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IUXTA BELLA

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 agosto 2014 by Sendivogius

Wolfenstein - The New Order

Nell’antichità, per distinguersi dall’esecrato dispotismo orientale, Greci e Latini ci tenevano moltissimo a fornire una giustificazione per le proprie campagne militari, conferendo alla guerra una sua legittimità nell’inevitabilità del conflitto armato.
Soprattutto per i Romani, la guerra doveva rappresentare la risposta ad un torto più che circostanziato (causa suscepta). L’apertura delle ostilità belliche era in genere preceduta da un complicato rituale cerimoniale, che aveva la duplice funzione di escludere ogni composizione pacifica e assicurarsi la benevolenza delle divinità, in prospettiva delle rappresaglie (clarigationes) per la ricomposizione del danno presunto (rerum repetitio), perché per sua natura la guerra doveva sempre essere un bellum iustum ac pium.
Poi va da sé che spesso e volentieri le guerre non si rivelavano giuste né sante, rimesse com’erano al capriccio di un giovane monarca assettato di gloria e desideroso di distinguersi agli occhi dei sudditi…

Alessandro Magno

Più spesso e volentieri (che i soldati della ‘gloria’ si stancano presto), scaturivano dalla fame di terre altrui, dall’avidità di bottino e dalla bramosia di saccheggio, che nelle economie di rapina del mondo antico costituivano la Giulio Cesareprincipale forma di arricchimento. Oppure, le ragioni andavano ricercate nell’iniziativa personale di un qualche generale ambizioso, o governatore di provincia, che avrebbe sfruttato le proprie fortune militari in campagna elettorale, per costruirsi una carriera politica.
A posteriori, un “casus belli” si trovava sempre. O in alternativa lo si inventava.
Per fortuna, oggi le cose funzionano in maniera totalmente diversa. E mai si potrebbe concepire una guerra per impossessarsi e sfruttare le risorse altrui; per occupare ed espropriare terre con requisizioni forzate, cacciandone via i legittimi proprietari. E magari poi candidarsi alle elezioni sventolando i propri successi di guerra, per accreditarsi come ‘uomini di polso’ contro i nemici esterni della nazione.
Tempora mutantur et nos mutamur in illis; ai tempi odierni, chi mai agirebbe più così?!?
Ariel SharonOggi è lo stesso concetto di conflitto convenzionale ad essere superato, tanto che le guerre non esistono nemmeno più. O quanto meno si nega loro la sostanza, cambiando la formula semantica per la loro definizione, nell’illusione possano essere altro da ciò che effettivamente sono. E dunque, pur di non evocare lo spettro, si preferiscono allocuzioni come: “ingerenza umanitaria”; “operazione di polizia internazionale”; “attacco chirurgico” (con tutta la precisione di un’appendicectomia affidata ad un malato di Parkinson con un trincetto in mano) e “bombe intelligenti”
Il continuo stato d’assedio a cui è sottoposta la Striscia di Gaza sta lì a dimostrare quanto grottesche e oscene siano simili definizioni di compromesso, nella distorsione della realtà della guerra.
Bombardamento chirurgico al fosforo bianco su GazaSu quanto possano essere ‘intelligenti’ centinaia di granate sparate a casaccio contro un centro densamente abitato, da un mortaio montato su un M106, sicuramente potranno fornirci lumi quei fortunati che, ricevendo il colpo sopra le loro teste, entreranno a far parte degli “incidenti collaterali”.
M106 Mortar CarrierPer non parlare poi delle scariche d’artiglieria scagliate da innocui obici semoventi, come i discreti M109…
M-109Nemmeno il Nemico, inteso come entità, organizzazione, esercito, irriducibilmente alieno nella sua alterità ostile, ma quantomeno dotato di una propria identità e riconoscimento, esiste più. Oggi ci sono solo “terroristi”, intesi come massa indistinta ed onnicomprensiva, contro i quali ovviamente si scontrano le “forze del bene”. Contro i ‘terroristi’ – è risaputo! – le convenzioni ed i codici militari, che sono stati inventati per cercare di mitigare la ferocia della guerra, ovviamente non si applicano.
E se le regole non esistono più, allora tutto diventa lecito…
Tanto che a proposito dell’ecatombe attualmente in corso nel mattatoio di Gaza, sul quotidiano conservatore Times of Israel, prima della rimozione, era possibile leggere un ispirato editoriale di tal Yochanan Gordon: rampollo di una dinastia di editori yiddish ultra-ortodossi che controllano la testata giornalistica, in cui il giovane Yochanan esercita le sue arti di “opinionista” di papà. È dalle colonne del giornalino di famiglia che il piccolo Sansone redivivo ama esibire il proprio élan guerriero. Il titolo dell’articolo è sibillino, per conclusioni ancor più ambigue:

Il genocidio giusto

QUANDO IL GENOCIDIO È CONSENTITO

«[…] Concluderò con una domanda per tutti i filantropi là fuori: il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha chiaramente affermato all’inizio di questa incursione che il suo obiettivo è ristabilire una tranquillità sostenibile per i cittadini di Israele. Abbiamo già stabilito che è responsabilità di ogni governo assicurare la salvezza e la sicurezza della sua gente. Se i capi politici e gli esperti militari determinassero che il solo modo di raggiungere il proprio obiettivo a sostegno della sicurezza è il genocidio, lo si può ritenere ammissibile per il raggiungimento di questi obiettivi prefissati?»

Yochanan Gordon
“Times of Israel”
(01/08/2014)

Sinceramente, l’interrogativo non ci aveva mai sfiorato prima..! Tu che dici, Yochanan?
Ci sono genocidi buoni e genocidi cattivi?!? E come si distingue la differenza?

israel_nazi

Da parte sua, il premier israeliano Benjamin Netanyahu si è detto molto dispiaciuto per le vittime tra la popolazione civile di Gaza, alle quali finanche nega pure la ricostruzione delle case che ha loro (di certo con rammarico) raso al suolo, spesso con gli abitanti dentro. E lo fa dopo aver ordinato la sistematica distruzione di interi distretti urbani, con la Il 16enne Muhammad Abu Khdeir, rapito, bastonato a morte e bruciato vivo da coloni israelianimedesima nonchalance con cui si da fuoco ad un formicaio dopo averlo cosparso di benzina. Peraltro questo costituisce un trattamento che nei territori occupati della Cisgiordania si applica più facilmente ai ragazzini palestinesi, piuttosto che alle formiche.
Caccia grossa in Palestina - soldati israeliani in posa col loro trofeo di guerraA giudicare dalla coerenza tra pensiero e comportamento, a suo tempo, possiamo immaginare che certamente più di qualche ufficiale nazista si sarà “dispiaciuto”, quando venne conclusa l’operazione di polizia per ‘bonificare’ il ghetto ebraico di Varsavia, dopo la prima insurrezione del Gennaio 1943. Considerato un pericoloso focolaio di disgregazione e di sommossa, il ghetto di Varsavia fu preso d’assalto dai poliziotti dell’ORPO (Ordnungspolizei), dagli ausiliari ucraini, e dalle Waffen SS della Polizei-Division, impegnati a reprimere le “bande di criminali e terroristi”, che utilizzavano i tunnel sotterranei per rifornirsi di armi ed esplosivi, nascosti in case trasformate in bunker e depositi clandestini, da utilizzare contro gli invasori con la svastica.

H.Himmler«Per motivi di sicurezza ordino che il ghetto di Varsavia sia smantellato, dopo aver trasferito all’esterno il campo di concentramento e avere in precedenza utilizzato tutte le parti della case e i materiali di qualsiasi tipo che possono comunque servire. La demolizione del ghetto e lo spostamento del campo di concentramento sono necessari, perché altrimenti non porteremo mai la calma in Varsavia e, permanendo il ghetto, non si potrà estirpare la delinquenza

Heinrich Himmler
(16/02/1943)

La differenza con l’attuale Ghetto di Gaza? Probabilmente il colore delle uniformi e il fatto che al contrario dei loro omologhi nazisti, i soldati di Tsahal (l’esercito israeliano) si guardano bene dall’avventurarsi in profondità tra i centri urbani, preferendo raderli al suolo a distanza insieme ai nuovi “subumani” che vi abitano, evidentemente reputati di nessuna utilità e considerati meno di bestiame da macellare.
nazi-israelPerché come ci insegna il buon Yochanan Gordon:

Chiunque viva con installazioni di lanciarazzi o tunnel del terrore scavati attorno o nelle vicinanze della propria abitazione non può essere considerato un civile innocente.”

Jürgen Stroop La pensava così anche il generale Jürgen Stroop, che comandava le unità impegnate nel Ghetto di Versavia. Peccato che alla fine del secondo conflitto mondiale sia stato impiccato come criminale di guerra. Invece, contro gli “empi filistei” (così sono stati chiamati i palestinesi in alcuni settori della destra israeliana!) l’ipotesi di sterminio è “permissible”.
Raid su Gaza - Foto de 'IlSecoloXIX'A tal propoito, Tsahal è forse uno degli ultimi e pochissimi eserciti moderni ad applicare con disinvoltura il “diritto” di rappresaglia, che esercita senza distinzione alcuna nei confronti degli obiettivi e dei danni subiti: scuole rifugio dell’ONU, ospedali e ricoveri per profughi; parchi gioco per bambini e abitazioni civili; luoghi di culto… tutto costituisce un obiettivo legittimo in evidente sproporzione di mezzi a disposizione e risposta, nella totale indifferenza (e disprezzo) per la vita umana. Perché a Gaza non esistono zone franche, né posti sicuri, né tregue che tengano (perfino lo zoo cittadino è stato bombardato!).
Gaza - la ex moschea di Mohammed SousiE se è vero (come non è vero) che Hamas è soltanto un’organizzazione terroristica che si fa scudo della popolazione civile, è soprattutto vero che le forze armate israeliane non si fanno alcuno scrupolo a colpire entrambi. E ciò è intollerabile per qualunque compagine statale abbia la pretesa di essere una democrazia. Per essere reputato tale, uno stato democratico deve sottostare alle regole condivise del diritto internazionale. Se le viola in aperta e sistematica flagranza, si pone automaticamente fuori da tale consesso civile, qualificandosi per ciò a cui più assomiglia: uno Stato etnico basato sulla discriminazione confessionale e la segregazione razziale, scaturito da un focolaio abusivo insediatosi con la forza su territori dell’ex impero ottomano, che ha esaurito da tempo la sua missione storica, politica, e finanche ‘morale’.
Sparate sulle ambulanzeLa facilità con cui Israele marchia i suoi nemici come “terroristi” (così come bolla i suoi detrattori come “anti-semiti”), negando loro ogni dignità e dunque precludendo qualsiasi dialogo, costituisce in realtà uno strumento assai rischioso…
Troppo spesso si finge di ignorare quanto per Israele il “terrorismo di stato” sia stata una pratica consolidata fin dai primi atti della sua fondazione e molto più di un’eccezione, tanto da costituire una costante della sua storia, insieme al ricorso degli “omicidi mirati” (veri assassini di stato contro i propri nemici politici) ed i sequestri di persona.
Su cosa sia il “Terrore” d’altronde Israele ha le idee chiarissime e non ne ha mai fatto mistero, tanto è esperto nella pratica come nella teoria:

