Archivio per Spagna

La Supercazzola

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 giugno 2014 by Sendivogius

supercazzola da GiornalettismoSbrinati di fresco dal surgelatore nel quale s’erano barricati in attesa di raggiungere il 100%, dopo essere rimasti scottati alle elezioni europee, gli adepti della Setta del Grullo si aprono al mondo, ansiosi più che mai di rivelare ai profani gli incredibili livelli di minchioneria raggiunti durante i mesi di clausura.
Costretti a pietire un nuovo incontro col disprezzatissimo Matteo Renzi (ma non era quello “debolissimo”, già morto, destinato alla “lupara bianca”..?!), per mostrare la loro ultima spremuta di reni nella riscrittura della legge elettorale, ricordano più che altro quei bambini che corrono ad esibire la cacchina appena fatta nel vasino, tanto ne sono orgogliosi.
Scanzi Appurato che esistono concrete probabilità che una nuova legge elettorale si possa promulgare anche senza il loro inutile contributo, e che le maggioranze per cambiare la normativa all’occorrenza si trovano, gli ensiferi corrono ai ripari con una proposta da “condividere con la rete” (mica in Parlamento!). La bozza integrale la trovate QUI.
Vediamo dunque su che cosa dovrebbero ragionare Camere e Governo insieme, per restituire un po’ di visibilità a due vecchi fricchettoni in ansia da prestazione, abusivamente riciclatisi nel webbé…
Il Gatto e la VolpeInfatti, se sull’Italicum in lavorazione è stato detto tutto il (male) possibile, il Grillicum è ancora tutto da scoprire!
La proposta del MoVimento, pur “contestando il cattivo funzionamento dell’attuale sistema politico”, nella sua indubbia coerenza logica:

potrà anche rappresentare la prova della sua effettiva realizzabilità in concreto. […] I risultati migliori sembrano potersi produrre con un sistema proporzionale fortemente corretto che combina alcune caratteristiche del modello spagnolo con altre del modello svizzero.”

E ovviamente è “in netto contrasto con tutte quelle delle altre forze Cristina Dal Bassopolitiche”, come si conviene ai detentori della Verità suprema. Pertanto, preso atto degli aspetti fondamentali della legge elettorale, in formato Bignami, segue allucinato pippone sulla governabilità dal basso e sulla omogeneità interna dei partiti e dei movimenti a prova di eresie e ‘contaminazioni’.

“Il MoVimento si è posto il problema di dare al Paese una legge elettorale che favorisca la governabilità e non incentivi la frammentazione del sistema politico.”

Ovvero: introduzione del proporzionale puro, eliminazione di qualsiasi premio di maggioranza, assoluto divieto di costituire una qualunque forma di coalizione elettorale.

Eventuali limiti verranno ovviati dalla “possibilità per gli elettori di condizionare gli eletti durante il mandato parlamentare nonché di indirizzare le scelte politiche fondamentali attraverso il Parlamento.
[…] Un Parlamento rappresentativo e responsivo nei confronti degli elettori è il presupposto essenziale non solo della democrazia, ma anche della governabilità: non si può governare un Paese complesso senza che vi sia un Parlamento realmente rappresentativo della popolazione.”

Perché fino ad oggi chissà mai quale è stata la funzione dei parlamenti nelle democrazie rappresentative ed i loro requisiti minimi per potersi definire tali!?!?

“La governabilità che si ottiene col premio, però, è imposta dall’alto ed è dunque, innanzitutto, antidemocratica.”

Quindi ne consegue che la quasi totalità dei sistemi democratici in realtà tale non è, perché la governabilità è assicurata da un premio di maggioranza o dal ripescaggio degli ‘scorpori’ elettorali.
Matrix  È infatti stato svelato come le democrazie siano in realtà una finzione, abilmente manipolata dai tentacoli occulti delle logge massoniche e dei perfidi giudei, celati all’interno della Matrice simbionte del Bilderberg.

“Infatti, attraverso il premio, le elezioni parlamentari sono completamente sradicate dal loro rapporto con gli elettori e le comunità territoriali.”

Per contro, è noto quanto fosse profondo e partecipativo il rapporto con il Cittadino informato e gli Eletti ai tempi felici della grande polis democristiana. E quanto radicato fosse il “coinvolgimento collettivo” nel processo legislativo. Basta ripensare con nostalgia ai trasparenti governi Tambroni, Scelba, Fanfani, Moro, Andreotti, Forlani, Craxi… fulgidi esempi di democrazia diretta, mai rimpianti abbastanza, perché immuni dagli influssi nefasti del “premio”, che invece trasforma le elezioni: in un grande plebiscito mediatico per il Leader.
Il Capo politicoPer fortuna, all’interno del M5S accade esattamente il contrario.

“È infatti il premio di maggioranza che determina l’esito reale delle elezioni, perché chi vince il premio prende la maggioranza e dunque governa. In questo modo il mandato elettorale conferisce forza politica soltanto ad un capo e l’elezione instaura un rapporto esclusivamente fra un capo ed il popolo, mentre i parlamentari e le forze politiche ne restano largamente esclusi. È di fatto una sorta di elezione diretta dell’Esecutivo cui consegue meccanicamente la composizione del Parlamento, realizzando una forma di governo antidemocratica.”

Tuttavia, come ci tengono a puntualizzare i relatori del testo, nel caso italiano, il problema si pone esclusivamente alla Camera dei deputati. Il Senato infatti funziona benissimo, costituendo un modello di stabilità politica e di governabilità ottimale, come la tenuta degli ultimi esecutivi dimostra.

“Per queste ragioni, il gruppo di lavoro ha ritenuto che una buona legge elettorale debba procedere in senso radicalmente opposto, cercando di costruire la governabilità non dall’alto (plebiscito per il Capo che si impone a parlamentari privi di forza e progettualità politica) ma dal basso. In questa ottica si è guardato con più attenzione a quei sistemi elettorali che favoriscano la sintesi delle istanze politiche della società tramite il Parlamento che è il cuore del funzionamento di ogni sistema democratico.”

W il duceBoia chi molla, presidente Boldrini, boia chi molla! E noi non molleremo fino alla fine.”
29/01/2014. Angelo Tofalo (M5S) nel suo intervento parlamentare, rivolgendosi alla Presidente della Camera.

