Archivio per sfruttamento

RUSPA!

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , on 16 febbraio 2019 by Sendivogius

Che grande che è il Capitano!
Tra una foto dei compitini della prima elementare (pure sbagliati) e l’immancabile primo piano dell’inquietante piatto del giorno (che pare uno sformato di emorroidi fritte alla merda)… 

..dal balcone littorio di twitter, il Ministro della Polizia annuncia lo sgombero dei baraccati ammassati nella bidonville di S.Ferdinando, in quelle lande calabresi dell’ex Terronia che hanno condotto in trionfo il duce di ghisa per sopraggiunta sindrome di Stoccolma.
Salvini di oggi e di ieriNon una parola di cordoglio, fosse anche di circostanza, per il ragazzo senegalese bruciato vivo nella sua catapecchia, mentre cercava di ripararsi dal freddo della notte. Molta più empatia e considerazione ha trovato invece il puccelloso cagnolino di Bologna, scampato miracolosamente all’incendio del suo appartamento. E Onore ai Vigili del Fuoco (!).
I braccianti africani tante attenzioni non le meritano di certo. Sono negri, a loro piace vivere così. Meno che selvaggi. Portano “degrado ed illegalità”, che detto nella Calabria dominata delle ‘ndrine e sfregiata dall’abusivismo edilizio, è un po’ come dire che lo scioglimento della calotta artica è causata dalle scorregge degli orsi polari.
Il lavoro nero, lo sfruttamento, la criminalità organizzata… quelle vanno benissimo, non suscitano le apprensioni del Capitano, e meno che mai le inquietudini di quei bravi cittadini che sbavano adoranti per questo sudaticcio gargarozzone padano travestito da gendarme.
Cancellato, negato, spianato, ogni aspetto che abbia anche lontanamente una dimensione “sociale”, deprivato il fenomeno di ogni valenza “umana”, tutto è ridotto a problema securitario di ordine pubblico in funzione repressiva, a dimostrazione muscolare, per sorvegliare e possibilmente punire.

JIN-ROH

Ad ogni modo, ‘sti negri (di merda, per definizione) vanno cacciati via… deportati (e possibilmente tenuti nascosti là dove non possono essere visti)… SGOMBERATI!! twittato tutto in maiuscolo, con punto esclamativo brandito come manganello.
Perché Loro sono il Male e LVI è la cura.
Peccato però che senza i negracci ridotti alla miseria più nera e sfruttati nei campi con paghe da fame (quando e se vengono pagati), ai calabresi i pomodori, le olive e tutto il resto, toccherà raccoglierseli da soli.
È lo stesso paradosso che già affliggeva i redneck del Ku Klux Klan ai tempi belli della grande caccia al negro: come disporre di un bacino potenzialmente immenso di docile manodopera schiava a costo zero e al contempo tenere a bada una simile massa di scimmioni, tanto utili da sfruttare a morte quanto brutti a vedersi? Sempre per quella storia del “degrado”… meglio se unita alla minaccia strisciante dell’invasione aliena. Funziona sempre.

Lo sapevano anche i nazisti che costringevano gli ebrei a vivere in condizioni disumane, salvo poi additarli alla folla e dire: “Vedete? Sono parassiti, vivono nel sudiciume come ratti di fogna”.
Se il giochetto riusciva con gli ebrei, figuriamoci coi negri.
Che forza che è il Capitano!

 

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JOB PARTY

Posted in Business is Business with tags , , , , , , , , , on 1 Mag 2018 by Sendivogius

Buon 1° Maggio agli nuovi schiavi moderni dei lavoretti sottopagati a scadenza;
Buon 1° Maggio agli sfruttati, gli umiliati, gli esclusi del precariato di massa;
Buon 1° Maggio per tutti i lavoratori a diritti decrescenti e tutele inesistenti;
Buon 1° Maggio ai milleuristi dell’Integrated Facility Management;
Buon 1° Maggio agli “handymen” (e women) delle multiservizi;
Buon 1° Maggio agli operai delle finte cooperative;
Buon 1° Maggio ai facchini con la partita IVA;
Buon 1° Maggio ai forzati della Gig Economy;
Buon 1° Maggio ai lavoratori parasubordinati;
Buon 1° Maggio ai lavoratori somministrati;
Buon 1° Maggio ai lavoratori intermittenti;
Buon 1° Maggio ai lavoratori accessori;
Buon 1° Maggio ai lavoratori surrogati;
Buon 1° Maggio ai lavoratori ripartiti;
Buon 1° Maggio ai minijobber on call;
Buon 1° Maggio ai call center vendor;
Buon 1° Maggio agli esternalizzati;
Buon 1° Maggio agli esuberati;
Buon 1° Maggio agli esodati;
Buon 1° Maggio agli apprendisti altamente specializzati;
Buon 1° Maggio agli stagisti laureati, con ottima conoscenza della lingua tedesca ed inglese, e con almeno tre anni di esperienza nel settore.
Buon 1° Maggio alle commesse, i magazzinieri, le commesse, i banchisti dei centri di alienazione commerciale, senza più fesitività né domeniche;
Buon 1° Maggio ai crew & delivery dei fast food
Buon 1° Maggio agli stagionali, con “vitto e alloggio pagato, più rimborso spese forfettario” (e niente paga) per 14 ore al giorno;
Buon 1° Maggio a quel milione di persone che oggi lavoreranno, per la metà in nero o “a recupero”.

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(79) Cazzata o Stronzata?

Posted in Zì Baldone with tags , , , , , , , , , on 30 settembre 2015 by Sendivogius

Classifica SETTEMBRE 2015”

Deutschland uber alles

Per anni ci hanno raccontato la storiella puritana sulla moralità superiore dell’etica protestante (quella che ha trasformato il mondo in una merda globalizzata per capitali volatili), in contrasto col sonnacchioso immobilismo cattolico della decadenza latina. Ci hanno ammorbati ad nauseam con ‘sta faccenda del ‘debito’ in quanto ‘colpa’ (schuld), nell’immondabilità della macchia senza redenzione (manco fosse il peccato originale!) che in quanto tale va punito. Il tutto surrogato da una abbondante spruzzata di integralismo luterano, applicato all’economia politica, attraverso la divinizzazione profana del sacro ‘mercato’, mentre le maestrine teutoniche ed i loro volenterosi carnefici elevavano la pedagogia del castigo (collettivo) a propedeutica di governo. Un vizietto antico…
NEU_GE2_01A certo austero Tedesco (reale come le pantomime dell’Antico Romano) piace presentare se stesso come un severo esecutore di regole draconiane (solitamente realizzate su misura e derogabili secondo convenienza quando riguardano Lui), votato all’efficienza ed alla massima serietà, a titolo di garanzia, abusando di una reputazione ben costruita nella landa delle cicale mediterranee con relativi cazzari di rappresentanza. E molti ci hanno pure creduto! Oggi sappiamo che si tratta di una ineffabile banda di pataccari, che taroccano controlli e standard di misurazione, come e peggio dello scolaretto che copia sistematicamente i compiti per risultare il primo della classe e trucca gli esami all’università. Cosa non si farebbe per vendere un’auto in più (“è una tedesca!”)…
Angela MerkelAncor più tragicamente divertente è poi l’altra storiella artificiosamente pompata dai media embedded di una Germania prospera e generosa dalla frontiere spalancate, che può accogliere e assorbire milioni di migranti a flusso continuo. La furbata consisterebbe nel pescare quelli che nei mercati romani si chiamano li mejo fichi der bigonzo (ingegneri, medici, infermieri..); avviare i più prestanti alle catene di montaggio delle officine tedesche (arbeit macht frei); costruirsi una clientela elettorale, fidelizzati a diritti minimi in un dumping sociale al ribasso, e rimpinguare le casse degli enti previdenziali tedeschi per il prossimo pagamento pensioni. Scaricare invece tutti gli ‘scarti’ negli “hot spot” di prossima realizzazione, dei quali la Germania sollecita la costruzione (ça va sans dire!) in Italia (dove si può contare su un idiota ossequiente sempre prono agli ordini), trasformata in immenso campo di concentramento per indesiderati, meglio se a costo zero per le finanze teutoniche.
the-hot-spot-movie-posterPeccato solo che dopo nemmeno tre settimane di flussi incontrollati, il sistema di ‘accoglienza’ tedesco sia già prossimo al collasso, con blocchi alle frontiere, sospensione del transito ferroviario, mobilitazione dell’esercito… Alla faccia della tanto sbandierata efficienza teutonica!
Sono i “talenti” che svecchieranno l’Europa. Così li chiama una cariatide come Juncker che evidentemente guarda a se stesso; dinanzi ad una disoccupazione giovanile interna che prima ancora di endemica viene considerata fisiologica e dunque inassorbibile, tanto che i diretti interessati vengono con buona pace liquidati come “generazione perduta” (e tanto peggio per loro!).
Invece, in quanto alla volontà di integrazione ed inserimento sociale delle risorse umane d’importazione, i nuovi arrivati hanno le idee chiarissime su quali siano gli elementi che hanno reso libera e sicura l’Europa, insieme all’importanza della pacifica convivenza ed il reciproco rispetto [QUI]. E se il buongiorno si vede dal mattino…

 Hit Parade del mese:

01 - Coglione del mese01. LO STATO DEI CONSUMI

[18 Set.] «In caso di scioperi e assemblee intervenga l’Esercito.»
 (Carlo Rienzi, il kapò Codacons)

angela02. RILANCIA…

[04 Set.] «Accoglieremo 800.000 profughi in Germania. E questo per dare l’esempio visto che l’economia va bene.»
 (Angela Merkel, la Matrigna)

sigmar gabriel03. ..E RADDOPPIA!

[08 Set.] «Siamo pronti ad accogliere 500mila profughi all’anno e per più anni.»
 (Sigmar Gabriel, il Padrino)

Silvio04. SVENDO TUTTO

[27 Set.] «Pensioni minime a mille euro per 13 mensilità»
 (Silvio Berlusconi, l’inconfondibile cazzaro)

Matteo Renzi05. PARE QUASI VERO

[28 Set.] «Quali tasse ridurre lo decidiamo noi, non un euroburocrate»
(Matteo Renzi, l’Erede)

Il nemico ti ascolta06. TACI IL PADRONE TI OSSERVA

[03 Set.] «Nei controlli a distanza è stato colmato un vuoto normativo avendo chiari due obiettivi: una norma chiara e nel rispetto della privacy»
 (Giuliano Poletti, Negriero cooperativo)

Il cazzaro bianco07. PRETI PEDOFILI

[28 Set.] «Prometto che i responsabili di questi abusi saranno puniti duramente»
 (Papa Bergoglio, il Cazzaro bianco)

Cameron08. E ‘STI CAZZI?!?

[21 Set.] «Ai tempi dell’università, David Cameron infilò il suo membro nella bocca di un maiale morto, fece parte di un esclusivo club privato con abitudini sessuali dissolute e fumò spesso marijuana.»
 (Michael Ashcroft, il Guardone)

images09. LO SCHIFO INFINITO

[29 Set.] «Non consentiremo che entrino in casa nostra Verdini e gli amici di Cosentino.»
 (Roberto Speranza, il vuoto col nulla intorno)

Fai schifo al cazzo10. DULCIS IN FUNDO

[24 Set.] «La causa delle scie chimiche sono gli aeroplani col motore Volkswagen»
 (Beppe Grillo, l’immancabile coglione)

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Re di Fuffa

Posted in Masters of Universe, Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 settembre 2014 by Sendivogius

poker cards

«Con Propaganda si intende l’intera gamma di attività il cui contenuto è l’informazione o il divertimento e il cui scopo è in questo caso:
a) distrarre l’attenzione dai sacrifici attuali.
b) giustificarli in termini di garantita felicità futura.
Ciò può implicare o no la presentazione del mondo esterno come un mondo la cui situazione è ancora peggiore, ma presenterà senz’altro come di gran lunga inferiore il livello di vita passato.
Uno scopo altrettanto importante della propaganda sarà quello di convincere le masse che l’attuale leadership è il più efficiente veicolo di modernizzazione; ciò può essere ottenuto in termini razionali avvalendosi di immagini statistiche, o in termini irrazionali che presentano la leadership come superumana.
Con Repressione si intende l’intera gamma delle attività politiche della polizia miranti a:
a) Sopprimere l’attività politica individuale, mediante la sorveglianza e l’imprigionamento.
b) Intimidire le masse con l’esibizione della forza.
c) Impedire la circolazione di informazioni rivali, controllando i mezzi di comunicazione di massa e inibendo la discussione pubblica.»

