere assai diversa dalla fantasia.
Per dire, nel Tardo Antico, i Romani impararono presto a proprie spese, quanto le sofisticate armature dei loro comitatenses fossero inutili dinanzi alla potenza di penetrazione degli archi compositi, utilizzati dai pur infinitamente più arretrati popoli nomadi delle steppe.
Nel IX secolo d.C. gli anglo-sassoni affrontarono quasi con sufficienza i primi invasori vichinghi, nella certezza di ributtare a mare i feroci pagani giunti dalla Scandinavia. Almeno finché non scoprirono che le loro possenti armature venivano facilmente trapassate dalle frecce armate con punte di tipo bodkin, che affusolate e sottili, ma ben temprate, si infilavano negli anelli delle cotte di maglia, o sfondavano giubboni e corazze, pur nella loro letale semplicità.
Messe da parte per quasi tutta l’epoca moderna in seguito all’avvento delle armi da fuoco, le armature riscoprirono un inaspettato ritorno di fiamma in tempi assai più recenti, durante la prima guerra mondiale, che nella sua immane mattanza rappresentò pure una straordinaria occasione di innovazione militare. Certo gli esordi furono assai lenti… Per dire, al Comando francese (che per la sua straordinaria ottusità non aveva eguali) gli ci vollero mesi (e diverse migliaia di morti) per capire che pantaloni e kepì di un rosso sgargiante non erano esattamente del colore più indicato per passare inosservati ai tiratori nemici.
Ma vuoi mettere l’elàn guerriero, e scenografico, che i calzoni vermigli rappresentavano per una truppa lanciata a passo di carica sotto il fuoco nemico?!? E per giunta schierata come le vecchie fanterie di linea napoleoniche, per essere meglio falciata dalla fucileria avversaria?
Fortunatamente, non mancarono innovazioni importanti, tanto che per l’occasione l’Armée francese riscoprì pure l’uso della catapulta..!
Viste le perdite spaventose, e la riottosità crescente delle truppe a farsi macellare per la gloria dei generali nelle retrovie, verso la metà del conflitto, sui vari teatri di guerra cominciarono a fare la loro comparsa una notevole varietà di protezioni ed armature, che certo avrebbero reso invulnerabili i fantaccini alle pallottole.
Niente a che vedere con i khevsur della Georgia che ancora nel 1913 si presentavano in battaglia, bardati così…
Fu allora che l’ineguagliabile tecnologia teutonica mise a disposizione delle proprie fanterie la sua insuperabile corazza da combattimento…
Scenicamente imponente, la protezione si rivelò scomoda, ingombrante, e naturalmente inefficace, rendendo i fanti simili a gasteropodi, per una vaga somiglianza con le aragoste.
Va da sé che le nuove “sappenpanzer” non fecero mai la differenza in battaglia, ma almeno regalavano alla truppa la consolatoria illusione di essere immune ai proiettili.
Peccato che poi alla riprova dei fatti le cose non andassero esattamente per il verso sperato, dal momento che le corazze si rivelarono forabili eccome…
L’effetto palliativo però era assicurato, dal momento che divennero una preda di guerra ambitissima; soprattutto dalle truppe anglo-canadesi che combatterono alla Battaglia della Somme.
Certo, niente di paragonabile all’incredibile catafalco che per un certo periodo venne rifilato alle unità dell’esercito austro-ungarico. Una specie di kit componibile, che poteva fungere da corazza, parapetto, e casamatta portatile. E che con ogni probabilità veniva abbandonata dalla truppa, così camuffata da contrabbasso, alla prima occasione disponibile.

Ovviamente la cosa non passò inosservata agli alti comandi strategici dell’Intesa… E vista l’alta funzionalità di impiego dell’ultimo ritrovato bellico, ognuno si dette a fabbricarne di sue.
Tra i soldati britannici le corazze non ebbero molto successo… E certo gli inglesi preferirono di gran lunga continuare a riutilizzare quelle sottratte ai crucchi, finché non si resero conto che si trattava soltanto di un inutile ingombro da trascinarsi dietro.

Ma nessuno si dette più da fare dello USArmy. E lo straordinario risultato finale di tante fatiche furono le imbarazzanti armature Brewster..!
La Brewster Body Shield fece la sua comparsa nel 1918 sul fronte francese di Verdun. E si può solo immaginare l’incontenibile entusiasmo dei fortunati prescelti, che si trovarono costretti ad indossare un simile scafandro.
Realizzata in acciaio al nickel-cromo dalla Brewster Steel Company, l’armatura pesava oltre 40 kg ed è fin troppo facile intuire che fosse pure di rara scomodità.
Come si potesse correre su un terreno brullo e sconnesso, saltare tra una fossa e l’altra, e scavalcare trincee con una simile roba addosso, resta difficile da immaginare. Però si può ben supporre quale fosse l’esito finale…
Per proteggere le sentinelle, e soprattutto le vedette che costituivano il bersaglio preferito dei cecchini, vennero elaborate delle protezioni di rinforzo per gli elmetti. E le più funzionali furono probabilmente le placche d’acciaio che venivano applicate sugli stahlhelme tedeschi, i quali in alcuni casi vennero ridipinti in un primo esempio di mimetizzazione policroma.
I piastroni d’acciaio in forma trapezzoidale venivano agganciati ai chiodi ai lati dell’elmetto e fornivano così una protezione aggiuntiva, che però non garantiva la salvezza da un colpo frontale e diretto allo stirnpanzer.
Poi come al solito, si volle esagerare e cominciarono a circolare degli inquietanti mascheroni da saldatore di fonderia, a visibilità sempre più ridotta.

Siccome i cecchini più bravi miravano generalmente agli occhi, vennero realizzate fessure sempre più strette col risultato che la sentinella finiva per non vedere più un cazzo.
Gli americani, insuperabili come sempre, fecero un’eclatante invenzione ispirata direttamente al medioevo e mai (ri)messa in circolazione…

Sul fronte italiano, il Regio Esercito si dette da fare anch’esso e nel 1915 fecero la loro comparsa sul campo le mitiche corazze Farina, che avrebbero dovuto fornire un’impagabile protezione ai genieri inviati a tagliare i reticolati attorno alle trincee austriache.

Testate contro armi di medio e piccolo calibro, le corazze dimostravano una buona resistenza, a patto che ci si tenesse almeno a 150 metri (!) dal nemico.