Erez Israel (Grande Israele) coi confini ideali dello stato ebraico - Manifesto dell'Irgun (1935) «Né la moralità, né la tradizione ebraica possono negare l’uso del terrore come mezzo di battaglia. Noi siamo decisamente lontani da esitazioni di ordine morale sui campi di battaglia nazionali. Noi vediamo davanti a noi il comando della Torah, il più alto insegnamento morale del mondo: “Cancellateli… fino alla distruzione!” Noi siamo in particolare lontani da ogni sorta di esitazione nei confronti del nemico, la cui perversione morale è accettata da tutti. Ma il terrore è essenzialmente parte della nostra battaglia politica alle presenti condizioni e il suo ruolo è ampio e grande. Ciò dimostra, a chiare lettere, a coloro che ascoltano in tutto il mondo e ai nostri fratelli scoraggiati fuori le porte di questo paese che la nostra battaglia è contro il vero terrorista che si nasconde dietro le sue pile di carta e di leggi che egli ha promulgato. Non è diretta contro il popolo, è diretta contro i rappresentanti. Finora ciò è efficace

“Terrore” (Agosto 1943)
Pubblicato su “Il Fronte” (He Khazit), giornale clandestino del Lehi.

Tra il 1930 ed il 1950, le organizzazioni clandestine armate legate al sionismo revisionista di Zeev Jabotinskij, operative in Palestina, si contraddistinguono per ferocia e per lo stillicidio degli attentati dinamitardi contro autorità britanniche e popolazione araba, in un continuo deflagrare di bombe sui treni e nei mercati, nei cinema e negli uffici postali, sugli autobus e nelle stazioni ferroviarie. A questi vanno aggiunte le uccisioni a sangue freddo dei fellahin arabi che vengono ammazzati mentre lavorano nei campi a scopo intimidatorio, insieme ad i raid notturni nelle fattorie arabe ad opere delle SNQ (Special Night Squads) dell’Haganah Leumi, applicando con largo anticipo quella che poi verrà universalmente chiamata “pulizia etnica”.
Le gesta dell'Irgun riportate dal 'Times' di LondraLo stesso Likud, il principale partito della destra nazionalista attualmente al governo in Israele, è la filiazione politica di organizzazioni armate come l’Irgun ed il Lehi della famigerata Banda Stern, le attività terroristiche dei quali culmineranno con la strage del King David Hotel di Gerusalemme (22/07/1946), quando i terroristi dell’Irgun fecero saltare in aria un’intera ala dell’albergo, ed il massacro di Deir Yassin (09/05/1948) con tutti i suoi abitanti passati per le armi a sangue freddo dopo la resa.
A questo si aggiunga il rapimento e l’assassinio dei due sergenti inglesi (Clifford Martin e Marvin Paice nel 1947), fatti ritrovare impiccati in un campo d’ulivo; la distruzione dell’ambasciata britannica a Roma, fatta esplodere nella notte del 31/10/1946; l’omicidio del conte Folke Bernadotte (17/09/1948), inviato ONU a Gerusalemme.
Hitler  Durante la seconda guerra mondiale, le attività criminali della Stern gang in funzione anti-britannica si spinsero a tal punto da prefigurare un’alleanza strategica con la Germania nazista, in un patto scellerato che alla fine non andò in porto.
La sequela di crimini ed azioni terroristiche delle due bande furono tante e tali, da provocare il biasimo e la reazione sdegnata di moltissimi ebrei, tra cui lo stesso Albert Einstein

Albert Einstein contro i terroristi del Lehi

Nell’Irgun Zvai Leumi e nel Lehi hanno militato alcuni dei principali leader politici dello Stato israeliano:  Yitzhak Shamir (Lehi) e Menachem Begin (Irgun), entrambi attivamente implicati nelle operazioni terroristiche delle due organizzazioni.
Terroristiche furono altresì le attività del generale e premier israeliano Ariel Sharon, che comincia la sua carriera di criminale di guerra nel 1953 con la strage di Qibya, un intero villaggio spazzato via con tutti i suoi abitanti, e raggiunge l’apice con il massacro di Sabra e Shatila durante l’invasione del Libano nel 1982.
sabra-trueIn compenso, una volta costituitosi in stato, Israele della vecchia amministrazione imperiale britannica ha mantenuto ed esteso il regime di occupazione militare e l’amministrazione di tipo coloniale dei territori TIMEpalestinesi, esercitando requisizioni coatte e confische illegali, le deportazioni forzate, l’uso dei tribunali speciali militari. Si consideri poi l’attribuzione di un diverso status giuridico per i palestinesi, con evidenti discriminazioni in sede processuale, insieme al ricorso agli arresti di massa, con detenzione indeterminata senza certificazione dei capi di imputazione (tutti “terroristi”!). E non si dimentichi la demolizione di abitazioni e distruzione di beni privati, di proprietà palestinese, che si configurano sempre come una forma di punizione collettiva, in un regime di rappresaglia permanente. 

territori-palestina-1946-2000

Il ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia di Gaza nel 2007 fu propagandato come una forma di disimpegno unilaterale. Peccato che l’enclave palestinese si sia progressivamente trasformata in un immenso lager a cielo aperto, costantemente sotto controllo militare e privo di qualunque autonomia, dal momento che l’esercito di Tel Aviv controlla i valichi di frontiera, lo spazio aereo, i porti marittimi, e tutte le merci in entrata ed uscita dalla Striscia che devono necessariamente transitare in territorio israeliano. Tutti i fondi e gli aiuti economici destinati a Gaza, da quelli destinati ai servizi sanitari, fino al pagamento dei funzionari pubblici, devono essere depositati in banche israeliane che decidono a propria discrezione quando e se erogare le risorse indebitamente trattenute.
George A. CusterA sua volta, puntellata com’è di fortini, avamposti militari, check-point, borghi fortificati e colonie armate, la stessa Cisgiordania assomiglia più ad una riserva indiana rosicchiata dalle giubbe blu, che un “territorio autonomo”: né stato indipendente, né protettorato ONU, ma solo un controsenso geografico a cui attribuire un ambiguo riconoscimento giuridico, senza alcun risvolto pratico e soggetto a tutte le violazioni possibili.
Attacco al fosforo bianco su rifugio ONUA guardare bene, le esecuzioni extragiudiziali, i rastrellamenti e gli arresti di massa, la totale assenza di processi regolari, le detenzioni illegali, la sistematica distruzione delle proprietà dei sospetti, gli espropri forzati e senza alcun indennizzo, le incursioni militari… insieme alla palese violazione di ogni elementare norma di diritto e di qualunque disposizione terza da parte di organismi internazionali, nell’assoluta certezza che le violazioni non comporteranno alcuna conseguenza o sanzioni, non sembra che pongano molte alternative alla popolazione palestinese che può scegliere tra un regime brutale di occupazione coloniale o un embargo feroce.   
Bomba intelligente su centro ONU a Gaza In seguito al blocco imposto alla Striscia nel 2008, è stata creata una zona di interdizione di tre km ovviamente all’interno del territorio palestinese e imposto un blocco marittimo che impedisce ai pescatori di Gaza di spingersi oltre le tre miglia navali dalla costa. A meno che questi non vogliano essere mitragliati dalla Marina israeliana e vedersi sequestrare le imbarcazioni. Tagliata fuori da ogni collegamento con i territori autonomi della West Bank, a loro volta frazionati a macchia di leopardo, la Striscia di Gaza risponde alla più classica delle strategie: divide et impera.
E quando questo fondamentale requisito viene mene, ogniqualvolta le fazioni palestinesi sembrano raggiungere un accordo condiviso per una politica unitaria ed una azione comune, Israele attacca adducendo un qualche pretesto che non manca mai.
Saluto dei bimbi israeliani ai bimbi palestinesiPer esempio nell’autunno del 2000, quando il premier Ariel Sharon organizzò una provocazione premeditata che scatenò volutamente la rivolta generale dei palestinesi (la Seconda Intifada), per stornare l’attenzione dal fallimento degli accordi di pace (sistematicamente sabotati dal Likud e dall’area più oltranzista della destra israeliana) e legittimare la svolta fascista in Israele, col risultato di favorire ogni volta il sopravvento di formazioni ancora più radicali, come il caso di Hamas e Jihad che hanno progressivamente soppiantato le indebolite organizzazioni laiche di Al-Fatah ed i marxisti del FPLP.
gaza-bombe-al-fosforo-bianco-attacco-IsraeleE poi ci sono i sistematici raid su Gaza, che avvengono ormai a cadenza regolare, e che preferibilmente vengono lanciati in prossimità di ogni tornata elettorale in Israele o crisi di popolarità per questo o quell’esecutivo di governo…
gazaphosphorous-victimsSostanzialmente, il governo conservatore di Tel Aviv cercava solo un pretesto per scatenare l’ennesimo attacco nella Striscia di Gaza, da quando ha iniziato a profilarsi l’ipotesi di un governo di unità nazionale tra i palestinesi della Cisgiordania e quelli di Gaza, con una convergenza delle due principali organizzazioni politiche dei territori autonomi: Al Fatah ed i “terroristi” di Hamas, che avrebbe implicato un maggior peso nell’ambito delle trattative internazionali. Soprattutto non si poteva ammettere alcun cedimento nei confronti dei “terroristi” di Hamas, che si rifiutano di riconoscere lo Stato di Israele (esattamente come Israele ha sempre negato ogni riconoscimento di uno Stato palestinese) e predicano la sua distruzione. Bisogna dire che all’atto pratico l’intento riesce molto più facilmente al governo di Tel Aviv, rispetto ai propositi di Hamas: i razzetti portatili Al-Qassam hanno fatto una ventina di vittime in poco più di dieci anni (meno morti degli incidenti stradali in un week-end), mentre Tsahal ammazza sotto i suoi bombardamenti qualche migliaio di civili ogni due anni, tanto per bilanciare il rapporto demografico.