   Edward N. Luttwak
   “Tecnica del Colpo di Stato”
   Longanesi, 1969.

Bandiera di Hong KongPraticamente, è la differenza fondamentale che intercorre tra l’Italia ed il governatorato cinese di Hong Kong, La diversità consiste nel fatto che, mentre la prima ha fatto dell’uso della “propaganda” una felice applicazione di governo, la Cina deve ricorrere alla “repressione” perché, nonostante tutto, una coscienza democratica esiste ancora, laggiù ad Hong Kong, dove in sostanza si protesta per potersi scegliere i propri rappresentanti in libere elezioni, mentre da noi si festeggia la cancellazione del Senato elettivo e dei consigli provinciali (e non delle Province) con l’insediamento di ‘candidati’ nominati dal nuovo partito unico. Strano si voti ancora per il Parlamento.
DC FOREVERIn un mondo impazzito che funziona alla rovescia, l’ironia della storia a volte sa essere beffarda… Capita così che uno degli ex portaborse di Francesco Rutelli, un bolso democristiano col puzzo di sagrestia ancora addosso, nemmeno quarantenne e che da oltre 20 anni campa quasi esclusivamente di “politica” (quella peggiore, consumata negli apparati di partito), venga a spiegare cosa sia di ‘sinistra’ e cosa invece no.
Peccato che dalla guerra alla magistratura, allo scontro senza quartiere contro i sindacati, o meglio contro la CGIL (additata a causa primaria di ogni male e tra poco anche della crisi economica); dall’astio per i “professoroni” all’insofferenza per le regole; dall’abolizione dell’Articolo 18 alla cancellazione dello Statuto del Lavoratori; dalle privatizzazioni selvagge alla depenalizzazione dei reati fiscali… tale idea della ‘sinistra’ sembri una copia carbone della peggiore destra post-berlusconiana, con la quale peraltro governa felicemente e condivide tutto, tanto è ad essa complementare.
Patetica è invece la cosiddetta “Minoranza PD”, vomitevole nella sua ignavia parolaia fatta di ‘tesi’ e mai di ‘antitesi’, alla disperata ricerca di una sintesi impossibile, che dopo essersi allevata in casa un aspirante dittatorello da 80 euro con la sua banda di chierichetti assatanati, adesso si fa meraviglia per essere diventata una costola del berlusconismo di ritorno. Per giunta, dopo la svendita, è pure a rischio sfratto.
Matteo RenziE si capisce perché quel comitato elettorale permanente a servizio esclusivo del Capo, e che si fa chiamare con l’acronimo di una bestemmia, abbia chiuso i suoi giornali d’area, ancor più inutili quando si può contare sulla solida sponda di quotidiani d’eccezione, fedelmente schierati e a costo zero. Parliamo di formidabili baluardi come Il FoglioLiberoIl Giornale (servo di due padroni)… che alternano il consueto fascismo islamofobo, il maccartismo anti-tasse, e le dispense a puntate sulla vita illustrata del duce, con editoriali apologetici sul miglior leader che la destra italiana abbia mai avuto: Matteo Renzi, per l’entusiasmo incontenibile di una Alessandro Sallusti in amore, o di un estasiato Giuliano Ferrara che forse ha ritrovato il simulacro del suo nuovo Craxi.
Le grandi iniziative editoriali di 'Libero'Il dramma vero comincia quando il Mister 41% a colpi di 80 euro, come i peggiori ras democristiani del voto di scambio, dall’alto di un provincialismo desolante ed un’ignoranza devastante (proporzionale solo alla presunzione del personaggio), si cimenta in questioni che non conosce minimamente, se non per sentito dire, discettando di “lavoro” e “occupazione”. Parole quanto Adessomai vuote, se messe in bocca ad uno che non ha mai lavorato un solo giorno in vita sua, a meno che non si voglia davvero prendere sul serio l’assunzione farlocca come “dirigente”, nell’aziendina in fallimento del papà bancarottiere, specializzata nella distribuzione de “La Nazione” e “Il Giornale” per la provincia fiorentina.
Dopo la “Riforma Fornero”, che di fatto ha abolito l’Articolo 18, senza che la “minoranza piddì”, allora maggioranza, avesse nulla da ridire, il reintegro del lavoratore ingiustamente licenziato è previsto solo in caso di conclamata discriminazione.
Discriminazione che potrà essere esercitata senza più alcuna preoccupazione di natura legale, per motivi politici, razziali, religiosi, sindacali, antipatia personale, o mero clientelismo familista
Renzi AdessoMa per lo strafottente Signor Cretinetti transumato da Palazzo Pitti a Palazzo Chigi, gli “imprenditori”, che sarebbe più consono chiamare PADRONI,devono poter licenziareperchéterrorizzatidalla semplice idea di dover riassumere qualcuno cacciato via, senza giusta causa, perché poco gradito alla direzione, per motivi che nulla c’entrano con la “produttività”.
Robot6Sfugge pertanto la correlazione esistente tra la totale libertà (!?) di licenziamento e la stabilizzazione dei lavoratori “precari” che, in quanto licenziabili in qualunque momento e per qualsiasi (non) ragione, continueranno a restare tali ad vitam.
Licenziato Eutelia Non si comprende la relazione tra l’estendere la tutela della maternità, con l’estensione delle prestazioni sociali a tutte le lavoratrici madri, e la cancellazione dell’Art.18 che le salvaguarda del licenziamento discriminatorio.
Né si capisce come dalla cancellazione di un diritto possano scaturire più diritti e garanzie maggiori, per tutti coloro che oggi ne sono sprovvisti.
OmniaÈ l’Articolo 18 che impedisce la stabilizzazione dei precari e l’estensione delle tutele? O la riduzione dei contratti atipici? O l’introduzione di un sussidio universale e maggiori tutele salariali? O una nuova politica della formazione professionale e rientro lavorativo?
TeleperformanceNell’immediato si istituisce il licenziamento per tutti, libero, assoluto, indiscriminato… Gli effetti sul ritorno occupazionale sono tutti da dimostrare. E da spiegare.
Autogrill Per quanto riguarda la riforma degli “ammortizzatori sociali” e le “integrazioni al reddito”, che certo non crescerà se ad ogni scatto di carriera o aumento salariale posso cacciare via, senza troppe spiegazioni, il lavoratore diventato troppo costoso e troppo ‘vecchio’, si possono aspettare tempi migliori. Al momento si ignora tutto, dall’entità, alle modalità di erogazione, al reperimento delle coperture. Ma per queste ultime è facile indovinare… Ci pensa il prof. Yoram Gutgeld, l’inventore della trovata degli 80 euro e primo consigliere economico nel consiglio di guerra di Telemaco. Brutalmente, la linea del professore israeliano può essere condensata così: privatizzare tutto, vendere tutto il vendibile nell’ambito del patrimonio pubblico, tagliare le tasse (ma anche taglio delle detrazioni). Assomiglia a Reagan, ma si legge Renzi.
Festa RenzianaCome tutti i fanfaroni dotati di un ego sconfinato, confonde la pratica con la propaganda in un’overdose mediatica da sovraesposizione auto-esaltatoria su ogni mezzo di comunicazione esistente, per un orgia declamatoria che non conosce confini, né riposo, né imbarazzo.
Ma diventa impudente quando parla di congiura dei “poteri forti” mentre si accompagna a impotenti deboli come Sergio Marchionne, coi vari banchieri, squaletti della speculazione finanziaria, e padroni delle ferriere, confluiti nello stagno del renzismo.
Marchionne e RenziTra l’altro, da profondo conoscitore del mondo del lavoro quale è, non perde occasione per blaterare qualcosa a proposito di milioni di Co.Co.Co. che per inciso sono gli unici contratti atipici a non esistere più nelle imprese private, essendo stati aboliti dalla cosiddetta “Legge Biagi”, ma mantenuti unicamente nella Pubblica Amministrazione. Non si capisce cosa impedisca al premier decisionista di eliminarli una volta per tutte e sostituirli magari con contratti a tempo determinato, insieme a tutte le garanzie del caso.
EatonMeraviglioso è poi quando parla del sindacato, unica impresa che sta sopra i 15 dipendenti e non lo applica. I sindacati, esattamente come i partiti politici, sono “enti di fatto”; Si può discutere a lungo su questa anomalia DOAgiuridica. Ma diventa inutile quando hai a che fare con un piazzista da televendita, intento a rifilare i suoi bidoni ad una platea di cheerleaders in orgasmo. E certo non si può pretendere da un azzerbinato Fabio Fazio, ridotto a scendiletto del premier, quello scatto di reni che manca ad un intero paese che, se proprio deve, intervista i ‘potenti’ in ginocchio ed evita sempre di porre le domande giuste.
fazio-e-renzi-defaultNella prevalenza degli annunci sui fatti, tramite la distorsione permanente della realtà ridisegnata per le esigenze di marketing, la correlazione logica tra premessa e valutazione è del tutto ininfluente. L’arte della propaganda si basa sulle suggestioni ed ha bisogno di immagini ad effetto, per imprimersi nella mente ed innestarsi come cortocircuiti logici sul percorso del pensiero analitico.
Come ben sa il Lettore che abbia avuto la pazienza di seguirci finora, il problema è che il pensiero si nutre di complessità; la propaganda vive di semplificazioni.
Manipolazione e ripetizione, nella reiterazione di paralogismi ad alto contenuto mediatico, sono alla base del suo successo, attraverso un condizionamento studiato dell’immaginario collettivo su archetipi condivisi.
Sostanzialmente, per riuscire al meglio, la propaganda richiede due requisiti fondamentali: una predisposizione naturale alla menzogna e una gran faccia da culo.
Per sua fortuna, proprio come il mentore di Arcore, il Telemaco in camicia bianca dispone in abbondanza di entrambe.

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L’inferno dentro: Putumayo Report

Posted in Business is Business, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 novembre 2012 by Sendivogius

Pochi periodi storici hanno avuto l’intensità e le contraddizioni della Belle Époque, contraddistinta da uno sviluppo turbinoso nel pirotecnico susseguirsi di nuove scoperte in ogni ambito, di innovazioni tecnologiche e sperimentazioni culturali, a fronte di enormi miserie e grandi ingiustizie, mentre nelle cancellerie europee erano già in incubazione i germi che porteranno all’immane carneficina della prima guerra mondiale.
In tale contesto, gli orrori coloniali che si consumano nei dipartimenti d’oltremare delle potenze imperiali non susciteranno lo sdegno e le attenzioni indignate dell’opinione pubblica europea, come nel caso delle atrocità nel Putumayo. Ne abbiamo parlato in dettaglio QUI.
Nel corso del 1909, grazie ad una agguerrita compagna di stampa, il pubblico inglese apprende per la prima volta dei crimini perpetrati nella più assoluta impunità dalla Peruvian Amazon Company, specializzata nell’estrazione e nel commercio della gomma. Soprattutto, trova disdicevole che la dirigenza della multinazionale, artefice delle violenze denunciate, sia composta da illustri esponenti della buona società inglese.
Per sopire lo scandalo, e screditare i concorrenti sudamericani a favore del nascente mercato della gomma nell’India britannica, il governo decide di inviare una sua commissione d’inchiesta, col beneplacito delle autorità peruviane, che appuri i fatti e le eventuali responsabilità di cittadini britannici.
Sir Edward Grey, segretario del Foreign Office, affida la direzione della Commissione ad un funzionario di lungo corso, che si è già distinto in inchieste analoghe, rivelando al mondo le atrocità del Congo belga proprio nell’ambito della raccolta del caucciù, durante i suoi viaggi nel cuore più nero ed oscuro dell’Africa. A suo modo, è uno specialista della materia. Soprattutto è un diplomatico serio di comprovata esperienza, famoso (e contestato) per le sue campagne umanitarie. Si tratta di sir R.D.Casement.

