Archivio per SPD

R.I.P.

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 15 ottobre 2017 by Sendivogius

La ‘sinistra’, in tutte sue possibili varianti scaturite dalla scissione dell’atomo, è morta. Il decesso è su scala continentale. E certo pure quando era in vita non è che se la passasse benissimo. Difficile rimpiangerne la dipartita, dopo una lunga agonia imbarazzante per sé e funesta per tutti gli altri. Sostanzialmente era diventata più perniciosa che inutile, oramai ridotta alla stregua di un malato terminale (di quelli che si cagano addosso incapaci di controllare la peristalsi… che ti fanno vergognare mentre sbavano e delirano); consumata per consunzione interna dopo un inarrestabile processo di citolisi, ma non prima di aver rinnegato se stessa, tradendo tutti gli ideali coi quali a chiacchiere ha sempre amato ammantarsi. Non ne sentiremo la mancanza. A meno che non voglia intendersi per ‘sinistra’ quella poltiglia informe e melensa delle microformazioni di stracciaculi, che ancora si agitano attorno ad un Giuliano Pisapia: il nuovo Che Guevara de Noantri che tanto basta a stimolare le facili polluzioni di troppi sinistrati in cerca d’autore. Oppure (peggio ancora!) quella riedizione 2.0 della peggior DC di estrazione fanfaniana ed ispirazione dorotea che si fa chiamare PD, con l’aggiunta di qualche utile idiota a fare da testimonial (è fresca di giornata l’esumazione di un Walter Veltroni!), insieme all’immancabile contorno di ambiziosi balilla in carriera a svecchiare l’insieme, per il make-up della salma.
Ad involuzione compiuta, il partito bestemmia celebra i dieci anni del suo fumoso non essere, in un condensato di buone intenzioni dai risvolti pessimi, per quello che più che altro dovrebbe essere un funerale (della sinistra morta per suicidio) con tanto di resurrezione democristiana per ibridazione su osmosi inversa. Trasformato in un comitato elettorale permanente, personalizzato su misura del bullo di Rignano e della sua cosca fiorentina, nel partito sedicente ‘democratico’ ora si parla di “lotta corpo a corpo” (la definizione esatta sarebbe trippa contro trippa) con il centrodestra; se non fosse che, nell’impossibilità di distinguere le differenze, il PD è molto più a destra nell’intercambiabilità con la stessa e di gran lunga peggiore nella sua ipocrisia.

  TUTTI INSIEME DISASTROSAMENTE

«All’ultimo duello televisivo tra Angela Merkel e Martin Schulz, secondo un amico tedesco, l’unica differenza è che il secondo aveva la barba. Il lungo abbraccio nella Grosse Koalition degli antichi rivali, CDU e SPD, sembra aver stancato entrambe gli elettorati e i democristiani persino più dei socialisti. Ma la perdita di senso, prima che di consenso, della SPD, la secolare quercia del socialismo europeo, la madre ormai pallida di quella straordinaria creatura che fu lo Stato sociale, lascia senza parole. In Germania è accaduto in fondo quanto già visto in tutta Europa, ma soltanto il voto nel cuore dell’impero poteva chiarire il passaggio storico in atto. Non è finita la storia, è morta la sinistra. Non stanno vincendo le destre, scompare la socialdemocrazia. Del resto, spostando lo sguardo oltreoceano, era chiaro che non aveva vinto Donald Trump, ma perso Hillary Clinton. Tutto il resto è secondario, accessorio. La sopravvivenza di governi conservatori comunque in declino, l’avanzata dei populismi, il risorgere dei fanatismi nazionalisti e separatisti, la spettacolare meteora di movimenti “né di destra né di sinistra” come i 5 Stelle o En Marche, che potrebbero svanire con la stessa velocità con la quale si sono affermati. Sono soltanto turbolenze della politica che spaventano, ma non cambiano la rotta, provocate dal gigantesco vuoto d’aria a sinistra. In dieci anni i socialisti si sono dimezzati in Germania, Spagna e Austra, quasi estinti in Francia, Grecia, Ungheria e Polonia. Hanno perso elettori tra i ceti popolari e tra i giovani: una crisi irreversibile. Molti elettori rimasti votano più il ricordo di un passato glorioso che un presente insignificante. Sotto i trent’anni, moltissimi li considerano uguali ai conservatori: saranno tutti qualunquisti? In Germania, la SPD ha governato 17 degli ultimi venti anni, da sola o con la CDU, contribuendo ad un boom economico fondato tuttavia su bassi salari e demolizione dei contratti nazionali. In ultimo, perfino la BCE ha criticato la politica dei salari tedeschi più di quanto abbia fatto la SPD. E infatti Merkel, che vorrebbe togliersi al più presto di torno Draghi, corteggia Schulz per un’altra grande coalizione. La sinistra storica europea non sembra aver perso soltanto l’anima, il sogno o l’utopia, ma finanche una minima funzione critica, ossessionata dal governo per il governo, il potere per il potere, dal vincere ad ogni costo che poi si traduce in realtà nel perdere senza onore, dopo aver sposato le parole d’ordine dell’avversario. Nessuno oggi capisce il rifiuto di Schulz ad una nuova alleanza con la Merkel: perché rimanere all’opposizione se erano d’accordo su tutto?»

Curzio Maltese
(06/10/17)

Ad ogni buon conto, tumulare i cadaveri, prima ancora che un atto di pietà, è innanzitutto una norma di profilassi. Non foss’altro perché con la putrefazione cominciano a puzzare.

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Una Modesta Proposta

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 ottobre 2013 by Sendivogius

Il Razzo Supposta

Cosa fare della salma di Erich Priebke?
Jorge Videla L’Argentina, che dopo il 1945 ha offerto rifugio e protezione a migliaia di criminali nazi-fascisti, a chi chiede di riprendersi colui che ha ospitato per quasi 50 anni, dichiara a bocca del suo ministro degli esteri: l’Argentina non può accettare un tale affronto alla dignità umana. Evidentemente il nazista Priebke creava loro meno imbarazzi in vita, piuttosto che da morto. Fintanto che Priebke gironzolava nella più totale impunità a Bariloche e dintorni, “l’affronto alla dignità umana” non si poneva minimamente.
Gestapo La Germania, dove il capitano delle SS è nato (Hennigsdorf, 29/07/1913) e del quale è a pieno titolo un cittadino, fa platealmente finta che la faccenda non la riguardi, fingendo di non sapere che Erich Priebke non era un killer psicopatico ricercato dall’Interpol, ma un funzionario di polizia in regolare servizio presso l’ambasciata tedesca a Roma, su esplicito mandato del governo tedesco.
Poliziotti tedeschi a BerlinoSi tratta di un vizietto antico, a quanto pare assai diffuso dalle parti dell’algida Germania dalle grosse coalizioni (e dai miserabili ipocriti), abilissima a declinare le proprie responsabilità e nascondere le colpe, salvo crocifiggere il resto d’Europa ai dogmi teutonici dell’austerità, nella ritrovata supremazia a spese del resto del continente.