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Sull’altro versante atlantico, l’Amministrazione USA si dice “scioccata” per le ultime stragi di civili, che in massima parte riguardano bambini (gli adulti White washinginvece possono anche crepare senza troppi turbamenti). Però poi all’atto pratico non fa nulla di concreto per fermare il massacro indiscriminato, salvo bloccare sistematicamente col proprio veto al consiglio dell’ONU ogni risoluzione di condanna nei confronti di Israele; giustificandone incondizionatamente qualunque azione (e relativi crimini di guerra); rimpinguandone gli arsenali militari con sistemi balistici e supporti tecnologici di ultima generazione, a meno che non si creda che gli israeliani combattano le loro guerre solo con mitragliette Uzi e fucili automatici Galil. Gli Stati Uniti, indistintamente dal governo in carica, hanno sempre concesso crediti illimitati per svariati milioni di dollari, a carico del contribuente americano tanto ossessionato dalle tasse. Il bravo Barack Obama, a cui si deve a chiacchiere la posizione più critica che gli USA abbiano mai avuto nei confronti degli “eccessi” di Israele, in concreto ha stanziato circa un miliardo di dollari a fondo perduto, e ulterioremente rifinanziato, per la fornitura di sistemi d’arma a Tsahal. Dopo le stragi di Gaza, il contributo non è stato messo affatto in discussione ed anzi è stato prontamente confermato ed incrementato: Israele ha svuotato gli arsenali e bisogna riempirglieli per la prossima guerra.

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Al contempo, gli investitori americani acquistano titoli di stato che nessun hedge funds statunitense si sognerebbe mai di reclamare in caso di insolvenza, al contrario di quanto avviene ad esempio per i bond argentini, contribuendo in maniera fondamentale alla prosecuzione dell’orgia di sangue in un circo stanco.

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La Tirannide della Maggioranza

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 luglio 2014 by Sendivogius

Alexis de Tocqueville«Cos’è, infatti, una maggioranza presa collettivamente, se non un individuo che ha opinioni e più spesso interessi contrari a quelli di un altro individuo che si chiama minoranza? Ora, se ammettete che un uomo, investito di un potere assoluto, può abusarne contro i suoi avversari, perché non ammettete la stessa cosa per una maggioranza? Gli uomini, riunendosi, hanno forse cambiato carattere? Diventando più forti, sono forse diventati più pazienti di fronte agli ostacoli? Per parte mia, non posso crederlo; e un potere onnipotente, che io rifiuto a uno solo dei miei simili, non l’accorderei mai a parecchi.
Non è che, per conservare la libertà, io creda che si possano mescolare insieme diversi principi in uno stesso governo, in modo da opporli realmente uno all’altro.
Il governo che si chiama misto mi è sempre parso una chimera. A dire il vero, governo misto (nel senso che si dà a questa parola) non esiste, perché, in ogni società, si finisce sempre per scoprire un principio d’azione che domina tutti gli altri.
[…] Ritengo, dunque, che bisogna sempre porre da qualche parte un potere sociale superiore a tutti gli altri; ma credo che la libertà sia in pericolo, quando questo potere non trova davanti a sé nessun ostacolo capace di rallentare il suo cammino e di dargli il tempo di moderarsi.
L’onnipotenza è in sé cosa cattiva e pericolosa. Il suo esercizio mi sembra al di sopra delle forze dell’uomo, chiunque egli sia; ….Non vi è, dunque, sulla terra autorità tanto rispettabile in sé stessa, o rivestita di un diritto tanto sacro, che io vorrei lasciar agire senza controllo e dominare senza ostacoli. Quando vedo accordare il diritto e la facoltà di far tutto a una qualsiasi potenza, si chiami essa popolo o Re, democrazia o aristocrazia, sia che lo si eserciti in una monarchia o in una repubblica, io affermo che là è il germe della tirannide.
[…] Quando negli Stati Uniti, un uomo o un partito subisce un’ingiustizia, a chi volete che si rivolga? All’opinione pubblica? È essa che forma la maggioranza e la serve come uno strumento passivo; alla forza pubblica? La forza pubblica non è altro che la maggioranza sotto le armi; alla giuria? La giuria è la maggioranza investita del diritto di pronunciare sentenze: i giudici stessi, in certi Stati, sono eletti dalla maggioranza. Per iniqua o irragionevole che sia la misura che vi colpisce, è necessario che vi sottomettiate.
[…] In America, la maggioranza traccia un cerchio formidabile intorno al pensiero. Nell’ambito di questi limiti, lo scrittore è libero; ma guai a lui se osa uscirne. Non ha da temere un auto-da-fé, ma è esposto ad avversioni di ogni genere e a persecuzioni quotidiane. La carriera politica gli è chiusa: ha offeso la sola potenza che abbia la facoltà di aprirgliela. Gli si rifiuta tutto, perfino la gloria. Prima di rendere pubbliche le sue opinioni, credeva di avere dei partigiani; gli sembra di non averne più, ora che si è fatto conoscere da tutti; poiché coloro che lo biasimano si esprimono ad alta voce e coloro che pensano come lui, senza avere il suo coraggio, tacciono e si allontanano. Egli allora cede, si piega sotto lo sforzo quotidiano e rientra nel silenzio, come se provasse rimorsi di aver detto il vero.
Catene e carnefici sono gli strumenti grossolani che la tirannide usava un tempo; ma ai nostri giorni la civiltà ha perfezionato perfino il dispotismo, che pure sembrava non avesse più nulla da imparare.
I principi avevano, per così dire, materializzato la violenza; le repubbliche democratiche dei nostri giorni l’hanno resa del tutto spirituale, come la volontà umana, che essa vuole costringere. Sotto il governo assoluto di uno solo, il dispotismo, per arrivare all’anima, colpiva grossolanamente il corpo; e l’anima, sfuggendo a quei colpi, s’elevava gloriosa al di sopra di esso; ma nelle repubbliche democratiche, la tirannide non procede affatto in questo modo: essa trascura il corpo e va dritta all’anima. Il padrone non dice più: tu penserai come me o morirai; dice: sei libero di non pensare come me; la tua vita, i tuoi beni, tutto ti resta; ma da questo giorno tu sei uno straniero tra noi. Conserverai i tuoi privilegi di cittadinanza, ma essi diverranno inutili, poiché, se tu ambisci l’elezione da parte dei tuoi concittadini, essi fingeranno anche di rifiutartela.
[…] Tale forma particolare di tirannia, chiamata dispotismo democratico e di cui il Medio Evo non aveva idea, è già loro familiare. Non più gerarchie della società, non più classi distinte, non più ranghi stabiliti; ma un popolo composto di individui quasi simili e interamente eguali. Questa massa confusa è riconosciuta per solo legittimo sovrano, ma accuratamente privata di tutte le facoltà che potrebbero permetterle di dirigere o anche di sorvegliare essa stessa il proprio governo.
[…] Per me, quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte, poco m’importa di sapere chi mi opprime, e non sono maggiormente disposto a infilare la testa sotto il giogo solo perché un milione di braccia me lo porge.
Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell’abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare.
Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri.
Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronirsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia sopruso. Basterà che si preoccupi per un po’ di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto. Che garantisca l’ordine anzitutto! Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all’altro può presentarsi l’uomo destinato ad asservirla. Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere. Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all’universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo.
[…] E’ facile essere eguali nella servitù, più difficile, ma necessario, essere liberi nell’eguaglianza.»

  Alexis de Tocqueville
  “La democrazia in America”
  UTET, 2007.