Il sogno spezzato di Casement
 Roger David Casement (01/09/1864 – 03/08/1916), prima ancora che un idealista, fu un instancabile sognatore che nel corso della sua tormentata esistenza si trovò quasi sempre a declinare i suoi sogni negli incubi di realtà efferate.
Fu un uomo di grande sensibilità, di carattere mite ed estremamente riservato, che per una strana beffa delle circostanze di ritrovò per sua volontà ad operare spesso in contesti estremi, catapultato in situazioni ed in orrori che, probabilmente, ebbero conseguenze molto più dure e terribili sulla sua psiche di quanto egli non dette mai vedere. E che fecero di lui un uomo tormentato, desolatamente solo, alla disperata ricerca di radici che al volgere della sua vita credette di trovare in un nazionalismo esasperato, nell’alveo dell’irredentismo irlandese. Provato dalle sue esperienze, è possibile che ad un certo momento, nel 1912, abbia cominciato a perdere lucidità di analisi e senso della realtà.
Ovviamente, non fu esente da contraddizioni che, insieme ad una costante tendenza al sogno, ne determinarono anche la rovina. Roger Casement fu tutto ed il contrario di tutto…
Di origini irlandesi, era figlio di un ufficiale britannico di cavalleria, che aveva prestato servizio in India. Si trattava di un militare di carriera, fanaticamente devoto alla Corona inglese.
Fervente sostenitore della missione civilizzatrice dell’imperialismo europeo, divenne un irriducibile anti-colonialista.
Sebbene abbia vissuto in Irlanda non più di una manciata di anni, idealizzò a tal la sua terra natia da diventare un fanatico nazionalista. Fu un pacifista convinto, ma si mise organizzare sollevazioni armate.
Fu un poliglotta: parlava fluentemente il francese, conosceva il portoghese e ancor meglio lo spagnolo, comprendeva alcuni dialetti africani, ma nonostante tutti i suoi sforzi non riuscì mai ad imparare il gaelico che pure reputava la sua lingua madre.
Come diplomatico britannico, fece le sue fortune al servizio dell’Impero che lo colmò di riconoscimenti e di onori, ma non esitò a tradire l’Inghilterra nel momento più drammatico, organizzando un’insurrezione irlandese (Aprile 1916), reclutando volontari nel campo di prigionia tedesco di Limburg, con l’appoggio della Germania in guerra.
Gli inglesi non gli perdonarono mai un simile tradimento. Dalla Gran Bretagna, Roger Casement aveva avuto tutto: ammirazione, rispetto, riconoscimenti… Lo condannarono a morte, ma prima ne distrussero la reputazione pubblicando i famigerati Black Diaries, nei quali Casement aveva raccolto con rara ingenuità le sue fantasie omoerotiche.
Fu un cattolico praticante (convertito) e, a tutti gli effetti, un patriota irlandese. Come il più famoso Michael Collins, militava anche lui nella Irish Rupublican Brotherhood, ma nell’Irlanda indipendente e cattolicissima di Eamon De Valera finì quasi dimenticato o fu causa di imbarazzo per la sua omosessualità.

Casement dichiara guerra all’impero di Julio Cèsar Arana
 Nel 1910 Roger Casement è ancora uno stimato diplomatico al servizio di Sua Maestà Britannica.
Il 21/07/1910 riceve una lettera del Foreign Office, con l’incarico di istituire una commissione d’inchiesta, con pieni poteri, per appurare le eventuali responsabilità di agenti britannici nei presunti crimini perpetrati dalla Amazon Puruvian Co. (APC) nel Putumayo, con la raccomandazione che per nessun motivo le indagini “dovranno arrecare offesa o noie ai governi dei paesi visitati”.
La commissione, su indicazione ministeriale e sotto la direzione di Casement, sarà composta da:
 Louis Harding Barnes, agronomo con esperienze dirette in Mozambico;
 Walter Fox, botanico;
 Edward Seymour Bell, imprenditore;
 Henry L. Gielgud, che in passato ha lavorato come contabile per la APC;
 Henry Reginald Bertie, colonnello dei Fucilieri del Galles, che si ammala quasi subito e rientra in patria.
Nel settembre del 1910 la Commissione giunge nella città peruviana di Iquitos, dove prende contatto con le autorità locali. Il clima è di bonaria ostilità nei confronti di quegli stranieri giunti da lontano, animati da tanti buoni propositi e che nulla sanno delle difficoltà che loro, veri pionieri, devono affrontare per portare la ‘civiltà’ tra i selvaggi della giungla.
La Casa commerciale di Julio Cèsar Arana, che di fatto controlla la Amazon Puruvian Company, si dimostra assolutamente collaborativa, a tal punto da mettere a disposizione della Commissione l’ammiraglia della sua piccola flottiglia fluviale, ovvero il suo miglior battello a vapore: El Liberal, col quale poter spostarsi comodamente attraverso i fiumi che attraversano il Putumayo.
Evidentemente, Arana è convinto che l’ispezione della commissione inglese sia poco più di una formalità; una di quelle eccentriche iniziative prese per galvanizzare l’opinione pubblica britannica, ma dalla quale non c’è da temere alcun serio inconveniente. Prima finiranno i loro controlli e prima si leveranno dai piedi. Tanto vale assecondare le velleità di questi etranjeros, controllando discretamente i loro movimenti.
Julio C. Arana ed i suoi sodali sanno che la Commissione è priva di qualsiasi potere coercitivo, né può porre vincoli di alcun genere. Si tratta infatti di un’inchiesta meramente conoscitiva. E in virtù del principio di extraterritorialità non può emettere sanzioni né provvedimenti giudiziari. Evidentemente, i funzionari della APC sottovalutano la fredda determinazione di Casement ed il suo zelo investigativo.
Roger Casement sa che non può incriminare direttamente Arana ed i suoi sgherri, quindi si muove si tre diversi filoni di indagine: verifica diretta delle condizioni di lavoro e le procedute applicate dalla Compagnia nelle singole stazioni di produzione; raccolta capillare di documenti; reperimento e protezione di testimoni, con l’istruttoria degli eventuali capi di imputazione (sfruttamento, sequestro di persona, riduzione in schiavitù, omicidio..). Nella fattispecie, si avvale delle testimonianze di una trentina di impiegati della Compagnia provenienti dalle Isole Barbados. In quanto sudditi di Sua Maestà, i barbadoregni sono soggetti alla legge britannica: eventuali reati da loro commessi o l’induzione a compiere atti delittuosi, sono sottoponibili alla legge penale inglese e dunque passibili di processo con la chiamata in giudizio dei mandanti dei delitti, ovvero dei funzionari della APC, che a questo punto diventano imputabili secondo le leggi vigenti anche nei paesi di appartenenza.
Dal 22 Settembre al 22 Novembre del 1910, Casement visita di persona le principali stazioni della Compagnia, interrogando testimoni e raccogliendo prove. Il frutto della sua indagine è un dettagliato rapporto di 136 pagine, conosciuto come “Libro Azzurro” o “Blue Book”, basato su sette settimane di viaggio nelle zone gommifere del Putumayo, ricomprese tra gli affluenti dell’Igaraparanà e Caraparanà. I risultati vengono riferiti al Parlamento inglese e pubblicati a Londra il 13/07/1913.

C’è un giudice a Lima
 Nello stesso periodo, anche il governo peruviano sembra scuotersi dal suo torpore…
Nel 1907, ci aveva provato senza successo il giornalista ed editore Benjamin S. Rocca, desaparecido.
Nel 1908, lo scrittore Rafael Uribe pubblica un dettagliato resoconto (Por la América del Sur) sulle violenze, gli abusi ed i rapimenti, gli espropri, e gli assassini compiuti dalle milizie mercenarie della Casa Arana. Ma Uribe è colombiano, come colombiane sono la maggioranza delle vittime. E dunque ciò non giova allo spirito patriottico del Perù, né le accuse meritano di essere presa in considerazione.
Nel 1909 la campagna di stampa avviata dallo statunitense Walter E. Hardenburg è la mina che fa saltare un muro di gomma, finora creduto impenetrabile.
Nell’estate del 1910, il presidente Augusto B. Leguìa, su pressione di Stati Uniti e Gran Bretagna, invia nel Putumayo un magistrato con poteri speciali, per fare chiarezza sulle presunte atrocità commesse dagli impresari del caucciù ai danni delle popolazioni locali, avviando le eventuali azioni giudiziarie col supporto delle forze di polizia.
Con l’arrivo della commissione Casament, il governo peruviano si rende infatti conto che, per salvare la faccia, non può dilazionare oltre il suo intervento, nonostante la consolidata rete di protezioni della quali gode Julio C. Arana. Del resto, nella procura di Lima continuano ad accumularsi le denunce e le testimonianze. L’inchiesta viene affidata al giudice Carlos A. Valcàrcel, uno dei magistrati più stimati di tutto il Perù. Ha fama di persona integerrima ed è considerato un incorruttibile.
Il giudice Valcàrcel non è nuovo ai crimini del Putumayo. Completamente isolato, ma intenzionato ad appurare la verità, nel 1905 Valcàrcel si affida segretamente al fotografo e geografo francese Eugene Robuchon, che ha già visitato la regione del Putumayo tra il 1903 ed il 1904.
Nel 1906 Robuchon scompare misteriosamente senza lasciare traccia, mentre attraversa i territori amazzonici sotto il controllo della Casa Arana. Non verrà mai più ritrovato.
Pertanto, senza scorta né protezioni, il giudice Carlos Valcàrcel deve muoversi con circospezione, se non vuole essere vittima lui stesso di strani ‘incidenti’.
Minacciato di morte ed inseguito dai sicari di Arana, sarà costretto ad abbandonare precipitosamente il Perù per rifugiarsi a Panama, non prima di aver però consegnato gli atti della sua inchiesta contro gli uomini della Compagnia:

«Victor Macedo, il capo de La Chorrera, è uno di quei miserabili assassini, che solitamente danno libero sfogo ai propri istinti omicidi senza inibizioni: si diverte ad uccidere e bruciare vivi i pacifici abitanti della giungla. Uno degli atti di ferocia commessi da questi sciagurati nemici del genere umano fu commesso durante il carnevale del 1903 (nel mese di Febbraio), e si trattò di un crimine abominevole e orribile. Sfortunatamente, circa 800 indiani Ocaina giunsero a La Chorrera per consegnare il caucciù che essi avevano estratto… Dopo aver pesato il raccolto, l’uomo che li comandava, Fidel Velarde, afferrò 25 di loro e li accusò di lassismo. Questo fu il segnale per Macedo ed i suoi complici per ordinare che sacchi imbevuti di benzina fossero posti addosso agli indiani a mo’ di tunica e venissero dati alle fiamme. L’ordine venne prontamente eseguito

Valcàrcel certifica anche l’attività di stupratore seriale di Bartolomé Zumaeta, che era solito seviziare le indigene dopo averle violentate. Da notare che il figlio, Pablo Zumaeta, era uno dei maggiorenti di Iquitos e tra i principali soci di Julio C. Arana (nonché il cognato); mentre il sovrintendente de La Chorrera, in pratica svolgeva le funzioni di capo della polizia nella provincia di Iquitos. Quindi il giudice Valcarcel spiccò una serie di ordini di arresto contro 237 impiegati della Peruvian Amazon Co. con le accuse di stupro, tortura e omicidio.
Ad affiancare il magistrato, c’è il dottor Romulo Paredes, direttore del giornale El Oriente, che fa parte della commissione ispettiva inviata ad Iquitos e partecipa a tutti gli accertamenti.
C’è da dire che gran parte del futuro rapporto di Casement si basa in gran parte sul lavoro del giudice Valcarcel ed in particolar modo sulle evidenze di Romulo Paredes.
Ad ogni modo, gli ordini di arresto vennero bloccati dal tribunale di Iquitos, controllato dagli Arana, e il giudice Valcàrcel si ritrovò a sua volta sospeso e costretto ad espatriare in tutta fretta, per salvare la pelle.
Dal suo esilio panamense, nel 1913 pubblicò nel El proceso del Putumayo. Sus secretos inauditos. Nello stesso anno, vennero altresì pubblicati: Il Libro Rosso del Putumayo dell’inglese Norman Thomson ed il “Blue Book” di Roger Casement.