Finalmente, dopo il pletorico condensato di fuffa sui massimi sistemi, è tempo di passare alle proposte concrete. E gli “esperti” parcheggiati alla Commissione Affari costituzionali sembrano procedere innanzitutto per esclusione:

1) No, alle “primarie”, meno che mai se “istituzionalizzate e imposte per legge”, perché anche se sembrerebbero fornire ai cittadini l’opportunità di selezionare i propri eletti in Parlamento, comportano:

«l’inconveniente di dover imporre una disciplina obbligatoria dei partiti politici rispetto alla quale il MoVimento 5 Stelle è contrario, per i rischi che tale disciplina implicherebbe rispetto alla libertà dei cittadini di dar vita a formazioni politiche nuove. Inoltre, l’introduzione delle primarie è assai difficile – e rischia di diventare una “farsa”

Invece le “parlamentarie” on line, sul Sacro Blog del Capo Politico, riservate esclusivamente alle poche migliaia di attiVisti selezionati e certificati dalla Casaleggio Associati, costituiscono a tutt’oggi un ineguagliabile esperimento, perfettamente riuscito, di democrazia diretta. Alla riprova, basta guardare il cottolengo di indegni citrulli transumati in parlamento, con una manciata di click rastrellata tra parenti e amichetti del condominio.
Altro Cazzone a 5 stelle2) No, ai collegi uninominali maggioritari; no al doppio turno e anche al turno unico all’inglese.
3) No, a tutti i sistemi proporzionali con circoscrizioni medio-grandi.
Questo perché impedirebbero ai ‘cittadini’ di scegliere i parlamentari e condizionarne il mandato (?) qualunque cosa ciò voglia dire.
4) No, a tutti i sistemi proporzionali con premio di maggioranza, perché sono “anti-democratici” (!?) e soprattutto perché non garantiscono la “governabilità dal basso” (Oh Signore!).
agent smithPer questo il “gruppo di lavoro” che ha scambiato la Commissione Affari Costituzionali per un gigantesco gioco di ruolo (profumatamente pagato dai contribuenti), dove ogni cazzone certificato a 5 stelle può depositare qualsiasi fumante stronzata gli passa per la testa, ha elaborato una proposta totalmente innovativa e alternativa; ovverosia:

un sistema proporzionale, fortemente corretto che combina alcune caratteristiche del modello spagnolo con altre del modello svizzero […] Le correzioni previste sono ricalcate sul modello spagnolo e consistono essenzialmente nella individuazione di circoscrizioni su base provinciale e nella scelta del metodo D’Hondt per la trasformazione dei voti in seggi.”

RocconeCon una soglia di sbarramento minima (2%), i collegi elettorali, su base uninominale, saranno ritagliati su misura delle Circoscrizioni provinciali, ripartite in medie, grandi, “molto-grandi”, e soprattutto piccole (che sarebbero la maggior parte); eventualmente da ridisegnare sulla base di valutazioni demografiche, geografiche e sociologiche.  ‘Sociologiche’?!?
Secondo gli ostensori della proposta, un simile sistema fondato sul proporzionale puro, senza soglie e senza coalizioni, presupporrebbe un “elevato sbarramento naturale”.
Se non ché, con un ultimo barlume di lucidità residua, gli stessi sono costretti ad ammettere che:

“Il sistema non assicura a priori una maggioranza di seggi in Parlamento ad un partito che possa poi governare da solo e, quindi, non esclude la necessità di dover dare vita ad un Governo di coalizione fra forze politiche che si accordano dopo il voto.”

Fortunatamente, l’esperienza spagnola ci insegna che formare un esecutivo e governare da soli è possibile con un unico partito (moVimento). Anche senza prendere il 100%.
Peccato però che la più concreta esperienza italiana ci dimostri nella pratica esattamente il contrario. E fintanto che le elezioni si terranno in Italia, della sua realtà politica e “sociologica” si dovrà tenere conto eccome! Se poi in Spagna, Svizzera, o Marte… le cose vanno diversamente, poco importa. E se mio nonno avesse avuto le ali, sarebbe stato un aeroplano.
Ci pensa RoccoEpperò, a ben vedere, manco il sistema elettorale iberico va troppo bene agli originaloni a 5 stelle… C’è infatti il rischio che in assenza di una maggioranza certificata, ne venga comunque fuori un governo di coalizione. E dunque bisogna sottrarsi a due nuove ed insidiose minacce della Ka$ta:
1) Il rischio di “contaminarsi”. E i pentastellati ci tengono a preservare la loro purezza.
Non per niente, in Europa sono alleati con un razzista che strizza l’occhio alla separazione etnica.
La Repubblica - 30.05.20142) La possibilità di continuare a paralizzare i lavori parlamentari ad oltranza, impedendo la formazione di un governo. Come pensavano di fare all’indomani delle ultime elezioni politiche nel 2013.
Asilo a 5 StelleNon per niente, in quel sistema politico perfetto con cui si trastullano pensando al magico reame chiamato Spagna è perfino accaduto che:

“l’elettorato spagnolo non abbia garantito ad un unico partito la maggioranza assoluta dei seggi e si sono avuti Governi retti in Parlamento da una maggioranza composta dai parlamentari di quel partito e da qualche forza politica minore.”

Porco di mare E questo darebbe troppo potere ai “partiti”, a discapito dei “cittadini”; ovvero di Beppe che a quel punto dovrebbe cercarsi una nuova occupazione, divenendo totalmente ininfluente in un paese dotato di un esecutivo stabile ed un Parlamento che funziona.
Per scampare ad un simile pericolo,

“la proposta elaborata innesta nell’impianto adottato componenti fondamentali che si ispirano al sistema svizzero, che invece si contraddistingue per massimizzare la libertà di scelta dell’elettore e la sua capacità di determinare la politica perseguita dagli eletti.”

Ed inoltre ha il pregio di sventare il potenziale uso clientelare del voto di preferenza.
Nel dettaglio, vale la pena lasciare la parola direttamente ai relatori del testo, perché la versione originale è insuperabile per sintassi, chiarezza, e capacità espositiva:

Il sistema che si propone sembra però neutralizzare tali effetti negativi. Eccola in sintesi:
a. l’elettore deve scegliere una lista;
b. l’elettore può anche cancellare un certo numero di candidati inseriti nella lista che ha prescelto;
c. per ogni candidato cancellato l’elettore può esprimere una preferenza a favore di un candidato della lista o anche di un candidato di altra lista.
[…] In una circoscrizione con 5 seggi ciascun elettore può esprimere al massimo due cancellazioni e aggiungere fino a due preferenze. Queste sono le possibilità di voto:
a. Se l’elettore ha votato solo la lista, la cifra elettorale di quella lista si incrementa di 5 voti e quella personale di ciascun candidato nella lista di un’unità: è il voto dell’elettore che non vuole incidere sui candidati della sua lista e li vota tutti in blocco;
b. Se l’elettore ha espresso alcune cancellazioni, per ogni candidato cancellato la cifra elettorale della lista diminuisce di un’unità (5 voti meno 1 o 2 a seconda delle cancellazioni fatte). Se l’elettore non esprime ulteriori preferenze, astenendosi così parzialmente, significa che vuole punire la lista che presceglie per il fatto di aver presentato cattive candidature;
c. Se l’elettore ha espresso ulteriori preferenze (nel limite delle cancellazioni che ha effettuato), per ogni preferenza aggiuntiva, la cifra elettorale personale del candidato prescelto e quella della lista cui questo appartiene si incrementano di un’unità: è il voto dell’elettore che desidera esprimere un voto maggiormente articolato, incidendo ancor di più sulla graduatoria dei candidati della lista votata o anche ripartendo il suo voto tra più liste.”