Esecuzione «Nel corso dell’Olocausto i tedeschi tolsero la vita a sei milioni di ebrei e, se la Germania non fosse stata sconfitta, ne avrebbero annientati altri milioni.
Gli uomini e le donne che insieme davano vita a quelle inerti forme istituzionali, che occupavano le strutture del genocidio…. erano in larghissima e schiacciante maggioranza tedeschi. Se è vero che nello sterminio degli ebrei furono affiancati da esponenti di diverse comunità nazionali, questi però non furono indispensabili per il compimento del genocidio, né venne da loro l’iniziativa e la spinta a portarlo avanti. Certo, se i tedeschi non avessero trovato negli altri paesi d’Europa (soprattutto orientale) persone disposte ad aiutarli, l’Olocausto si sarebbe svolto in maniera differente ed è probabile che essi non sarebbero riusciti ad uccidere tanti ebrei. Ma furono comunque tedesche le decisioni, la pianificazione e le risorse organizzative; tedeschi la maggior parte degli organizzatori […] perché quello che vale per loro non vale per nessun’altra singola nazione né per tutte le altre nazioni considerate insieme: cioè, senza tedeschi non si dà l’Olocausto.
[…] Alcuni erano “nazisti” perché iscritti al partito nazionalsocialista o per convinzione ideologica; altri non lo erano. Alcuni appartenevano alle SS; altri no. Il minimo comun denominatore tra loro era di essere tedeschi, impegnati a realizzare gli obiettivi nazionali della Germania, che in questo caso coincidevano con il genocidio degli ebrei

 Daniel J. Goldhagen
 “I volenterosi carnefici di Hitler”
 (Mondadori, 1998)

fossa comuneDimmi chi sono e non chi sono stato. Ai tedeschi in genere non piace si faccia riferimento al loro passato recente… Tutt’al più, hanno un’inclinazione insuperabile a reputarsi vittime delle circostanze.
L’accoglienza nella patria d’origine del feretro del nazista Erich Priebke è motivo di imbarazzo, perché ricorda un passato scomodo e rammenta ai tedeschi il lato oscuro della Germania, opportunamente sopito e celato dietro la patina di un benessere fittizio.
Ma le reticenze tedesche sono ancor più ipocrite (e ignobili), se si pensa che Priebke, per quanto zelante, fu innanzitutto un gregario: un ufficiale subalterno agli ordini del ben più famigerato Herbert Kappler.
Kappler Sarà il caso di ricordare le pesanti pressioni che negli anni ’70 le autorità tedesche, ed in particolar modo del cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt, esercitarono con ripetuta insistenza sul governo italiano per allentare il regime di custodia applicato al criminale Kappler.
Nel 1977, il premio nobel ed ex cancelliere Willy Brandt firma una petizione per la liberazione di Kappler insieme ad altri 232 deputati tedeschi. È nota l’amicizia di Brandt con Annelise Gertrude Walter Wenger, moglie di Kappler ed influente attivista della SPD.
Pare che la liberazione di Kappler fosse tra le condizioni implicite imposte dalla Germania all’Italia, oggi come allora alle prese con una crisi spaventosa ed in disperata ricerca di liquidità, per un prestito capestro su base biennale per due miliardi di dollari, pretendendo come garanzia il trasferimento del 40% delle riserve auree della Banca d’Italia in Germania (quasi 1200 tonnellate in lingotti d’oro) ad un tasso di interessi dell’8%. E la vergognosa fuga di Kappler sarà il prezzo da pagare per la concessione del credito teutonico.
HIAGOvviamente Kappler troverà rifugio e accoglienza in Germania, che rifiuterà categoricamente ogni (timida) richiesta di estradizione e sepolto senza alcun problema nel cimitero di Lüneburg. Il criminale nazista verrà celebrato con tutti gli onori dall’HIAG: associazione filo-nazista di ex reduci delle SS, assolutamente legale e regolarmente finanziata dal governo di Bonn.
In parte la vicenda ricorda la sottrazione dell’oro della Banca d’Italia, da parte dei nazisti dopo l’armistizio dell’8 Settembre. È superfluo dire che l’operazione di rapina venne affidata proprio ad Herbert Kappler, che al contempo si distinguerà nel saccheggio del Ghetto di Roma. All’epoca, l’oro sottratto (rubato) dalla Banca consisteva in ‘sole’ 120 tonnellate, che peraltro finiranno di essere restituite soltanto nel 1958 dalla nuova Germania democratizzata. Ovviamente senza corresponsione di interessi per l’indebito trattenimento.

Gestapo - Foto di gruppo

E torniamo al dunque: cosa fare del feretro di Priebke…
Caricarlo su un aereo e sganciarlo direttamente sopra il Bundestag, tanto per ricordare alla nuova razza sedicente padrona l’eredità del nonno!

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EVOLUTION

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 maggio 2013 by Sendivogius

Milo Manara - 'Evoluzione' (dettaglio)

Quanto può incidere una prolungata recessione economica sulla tenuta sociale di una Paese?
E, soprattutto, quanto a lungo può resistere un ordinamento democratico, schiacciato da una pressione perdurante che ne mette in crisi i criteri di rappresentatività e ne esaspera le componenti oligarchiche (sempre presenti), a tal punto da erodere quei presupposti di uguaglianza, in termini di opportunità e di benessere diffuso, essenziali alla sua stessa sopravvivenza?
Per comprendere i cambiamenti sociali alla base di una trasformazione (involuzione?) epocale, non avendo altri termini di paragone con una così ampia gamma di analogie storiche, a tutt’oggi e con tutte le varianti del caso, il riferimento più prossimo resta dunque la Grande Depressione del 1929, insieme a quell’omologo politico che fu la Repubblica di Weimar, pur con tutti i suoi distinguo.
Richard Loewenthal In questa prospettiva, vale la pena di riscoprire  l’analisi che Richard Löwenthal dedicò, nella metà degli anni ’30, alla crisi dei partiti politici ed alla trasformazione del parlamentarismo in una “democrazia d’interessi”, analizzando le congiunture sociali ed economiche che condussero alla nascita dei movimenti fascisti ed alla loro presa del potere, nell’ambito di un più profondo mutamento dell’organizzazione statale.
Poco conosciuto in Italia, Löwenthal è stato politologo, sociologo, pubblicista, esponente di spicco della SPD tedesca nel dopoguerra e professore di scienze politiche all’Università di Berlino, quindi anglofilo e atlantista. Comunista dissidente in opposizione ai diktat del Comintern, convinto anti-stalinista, laburista di formazione marxista, Richard Löwenthal (1908-1991) fu tra i pochi tedeschi ad opporsi attivamente al nazismo.

Nazisti

Nel 1935, sotto lo pseudonimo di Paul Sering, pubblica la sua personale interpretazione del fascismo sulla Rivista per il Socialismo (“Der Faschismus”, Zeitschrift für Sozialismus; Sett.-Ott.1935), ponendo l’attenzione sugli aspetti socio-economici e sulla progressiva trasformazione delle classi sociali, travolte dalla crisi economica e dal disfacimento del movimento operaio. Per Löwenthal il concetto di “classe” riveste un ruolo fondamentale; pertanto, in un’ottica tipicamente marxista, ne analizza le trasformazioni prendendo in considerazione le sue stratificazioni nell’ambito dell’evoluzione capitalista e della “differenziazione economica degli interessi” sociali. Allo stesso modo, prende in esame lo sviluppo e funzione dell’organizzazione di classe, in rapporto all’evoluzione dell’antico stato feudale in quella che Löwenthal chiama “democrazia di interessi”:

«La democrazia pienamente formata è una forma di organizzazione politico-sociale caratterizzata da organizzazioni di classe potentemente sviluppate e da un sistema di partiti determinato in maniera decisiva da queste organizzazioni.»