Tanto rumore per nulla?
 Naturalmente, il rapporto Casement non pose fine ai crimini nel Putumayo.
Julio Cesar Arana si presentò all’opinione pubblica peruviana come un benefattore ed un civilizzatore, che agiva nell’interesse nazionale e contro le prevaricazioni dei coloni colombiani. Il governo di Lima dichiarò che non poteva permettersi di sostenere i costi di una guarnigione militare aggiuntiva che presidiasse in pianta stabile gli immensi territori del Putumayo. Nonostante le pressioni del governo statunitense e britannico, degli oltre 200 ordini di arresto, solo nove vennero effettivamente eseguiti. Gli arrestati vennero immediatamente posti in libertà provvisoria e approfittarono per dileguarsi.
Ad ogni modo, la Peruvian Amazon Co. non si riprese mai del tutto dal colpo e finì più che altro danneggiata dalla nascente concorrenza del caucciù indiano. A rimetterci però furono soprattutto gli sventurati azionisti della compagnia, che videro crollare il valore delle proprie quote.
Julio C. Arana, i cui possedimenti fondiari avevano un’estensione grande quasi quanto la Francia, a parte qualche seccatura iniziale, non ebbe a subire grossi danni dall’inchiesta: pagò un indennizzo ai coloni colombiani, e risolse il tutto con una bella ristrutturazione aziendale che lasciò sostanzialmente intonso il suo gigantesco patrimonio. Certo dovette accettare il fatto che i suoi schiavi tornassero in libertà e che gran parte dei suoi possedimenti venissero ceduti alla Colombia.
Naturalmente, si riciclò presto in politica, facendosi eleggere senatore e promuovendo una serie di leggi (ad personam) per la tutela dei diritti di proprietà dei magnati amazzonici (cioè lui stesso). Nel decennio dal 1920 al 1930 venne ripetutamente rieletto e promosse una serie di iniziative legislative, con le quali si diminuiva le tasse e si attribuiva canoni agevolati e defiscalizzazioni per l’estrazione del petrolio nei territori di sua proprietà nel Putumayo, regalandosi pure una serie di concessioni esclusive. Ovviamente, tutto a norma di legge! Come ultima beffa, nel 1916 inviò una lettera a Roger Casement, detenuto in attesa di esecuzione, dicendogli che, nonostante tutto, “lo perdonava“. Da sempre, i malvagi la notte dormono bene.

 FINE (2/2)

> prima parte:  “IL PARADISO DEL DIAVOLO”

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Il Paradiso del Diavolo

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“Certe cose sono sconvolgenti e inaccettabili alla comune coscienza. La comune coscienza è inadattabile alle atrocità. E ci sarà pure qualche ragione. Forse perché essa, in realtà, le vuole.
[…] Certe cose atroci architettate o comunque volute dal Potere (quello reale non quello sia pur fittiziamente democratico) sono comunissime nella storia: dico ‘comunissime’: eppure alla comune coscienza paiono sempre eccezionali e incredibili.”

  Pier Paolo Pasolini
  (20/12/1969)

Giocando con la sua pessima fama (costruita ad arte), Aleister Crowley, che dell’argomento se ne intendeva, riteneva che il Male fosse qualcosa di immanente nell’indole umana e che in quanto tale andasse accettato come una componente essenziale della nostra realtà. Negarne l’esistenza ci renderebbe completamente impreparati ad affrontare le sue manifestazioni, conferendo al Male una natura del tutto eccezionale e dunque non gestibile. In definitiva, se ne decreterebbe il trionfo come si trattasse di un fenomeno casuale e del tutto imprevedibile.
La vera essenza del male risiede innanzitutto nell’inconsapevolezza di chi lo compie, nella sostanziale incapacità di comprendere la gravità delle proprie azioni. Il male può essere banale nella mediocrità personale di coloro che se ne fanno promotori, nella meccanica omicida dei suoi volenterosi carnefici. E Hannah Arendt, proprio in riferimento all’insignificante ordinarietà di Adolf Eichmann, sconvolta dalla ‘normalità’ di un uomo qualunque, parlò di assoluta banalità del male. Tuttavia, le forme attraverso le quali il male si esplica e si incarna nella realtà trascendono sempre la banalità dei suoi meri esecutori, giacché la vastità dell’orrore può essere abnorme nell’apparente semplicità della sua riproposizione, seppur realizzata in modalità differenti.
Ovunque vi sia sfruttamento, miseria, ignoranza, lì germoglia il seme del male, che prospera nella disuguaglianza attraverso le discriminazioni e cresce in parallelo all’avidità dei singoli. Sulla questione, le atrocità dell’imperialismo ed i genocidi del XX secolo non ci hanno risparmiato nulla. Eppure, vi sono casi che a volte sembrano sfuggire ad una catalogazione sistemica…

I Giardini del Male
 Ad un osservatore esterno, le vicende dell’America Latina risultano come pervase da una vena di follia irrazionale, impastata di violenza primordiale e incanalata nelle forme di una colonizzazione feroce, di sfruttamento selvaggio, nell’ambito di una sorta di brutale neo-feudalesimo su base agraria e capitalismo primitivo. Poco investigato e quasi misconosciuto nell’ambito della storiografia europea, lo sterminio delle popolazioni indigene agli inizi del ‘900 costituisce uno di quegli esempi estremi, talmente oltre i canoni consolidati, che resta a tutt’oggi difficile da comprendere appieno nella sua portata, in certo qual modo ‘anomala’.
Nello specifico, a circa 100 anni dalla sua pubblicazione, vale la pena di (ri)scoprire il rapporto (conosciuto come “Blue Book”) che sir Roger Casement, console generale britannico a Rio de Janeiro, presentò al Parlamento inglese, denunciando lo sfruttamento indiscriminato e la riduzione in schiavitù degli indios del bacino amazzonico, per l’estrazione del caucciù nel distretto del Putumayo: un vasto territorio al confine meridionale della Colombia, tra Equador, Perù, e Brasile.
Nello specifico, gli orrori del Putumayo sono difficili da spiegare e ‘giustificare’, secondo le componenti classiche di un’analisi di genere: razzismo, sfruttamento e capitalismo selvaggio, alienazione sociale e abbrutimento individuale, arretratezza culturale, autoritarismo statale…
Le violenze venivano compiute per conto e nell’interesse della Compagnia privata che deteneva il monopolio dell’estrazione del caucciù nella regione. Si trattava di una società per azioni a partecipazione anglo-peruviana e quotata nella borsa londinese. Ma fu una commissione d’inchiesta britannica, composta da fieri esponenti della borghesia liberale e di saldi principi conservatori, con l’appoggio del governo peruviano e del più grande impero coloniale del pianeta, a circostanziare i crimini con una serie di indagini dettagliate.
Si poteva parlare sicuramente di pregiudizio razziale da parte degli agenti bianchi della compagnia, ma era spesso l’esercito privato della multinazionale a praticare materialmente gli orrori denunciati. Si trattava di una milizia indigena, reclutata tra le stesse popolazioni asservite in stato di schiavitù. Provenivano dagli stessi villaggi, parlavano la stessa lingua, avevano relazioni parentali comuni e dunque lo zelo persecutorio non poteva essere il frutto di odi tribali o divisioni etniche.
Alcuni capi-posto, incriminati per i delitti, sono meticci di sangue misto e si avvalgono di aiutanti da campo reclutati tra gli abitanti delle Isole Barbados, ovvero discendenti dagli schiavi negri delle piantagioni da zucchero, che si rendono complici di violenze inaudite.
Tra i funzionari in loco della compagnia ci sono peruviani, boliviani, barbadoregni, ma anche irlandesi e statunitensi… È il caso di tal John Brown, che porta il nome del famosissimo attivista anti-schiavista; proviene da Chicago e lascia gli USA, per cercare fortuna in America Latina e sfuggire alle discriminazioni razziali. Si guadagnerà il soprannome di “capataz de los verdugos” (il capo dei boia).
Si può parlare di ignoranza e analfabetismo, ma le atrocità peggiori vengono compiute da uno degli agenti più colti e istruiti, presente nel Putumayo.
Nessuna variabile è prevalente e tutte sembrano decadere in una bolgia infernale, dove il male non ha colore né appartenenze particolari.

L’Inferno verde
 Costituito in massima parte da selve tropicali, il Putumayo è una giungla apparentemente inestricabile e semi-sconosciuta fin quasi la fine del XIX secolo, quando il francese Jules Crevaux esplorò la regione, attraversando in barca l’omonimo fiume e finire trucidato nelle terre estreme del Chaco bolivano.
Secondo un clichè assai diffuso, gli indios sono considerati dei selvaggi amorali. Pigri e bugiardi, sono per natura inclini al tradimento. E dunque di loro non c’è assolutamente da fidarsi. Non per niente, avventurieri ed esploratori si fanno largo a colpi di machete, dispensando fucilate.
Soprattutto, come gli indigeni di ogni latitudine, siano essi africani o aborigeni australiani, che non abbiano la fortuna di essere bianchi e cristiani, sono tutti e indistintamente dediti al cannibalismo per antonomasia. Dalle Americhe al Borneo, passando per la Cina. E questo li pone all’apice della barbarie, escludendoli dallo stesso genere umano. Dinanzi a tanta belluina ferocia, nessuna violenza potrebbe mai essere peggiore. E dunque ogni atto contro i popoli nativi è lecito e funzionale alla loro ‘civilizzazione’. Pertanto, le brutalità e la schiavizzazione non si configurano mai come violenze, bensì come una forma di ‘avviamento al lavoro’…

La Case commerciali
 Sul finire del XIX secolo, c’è un nuovo business che sembra garantire guadagni immediati e illimitati per pionieri dai pochi scrupoli e volontà di ferro, che abbiano il coraggio di avventurarsi nel cuore delle foreste vergini, con l’intenzione di stabilirvi imprese commerciali.
È il commercio del caucciù; o meglio, della gomma grezza di origine vegetale, ricavata dal lattice naturale della pianta, che serve per la realizzazione di pneumatici, su richiesta della nascente industria automobilista, e soprattutto per le ruote delle biciclette. Tra le infinite peculiarità della gomma, vi sono le sue proprietà elastiche, la resistenza, e l’assoluta impermeabilità all’aria e all’acqua. Caratteristiche che rendevano la gomma di gran lunga preferibile al cuoio.
Con milioni di alberi per la gomma, distribuiti su un territorio che sembra immenso, la foresta amazzonica è il nuovo Eldorado per i conquistadores del lattice prodigioso.
Nelle selve dell’Alta Amazzonia, e quindi del Putumayo, si riversa una massa di avventurieri, e di disperati, attratti dal miraggio di una ricchezza più presunta che facile. Sono uomini che si trovano ad operare in condizioni proibitive per un occidentale, immersi in una natura incontaminata ed ostile, per territori semisconosciuti e al di fuori da ogni legge e organizzazione civile, su confini spesso incerti e contesi dai nascenti stati sudamericani, per fondare le loro “case commerciali”.
Li chiamano caucheros. Le regole si dettano con la canna dei fucili e l’arbitrio è la regola.
Tristemente famoso diventerà un certo Hernandez: un gigantesco mulatto colombiano che, insieme ad un pugno di tagliagole evasi di galera come lui, si crea un suo feudo nel cuore della giungla con un migliaio di schiavi indigeni ed un harem di indie, prima di essere ucciso a pistolettate per una disputa di potere all’interno della banda.
I colonizzatori più intraprendenti costituiscono veri e propri regni personali, difesi da eserciti privati con migliaia di armati. A loro i deboli governi centrali, demandano praticamente tutto, considerando i loro avamposti commerciali alla stregua di presidi nazionali e militari. Si tratta di una sorta di feudalesimo baronale di Stato, legittimato da concessioni esclusive da parte di compagini statali che hanno solo un controllo nominale del territorio.
Centri periferici come Manaus in Brasile ed Iquitos in Perù si trasformano nelle capitali effimere di giganteschi imperi commerciali (come la Casa Suarez o la Vaca Diez), che hanno nel commercio del caucciù la loro ragione di esistere.
 Tra il 1890 ed il 1897 (anno della sua morte), diventa leggendario il potere del peruviano Carlos Fermín Fitzcarrald López, soprannominato “il Re del caucciù”. Nella sua opera instancabile, Fitzcarrald colonizza territori selvaggi, crea porti fluviali, fonda centri abitati, organizza le comunicazioni costruendo strade nella giungla (pianificherà persino una ferrovia) e realizza dal nulla una fitta rette di scambi commerciali. Per la bisogna impiega migliaia di indios alle sue dipendenze e molti lo venerano come una sorta di dio vivente. Ma non esita a scatenare le famigerate correrias (scorriere armate e spedizioni punitive) contro le tribù ostili alla sua espansione, o ai danni degli insediamenti dei coloni colombiani e brasiliani. All’apice del proprio potere personale, Fitzcarraldo pensa addirittura di organizzare i suoi domini in una sorta di repubblica indipendente, federata col Perù, e fondata su una sorta di regime assoluto ma paternalistico. Muore ad appena 35 anni, affogando durante una delle sue missioni esplorative. A modo suo, Fitzcarrald è un idealista, ammantato dall’alone del patriottismo, e anche un’eccezione in un mondo di pescecani che non guarda oltre il proprio profitto ed il mero arricchimento personale.
Le dispute territoriali tra colombiani e peruviani per il controllo del Putumayo sfociano spesso in azioni di guerra aperta, dove ad avere la peggio sono spesso i coloni provenienti dalla Colombia, alla quale formalmente la regione appartiene. Nel primo decennio del ‘900, da tali rivalità saprà trarre vantaggio Julio César Arana del Aguila, che si presenterà come tutore degli interessi nazionali del Perù e approfitterà degli appoggi politici, per costruire la sua personale impresa estrattiva e commerciale, realizzando una sorta di regno del terrore basato sulla tortura.

