Archivio per Storia d’Italia

Il Mostro di Roma

Posted in Ossessioni Securitarie, Roma mon amour with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 marzo 2009 by Sendivogius

 

 E lasciavamo le porte aperte…”

 

urlo-scream  Quello delle “porte aperte” è un luogo comune particolarmente caro a certa vulgata qualunquista, cementata nella nostalgia di una sorta di “Età dell’Oro” che non è mai esistita, se non nella fantasia dei suoi ostensori. Si tratta di una proiezione fortunata che si perpetua longeva nel tempo, suffragata dalle presunte reminescenze popolari desunte dalla ‘saggezza degli anziani’, tanto da costituire un richiamo mitologico ad un perduto spirito solidale di comunità idealizzate. Un regno fatato di gente felice in casette di marzapane, non più reale di quanto non sia il Gatto con gli stivali, o la “Terra dell’Abbondanza” coi suoi fiumi di latte e miele, ma del quale si parla e si rimpiange come si trattasse di un mondo devastato da infezione aliena. Perché il ‘Male’ è sempre altro da me.

Pertanto è più facile crogiolarsi nel rimpianto di una purezza primigenia, irrimediabilmente violata, e credere alla leggenda di un passato migliore, coltivando il pensierino rassicurante che imputa al monstrum (nell’accezione prodigiosa e perversa del termine) ogni nefandezza possibile. Si segue l’onda emotiva, scivolando sugli umori della folla, e si dimentica che da sempre (oggi come ieri), l’intreccio perverso che lega tra loro Paura, Criminalità, Politica, può condurre ad esiti devastanti, per le finalità di pochi.

 

La psiche del demente politico esibito (narcisista a contenuto pseudo-etico) aggranfia il delitto alieno, reale o creduto, e vi rugghia sopra come belva cogliona e furente a freddo sopra una mascella d’asino

(Carlo Emilio Gadda – Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana – Garzanti, 1957)

 

Evidente, nonché emblematica, la vicenda che nella Roma degli anni ‘20 vide, come protagonista, l’innocente Gino Girolimoni il quale si ritrovò coinvolto, suo malgrado, in una storia kafkiana dai risvolti tragici. Bollato col marchio di infamia, Girolimoni è entrato per sempre nell’immaginario collettivo come il “Mostro di Roma”.

Il ‘Caso G.’, pur con le sue peculiarità storiche, dimostra due cose molto semplici: che la ferocia criminale non è una specificità dei nostri tempi; che certe distorsioni degenerative del sistema repressivo non sono appannaggio esclusivo di un’epoca…

Sul “caso Girolimoni” esistono svariate fonti documentali. All’occorrenza, noi ci avverremo (in massima parte) dell’ottimo saggio monografico di Giangiulio Ambrosini, già magistrato di Cassazione, pubblicato nel 1997 sugli “Annali della Storia d’Italia”.

 

“Sbatti il mostro in prima pagina!”

La storia giudiziaria di ogni Paese è costellata di “mostri”, autori di gravissimi delitti consumati a danno di bambini, di giovani donne, di persone incapaci di difendersi o scelte per puro caso: delitti efferati in cui la componente sadica o sessuale gioca molto spesso un ruolo determinante, collegati fra loro in sequenze ossessivamente ripetitive. Il linguaggio giornalistico ribattezza oggi il “mostro” serial killer, ma la vecchia definizione continua ad avere sicura presa nella coscienza collettiva.

L’idea del mostro colpisce la fantasia popolare, incoraggiata dalla disinvoltura da parte dei media nel sollecitare una sotterranea morbosità da cui non è esente alcuno strato sociale, e autorizza l’opinione comune ad attribuire al soggetto demonizzato persino più delitti di quanti al limite ne abbia potuti commettere. Così può accadere che, quando un mostro venga per avventura catturato, si chiudano in un sol colpo casi che meriterebbero maggiore approfondimento e altri colpevoli ottengano un’insperata impunità.

La creazione del mostro ha il risultato di far accreditare a tutti i costi una persona, non importa se colpevole o innocente (indicata spesso sulla base di esilissimi sospetti dagli organi di polizia), che presenti idealmente i requisiti della “mostruosità” in ragione di qualche anomalia rispetto al sentire comune: avere lo stigma dell’emarginato, ostentare disponibilità superiori alle possibilità concrete, abbigliarsi o acconciarsi in maniera stravagante, condurre una vita poco appariscente e per ciò stesso misteriosa; in ultima analisi avere caratteristiche “diverse”.