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BITTER BIERCE

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 giugno 2013 by Sendivogius

Ambrose Bierce - portrait of J.H.E.Partington Cent’anni e portarli bene. Nel panorama stantio di un conformismo bigotto, tormentato da velleità neo-imperiali, filiazioni millenariste e paranoie securitarie, che sembrano condizionare il substrato profondo della società statunitense, ad un secolo dalla sua scomparsa, vale la pena ricordare un personaggio dalla penna corrosiva come Ambrose Bierce. Avventuriero, reduce di guerra, esploratore, giornalista, polemista, misantropo, provocatorio, sarcastico… Bierce attraversa come una saetta irrequieta tutta la seconda metà del XIX secolo, partecipando in qualità di osservatore attento (e non di rado come comprimario) ad alcune delle principali vicende della storia americana, che descrive spesso con ironia dissacratoria, o imprime in fulminanti racconti brevi (brevissimi), col gusto del paradosso ed una passione per gli aforismi tranchant.
È uno scrittore instancabile e prolifico, che reinterpreta i generi classici della letteratura ottocentesca per farli a pezzi e riassemblarli in maniera totalmente nuova e, per l’epoca, originalissima. Tra il 1892 ed il 1896 scrive e pubblica una novantina di racconti (ma la produzione complessiva supera i 250): sulla Guerra di Secessione, sul West e la frontiera, ma anche racconti fantastici e dell’orrore. Prima che vampiri romantici, zombie e licantropi, inflazionassero la letteratura contemporanea, ad andare per la maggiore erano le storie di fantasmi ed apparizioni spiritiche. Ma Bierce rivoluziona totalmente il genere e con racconti come The damned thing sembra anticipare Lovecraft e l’horror moderno. Per molti versi è uno sperimentatore di nuovi generi ed un innovatore letterario.
Spirito indomito, intimamente insofferente alle convenzioni, Ambrose Bierce nasce in una famiglia contadina dell’Ohio, intrisa di misticismo evangelico. Tra gli antenati materni c’è William Bradford: puritano fanatico e tra i primi “padri pellegrini” a sbarcare nel Nuovo Mondo. Lo zio Lucius Bierce, detto “il generale”, è un devoto congregazionista, fanaticamente anti-schiavista, e avvia il nipote alla carriera militare in nome della causa abolizionista ed in ossequio al volere di Dio.
Ce n’era abbastanza per far maturare nel giovane Ambrose, una profonda disillusione ed una certa ironia sulle cose di religione.
Dal suo ingresso (1857) nel Kentucky Military Institute ai campi di battaglia della Guerra Civile il passo è breve… Nel 1861, il diciannovenne Ambrose Bierce si arruola come volontario nel 9° Reggimento di Fanteria dell’Indiana, inquadrato nella 19^ Brigada dell’Ohio sotto il comando del generale William B. Hazen. Gli viene conferito il grado di sergente, ma poiché la Federazione è a corto di ufficiali di complemento, da spedire in prima linea, viene presto promosso sottotenente.
9th Indiana Infantry RegimentNel 1863 è già un veterano di guerra; entra nelle simpatie del generale Hazen che lo nomina tenente e lo aggrega al proprio comando di brigata. E, siccome prima della guerra il giovane Bierce ha avuto tempo di fare pratica come apprendista tipografo, viene impiegato come cartografo e ricognitore. Il tenente Bierce partecipa alle feroci campagne di guerra in Virginia e in Georgia; combatte nelle più sanguinose battaglie del conflitto (Shiloh sarà il suo punto di rottura), finché nei boschi di Kennesaw Mountain (23/07/1864) non si becca un proiettile in testa al quale incredibilmente sopravvive, portandosi i postumi della ferita per tutta la vita.
Kennesaw Mountain 1864 - battaglia nel boscoIl generale Hazen lo raccomanderà al presidente Lincoln per una promozione a “maggiore”.
L’esperienza militare e le carneficine della guerra di secessione immunizzeranno Bierce dai fumi del patriottismo e da ogni avventurismo nazionalista, al quale resterà sempre visceralmente ostile.
Nel 1866 si trasferisce a San Francisco e dopo un breve periodo come guardiano della Zecca, intraprende la sua carriera di scrittore e giornalista indipendente (con una libertà pressoché sconosciuta nelle redazioni attuali). Per curiosità del caso, la carriera giornalistica di Bierce comincia nel dicembre del 1868, quando assume la conduzione dell’inserto satirico (Il Banditore) del “San Francisco News and Commercial Advertiser”, piccolo settimanale finanziario della città californiana. Quindi, dopo varie collaborazioni, affinerà le sue punture più velenose dalle pagine del quotidiano “The Wasp” (la Vespa)…
In breve tempo Bierce si guadagna un’enorme fama come polemista di successo, per la sua satira feroce e senza compromessi, insieme all’ironia sottile dei suoi articoli. Al contempo, coltiva con successo la pessima reputazione che si è costruito attorno al suo carattere, alternando periodi di ribalta ad altri di profondo isolamento.
William Randolph HearstQuindi prosegue la carriera sulle testate del giovanissimo ed intraprendente William Randolph Hearst che all’epoca ha fama di progressista ed è uno degli editori più liberali degli Stati Uniti, prima di sterzare bruscamente a destra negli anni ’30 del XX secolo, diventando uno degli opinionisti di punta dell’Examiner.
La collaborazione con Hearst durerà fino al 1908, quando Bierce si ritira a vita privata per poi scomparire misteriosamente tra i gorghi della rivoluzione messicana.
Sostanzialmente disinteressato alla ricchezza, Bierce fu un individualista puro. I suoi veri insuccessi furono nella vita privata: tormentata dagli attacchi d’asma, un matrimonio fallimentare coi suoi volontari allontanamenti, e la perdita dei figli.
Nel ricordo del personaggio, vale la pena riportare l’ottimo ritratto che di Bierce ha tracciato Walter Catalano sulle pagine di “Carmilla”:

  “Ambrose Bierce, l’uomo più cattivo di San Francisco”
di Walter Catalano

Ambrose Bierce nel 1892 «Ambrose Gwinnett Bierce, ‘Bitter’ Bierce – l’amaro Bierce – il Lessicografo del Diavolo, il Cinico dei cinici, l’Uomo più cattivo di San Francisco, nasce il 24 giugno del 1842 a Horse Cave Creek nell’Ohio ultimo di dieci fratelli [in realtà i fratelli erano 13] tutti battezzati con nomi inizianti per a: Abigail, Amelia, Ann, Addison, Aurelius, Augustus, Almeda, Andrew, Albert, Ambrose [e Arthur e Adelia e Aurelia]. I genitori, Marcus Bierce e Laura Sherwood, sono membri di una comunità religiosa vicina ai fervori pentecostali e “shakers”: la First Congregational Church of Christ. Il più giovane della nidiata avrà presto abbondanti ragioni per disaffezionarsi sia della religione che della famiglia: “In un bel mattino di giugno del 1872 assassinai mio padre, cosa che, all’epoca, mi fece una certa impressione” – scriverà più tardi in un racconto del suo ‘The Parenticide Club’, ma, più che un metaforico omicidio, fu lo scoppio della Guerra Civile a separare per sempre il ventenne Ambrose dall’affollato focolare paterno: l’ex scolaro, dotato ma solitario e un po’ ribelle, coglie al balzo l’occasione di fuga ed è il secondo uomo della sua contea ad arruolarsi nelle forze dell’Unione (nel Ninth Indiana Infantry).

Soldiers of 9th Indiana Infantry Rgt

Dalla padella nella brace: combatterà eroicamente nelle più sanguinose battaglie del conflitto (Shiloh, Chickamauga, Pickett’s Mill e molte altre) e si guadagnerà sul campo il grado di Tenente (nel dopoguerra sarà promosso onorificamente a Maggiore, saltando, probabilmente per un errore, il grado di Capitano) e una ferita alla testa che quasi lo ucciderà. L’esperienza lo vaccina anche contro il patriottismo: vari anni più tardi nella sua intensa rievocazione ‘What I Saw of Shiloh’, scriverà, dopo una minuziosa descrizione dei corpi macellati dei caduti di entrambi gli eserciti sul campo di battaglia: “Hanno combattuto: non posso catalogare tutte le seduzioni di questi galanti gentiluomini che hanno trovato quello che cercavano quando si sono arruolati!”; lo stesso sentimento gli detterà il suo racconto forse più giustamente celebrato : ‘Chickamauga’, irriconosciuta fonte d’ispirazione del classico ‘The Red Badge of Courage’ di Stephen Crane.

Confederati dell'Arkansas a Shiloh - Wallcate.com - Don Troiani-Paintings

Negli anni immediatamente seguenti al conflitto si imbarca in una serie di avventure western degne di un film di Clint Eastwood: prima come Agente del Tesoro yankee in Alabama a controllare furti e ammanchi sulla requisizione delle tonnellate di balle di cotone sottratte ai Confederati sconfitti: ma è un funzionario troppo onesto per resistere a lungo in quel William Babcock Hazen - Brady-Handyruolo; poi sempre più a ovest, seguendo il suo ex comandante William Hazen come topografo (mansione che aveva svolto anche durante la guerra) e ispettore dei fortini militari del Mountain District in Utah, Montana e Wyoming, fra indiani sioux, irregolari confederati passati al crimine comune, bounty killers dalla pistola troppo facile e Mormoni perseguitati che ricorderà con una simpatia insolita per un preteso nihilista come lui: “Non ho convinzioni religiose. Non mi importa un accidente dei Mormoni, ma mi importa molto della verità, della ragione e della correttezza e sono indignato dalle stupide falsità e ingiustizie che questa gente inerme ha dovuto soffrire per mano di canaglie brutali e indegne”. Gli viene offerto di prolungare onorevolmente il fermo come ufficiale ma Bierce risponde alla commissione in modo non troppo dissimile dal melvilliano Bartleby: “Con rispetto declino l’invito”.

Porto di San Francisco

Nel 1867, dopo quasi un decennio di vagabondaggi e di guerra, Ambrose si ritrova a San Francisco in bolletta e senza lavoro: quasi per disperazione intraprende la carriera giornalistica sul San Francisco News Letter, dove si occupa all’inizio soprattutto di cronaca nera e – come aveva fatto nel caso dei Mormoni – difende coraggiosamente le minoranze, quella irlandese e soprattutto quella cinese, dagli oltraggi razzisti: “Il cadavere di una donna cinese è stato ritrovato martedì mattina riverso sul marciapiede in una posizione assai scomoda, le cause della morte non possono essere accertate con sicurezza, ma poiché aveva la testa spaccata i dottori pensano sia deceduta per un attacco di cristianesimo galoppante del tipo maligno della California”. Il suo cinismo, il suo humour nero e il suo piglio ferocemente anticlericale e provocatoriamente anticonformista diventano nel giro di poco proverbiali e fanno di lui una delle firme più quotate e temute in città: viene ricambiato con soprannomi poco affettuosi come La Canaglia dai capelli di stoppa, il Diabolico Bierce, il Diavolo che ride, e – il suo preferito – l’Uomo più perfido di San Francisco.
Ambrose Bierce - Lt RedmanIn realtà il Bierce sulla trentina è un uomo molto attraente, alto e muscoloso, lunghi capelli biondo sabbia e profondi occhi azzurri, baffoni spioventi su un incarnato rosa quasi femmineo; sempre elegantemente abbigliato e – è un fanatico dell’igiene personale – scrupolosamente pulito e rasato: le signore lo assediano e gli chiedono ritratti ma lui concede poco ai sentimenti e alle romanticherie e si arrocca in una ritrosia misogina forse più ostentata che reale. Nel 1871 compare la sua prima opera di fiction, ‘The Haunted Valley’, pubblicata sul numero di luglio dell’Overland Monthly: una storia piuttosto classica in cui un inesperto pivello viene a contatto con il mondo colorito e pericoloso degli uomini di frontiera e impara qualcosa sulla vita reale all’ovest: sommessamente però la storia suggerisce il tema dell’omosessualità (o la paura dell’omosessualità) e dell’ambiguità sessuale: un argomento che doveva in quegli anni affascinare o ossessionare il Bierce dall’eleganza sartoriale e dalla bellezza efebica, se è vero l’incidente raccontato dal suo editore Walter Neale che vuole lo scrittore abbia estratto la pistola e minacciato di sparare ad un tipo che aveva messo in dubbio la sua virilità. A scongiurare ogni dubbio, comunque, Bierce, dopo un fidanzamento abbastanza tradizionale, si sposa nel 1871 con Mary Ellen “Mollie” Day: una bruna bellezza locale figlia di un facoltoso ingegnere minerario. I maligni (l’amico Adolphe Danziger) mormorano che “lui non era così follemente innamorato di lei, quanto lei di lui”: improbabile aspettarsi illusioni romantiche in chi scriverà qualche anno dopo sul ‘Devil’s Dictionary’: “AMORE: follia temporanea curabile con il matrimonio” e “MATRIMONIO: stato o condizione di una comunità di due persone composta da un padrone, una padrona e due schiavi”. Il lungo viaggio di nozze lo porta a Londra, dove entrerà in contatto con l’ambiente letterario britannico, tornandovi a vivere e a lavorare in più occasioni anche per vari anni di seguito e dove nacquero due dei suoi tre figli (dei quali solo la femmina, Helen, gli sopravviverà: il primo, Day, omicida e suicida a sedici anni per motivi sentimentali; il secondo, Leigh, morto di polmonite, contratta dopo una colossale sbronza, a ventisei). Il ritorno a San Francisco nel periodo caldo degli scioperi e dei forti contrasti sociali, fra gli anni ’70 e gli ’80, vede Bierce, dalle pagine di The Argonaut, su posizioni politiche talvolta ambigue: denuncia la corruzione del sistema ma non crede in soluzioni politiche o rivoluzionarie ai problemi; critica il suffragio universale come “la tirannia dell’opinione pubblica” e “…l’opinione pubblica essendo l’opinione dei mediocri è di solito un errore e un inganno: il risultato è che i mestatori traggono vantaggio dal confermare le masse decerebrate nei loro rozzi pregiudizi, nell’ingozzare la loro onnivora vanità e nell’attizzare i loro implacabili odi razziali e nazionalistici. Pochi anni dopo sulle pagine del periodico democratico The Wasp si lancia nella campagna contro i magnati della Central Pacific Railroad Company e li attacca con ammirevole coraggio “Crediamo che questi uomini siano dei nemici pubblici e dei criminali impuniti, che le loro fortune, illegalmente acquisite, siano colpevolmente impiegate e disonestamente trasmesse”: per sua inspiegabile fortuna non viene mai minacciato o silenziato; una puntura di vespa non poteva scalfire il potere dei Big Four del capitalismo ferroviario.