Julio César Arana del Aguila
 A suo modo, J.C.Arana è sicuramente un self-made-man e come tale non manca di ambizioni politiche, coerentemente col suo nome roboante (Giulio Cesare). Come ogni gangster che si rispetti, non avrebbe esitato a definirsi un “uomo d’affari”; uno di quelli che mentre ti punta la pistola alla tempia, accingendosi a premere il grilletto, ti sussurra serafico: “Senza rancori, sono soltanto affari”. Probabilmente, come un boss mafioso o un narcotrafficante delle Zetas messicane, si riteneva un imprenditore di successo.
Dalle ambizioni smisurate e perfidamente furbo, non era però un genio del male e di sicuro fu un uomo tutt’altro che banale. Se gli difettarono gli studi, non gli mancò certo l’intelligenza.
Originario di Rioja, un sobborgo fluviale nella selva di Moyabamba, dove nasce nel 1864, il giovane Arana si dedica all’onesto commercio di famiglia, fabbricando e vendendo cappelli (i famosi “panama”). Non privo di una notevole dose di intraprendenza, a soli 16 anni si trasferisce nella città cauchera di Iquitos e da lì si spinge nelle profondità del Putumayo, risalendo i fiumi dell’Alta Amazzonia, per rifornire i raccoglitori di caucciù con mercanzie e generi di prima necessità che Arana baratta in cambio di partite di gomma, da rivendere ovviamente a prezzi maggiorati ad Iquitos.
Nel 1888 mette su famiglia con Eleonora Zumaeta e costituisce il fulcro della sua impresa familiare, interamente fondata su vincoli di sangue, associando i suoi fratelli ed il cognato Pablo. Ma l’instancabile Arana non è semplicemente un grossista. Accumula sufficiente denaro per mettere su un piccolo emporio nel pieno della giungla che funziona come centro di scambio, sulle rive del fiume Yurimaguas per ottimizzare gli approvvigionamenti per via fluviale. Costituita la sua ‘casa commerciale’, Arana & family fanno giungere dal vicino Brasile gruppi di miserabili, facendo balenare loro la prospettiva di lauti guadagni. I coloni, prima di essere spediti nella giungla a raccogliere caucciù, vengono riforniti di provviste per tre mesi e di tutto il materiale indispensabile per la raccolta. Naturalmente a prezzi ipermaggiorati. Le partite di caucciù avrebbero dovuto estinguere il debito dei raccoglitori. Peccato che Arana corrisponda per ogni kg di gomma grezza un prezzo di gran lunga inferiore al valore di mercato, per un corrispettivo quasi mai sufficiente a saldare il debito iniziale, che viene dunque ricaricato con interessi usurai e con una nuova dotazione trimestrale che si somma al debito originario. In questo modo, il colono si trova indebitato a vita con gli Arana, in una situazione di semischiavitù. Il sistema messo in piedi da Arana è un classico dello sfruttamento amazzonico e si basa sull’accumulo di debiti perenni, impossibili da estinguere. La pratica è universalmente diffusa tra tutti i grandi ‘imprenditori’ della gomma.
Con scarso senso del ridicolo, Julio C. Arana si fa chiamare l’Abele dell’Amazzonia. Evidentemente si ritiene un benefattore.
Deciso ad estendere le sue attività, insieme al cognato Pablito si spinge oltre i confini della Colombia penetrando nel cuore del Putumayo.
Nel 1896, organizza una propria linea di trasporti a vapore per trasportare il caucciù nella città peruviana di Iquitos. Quindi, inizia ad acquisire con le buone, e più spesso con le cattive, nuove terre per la raccolta del caucciù. Soprattutto entra in contatto con le imprese commerciali dei colombiani, operanti nel Putumayo, dai quali apprende molti trucchi del mestiere…
Nel 1899 scopre che una delle più floride compagnie estrattive della regione, l’impresa colombiana dei fratelli Calderòn, ha avviato al lavoro coatto nelle sue piantagioni circa duemila indigeni, rastrellati durante le correrias tra le pacifiche tribù degli Huitoto, degli Andoque, dei Bora ed i Nonuya, e che ora detiene in condizione servile.
Deciso a migliorare l’estrazione e la lavorazione della materia, J.C.Arana ha un lampo di genio e scopre che può abbattere i costi di produzione… Perché impiegare gruppi di immigrati straccioni, scarsamente produttivi, non abituati al clima, che si ammalano facilmente e muoiono di malaria prima di saldare i debiti contratti con la Casa Arana? E che se non muoiono di malaria, si attaccano ad una bottiglia di acquavite diventando totalmente inutili al lavoro? Perché confidare in gente totalmente inaffidabile, che per disperazione può tirarti addosso una fucilata nel cuore della notte, quando si può disporre di un potenziale bacino di schiavi a costo zero?
Considerati meno che animali, gli indios del Putumayo costituiscono infatti una fonte di manodopera illimitata; possono diventare all’occorrenza oggetti di consumo sessuale e giocattoli di carne per i sadici passatempi dei guardiani delle piantagioni.
Al principio del nuovo secolo, nel 1900, entra in società col colombiano Benjamin Larrañaga e suo fratello Rafael, tra i maggiori possidenti della zona. I fratelli Larrañaga hanno incrementato le loro proprietà eliminando, fisicamente, la concorrenza e convincendo i più ragionevoli tra i loro connazionali a cedergli la terra a titolo gratuito. Naturalmente, la nuova Compagnia Larrañaga & Arana non perde occasione per incrementare i ranghi della propria manodopera indigena, ricorrendo all’ottimizzazione già praticata con successo dalla Casa rivale dei Calderòn.

Ora che Julio C. Arana è diventato uno stimato imprenditore, può finalmente fare ritorno ad Iquitos dove diventa subito un membro onorato dell’alta società. Julio Cesar è un uomo innamorato di sua moglie. Si distingue per i suoi costumi morigerati ed il tenore di vita austero, a tratti perfino ascetico. Si tiene lontano dai bordelli dei quali Iquitos abbonda; non apprezza la vita mondana e la sera va a letto presto. È un uomo colto, rispettabile, amante della lettura e delle buone maniere. Soprattutto, è generoso… l’Abele dell’Amazzonia supplisce infatti a tutte le carenze del governo di Lima: anticipa gli stipendi ai funzionari pubblici della città; paga i magistrati… paga gli ufficiali della polizia giudiziaria… provvede alle forniture delle guarnigione militare di Tarapaca e garantisce la regolarità delle paghe per la truppa.
Diventa presidente della locale Camera di Commercio e della giunta dipartimentale. È il Re Sole del Putumayo. A chi gli chiede ragione della sua intraprendenza risponde: “Qui lo Stato sono io”. Difficile dargli torto.
E infatti la guarnigione militare più che al governo peruviano risponde direttamente agli ordini di Julio Cesar Arana. Peraltro il governo centrale lo considera in tutto e per tutto il proprio emissario nella regione. Con l’inasprirsi dei rapporti tra Lima e Bogotà, insieme ai continui sconfinamenti delle truppe peruviane ed il blocco della navigazione fluviale ai danni dei colombiani, Arana approfitta subito dell’occasione per monopolizzare il commercio del caucciù ed eliminare tutti i suoi principali rivali. Fa assaltare i ranch dei colombiani con raid notturni. Taglieggia indiscriminatamente i piccoli raccoglitori. Chi non ‘collabora’ viene zavorrato e buttato nei fiumi. Requisisce proprietà, ricorrendo all’omicidio ed alla intimidazione sistematica, trovandosi a capo di possedimenti immensi.

Il Sistema perfetto
Nel 1904, Arana riorganizza gli asset proprietari della Compagnia. Il suo socio d’affari, Benjamin Larrañaga, muore stranamente avvelenato. Ed il figlio del defunto si affretta a cedere tutte le quote al solerte Julio Cesar che le acquista a prezzo stracciato.
Dal 1900 al 1906 la produzione di caucciù nelle terre degli Arana passa da circa 160 tonnellate a quasi 845.000 kg. La produzione è rimessa alla libera iniziativa degli agenti della compagnia, che dirigono sul posto le attività estrattive dei singoli distaccamenti: i capiposto ed i loro aiutanti vengono pagati a percentuale con una provvigione sulla quantità di gomma cumulata. Più lattice viene lavorato e spedito a Iquitos, più gli agenti di Arana guadagnano. Va da sé che i prezzi al kg continua a stabilirli Arana e le sue stime non sono sindacabili. Tutta l’attività di estrazione viene rimessa agli Indios, che non ricevono alcun compenso per il loro lavoro, se si eccettua qualche straccio per coprire le nudità e una ciotola di cereali ogni tanto.
In realtà si tratta di un gioco al ribasso dove, in proporzione, tutti ci rimettono e l’unico che guadagna è Arana che detiene saldamente il banco, senza rischiare nulla e con investimenti ridotti al minimo indispensabile.
La pressione costante sui raccoglitori è fondamentale per l’incremento della produttività, a tutto vantaggio degli sfruttatori. A dissuadere ogni tentativo di rivolta degli schiavi e vigilare sui possedimenti di Arana c’è un esercito privato di 1.500 mercenari armati di tutto punto.
Il sistema messo in piedi da Arana, con la sua efficienza criminale, è un franchising dell’orrore. L’organizzazione è in realtà semplice ed è già stata collaudato con successo da francesi e belgi nelle colonie africane del Congo.
La Compañia costruisce stazioni commerciali per lo stoccaggio della gomma grezza, provvedendo a tutte le fasi della produzione, dalla raccolta al trasporto.
Nella fattispecie, si tratta di una cinquantina di centri di raccolta, composti da poche baracche, totalmente autosufficienti ed a conduzione autonoma, con una rigida gerarchia di comando.
Ogni stazione ha il suo capoposto (jefe), con diritto di vita e di morte sui lavoranti; i suoi ‘caporali’ (capataz); la sua milizia etnica (muchachos); i suoi schiavi (flagelados).
I ‘capi’, provenienti un po’ dovunque, sembrano un battaglione di piccoli ‘Signor Kurtz’ già visti in “Cuore di tenebra” e spesso assomigliano ad un condensato di sadici psicopatici.
Sono affiancati da un piccolo esercito di aiutanti (capataz) tutto fare, che li coadiuvano come sorveglianti e capi-milizia. Sono in prevalenza dei miserabili reclutati per fame nelle Isole Barbados e scelti per la loro resistenza a condizioni climatiche estreme. Sono spesso gli esecutori materiali delle nefandezze peggiori. Chi non obbedisce ciecamente agli ordini dei capi, rischia di finire lui stesso al palo della tortura o di sparire nella foresta.
I muchachos sono giovani indios, inquadrati nell’esercito privato della Compagñia, Affiancano i capi ed i capataces nel controllo degli schiavi. Partecipano alle correrias per l’approvvigionamento di manodopera ed alla caccia dei fuggitivi.
Le punizioni corporali e la supervisione nei campi di lavoro viene poi affidata ai racionales: sono indios castiglianizzati, “civilizzati”, e fanno parte dei muchachos che affiancano i capataces.
È il sistema economico perfetto per rilanciare la crescita.