(…) Il mostro in fuga non può che “essere tra noi”, quindi tutti si sentono autorizzati a promuovere la cultura del  sospetto, verso il vicino di casa,  nei riguardi del collega, persino ai danni di uno sconosciuto senza motivo apparente. L’istituto, di assoluta inciviltà, che si definisce “taglia”, può aprire un’autentica lotteria moltiplicando sospettanti e sospetti.

L’ammissione “spontanea” dello squilibrato, la confessione poi riconosciuta estorta con la violenza da disinvolti funzionari di polizia che si prefiggono di ben figurare per aver risolto il “caso”, la lettura frettolosa di indizi apparenti, possono comportare danni irreparabili.

Quando si procede contro un “mostro” individuato e dato per certo, si abbandonano tutte le altre piste.

Se poi il preteso mostro sarà riconosciuto innocente dai giudici (a parte le gravissime conseguenze patite dal soggetto che, suo malgrado ne ha rivestito i panni) le indagini ritorneranno talmente indietro da essere di regola irrimediabilmente compromesse.

(…) L’esigenza di trovare un colpevole coinvolge al tempo stesso investigatori e cittadini. Il colpevole indubbiamente esiste, perché reati sono stati commessi; la necessità di individuarlo a tutti i costi supera ogni ragionevole ipotesi di giustizia.

Se tutto ciò è vero in tempi di democrazia, a maggior ragione lo è quando giustizia, garanzie del cittadino, ricerca della verità, sono beni sacrificabili ad altri valori, di natura eminentemente politica, come il dimostrare l’efficienza di un regime, il simulare la capacità di garantire sicurezza sociale, il pretendere di essere in grado di rendere immediatamente giustizia.

(…) Di fronte al mostro, la cui esistenza non si è potuta celare, diventa necessario impedire la sconfitta nelle indagini e si impone quindi una rapida cattura (possibilmente credibile) e una condanna (eventualmente esemplare).

Il fascismo, nei primi anni di vita, ha avuto a che fare con qualche “mostro”. Uno dei più noti porta il nome di Gino Girolimoni, un uomo qualsiasi, a cui vicenda apparve sin d’allora ed è, riletta a distanza di anni, inquietante.

[ G.Ambrosini ]

 

L’incubo di Roma: il Martirizzatore di bimbe”

Tra il 1924 ed il 1927, Roma è sconvolta da una serie di brutali omicidi a sfondo sessuale. Le vittime sono giovanissime bambine che vengono rapite, seviziate, e uccise con raccapricciante ferocia da un maniaco, che agisce indisturbato nel cuore della città e sembra inarrestabile.

Il 31 Marzo 1924, Emma Giacobini (4 anni ancora da compiere) viene rapita in pieno giorno nei centralissimi giardini di Piazza Cavour, approfittando di un attimo di distrazione della madre. La bambina, “con un fazzoletto colorato strettamente legato al collo e segni di violenza sul corpo”, verrà ritrovata poche ore dopo da un gruppo di contadini nei campi a ridosso di Monte Mario, richiamati dalle urla strazianti della piccola. Emma è viva. Viene ricoverata in ospedale e sopravvive. Evidentemente il bruto non ha fatto in tempo a strangolare la vittima. Alcuni testimoni parlano di un uomo anziano e ben vestito, che si allontana in tutta fretta dal luogo dello stupro.

Il 4 Giugno del 1924, a pochi mesi dalla prima violenza, si registra un tentativo di rapimento ai danni di Armanda Leonardi (di appena due anni). La bambina viene afferrata sulla soglia di casa da uno sconosciuto. La piccola grida ed il rapitore, spaventato, fugge lasciandola cadere.

La sorte di Armanda è comunque segnata. Tre anni dopo, il 12 Marzo 1927, il maniaco arriva ad introdursi nella casa della bambina che “viene rapita dal suo letto nella sua abitazione al rione Ponte (…) Il fratellino Francesco si mette a urlare, accorre la madre che prima di svenire riesce a scorgere in fuga un uomo elegante con un cappotto nero e un ombrello. Il mattino successivo il corpo di Armanda viene trovato in un prato ai piedi dell’Aventino. La bambina è stata violentata e strangolata”.