Utilissime contro le schegge di rimbalzo degli shrapnel (e grazie al cazzo!), venivano forate come il burro dai proiettili calibro 8 mm dei fucili Steyr-Mannlicher M1895 in dotazione all’esercito austro-ungarico.
Emilio Lussu, volontario nella Grande Guerra, ridicolizza le corazze ampiamente, avendo avuto modo di verificare sul campo la loro straordinaria efficacia di impiego:

«Le corazze ‘Farina’ erano armature spesse, in due o tre pezzi, che cingevano il collo, gli omeri, e coprivano il corpo quasi sino alle ginocchia. Non dovevano pesare meno di cinquanta chili. Ad ogni corazza corrispondeva un elmo, anch’esso a grande spessore. Il generale era ritto, di fronte alle corazze….. Ora parlava, scientifico: “Queste sono le famose corazze ‘Farina’…. che solo pochi conoscono. Sono specialmente celebri perché consentono, in pieno giorno, azioni di una audacia estrema. Peccato che siano così poche! In tutto il corpo d’armata non ve ne sono che diciotto. E sono nostre! Nostre!” […] “A noi soli” continuava il generale “è stato concesso il privilegio di averle. Il nemico può avere fucili, mitragliatrici, cannoni: con le corazze ‘Farina’ si passa dappertutto”.
“Dappertutto per modo di dire” osservò il colonnello, che quel giorno era in vena di eroismo…. “io ho conosciuto le corazze Farina – spiegò il colonnello – e non ne conservo un buon ricordo, ma forse queste sono migliori”.
“Certo, certo. Queste sono migliori – riprese il generale – con queste si passa dovunque. Gli austriaci…”
Il generale abbassò la voce sospettoso e dette un’occhiata alle trincee nemiche, per accertarsi che non fosse sentito.
“Gli austriaci hanno fatto delle spese enormi per carpirci il segreto, ma non ci sono riusciti. Il capitano del Genio che è stato fucilato a Bologna, pare fosse venduto al nemico per queste corazze. Ma è stato fucilato a tempo. Signor colonnello vuole avere la compiacenza che esca il reparto dei guastatori?”
Il reparto dei guastatori era stato preparato dal giorno prima e attendeva d’essere impiegato. Erano volontari del reparto zappatori, comandati da un sergente, anch’egli volontario. In pochi minuti furono in trincea, ciascuno con un paio di pinze. Essi indossarono le corazze in nostra presenza. Lo stesso generale si avvicinò a loro ed aiutò ad allacciare qualche fibbia. ‘Sembrano guerrieri medioevali’ osservò il generale. I volontari non sorridevano. Essi facevano in fretta e apparivano decisi. Gli altri soldati, dalla trincea, li guardavano con diffidenza. Accanto al cannone praticammo un’altra breccia, nella trincea. Il sergente volontario salutò il generale. Questi rispose solenne, dritto sull’attenti, la mano rigidamente tesa all’elmetto. Il sergente uscì per primo; seguirono gli altri, lenti per il carico d’acciaio, sicuri di sé, ma curvi fino a terra, perché l’elmetto copriva la testa, le tempie e la nuca, ma non la faccia. Il generale rimase sull’attenti finché non uscì l’ultimo volontario, e disse al colonnello, grave: “I romani vinsero per le corazze”.
Una mitragliatrice austriaca, da destra, tirò d’infilata. Immediatamente, un’altra, a sinistra, aprì il fuoco. I volti si deformarono in una contrazione di dolore. Essi capivano di che si trattava. ‘Avanti!’ gridò il sergente ai guastatori. Uno dopo l’altro, i guastatori corazzati caddero tutti. Nessuno arrivò ai reticolati nemici. ‘Avan…’ ripeteva la voce del sergente rimasto ferito di fronte ai reticolati. Il generale taceva. I soldati del battaglione si guardavano terrorizzati

Emilio Lussu
“Un anno sull’altipiano”
(1938)

Essendo disponibile in numero limitato, un così straordinario artefatto venne distribuito soprattutto tra gli Arditi volontari delle cosiddette “compagnie della morte”: nome quanto mai azzeccato per gli aspiranti suicidi, che venivano inviati armati di cesoie e guantoni a tagliare i reticolati nemici.
Le protezioni Farina non si rivelarono più utili dei loro omologhi impiegati sugli altri fronti di guerra, ma la propaganda bellica dei comandi italiani vi aggiunse quel tocco di minchioneria in più, che fa sempre la differenza…
Immaginate voi la praticità (e soprattutto l’utilità) di correre e saltare e strisciare nella terra di nessuno, stringendo una baionetta tra i denti, con mezzo quintale di ferraglia tintinnante addosso, mentre scoprite con sorpresa che le vostre cesoie non riescono a tagliare un filo spinato rinforzato con più di 5 cm di spessore. Senza considerare l’estensione dei campi da bonificare…
I carriarmati si sarebbero rivelati assolutamente più funzionali, ma vabbé! All’epoca venne considerata inizialmente come un’invenzione poco utile e di scarso impiego.

Eppoi vuoi mettere il fascino di una specie di cavaliere medievale schierato in trincea?!?
Assolutamente inutili come protezione, le armature avevano l’indiscutibile svantaggio di rendere subito individuabili i guastatori nel buio, giacché bastava aguzzare l’udito al rumore del ferro che cozzava sulle pietraie insieme al ticchettio delle cesoie. Una volta scoperti, l’esito era in genere assai scontato…
Né migliorò l’utilizzo di scudi protettivi, che a parte l’evidente ingombro non garantivano granché…
Pertanto, vista la loro collaudata efficacia, di corazze pettorali ed armature ne circolarono ancora parecchie fino al 1945.
Dalla Polonia…
Alla Russia sovietica, con le sue Stalnoi Nagrudnik, che forse tra tutti i modelli messi in circolazione si rivelarono tra i più resistenti e forse non tra i più comodi, visto che i due piastroni imbottiti, una volta legati tra loro comprimevano la cassa toracica rendendo difficile la respirazione in caso di affanno.
Stalnoi NagrudnikAnche l’esercito imperiale nipponico realizzò una propria versione, riservata ai signori ufficiali, ed utilizzata durante l’invasione della Cina.
Sull’efficacia del soldato corazzato del futuro non è dato ancora di sapere. Certo per i profitti delle aziende impegnate nella ricerca sarà un successo di sicuro.

Homepage

EI FU…

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , on 26 novembre 2016 by Sendivogius

7-gennaio-1959-alla-vigilia-dellingresso-allavana

È morto Fidel Castro. Le roi est mort, vive le roi!
Ora, si possono pensare e dire molte cose buone o cattivissime del lìder maximo della Rivoluzione cubana, che comunque sia, piaccia o non piaccia, è stato uno dei protagonisti più complessi (e longevi) della storia del ‘900, segnando un’epoca e soprattutto un’utopia; più di quanto i nani ed i pagliacci cotonati, che si agitano nel verminaio di questo orrido squarcio di XXI secolo, saranno mai… 
i-3-bidoniFu un uomo duro? Certo! Fece degli errori? Infiniti! Fu un despota narcisista col gusto del potere? Sì anche (ma non solo), vogliamo parlare pure di tanti sedicenti “statisti” democratici?!?
Soprattutto, è stato l’uomo che (con molti altri) osò sfidare un impero. E vinse! Fu così che un’insignificante isola caraibica si trasformò in una moderna Tortuga, mantenendo la sua indipendenza e dignità, nell’arcipelago delle repubblichette bananiere che costellano da sempre quello che gli USA, sotto ogni amministrazione, considerano il loro esclusivo “cortile di casa”, da gestire per procura su mandato coloniale, soggiogare col ricorso sistematico al terrorismo di stato, e utilizzare come immenso laboratorio economico neo-liberista (prima che le ricette venissero imposte al mondo intero) su scala continentale. S’è visto poi quali erano le alternative considerate accettabili (ed invocate) al governo castrista

videla-pinochet

Nella sua esclusività, Cuba rappresentò invece un’eccezione unica nella storia latinoamericana; fu necessario cingerla con un cordone sanitario perché il contagio non si diffondesse. E lo chiamarono embargo.
Fu vera gloria? A posteri l’ardua sentenza…