Semplice, no? Lineare come la mente degli Ensiferi.
Qui siamo ben oltre la mitica supercazzola prematurata a sinistra con doppio scappellamento a destra!
fuffaSe abbiamo capito bene, proviamo a tradurre in termini comprensibili…
La grande novità riVoluzionaria della proposta a 5 stelle sembra infatti consistere in una sorta di contro-preferenza ad esclusione, che come una panacea tutela “l’elettore pulito” (si lava regolarmente?) dal voto di scambio, clientelismi, lobbies e “cacicchi locali”. Soprattutto lo salvaguarda dalla “parte malata della società” (sic!), che presumibilmente è quella parte di elettorato che vota altro rispetto al MoVimento.
gattoIn pratica, l’elettore non si limita ad apporre una o più preferenze al candidato/a che più l’aggrada, come per esempio avviene nelle elezioni europee. Bensì può “fare pulizia” e cancellare dall’elenco della lista prescelta i nomi dei candidati sgraditi. Per ogni nome cancellato, l’elettore guadagna una specie di credito da spendere in voti aggiuntivi (e disgiunti su più liste) per altrettanti candidati.
È la lista fantasia! Ognuno si personalizza le elezioni come meglio crede, pasticciando sulla scheda elettorale, tra cancellature e nomi segnati un po’ alla cazzo, tanto per complicare le operazioni di spoglio e semplificare la vita dell’elettore medio.
In Svizzera fanno così. E a noi basta adottarne le modalità di voto per sentirci un po’ più elvetici.

«Quando l’elettore cancella uno o più candidati dalla lista prescelta, ha la possibilità di esprimere altre preferenze a favore dei candidati di quella stessa lista, nel limite del numero delle cancellature effettuate: in questo caso egli gradua le preferenze all’interno della lista prescelta cancellando i candidati che non gradisce e attribuendo una preferenza aggiuntiva ai candidati che preferisce. In questo modo assegna il suo intero “pacchetto” di voti (pari al numero dei seggi attribuiti alla circoscrizione in cui vota) alla forza politica prescelta, ma seleziona al suoi interno i candidati, scartandone alcuni (ai quali vanno zero preferenze), lasciando inalterata la posizione di altri (ai quali va automaticamente una preferenza) e premiandone altri ancora (ai quali vanno due preferenze)

E all’occorrenza il Cittadino-elettore si può anche creare la sua coalizione personale:

«Come in Svizzera, si consegna all’elettore il potere di votare anche il candidato (anche più d’uno) di altra lista. In questo caso, “un pezzo” del suo voto viene utilizzato anche per l’altra lista. Così, come previsto in Svizzera, si evita che l’elettore di una lista si ingerisca nella scelta dei candidati di altra lista senza contropartita, perché quando egli vota un candidato in una lista diversa dalla sua, sottrae una frazione di voto a questa e lo attribuisce all’altra. Egli può spartire dunque il proprio voto tra più liste: è lui che si fa la sua coalizione

In concreto, dietro al groviglio contorto di parole in cui la logica annaspa e la mente si perde, stanno semplicemente parlando della possibilità di inserire il “voto disgiunto”, cioè la possibilità di votare candidati di liste diverse. Come invece si spacchetta il singolo voto in “pezzi” evitando “ingerimenti” di elettori tra una lista e l’altra… be’ fatevelo spiegare dagli svizzeri!
In fondo, volete mettere?!? Un simile sistema elettorale ha l’ulteriore beneficio di responsabilizzare l’elettore. Ad esso è data una libertà di scelta che non ha mai avuto”.
Come non averci mai pensato prima? Che si sia trattato dell’ennesimo complotto del Bilderberg?
la schedaE questo è un ipotetico fac-simile della nuova scheda elettorale, sul modello dei forum on line e falsariga della piattaforma di hosting “Disqus”, in attesa di aggiungere emoticons, smile, ed altre faccine, oltre all’opzione like-dislike.

«L’adozione di tale sistema di preferenze sembra produrre poi un ulteriore beneficio. Con la preferenza tradizionale, i candidati di una lista che hanno posizioni “eccentriche” rispetto alla linea di quella forza politica sono spesso premiati: sono infatti candidati che si “distinguono” e che dunque hanno maggiore rilievo mediatico. Il sistema della preferenza, pertanto, ha effetti “divisivi”, perché incentiva la distinzione, piuttosto che la collaborazione dentro una lista

Amaro del Capo Di “eccentrico” c’è soprattutto l’arzigogolatissimo sistema di voto. Per il resto, l’obiettivo sembra abbastanza chiaro: eleggere solo soldatini inquadrati e fedeli alla linea (del Capo), con lo scopo di eliminare quelle poche teste pensanti che agiscano secondo coscienza o abbiano un minimo di personalità. Il M5S, coi suoi 19 eretici tra fuoriusciti ed espulsi, ne sa bene qualcosa. Ed ha trovato la soluzione con la quadratura del cerchio.

“La principale critica al sistema proposto che finora è stata sollevata è rappresentata dalla sua maggiore complessità rispetto a quello in vigore. A questo proposito, occorre rilevare come tutti i sistemi che consentono un grado di scelta elevato presentino inevitabilmente un certo tasso di complessità. […] Il sistema proposto è un po’ più complicato, ma non eccessivamente.”

No, no per carità! È tutto chiarissimo! La complessità è solo “apparente”…
Persino un babbuino con una penna nel culo sarebbe riuscito a fare di meglio.

Scoppiavaso

P.S. Ma davvero Matteo Renzi, o chi per lui, pensa che da simili rape si possa spremere qualcosa di buono, a parte strappare a noi una smorfia divertita con riedizione della farsa di un altro confronto streaming?
Un antico proverbio ebraico dice che:

“È meglio imbattersi in un’orsa alla quale siano stati rubati i suoi cuccioli piuttosto che in un matto che confida nella sua follia.”

Lo citiamo in omaggio a Gad Lerner, “Gad Vermer” secondo i vezzeggiativi del Capo politico, recentemente attenzionato dagli squadristi digitali della Setta in servizio permanente, a causa di un suo innocuo articolo in cui ricordava ciò che tutti, ad eccezione degli ensiferi, sanno: Nigel Farage è di destra.
I Grillini e la Democrazia - Gad LernerE, d’altra parte, è così fondamentale per i “Democratici” al governo parlare con questi ‘signori’ qui?!?

“Voi del Pd (menoelle, ndr) siete solo poveri e piccoli ominidi, marci fino al midollo. Morti di burocratica politicità, insulsi e venduti; visionari. Ho più rispetto di uno del Pdl. Voi del Pd (menoelle, ndr) fate uno schifo che mai: pretendete di essere puri, ma siete più sporchi del bastone del pollaio. Siete coperti di merda. Quello che ci aspetta è solo colpa vostra. Ha ragione Berlusconi: è solo colpa VOSTRA.”