Speculare all’esistenza della democrazia rappresentativa, che ha nel parlamento il suo fulcro nella comunanza di interessi diversi, è lo sviluppo del sistema partitico, quale rappresentanza di “interessi chiaramente delimitati”, e che costituisce un’evoluzione positiva dell’antico “parlamento dei notabili”, come nel caso dell’Inghilterra:

«…i cui partiti non erano divisi da contrasti di interesse, ma da contrasti di tradizioni familiari e di cricche all’interno dello strato dominante, socialmente unitario […] A questo stadio, il contenuto dei processi parlamentari è formato dal contrasto fra le classi dominanti ed il loro apparato esecutivo, circa l’ammontare delle spese e della lotta di innumerevoli cricche e persone singole per i vantaggi individuali connessi con l’esercizio del potere politico: distribuzione dei posti, concessioni, facilitazioni fiscali, ecc. Questa situazione del parlamento corrisponde ad un basso livello delle funzioni economiche statali, e al livello organizzativo zero delle organizzazioni di classe e della politica sociale. Quando si supera questo stadio, ha inizio anche il mutamento del sistema partitico.
Il mutamento essenziale non consiste nella pura e semplice trasformazione in apparati di partito con influenza di massa. Questa trasformazione da partito di cricche in macchina di partito funzionante con un gran numero di politici di professione…»

…coincide secondo Löwenthal con l’introduzione del diritto di voto universale ed alla concentrazione del capitale in oligopoli e trusts economici organizzati, sotto protezione del potere politico o singoli esponenti di partito.

«Essa però non cambia nulla né per quanto riguarda la mancanza di contenuto sociale dei processi parlamentari, né per quanto riguarda la misura e il carattere della corruzione individuale nella vita pubblica.»

1919 - Corteo della SPD alla Porta di Brandeburgo per l'elezione di F.Ebert alla presidenza del Reich

Per Löwenthal/Sering, a fare la differenza sono i “partiti operai”. E in questo è evidente tutta l’impronta marxista dell’Autore che vede nel movimento operaista l’avanguardia rivoluzionaria per eccellenza, anche se:

«..quanto più vengono messi in primo piano i problemi dell’economia capitalista…. tanto più il partito operaio tende generalmente a diventare il partito rappresentante gli interessi riformisti e a trasformarsi in comitato parlamentare dei sindacati

In tempi normali, non pervasi da turbolenze sistemiche o crisi economiche, tale ordinamento tende, nonostante gli attriti, a funzionare secondo una meccanica strutturata, fondata sulla mediazione costante nell’equilibrio variabile delle istanze rappresentate:

«Lo Stato parlamentare, i cui partiti sono rappresentanti di interessi basati sulle organizzazioni di classe, rappresenta un forma finale caratteristica della democrazia. Ha il carattere di una grande stanza di decompressione degli interessi, nella quale vengono trattati i compromessi delle classi. La decisione politica è qui la risultanza degli interessi dei singoli, come avviene per la formazione dei prezzi sul libero mercato […] la distribuzione del prodotto sociale viene determinata in misura crescente non a secondo della forza economica dei singoli strati, ma a seconda del loro peso espresso politicamente

Il sistema, che sostanzialmente riproduce un immutato assetto di potere a tutela del capitale, nel quadro di una società prevalentemente borghese, entra in crisi con “l’acuirsi dei contrasti di classe” nella divergenza di funzioni tra il sistema burocratico, che con il potere esecutivo necessita di decisioni rapide e unitarie, insieme all’eccessiva preponderanza dell’elemento finanziario, contrapposti ad un parlamento in rappresentanza di interessi sempre più atomizzati e conflittuali. Contrasti che tendono ad esplodere in caso di contrazione economica, mettendo a rischio la tenuta di sistema. Sostanzialmente, in senso lato, ciò avviene tramite l’accresciuta mobilità dentro e fuori gli schieramenti della classe operaia in perdita di coesione, a cui va aggiunto il logoramento economico dei piccoli imprenditori, e l’accentuarsi della richiesta di prestazioni sociali da parte di fasce sempre più consistenti di popolazione attiva rimasta priva di reddito e coperture.
Fila ai forni del pane nella Germania del 1920A tal proposito, Richard Löwenthal elabora la particolare “congiuntura” da cui possono scaturire i movimenti totalitari (Parte III – La Congiuntura da cui nasce il fascismo). Se non fossero trascorsi 80 anni, in molte sue parti il brano sembra scritto oggi. Ovviamente, ogni riferimento a partiti (bestemmia) e moVimenti esistenti è puramente casuale.

1. Gli interessi durante la crisi
[…] «In pochi anni, durante l’ultima crisi, la disoccupazione si è moltiplicata, senza che allo stesso tempo si avesse alcuna riduzione dell’apparato distributivo e amministrativo, così che la riduzione del numero degli occupati si è verificata quasi esclusivamente a spese di quelli che sono occupati produttivamente. Contemporaneamente è rapidamente aumentato lo strato dei ceti medi rovinati, ma non proletarizzati, così che il numero degli improduttivi è cresciuto ad un livello superiore alla media e ad un ritmo assai rapido. Nello stesso tempo si è avuto inevitabilmente un calo del ruolo produttivo di quello strato “misto” di impiegati e impiegati statali ed è aumentata la percentuale di settori produttivi stagnanti, bisognosi di sovvenzioni, e si è fatto più urgente il loro bisogno si sovvenzioni. Con ciò si è acuito il contrasto fra questi settori e quelli rimasti sani. Questo contrasto si è inasprito fino al punto di dare origine al dilemma: o superamento rapido e liberale della crisi, comportante la distruzione di milioni di entità economiche [posti di lavoro], oppure superamento della crisi nei tempi lunghi mediante sovvenzioni, evitando una catastrofe aperta. Il dilemma: pagare i debiti o cancellarli formava una parte di questo problema. In questo modo divenne anche più acuta la già accennata divisione trasversale durante la crisi. Le contraddizioni menzionate si riproducono nel rapporto delle economie nazionali e delle nazioni tra di loro. Le nazioni debitrici diventano insolventi. Lo smembramento del credito internazionale porta ad una contrazione abnorme del commercio estero e mondiale e quindi all’inasprimento delle tendenze autarchiche e nazionaliste, specialmente per quanto concerne i paesi debitori che, in linea di massima, sono anche quelli meno concorrenziali sul piano dell’economia mondiale e oberati da soverchianti pesi morti.
[…] Sia per il crescente numero degli improduttivi, e proprio di quelli la cui esistenza dipende dall’erario statale, sia per il crescente bisogno di sovvenzioni alla produzione, aumenta la percentuale della popolazione il cui interesse primario è, mediamente o immediatamente, quello di uno Stato efficiente.
[…] La concentrazione dinamica di tendenze generali di sviluppo su una situazione di breve durata e inasprita è la caratteristica di tutte le situazioni rivoluzionarie.»

2. Il sistema partitico durante la crisi
Manifesto elettorale della SPD per le elezioni presidenziali del 1932 […] «I partiti della grossa borghesia diventano visibilmente tali, con una evidenza che li priva a ritmo veloce della loro base di massa. Mentre all’interno della borghesia si accentuano le differenze tra profittatori e sovvenzionati,  fra creditori e debitori, i suoi partiti e le sue coalizioni vengono sottoposti a sempre nuove scissioni. I vari gruppi di piccoli produttori, qualora non lo abbiano già fatto prima, passano alla creazione di partiti separatisti a spese dei vecchi partiti borghesi. Nella classe operaia, a causa della netta differenziazione tra occupati e disoccupati, strati capaci di lotta e strati incapaci di lotta, interessati in primo luogo al livello salariale e alla conservazione del posto di lavoro, si acuiscono i contrasti che approfondiscono le fratture esistenti, minacciano di far saltare le organizzazioni unitarie e creano conflitti tra partiti e sindacati. Il risultato generale è innanzitutto che fra i numerosi partiti politici ogni peso diventa sempre più instabile, ogni compromesso sempre più difficile, senza che sorga una forza sufficientemente robusta.
[…] La capacità di azione di tutte le classi diminuisce con il regredire della produzione. Insieme diminuisce anche l’importanza delle organizzazioni create per l’azione di classe. La capacità di sciopero dei sindacati regredisce, gli industriali riuniti in cartelli violano le convenzioni dei prezzi, le cooperative di credito agricolo non sono più in grado di sostenere i loro membri. Con ciò cala la fiducia in queste organizzazioni e cala il numero dei loro aderenti. Le sole azioni economiche che crescono di numero sono durante la crisi sono le azioni dei consumatori e dei debitori: scioperi degli inquilini, sciopero dei contribuenti, aste deserte, ecc. Sul terreno della crisi delle organizzazioni di interessi dei partiti, che in tal modo vengono indeboliti e frantumati, si sviluppa però la tendenza a riporre tutte le speranza nello Stato e quindi nell’organizzazione puramente politica