Noi critichiamo Fidel, ma non lo condanniamo. Lasciamo le considerazioni ad altri, tanto sarebbe impossibile per noi esaurire l’argomento in così poche righe. E di più non aggiungiamo.
lavana-marzo-1960Quello che invece proprio non ci riesce di capire è per quale imperscrutabile legge della trascendenza su ogni fatto, evento, sbadiglio, vero o presunto tale che sia, sistematicamente, puntuale come un orologio rotto che segna l’ora esatta due volte al giorno, ogni volta ci dobbiamo sorbire l’immancabile omelia di San Roberto Saviano: l’Oracolo vivente per l’intrattenimento gerontologico da varietà finto impegnato, che ogni volta dispensa le sue perle di ovvietà e pregiudizi di saggezza. E che dal cantuccio nel quale vive rintanato in esilio volontario, come auto-recluso guardato a vista (tanta è la paura che s’è preso l’ultima volta), non resiste all’irrefrenabile impellenza di pontificare su tutto e su tutti. E farlo massimamente su cose che non conosce e delle quali ignora tutto, quasi che l’esternazione gratuita (ed inutile) rispondesse all’esigenza primaria di mantenere in vita la propria leggenda di carta, difendendo se stesso dall’ombra sempre roberto-savianoincombente dell’oblio che grava sui predicatori da salotto. Insomma, uno di quelli che per sopravvivere ha bisogno di creare dei “casi” mediatici attorno alla morte altrui, purché non ci si scordi di lui… E per la bisogna parla come un Trump di merda qualunque.
I nani, i pagliacci, e i giganti. Per l’appunto!

Homepage

 

DESISTENZA

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , on 24 aprile 2016 by Sendivogius

'Happy Birthday' - ZeeCast by Alexiuss

Potato degli stoloni retorici, il testo che vi (ri)proponiamo poteva benissimo essere scritto oggi. E invece venne pubblicato nel lontano Ottobre del 1946 sulla rivista mensile Il Ponte, dove ebbe a riunirsi il meglio dell’intelligenza italiana di provenienza azionista, negli anni difficili del primo dopoguerra.
Insomma, il secondo conflitto mondiale s’era concluso da poco più di un anno, l’Italia era diventata una repubblica soltanto da qualche mese (in quanto alla “democrazia”: si trattava più che altro di un postulato teorico ancora lungi dall’essere messo in pratica), e già si parlava di desistenza in luogo della lotta di Liberazione, per una ‘nuova’ compagine governativa la cui unica ansia era quella di archiviare in fretta l’esperienza restistenziale, in una sostanziale continuità col precedente regime rivisto e corretto in salsa ‘democratica’, speculare ad una capillare occupazione del potere che mal si accordava coi valori e le aspirazioni della Resistenza. Soprattutto se visti come fastidiosi impicci dei quali disfarsi in fretta. Oggi si può dire che l’oblio paventato a suo tempo da Piero Calamandrei è un’operazione compiuta, nella sostanziale rimozione della memoria (o nelle sue infantili distorsioni) con tutto ciò che questo comporta. E no, un selfie non ci salverà.

Renzi-Bean

«Quel miracoloso soprassalto dello spirito che si è prodotto, quando ogni speranza pareva perduta, in tutti i popoli europei agonizzanti sotto il giogo della tirannia interna ed esterna, ha ormai ed avrà nella storia del mondo un nome: “resistenza”. Sotto la morsa del dolore o sotto lo scudiscio della vergogna, gli immemori, gli indifferenti, i rassegnati hanno ritrovata dentro di sé, insospettata, una lucida chiaroveggenza: si sono accorti della coscienza, si sono ricordati della libertà. Prima che schifo della fazione interna, prima che insurrezione armata contro lo straniero, questo improvviso sussulto morale è stato la ribellione di ciascuno contro la propria cieca e dissennata assenza: sete di verità e di presenza, ritorno alla ragione, all’intelligenza, al senso di responsabilità. La resistenza è stata, nei migliori, riacquisto della fede nell’uomo e in quei valori razionali e morali coi quali l’uomo si è reso capace nei millenni di dominare la stolta crudeltà della belva che sta in agguato dentro di lui.
BrechtSi è scoperto così che il fascismo non era un flagello piombato dal cielo sulla moltitudine innocente, ma una tabe spirituale lungamente maturata nell’interno di tutta una società, diventata incapace, come un organismo esausto che non riesce più a reagire contro la virulenza dell’infezione, di indignarsi e di insorgere contro la bestiale follia dei pochi. Questo generale abbassamento dei valori spirituali da cui son nate in quest’ultimo ventennio tutte le sciagure d’Europa, merita di avere anch’esso il suo nome clinico, che lo isoli e lo collochi nella storia, come il necessario opposto dialettico della resistenza: “desistenza”. Di questa malattia profonda di cui tutti siamo stati infetti, il fascismo non è stato che un sintomo acuto: e la resistenza è stata la crisi benefica che ci ha guariti, col ferro e col fuoco, da questo universale deperimento dello spirito.
Così ci illudevamo due anni fa, alla vigilia della liberazione. Ma oggi ci sembra di avvertire d’intorno a noi e dentro di noi i sintomi di un nuovo disfacimento.
Ciò che ci turba non è il veder circolare di nuovo per le piazze queste facce note: il pericolo non è lì; non Albert Kesselringsaranno i vecchi fascisti che rifaranno il fascismo. Che tornino in libertà i torturatori e i collaborazionisti e i razziatori, può essere una incresciosa necessità di pacificazione che non cancella il disgusto: talvolta il perdono è una forma superiore di disprezzo.
No, il pericolo non è in loro: è negli altri, è in noi: in questa facilità di oblio, in questo rifiuto di trarre le conseguenze logiche della esperienza sofferta, in questo riattaccarsi con pigra nostalgia alle comode e cieche viltà del passato.
Oggi le persone benpensanti, questa classe intelligente così sprovvista di intelligenza, cambiano discorso infastidite quando sentono parlar di antifascismo: e se qualcuno ricorda che i tedeschi non erano agnelli, fanno una smorfia di tedio, come a sentir vecchi motivi di propaganda a cui nessuno più crede. I partigiani? una forma di banditismo. I comitati di liberazione? un trucco dell’esarchia, i processi dei generali collaborazionisti si risolvono in trionfi degli imputati. I grandi giornali si affrettano a riaprire le terze pagine alle grandi firme, care ai lettori borghesi: dieci anni fa celebravano l’impero e la guerra a fianco della grande alleata, oggi scrivono collo stesso stile requisitorie contro la pace spietata; e il pubblico si compiace di questi elzeviri ritrovati e non si accorge che questa pace è la conseguenza di quella guerra. PansaFinita e dimenticata la resistenza, tornano di moda gli “scrittori della desistenza”: e tra poco reclameranno a buon diritto cattedre ed accademie.
Sono questi i segni dell’antica malattia. È nei migliori, di fronte a questo rigurgito, rinasce il disgusto: la sfiducia nella libertà, il desiderio di appartarsi, di lasciare la politica ai politicanti. Questo il pericoloso stato d’animo che ognuno di noi deve sorvegliare e combattere, prima che negli altri, in se stesso: se io mi sorprendo a dubitare che i morti siano morti invano, che gli ideali per cui son morti fossero stolte illusioni, io porto con questo dubbio il mio contributo alla rinascita del fascismo.
Dopo la breve epopea della resistenza eroica, sono ora cominciati, per chi non vuole che il mondo si sprofondi nella palude, i lunghi decenni penosi ed ingloriosi della resistenza in prosa. Ognuno di noi può, colla sua oscura resistenza individuale, portare un contributo alla salvezza del mondo: oppure, colla sua sconfortata desistenza, esser complice di una ricaduta che, questa volta, non potrebbe non esser mortale.»