Si tratta del dialogante post del giorno (02/09/13) pubblicato in evidenza su Beppegrillo.it (e dov’altro, sennò?!?).
La deiezione integrale la trovate QUI, nel blog del Vate®, a firma di tal “Maurizio Fontana” (attiVista): classico espediente, con utilizzo di pseudonimo qualunque, che il Capo politico usa ogniqualvolta organizza le sue spedizioni punitive, credendo di immunizzarsi da eventuali addebiti penali.
La CuraNoi non entriamo nel merito delle decisioni della dirigenza PD e del Bambino Matteo. Non ci interessa né ci riguarda. Ma una domanda desideriamo rivolgerla loro: siete davvero sicuri di voler “scongelare” ‘sta merda?!? Forse sarebbe molto più salutare lasciarla lì dov’è, controllata a vista in ibernazione criogenica.

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Le idee chiare

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , on 27 settembre 2013 by Sendivogius

Foto di Beppe Formica

Com’è noto, Telecom Italia costituisce un vecchio cavallo di battaglia dell’Uomo senza volto
Non per niente, buona parte della fortuna virtuale dell’e_guru scaturisce proprio dalle indecenti vicende che hanno interessato la principale azienda di tlc del Paese, da sempre al centro delle mirabolanti incursioni del Genovese volante. Le assemblee degli azionisti Telecom sono state la vetrina privilegiata per le sue esibizioni sceniche, inutili nella sostanza ma speculari all’ipertrofia narcisistica del se-ghe-penso-mi ligure, capitalizzate poi nelle ambizioni politiche del duce a 5 patacche.
Ovvio che la (improbabile) acquisizione spagnola di Telecom, da parte dell’indebitatissima società Telefonica, non poteva non attrarre gli strali del Vate(r) furente, che tra uno scarico e l’altro con continue richieste di dimissioni all’intero arco costituzionale, può finalmente variare il repertorio rinverdendo un vecchio numero di successo:

«L’Italia perde un altro pezzo, Telecom Italia. Le telecomunicazioni diventano spagnole. Un disastro annunciato da un saccheggio continuato, pianificato e portato a termine con cinismo di quella che era tra le più potenti, innovative e floride società italiane. Fondamentale per le politiche di innovazione del Paese. In passato, anni fa, avevo previsto questa fine ingloriosa con la cessione a Telefonica. […] Il danno che deriva all’Italia dalla perdita di Telecom Italia è immenso. Il governo deve intervenire per bloccare la vendita a Telefonica con l’acquisto della sua quota»

 L’Italia che perde i pezzi  (24/09/13)

Come ci tiene a precisare con puntiglio, il Profeta di Savignone aveva già previsto tutto. E pure con largo anticipo! Ripercorriamo dunque il cammino illuminato dalle divinazioni di questa Cassandra inascoltata…

«Nel maggio 2007 Intesa San Paolo, Mediobanca, Generali e Telefonica liquidano il tronchetto dell’infelicità e comprano il pacchetto di controllo di Telecom dalla Pirelli per un valore esorbitante.
[…] Bernabè, il nuovo amministratore delegato, ha smentito la vendita di Telecom Italia a Telefonica, forse lo farebbe (o dovrebbe fare) volentieri vista la situazione finanziaria disastrosa…. Telecom Italia non può farcela da sola. Il cavaliere bianco si chiama Telefonica.»

Arriba Espana!  (04/08/2008)

La vendita di Telecom è inderogabile e non oltre dilazionabile…

«Non ci può essere un mercato con un’azienda che gestisce, allo stesso tempo, i servizi e l’accesso ai servizi per i concorrenti. E’ una situazione drogata, monopolistica. Servizi e dorsale vanno separati.
Bernabè sa bene chi ha distrutto il valore della Telecom. Conosce i nomi dei responsabili, dei politici e degli imprenditori con le pezze al culo. Non completi la loro opera. Li denunci, chieda loro un cospicuo risarcimento in qualità di amministratore (le carte le ha), venda a Telefonica (tanto prima o poi succederà) e si ritiri nella sua Vipiteno»

Telecom e il Gen. Custer  (16/12/2008)

Il concetto, qualora non fosse chiaro, viene ribadito sotto una selva di telecamere (all’epoca i giornalisti non facevano schifo al Grillo, se tornavano utili alla sua autopromozione), durante l’assemblea degli azionisti a cui il guru partecipa come guest-star. È il 29 Aprile 2010:

«Telecom deve essere venduta al più presto a Telefonica o a qualche grande gruppo internazionale prima che gli attuali azionisti ne spolpino anche le ossa. Telecom è morta, ma si possono espiantare i suoi organi e salvare l’occupazione ancora rimasta. […] Cari Bernabè e Galateri, vendete quello che è rimasto a Telefonica, restituite la dorsale allo Stato e dopo andate a casa, insieme al consiglio di amministrazione, prima del fallimento».

  (29/04/2010)

Telecom Italia “deve” essere venduta, col tono perentorio di chi non ammette deroghe. D’altronde, il “cavaliere bianco” è già pronto da tempo e si chiama Telefonica. Che ben venga lo “straniero” e si fotta l’interesse nazionale:

“..la dorsale telefonica, oggi gestita da Telecom, deve essere resa disponibile da un ente terzo a qualunque azienda offra servizi attraverso la Rete..”

  (Beppe Grillo, 20/08/10)

Cazzone a 5 stelleSettembre 2013. Beppone ha di nuovo cambiato idea.

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THE SWEET SPIRIT OF CAPITALISM

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 giugno 2012 by Sendivogius

 «Supponiamo che la casa del mio vicino prenda fuoco e che io abbia un tubo innaffiatoio lungo quattro o cinquecento piedi e anche più. Se il mio vicino può prendere il mio tubo e collegarlo al proprio idrante, potrei aiutarlo a spegnere l’incendio… E non sto certo a dirgli prima: “Vicino, il mio tubo da giardino costa 15 dollari; pagami 15 dollari per averlo”… Io non li voglio i 15 dollari! Rivoglio il mio tubo indietro una volta che l’incendio è spento.»