Torniamo al 4 Giugno del 1924, la piccola Armanda è appena scampata al suo primo tentativo di rapimento, ed il ‘mostro’ (evidentemente insoddisfatto) si accanisce su un’altra bambina, Bianca Carlieri (4 anni), rapita in serata a Trastevere. “La polizia e gli abitanti del rione danno vita ad una gigantesca battuta per ritrovare la piccola ed il suo rapitore, indicato come un signore alto, elegante, anziano”. Il corpo di Bianca Carlieri verrà ritrovato il giorno seguente, nei pressi della basilica di S.Paolo fuori le mura, a notevole distanza dal luogo del rapimento. A questo punto, la psicosi del mostro si impossessa della popolazione, sfiorando l’isteria collettiva: “si racconta di un colonnello in pensione che, nei giardini di Piazza Vittorio, aveva giocosamente avvicinato una bambina rischiando il linciaggio”. A dire il vero, le testimonianze oculari sul presunto rapitore della Carlieri, sono diverse e spesso discordanti. Cosa che complica non poco il lavoro (già pessimo) degli inquirenti. Vengono approntati i primi identikit, talmente approssimativi da risultare inutili. Dell’uomo si sa vagamente che è una persona anziana, snella ed elegante con baffetti a spazzola. La stampa si scatena in una campagna forsennata che alterna resoconti morbosi sugli omicidi ad attacchi feroci contro l’incompetenza della polizia. Le indagini vengono ulteriormente fuorviate dalle false testimonianze di mitomani e millantatori.

Nel Giugno 1924, Presidente del Consiglio è il cavalier Benito Mussolini; il fascismo in ascesa consolida il suo controllo delle “forze dell’ordine”: Arturo Bocchini diventa Direttore generale della Pubblica Sicurezza. Luigi Federzoni è promosso Ministro degli Interni e il Questore di Roma viene rimosso senza troppi complimenti. La ‘Sicurezza’ diventa un affare politico. “Il numero dei fermati si moltiplica all’infinito (tra gli indiziati ci saranno anche dei suicidi). Viene offerta una prima taglia di diecimila lire”.

08 Luglio 1924. Il Consiglio dei Ministri approva il decreto governativo che pone serie limitazioni alla “Libertà di Stampa”. Niente più notizie sgradite al premier che possano alimentare allarmismi sociali e minare la base del suo imbarazzante consenso.

Il 24 Novembre 1924 scompare un’altra bambina: Rosina Pelli. Questa volta il rapimento avviene addirittura sotto il colonnato di Piazza S.Pietro. La salma di Rosina verrà rinvenuta in aperta campagna (allora), da un fornaciaro al Prataccio della Balduina. Il modus operandi dell’assassino è lo stesso riscontrato nei delitti precedenti. I testimoni, che pure hanno visto, non hanno saputo indicare di meglio che un uomo con cappellaccio scuro e cappotto marrone, ma anche dall’aspetto distinto e ben vestito. Ai funerali della bambina parteciperà persino la regina Elena di Savoia.

Il 30 Maggio 1925 il ‘mostro’ è di nuovo a caccia di giovani prede nel rione Borgo, a ridosso del Vaticano: dopo un primo tentativo di adescamento ai danni della piccola Anna del Signore, che (a conferma dei precedenti indizi) descriverà un uomo elegante, in abiti grigi, cappello scuro e baffi, il serial killer circuirà e ucciderà con le solite modalità una bambina di sei anni, Elsa Berni. Il corpo della piccola verrà rinvenuto in prossimità del fiume, sul Lungotevere Gianicolense.

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Il Ministro dell’Interno Federzoni, tramite decreto, dispone una nuova taglia:

un premio di lire 50.000 a favore di quei privati o confidenti che in qualunque modo, mediante informazioni o indicazioni, riusciranno a far identificare e assicurare alla giustizia il colpevole del truce delitto. Il funzionario o agente che riuscirà nell’eguale scopo otterrà una promozione straordinaria.

È giunto il tempo per gli sciacalli e per gli arrivisti zelanti.

26 Agosto 1925. L’efferatezza del maniaco si fa sempre più audace. Celeste Tagliaferri, una bimba di appena 17 mesi, viene rapita nella sua stessa culla, poco dopo mezzogiorno. Sempre nel rione Borgo. Qualcuno è entrato dalla porta aperta dell’alloggio rimasto incustodito. La bimba viene trovata, ancora vita, da un sarto sulla Via Tuscolana, in un canneto, “distesa su alcuni giornali, con un fazzoletto annodato intorno al collo e una ferita al basso ventre”. Nonostante i soccorsi, Celeste Tagliaferri non sopravviverà.

12 Febbraio 1926. Elvira Coletti, sei anni, viene rapita e violentata sotto Ponte Michelangelo, ma riesce a sfuggire al tentativo di strangolamento.

Nel corso del 1926, sembra che il maniaco abbia adescato altre bambine, ma la censura di regime oramai ha superato il rodaggio iniziale e le notizie vengono taciute o minimizzate; almeno fino al 12 marzo 1927, quando il predatore di bimbe si accanisce nuovamente contro la sfortunatissima Armanda Leonardi. Il suo corpo sarà rinvenuto dalle parti dell’Aventino.