Piero Calamandrei
“Desistenza”
(Il Ponte. Anno II, n.10; 1946)

Homepage

VERDINOSUS

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , on 18 marzo 2016 by Sendivogius

CARIATIDE - by Edoardo Baraldi«Cuopri, e non ti dar per inteso, se vieni a notizia dell’altrui accusa contro di te, nè tosto emendati di ciò, che ti s’imputa, acciocchè la spia non s’avveda del tuo camminar sott’acqua, e dica, lui aver fatte le sue parti per zelo, e carità. Venendoti però il taglio avanti il Giudice, protesta costantemente, colui essere un vituperoso spione, e tuo nemico implacabile, e che da lui, come superiore, e Giudice cotal fatta d’uomini traditori si desidera, non già s’ama: digli inoltre, che colui pratica lo stesso stile teco degli altri, venendo a dipingerti con li colori i più infausti; e pur egli con esso loro professa amicizia. Dunque tal sorte di gente, non già vuol aversi in conto di compagni, e amici, ma di pubblici detrattori, e maligni; e benchè esso per obbligo della carica se li veda volentieri d’intorno, a suo tempo ne sperimenterà anch’egli gli effetti, e indegni operati. In somiglianti casi di malinconia ingòlfati ne’ maneggi, come per distrarti con un sollievo serioso, e grave. Guardati frattanto dall’accusatore, e consigliati, che potresti fare, per isbrogliarti, dal medesimo Giudice, come se consigliassi un tuo amico. Se tal’uno, per alienarti l’amico, gli avesse riferiti fatti enormi della tua persona; parlando col medesimo amico, non gli dir, se non bene del tuo malevolo. Potendo, proccura far complice in giudizio lo stesso tuo accusatore, o pure dimostra, esser cose notorie le accuse, ch’egli crede produr, come novissime, ed i successi furono appunto in quell’anno, che egli in pena de’ suoi misfatti dovea esser casso dalla milizia, e simili facezie plausibili. Se sei accaggionato d’un gruppo di accuse; non negar affatto ogni cosa, per non ti far perdere il credito, con quelle negative ostinate. Alcuni capi, avvegnachè falsissimi, lasciali correre, per farti conoscer docile, e non già patrocinare i falli: per lo più è meglio non passar discolpe col Padrone, dov’egli non ne ricerchi, quantunque tu sappi di certo, essergli arrivate le doglianze. Perchè così susciteresti maggiori torbidi, e ti avvilupperesti di vantaggio. Comincia bensì a guardarti d’incorrere in quel difetto, anzi ad operar tutto l’opposto

BreviarioGiulio Raimondo Mazzarino
Breviarium politicorum secundum Rubricas Mazarinicas
(1684)

PATER PATRIAE

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 dicembre 2015 by Sendivogius

master of puppets coloured by Zalines

Con la morte di Licio Gelli alla veneranda età di 96 anni, scompare l’ultimo (e più vero) padre costituente di questa protuberanza fascio-clerico-massonica, penzolante impotente alle propaggini inferiori dell’Europa, e meglio conosciuta come “Repubblica Italiana”.
Kiss the LicioElevato in forme mitologiche ad entità immanente, il Gran Maestro Venerabile (così si faceva chiamare) ha rappresentato per lunghissimo tempo l’incarnazione del “lato oscuro della forza” al servizio di uno Stato parallelo, in grado di incistarsi (peraltro con estrema facilità) nei gangli nevralgici dell’amministrazione pubblica dell’Italia ‘democratica’, determinandone spesso il corso e plasmandone l’identità in una sorta di doppia fedeltà istituzionale, col perseguimento dei più inconfessabili interessi. O almeno ciò è quanto avveniva prima di finire confinato nel buen retiro dorato di Villa Wanda, in quella sonnacchiosa provincia aretina improvvisamente sconquassata dall’ultimo scandalo della Banca Etruria: la stessa dove il Venerabile teneva i suoi conti fiduciari, potendo contare su una disponibilità di denaro in apparenza illimitata.
puparoConsiderato praticamente il “regista occulto” di tutte (o quasi) le trame eversive, che hanno sconvolto e condizionato il sottobosco della politica italiana per oltre mezzo secolo, non vi è stata inchiesta né scandalo in cui non sia comparso il nome del “grande burattinaio”, sempre defilato ma onnipresente, nella sostanziale ambiguità che ha contraddistinto la sua azione a tutti i livelli possibili di un contropotere nascosto, eppure palpabilissimo nella sua influenza costante, facendo della cospirazione ben più che un’arte di successo.
Istruzione elementare ed ambizioni smisurate, nel corso della sua lunghissima esistenza, Licio Gelli ha vissuto molte vite, rimanendo però coerente a quella che in fondo è sempre stata la sua estrazione ideologica di riferimento…
Licio Gelli - Tessera PNFFascista verace della prima ora, è attivissimo nelle repressione del dissenso. Con un ruolo mai chiarito (ci mancherebbe!) nei servizi segreti del duce, si dedica alle schedature di massa che redige con precisione maniacale. Nel 1943 aderisce convintamente ai “fasci repubblicani” della RSI di Salò; spione al soldo dei nazisti, fa il doppiogioco ed alla fine della seconda guerra mondiale solo per un soffio sfugge alla fucilazione per collaborazionismo, facendosi pure passare per partigiano (!). Ricostruita una verginità democratica, si ricicla senza problemi nella nuova Italietta democristiana (che gli garantirà protezioni e immunità), non venendo mai meno alla sua passione inveterata per l’intrigo e facendo più che tesoro delle sue esperienze pregresse. Gelli è in fin dei conti un uomo che si mette a disposizione, in un intreccio perverso di affarismo, complotti e politica, perseguendo un personalissimo disegno di potere…
LoggeLe sue ‘consulenze’ offrono la sponda alle pesantissime ingerenze della CIA di Allen Dulles e James Jesus Angleton nel dopoguerra. E non disdegnano i tentativi di colpo di stato (dal “Golpe Borghese” alla Rosa dei venti”) per l’instaurazione di un regime autoritario e parafascista, sulla falsariga della “Dittatura dei Colonnelli” in Grecia. Nell’intreccio di inchieste che lo Gladiolambiscono appena, durante la sua lunga epopea, il nostro piccolo eroe borghese compare nei misteri di “Gladio”. Bazzica l’eversione nera, insieme all’apertura di quella lunga stagione stragista che va sotto il nome di strategia della tensione (coi relativi depistaggi in istituzionale sede). Ma il personaggio fa capolino anche nei segreti del Caso Moro; rispunta nell’omicidio di Mino Pecorelli e nel crack del Banco Ambrosiano di Calvi e Sindona (entrambi suicidati), passando per la banca del OP- La Gran Loggia VaticanaVaticano (lo IOR). Il suo brand di riconoscimento più famoso resterà sempre la loggia massonica ‘coperta’ Propaganda 2, con ramificazioni in ogni articolazione possibile dell’apparato economico (dall’industria alla finanza) e militare. Praticamente controlla l’intero controspionaggio italiano, che una certa vulgata assolutoria definisce “deviato” quando l’infiltrazione era invece totale o quasi. E non disdegna incursioni nel mondo politico (inserendosi nella lotta tra correnti democristiane) e nell’editoria (dal Corriere della Sera, al controllo della Rizzoli, fino alla nascita delle tv commerciali di Silvio Berlusconi..). Perché Licio Gelli è forse uno dei primi in Italia a capire, meglio e più degli altri, l’importanza del ruolo dei mass-media nella manipolazione dell’opinione pubblica e conseguentemente del suo controllo. D’altronde e nonostante qualche fastidio, la P2 si rivela un’esperienza fortunata, destinata a rinnovarsi nel tempo…
loggia-P2-3-4-PnDemiurgo e ispiratore di un nuovo ordine, il Venerabile stilerà un vero e proprio manuale politico, con un cospicuo pacchetto di ‘riforme’, che chiamarà pomposamente “Piano di Rinascita democratica”. Va da sé che la parola “democratico” è presente solo nel nome del progetto e costituisce un ossimoro. A lungo osteggiato in Italia, il “Piano” troverà piena applicazione nei regimi dittatoriali dell’America Latina, dove peraltro Licio Gelli conduce un proficuo giro d’affari. Si scommette molto sull’Uruguay di Alberto Demicheli, ma è l’Argentina peronista il laboratorio più promettente… Il miglior interprete del piano di riforma sarà però la feroce giunta militare instaurata Jorge Videlanel 1976 dal generale Jorge Rafael Videla, e proseguita poi (fino al 1983) dai suoi subordinati con le stellette: Roberto Viola, Emilio Massera, Leopoldo Galtieri, Benito Brignone. È curioso notare come in pratica siano tutti o quasi oriundi italiani! La dittatura argentina rielabora quindi il “piano di rinascita“, che per la bisogna diventa “Processo di riorganizzazione nazionale” e che almeno non si ha l’ indecenza di chiamarlo “democratico”.
Giuramento della Giunta militare di MASSERA-VIDELA-AGOSTIBollato all’epoca senza indugio come progetto eversivo, il “Piano di Rinascita” elaborato da Gelli resterà a lungo relegato ai margini della vita politica italiana, come fantasia cospirativa per nostalgici mussoliniani. Bisognerà Ricevuta di pagamento per iscrizione alla P2aspettare il XXI secolo e l’avvento dell’ex confratello piduista Silvio Berlusconi alla Presidenza del Consiglio, per veder tornare in auge l’antico prospetto restituito a nuova dignità ed inaspettata validità. Tuttavia, contro ogni previsione, è con l’instaurazione dell’ultimo governo abusivo di Laide Intese, ovviamente a prova di legittimazione elettorale, che il “Piano di Rinascita democratica” (ormai pienamente riabilitato) sembra trovare la sua massima legittimazione in ambito istituzionale, costituendo parte integrante nell’impianto ispiratore della nuova “riforma costituzionale” e “modernizzazione dello Stato”, pompata a colpi di decreti-legge e voti di fiducia a cadenza giornaliera, che sembrano essere diventati la prassi ordinaria del Governo Renzi.
Ce lo chiede LicioCol vezzo civettuolo del “padre nobile” in attesa del meritato riconoscimento, il Grande Vecchio non mancava di farlo notare, quanto mai compiaciuto da un così grande riconoscimento postumo, nel suo splendido esilio aretino dove si dedicava alle composizione poetiche, raccolte in edizioni autoprodotte di lusso per gli amici, fregiandosi del titolo di “conte”. A suo modo, Licio Gelli potrebbe essere considerato persino un “innovatore”, un “precursore” del nuovo millennio. E dunque andrebbe annoverato a pieno titolo tra i veri fondatori della sedicente Terza Repubblica (che assomiglia sempre più ad una merda rifatta e dipinta)  la quale, se tutto andrà come deve, sancirà in realtà il pieno trionfo di una lunga opera decennale, a coronamento del lavoro di una vita intera. Non per niente, a legittimazione della sua attività ‘sotterranea’, il personaggio ha sempre goduto di un’impunià pressoché totale.