  Franklin Delano Roosevelt
(17/12/1940)

Tra gli economisti di matrice classica che furbescamente considerano l’euro (e le sue debolezze) come un insperato grimaldello con cui scardinare il public welfare in Europa, ed i sacerdoti del monetarismo più estremo, che guardano i ‘mercati’ alla stregua di una divinità trascendente alla quale prostrarsi deferenti, offendo sacrifici (meglio se umani) sull’altare di una turbo-finanza senza regole, prospera lieta in vaporosi fumi la nutrita processione di candide vestali dell’Austerità, che declamano il nuovo Wirtschaftswunder della Germania virtuosa e della ritrovata Austria Felix, finalmente riunite nel mitico modello tedesco contrapposto alle frivole cicale latine e all’appestato greco. E, per l’appunto, seppur abilmente costruito, di un mito si tratta…

LA REGOLA DEL RIGORE
 Per prassi consolidata, i rigorosi parametri per il contenimento del debito sono inflessibili e contemplano misure draconiane, ma solo quando vengono applicati agli ‘altri’. Diventano improvvisamente iperflessibili, aggirabili o semplicemente violabili, senza timore di incorrere in sanzione alcuna, quando invece vengono applicati ai ‘Grandi’: i virtuosi dei conti in ordine, i custodi del rigore più estremo… che dettano l’agenda all’intero continente, incassando utili e benefici, ma senza distribuire i dividendi agli altri azionisti i quali, più che condividere, subiscono oneri e rigori della moneta unica. Ciò che vale per la Grecia, e Italia… Irlanda… Spagna… Portogallo… Francia… Con ogni evidenza non vale però per la Germania.
Per dire, i rigidissimi Parametri di Maastricht, fortissimamente voluti dal Paese di Goethe, sono stati da questo sistematicamente violati ogni qualvolta la loro applicazione non era più conveniente. C’è da aggiungere che, se tali parametri fossero stati in vigore e applicati alla lettera ai tempi della riunificazione tedesca, questa non sarebbe mai stata possibile. E forse, col senno di poi, non sarebbe stato affatto un male.

I VIRTUOSI DEI CONTI IN ORDINE
Si obietterà: ma la Germania ha i conti in ordine, grazie ad una gestione oculata delle finanze pubbliche e alla trasparenza del bilancio statale… FALSO!
La Germania non disdegna, se la circostanza lo richiede, di ricorrere agli artifici contabili della finanza creativa, senza farsi troppi scrupoli. E del resto non sarebbe nemmeno la prima volta nel corso della sua storia recente. Insomma, la Germania si comporta ne più ne meno di quanto non facciano altri paesi dalla reputazione ben più spregiudicata. In fondo, si tratta di consuetudini universalmente praticate, unanimemente risapute, e ampiamente tollerate fintanto che garantiscono un ritorno anche agli investitori. Perciò non lasciatevi ingannare dal cipiglio severo del crucco da esportazione che vi guarda dall’alto in basso, reputandosi il prediletto dal Signore.
In dettaglio, nel 2011 la Germania è stata richiamata dalla Corte di Giustizia europea, in Lussemburgo, per l’applicazione di un’aliquota ridotta (7%) sulla riscossione dell’IVA (la Mehrwertsteuer) e ritenuta illegittima perché in contrasto con le regole europee sulla concorrenza. Ma già nel 2010 la Corte di Giustizia UE aveva in corso contenziosi giuridici aperti in materia fiscale, su versamenti ed esenzioni IVA, con la Repubblica Federale tedesca.
..Epperò la Germania ha un debito pubblico molto basso… VERO; o forse no..!
In base ai rapporti statistici di Eurostat 2011, il debito della Germania in effetti è contenuto intorno al 81,2% sul PIL e viene dato in potenziale ribasso. Si tratta di un buon risultato (non ottimo) rispetto al 120% del debito italiano, che comunque è in grandissima parte un’eredità craxiana degli anni ’80, quando l’infame triade Brunetta-Tremonti-Sacconi forniva le sue competenze (oggi come allora) al Tesoro [QUI].
E comunque, in termini monetari, il debito tedesco è più alto di quello italiano: 2.088 miliardi di euro contro 1.897 miliardi dell’Italia. Quello francese è dato all’86% con 1717 miliardi di debito. Tanto per dire, il debito della famigerata Grecia è stimato a 355 miliardi.
Soprattutto, ad inizio 2011, prima che la Spagna venisse travolta dall’esplosione della bolla immobiliare, e dalle prescrizione rigoriste teutoniche che hanno gettato il paese iberico nella depressione economica con lo spread oltre i 500 punti, c’è da rivelare che il debito pubblico della Spagna (66%) era tra i più bassi della UE.
Nel computo del debito pubblico, ed in particolare di quello tedesco, si è soliti distinguere tra:

1. “debito esplicito” (obbligazioni e buoni del Tesoro emessi per rifinanziare la spesa dello Stato);
2. “debito implicito” (Stipendi pubblici, Pensioni, Sanità, politiche sociali e spesa assistenziale);

 Secondo gli economisti convertiti al miracolo teutonico, nel computo del debito di uno Stato, va considerato unicamente il “debito esplicito”, ovvero gli interessi da pagare sull’emissione di titoli pubblici; e non il “debito implicito”, con le sue spese assistenziali e previdenziali, nelle quali si accumula il grosso del passivo di bilancio.
L’affascinante disamina si può leggere sull’International Business Times del dicembre 2011, in risposta ad uno dei soliti articoli farlocchi pubblicati dall’immancabile “Libero”:

«Uno studio del CERP (Centre for research on pension and welfare policies), ad opera di Beltrametti – Della Valle, due economisti dell’Università di Genova, intende analizzare proprio questo tema: è opportuno considerare la spesa assistenziale e pensionistica presente e futura, alla stregua del debito e degli interessi su di esso pagati?
Beltrametti e Della Valle concludono che, mentre la spesa pensionistica e assistenziale non sono un “bene di mercato”, i buoni del tesoro e quindi il debito pubblico “esplicito” sono oggetto del giudizio degli investitori, ed è su questo giudizio che si basano le oscillazioni dei rendimenti che lo stato deve pagare per ottenere capitali in prestito.
Le dimensioni di un sistema previdenziale/assistenziale, dunque, non possono essere computate nel calcolo del debito pubblico totale perchè non pesano allo stesso modo sul mercato del debito, bensì costituiscono un fattore interno ad ogni singola economia, che si riflette sul prelievo che lo Stato deve attuare sul settore privato per ripagare i trattamenti pensionistici e la spesa assistenziale.»

Tutto estremamente interessante. Peccato che questa indulgente distinzione venga applicata unicamente nel caso della Germania, in qualità di fortunata eccezione, mentre in tutto il resto d’Europa la sommatoria si pratica eccome. Altrimenti non si spiegherebbero le cure “lacrime e sangue” tutte incentrate sui tagli alla spesa pubblica e previdenziale e sanitaria.