È l’ultimo delitto del mostro. Mussolini promette la sua cattura (…) Il fascismo non può accettare una sconfitta tanto impopolare. È necessario trovare un responsabile, a qualunque costo, non importa se colpevole o innocente”. (G.Ambrosini)

 

“Il capro espiatorio”

Il 13 Marzo del 1927, commisariato P.S. di Borgo Pio, l’oste Giovanni Massaccesi, insieme ad altri testimoni suoi dipendenti, riferisce che la sera del delitto di Armanda Leonardi era entrata nel suo locale una bambina del tutto somigliante alla vittima, accompagnata da un uomo sospetto, mancino, con grossi baffi neri. Particolare significativo: l’uomo aveva sul collo un foruncolo sanguinante, che copriva con un fazzoletto. In realtà, si trattava di un operaio, Domenico Marinutti, che era entrato nell’osteria di Massaccesi insieme alla figlioletta. Marinutti, uomo onesto, dopo aver appreso la notizia sui giornali, si era recato spontaneamente al commissariato per rendere la sua deposizione e, pur mostrando la cicatrice rilasciata dal famigerato foruncolo, non era stato creduto.

Poco tempo dopo, nello stesso commissariato si presenta anche l’ing. Pacciarini, denunciando un tentativo di molestie ai danni della sua domestica dodicenne, da parte di uno sconosciuto che gira con una Peugeot di colore verde. Il sospetto viene quindi posto sotto osservazione e pedinato. D’altro canto, il possesso di un veicolo (una vera rarità per quei tempi) spiegherebbe il ritrovamento dei corpi in posti tanto lontani dal rapimento.

A seguito di un presunto tentativo di abbordaggio della giovane domestica, l’uomo viene arrestato. Il suo nome è Gino Girolimoni: trentotto anni e infanzia difficile, scapolo, fotografo amatoriale, di professione “mediatore”. In pratica, Girolimoni “procurava clienti ad agenti di assicurazione e ad avvocati e, grazie alla sua indubbia intelligenza, aveva ottenuto un certo successo economico. Guadagnava dalle 3000 alle 4000 lire al mese. Aveva fama di donnaiolo. E su questa debolezza scivolò (…) Girolimoni venne arrestato il 2 Maggio 1927. Tacque, negò ostinatamente ogni addebito, aggravando in qualche modo la sua posizione”. Soprattutto perché si rifiuta ostinatamente di confessare, rintuzzando con successo le domande dei suoi inquisitori. Si scoprirà poi che Girolimoni aveva intrecciato una relazione adulterina con la signora Pacciarini, la moglie dell’ingegnere, e blandiva la servetta per far pervenire alla signora i suoi bigliettini amorosi. Il galante corteggiatore, durante gli interrogatori di polizia, aveva tenacemente tenuto nascosto il nome della donna per non comprometterla. La denuncia dell’ing. Pacciarini, tutt’altro che disinteressata, era in realtà la vendetta di un marito cornuto.

La stampa, con il permesso del regime, si scatenò inscenando un vero linciaggio mediatico contro “l’immondo carnefice”, dando grande enfasi al fatto che Girolimoni avesse la disponibilità di due case e l’incredibile guardaroba di 12 abiti, degni di un “trasformista” amante dei travestimenti, condendo il tutto con altre argomentazioni deliranti.

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Convocato dalla polizia per l’identificazione, l’oste Massaccesi confermò naturalmente il riconoscimento, anche se la descrizione rilasciata in precedenza non corrispondeva affatto col Girolimoni, che peraltro non aveva mai portato i famigerati baffi attribuiti all’assassino e tanto meno risultava essere mancino. Il pagamento della taglia di 50.000 lire contribuì a cancellare ogni dubbio nella memoria più che interessata del Massaccesi.

Vennero inoltre messe agli atti le testimonianze ‘pilotate’ di bambini e piccoli testimoni, enormemente suggestionabili, per certificare le presunte attenzioni del pedofilo Girolimoni (qualcosa del genere è successo in tempi recenti a Rignano Flaminio).

“A Girolimoni vennero dedicate le prime pagine, furono scritti articoli-fiume, insieme a decine di sue fotografie. Cosa che consentì a non pochi cittadini di riconoscerlo”, in una girandola crescente di accuse e calunnie più o meno interessate.