Operai cinesi alla costruzione delle ferrovie

E proprio su The Wasp, Bierce inizia a pubblicare ‘The Devil’s Dictionary’, una colonna di corrosive e sarcastiche definizioni di parole comuni: la raccolta finale, diversi anni più tardi, diventerà uno dei suoi libri più famosi, rivolto – scriverà l’autore – “a quelle anime illuminate che preferiscono i vini secchi a quelli dolci, il senso al sentimento e la satira (wit) all’umorismo (humor)”. E proprio questa distinzione fra wit e humor sarà oggetto di un suo saggio (‘Wit and Humor’) e di una lunga schermaglia con il collega e amico/nemico Mark Twain: satira maligna contro bonario umorismo, “l’humor è tollerante, tenero, fatto di ridicole carezze; la satira (wit) invece pugnala, chiede scusa e rigira il pugnale nella ferita”. Una concezione che ha più a che fare con i poètes maudits alla Baudelaire e con il successivo humour noir surrealista che con Twain e l’umorismo anglosassone: in realtà, come, gli rinfaccia quest’ultimo, le definizioni del Dizionario del Diavolo non sono “buffe” ma mortalmente serie, la risata che inducono è più un ghigno, specchio di un cuore (di pietra) in pezzi. Qualche esempio: Nascita: il primo e il peggiore di tutti i disastri; Adolescenza: periodo della vita umana intermedio fra l’idiozia dell’infanzia e la stupidità della gioventù; Sfortuna: il genere di fortuna che non manca mai; Giorno: periodo di ventiquattro ore, in gran parte sprecate; Novembre: l’undicesima delle dodici parti di una stanchezza; Anno: periodo di 365 delusioni; Una volta: abbastanza; Due volte: una volta di troppo; Solo: in cattiva compagnia.
Nel 1887 lo scrittore si separa da The Wasp e poco dopo anche dalla moglie e si ritira in una piccola casa di campagna ad Oakland, vicino a dove vive il fratello Albert. Un pomeriggio un giovane di poco più di vent’anni “la cui intera personalità suggeriva estrema diffidenza” – scriverà Bierce in seguito rievocando l’episodio – bussa alla sua porta; Ambrose lo riceve e lo invita a riferirgli i motivi della sua visita: “Sono dell’ Examiner di San Francisco.” – risponde il giovane. “Ah – bofonchia Bierce – venite da parte del Signor Hearst”. Il ragazzo solleva innocentemente gli occhi blu e risponde: “Io sono il Signor Hearst”. Da quel momento, per i successivi vent’anni, il sodalizio fra lo scrittore e il magnate della stampa ispiratore del Citizen Kane di Orson Welles, sarà infrangibile: Bierce diventerà una delle penne più influenti dell’Examiner – al salario iniziale di cento dollari a settimana per una colonna di testo, più gli extra per i numerosi racconti pubblicati – e scriverà (prima a San Francisco e poi come inviato a Washington) sempre senza ingerenze, sostenendo spesso opinioni assai meno progressiste di quelle di Hearst, che – a differenza di Bierce – mantenne, durante le lotte sociali degli anni ’90, posizioni sempre favorevoli agli scioperanti. Proprio sulle pagine dell’Examiner, Bierce pubblicherà fra il marzo del 1888 (‘One of the Missing’) e il dicembre 1891 (‘The Death of Halpin Frayser’) una lunga serie di racconti che traevano ispirazione dall’esperienza – rimossa per due decenni – della Guerra Civile: racconti che saranno raccolti nel 1892 sotto il titolo di ‘Tales of Soldiers and Civilians’ (noto anche con il titolo dell’edizione britannica: ‘In the Midst of Life’). In queste storie due aspetti principali si alternano e si intrecciano: il realismo delirante della guerra e il fascino dell’inesplicabile e del sovrannaturale: su un lato Guy de Maupassant a monte e Ernest Hemingway a valle; sull’altro Edgar Poe e gli autori dell’orrore quotidiano che da Richard Matheson arrivano a Stephen King.
Le due tematiche sono tenute insieme da una sola pulsione: la paura (e, come sarà per Hemingway, la paura di avere paura). Le grandi storie sulla Guerra Civile: ‘Chickamauga’ (un bambino perduto in un bosco è l’inconsapevole testimone di un incomprensibile e sanguinoso gioco: quando torna a casa la trova distrutta, la famiglia sterminata.

1863 - Confederati alla battaglia di Chickamauga - Illustrazione D.Troiani

La battaglia di Chickamauga è ormai finita: il bimbo non si è reso conto di niente perché – come il lettore scopre solo alla fine – è sordomuto), ‘Killed at Resaca’ (un ufficiale si sacrifica in battaglia per redimere il suo onore tradito da un’amante infedele), ‘A Son of the Gods’ (un innominato giovane ufficiale su un bianco cavallo corre da solo incontro al nemico facendosi sparare addosso per rivelarne la presenza ai compagni), ‘The Story of a Coscience’ (un capitano unionista si suicida dopo essere stato costretto a fucilare una spia sudista che gli aveva precedentemente salvato la vita), ‘A Horseman in the Sky’, ‘An Affair of Outposts’, ‘One Kind of Officer’, ‘One of the Missing’; le raccapriccianti storie del sovrannaturale: ‘A Watcher by the Dead’, ‘The Man and the Snake’, ‘The Eyes of the Panther’, ‘The Suitable Surroundings’; e la combinazione dei due generi, il suo capolavoro del 1890, ‘An Occurrence at Owl Creek Bridge’. Il racconto è probabilmente uno dei più giustamente famosi e antologizzati di tutta la letteratura americana: un civile filo-confederato di nome Peyton Farquhar sta per essere impiccato ad un pilone della ferrovia sul ponte di Owl Creek sotto l’accusa di tentato sabotaggio. Mentre attende l’esecuzione, in flashback ricorda la sua condizione di agiato proprietario di una piantagione – probabilmente esentato dal servizio attivo per la “Twenty Negro Law”, una disposizione confederata che evitava l’arruolamento ai padroni di più di venti schiavi – : è stato indotto da una spia unionista a tentare di bruciare il ponte (la sua visione idealizzata e irrealistica della guerra, da “imboscato” che vuole riscattarsi, lo rendono facile preda dell’agente provocatore). L’impiccagione ha luogo ma la corda al primo strappo si spezza e il condannato sprofonda nel fiume, riesce a liberarsi dai legami e riemerge sotto i colpi di fucile nemici lasciandosi portare alla deriva dalla corrente. Guadagnata la riva, fa perdere le sue tracce nella foresta e ritrova la via di casa: sulla veranda la moglie lo aspetta a braccia aperte. Nel momento in cui sta per ricambiare l’abbraccio: “sente un forte strappo sul retro del collo; una bianca luce accecante esplode intorno a lui con un suono come un colpo di cannone: poi tutto è tenebra e silenzio”. La storia si conclude con una delle frasi più ricordate della narrativa ottocentesca statunitense: “Peyton Farquhar era morto; il suo cadavere, con il collo spezzato, penzolava dolcemente da un lato all’altro fra i piloni del ponte di Qwl Creek”. La fuga era stata solo l’allucinazione prodotta dai pochi minuti di ossigeno residuo nel cervello mentre la corda lo strangolava. Non sappiamo se Farquhar corrispondesse a una figura reale nei ricordi di Bierce, ma altri particolari del racconto lo sono certamente: il ponte di Owl Creek, nei dintorni del campo di battaglia di Shiloh, dove il suo reggimento svolgeva servizio di guardia ferroviaria per l’Alabama settentrionale nell’esatto periodo in cui è ambientata la storia; le sue testimonianze sulle impiccagioni come soldato e come cronista di nera: l’abbondanza di particolari realistici accresce il peso dell’evento irreale che sta al centro del testo e lo rende credibile. Un critico dell’epoca Arthur McEwen rimproverò l’amico Bierce a proposito dei suoi racconti: “Non hai, in tutto ciò che scrivi, la minima traccia di quel che si chiama simpatia: la bella fanciulla non arriva mai” – “Che se ne vada al diavolo la bella fanciulla!” – rispose Bierce.
CSA - Guardia nazionale dell'Alabama Un anno più tardi, nel 1893, venne pubblicata un’altra raccolta: ‘Can Such Things Be?’, ancora più orientata verso l’orripilante e il sovrannaturale, che include fra i racconti più memorabili: ‘The Death of Halpin Frayser’, ‘Moxon’s Master’ (un’anticipazione delle creature artificiali della fantascienza), ‘A Jug of Sirup’, ‘The Realm of the Unreal’, ‘The Moonlit Road’, ‘The Middle Toe of the Right Foot’, ‘The Damned Thing’ (in cui si evoca la presenza indescrivibile di un mostro invisibile). Bierce fu poi coinvolto dall’amico e allievo Adolph Danziger in una collaborazione letteraria che portò in seguito ad una vertenza fra i due autori sulla spartizione dei diritti: ‘The Monk and the Hangman’s Daughter’, un racconto gotico che Danziger aveva tradotto dall’originale tedesco ‘Der Monch von Berchtesgaden’ di Richard Voss e che era stato pubblicato a puntate sull’Examiner. Questo melodramma religioso-sessuale piuttosto melenso è del tutto fuori dalle corde di Bierce: un frate francescano di nome Ambrosius (!) si innamora segretamente di Benedicta, la bella figlia del boia, e dopo tormentate (e noiose) lotte interiori, la uccide per sottrarla alle lussuriose attenzioni del nobile corteggiatore della giovane, Rochus; l’amara rivelazione finale svela che la ragazza era in realtà la sorellastra di Rochus e che nutriva una segreta e proibita passione per Ambrosius. Direbbe Oscar Wilde: si uccide sempre chi si ama! Perché Bierce abbia acconsentito a mettere il suo nome in quest’opera bislacca resta un mistero: si trattò forse di un atto di amicizia verso Danziger che lo corteggiava e lo adulava chiamandolo “der master”. Fu stampata un’edizione in volume del romanzo breve ma i due autori non ne ricevettero mai un soldo e passarono due anni a litigare sulle responsabilità e i danni: alla fine Bierce ruppe un bastone da passeggio in testa a Danziger, lasciando i pezzi sulla scrivania dell’ex pupillo per ricordargli – disse – “la natura dell’amicizia”.