IL BISCOTTO DI BILANCIO
(ovvero come ti pareggio i conti)
Cambiate le variabili di calcolo, il risultato sarà sempre quello giusto… La chimera del “pareggio di bilancio” da raggiungere in tempi impossibili è il perno della politica economica tedesca: si impone alla UE e, come al solito, non si applica a se stessi se non barando sui saldi.
La disamina del prof. Matthias Hartwig, del Max Planck Institut di Heidelberg, è abbastanza illuminante:

«Nonostante il generale apprezzamento a cui va incontro il “modello tedesco” di costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio (da intendersi qui in senso stretto, al contrario dell’Italia), le criticità non sono poche. Innanzitutto le ragioni che hanno condotto alla riforma costituzionale del 2009 sono varie: contenere la forte crescita del debito tedesco, registratasi dal 1949 al 2009; costituzionalizzare i parametri di Maastricht, sistematicamente violati dalla Germania dal 2002; limitare la possibilità di accendere crediti. Un altro problema prima del 2009, peraltro solo parzialmente risolto oggi, riguarda la mancanza di un controllo giurisdizionale effettivo. Il Tribunale costituzionale federale tedesco si è sempre astenuto dal decidere su questioni di politica fiscale, nonostante fossero stati presentati ricorsi in via principale da parte dei Länder. Peraltro, quando il Tribunale costituzionale federale giungeva a decidere su un ricorso mediamente passavano alcuni anni: la Corte scontava infatti un grande arretrato. Successivamente, con una decisione del 2007, che poi è stata interpretata come un avallo alla successiva riforma costituzionale del 2009, il Tribunale costituzionale federale ha assunto un orientamento più restrittivo quanto al suo intervento sulla sostenibilità della finanza pubblica.
Nel 2009, il nuovo articolo 115, comma 2 GG, introduce l’obbligo di pareggio senza ricorso a crediti. Previsione, quest’ultima, che però vale solo per i Länder e non anche per lo Stato, che quindi è senz’altro più libero dei Länder di derogare ai vincoli all’indebitamento (un indebitamento strutturale dello 0,35% è ammissibile per lo Stato). Inoltre i bilanci delle municipalità non sono sottoposti al vincolo costituzionale del pareggio di bilancio, innescando in questi anni una dinamica incrementale della spesa.
Il nodo ancora aperto, come si accennava, riguarda proprio il controllo di queste norme introdotte nel 2009. La strada che pare più facilmente percorribile è quella dell’accesso in via principale al Tribunale costituzionale. Dall’altra parte, però, se nel 2007 il giudice costituzionale era sembrato disposto a procedere ad un vaglio più rigoroso sulle norme riguardanti le entrate e le spese, cionondimeno in quella occasione la reticenza del Tribunale costituzionale federale in materia ha avuto modo di manifestarsi su un fronte decisamente contiguo. Infatti, nella già richiamata sentenza del 2007 il Tribunale ha comunque negato la sua competenza a decidere sul rispetto del principio del pareggio di bilancio. Pertanto, modificato il parametro costituzionale, nulla sembra cambiato. Il bilancio federale non è mai stato dichiarato incostituzionale dalla Corte; in senso diverso si è proceduto a livello dei Länder: i Tribunali costituzionali di tre Länder hanno ritenuto i bilanci statali incostituzionali

 Matthias Hartwig  – “La costituzionalizzazione del pareggio di bilancio in Germania”
Intervento al convegno organizzato dalla Fondazione CESIFIN su “Crisi economica e trasformazioni della dimensione giuridica” – Firenze, 15/05/2012.

GLI EUROPEI VOGLIONO VIVERE SULLE SPALLE DELLA GERMANIA
È la più furba (e la più infame) delle favolette interessate, messe appositamente in circolazione…

«LA GERMANIA usa l’Europa per i propri fini, non viceversa. La dimostrazione è quanto accaduto alla Grecia. All’inizio della crisi greca sarebbe bastato dare 140 miliardi a quel paese per evitare il contagio che da Atene sta impoverendo tutta Europa. Ma l’ostinazione della Merkel è nel fatto che le banche tedesche erano esposte verso la Grecia per 400 miliardi. Se la Grecia avesse imboccato un regolare risanamento i crediti tedeschi si sarebbero allungati nel tempo. E così la Germania ha cercato di salvare le sue banche facendo pagare i propri errori a tutti i partners europei.
LO STESSO DISCORSO vale per gli Eurobond che, va ricordato, sono stati invocati ben prima dell’esplodere di questa terribile fase due della crisi dall’allora ministro dell’economia italiano Giulio Tremonti. Tutti sanno che l’Europa per fronteggiare la crisi, ma soprattutto per rilanciare il ciclo economico avrebbe bisogno (anche) di queste tre mosse: far diventare la Bce un istituto di emissione e prestatore di ultima istanza, emettere Eurobond in modo da omogeneizzare in un unico titolo i debiti sovrani degli Stati membri, svalutare parzialmente l’Euro immettendo liquidità nel sistema.»

  Marilena Palazzo
(23/05/2012)

Ci sarebbe da aggiungere che le banche tedesche, lungi dall’essere solide, dopo la farsa degli stress-test che hanno spostato i problemi del credito alla detenzione dei titoli pubblici, sono tra le più indebitate ed esposte al contagio dei titoli tossici, detenendo nello stomaco migliaia di derivati spazzatura.

«Se infatti l’economia ripartisse gli investitori avrebbero meno interesse a finanziare il debito e più a sostenere la produzione. E questo sarebbe un danno per la Germania. Primo perché la Germania sta guadagnando sul suo debito. Il Bund tedesco a dieci anni viene remunerato sotto il tasso di inflazione a dispetto peraltro dei fondamentali dell’economia tedesca.
LA GERMANIA può così ricapitalizzare le sue banche che sono intossicate molto di più delle altre da titoli spazzatura consentendo una sorta di riciclaggio del denaro. E inoltre deprimendo le economie dei suoi competitor e in particolare dell’Italia che è il secondo Paese europeo esportatore la Germania si assicura i mercati. Non a caso la Germania sta vivendo un periodo di euforia economica. Nel primo trimestre di quest’anno il Pil tedesco fa più 1,2% quello italiano fa il meno 0,8. Ma è un’euforia pericolosa.
LA MERKEL sa perfettamente che l’export tedesco dipende per il 60% dall’Europa. Se l’Europa si ferma rischia, appena i partners del Vecchio Continente ripiglieranno fiato, di vedersi sorpassare dalle altre economie. Per questo la Merkel ha bisogno di tempo, per iniziare a importare di più dai Paesi extra Ue a prezzi più bassi e sganciarsi dalla dipendenza economica europea.
[…] QUINDI la Germania ha tutto l’ interesse a frenare queste economie, a finanziare il suo debito a tassi di guadagno, a non creare un’unità economica dell’Europa ma solo a una unità fiscale che imbavaglia le altre economie.»

  Marilena Palazzo
(23/05/2012)

In pratica la Germania sta rastrellando i capitali in fuga dagli altri paesi europei, in seguito alla crisi del sistema creditizio, indotta anche dalle politiche di ricapitalizzazione bancaria richieste da Francoforte, e soprattutto dall’implosione dei debiti sovrani generata dalla speculazione finanziaria e dalle politiche recessive imposte dalla Merkel e la Bundesbank al resto dei partners europei.
 In questo modo la Germania sta rifinanziando il proprio debito pubblico a costo zero, ma a scapito del resto della UE, drenando capitali per lo sviluppo dei paesi che più avrebbero bisogno di rilanciare gli investimenti, bloccati però in nome del “fiscal compact” (che impedisce ogni spesa pubblica fuori bilancio). Un’altra trovata teutonica. Al contempo, boicotta o lascia cadere ogni piano di rilancio economico, concentrando tutte le sue politiche nell’imposizione del rigore fiscale e rifiutandosi di ripartire gli oneri. Di fatto è una politica volta a distruggere i potenziali rivali commerciali. Questa, sotto la maschera del rigorismo, assomiglia molto ad una forma di neo-colonialismo.