Scrive sempre il giudice Ambrosini:

L’occasione per invocare il ripristino della pena di morte fu ghiotta, benché il linciaggio apparisse più efficace presso l’opinione pubblica. È troppo pensare che il caso sia stato determinante, ma non passarono molti anni prima che il codice Rocco reintroducesse la pena capitale. Il comunicato ufficiale della polizia, pubblicato sui giornali l’11 Maggio, si esprimeva enfaticamente in questi termini:

   Le incessanti indagini per la scoperta dell’autore degli assassini di Leonardi Armanda e di altre bambine, condotte silenziosamente ma tenacemente, sotto la personale direzione del Questore di Roma, sono state coronate da pieno successo. Dopo una lunga serie di appostamenti e osservazioni, l’assassino, raggiunto da un cumulo di elementi di prova, che appaiono irrefragabili, è stato identificato e arrestato. Egli è il mediatore Gino Girolimoni, nato il 1° Ottobre 1889 a Roma, dove ha vari appartamenti (…) Vero tipo di degenerato, si è potuto accertare durante il periodo in cui è stato sottoposto a pedinamento, che ha una abilità davvero eccezionale nell’eclissarsi dopo i tentativi di adescamento, ricorrendo anche al travisamento, come risulta da numerose fotografie rinvenute in uno dei suoi appartamenti. Procedutosi al suo arresto, l’assassino, sottoposto a stringenti interrogatori, ha mostrato il più ripugnante cinismo, negando sempre e dimostrando quell’audacia e quella scaltrezza che aveva già dimostrato nei suoi orribili delitti. Ma contro di lui stanno le prove schiaccianti, e particolarmente gli atti di ricognizione eseguiti con numerose persone che lo avevano precedentemente veduto e che lo hanno riconosciuto senza possibilità di equivoci o di inganno.

 

La ‘brillante’ operazione che portò all’arresto di Girolimoni, gratificò il capo della polizia (Bocchini), il questore di Roma (Angelucci) e alti funzionari che vennero convocati a Palazzo Venezia per ricevere l’encomio di Mussolini. L’incubo durato per tre anni aveva finalmente avuto fine grazie alla sagacia della polizia. Il caso, per quanto riguardava il potere politico, era chiuso”.

 

“L’Assoluzione”

gino-girolimoni1  Le “irrefragabili” prove della colpevolezza di Girolimoni, supervisionate dal questore in persona “senza possibilità di equivoci o inganno”, ad un più attento esame si rivelarono talmente inconsistenti da crollare miseramente già in corso di istruttoria, senza che si arrivasse nemmeno ad un pubblico dibattimento. Gino Girolimoni viene scarcerato l’8 Marzo 1928 da una magistratura, evidentemente, non ancora asservita alla volontà del regime.

Il proscioglimento e la scarcerazione di Girolimoni passarono sotto silenzio (…) Non si poteva ammettere una sconfitta così clamorosa, con il rischio di riaprire nella capitale la psicosi del mostro. Si disse comunque che Girolimoni era stato ampiamente indennizzato e che era stato autorizzato a cambiare cognome”.

FALSO. Girolimoni non ricevette mai alcun indennizzo e le sue richieste di poter cambiare cognome vennero sistematicamente ignorate. “Continuò a vivere a Roma circondato dall’ombra del sospetto. Non poté riprendere la sua attività, cessò la vita brillante e, (rovinato economicamente) si mise a fare il ciabattino. Non riuscì a trovare casa perché nessuno era disposta ad affittargliela. Non si sposò”. Morì poverissimo il 19 Novembre del 1961 e venne tumulato nel cimitero del Verano, a spese del Comune.

Il vero martirizzatore di bambine non fu mai trovato.

 

“I malvagi dormono in pace”