Guerra ispano-americana (1898) - I marines invadono Cuba

1898. Guerra ispano-americana – i marines invadono Cuba

Nel 1898 lo scrittore entrò apertamente in conflitto anche col suo boss Hearst a proposito della guerra ispano-americana: Hearst propagandava la guerra e l’indipendenza di Cuba dalla Spagna furoreggiando dai suoi giornali sulle immaginarie atrocità perpetrate dagli spagnoli ai danni degli indipendentisti cubani; Bierce scriveva, sugli stessi giornali: “Il patriottismo è aspro come la febbre, spietato come la tomba, cieco come una pietra e irrazionale come una gallina decapitata”. Con la consueta lucidità smascherava i pretesti umanitari statunitensi che coprivano Soldati spagnoli a Cubal’espansionismo nazionalista: “Siamo in guerra con la Spagna oggi solo in obbedienza ad un’istanza che si è andata rafforzando fin dall’inizio della nostra esistenza come nazione: la passione espansionistica, sollevata una volta, infuria come un leone; le conquiste successive non fanno che rafforzarla. E’ solo questa la febbre che sta bruciando nel sangue americano”. Con evidente contraddizione, c’è però anche una forte componente razzista nelle sue simpatie: gli spagnoli sono bianchi, mentre i ribelli cubani “in gran parte negri o negroidi, ignoranti, superstiziosi e brutali”. Sul proseguimento della guerra nelle Filippine – una spietata guerriglia in stile Vietnam con tanto di torture e villaggi bruciati che “pacificò” le isole al costo di 220.000 vite tra i filippini e 4.200 tra gli americani – Bierce commentò: “Ecco un’altra dimostrazione di quanto la moralità di una nazione sia pari a quella di un ladro o di un pirata. D’altra parte non avevamo promesso giustizia nel Pacifico: solo nei Caraibi…”.

gen. M.J.Shafter comandante del corpo di spedizione USA a Cuba

Il generale M.J.Shafter, comandante del corpo di spedizione statunitense a Cuba, mentre avanza a dorso di mulo.

Nonostante le aspre schermaglie però, la collaborazione con Hearst continuò anche dopo il volgere del secolo, quando Bierce passò dai quotidiani al mensile Cosmopolitan: in quegli anni vennero anche pubblicate in dodici volumi le ‘Opere Complete di Ambrose Bierce’ – che comprendevano: The Devil’s Dictionary (con il titolo modificato in The Cynic’s Word Book), Tales of Soldiers and Civilians (anche questo col titolo inglese In the Midst of Life), Can Such Things Be?, The Monk and the Hangman’s Daughter, la collezione di Fantastic Fables in stile Esopo che aveva scritto per i britannici Fun e Tom Hood’s Magazine, e tutta la sua occasionale (e decisamente non memorabile) poesia. L’accoglienza critica fu devastante, le vendite anche: l’editore Neale ci rimise 7.500 dollari e lo stesso Bierce 2000. Nella primavera del 1910 lo scrittore torna finalmente in California dopo dodici anni di assenza, in tempo per constatare gli effetti del terribile terremoto che aveva colpito San Francisco: “La mia San Francisco è morta e non ne avrò mai più un’altra” – dichiara. In quei giorni incontra Jack London: gli porge le sue condoglianze per la recente perdita del primo nato (avendo lui stesso perso due figli sa cosa vuol dire), London si commuove, simpatizzano, litigano sulla politica (Jack è un fervente socialista, Ambrose tutt’altro), si scambiano aneddoti su Hearst (per cui London ha coperto la guerra Russo-Giapponese), scolano bottiglie di cognac Three Star Martell, una dietro l’altra, finché Bierce non stramazza addormentato. L’incontro con London è l’unico episodio piacevole del suo ritorno in California: Bierce si sente sempre più isolato, deluso per i pessimi esiti dei suoi Collected Works, colpevole per la sua famiglia perduta (dopo i figli maschi anche la moglie – dalla quale era separato senza aver mai voluto divorziare – è scomparsa nel 1905. Helen la figlia femmina – che aveva vissuto sempre con la madre – lo tiene a distanza), assalito da sempre più frequenti e gravi attacchi d’asma: comincia a sentirsi non troppo dissimile dai fantasmi che tante volte ha evocato sulla pagina ed è ormai pronto per l’ultima avventura. “Questa rivoluzione in Messico mi interessa: voglio scendere giù a vedere se i messicani sparano bene” – dice agli amici e colleghi di Washington prima di lasciare per sempre la città.
I Want you Gringo! - Manifesto per il reclutamento di volontari americani in Messico (1915) Alla fine del 1913 un viaggio in Messico nel pieno della Rivoluzione non è uno scherzo nemmeno per un uomo giovane e in buona salute e Bierce, a 71 anni suonati e minato dall’asma, ne è fin troppo consapevole: ”Vorrei arrivare in Sud America, passando per il Messico, sempre se non finisco contro un muro fucilato come gringo. Molto meglio che morire nel proprio letto!” – questo è il tono delle ultime lettere scritte ad amici e parenti – “Addio. Se ti dicono che sono finito contro un muro messicano e fucilato, sappi che lo considero un ottimo modo di lasciare questa vita: evita la vecchiaia, la malattia, la possibilità di rompersi il collo ruzzolando giù per le scale della cantina. Essere un gringo in Messico: questa sì che è davvero eutanasia!”. In realtà nella lotta che opponeva le forze federali del presidente Victoriano Huerta a quelle ribelli dei comandanti Venustiano Carranza, Emiliano Zapata e Francisco “Pancho” Villa, la vita di uno statunitense sarebbe stata scrupolosamente protetta: nessuno dei due opponenti voleva rischiare un intervento degli USA in appoggio alla forza contraria a quella che avesse arrecato oltraggio a un cittadino americano. Bierce stava solo alimentando il suo mito: un anziano Don Chisciotte, stanco delle brutture di Washington si lancia con un ultimo impeto nel gorgo della rivoluzione. Lasciata la Capitale, nel suo itinerario verso sud, ripercorre, in una sorta di pellegrinaggio finale, tutti i luoghi della Guerra Civile che lo hanno visto tra i protagonisti: passa da Chattanooga, visita Chickamauga, Snodgrass Hill, Murfreesboro – dove durante la battaglia di Stones River, aveva coraggiosamente sfidato il fuoco nemico per salvare un suo compagno: il Tenente Braden – si ferma una settimana a Shiloh e siede malinconico fra le tombe del cimitero di guerra, si imbarca sul Mississippi, arriva a New Orleans dove un reporter lo intervista per una testata locale: “Sono sulla via del Messico – dice – perché mi piace il gioco, mi piacciono le lotte: voglio vedere. Poi non credo che gli americani siano così oppressi laggiù, come si dice: voglio rendermi conto dei fatti. (…) Voglio viaggiare in diagonale, da nordest a sudovest, a cavallo e poi prendere una nave per il Sud America, vedere la Ande, attraversare il continente e, se possibile, tornare indietro. Non ho una famiglia di cui occuparmi, mi sono ritirato dalla scrittura: mi prendo una pausa”.

Chattanooga dopo la battaglia

Il 5 Novembre arriva a San Antonio, visita Alamo, dove gli ufficiali del Terzo Cavalleria lo trattano come un ambasciatore straniero e per poco non sfilano in parata in suo onore. Il 6 Novembre, l’ultima lettera (alla nipote Lora Bierce) da Laredo : “Non resterò qui abbastanza a lungo per poter aspettare tue notizie e non so quale sarà la prossima tappa. Dubito abbia molta importanza. Adios”.
Da quel momento si perde di lui qualunque traccia. Fin troppe invece le congetture e le ipotesi più fantasiose susseguitesi negli anni, tutte assolutamente prive di qualsiasi prova oggettiva: qualcuno lo vuole caduto nella carica di Ojinaga, altri fucilato a Chihuahua, altri ancora fatto assassinare a tradimento da Villa dopo un litigio a Guadalajara, altri, come Charles Fort, addirittura “rapito da un collezionista di Ambrogi”. Più probabilmente e meno romanticamente Bierce non raggiunse mai il Messico: secondo la testimonianza (anche questa non suffragata da prove) del suo editore Neale, in qualche grotta sperduta del Grand Canyon, in perfetta solitudine, usando probabilmente la pistola tedesca che mostrava sempre con orgoglio agli amici, l’Amaro Bierce si fece saltare le cervella. Come aveva predetto in una lettera, le sue ossa non sono mai state ritrovate.»