«Eppure la Germania non può chiamarsi fuori, affermando che spetta ad ogni paese risolvere i problemi che esso stesso si è creato. Non può – non potrebbe, non dovrebbe – perché la moneta unica, se comporta vantaggi, comporta anche oneri. E la Germania dei primi ha usufruito e usufruisce.
La Germania è stata certamente la “prima della classe”. Dopo l’introduzione dell’euro ha ristrutturato la sua industria (lì, al contrario che da noi, i capitalisti investono); con le riforme a più riprese della commissione Hartz ha ridotto le spese del welfare; soprattutto, ha imposto la moderazione salariale, tenendo per molti anni il tasso di disoccupazione sopra la media europea. In questo modo ha messo a segno forti guadagni di competitività, collocandosi così nel Gotha dei grandi esportatori mondiali, insieme alla Cina e addirittura davanti al Giappone. Attenzione, però: l’aumento del suo export è avvenuto soprattutto all’interno dell’area euro, mentre al di fuori ha addirittura perso qualche posizione. Ha cioè sfruttato la sua virtù a scapito dei paesi meno capaci di seguire un analogo sentiero di aumento della competitività.
Ha potuto farlo, però, anche perché c’era l’euro. In passato – e noi italiani lo sappiamo bene – i paesi che perdevano competitività erano costretti, ad un certo punto, a svalutare la loro moneta. Il che, per il paese interessato, non era certo una soluzione ottimale, perché anche quella ha dei costi, ma da una parte impediva l’avvitamento dell’economia, dall’altra riequilibrava gli scambi con l’estero. In altre parole, in uno scenario del genere, la Germania non sarebbe riuscita a mantenere quell’alto livello di esportazioni verso i paesi dell’area.
C’è un altro aspetto almeno altrettanto importante. E’ stata appena diffusa la notizia che la Germania ha collocato 4,5 miliardi di titoli a due anni al fantastico tasso di rendimento dello 0,07%. Fantastico, perché significa che il rendimento reale è negativo, essendo l’inflazione intorno al 3%. In altre parole, gli investitori pagano la Germania perché custodisca i loro soldi, come se affittassero una cassetta di sicurezza. Pagano anche per i titoli a lungo termine, visto che i Bund decennali viaggiano a circa l’1,5%.
Perché accade questo? Perché in una situazione di grande incertezza, come quella attuale, il denaro cerca porti sicuri, e la Germania indubbiamente lo è. Logico quindi che attiri capitali.
Ma se non ci fosse l’euro questo provocherebbe un apprezzamento della valuta, con ovvie conseguenze negative sull’andamento delle esportazioni. Invece c’è l’euro, la stessa moneta che hanno anche gli altri paesi europei in difficoltà, che quindi ne tirano al ribasso la quotazione. E dunque la Germania può beneficiare di un afflusso di capitali – con cui si finanzia a costo sottozero – senza doverne subire contraccolpi

  Carlo Clericetti
  Repubblica.it – 23/05/2012

È chiaro anche che l’economia tedesca non può espandersi all’infinito, come è evidente che il suo punto di forza è fondato soprattutto sulle esportazioni, che ormai si concentrano quasi tutte in Europa, potendo contare su una moneta unica, sull’assenza di tassi di cambio e di dazi doganali, sulla libera circolazione delle merci ed una normativa condivisa.

«L’Europa è, per la nazione della signora Merkel, una specie di Pozzo di San Patrizio, da cui trae buona parte della sua ricchezza odierna. Basti pensare che il 75,7 per cento del surplus commerciale del 2011, pari a 158 miliardi di euro, proviene dalla Ue. A questo vantaggio derivante dal mercato unico, si aggiunge quello che proviene dalla moneta unica. Non bisogna infatti dimenticare che l’introduzione della moneta unica non è stata solo il frutto di un innamoramento collettivo verso un nuovo traguardo del processo di integrazione europea, né una semplice logica conseguenza del mercato unico, bensì anche uno strumento di convenienza economica per il commercio intracomunitario. Il vantaggio economico derivante dalla moneta unica è presto quantificabile. Le aziende che esportavano verso gli altri paesi comunitari oggi parte dell’Eurozona, anche in assenza di dogane, affrontavano due tipi di costo, derivanti dalla presenza di valute diverse. Un primo costo consisteva nella commissione di cambio, che gli operatori economici, al pari delle persone che si recano all’estero per vacanza o affari, devono pagare alle banche per trasformare la valuta estera nella propria moneta. Questo costo è in genere non inferiore al 2-3% del valore della transazione. Vi è poi un ulteriore costo, che è dovuto alla copertura dei rischi di cambio, ossia al rischio che il tasso di cambio esistente al momento della sottoscrizione del contratto di vendita, risulti poi diverso da quello in vigore al momento del pagamento, possibilità esistente anche nel precedente sistema dello Sme (Sistema Monetario Europeo), in cui le oscillazioni previste potevano raggiungere la soglia massima del 4,5% (+/-2,25% rispetto all’Ecu). In sostanza, il rischio di cambio poteva costituire un costo pari a 2-3 punti percentuali del valore dell’esportazione. In altre parole, l’introduzione dell’euro ha consentito di risparmiare almeno il 5% sul valore degli scambi intracomunitari tra i paesi dell’Uem (Unione economica e monetaria). Nel caso della Germania, applicando quel 5% ai 3.645 miliardi di euro di prodotti venduti negli altri 16 paesi dell’Eurozona negli ultimi 10 anni, si ottiene il non trascurabile importo di 182 miliardi di euro, che costituisce poco meno di quanto la Germania ha dato (211 miliardi) al fondo salva stati (Efsf). In sostanza, la Germania si è impegnata (senza però spendere) per un importo di poco inferiore al risparmio effettivo già ottenuto dalle sue imprese grazie all’euro. Un vantaggio che si aggiunge a quello derivante dall’avanzo commerciale, dovuto all’esistenza di un mercato unico.»

 Adriano Bonafede e Massimiliano Di Pace
“Berlino conta i dividendi dell’euro 1300 miliardi di surplus in dieci anni”
Affari e Finanza (18/06/2012)

Si tratta di una situazione ideale che, ovviamente, non è destinata ad essere eterna.