I Guardiani dell’Inferno
 Per incrementare la produzione e mantenere la disciplina, senza l’impaccio di inutili norme contrattuali o perniciose rivendicazioni sindacali, ogni responsabile della Casa Arana può decidere a proprio totale arbitrio, intraprendendo le azioni che ritiene più proficue all’incremento degli utili.
Tra i metodi (criminali), come documentato dalle successive inchieste e denunce, si distinguono in particolare una decina di centri di raccolta…
Il centro di La Chorrera (La Rapida) è il più grande e più produttivo dell’impero di Arana ed è anche soprannominata la “Colonia Indiana”, per l’enorme presenza di indios ridotti in schiavitù. A dirigere il centro, insieme al vice-amministratore Juan Tizon, c’è Victor Macedo: agente (e sicario) di assoluta fiducia di J.C.Arana.
La Chorrera gareggia in produzione con la stazione di El Encanto che prospera sotto l’illuminata amministrazione di Miguel Loaysa, a cui si deve l’invenzione del “Marchio di Arana”: 100 frustate per chi non raggiunge la quota prefissata di raccolto giornaliero, senza distinzione per uomini, donne e bambini. Se non si muore sotto le nerbate, si rimane marchiati a vita. E i sopravvissuti costituiscono un monito per tutti gli altri. Solitamente, i capataz ed i racionales impartiscono le scudisciate sulle natiche. Altre volte si prediligono braccia e schiena che nei casi più estremi vengono scarnificate dai colpi fino all’osso. Nel clima della giungla tropicale, le ferite spesso si infettano provocando la morte dei disgraziati.
In una bella giornata di Febbraio del 1903, Miguel Loaysa è ospite di Victor Macedo presso La Chorrera. È giorno di raccolta e circa 800 indios di etnia Ocaima sono giunti alla stazione per consegnare le balle di caucciù raccolto nella foresta. Le balle vengono quindi pesate e immagazzinate. E però c’è un problema: 25 indios non hanno raggiunto la quota obbligatoria di consegna. E dunque bisogna dare una lezione pubblica, per incentivare la produttività…
 I 25 disgraziati vengono avvolti con sacchi imbevuti di petrolio, dati alle fiamme, e lasciati correre per tutto il campo mentre bruciano vivi, tra le grandi risate dei manager in riunione che si divertono a finire i moribondi agonizzanti sul terreno a colpi di pistola.
Da notare che Macedo è un cholo, ovvero un meticcio di sangue indio.
L’abitudine di bruciare vivi gli indigeni è uno sport molto praticato e rientra tra i passatempi preferiti dei capi insediamento.
Nella stazione di Abisinia, condotta dal jefe Abelardo Aguero, gli indios Bora vengono solitamente appesi ai rami degli alberi con le braccia legate dietro la schiena ad ogni minima infrazione, controllati a vista dai capataz barbadoregni, che non avendo nient’altro da fare ogni tanto, poverini, si annoiano. Per ammazzare il tempo si divertono a tirare le gambe degli appesi, favorendo la disarticolazione degli arti superiori, mordendogli a sangue le cosce. Altre volte, Aguero ordina di accendere fuochi sotto gli appesi o cospargerli di benzina direttamente, divertendosi a guardarli mentre si contorcono in preda alla fiamme.
La pratica è molto apprezzata anche da Armando Normand, sovrintendente della stazione di Matanzas.
Per le punizioni più lievi si ricorre al ‘ceppo’: un cavalletto sul quale i rei venivano legati bocconi e lì lasciati immobilizzati per settimane, costretti a leccare il cibo da una ciotola.
Tanta severità da parte di Aguero è giustificata, giacché in passato c’era già stato un tentativo di rivolta che aveva creato parecchi problemi ai precedenti capiposto.
Ad Abisinia, uno dei luogotenenti di Arana, tal Bartolomé Zumaeta, aveva violentato la moglie di un capotribù Bora, il quale non aveva preso tanto bene l’affronto. Katenere, questo era il suo nome, di notte era penetrato nell’accampamento dei caucheros rubando loro i fucili e uccidendo lo stupratore. Avrebbe fatto meglio a sgozzarli tutti nel sonno… Infatti la Compagnia mette subito una taglia sul giovane capo indigeno, mentre si scatena una gigantesca caccia all’uomo che si protrasse per oltre due anni, finché una squadra di cacciatori non riuscì a catturare almeno la compagna di Katenere. Condotta al campo di Abisinia, la donna viene stuprata in pubblico da tutto il personale di guardia, compreso el jefe Vasquez, legata al ceppo della tortura, fustigata a sangue e lì lasciata senza acqua ne cibo per giorni. La donna non sarebbe infatti stata liberata, finché Katenere non si fosse consegnato alla ‘giustizia’. Cosa che regolarmente avvenne. Una volta costituitosi, Vasquez in persona cavò gli occhi a Katenere con un uncino di ferro, quindi lo legò al palo insieme alla moglie e diede fuoco ad entrambi.
In alternativa, secondo il capriccio del momento, gli indios potevano finire impiccati, impalati, crocifissi, affogati nei fiumi. Diversamente, gli indigeni vengono puniti col taglio delle orecchie, del naso, delle dita. Ma non era escluso il taglio delle mani o dei piedi; in tal caso i mutilati, ormai inutilizzabili, venivano cosparsi di kerosene e dati alle fiamme. Non era disdegnata l’evirazione…
A volte però si esagerava, come ebbe ad imparare a sue spese uno dei capi-posto, Miguel Flores, che nel 1907 ricevette una lettera di richiamo della Compagnia, per aver dilapidato con troppa facilità il capitale umano dell’impresa. Le uccisioni dovevano avvenire solo “in caso di necessità”. La risposta piccata di Flores non si era fatta attendere: «Protesto vivamente, perché in questi ultimi due mesi nel mio insediamento sono morti soltanto una quarantina di indios
 Abelardo Aguero ed il suo vice Augusto Jimenez ricevettero una multa per aver utilizzato i propri lavoranti come bersagli, in gare di tiro a segno per esercitare la mira. Non si poteva certo privare così l’impresa di preziosa manodopera schiava! E Julio C. Arana, l’Abele dell’Amazzonia, ci teneva a tutelare i suoi investimenti.
In virtù di tali precedenti, intorno al 1909 il 26enne Augusto Jimenez, un meticcio di sangue indio, verrà promosso a capo della stazione di Ultimo Retiro.
Jimenez ha preso il posto di Fidel Velarde e del suo vice Alfredo Mott, che nel frattempo hanno fatto carriera diventando responsabili rispettivamente delle stazioni di Occidente ed Atenas.
Durante la loro conduzione dell’insediamento di Ultimo Retiro, pare che una notte i due, completamente ubriachi, abbiano scommesso su chi avrebbe tagliato più in fretta un orecchio ad un indio huitoto legato al ceppo. Afferrati i machete, Velarde riesce a tagliare l’orecchio con un unico colpo. Alfredo Mott, che invece è ubriaco fradicio, manca il bersaglio ma in compenso centra in pieno il cranio dell’indio, aprendolo a metà.
Dalla sua stazione di Occidente, il buon Velarde (che già si era distinto al servizio di Macedo) si fa aiutare da un altro terzetto omicida: Manuel Torrio, Rodriguez e Acosta.
In fondo, non li si può troppo biasimare: si tratta di uomini abbrutiti dalla giungla, nati e cresciuti in contesti selvaggi…
Nella stazione di Matanzas si fa notare Armando Normand. Poco più che ventenne (è nato nel 1885), basso, minuto, brutto, è un boliviano di origini britanniche, che vanta un corso di studi a Londra, un diploma da contabile, e parla fluentemente l’inglese.
Sono pochi quelli che lavorano volentieri con Normand. Gli stessi capataces barbadoregni ne sono terrorizzati. L’intero insediamento è circondato da migliaia di ossa umane.
Una volta, il barbadoregno Augustus Walcott ebbe a sollevare alcune obiezioni, durante una delle punizioni pubbliche inferte da Normand: un indio che aveva tentato la fuga, era stato legato sospeso ad un palo, colpito a colpi di machete e quindi lasciato penzoloni a morire dissanguato. Walcott, commentò ad alta voce che non era quello il modo di ammazzare la gente (non è roba da cristiani questa!). In risposta, Armando Normand aveva fatto crocifiggere l’indisciplinato sottoposto, in ossequio alla devozione religiosa del nero capataz.
Se in seguito alle torture le ferite si infettano, rendendo gli indios inabili al lavoro, Normand li fa ammazzare a colpi di machete per risparmiare le pallottole.
Normand ha il discutibile pregio di riuscire a schifare perfino il resto della banda di allegri psicopatici al soldo della Casa Arana. Successivamente interrogati dalla Commissione Casament, i suoi assistenti lasceranno testimonianze allucinanti:

«Secondo il barbadiano Joshua Dyall, dalla sua personcina insignificante emanava una “forza maligna” che faceva tremare chi gli si accostasse e il suo sguardo, penetrante e glaciale, sembrava quello di una vipera. Dyall asseriva che non soltanto gli indios, ma anche i muchachos e persino gli stessi capataces si sentivano insicuri al suo fianco. Perché in qualunque momento Armando Normand poteva compiere o ordinare lui stesso un atto di ferocia raccapricciante, senza che si alterasse la sua indifferenza sdegnosa verso tutto ciò che lo circondava.
Normand gli aveva ordinato un giorno di assassinare cinque Andoques, puniti così per non aver consegnato le quote stabilite di caucciù. Dyall uccise i primi due a colpi di pistola, ma il capo ordinò che ai due successivi si schiacciasse prima i testicoli su una pietra usata per impastare manioca e li si finisse a bastonate. L’ultimo glielo fece strangolare con le sue mani. Durante tutta l’operazione rimase seduto su un tronco d’albero, fumando e osservando, senza che si alterasse l’espressione indolente della sua faccia rubiconda.
Un altro barbadiano, Seaford Greenwich, raccontò che lo spasso per i racionales dell’insediamento era l’abitudine del capo di mettere peperoncino tritato o intero nel sesso delle piccole concubine, per sentirle gridare dal bruciore.»

 “Il Sogno del Celta”
Mario Vargas Llosa
 Einaudi, 2011

Pare che questo fosse l’unico modo per eccitare il sadico Normand. Particolarmente temuti sono poi i suoi mastini, che non esita ad aizzare per un nonnulla contro i suoi lavoranti, facendoli sbranare vivi.
Nella stazione di Sur opera invece il buon Carlos Miranda, un allegro ciccione, molto spiritoso, di buone maniere e ottima educazione, purché non lo si faccia arrabbiare… Irritato da una vecchia indigena che incitava gli indios alla rivolta, Miranda la decapita con un solo colpo di machete; quindi se ne va in giro per l’accampamento mostrando il capo mozzo ai lavoranti terrorizzati, come una parodia di David e la testa di Golia.
Molto ambito era invece il servizio nell’insediamento di Entre Rìos, amministrato da Andrès O’Donnell, un irlandese che non lesinava la frusta ma che non amava le carneficine. O’Donnell si era creato un suo harem personale con una decina di concubine che lo seguivano ovunque. Ed era particolarmente apprezzato dai suoi subalterni.
Nell’insediamento di La Sabana, il capo José Inocente Fonseca ha adibito parte delle baracche in un serraglio di prostitute bambine dagli 8 ai 15 anni, per il suo uso e consumo personale.

Ovviamente, in tutti i casi, gli indigeni tenuti in cattività non sono considerati ‘schiavi’ ma “debitori” della Casa Arana. E pertanto non potranno essere liberati, finché non avranno saldato i debiti.
Per il lavoro svolto, la Compagnia non corrisponde salari. E del resto gli indios non attribuiscono alcun valore al denaro. Ad ogni lavorante indigeno, rastrellato nelle correrias, viene fornito il minimo indispensabile per la raccolta del caucciù. Le dotazioni vengono prese dai magazzini degli insediamenti e addebitati agli indigeni a valore decuplicato, che dovranno scontare alla consegna del prodotto. Quindi i raccoglitori vengono avviati al lavoro nella foresta, dove restano generalmente una quindicina di giorni prima di tornare con il lattice raccolto. Per evitare fughe, mogli e figli vengono trattenuti nel campo come ostaggi. I capi ed il personale della compagnia ne dispongono liberamente, utilizzandoli per servizi domestici o come schiave sessuali (dai 6 anni in su tutto va bene). Al ritorno dei raccoglitori, il caucciù veniva pesato, solitamente con bilance truccate. Se nell’arco di tre mesi non si raggiungevano i 30 kg, venivano inferte le punizioni già viste che andavano dalla fustigazione, alle mutilazioni, all’omicidio. I cadaveri non venivano mai sepolti, ma abbandonati nei dintorni a mo’ di monito.
Agli indios erano poi richieste tutta una serie di corvees supplementari che andavano dalla costruzioni delle baracche alla riparazione dei tetti, dalla pulizia dei sentieri al carico e scarico delle merci, fino all’affumicamento ed impasto del caucciù, nonché alla coltivazione degli orti per gli approvvigionamenti di cibo.
Quando non sono impegnati nelle loro scorrerie a caccia di nuovi schiavi, nelle torture, nelle punizioni, negli stupri o a litigarsi le concubine a colpi di coltello, i miliziani privati della Compagnia passano il tempo ad attaccare i trasporti dei colombiani o saccheggiare le loro proprietà, scambiandosi fucilate con l’esercito regolare di Bogotà. La cosa procura parecchi blasoni patriottici al bravo Julio Cesar Arana che nel frattempo è divenuto una delle persone più influenti del Perù.