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DISSONANZE

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , on 17 maggio 2009 by Sendivogius

 “Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.
Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perchè poco attraenti e selvatici ma perchè si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali.
(…) Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia.
Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione.”

(Il testo è tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912)

1 - Alabama 1936L’estratto è sicuramente uno di quelli ad effetto. La sua stesura stilistica, incredibilmente attuale, è perfetta nel costruire uno scenario a forte impatto evocativo con tanto di colpo di scena finale. Peccato sia probabilmente un falso. E se le intenzioni sono ‘buone’ (ricordare scomode analogie), se anche la finzione narrativa attinge da realtà oggettive di valenza storica, pur sempre di un falso si tratta. O almeno questa è l’impressione che si può ricavare da una superficiale analisi della sedicente ‘citazione’…
Il testo in questione è comparso all’improvviso,
tra il 9 ed il 10 Maggio, cominciando a circolare per la rete. I primi a parlarne sono stati: Albo, Danandhisthings, Bastet… Poi ha preso a rimbalzare da un blog all’altro e per le forum community, tramite un semplice copia-incolla, fioccando un po’ dovunque: è stato citato in Parlamento, riportato su siti di partito, pubblicato sui quotidiani (La Repubblica del 14 Maggio, nella rubrica delle lettere)… In tutti i casi il testo è identico: non una parola di più, senza alcuna variazione nei contenuti, come nella traduzione, e soprattutto senza ulteriori dettagli circa la sua provenienza. La fonte di provenienza è sempre la stessa “relazione” di un fantomatico “Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti”, del 1912 (mese di Ottobre). Ora, facendo filologia spiccia, la parola Ispettorato è molto italiana, ma ben poco comune nel ‘burocratese’ d’Oltreoceano. Sono d’uso familiare termini come Department, o l’intraducibile Panel; nel caso specifico sarebbe assai pertinente fare riferimento all’Immigration Board, piuttosto che l’improbabile Inspectorate (Ispettorato). Sono tutti termini traducibili come: Dipartimento; Commissione; Direzione; Ufficio… da dove sia uscito fuori il termine “Ispettorato”, lo sa solo la fonte originale. E se ne guarda bene dal rilevarlo! Infatti non è dato sapere il nome del relatore, né la data esatta di presentazione del rapporto (Ottobre 1912 dice poco). Provate a fare una ricerca nel web, utilizzando le parole in lingua inglese…
In quanto alla “relazione al Congresso americano”, Relationship to Congress of United States, si tratta in genere di rapporti periodici che vengono presentati ai rappresentanti del Congresso e del Senato, in assemblea congiunta. Sono atti pubblici, consultabili sul sito ufficiale del Congresso USA. Nell’anno 1912 troverete informazioni sul “Congedo temporaneo dei Negri”, ma niente sugli Italiani puzzolenti… Quelli al massimo li trovate nel Parlamento/parlatorio nostrano (Dux Silvius docet).
Anonima la fonte; anonimo il testo; anonimi i relatori; anonima la traduzione; anonima la pubblicazione; attendibilità?!?
“Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono (…) Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano”
seattle-shantytown Abbiamo provato a rintracciare qualche immagine di queste famigerate baraccopoli esclusivamente italiane (shanty town). Non ne abbiamo trovate. Almeno non con specifici requisiti etnici di italianità. Nelle foto allegate, noterete che le baracche sono di legno, ma non in alluminio il quale, agli inizi del ‘900, rimaneva un materiale tutt’altro che economico. La lavorazione industriale dell’alluminio era finalizzata soprattutto ai telai per le biciclette. Floyd Burroughs' FarmGli scarti erano rari e ancora, relativamente, cari e un homeless non avrebbe certo rimediato dei laminati con la stessa facilità di oggi. In quanto alle disquisizioni sull’igiene e l’abbigliamento dei WASP autoctoni, nonché sulla scelta delle abitazioni, vi invito ad ammirare le foto che W. Evans andava scattando per l’Alabama, 25 anni dopo le denunce contenute nel rapporto. Certi aspetti legati al ‘decoro’, agli odori, al vestiario, sono fisime squisitamente “borghesi” e soprattutto molto “italiane”.
1936-Alabama FarmersC’è da sorridere poi sulla stoccata che gli anonimi redattori lanciano contro gli ottusi lùmbard d’esportazione. Relazioni preoccupate sugli immigrati italiani in effetti esistevano ed avevano come oggetto proprio quagli italiani di origine settentrionale: alfabetizzati e, peggio ancora, fortemente politicizzati. Tant’è che negli USA il primo grande respingimento e deportazioni ai danni di radicali, comunisti e soprattutto anarchici, di origine italiana (in prevalenza Nord Italia), risale al 1919. A far paura erano le idee; non certo i selvatici contadini descritti nella relazione!
seattle shanty_town 2Per capire cosa sia stata l’emigrazione italiana (e meridionale) nelle Americhe, basterebbe leggere le storie dedicate all’epopea di
“Savarese”, immigrato siciliano nella New York degli anni ’20, sfogliando le tavole illustrate dall’argentino Domingo Mandrafina, su soggetto del paraguayano Robin Wood: gli autori di una graphic novel che vale più di un trattato sociologico. Se i personaggi sono di fantasia, eccezionale è la rappresentazione della realtà italo-americana, ritratta con tutte le sue contraddizioni.
savarese Non serve invece inventare probabili rapporti. Non credo infatti che, per denunciare il razzismo intrinseco del cosiddetto “Decreto Sicurezza” di matrice leghista, siano necessarie manipolazioni di sorta. Chi gioca scorretto, perde di credibilità e delegittima anche la più nobile delle battaglie, prestando il fianco ai facili attacchi dei propri detrattori.

Finanza Creativa (II)

Posted in Business is Business with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 marzo 2009 by Sendivogius

 

 “The Italian Job

 

ponzi1 Immaginate una sala scommesse, dove allibratori senza scrupoli vendono pacchetti differenziati a giocata multipla garantendo vincite sicure, ad alto rendimento, in cambio di puntate relativamente modeste purché continue.

Immaginate che le quote siano co-finanziate dagli stessi allibratori con la concessione di prestiti non garantiti che, attraverso un afflusso costante di nuovi scommettitori, spingono al rialzo il valore delle eventuali vincite.

Immaginate una sacca speculativa che, con nuovi azzardi e l’estensione condivisa del rischio, si autoalimenta tramite iniezioni fittizie di denaro, incrementa il debito, dilazionando il pagamento dei crediti. E la bolla continua a gonfiarsi, finché non giunge il momento di rifondere il prestito originario, spacchettato a sua volta in obbligazioni creditizie negoziabili, piazzate ad ignari portatori-investitori. Il loro valore solvibile è molto simile a quei bigliettini chiamati “pagherò”, che gli incalliti giocatori di poker sottoscrivono, pur nella consapevolezza di non essere nella condizione di saldare.

Il meccanismo, che per la sua creatività finanziaria è (impropriamente) ricollegabile alle cause dell’attuale crisi economica, continua ad essere riproposto con perversità ciclica nei mercati senza regole della finanza globalizzata.

Le modalità di applicazione rispondono, o quantomeno si ispirano, ad uno “schema” consolidato che dal suo ‘misconosciuto’ creatore, Charles Ponzi, prende il nome.

 

IL RE DELLA TRUFFA

Quando Carlo Ponzi sbarcò a Boston, nel novembre del 1903, era solo l’ennesimo emigrato italiano, di belle speranze e pochi spiccioli, venuto a cercar fortuna in America.

charles-ponziOriginario di Lugo di Romagna (dove era nato il 3 marzo 1882), il giovane Ponzi aveva lasciato presto il suo impiego alle Poste, per inventarsi studente universitario a Roma e sperperare tutti risparmi in gozzoviglie e divertimenti, giocando alla bella vita. A corto di quattrini, decide di riparare negli Stati Uniti e durante la traversata perde gli ultimi denari in scommesse e gioco d’azzardo. Il ragazzo ragiona in grande, ma per il momento si deve accontentare di lavorare come sguattero e lavapiatti in un ristorante. Risparmia sull’alloggio perché dorme sul pavimento delle cucine. Però è accattivante, di bell’aspetto, parla bene l’inglese, e presto diventa cameriere. Impiego che non conserva a lungo, perché truffa i clienti sui resti e gratta i soldi dalla cassa.

Nel 1907, Ponzi si trasferisce in Canada, a Montreal, dove in qualche modo riesce a farsi assumere come aiuto-cassiere nella banca fondata da un altro italiano, Luigi Zarossi, che ha costruito la sua fortuna grazie alle rimesse degli emigranti garantendo tassi d’interesse del 6%, al doppio di quello vigente presso gli altri istituti canadesi. Probabilmente, prima di essere affinato, il futuro ‘sistema Ponzi’ trova ispirazione proprio nella disinvolta gestione della banca. Il “Banco Zarossi” versa infatti in gravi difficoltà finanziare, a causa di una serie di speculazioni sbagliate nel mercato immobiliare, e utilizza i fondi dei nuovi clienti per pagare gli interessi sul debito. Il giochino continua fino all’inevitabile fallimento della banca, quando il buon Louis scappa in Messico con gli ultimi soldi che i risparmiatori gli avevano affidato. Necessità fa virtù e Ponzi, di nuovo disoccupato, non si perde d’animo… Capisce che la sua fortuna è negli USA. Di nuovo a corto di quattrini, riesce a impossessarsi del libretto d’assegni di un ex correntista del ‘Banco’ e si intesta un assegno di $423.58  falsificando la firma di un direttore di filiale. Beccato, deve rimandare la sua partenza perché si fa tre anni di prigione a Montreal.

Nel 1911, Ponzi riesce finalmente a rientrare negli USA. Arriva fino ad Atlanta e subito trova ospitalità nelle carceri della Georgia, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (di italiani). La prigione federale, dove rimane per due anni, si rivela un’altra esperienza proficua: collabora come traduttore, facendo conoscenza con i boss corleonesi della Mano Nera. Soprattutto, entra in contatto con Charles W. Morse, il Re del Ghiaccio, speculatore e affarista di NY.  