I TEDESCHI PAGANO SEMPRE I LORO DEBITI
 Da ciò scaturirebbe l’intransigenza e l’inflessibile severità dimostrata nei confronti dei greci e dei paesi UE in difficoltà con la quadratura dei conti pubblici.
Peccato che proprio i rigorosi tedeschi siano usciti dai loro momenti di maggior difficoltà economica NON pagando mai i propri debiti…
Nel corso della sua storia recente, l’Austria (quella che ci viene a fare i conti in tasca) ha dichiarato bancarotta per ben 6 volte, impiegando anni a rifondere parzialmente il default:
Anno 1802
 Anno 1868
 Anno 1914
 Anno 1932
 Anno 1938
 Anno 1940

La virtuosa Germania è andata in bancarotta per motivi bellici (aveva attaccato e invaso mezza Europa) nel 1932 e nel 1939.
Superfluo dire che la Germania non ha mai estinto il debito, glissando sulle riparazioni, e spalmando i pagamenti (poi sospesi) su scala pluridecennale.
Con la Conferenza di Londra del 1953 fu deciso che il debito tedesco della prima metà del ventesimo secolo avrebbe goduto di straordinarie agevolazioni che si risolsero, in realtà, nella sostanziale cancellazione.

«Il London debt agreement del 1953 divise l’esposizione tedesca globale in due capitoli. Il primo precisava che il debito accumulato fino al 1933 andava pagato subito, ma a condizioni di straordinario vantaggio, con interessi così bassi da determinare uno sconto che alcuni hanno fissato nella metà, circa, del totale dovuto. Il secondo, quello su debito e riparazione dei danni dell’epoca nazista e della guerra, era messo in correlazione con la riunificazione tedesca»

Albrecht Ritschl, tedesco, docente di storia dell’economia alla London School of Economics

All’epoca, ad opporsi agli accordi di Londra furono propri i greci, appena affrancatisi dalla brutale occupazione nazista…

«Gli Usa non volevano commettere gli stessi errori emersi dopo il primo conflitto e per questo imposero ad Atene di abbassare la voce. La Grecia non era favorevole e cercò di opporsi alle condizioni del London debt agreement. Prevalse la tesi americana e dei maggiori alleati che non volevano zavorrare Berlino con un debito asfissiante. Quanto? Secondo calcoli approssimativi un anno di Pil, ovvero 90 miliardi di marchi nazisti del 1944. Il cambio alla valuta di oggi è impossibile. Per questo si potrebbe parlare di un debito semplicemente pari a un anno di Pil». Oggi siamo a circa 3.600 miliardi di dollari (nominale).
Non è a oggi che si deve guardare, ma al 1990 (all’epoca era 1.500 miliardi di dollari), quando il debito, invece, di essere saldato con l’atto di riunificazione in ottemperanza agli accordi di Londra, sparì del tutto. “Atene contestò un’altra volta quell’intesa – ricorda Ritschl – ma il passaggio giuridico era inoppugnabile. Nei documenti finali sulla riunificazione delle due Germanie non si fa alcun riferimento agli impegni del London agreement e tanto basta per considerare nullo il debito pregresso”. Una dimenticanza, piuttosto costosa se fosse una dimenticanza che, ovviamente, non fu. Il cancelliere Helmut Kohl lo disse chiaramente: una richiesta del genere non era sostenibile dalle casse di Berlino e ribadì, in cambio, il forte impegno economico tedesco nello sviluppo del progetto europeo»

  Leonardo Maisano
  “Il Sole 24 Ore” – 03/04/2012

Nell’Accordo sui debiti germanici, concluso il 23/02/1953 a Londra, si può leggere:

“I Governi degli Stati Uniti d’America, del Belgio, del Canada, di Ceylon, della Danimarca, della Spagna, della Repubblica Francese, del Regno Unito della Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord, della Grecia, dell’Iran, dell’Irlanda, dell’Italia, del Liechtenstein, del Lussemburgo, della Norvegia, del Pakistan, della Svezia, della Svizzera, dell’Unione Sudafricana e della Jugoslavia, da una parte animati dal desiderio di rimuovere gli ostacoli che impediscono di stabilire relazioni economiche normali tra la Repubblica federale di Germania e gli altri paesi e di contribuire in tal modo allo sviluppo di una comunità prospera di nazioni; considerando che da circa vent’anni i pagamenti relativi ai debiti esterni germanici non sono in generale più stati eseguiti conformemente alle stipulazioni dei contratti; che dal 1939 al 1945 lo stato di guerra ha impedito qualsiasi pagamento a conto di un gran numero di questi debiti; che dal 1945 siffatti pagamenti sono stati in generale sospesi e che la Repubblica federale di Germania desidera mettere fine a questa situazione: considerando che gli Stati Uniti d’America, la Francia e il Regno Unito della Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord hanno prestato alla Germania, dopo l’8 maggio 1945, un’assistenza economica che ha notevolmente contribuito alla ricostruzione dell’economica germanica, favorendo una ripresa dei pagamenti a conto dei debiti esterni germanici […] detta Commissione ha comunicato ai rappresentanti del Governo della Repubblica federale di Germania che i Governi degli Stati Uniti d’America, della Repubblica Francese e del Regno Unito della Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord erano disposti a consentire notevoli concessioni circa la priorità dei loro crediti concernenti l’assistenza economica del dopoguerra rispetto a tutti gli altri crediti verso la Germania e i suoi cittadini nonchè l’importo totale di tali crediti, alla condizione che fossero regolati in modo equo e soddisfacente i debiti esterni d’anteguerra della Germania.”

Oggi, in virtù della generosa lungimiranza di allora, veniamo ripagati con la favoletta rigorista da raccontare, alla luce di algidi neon, mentre un pupazzo meccanico si accinge ad asportare pezzi carne viva da offrire al dio dei mercati, prescrivendo i compitini da fare al riottoso donatore legato sulla tavola operatoria. È ovvio che l’aspetto punitivo serva ad insegnare il valore della sopravvivenza attraverso la sofferenza, secondo una riedizione estrema dell’etica protestante nello spirito del capitalismo.
A tal proposito, l’insufflata seriale di NEIN! che Angelona Merkel continua ad inzaccherare di fila, ad ogni proposta o tentativo di porre un argine all’avanzata della spirale recessiva, ricordano la parodia di altri ‘bastardi’ più o meno senza gloria…

Con le economie europee strettamente interconnesse attraverso il sistema della moneta unica, non esistono paesi immuni al contagio della crisi. Ma questo i tedeschi fanno finta di non saperlo, trincerati come sono nel loro ricostituito Reich che prospera sulle disgrazie altrui, esternalizzando i danni collaterali della ritrovata supremazia tedesca, ripetendo il mantra della “stabilità di bilancio”. E quella che si è rivelata una circostanza favorita da una serie di condizioni fortunate è diventata una condizione ideale da imporre al resto della UE in tempi strettissimi, tali (come sta avvenendo) da stroncare ogni economia in difficoltà. C’è da chiedersi se la cosa non sia intenzionale…

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