Il Finanziere
 Diventato ormai affermato imprenditore di un così rispettabile commercio, Julio C. Arana, l’Abele dell’Amazzonia, amplia le sue vedute e decide di fare il grande salto in avanti, approdando in Borsa…
Nel 1903 apre una succursale della sua Casa commerciale a Manaus in Brasile. Quindi crea filiali a Londra e New York, per meglio accreditarsi sui mercati internazionali.
Nel 1907 istituisce la “Peruvian Amazon Rubber Company”, con capitali misti di investitori in prevalenza anglo-peruviani per un milione di sterline, e quotata alla City londinese.
Per la bisogna ha acceso un credito di 60.000 sterline inglesi con la filiale londinese della Banca del Messico, non prima di ipotecare tutte le proprietà immobiliari ed i suoi latifondi a nome della moglie Emanuelita. Né manca di far falsificare i bilianci societari da revisori contabili compiacenti. In questo modo, in caso di fallimento, eventuali azionisti e creditori non potranno rivalersi di un solo centesimo sulle immense ricchezze di Arana che però può ora drenare finanziamenti illimitati dal bel mondo della finanza anglosassone.
L’operazione di capitalizzazione è affidata ad Henry M. Read, gerente del ramo londinese della Banca del Messico. Ma nella nuova compagnia ci sono alcuni tra i più ricchi investitori dell’epoca: John Russell Gubbins, investitore particolarmente ammanigliato col governo peruviano; T.J.Medina, tra gli uomini più ricchi del Perù; il barone De Souza-Deiro; sir John Lister Kaye
Julio C. Arana non sa che in caso di insuccesso possono diventare nemici potenti.

Le prime denunce: Benjamin Saldaña Rocca
 Da che mondo è mondo, potenti e politicanti amano la stampa, fintanto che tesse le loro lodi e scodinzola ai loro piedi come un cagnolino addomesticati. In caso contrario, c’è sempre una legge bavaglio e un’intimidazione pronta, per azzittire giornalisti troppo impertinenti…
Nella città di Iquitos, che oramai è diventata un mandamento personale del boss Arana, c’è qualcuno che, nonostante tutto, non si lascia comprare né è disposto ai compromessi.
Benjamin Saldaña Rocca è un giornalista, che non ha bisogno di essere iscritto ad albi per scrivere, ed editore unico di due periodici locali: “La Felpa” e “La Sanciòn”. Sono poco più che giornalini, perennemente a corto di fondi, con tiratura settimanale e tutt’altro che regolare. Gli boicottano la distribuzione, gli sequestrano le copie dei giornali, gli bruciano la tipografia, lo minacciano di morte, gli sparano addosso e rimane zoppo, ma Rocca non molla. È una di quelle rare persone, per le quali i principi vengono assai prima del soldo. Rocca discende da una famiglia di ebrei sefarditi. Contro di lui, la Casa Arana organizza una infame campagna anti-semita.
Il 09/08/1907 Rocca presenta un esposto pubblico alla magistratura di Iquitos. È il suo coraggioso J’Accuse nel quale denuncia con dovizia di informazioni i crimini dei bravacci di Arana, facendo nomi e cognomi dei carnefici.
Su ‘La Felpa’ del 29/12/1907 descrive i sistemi truffaldini utilizzati dagli Arana. È il suo ultimo atto: in una notte al principio del 1908 Saldaña Rocca scompare da Iquitos. Alcuni testimoni vedono un uomo che gli assomiglia, col viso tumefatto che viene trascinato via da un gruppo di uomini, su una barca pronta a salpare sul fiume. Nessuno lo rivedrà più, né le sedicenti autorità si daranno mai la pena di appurarne la sorte.

El Gringo: Walter Hardenburg
 J.C.Arana sembra intoccabile e probabilmente si reputava tale… Ma in tutte le storie c’è sempre l’incognita non prevista che fa saltare i giochi, il granellino di sabbia che inceppa un ingranaggio che sembrava perfetto.
Il guastafeste si chiama Walter Ernest Hardenburg. È un ragazzone yankee venuto in Sud America a far fortuna. E come a volte capita di riscontrare in certi statunitensi, è anche un inguaribile idealista; una di quelle teste dure che fa delle questioni di principio una missione personale.
W.E.Hardenburg è un ingegnere ferroviario. O almeno così dice lui. Sicuramente è un operaio specializzato che ha fiutato l’occasione della vita… Per ottimizzare il trasporto del caucciù, come del caffè, e rendere più rapidi i collegamenti tra i centri amazzonici in espansione, il governo colombiano sta pianificando la costruzione di migliaia di chilometri di ferrovia. Pertanto, il personale esperto è richiestissimo e ottimamente pagato. Alla fine del 1907, dopo aver lavorato in Colombia, il 26enne Hardenburg, insieme ad un gruppo di avventurieri come lui, decide di inoltrarsi nelle profondità dell’Amazzonia, attraversare i territori della produzione gommifera nel Putumayo e raggiungere la città di Madeira in Brasile, per un nuovo ingaggio come tecnico ferroviario. Durante il suo viaggio nel Putumayo, Hardenburg viene ospitato in diverse tenute di caucheros colombiani, che lo informano con dovizie di particolari sui continui abusi e sulle violenze degli uomini della Peruvian Amazon Co. di Arana, che peraltro Hardenburg ha modo di sperimentare personalmente, con sequestri di persona e requisizioni forzose.
Lo stesso Hardenburg verrà sequestrato dagli uomini di Miguel Loayza e trattenuto come ‘ospite’ nella stazione di El Incanto. Durante il suo soggiorno coatto, avrà modo di vedere coi suoi occhi i metodi di lavoro utilizzati dalla Casa Arana, avendo occasione di visitare anche altre stazioni come la famigerata Chorrera. Ne rimarrà talmente sconvolto, da raccogliere le sue esperienze in un’opera dal titolo evocativo: “Putumayo, il Paradiso del Diavolo. Viaggi nella regione amazzonica del Perù e un resoconto sulle atrocità contro gli indigeni” (Boston, 1912).
Nel 1908, una volta libero, Hardenburg ci mette quasi un anno per mettere insieme i soldi, raccogliere ulteriori prove, riuscire a raggiungere Londra dove la Peruvian Amazon Co. ha la sua sede, e denunciare ciò che ha visto.
Nel 1909 il periodico londinese “Truth” pubblica un lungo articolo (“The Devil’s Paradise”) con le testimonianze di Hardenburg:

«Gli uomini della Compagñia tagliavano a pezzi gli indios coi machete e schiacciavano le cervella dei bambini piccoli lanciandoli contro gli alberi o i muri. I vecchi venivano ammazzati quando non potevano più lavorare, e per divertirsi, i funzionari della compagnia esercitavano la loro perizia di tiratori, utilizzando gli indios come bersaglio. In occasioni speciali, come il sabato di pasqua, sabato di gloria, li ammazzavano in gruppo oppure, di preferenza, davano loro fuoco col cherosene, per godere della loro agonia. […] Gli agenti della compagnia obbligano i pacifici indios del Putumayo a lavorare giorno e notte, senza il minimo riposo, salvo il cibo necessario per mantenerli in vita. Rubano i loro beni, le loro mogli, i loro figli.»

 Il reportage pubblicato dal “Truth”, fece inorridire il pubblico inglese, il quale trovò assolutamente scandaloso che simili fatti venissero compiuti da una società partecipata con capitali britannici e con una dirigenza quasi totalmente inglese. Le denunce di Hardenburg ebbero un incredibile eco nell’opinione pubblica della Gran Bretagna, approdando in Parlamento che pressato dalla blasonata “Società contro la schiavitù” decise di costituire una commissione d’inchiesta da avviare in Perù, in considerazione del fatto che si trattava pur sempre di una compagnia britannica con dirigenza e azionisti inglesi.
Per l’impero di Julio Cesar Arana si avvicinava il principio della fine….

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The Company

In totale naturalezza, Carl von Clausewitz affermava che la guerra fosse una naturale prosecuzione della politica. E tuttavia la famosa frase del generale prussiano è perfettamente sovrapponibile anche al mondo degli affari che, in tempi non lontani, ha interpretato l’espressione alla lettera, rimettendo la conquista di nuovi mercati alla canna dei fucili…
Più spesso si dimentica invece come la ‘guerra’ abbia costituito la condizione ideale dello stato minimo, meglio se di matrice liberale, che delega scelte e indirizzi all’iniziativa privata, limitandosi a tutelarne gli interessi economici nella compressione delle istanze sociali, in nome di quella ideologia economica (e politica) chiamata mercantilismo.
E se la “Società non esiste”, se lo ‘Stato’ è ridotto a mero guardiano dei diritti di proprietà, ne consegue che il fulcro di ogni potere risiede nella realtà economica, strutturata in holding company alimentate dai flussi del capitale finanziario.
In un siffatto contesto, la forma tipo è la corporation, nella quale lo Stato confluisce e si annulla in sostanziale identificazione. Peccato che una tecnostruttura economica, slegata dai principi di rappresentanza e funzionalità sociale, solitamente è immune dagli scrupoli e dalle ottemperanze costituzionali di un ordinamento democratico. E tutto si riduce ad una variabile dipendente dai rischi d’impresa. In tal senso, anche la guerra diventa un’opzione praticabile, ‘utile’ e finanche ‘giusta’, se presuppone un ritorno economico.
 Attualmente, è in corso una evoluzione o, se si preferisce, una regressione della visione sociale, attraverso una destrutturazione costante del pensiero politico. In quella rigidità emotiva da alienato anaffettivo, e che i media scambiano per “sobrietà”, il prof. Mario Monti è l’alfiere di una destrutturazione democratica in ambito continentale, che sotto il Pornocrate sarebbe stata impossibile. E da un potenziale narciso psicopatico siamo passati ad un sospetto sociopatico in paresi facciale. Il malcelato fastidio contro gli organismi rappresentativi, l’incredibile invettiva contro l’istituzione parlamentare (accolta in Italia con la più ovina accondiscendenza) sono i prodromi di una metamorfosi ben più profonda… È una forma mentis che, da verbo accademico, comincia a farsi carne e sostanza, grazie alla complicità e all’inerzia di una classe pseudo-politica in stato confusionale e prossima al completo disfacimento, in un condominio prigione dove la convivenza forzata sta per implodere nel caos.
In certo qual modo, la situazione odierna, con il costante declino di un sistema consolidato di garanzie, il protestarismo sterile, la perdita progressiva di ogni coscienza civile, ricorda un inquietante romanzo di James G. Ballard, il cui titolo originale è High Rise.
A livello storico, la prevalenza del potere economico sulla società, lo svuotamento dei poteri pubblici con la delega delle competenze, ricorda invece le grandi compagnie commerciali che a partire dal XVII si spartirono il mondo (frazionato in mercati), trasformando Stati e Governi in propri domini personali. A tutt’oggi, per longevità e onnipotenza, la storia della ‘Compagnia britannica delle Indie Orientali’ costituisce il caso unico di una società privata per capitali che volle farsi impero e per la bisogna si creò un esercito e si comprò un intero parlamento (inglese).

Un regno privato.
Costituita nell’ultimo giorno del 1600 su autorizzazione regia, la British East India Company (EIC), per quasi tre secoli, dominerà i mercati asiatici controllando le rotte commerciali dallo Stretto di Magellano al Capo di Buona Speranza, fino alla Malesia e la Cina. Assumerà il controllo diretto dei territori occupati, governando su milioni di individui. Eserciterà l’amministrazione della giustizia. Batterà moneta in proprio. Sarà la causa di rivoluzioni e guerre di indipendenza, dettando l’agenda di politica estera della Gran Bretagna.