Dopo la scarcerazione, Charles Ponzi si sposta nuovamente a Boston e nel 1918 si sposa con una ragazza di origini italiane. Non per questo rimane con le mani in mano dimostrandosi, a suo modo, un precursore… Si dedica infatti alla raccolta di annunci pubblicitari, con la realizzazione di un catalogo specializzato per imprese ed esercizi commerciali. Il progetto tuttavia non va in porto, a causa della cronica carenza di fondi. Ma ecco che tramontata un’idea, ne sorge subito un’altra più grandiosa. In risposta ad una sua precedente lettera indirizzata ad una società che lavora in Spagna, Ponzi riceve una richiesta di notizie dettagliate sulla potenziale rivista. Allegata alla missiva trova un IRC (International Reply Coupon), un ‘buono di risposta internazionale’, per l’affrancatura della lettera di ritorno. L’IRC è un buono prepagato con validità internazionale, che viene utilizzato in sostituzione dei normali francobolli. In pratica, permette di spedire lettere già affrancate all’estero. La validità del coupon è standardizzata a livello internazionale, ma il costo d’acquisto varia a seconda dei singoli stati. Questo vuol dire che, al momento della conversione in francobolli, lo stesso IRC acquistato negli USA al prezzo di un dollaro (in sostituzione di un francobollo da 1 $), in Italia potrebbe avere invece un valore equivalente a 30 centesimi di dollaro. In tal caso, il margine di profitto sarebbe del 70% qualora i coupon fossero acquistati in Italia e convertiti poi in francobolli americani. Basata essenzialmente sull’acquisto e sulla vendita dello stesso bene in due mercati diversi, si configura come una operazione di tipo finanziario, conosciuta dagli operatori di settore col nome di “arbitraggio”, che genera un profitto immediato lucrando sulle differenze di prezzo.

Inutile dire che il vulcanico Ponzi vede nella circostanza una incredibile fonte di guadagno.

 

LO ‘SCHEMA PONZI’

Charles Ponzi costituisce una nuova società: la Securities Exchange Co e gli IRC movimentati alla stregua di “titoli di cambio” pagabili al portatore: attraverso una rete di agenti mandatari in Italia, Ponzi acquista i coupon postali; gli IRC acquistati in Italia vengono trasferiti in USA e convertiti in francobolli americani, approfittando del cambio vantaggioso.

Per i capitali di investimento si ricorre a finanziatori terzi, ai quali Ponzi assicura rendimenti eccezionali a pronto termine, con tassi d’interesse del 50% e corresponsione del capitale entro 90 giorni dall’investimento iniziale.

Una seconda rete di agenti a provvigione, ben pagati, che agisce secondo i meccanismi del marketing multi-level, si preoccupa di procacciare clienti in territorio americano, specialmente tra la comunità degli emigrati italiani. Finché le quote di partecipazione affluiscono copiose, insieme ai nuovi investitori, la compagnia continua a corrispondere regolarmente i dividendi, contribuendo alla creazione di piccole fortune patrimoniali, che rendono Ponzi popolarissimo tra i molti beneficiati.

Dal Febbraio al Maggio del 1920, la “Securities Exchange” passa da un capitale di $5.000 a $420.000. A Luglio dello stesso anno, Ponzi ha raccolto fondi per svariati milioni di dollari e possiede il controllo di una banca: la Hanover Trust Bank.

In realtà, ad una più attenta analisi finanziaria, la Securities Exchange lavora in costante perdita, nonostante la società riesca a raccogliere fino a $250.000 al giorno. Il suo passivo cresce in parallelo con la liquidazione delle quote, senza che gli investimenti riescano a colmare un pauroso buco di bilancio (opportunamente occultato nei libri contabili). Innanzitutto, i tassi di cambio degli IRC, al netto delle spese di gestione e di commissione, non risultano così vantaggiosi come Ponzi credeva ed il saggio di profitto è notevolmente inferiore rispetto alle aspettative originarie. Gli stock di “buoni” (gli IRC) sono nettamente inferiori, in rapporto a quelli che dovrebbero essere necessari alla capitalizzazione finanziaria della compagnia. La maggiorazione delle quote investite dai clienti dovrebbe essere ulteriormente garantita da una serie di arzigogolate operazioni di ingegneria finanziaria che in realtà sono inesistenti.

Lo Schema Ponzi è un sistema a perdere in cui le rimesse degli ultimi arrivati pagano gli interessi maturati dai primi investitori. Se il flusso dei nuovi clienti si interrompe, la liquidazione delle quote promesse diventa impossibile a causa dell’inevitabile prosciugamento dei fondi in deposito in assenza di versamenti.

Il Boston Post, quotidiano che aveva inizialmente elogiato lo schema creato da Ponzi, inizia ora a criticarne aspramente i limiti e le ambiguità. Escono fuori i precedenti penali di Ponzi, insieme alla sua fedina non proprio immacolata. Le autorità federali iniziano una serie di indagini fiscali. Tra i risparmiatori inizia a diffondersi il panico con la corsa al ritiro. La società dell’intraprendente romagnolo inizia a scricchiolare paurosamente, prima dell’inevitabile collasso. Ma Ponzi fa una cosa ‘strana’… evidentemente convinto del suo ruolo di imprenditore, irretito dall’abito di filantropo che gli è stato cucito addosso, invece di scappare all’estero col malloppo (come già aveva fatto Zarossi) continua a pagare i premi ai suoi clienti che sempre più numerosi si presentano agli sportelli della banca, fino ad esaurimento fondi.

La parabola di Ponzi dura circa un anno. Arrestato nel novembre del 1920 per bancarotta e frode, viene condannato ad una pena complessiva di 13 anni: ai cinque anni iniziali se ne becca altri 9 durante il processo d’appello come “ladro comune e notorio”. Questo pure perché Ponzi, uscito su cauzione, ha pensato bene di “darsi alla macchia”. Infatti ricompare in Florida, dove si fa chiamare Charles Borelli, e subito organizza una nuova truffa fondiaria ai danni di sprovveduti farmers. Arrestato nuovamente, ancora una volta esce su cauzione e ripara in Texas dove cerca disperatamente un imbarco per l’Italia e l’impunità.

Il 28 Giugno del 1926, viene arrestato a New Orleans a bordo di un mercantile italiano.

Rilasciato nel 1934, viene immediatamente espulso dagli USA (Ponzi non aveva mai ottenuto la cittadinanza). Tornato in Italia, si guadagna da vivere come traduttore. Mussolini lo coopta nel suo governo, affidandogli incarichi di gestione finanziaria. E Ponzi dimostrerà di essere talmente incompetente in materia da venir trasferito come impiegato nella “Ala Littoria”, l’allora compagnia di bandiera, distaccato a Rio de Janeiro in Brazile dove lavora dal 1939 al 1942. Con la guerra, i voli vengono sospesi e Ponzi perde nuovamente l’impiego, ma rimane a Rio dove muore il 18 Gennaio 1949 in un ospedale per poveri.

Tuttavia, il “Ponzi-scheme” non muore col suo ideatore e gli emuli non mancano: dalle ‘finanziarie piramidali’ ai ‘banchieri di Dio’, che però meritano una trattazione a parte.

 

ANNO 2009

wall-street-1929 In tempi più che recenti, il famigerato schema è stato riproposto da businessman senza scrupoli come Nicholas Cosmo, che con la sua Agape World Inc ha rastrellato qualcosa come 400 milioni di dollari. Cosmo è stato arrestato a NY il 26 Gennaio di quest’anno.

Ma il più ‘famoso’ di tutti è sicuramente un ex bagnino di Long Island, passato dalle spiagge della Grande Mela alla presidenza del Nasdaq: Bernard Madoff il quale, con la sua Investement Securities, ha realizzato la più grande truffa finanziaria di tutti i tempi. Pare che la cifra si aggiri intorno alla modica cifra di 50 miliardi di dollari. Il caro Bernie, senza strafare, prometteva rendimenti sicuri ad un tasso ragionevole del 10% – 15%. Il fatto che gli hedge funds di Madoff fossero immuni dalle oscillazioni del mercato finanziario, garantendo un rendimento costante, con un saldo sempre in positivo, evidentemente non ha mai destato sospetti tra i suoi pur facoltosi clienti. Almeno fino al crollo dell’intero sistema, quando con le prime avvisaglie delle crisi economica gli investitori sono tornati a reclamare le loro quote.

Nella rete di Madoff sono confluiti fondi pensione, piccoli risparmiatori e grandi istituti finanziari, fondazioni ed enti di beneficenza collegati al bel mondo di Hollywood. Tutti molto convinti della solidità dei Jewish Bond emessi da Madoff, che ha truffato mezza comunità ebraica d’America. Tra le vittime dei salotti buoni che contanto, c’è anche il regista Steven Spielberg ed il premio nobel Elie Wiesel. Tra le banche (fonte: http://www.finansol.it/?p=1078) si registrano scoperti per svariati milioni di dollari:

– UNICREDIT, 75 milioni

– BANCA POPOLARE, 60 milioni
– BNP Paribas, 350 milioni
– Bbva , 300 milioni
– Hsbc, 1 miliardo
– Natixis, 450 milioni
– Rbs, 400 milioni di sterline
– Axa, 100 milioni di euro
– Man Group, 360 milioni di dollari
– Nomura, 302 milioni di usd
– Credit Agricole, 10 milioni

Naturalmente, tali perdite rischiano di coinvolgere, loro malgrado, i clienti degli istituti interessati ed i contribuenti tutti, arruolati a forza nei cosiddetti “piani di salvataggio”. Questo dopo che magari si è convinti i lavoratori ad affidare la gestione del proprio TFR ai fondi di categoria, tutti altamente sicuri e garantiti. Come quelli di Madoff.

 

P.SBuona parte delle informazioni presenti in questo articolo sono state desunte da wikipedia. Un particolare ringraziamento va invece rivolto ai lettori di Liberthalia: il post dedicato a “Il Mostro di Roma” ha raggiunto quasi 200 visualizzazioni nelle prime 56 ore dalla pubblicazione. Per chi scrive, sono piccole (grandi) soddisfazioni.