3. La democrazia durante la crisi
i forconi dei nazisti «Quanto più si frantuma un sistema partitico, tanto più diventa difficile il raggiungimento di un compromesso. Il regresso della forza d’azione delle organizzazioni di classe non apporta in questo caso alcuna agevolazione, ma un ulteriore inasprimento: quanto minore è la capacità di azione economica immediata, tanto più intensi si fanno i tentativi dei partiti di realizzare i loro obiettivi esercitando una pressione sullo Stato e di conservare in tal modo la vacillante fiducia del loro iscritti. In questo modo viene sempre più messa in dubbio la capacità di funzionamento del sistema parlamentare. Questo avviene soprattutto dal punto di vista della borghesia, i cui partiti perdono rapidamente la loro base di massa e alla quale pertanto riesce sempre più difficile imporre per via parlamentare le sue rivendicazioni, che sono al tempo stesso le rivendicazioni per il superamento della crisi nel solo modo possibile del quadro capitalista. L’equilibrio tra gli indeboliti partiti borghesi, sempre più dilaniati dai contrasti interni tra sovvenzionatori e sovvenzionati, l’equilibrio tra i grandi blocchi di masse contrapposti diventa sempre più difficile ed il ruolo del potere esecutivo per assicurare questo equilibrio diventa sempre più importante. La labilità di questo regime rende impossibile la coerenza e l’unitarietà della politica economica e generale dello Stato proprio nel momento in cui essa acquista un’importanza vitale per delle masse sempre più numerose. La crisi dell’erario (un riflesso necessario della crisi economica degli Stati che attuano politiche di sovvenzione) si acuisce a causa delle oscillazioni politiche e si ripercuote immediatamente in un abbassamento del tenore di vita di tutti coloro che dipendono economicamente dallo Stato. Lo Stato viene quindi meno, proprio nel momento in cui la dipendenza delle masse dalle sue prestazioni è massima, e viene meno in questa misura proprio perché si tratta di uno Stato “economicamente democratico”, perché “è una congrega di profittatori” incapace di decisione. L’esigenza di uno Stato forte, economicamente giustificata, si muta nel grido “abbasso il parlamentarismo!”.
Con ciò, la democrazia entra definitivamente nella fase decisiva della crisi.»

Secondo Richard Löwenthal, in assenza di una svolta di tipo socialista, con l’indebolimento del movimento operaio e delle sue organizzazioni, la conseguenza è un accentramento del potere economico-politico in uno Stato sempre più autoritario, percepito dalle grandi masse di scontenti come un distributore di prebende e sovvenzioni, per la soddisfazione di esigenze primarie, a discapito di una reale promozione democratica e sociale.
Comizio di HitlerIn una simile frattura istituzionale si inseriscono i movimenti populistici e, spiccatamente, per Löwenthal, i partiti fascisti come elemento di rottura più evidente ed al contempo funzionale alla prosecuzione di uno statu quo a preservazione dei grandi interessi del capitale, facendo leva sui delusi della democrazia rappresentativa e del sistema parlamentare.
È un moto contrario e trasversale:

«..contro i sindacati industriali; dei debitori contro i creditori; dei disoccupati contro gli occupati, dei fautori dell’autarchia contro i fautori dell’economia mondiale. Tutto questo si attua in nuovo partito di massa, rivolto al solo potere politico: il partito fascista. Così si spiega anche come questo partito recluti i suoi aderenti in tutte le classi e come determinati ceti vi siano prevalenti e ne formino il nucleo, ceti che sono stati definiti con l’imbarazzato termine di “ceti medi”. La borghesia vi è rappresentata, ma si tratta della borghesia indebitata, bisognosa di sostegno; il ceto operaio vi è rappresentato, ma si tratta dei disoccupati permanenti, incapaci di lotta, concentrati in zone povere; vi affluisce la piccola borghesia urbana, ma quella andata in rovina; vi vengono inclusi i possidenti, ma sono quelli spossati dall’inflazione; vi si trovano ufficiali e intellettuali, ma si tratta di ufficiali congedati e intellettuali falliti. Questi sono i nuclei del movimento, che ha il carattere di una vera comunità popolare di falliti, e questo gli permette anche di estendersi, parallelamente alla crisi e ad di là di questi nuclei centrali, in tutte le classi, perché con tutte è socialmente concatenato.
[…] Si voleva uno Stato sotto una guida unitaria che ponesse fine al traffico degli interessi; uno Stato che intervenisse attivamente nella crisi e ponesse fine al liberalismo; uno Stato che liberasse l’economia nazionale dalle dipendenze economiche mondiali. Dicendo che “l’utilità pubblica viene prima dell’interesse individuale” venne proclamata la tutela dei bisognosi di sostegno contro la prassi capitalistica, dicendo “basta con la schiavitù degli interessi da pagare”…. la solidità della terra venne contrapposta all’asfalto delle grandi città. Tutto ciò venne presentato con la credibilità della disperazione, che la crisi produceva dappertutto e che dispensava i suoi sostenitori da ogni discussione razionale. A queste parole d’ordine si mescolavano elementi di una rivolta plebea contro il ceto dei burocrati specializzati e dei notabili, la quale diede al movimento vernice popolare, “democratica”, con la quale di fatto esso assolve singoli compiti rivoluzionario-borghesi.
[…] Le sue parole d’ordine economiche esprimono delle tendenze generali e non delle rivendicazioni concrete. Là dove i fascisti prima della vittoria vengono a trovarsi in situazioni in cui devono prendere posizione, assumono atteggiamenti puramente agitatori e procedono praticamente facendo una brutta figura dietro l’altra, senza risentirne il minimo danno. La loro agitazione di concentra completamente sulla fiducia nel futuro, nel capo, nella presa del potere e nel miracolo che ne seguirà. […] Il partito fascista non disse mai “Aiutatevi da soli!”. Disse sempre: “Dateci il potere!”. Questo è il nucleo di tutte le agitazioni fasciste.
[…] Il partito fascista si costruisce sulla disposizione dei suoi membri ad affidarsi ad una guida, dalla quale essi sperano di essere aiutati, una volta conquistato il potere statale.
[…] Un partito siffatto non può, per sua natura, avere una lunga esistenza come partito di massa senza combattere e vincere. Una volta superata la situazione di crisi gli viene a mancare la possibilità di guida delle masse. Le masse se ne allontanano e si rivolgono nuovamente alle organizzazioni che rappresentano i loro interessi e che corrispondono alla loro situazione nel processo produttivo.
[…] Proibendo tutti gli altri partiti si vuole mettere ordine nella congrega di interessi e sostituire ai compromessi la decisione del capo.»