Homepage

MAOMETTO E CARLOMAGNO

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 dicembre 2015 by Sendivogius

The roots of jihad

L’opera di Henri Pirenne si è sempre prestata a tutte le opinioni e tutte le contestazioni, prima di cadere nell’oblio e ridursi a letture antologiche in estratti per svogliatissimi studenti liceali che non saprebbero distinguere un tordo da una quaglia.
Henri PirenneApprossimativo, superato, inesatto. Acuto, innovativo, brillante. Pirenne è un autore che va letto, non foss’altro per la sua prosa semplice e scorrevolissima. Fa sempre la sua bella figura nella vostra più o meno copiosa biblioteca domestica. Ed è comunque un ottimo regalo di natale, al posto di ben altri orrori letterari che infestano le librerie.
In un’epoca confusa e ipocrita come la nostra, in cui le guerre si combattono ma si passa il tempo a negarne l’esistenza, riscoprire le pagine del dimenticato Pirenne (a ottanta anni dalla sua scomparsa) potrebbe costituire un’interessante sorpresa. In fondo, con più di qualche forzatura, è una storia di immigrazione, scontri e integrazioni culturali… Nel delineare gli aspetti dell’espansione islamica nel Mediterraneo e le trasformazioni più o meno conseguenti dell’Europa carolingia, lo storico belga forse è uno dei pochi studiosi ad infrangere, si potrebbe dire a sua insaputa, un certo cliché consolidato (a cui si oppongono altrettanti stereotipi contrari) e costruito attorno alla favoletta buona di un islam delle origini, tanto aperto quanto e tollerante (ma certamente non pacifico), in contrapposizione alle cupezze di un medioevo oscuro e barbarico di un Europa sprofondata nei secoli bui. Attraverso una prosa agevole e accattivante, Pirenne intuisce l’essenza di tanta “tolleranza”, cogliendone forse la natura più prossima al vero, liquidata in poche e significative righe:

Siege of Amorium«Per comprendere l’espansione dell’Islam nel VII secolo niente è più suggestivo che confrontarla, nel suo impatto sull’Impero romano, con le invasioni germaniche….. Quando l’Impero, con le sue frontiere in frantumi, abbandona la lotta, i suoi invasori si lasciano subito assorbire da esso e, per quanto possibile, ne continuano la civiltà entrando nella comunità su cui essa si fonda.
Late Romans vs Germanic Goths[…] Il problema che si pone è capire perché gli Arabi, che non erano certamente più numerosi dei Germani, non furono come questi assorbiti dalle popolazioni dei paesi di civiltà superiore di cui si impadronirono. Il nocciolo della questione è tutto qui. C’è solo una possibile risposta ed è di ordine morale. Mentre i Germani non avevano niente da opporre al cristianesimo dell’Impero, gli Arabi erano esaltati da una nuova fede. Fu questo e questo soltanto che li rese inassimilabili. Per il resto infatti non avevano maggiori prevenzioni dei Germani contro la civiltà dei popoli che avevano conquistato. Anzi, l’assimilarono con sorprendente rapidità: nelle scienze si misero alla scuola dei Greci, in arte a quella dei Greci e dei Persiani. Non erano neanche fanatici, almeno all’inizio, e non avevano intenzione di convertire i loro sudditi. Ma volevano che obbedissero al dio unico, Allah, e al suo profeta Maometto, e poiché costui era arabo all’Arabia. La loro religione universale era al tempo stesso nazionale. Erano i servitori di dio.
Esercito OmayadeIslam significava rassegnazione o sottomissione a Dio e musulmano significa sottomesso. Allah è uno ed è logico quindi che tutti i suoi servitori abbiano l’obbligo di imporlo ai miscredenti, agli infedeli. Quello che essi si propongono non è, come abbiamo detto, la loro conversione ma il loro assoggettamento. Sono questi i principi che essi portano con sé. Dopo la conquista non chiedono di meglio che prendere come bottino la scienza e l’arte degli infedeli: le coltiveranno in nome di Allah. Si impadroniranno anche delle istituzioni, nella misura in cui saranno loro utili. Per dominare l’impero che hanno fondato non possono più basarsi sulle proprie istituizioni tribali, così come i Germani non poterono imporre le loro all’Impero romano. La differenza è che, ovunque si trovino, dominano. I vinti sono loro sudditi ed essi soli pagano l’imposta, perché sono fuori dalla comunità dei credenti. La barriera è insormontabile: non può esserci alcuna fusione tra le popolazioni conquistate ed i musulmani….. Presso i Germani il vincitore andrà spontaneamente al vinto. Con gli Arabi è il contrario: il vinto andrà al vincitore e potrà farlo solo servendo, come lui, leggendo come lui il Corano, imparando dunque la lingua araba che è la lingua santa e al contempo la lingua stessa dei dominatori.
Guerriero arabo VIII secoloNessun proselitismo e neppure alcuna pressione religiosa, come invece era avvenuto per i cristiani col trionfo della Chiesa. “Se Dio avesse voluto”, dice il Corano, “avrebbe fatto di tutti gli uomini un solo popolo”, e condanna testualmente la violenza contro l’errore. Esige solo obbedienza ad Allah, obbedienza esteriore di esseri inferiori, degradati, spregevoli, che sono tollerati ma vivono nell’abiezione. E ciò è insopportabile e demoralizzante per l’infedele. La sua fede non viene combattuta, ma ignorata. E questo è il mezzo più efficace per distaccarlo e condurlo ad Allah il quale, restituendogli la sua dignità, gli aprirà al tempo stesso le porte della città musulmana. E poiché la sua religione obbliga il mussulmano a trattare l’infedele come soggetto, l’infedele va a lui e così facendo spezza i legami con la sua patria ed il suo popolo. Il Germano si romanizza dal momento in cui penetra nella “Romania”, il Romano invece si arabizza dal momento in cui viene conquistato dall’Islam, e poco importa che, ancora in pieno ‘medioevo’, sopravvivano in mezzo ai musulmani piccole comunità di copti, nestoriani, e soprattutto Ebrei. Questo non impedisce una profonda trasformazione di tutto l’ambiente. Avviene una rottura, un taglio netto con il Coranopassato. Il nuovo signore non permette più che nell’ambito in cui esercita il proprio dominio una qualche influenza possa sfuggire al rigido controllo di Allah. Il suo diritto, la cui principale fonte è costituita dal Corano, si sostituisce al diritto romano, la sua lingua al greco ed al latino.
Cristianizzandosi, l’Impero aveva per così dire cambiato anima; islamizzandosi cambia a un tempo anima e corpo. La società civile non è meno trasformata della società religiosa. Con l’Islam un nuovo mondo irrompe su quelle coste del Mediterraneo dove Roma aveva diffuso il sincretismo della sua civiltà. Si produce una lacerazione che durerà fino ai giorni nostri

Henri Pirenne
“Maometto e Carlomagno”
Newton Compton
Roma, 1993

Homepage

Total Engagement

Posted in Roma mon amour with tags , , , , , , , , , , , , on 14 settembre 2015 by Sendivogius

Romans vs Aliens

Come potere immaginare, quella trascorsa è stata una settimana molto ‘impegnativa’…
Un trionfo grafico su espansione in gameplay che è un piacere per gli occhi (e un tormento per la ram del pc), dove si incontrano e si fondono generi storici, commistioni cinematografiche e produzioni televisive, le quali spaziano dal più che divertente Vikings
All’ingenerosamente sottovalutato Attila the Hun: docudrama della BBC per la (notevole) serie Heroes & Villains
E non mancherebbe neppure qualche piccolo richiamo al Game of Thrones, nel suo intreccio di fazioni, alleanze e tradimenti; anche se lo spunto storico è liberamente tratto dalla Guerra delle due Rose (con gli Stark al posto degli York ed i Lannister in quello dei Lancaster), che peraltro ha abbondantemente ispirato la letteratura inglese (Shakespeare su tutti). Per il resto, noi non amiamo molto il genere  fantasy, ma certe scene valgono l’intera serie al suo massimo fulgore…
Il tutto cucinato insieme e meravigliosamente infiocchettato in questo nuovo ‘Attila’, immerso nelle invasioni barbariche del V secolo d.C. (quelle che gli storici tedeschi amano chiamare Völkerwanderung), all’interno di una cornice cupa e decadente, pervasa da toni apocalittici con citazioni tratte direttamente dal “Libro della Rivelazione” di San Giovanni, tra sigilli spezzati e cavalli colorati, per una vera libidine ludica. Dunque, non vi è proprio motivo per non dover continuare…
Tra i trionfalismi propagandistici del Re di Fuffa a cura del ricostituito Min.Cul.Pop, “emergenze migranti” ribollite in tutte le salse possibili su cottura mediatica, e le puzzette del Mandela de noantri… ci sono modi assai più divertenti (e salutari) per trascorrere il proprio tempo libero.

Homepage

Oriente e Occidente (II)

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 agosto 2015 by Sendivogius

Raffaello Sanzio - 'Scuola di Atene'