Tra coloro che contribuirono a demolire il castello probatorio costruito contro Girolimoni, va sicuramente ricordato il commissario di P.S. Giuseppe Dosi che, nonostante l’aperta ostilità dei suoi superiori, riuscì probabilmente a identificare il vero colpevole. Dosi incominciò a condurre indagini in proprio e annotò come tutti i rapimenti fossero avvenuti in un area piuttosto ristretta della città, in un raggio di ½ Km intorno alla basilica di S.Pietro. “Rilevò che quando il rapitore era stato scorto da taluno, era stato indicato come una persona alta, distinta elegante, anziana, con baffi curati, e secondo alcuni con accento straniero”. Vestito con abiti grigi o scuri. Da clergyman. Il commissario Dosi annotò altre circostanze: vicino al corpo di Rosina Pelli era stato rinvenuto un fazzoletto con le iniziale R.L. in caratteri gotici; nel caso di Elsa Berni erano stati trovati i frammenti di una lettera scritta in inglese; mentre vicino al cadavere di Armanda Leonardi erano stati repertati i resti di una rivista religiosa, sempre in lingua inglese. Dosi scoprì che, a Roma, coloro che ricevevano tale pubblicazione in abbonamento erano solo tre persone. In particolare, l’attenzione del poliziotto si concentrò su un pastore protestante della Holy Trinity Church, di nome Ralph Lyonel Brydges, ultrasessantenne, ma dal fisico asciutto e con baffetti molto curati. Durante l’arresto di Girolimoni, il religioso si era recato a Capri e, durante il breve soggiorno, si era subito dedicato a quello che sembrava essere il suo passatempo preferito: l’adescamento di bambine. Sorpreso a molestare una bambina inglese di sette anni, Patricia Blakensee, il sacerdote venne fatto pedinare per ordine del podestà dell’isola e successivamente arrestato per atti di libidine violenta, sempre ai danni della stessa Blakensee. Grazie all’intercessione del console britannico, il sacerdote venne prosciolto e dichiarato infermo di mente. Tuttavia, per la determinazione pressoché isolata di Dosi, nell’Aprile 1928 R.L.Brydges venne formalmente incriminato per i delitti del “mostro di Roma” e nuovamente prosciolto, perché impotente. Il pedofilo sembrava infatti godere della protezione della Chiesa Anglicana e, soprattutto, del Vaticano (vizietto antico). Trasferitosi in Sud Africa, pare abbia ripreso la sua attività di ‘serial killer’. “Dal Sud Africa sarebbe poi passato in Canada dove sembra sia morto in un manicomio. Altri lo vorrebbero finito sulla forca in Inghilterra, ma l’evento non ha mai avuto conferme”. Il commissario Dosi venne dapprima trasferito, poi arrestato, e successivamente rinchiuso in manicomio per ‘megalomani’. Liberato dopo la caduta del fascismo, venne reintegrato nella polizia divenendo uno dei massimi dirigenti dell’Iterpol.

Le notizie di queste indagini furono tenute segrete e non approdarono mai alla stampa. Tuttavia, è possibile che di “mostri” in circolazione ce ne fossero addirittura due: in alcuni casi, l’assassino aveva dimostrato un’ottima conoscenza della città e del rione di Borgo Pio, dando prova di sangue freddo e spietata determinazione. Ma in altre circostanze, gli stupri si erano conclusi in maniera frettolosa, nelle immediate vicinanze del luogo del rapimento, e spesso il pluriomicida non aveva trovato il tempo o la forza per strangolare le sue giovani vittime. Ma alla polizia e, soprattutto, al governo il ‘Mostro di Roma’ non interessava più.

 

DOCUMENTAZIONE :

Giangiulio Ambrosini; Il mostro di Roma: Gino Girolimoni – Annale XII della Storia d’Italia. Einaudi, 1997

Per una panoramica completa e particolarmente curata sull’argomento, potete leggere l’ottimo: “GIROLIMONI (e) IL MOSTRO DI ROMA”

 

“GRAZIE RAGAZZI!”

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 novembre 2008 by Sendivogius

 

90° Anniversario della Vittoria. L’ante-festival

 

mitraglieri-austriaci1 Pompata da una insolita grancassa mediatica nella sostanziale indifferenza generale, oggi si celebra la Giornata delle Forze Armate nonché il “90° Anniversario della Vittoria” dell’Italia monarchica e reazionaria alla I Guerra Mondiale.

Le celebrazioni, fortissimamente volute dal ministro La Russa, si trascineranno per ben tre giorni in una stucchevole sagra patriottarda di revanchismo nazionalista e di propaganda militare, annacquata (oltre che dalla pioggia) da una abbondante spruzzata di retorica istituzionale sulle virtù civiche e morali del buon soldato italiano. Ma la Grande Guerra non fu né popolare né condivisa se non nella coscrizione di massa e nella partecipazione coatta all’enorme mattanza.

A distanza di novant’anni ci si domanda che cosa sia diventata la memoria storica della Grande Guerra. Talora ridotta a pura commemorazione, col passare del tempo e con l’avvicendarsi delle generazioni essa rischia di svuotarsi e di tramandare al futuro soltanto un armamentario anacronistico di retorica, canzoni e miti controversi, spesso infondati storicamente.

  (Gianluca Cinelli, in Attualità della Grande Guerra. 2005 )

In un Paese che sembra impazzito, diamoli un po’ di numeri.

In tre anni e mezzo di guerra circa il 15% dei cittadini mobilitati vennero denunciati ai tribuni militari. Su circa 5 milioni e 200.000 italiani che furono mandati al fronte tra il 1915 e il 1918, ci furono 870.000 denunce:

§     470.000 Renitenti alla leva (in massima parte emigrati impossibilitati a rispondere alla precettazione di guerra)

L’ingente numero dei ricorsi e dei processi da doversi ancora tenere, a fronte di un esercito in via di smobilitazione, indusse a promulgare, il 2 settembre 1919, un’amnistia che interessò, oltre agli emigranti che man mano regolarizzarono la propria posizione presso le rispettive ambasciate, circa 370.000 persone. Furono 20.000 le persone non amnistiate perchè condannate per reati gravi o perchè giustiziate in precedenza.