Manifesto elettorale dello NSDAPDella disamina riportiamo gli aspetti più propriamente riconducibili alla prassi politica, sorvolando la componente militare e squadrista di una violenza istituzionalizzata che nei movimenti di natura fascista è tratto distintivo e imprescindibile, ma proprio per questo meglio conosciuto.
In merito all’organizzazione, alla composizione della dirigenza, ed al “movimento fascista”, Richard Löwenthal osserva:

«Lo sviluppo di questi metodi di lotta e di organizzazione richiede una casta dirigente nuova, libera dalle tradizioni dei partiti democratici e dalla routine parlamentare, senza scrupoli per quanto riguarda i mezzi. Per sua natura questa casta può venire reclutata soltanto tra i militanti senza occupazione e intellettuali falliti, quindi fra gli individui completamente sradicati, e non può nascere dalla componente borghese del movimento, i cui appartenenti, anche in condizioni di indebitamento e di disperazione, rimangono ancora legati a tradizioni di ogni genere. La difficoltà della borghesia di sottostare ad una casta dirigente di dilettanti e di “desperados” fa sì che questi ultimi, pur così direttamente interessati al rivolgimento fascista, restino, fino alla vittoria, quasi sempre fuori dal partito, organizzato in gruppi amici puramente borghesi.
Questa è la circostanza che dà al partito fascista un carattere decisamente plebeo. Gli appartenenti alla classe dominante vi sono scarsamente rappresentati e non hanno influenza in senso tecnico-politico

In virtù di ciò la base di un movimento fascista è molto più ampia e ramificata di quanto non lo sia il partito medesimo che, data la sua apparente poliedricità, può contare su un bacino diversificato di consensi in espansione:

«Dapprima a spese dei partiti borghesi e del ceto medio e poi, a poco a poco, anche a spese delle organizzazioni operaie che, nel loro cammino verso di esso, passano spesso attraverso una fase intermedia d’indifferenza. Il partito fascista diventa il grande blocco di massa del sistema parlamentare in disgregazione. Il blocco di massa contrapposto, appunto il movimento operaio, il pilastro di resistenza relativamente più forte, viene indebolito dal perdurare della crisi e spinto in contraddizioni interne, che presto hanno soltanto più per oggetto i metodi della ritirata.
[…] Fra i due blocchi di massa, cioè quella fascista in aumento e quello proletario in ritirata, si destreggia con vari metodi la cricca della grossa borghesia, che diventa sempre più debole, discorde al suo interno, sempre più appoggiata al potere esecutivo, e che tende ad escludere e a screditare il parlamento e ad isolarsi. Quanto più si acuiscono i suoi contrasti interni, soprattutto tra i fautori delle sovvenzioni e liberali, tanto più forte si fa la sua corsa ad accaparrarsi il favore del partito fascista; corsa nella quale l’ala reazionaria è naturalmente superiore. Alla fine chiama definitivamente e con successo in aiuto il partito fascista, il quale fa il suo ingresso al governo in coalizione con essa. In questa coalizione il partito fascista è di gran lunga, indipendentemente dalle intese intercorse, il partecipante più forte.»

Svastica

In quanto fuori dai giochi di potere tradizionali e dai tatticismi parlamentari, in quanto portatore di istanze dirompenti ed interessi trasversali, nell’analisi di Löwenthal, il partito fascista può presentarsi a buon gioco come elemento di rottura e discontinuità, denunciando i suoi alleati di coalizione come la causa dei progressi insufficienti. Quindi, in tal modo può rivendicare a sé l’avocazione di tutti i poteri, in rottura col “vecchio sistema”…

«A questo punto esso si impadronisce senza riserve dell’apparato statale, si libera da tutti i vincoli di coalizione e realizza il suo potere nella lotta di distruzione contro le organizzazioni di massa proletarie. Fatto questo, la proibizione generale di ogni partito e con la fine formale della coalizione sono soltanto le tappe ovvie del cammino verso lo Stato totalitario.
[…] La necessità di piegare rapidamente e in modo rivoluzionario tutte le resistenze richiede lo scatenamento dell’attività libera e non disciplinata delle sue masse di aderenti. Quando il sistema fascista è completato, questa ondata si ritira da sé, tanto più che questa forma di attività di massa non arriva nemmeno a creare delle proprie forme organizzative

outpostNon è un caso che l’azione politica (e militare) di ogni movimento di tipo fascista sia indirizzata prevalentemente contro la Sinistra e le sue organizzazioni, nonostante il fascismo attinga in parte dalla sua liturgia e dalle sue tematiche sociali, facendole proprie e mistificandole.
Si può dunque parlare di “rivoluzione fascista” i cui risultati tipici sono:

a) Una nuova forma più alta di organizzazione statale
b) Una nuova forma reazionaria di organizzazione sociale
c) Un crescente freno stabile allo sviluppo economico da parte delle forze reazionarie che si sono impadronite del potere statale.

Si tratta di una proposizione sicuramente superata dalla Storia, ma non per questo necessariamente non riproducibile in forme aggiornate ai tempi…
Mutato nomine de te fabula narratur.

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CUPIO DISSOLVI

Posted in Muro del Pianto, Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 aprile 2013 by Sendivogius

Rurouni-Kenshin-SamuraiX

Sarei contento se i tedeschi ci invadessero
Beppe Grillo
(23/04/2013)

Se non fosse così impegnato a sbrodolare castronerie nel suo provincialismo d’accatto da strillone di villaggio, il Grullo pentastellato si sarebbe accorto che la Germania l’abbiamo in casa da tempo…
Infatti, in questa parodia farsesca della Repubblica di Weimar che è diventata l’Italia, le figurine di un remake horror-politico possono ormai essere giocate a parti inverse per ruoli interscambiabili: Abbiamo il presidente Giorgio Napolitano nei panni di Paul von Hindenburg.
Mario Monti perfettamente sovrapponibile ad Heinrich Brüning (ne avevamo già parlato QUI).
L’indecente PD come la SPD degli anni ‘20, con l’imbarazzante Pierluigi Bersani al posto di Carl Severing. Più incerta resta la scelta su chi possa interpretare il ruolo del fu Franz von Papen e di un Kurt von Schleicher (Enrico Letta?).
Dalle parti delle ‘stelle’, se non fosse per la loro siderea minchioneria, sarebbe invece chiarissima l’analogia con lo NSDAP hitleriano.
IRON SKY - releasePertanto, nei giorni più miserabili della storia repubblicana, capita di assistere all’apocalisse surreale di un Parlamento (e di un partito in particolare) che celebra il proprio fallimento, plaudendo entusiasticamente alla rielezione di Giorgio Napolitano, alla fresca età di 88 anni, sempre meno presidente e sempre più monarca. Solo la psicanalisi potrebbe spiegare un La pazzia di re Giorgio - 1995simile rapporto perverso di natura sadomaso, con Re Giorgio II che sferza con asprezza parlamentari e senatori riuniti a tripudio; ovviamente senza mai fare i nomi dei diretti responsabili dello sfascio presente, sottacendo con attenzione le cause, mentre si arroga poteri semi-assoluti che nessun presidente della Repubblica ha mai esercitato prima (dinanzi a crisi ben più gravi), nel trionfo della grande ammucchiata. E così deve essere perché in Europa nessun partito governa da solo (?). Parola del Presidente.
Sorvoliamo sulla falsità implicita di una simile locuzione, facilmente smentibile nei fatti (Francia, Spagna, Portogallo…) e soffermiamoci a meditare invece sul fatto che in ogni democrazia, se vuole continuare ad esistere come tale, deve esserci sempre una maggioranza ed una opposizione in regime di alternanza nella differenza di idee e proposte. MDC - La maschera di ceraAd ogni modo, laddove maggioranza e opposizione governano insieme, in nessun caso esiste una anomalia vivente come Silvio Berlusconi.
Ma questo il presidente Napolitano fa finta di non saperlo e si guarda bene dal denunciarlo.