«Anis si era dunque ribattezzato “Rushdie” in onore di Ibn AverroesRushd, colui che in Occidente è noto come Averroè, il filosofo arabo-spagnolo di Cordoba del XII secolo che era diventato il “qadi”, o giudice, di Siviglia, traduttore e commentatore celebrato delle opere di Aristotele. Suo figlio portò quel nome per due decenni prima di rendersi conto che il padre, un vero studioso dell’islam a cui però mancava completamente la fede religiosa, lo aveva scelto perché di Ibn Rushd ammirava le argomentazioni razionalistiche all’avanguardia nei confronti degli islamici che, ai suoi tempi, tendevano a interpretare le scritture in modo strettamente letterale.
teologo-arabo[…] Dalla tomba, suo padre gli aveva consegnato un vessillo sotto il quale era pronto a lottare, il vessillo di Ibn Rushd, ossia dell’intelletto, dell’argomentazione, dell’analisi e del progresso, per la libertà della filosofia e dell’insegnamento dai ceppi della teologia, per la ragione umana contro la cieca fede, la sottomissione, l’accettazione prona e l’immobilismo. Nessuno vuole andare in guerra, ma se ti ci trovi in mezzo, che almeno sia una guerra giusta, per le cose più importanti che ci sono al mondo, e allora potresti anche chiamarti “Rushdie”, se dovessi andare a combatterla, e collocarti laddove ti ha messo tuo padre, nel solco della tradizione del grande aristotelico, Averroè, Abuˉ ’l-Walˉıd Muhammad ibn Ahmad ibn Rushd.
Abuˉ ’l-Walˉıd Muhammad ibn Ahmad ibn Rushd[…] Anis era un senza Dio, il che è ancora considerato una condizione scioccante negli Stati Uniti, sebbene sia tutt’altro che eccezionale in Europa, e completamente incomprensibile nella maggior parte del resto del mondo, dove la sola idea di “non credere” è difficile persino da formulare. Ma era esattamente ciò che era: un ateo che però sapeva molto di Dio e ci pensava spesso. Le origini dell’islam lo affascinavano poiché erano le uniche a essere storicamente documentate tra le grandi religioni del mondo, e perché il Profeta non era una leggenda glorificata da “evangelisti” che avevano scritto cento o più anni dopo la vita e la morte dell’uomo reale, né un piatto riscaldato da quell’eccezionale proselitista che era stato san Paolo per un facile consumo globale, ma piuttosto un uomo dalla vita ampiamente certificata, di cui si conoscevano bene le condizioni economiche e di censo, vissuto in un’epoca di profondi cambiamenti sociali, un orfano diventato mercante Al-Qurandi successo dalle tendenze mistiche, che un giorno, sul monte Hira vicino alla Mecca, aveva visto l’arcangelo Gabriele stagliarsi all’orizzonte riempiendo la volta celeste e istruendolo su come “recitare” e pertanto creare a poco a poco il testo della “Recitazione salmodiata”, al-Qur’an, il Corano.
Anis aveva tramandato al figlio la convinzione che la nascita dell’islam fosse affascinante proprio perché si era verificata “dentro la storia”, e che, in quanto tale, non poteva che essere stata influenzata dagli eventi, dalle pressioni e dalle idee circolanti al tempo della sua creazione; e che storicizzare l’accaduto, cercare di capire come una grande idea potesse essere modellata da quelle diverse forze, era di fatto l’unico approccio possibile all’argomento; e che si poteva considerare Maometto un autentico mistico – così come si può accettare che Giovanna GABRIEL - Far from Graced’Arco abbia realmente sentito delle voci o che la Rivelazione di san Giovanni riporti effettivamente l’esperienza “reale” di un’anima tormentata – senza necessariamente stimare come vero che, se qualcuno fosse stato accanto a lui quel giorno sul monte Hira, avrebbe assistito a sua volta all’apparizione dell’arcangelo.
La rivelazione doveva essere intesa come un evento interiore, individuale, non come una realtà oggettiva, e la parola rivelata andava indagata come ogni altro testo, usando tutti gli strumenti critici a disposizione, letterari, storici, psicologici, linguistici e sociologici. In breve, il testo doveva essere considerato come un artefatto umano e, in quanto tale, preda della fallibilità e dell’imperfezione degli uomini.
Il critico americano Randall Jarrell, con una frase diventata famosa, ha definito il romanzo come “un lungo scritto con qualcosa di sbagliato dentro”. Ecco, Anis Rushdie pensava di sapere cosa ci fosse di sbagliato nel Corano: alcuni passaggi sembravano sconnessi.
MaomettoSecondo la tradizione, Maometto, che era forse analfabeta, quando scese dalla montagna cominciò a recitare e chiunque appartenesse alla sua più stretta cerchia e gli fosse vicino in quel momento trascrisse le sue parole su quanto aveva sottomano: pergamena, pietra, pelle, foglie, e talvolta, si dice, persino ossa. Questi brani furono conservati in un forziere custodito nella sua abitazione fino alla sua morte, quando i compagni si riunirono per stabilire la corretta sequenza della rivelazione, ed è alla loro risolutezza che dobbiamo il testo del Corano diventato canonico. Per poterlo considerare “perfetto”, il lettore è chiamato a credere che: a) l’arcangelo abbia riferito la Parola di Dio senza alcuna imprecisione, il che è del tutto ammissibile dal momento che si presume che gli arcangeli siano immuni da refusi; b) il Profeta, o, come preferiva chiamarsi, il Messaggero, si sia ricordato le parole dell’arcangelo con assoluta precisione; c) le frettolose trascrizioni dei compagni, buttate giù nel corso di una rivelazione durata ventitré anni, siano parimenti esenti da errori; d) quando essi si riunirono per disporre il testo nella sua forma definitiva, la loro memoria collettiva della corretta sequenza fosse a sua volta perfetta.
Quraysh Anis Rushdie era riluttante a contestare le proposizioni a), b) e c). La d), invece, gli risultava più difficile da digerire, perché, come facilmente si accorge chiunque legga il Corano, parecchie sure, o capitoli, contengono profonde discontinuità, cosicché un argomento è lasciato cadere d’un tratto, senza preavviso apparente, per poi magari essere ripreso inaspettatamente più avanti, all’interno di una sura che fino a quel momento riguardava tutt’altro. Anis coltivò a lungo il desiderio di ricomporre quelle discontinuità per poter così giungere a un testo che fosse più chiaro e più facile da leggere. Non si trattava di un piano segreto o nascosto, tutt’altro, ne discuteva apertamente con gli amici anche a cena. Non c’era nessun brivido in quell’impresa, nessuna sensazione che essa potesse costituire un pericolo. Forse i tempi erano diversi, e un’idea del genere poteva essere sostenuta senza temere ritorsioni; o forse le persone al corrente erano davvero meritevoli di fiducia; o semplicemente Anis era soltanto un eccentrico inoffensivo. Fatto sta che quello studioso revisionista crebbe i suoi figli in un’atmosfera di indagine libera e aperta, senza divieti, senza tabù. Tutto, persino le sacre scritture, poteva essere vagliato e, almeno potenzialmente, migliorato

Salman RushdieSalman Rushdie
Joseph Anton
Mondadori, 2012

Homepage

SEPTEMBER-PROGRAMM

Posted in Kulturkampf, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 luglio 2015 by Sendivogius