§     189.425 Disertori

Alla rivolta i soldati erano indotti dalla profonda stanchezza per la guerra, dal senso della giustizia offeso e dalla disperazione. Soldati fuggiti dal fronte, una volta tratti in arresto e crollate le speranze di sfuggire a un destino di morte, diedero libero sfogo alla propria rabbia: «In trincea dovrebbero mandarci tutte le persone che vogliono la continuazione della guerra»

[Sentenza di morte emessa dal tribunale del VI corpo d’armata l’11 dicembre 1916] (B.Bianchi)

Si badi bene che per “diserzione” si intendeva anche l’allontanamento provvisorio, ma non autorizzato, del proprio reparto. “In maggioranza i soldati si allontanarono per ragioni familiari (oltre il 64%), le loro assenze furono brevi (il 52% si allontanò per non oltre 10 giorni), seguite da spontaneo rientro (61%). Si trattava quindi di soldati che non avevano intenzione di abbandonare definitivamente le file dell’esercito e che avevano fino ad allora tenuto buona e ottima condotta. Soprattutto tra i soldati settentrionali prevalsero le fughe brevissime (da 1 a 3 giorni), motivate dal desiderio di riabbracciare i congiunti prima di partire per il fronte.

Oltre alla punizione di disertori e fiancheggiatori (nel settembre 1917 a Stienta presso Rovigo la popolazione civile aggredì i Carabinieri delle compagnia di disciplina, a caccia di disertori, e li gettò nel canale), furono previste ritorsioni anche nei confronti dei famigliari, come la confisca dei beni e la privazione del sussidio per effetto della sola denuncia.

§     31.000 casi di “indisciplina”

In tempo di guerra […] soltanto le condanne capitali possono avere efficacia intimidatrice, ma nei processi contro molti imputati […] gli elementi di accusa sono spesso soltanto indiziari, e perciò i tribunali militari non possono – come sarebbe salutare – concludere con esemplari condanne a morte. E’ quindi vivamente da deplorare che l’attuale codice penale militare non conceda più, nei casi di gravi reati collettivi, la facoltà della decimazione dei reparti colpevoli, che era certamente il mezzo più efficace – in guerra – per tenere a freno i riottosi e salvaguardare la disciplina.

(Lettera del 14 gennaio 1916 del generale Cadorna, diretta a Salandra, il Presidente del Consiglio)

Bastava poco per finire davanti al plotone di esecuzione: un moto di rabbia, insubordinazione agli ordini, insulto ai superiori, ma anche un semplice atteggiamento di sfida, un tono irriverente o atteggiamenti scomposti (fumare in presenza di ufficiale; non salutare militarmente).

Alla fucilazione non si fece ricorso soltanto in situazioni estreme, ma anche per riaffermare i rapporti gerarchici: soldati indisciplinati e ribelli furono considerati elementi dannosi, da eliminare non soltanto dalle file dell’esercito, ma dalla convivenza sociale. Ne è un esempio il caso del soldato Paolo Arnoldi, fucilato il 22 agosto 1917. Dal rapporto informativo che accompagna la notifica della sua esecuzione si viene a sapere che era considerato indifferente, cinico, ribelle, privo di ogni sentimento e che «fu colta l’occasione per eliminarlo». Più volte ammonito, fu passato per le armi per essersi rifiutato di partecipare a una esercitazione e aver minacciato il suo superiore.

[“Relazione sulle decimazioni”, cit., all. 20. Invece di ricorrere alla denuncia a un tribunale militare, da parte del quale probabilmente si temeva un atto di clemenza, il soldato fu fucilato senza processo 48 ore dopo i fatti]  (B.Bianchi)

Le mancanze disciplinari dei soldati che furono freddati dai loro ufficiali non avevano un carattere di particolare gravità: «Non vado più avanti perché non ne posso più, non vado più avanti aspirante del cazzo», aveva gridato nel giugno 1917 un soldato durante una marcia verso le prime linee. Il soldato faceva parte di una pattuglia incaricata di un trasporto di cavalli di Frisia. Il cammino era faticoso e i cavalli si impigliavano continuamente nella vegetazione. All’altezza della terza linea di resistenza gli uomini in testa alla colonna si fermarono chiedendo qualche minuto di riposo. Al rifiuto dell’ufficiale esplose la rabbia del soldato, subito soffocata da un colpo partito dalla pistola dell’aspirante.