applausi

Da alcuni anni, a dimostrazione di un’involuzione antropologica senza precedenti, si è diffusa tra gli italiani la pessima abitudine (che non ha eguali nel mondo) di applaudire ai funerali. Ciò la dice lunga sulla natura di una società (in)civile come la nostra, che mutua i propri comportamenti dai modelli televisivi, quale unico riferimento culturale universalmente riconosciuto, e scambia la solennità di una cerimonia per un evento mondano, non sapendo esprimere la propria partecipazione se non attraverso l’applauso, incapace com’è di scindere la platea televisiva dalla compartecipazione.
I parlamentari italiani, che a dispetto dei critici questa società incarnano e interpretano in pieno, nella loro ovazione presidenziale sembravano per l’appunto applaudire al proprio funerale, non accorgendosi come essi stessi fossero l’oggetto delle esequie istituzionali.
Bonobo Quegli applausi scroscianti nella savana parlamentare ci hanno fatto venire in mente le scimmie Bonobo (conosciute anche come “scimpanzè nano”)… L’attività prediletta che i Bonobo praticano incessantemente, con compulsiva ed ininterrotta ripetizione, è “fottere”. Indiscriminatamente. Ogni atto di ammissione (e sottomissione) al branco avviene per subordinazione e promiscuità sessuale, senza troppi riguardi di genere. In altra sede e ambiti istituzionali, è chiarissimo il ruolo di chi, dopo aver ‘fottuto’ senza ritegno uno dopo l’altro i propri candidati alla presidenza, si spella ora le mani, pregustando la nuova e incredibile svolta nei lupanari a buon mercato della porno-politica. Più che “democrazia liquida” è la nostra una democrazia dei liquami.
Per questo ci sarebbe bisogno, oggi come non mai, di un’opposizione seria in grado di costruire una valida alternativa in ambito sociale e politico. Sono ruoli che, da sempre, dovrebbero competere, nel vuoto di proposte istituzionali, ad una società civile responsabilizzata e cosciente delle proprie potenzialità. Se solo questa esistesse. Se fosse davvero “popolo” invece che “gente”.
Invece, a dimostrazione di quanto la società italiana sia inconsistente nella sua inciviltà dalla congenita mediocrità, acefala da sempre, è un corpo informe aggregato per rancori e animato da pulsioni elementari. Irrazionale per composizione, ragiona di pancia tra i rigurgiti intestinali e gli empiti gassosi di un ventre, che rumina in continuazione i propri umori gastrici in eterno reflusso e alla fine tutto digerisce per lenta metabolizzazione.

Carbone vegetale

Ellekappa - Italiani Per questo noi abbiamo la costante riproposizione, sotto diverse spoglie, del cialtrone politico, declinato in forme sempre nuove per immutata sostanza. Sono i tribuni facondi dei quali parlava Camillo Berneri ne L’Adunata dei Refrattari; ovvero la ribalta del “grande imbecille”, sbertucciato da Curzio Malaparte.
In merito alle elezioni presidenziali, è eccezionale la farsa inscenata alle porte del Parlamento da una piazzetta di presunti auto-convocati, per il trionfo mediatico delle rispettive tifoserie che hanno scambiato l’elezione del presidente della repubblica per una nomina del fanta-calcio, con la partecipazione straordinaria di Casa Pound, insieme agli eredi di “Terza Posizione” transumati in Forza Nuova, ed i superstiti del defunto “Popolo viola”. Mai parlamento è sembrato più simile ad un bivacco di manipoli. Dinanzi ad un simile pubblico d’eccezione, non poteva certo mancare il “Capo politico” degli ensiferi che chiama tutti a marciare su Roma (la storia nelle sue ripetizioni predilige decisamente la farsa), salvo arrivare in ritardo, smarrendosi nel traffico della Capitale…
CIALTRONENon contento, grida al colpo di Stato. Poi ci ripensa e riduce tutto a golpettino: osceno neo-logismo per un cretino demenziale. Arruffa il popppolo sul predellino della propria auto, ad imitazione di Berlusconi ma superando il maestro. E infatti ci regala la scena patetica di un vecchio imbolsito, dagli addominali sfatti, che tenta invano di arrampicarsi sul tettuccio dell’auto, sospinto per le natiche dai suoi. Vuole marciare verso  Piazza Montecitorio; poi declina per Piazza S.Giovanni; infine sceglie di sfilare coi suoi scalcinati manipoli reclutati su facebook per il vialone dei Fori Imperiali, tra gli sbadigli di celerini annoiati. E lo fa nel giorno del natale di LegionariRoma, tra turisti e famigliole a passeggio, giapponesi armati di macchina fotografica, centurioni in corazza di cartone, e la (più seria) parata dei gruppi di reenactment in armatura da legionario, dirigendosi verso il Colosseo dove sono assiepati i fan del Califfo per il concerto in omaggio a Franco Califano.
Er CaliffoIn serata, gli ensiferi a conclave discutono l’espulsione del senatore Mastrangeli, reo di essersi fatto intervistare in TV. Qui i livelli di surrealismo superano la fantasia anche dei più visionari: Marino Mastrangeli rivendica di aver partecipato a più interviste, ma sempre fuori dagli studi televisivi, al contrario del capogruppo Vito Crimi che, pur avendo partecipato ad un’unica trasmissione, ha la gravissima colpa di essersi accomodato sul divanetto di Bruno Vespa e dunque anche il cicciuto portavoce ha peccato in pubblico e pertanto passabile d’espulsione.
Cronache da un manicomio.
Per questo l’unico autorizzato a rilasciare interviste è esclusivamente il Capo-Grullo, ma solo alla stampa straniera per traduzioni di terza mano da inoltrare ai media italiani. Non sum dignus Domine.
EllekappaE dopo la decrescita che lui vorrebbe “felice”, ma nei fatti è catastrofica, per la gioia della speculazione finanziaria, sogna e neanche tanto velatamente auspica il fallimento del Paese e la bancarotta nazionale (così dalle macerie ci metteremo tutti uno spinotto nel culo e ci connetteremo al magico mondo di Gaia!). Mai pago di sparar menate, adesso blatera pure di “invasione tedesca” immaginando che dalle parti di Berlino (all’ombra dei reattori nucleari) sia tutto rose e fiori…
Evidentemente, Grillo sta ancora sfogliando la Storia d’Italia a fumetti e, in attesa di comprendere il testo, non ha neanche capito le figure. Storicamente, le invasioni germaniche non hanno mai portato fortuna all’Italia (e meno che mai al resto d’Europa). L’ultima invasione tedesca risale a 70 anni fa: il 25 Aprile se ne celebra per l’appunto la Liberazione.

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MERKEL UNITED

Posted in A volte ritornano, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 giugno 2012 by Sendivogius

“Non vivere bonum est, sed bene vivere”
Seneca (epistula 70,4)

Troppo a lungo rimasto in orbita nell’Iperuranio delle idee assolute, il Super-Mario di finanza e di governo prepara l’ennesimo pacchetto-capestro da presentare al prossimo vertice europeo con la vacua speranza di riuscire ad ammansire i ‘mercati’ e, soprattutto, ad ammorbidire il rigor teutonicus di Angelona Merkel, nell’illusione che l’inflessibile cancelliera elemosini al suo fedele cagnolino italico da riporto chissà quali concessioni…
Nel menù di prossima presentazione, in un imbarazzante dilettantismo [QUI], sono comprese una serie di misure raffazzonate il cui finanziamento consiste in un piano svendite di dubbia costituzionalità (il Governo non può disporre a piacimento dei beni di Regioni e Comuni), oltre ad un premio fedeltà per la premiata ditta Casini-Caltagirone, con una pioggia di miliardi per i Signori del mattone, opportunamente esentati (come le fondazioni bancarie) dal pagamento dell’IMU. Ma il piatto forte dell’indigeribile ricettario Monti-Fornero è una controriforma del lavoro, che qualora fosse esportata in Germania provocherebbe un’insurrezione popolare…

 «Il 22 giugno, quando Angela Merkel verrà a Roma, lui e Hollande le ricordino che lei è una tedesca dell’est, e che la Germania ci ha messo più di 10 anni e di 2 miliardi di euro (al confronto, quelli dati finora alla Grecia sono spiccioli) per riportare l’est, e non ancora del tutto, a un livello comparabile con il resto del paese. Le ricordi che Helmut Kohl cambiò il marco dell’est 1 a 1, facendo infuriare la Bundesbank il cui presidente subito dopo si dimise. Ma Kohl era uno statista e aveva una visione politica, mentre Karl Otto Pohl ragionava solo da tecnico. Kohl non ha detto ai tedeschi dell’est “adesso riducete i voltri salari della metà, poi vi aiuteremo”, come Merkel e i suoi sodali stanno facendo con i paesi in difficoltà. Le ricordi, Monti, che i greci, i portoghesi, gli spagnoli, sono europei, proprio come i tedeschi dell’est. O siamo ormai ridotti a considerare l’Europa solo come un grande mercato? La convinca, soprattutto, che sta trascinando tutti verso un disastro, che al minimo sarà una lunghissima depressione, ma che potrebbe avere anche conseguenze imprevedibili e drammatiche.»