Germany wallpaper by Vortigauntdpr

Nel 1961, con la pubblicazione del suo Assalto al potere mondiale, lo storico Fritz Fischer sollevava un putiferio negli ambienti accademici tedeschi, mettendo in discussione uno dei totem nazionali, che vuole la Germania come una vittima delle circostanze, nella declinazione di ogni responsabilità per costante auto-assoluzione, sottolineando invece l’esistenza di un filo conduttore che accomunerebbe la politica estera ed economica del Reich guglielmino con lo stato nazionalsocialista, il quale nella sua eccezionalità pure agì in sostanziale continuità ereditandone molte delle linee guida.
GermanysaimsinthefirstworldwarSecondo l’analisi di Fischer, al principio del XX secolo il Reich perseguiva con lucidità il consolidamento di una posizione egemonica a livello continentale, tramite la creazione di una grande sfera di influenza su scala globalizzata, col suo “power-core” in una Mittleuropa sotto la diretta direzione tedesca, ed al contempo con la costituzione di una serie di stati-vassalli a sovranità limitata, posti sotto il controllo germanico. E ciò sarebbe dovuto avvenire, attraverso la costituzione di una specifica area economica di scambio, a garanzia delle industrie tedesche ed a vantaggio esclusivo della propria bilancia commerciale.
Cover Contro rivoluzioniLa supremazia teutonica, garantita dalla preponderanza dell’elemento militare, sarebbe stata ulteriormente puntellata da una serie di annessioni ai propri confini, con la creazione di una cintura di stati-cuscinetto nell’Europa Orientale e l’annessione di ampie porzioni di territorio francese e belga ad Occidente.
Bundesarchiv_Bild_183-R52907,_Mannschaft_mit_Gasmasken_am_Fla-MGIl progetto di natura geopolitica a trazione economica avrebbe contato sul convinto appoggio della cancelleria imperiale e dei principali gruppi finanziari ed industriali del paese, potendo altresì contare sulla sponda di gran parte del mondo intellettuale tedesco. Lo scoppio della prima guerra mondiale sarebbe stato dunque solo la diretta conseguenza di una simile impostazione, costituendo a suo modo una “opportunità” per la realizzazione di un tale progetto.
Theobald von Bethmann-HollwegNel 1914, dopo l’offensiva della Marna, gli obiettivi di guerra tedeschi vengono condensati e ricapitolati in un controverso documento conosciuto come il “Programma di Settembre” (Septemberprogramm). Il capitolato, che costituiva una sorta di “lista della spesa” con le pretese e la raccolta di proposte informali, da parte dei vari gruppi di potere che si muovevano all’ombra dell’apparato politico-industriale e militare tedesco, raggiunge la sua stesura definitiva il 9 Settembre del 1914 (da lì il nome), ad opera del cancelliere Theobald von Bethmann-Hollweg. A compilare la stesura del programma provvede però Kurt Riezler, segretario generale del cancelliere.
septemberprogramA livello strettamente economico, una peculiarità piuttosto curiosa del piano consisteva nella creazione di una grande unione doganale, con la creazione di un’area di ‘libero’ scambio. Si tratta della “Mitteleuropäischer Wirtschaftsverband” (associazione economica mitteleuropea), che avrebbe dovuto comprendere la Francia, il Benelux (Belgio, Olanda e Lussumburgo), , l’Austria, l’Ungheria, l’Italia, i paesi Nazisti in Ucrainascandinavi (Danimarca, Svezia, Norvegia) ed i futuri stati cuscinetto dell’Europa Orientale: dai paesi baltici (Lituania, Lettonia, Estonia), passando per la Polonia e l’Ucraina, in funzione anti-russa.
In particolare, Kurt Riezler ipotizzava la creazione di una confederazione di stati, concepita come una società per azioni nelle quali l’azionista di maggioranza sarebbe stata la Germania, in grado di condizionare e determinare col suo peso egemonico le scelte e le condizioni di tutti gli altri.
NeinSilhouetteBLUEglassLo scopo di questa sorta di unione economica europea allo stato embrionale era quello di stabilizzare il dominio economico tedesco sull’Europa centrale. I partecipanti all’unione mittleuropea, nominalmente uguali sarebbero stati in realtà subordinati agli interessi tedeschi.
manifesto-propaganda-tedesco Nel caso della Francia era prevista poi l’annessione dei distretti minerari di Brey e della Lotaringia, la totale chiusura degli scambi commerciali con la Gran Bretagna e la trasformazione del territorio francese in un immenso mercato per le merci e gli investimenti tedeschi. Il Belgio sarebbe stato ridotto ad un protettorato tedesco, da tenere sotto occupazione militare.
È interessante notare come alcuni dei propositi contenuti all’interno del sedicente “programma” costituiscano una variabile costante della politica germanica: dalla creazione di una unione doganale per lo smercio delle proprie manifatture, alla creazione di un’area egemonica a trazione tedesca su base mitteleuropea, che abbia il suo punto di forza nell’area Baltica, puntando sul sostegno di Lituania ed Estonia per sottrarre l’Ucraina dalla sfera di influenza russa. In pratica è esattamente quanto sta accadendo oggi, col conflitto ucraino che oppone Berlino (e Washington) a Mosca per interposti contendenti.
Ucraina democraticaPertanto, Fritz Fischer individuava nelle aspirazioni egemoniche dell’espansionismo teutonico le cause che condussero l’Europa alla catastrofe della “Grande Guerra”, suscitando la stizzita reazione dei conservatori. Soprattutto, riaccendeva l’attenzione sull’anomalia tedesca, che nella sua specificità corre lungo le vie tortuose del “Sonderweg”, che in passato sono confluite in quel cocktail venefico ad alta gradazione tossica di intransigenza luterana ed ipocrisia moralista, autoritarismo prussiano ed elitismo reazionario, nazionalismo estremo e darwinismo sociale, che sono alle origini dello stato tedesco ed alla base di uno sviluppo patologico, di cui il nazismo non sarebbe che una “variante”; a tal punto da costituire un risultato storico inevitabile riflesso nei difetti unici del “carattere nazionale tedesco”, secondo l’analisi alquanto impietosa di certa storiografia britannica.
WW-I soldiersC’è da dire che il progetto economico di una Mitteleuropäischer Wirtschaftsverband non viene abbandonato con la fine della guerra, ma viene fatto proprio dai nazisti che riprendono l’idea conferendogli una dimensione prevalentemente economica, attraverso la costituzione di una “comunità europea” (Europäische Wirtschaftsgemeinschaft) d’impronta tedesca, attraverso l’istituzione di una moneta unica e la creazione di un grande spazio economico (Großwirtschaftsraums), da costruire sotto la guida della GEWG (Società per la programmazione economica europea).
Second_world_war_europe_1941-1942Nel Luglio del 1940, Walther Funk, ministro dell’Economia e presidente della Reichsbank, presenta il suo progetto per la “riorganizzazione economica dell’Europa”, meglio conosciuto come Piano Funk, finché nel Settembre del 1942 le fatiche di Funk confluiranno in un articolato documento dal titolo assai evocativo: “Comunità economica europea” (Europäische Wirtschaftsgemeinschaft). Alla stesura oltre allo stesso Walther Funk, partecipano: Gustav Koenigs, segretario di Stato; Philipp Beisiegel, ministro del Lavoro; Heinrich Hunke, presidente della Camera di commercio e industria di Berlino… Ma ci sono anche esponenti del mondo economico tedesco come Anton Reithinger, direttore del dipartimento economico della IG Farben, e Bernhard Benning, direttore del Reichs-Kredit-Gesellschaft.
Tedeschi ad AteneIn quanto circoscritti ad un periodo oscuro della storia recente, alla luce delle vicende del tempo presente, ci sarebbe da chiedersi quanto il “percorso solitario” dei popoli tedeschi verso la cosiddetta integrazione europea, sempre in bilico tra Est ed Ovest, pulsioni isolazioniste e sindrome da accerchiamento, sia davvero compiuto. E quanto il ritrovato orgoglio nazionale che sembra degenerato in una nuova arroganza totalitaria, che ha nell’ordoliberismo tedesco il suo punto di forza, sia del tutto scevro da pretese di superiorità culturale ed etnica, mentre pretende di dare lezioni di etica ad un intero continente.
NEU_GE2_01La differenza che intercorre tra una Germania europea ad un’Europa tedesca risiede nell’allucinante abnormità dello sciagurato caso ellenico, con l’imposizione di una serie di diktat che lungi dall’assomigliare ad una “trattativa” si configurano piuttosto come un ultimatum, fissato in 72 ore, finalizzato più che altro all’annientamento della Grecia a scopo intimidatorio, concepito come una sorta di atto di guerra attraverso la “conventrizzazione” di un intero paese per la sua capitolazione incondizionata.

Massacro di Distomo

L’ultimatum dell’Austria-Ungheria alla Serbia, che determinò lo scoppio della prima guerra mondiale, si reggeva su condizioni lungamente più sostenibili e meno umilianti di quelle che la Germania ‘democratica’ sta imponendo alla Grecia nell’ignavia del resto d’Europa, a vergogna perenne di una “Unione” utilizzata come arma di distruzione di massa e che ha interamente smarrito le ragioni del suo essere.

Homepage