[“Relazione sulle decimazioni”, all. 13. Il soldato, Gregorio G., fu fucilato il 14 giugno 1917] (B.Bianchi)

la-grande-guerraNella migliore delle ipotesi, eventuali mancanze disciplinari come canzoni antimilitariste, lettere considerate disfattiste, o semplici atti di umana solidarietà col nemico, venivano considerate forme di follia. “In una ricognizione di pattuglia eseguita la notte della Vigilia di Natale potetti acciuffare una dozzina di austriaci che placidamente dormivano in una grotta […]. Ebbene detti soldati non erano uomini, ma scheletri, non mangiavano da due giorni per mancanza di pane. Intanto i miei soldati con sollecitudine offrirono loro delle pagnotte e alla vista di quel ben di Dio per loro, allegri presero la via delle nostre linee. Non dimenticherò mai in vita mia quei baci ricevuti dai nostri nemici. 

[Archivio ospedale psichiatrico di Treviso, cartella clinica 2865]

Persino il colonnello Douhet, capo del neonato spionaggio militare, fu condannato a un anno di reclusione per aver inviato una memoria critica al consiglio dei ministri circa l’operato dei generali. In pratica aveva comunicato con largo anticipo la preparazione dell’offensiva austriaca di Caporetto allo Stato Maggiore italiano, che semplicemente ignorò i dispacci.

§     15.000 denunce per autolesionismo o mutilazioni volontarie

Così alta era l’adesione e l’entusiasmo per questa “grande guerra patriottica sul campo del sacrificio e dell’onore” che gli autolesionisti si “sottoponevano alle torture più incredibili: gocce di acido muriatico nelle orecchie; iniezione di petrolio nella spina dorsale; timpani forati con chiodi; cecità procurate spalmandosi negli occhi secrezioni blenorragiche; ascessi ottenute con iniezioni sottocutanee di benzina, petrolio, piscio; mani mozzate con colpi di vanghetta o stritolate sotto grossi massi; colpi d’arma da fuoco sparati a bruciapelo sugli arti.  (Revelli)

§     8.500 denunce per “resa o sbandamento”

Cadorna “aveva fatto fucilare, nel corso delle decimazioni da lui ordinate, anche dei soldati che non si trovavano in zona di operazioni nei giorni in cui si erano verificati gli eventi per i quali erano stati condannati. Cadorna non aveva mai creduto doversi preoccupare troppo per le condizioni materiali dei suoi uomini.  (Mack Smith)

In condizioni normali, la truppa veniva stimolata all’assalto “con colpi di moschetto” alle spalle. I soldati italiani non avanzano contro il nemico allorché ne vien dato loro l’ordine dai superiori e occorre spingerli in avanti con il fucile e a ogni ostacolo si fermano e che egli dovette far fuoco sui soldati della sua compagnia.

[Tribunale supremo (ts), Atti diversi (ad), Processi ufficiali]

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Le condanne a morte furono 4028, quelle all’ergastolo più di 15 mila.

Per quanto riguarda le pene capitali emesse esse furono, secondo fonti dell’ufficio statistico del ministero della guerra, 1.066 più altre 3.000 in contumacia, ma non tutte fortunatamente vennero eseguite e quindi il numero delle fucilazioni scende a 750. Si tratta di dati ufficiali che non tengono conto però delle esecuzioni sommarie eseguite in zona di guerra dai graduati e dai Carabinieri, pertanto non si potrà mai giungere ad un computo definitivo degli uccisi: si pensi al barbaro metodo del sorteggio, tramite il quale venivano scelti i fucilandi per reprimere i reati di natura collettiva. (Forcella-Monticone)

L’Italia perse nella guerra oltre 600.000 uomini “in un enorme spreco di energie e di risorse naturali in cambio di poche soddisfazioni e molte amarezze (…) Un complotto tramato da Salandra con la complicità del re (…) avrebbe condotto l’Italia a 25 anni di rivoluzioni e tirannia.(Mack Smith)

 

Ministro La Russa, che cazzo c’è da ringraziare?!?

Bibliografia essenziale:

BIANCHI Bruna “La follia e la fuga. Nevrosi di guerra, diserzione e disobbedienza nell’esercito italiano 1915-1918. Bulzoni; Roma  2001.

FORCELLA Enzo, MONTICONE Alberto; “Plotone d’esecuzione. I processi della prima Guerra Mondiale”. Laterza; Bari 1968.

ISNENGHI Mario, “Il mito della Grande Guerra”. Il Mulino; Bologna 1979.

MACK SMITH Denis, “Storia d’Italia 1861-1969.  Laterza; Bari 1987.

REVELLI Nuto, “Il mondo dei vinti”. Einaudi; Torino 1977.