 Carlo Clericetti
(07/06/2012)

In attesa di conoscere in dettaglio quale supplizio ci verrà riservato per l’esecuzione della sentenza, ci si crogiola nell’illusione di addivenire ad un compromesso, tramite le armi spuntate di una contrattazione a latere, con la Germania dell’indisponibile Merkel, la cui miopia politica è pari soltanto alla sua intransigenza mutuata da un inflessibile rigorismo d’ispirazione protestante.
È singolare in tal senso che tutte le speranze per il risollevamento della Grecia (ed il suo “inquadramento” all’ortodossia) siano riposte nel partito conservatore, Neo-Democratia, che ha precipitato il paese ellenico nel caos, falsificandone i bilanci e saccheggiandone le casse, per poi far cadere l’ultimo esecutivo (socialista) con un’opposizione serrata ai piani di rientro dal debito promossi dalla UE. Evidentemente, l’approccio al problema greco è assai poco ‘tecnico’ e molto più ‘politico’ (ideologico) di quanto non si voglia ammettere…
E in una riedizione sempre più evidente della “Depressione del 1929”, insieme alle inquietanti analogie con la Crisi di Weimar, forse è il caso di prestare maggiore attenzione di quanto non si sia fatto finora alla Weltanschauung germanica per comprendere meglio con chi in realtà si ha a che fare… Una prassi consigliabile soprattutto agli esangui progressisti dell’Europa meridionale, che si illudono di trovare una sponda nei socialdemocratici di un Paese, avvezzo alle ‘grosse koalition’ dove le differenze politiche e programmatiche diluiscono fino a scomparire.
Sensibili ai richiami storici del periodo che più di ogni altro si avvicina alle miserie del tempo presente, sarà il caso di riportare le considerazioni che proprio un tedesco, lo storico Joachim Fest, nella sua monumentale opera dedicata alla biografia di Adolf Hitler, dedicò alla “consequenzialità tedesca” con la sua aspirazione politica apolitica, attraverso un’insanabile “perdita di realtà”, che più di ogni altro spiegano la potenziale psicologia di un popolo e della sua Cancelliera…

«Dalla durezza nei propri confronti derivava la giustificazione della durezza nei confronti altri, e la capacità, letteralmente pretesa, di camminare sui cadaveri era preceduta dal sacrificio del proprio io […] nella cui compiaciuta brutalità è sempre all’opera un travolgente risentimento sociale, intellettuale o umano, che per quanto debolmente aspira alla comprensione.
L’aspirazione morale era integrata e sovrastata dalla convinzione di essere portatori di una particolare missione: dal sentimento cioè di essere implicati in uno scontro di dimensioni apocalittiche, di obbedire ad una “legge superiore”, di essere gli agenti di una idea, di rispondere insomma alle immagini ed alle parole d’ordine di una coscienza propriamente metafisica.
[…] La deficienza in fatto di comprensione umana…. null’altro era se non l’espressione di tale perdita di realtà. Era questo l’elemento davvero inequivocabile, caratteristicamente tedesco…. ed è lecito ritenere che da esso parta più di un filo che si prolunga bene addentro al passato tedesco.

[…] Dalla sua posizione geografica centrale, al popolo tedesco già precocemente erano venuti gli stati d’animo di chi si sente accerchiato, di chi è sempre sul chi vive, che avevano trovato una terribile conferma nella Guerra dei Trent’anni, allorché il paese si era trovato ad essere trasformato in un deserto solo scarsamente abitato. Il retaggio più gravido di quel conflitto fu la traumatica sensazione dell’essere abbandonati al proprio destino, nonché una profonda paura per tutti gli stati di caos, che per generazioni e generazioni sono state mantenute e sfruttate dai ceti dominanti indigeni e stranieri. La pace, che era considerata il primo dovere del cittadino, era considerata in pari tempo anche la prima richiesta posta dal cittadino alle autorità. Queste si sentivano chiamate a tener lontani dal paese paura e disastro, e l’ideologia della classe dominante protestante ha portato acqua a questa visione delle cose. […] Le categorie, così irresistibilmente suggestive per la coscienza tedesca, dell’ordine, della disciplina e del rigore nei propri stessi confronti…. traggono origine da siffatte, indimenticabili, esperienze storiche…. che visibilmente evocava(no) il radicato istinto di difesa contro situazioni di caos.
[La Germania…] ha disseminato ovunque rocciosi ammassi di pensieri con le quali le epoche future hanno potuto erigere i propri edifici. Il radicalismo intellettuale della Germania era senza pari, ed era questa caratteristica a conferire allo spirito tedesco grandezza e una tipica intrepidità. Ma per quanto attiene alla realtà, esso era poco più dell’incapacità ad atteggiamenti pragmatici, in cui pensiero e vita apparissero conciliati e la ragione divenisse ragionevole. Era cosa di cui poco si curava lo spirito tedesco che era, nella vera accezione del termine, asociale e in sostanza non è mai stato né a destra né a sinistra, bensì soprattutto in celebrata contraddizione alla vita: incondizionato e concentrato in se stesso, sempre nell’atteggiamento “non posso altrimenti”, con la sua pressoché apolitica “tendenza agli abissi intellettuali” (Thomas Mann), stando ai cui margini, più che scorgere la banale realtà umana, si vedevano precipitare eoni e procelle universali; e, per quanto riguardava la vita, questa era rimessa all’aiuto divino.
[…] Il disprezzo per la realtà corrispondeva ad una disistima sempre più marcata per la politica…. e a tutt’oggi il pensiero politico in Germania ha conservato alcunché di quelle solenni tonalità grazie alla quale esso si sa, sia moralmente che intellettualmente, al di sopra della realtà comune. Sottesa a questo atteggiamento, allora e in seguito, v’è stata l’aspirazione ad un ideale di “politica apolitica”, che rifletteva la debolezza frutto di un’impotenza politica perdurante immutata. A parte una piccola minoranza, costantemente costretta, l’opinione pubblica in Germania non ha avuto rapporti con la politica, e non di rado anzi ne ha ricavato confusione e imbarazzo: la politica è rimasta sempre una faccenda di difficile comprensione, cui ci si obbligava a credere e, secondo un’opinione diffusa, un motivo di estraniazione da sé.
[…] È uno stato d’animo che ha trovato il proprio culmine spirituale, fitto di contorte confessioni nelle “Considerazioni di un impolitico” di Thomas Mann pubblicate nel 1918, le quali si ergevano a difesa della fratellanza tedesca…. alla tradizionale aspirazione della politica apolitica

  Jaochim Fest
HITLER. Una biografia [Pag.543 e ss]
Garzanti Libri – Milano 2005

Non sembrerebbe che sia cambiato poi molto…
Il bionico prof. Monti avrà bisogno molto più di una buona dose di fortuna e dovrà portare in pegno agli appetiti rigoristi della Merkel ben più della proverbiale libbra di carne… la nostra!

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Il Nuovo Ordine

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 luglio 2010 by Sendivogius

Solitamente non uso la ‘prima persona singolare’, ma in questo caso farò un’eccezione…
In merito all’ultima pubblicazione
(“Il Sugo della Storia”), come spesso capita, ho ricevuto un’interessante commento da parte di Midhriel, autrice di un ottimo blog che seguo spesso e con particolare piacere:

 Proprio l’altro giorno parlavo con un amico che conosco dai tempi del liceo (praticamente *nta anni) e che ha una figlia ventenne come mio figlio. Mi diceva: “noi a vent’anni non eravamo così: gli effetti rincitrullenti della televisione si vedono!”.
Sono d’accordo con lui, fatte salve le debite eccezioni individuali. Per il resto, è vero sicuramente che l’italiano vuole ammantarsi di apparenze e nascondere il suo status reale, è vero che non si possono leggere le parole di Curzio Maltese senza un sussulto di indignazione, è vero anche che il popolo italiano ha una essenza da baciapile che lo rende servile e che queste sono probabilmente le ragioni per cui siamo nella situazione socio-politica attuale… tuttavia la lettura del tuo post mi ha richiamato anche scenari più complessi, che secondo me sono ben riassunti in un articolo di Furio Colombo sul Fatto Quotidiano:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/04/l%E2%80%99opposizione-sonnambula/36367/.

Grazie alla segnalazione di Midhriel, ho avuto modo di leggere un irrequieto editoriale di Furio Colombo, pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 04/07/2010, (QUI) che diversamente sarebbe sfuggito alla mia attenzione.
Inutile dire che la lettura dell’articolo, mi ha ispirato alcune considerazioni che riporto qui di seguito, in una risposta che desidero rendere maggiormente pubblica:

Non avendo il dono della divinazione, quando cerco di intuire il futuro dell’Italia guardo sempre all’Argentina di Juan Domingo Peron e soprattutto al successivo “Processo di Riorganizzazione nazionale”, che tanto ricorda il nostrano “Piano di Rinascita nazionale” redatto a cura della Loggia P-2 del venerabile Licio Gelli: organizzazione massonico-eversiva alla quale risulta iscritta una parte consistente  dell’attuale Governo Berlusconi, premier incluso.
E se ogni fenomeno storico resta unico ed irripetibile nel suo genere, certe analogie danno da pensare:

«In Argentina (1976-1983), la giunta prese il potere in un contesto di crisi politica e violenza sempre più aspra nel paese. Dopo la frattura in destra e sinistra del movimento peronista, i gruppi terroristici e paramilitari anticomunisti e di destra crearono un clima di instabilità ed insicurezza nel paese, a cui risposero le organizzazioni guerrigliere e sovversive clandestine di sinistra. L’inasprimento del clima ed il continuo innalzamento del livello dello scontro erano finalizzati a creare un terreno di paura ed insicurezza sul quale poi l’esercito avrebbe posto le basi della propria brutale autocrazia.
[…] La politica economica era finalizzata al contenimento dell’inflazione e all’incoraggiamento degli investimenti stranieri, tramite la privatizzazione delle industrie nazionali, l’abbassamento delle tasse sulla produzione industriale e la garanzia di manodopera a buon mercato. In conformità con quella che è la dottrina economica liberista statunitense, lo smantellamento dei sindacati e l’abolizione dei diritti civili e dei lavoratori, contribuì a garantire ampi margini di profitto alle aziende straniere, che accorsero numerose durante la dittatura. I salari furono congelati, e, nonostante la recessione e la crescita dell’inflazione, rimasero uguali, facendo precipitare il potere d’acquisto della maggior parte delle categorie lavorative. Nessuno poteva scioperare o organizzarsi in sindacati, poiché l’esercito interveniva puntualmente facendo sparire gli “scontenti”. Le aziende straniere e le alte gerarchie della dittatura si arricchirono a dismisura, mentre il paese ed i suoi lavoratori si impoverirono.»

La citazione  è tratta da Wikipedia solo per praticità di consultazione, ma sembra essere abbastanza eloquente…
Non per niente, circa un argentino su due è di origine italiana; la quasi totalità della giunta golpista era costituita da oriundi italiani
(Massera, Galtieri, Agosti, Viola, Lambruschini, Graffigna…). Persino il generale Peron pare fosse di origini sarde.
Personalmente, tornando all’attuale situazione italiana, non sento rumore di sciabole alle porte, e non credo che una eventuale svolta autoritaria possa essere puntellata da un improbabile potere militare. Per quanto, la “professionalizzazione delle F.A.” e l’evidente fascistizzazione delle forze di Polizia (Memento Genova) favorisce la creazione di una certa ‘disponibilità’ repressiva…
Quello che però mi sembra possibile, è la preparazione di un humus sempre più fertile, coltivato con tenacia nel corso dell’ultimo quindicennio, sul quale far germinare soluzioni extra-ordinarie. E, con la scusa di “eventi drammatici”, giustificare l’istituzionalizzazione allargata di uno “stato d’eccezione”: tra decreti-legge, procedure d’urgenza, ordinanze speciali, commissari straordinari
Al raggiungimento di un simile obiettivo è speculare l’apatia di massa, tramite il costante intorpidimento delle coscienze; complice anche un’informazione manipolata ed il continuo filtraggio delle notizie.
Il timore risiede nel progressivo instaurarsi di una sorta di
“Cesarismo tecnocratico-autoritario” (se così si può definire) fatto di potentati economico-finanziari, lobbies affaristiche (Mafia), e demagoghi politici che facciano da collante con una massa acritica, destrutturata in plebe questuante.
Un nuovo ordine che non elimina la ‘democrazia’ ma la depotenzia progressivamente; la svuota di sostanza, elimina le garanzie ed esautora gli organismi di controllo, lasciando in piedi strutture vuote ma funzionali al mantenimento di una finzione democratica, come ipocrita rassicurazione da usare all’estero. E in questo, l’esempio più calzante che mi viene in mente è la tarda 
Respublica romana, timocratica e oligarchica, con i suoi Comitia, fondati su clientele e voto di scambio, ed i suoi gruppi di pressione organizzati (collegia e sodalicia).
A mio personalissimo giudizio, queste pulsioni in Italia ci sono sempre state. Sono insite nel DNA di un atomizzato microcosmo piccolo-borghese; nel provincialismo endemico di un intero Paese; nel familismo amorale che come un tratto distintivo è impresso nel carattere nazionale. Diciamo che per ipocrisia, forse per un residuo di pudore, certe “pulsioni” non venivano esternate troppo in pubblico. E certamente non venivano rivendicate con orgoglio. In proposito, il berlusconismo ha compiuto una vera mutazione antropologica: è il trionfo del bifolco, dell’uomo qualunque, che non avendo altri meriti, finalmente liberato da ogni inibizione residuale, può esibire tutta la sua mediocrità elevata a pregio assoluto.
Sempre secondo me, l’argine si è rotto con la scomparsa di una qualsivoglia parvenza di Sinistra in Italia, fosse essa comunista, socialista, socialdemocratica, repubblicana e azionista, o anarchica e libertaria
Non solo la Sinistra non ha più alcuna cittadinanza politica, ma sembra che ogni sforzo sia proteso alla sua completa cancellazione anche all’interno della società in ogni suo ambito. In questo, il contributo del PD (l’incollocabile Partito Democratico) è stato davvero eccezionale ed irreversibile. Come ho già detto in passato, Veltroni & Co. sono riusciti a fare in un solo anno ciò che a Mussolini non era riuscito di realizzare in 20 anni di dittatura.
Penso che qualcosa di simile sia riuscito soltanto alla SPD nella Repubblica di Weimar… sappiamo bene chi è arrivato dopo…!

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