Giunti in India attorno al 1608, gli agenti della Compagnia si aprono la strada con i cannoni delle loro navi, soprattutto ai danni dei portoghesi che dalla loro piazzaforte di Goa tentano di sbarrare invano la strada ai navigli inglesi. Quindi, con un’abile diplomazia e guerre vittoriose, la Compagnia toglie di mezzo i concorrenti europei: portoghesi, olandesi e francesi.
 Stabilito un primo presidio a Surat, sulla costa del Gujarat, la Compagnia si accorda con l’impero islamico dei Moghul, ottenendo una cospicua serie di privilegi in cambio di armi e aiuto militare. Soprattutto gli inviati della Compagnia riescono ad estendere la propria penetrazione commerciale anche nei territori del Bengala, a discapito degli interessi francesi, nonché a danno delle compagnie danesi e olandesi. Tramite una serie di trattative diplomatiche con la monarchia portoghese ed i sovrani Moghul, all’inizio del 1690 la Compagnia ha esteso il suo controllo anche a Bombay, Madras e Calcutta (Kolkata); cosa che le permette di intercettare il transito delle merci dal Mar Arabico al Golfo del Bengala.
 Per la difesa delle loro filiali e dei presidi commerciali, gli inglesi arruolano guardiani indigeni e mercenari occidentali (i brutali old toughs) che costituiranno il fulcro originario del Presidency Army della Compagnia, insieme ad una notevole flotta con armamento da battaglia, che i ‘presidenti’ della EIC non esitano ad usare a scopo intimidatorio e di rappresaglia, in vere e proprie campagne di guerra.
A tal proposito, a sottolineare come dietro a solidi principi di teoria economica si nascondano quasi sempre incredibili facce da culo, sarà il caso di ricordare sir Josiah Child. Direttore commerciale della EIC e tra i principali azionisti della Compagnia, Child è un pioniere nelle sviluppo della dottrina del libero scambio e delle moderne teorie monetarie. Sostiene la libera concorrenza, criticando aspramente l’intervento statale nell’economia e ogni forma di regolamentazione nella finanza. Peccato non si accorga che la ‘sua’ Compagnia agisca in regime di assoluto monopolio e possa godere di una serie di diritti esclusivi su concessione regia, che le assicurano un posizione dominante sul mercato soffocando ogni concorrenza.

 Insoddisfatto dei diritti commerciali concessi per decreto dall’imperatore Aurangzeb in Bengala, e dagli arbitri di alcuni governatori locali, sir Child scatenerà una vera e propria guerra (dal 1686 al 1690) contro i Moghul, mobilitando le truppe private della compagnia, inviando le navi della flotta a bombardare le città della costa bengalese e attaccando i convogli dei pellegrini diretti alla Mecca. In risposta, Child riceverà dall’esercito moghul una batosta umiliante; la revoca di molti dei diritti commerciali ottenuti; il pagamento di una pesantissima indennità di guerra; e soprattutto la pubblica umiliazione dei funzionari della Compagnia, costretti a prostrarsi ai piedi dell’imperatore e davanti a ghignanti dignitari francesi.
Aurangzeb, che si fa pomposamente chiamare “conquistatore del mondo”, è un fanatico integralista che dissanguerà il suo regno in una serie di guerre infinite contro le popolazioni pathan (i pashtun) dell’Afghanistan e i principi indù della confederazione Maratha. Feroce persecutore della comunità sikh, ne farà torturare e decapitare a migliaia.
Alla morte del feroce Aurangzeb nel 1707, l’Impero Moghul inizia un declino irreversibile, dilaniato da un continuo attrito di forze centrifughe che ne paralizzano l’azione in un’esistenza puramente formale. Nell’India frazionata in una miriade di feudi e piccoli regni, divisa in rissose confederazioni tra principati minori e in assenza di un governo centralizzato, indebolita dalle guerre tra regoli locali, dalle forti tasse che quasi ovunque opprimevano le popolazioni, dai governi incapaci e dal rallentamento nel commercio, l’espansione europea ha facile gioco. Perciò sarà assai facile per l’ambiziosa Compagnia delle Indie Orientali conquistarvi il predominio.

Il diritto delle genti.
 Per quanto riguarda i rapporti con le colonie francesi (e con l’omologa Compagnie française des Indes orientales), il territorio indiano diventa una sorta di prosecuzione asiatica delle guerre che in Europa oppongono le corone di Francia e Inghilterra, l’una contro l’altra armate: dapprima, nella “Guerra di Successione austriaca” (1741-1748) e poi nella “Guerra dei sette anni” (1756-1763).
Gli eserciti privati assicureranno alla Compagnia la supremazia nel controllo dell’India a discapito dei francesi, contro i quali combatteranno quasi ininterrottamente dal 1744 al 1763 (Guerre del Carnatico). Dovunque i francesi sostengono un principe indiano, gli inglesi riforniscono il suo rivale di armi, denaro, truppe e centri per l’addestramento militare. In questo modo, ne seguiva sempre una guerra locale e il vincitore rimaneva indebitato con i suoi sostenitori europei. In seguito, se non riusciva a soddisfare le richieste di diritti commerciali o fiscali, questi lo sostituivano con un governatore a loro scelta.
Le cose però non vanno sempre bene…
Nel 1756, gli agenti della Compagnia presenti a Calcutta, in previsione di un possibile attacco francese, iniziano ad ampliare e rinsaldare le difese di Fort William, costruito al tempo della guerra di Child contro i Moghul. Il principe Siraj ud-Daulah, giovanissimo nawab del Bengala che governa la città indiana, ordina l’immediata cessazione dei lavori non autorizzati, reputando le iniziative militari degli europei un’intollerabile interferenza al suo dominio. John Z. Holwell, che comanda la piccola guarnigione del forte, ignorerà completamente l’ordine del nawab indiano, che indignato assedia il forte con le sue truppe e costringe il presidio armato della EIC alla resa.

Siraj ud-Daulah, forse mal consigliato, fa rinchiudere tutti i prigionieri ed il personale occindentale presente in città dentro le famigerate prigioni del forte: una orrida fossa buia, conosciuta come “Black-Hole”. Non esistono misure certe sull’estensione della cella, né sul numero dei prigionieri rinchiusi. In proposito, circolano cifre assolutamente irrealistiche, con quasi 150 persone ammassate in circa 20 mq. Ad ogni modo, dopo neanche 24h di reclusione, a uscirne vivi furono solo in 23 su un numero di detenuti probabilmente vicino alle 64 unità.
Nel 1763 tutti i residenti britannici di Patna vengono giustiziati, per ordine del governatore moghul della città, Mir Qassim, che dopo essere stato estromesso dai commerci della Compagnia, pretendeva almeno il pagamento delle tasse dovute. Gli inglesi avevano pensato bene di introdurre clandestinamente carichi di armi in città, per armare una rivolta contro il governatore. Da qui la radicale soluzione al problema occidentale.
 Proprio questi “incidenti”, permetteranno alla Compagnia di consolidare il proprio dominio su tutto il Bengala ed estendere il proprio potere all’intero subcontinente indiano.
La conquista dell’India, ad opera di un esercito privato di dipendenti aziendali in armi, è in buona parte opera dei due generali-azionisti della compagnia, Hector Munro e Robert Clive: militari e manager a contratto per conto terzi. Entrambi contribuiranno ad organizzare e strutturare in maniera permanente l’esercito privato della EIC, perfettamente equipaggiato ed addestrato, che si rivelerà essere una formidabile macchina da guerra e di persuasione con migliaia di effettivi, arruolati tra gli indigeni (sepoy) ed europei di ogni nazione, regolarmente stipendiati dalla compagnia.
Robert Clive, con la vittoria alla Battaglia di Plassey (1757), ridurrà all’impotenza ogni velleità espansionistica dei non meno aggressivi francesi, alleati con i signorotti moghul del Bengala.
Hector Munro stroncherà l’ultima coalizione dei principi del Bengala alla Battaglia di Buxar (1764).


Ma a consolidare la supremazia britannica sui territori del Bengala, sarà la devastante carestia del 1770, sulla quale peraltro gli affaristi della EIC realizzarono enormi profitti, lucrando con i costi al rialzo sui generi alimentari di prima necessità.

Un’amministrazione equa.
 Sui metodi disciplinari e l’amministrazione della giustizia, gli ufficiali della EIC offrono subito un ottimo saggio sulla superiorità della civiltà occidentale, rispetto alla barbarie asiatica…
Tra le unità indigene (sepoy) di più antica formazione, inquadrate nell’esercito coloniale del Bengala, ci sono gli 820 fucilieri indiani del Lal Paltan, vestiti con la tipica giubba rossa (lal). Questa formazione costituirà il nucleo originario del futuro I° Bengal Native Infantry: i famosi fucilieri del Bengala. Arruolato nel 1757 dal maggiore-generale Robert Clive, è un reparto che si è fatto onore alla battaglia di Plassey.
Il 08/09/1764 nella località di Manji, i soldati bengalesi del Lal Paltan danno forse vita ad una delle prime rivendizioni salariali della storia militare moderna, chiedendo un aumento di paga attraverso l’attribuzione di una specie di bonus produttività (il batta). E nel farlo prendono in ostaggio i propri ufficiali, salvo ripensarci quasi subito. Il gen. Hector Munro spiccerà la faccenda a modo suo: fa afferrare una ventina di ammutinati, li lega alla bocca dei cannoni ed ordina ai suoi artiglieri di dar fuoco alle micce.


Questo originale metodo di esecuzione venne ampiamente impiegato durante la Grande Rivolta del 1857, quando nel maggio di quell’anno i sepoys dell’Armata del Bengala si rivoltarono contro i loro ufficiali europei.

«Il 12 Giugno [1857 n.d.r] a Peshawar, quaranta uomini sono stati processati, dichiarati colpevoli, e condannati ad essere giustiziati venendo dilaniati a cannonate. L’esecuzione è stata un terribile spettacolo. La truppa è stata schierata a formare i tre lati di un quadrato, al centro del quale sono state piazzate dieci batterie puntate verso l’esterno. In un silenzio mortale, è stata letta la sentenza del tribunale, e a conclusione della cerimonia, ad ogni cannone è stato legato un prigioniero con la schiena rivolta contro la bocca da fuoco e le braccia legate strettamente alle ruote del fusto.
Appena viene dato il segnale, la salva viene sparata. La scarica, come è ovvio, taglia il corpo in due; si possono vedere tronchi umani, teste, gambe e braccia volare via in un istante per tutte le direzioni. Siccome in questa occasione sono stati usati soltanto dieci cannoni, i resti umani sono stati rimossi per quattro volte. Dei quaranta condannati, tutti sono andati incontro al loro destino con fermezza, ad eccezione di due: al momento giusto, si sono lasciati scivolare a terra e le loro cervella sono state fatte schizzare via da una scarica di fucileria.
Un’altra esecuzione con modalità simili è avvenuta il 13 Giugno a Ferozepore, tutte le truppe disponibili ed i funzionari amministrativi sono convenuti per assistere alla scena. Alcuni degli ammutinati sono stati impiccati su delle forche erette durante la notte precedente e lasciati appesi. Gli ammutinanti sono stati portati nella piazza centrale, dove si è proceduto a leggere la sentenza della corte marziale.»

  Harper’s Weekly
  (15/02/1862)

Se però i condannati accettavano di diventare testimoni dell’accusa (Queen’s evidence), denunciando i nomi di presunti complici, potevano confidare nella benevolenza delle autorità, sperando in una dilazione di pena e vedersi commutata la condanna in impiccagione. È superfluo dire che in questo meccanismo, pur di sottrarsi al supplizio, i condannati snocciolavano nomi a caso coinvolgendo chiunque.


A Ferozepore, gli ammutinati che decisero di diventare delatori, una decina, furono sottratti all’ultimo momento dal gruppo dei condannati e costretti ad assistere alla sentenza capitale, coperti dagli insulti dei loro commilitoni prossimi all’esecuzione…

«Racconta un testimone oculare: “La scena e il fetore furono insopportabili. Mi sentii terribilmente sconvolto e potei notare che i numerosi spettatori indigeni erano terrorizzati; non solo tremavano come foglie, ma avevano assunto un colorito innaturale. Non fu presa alcuna precauzione per ripulire la bocca dei cannoni dai resti umani; la conseguenza fu che gli spettatori vennero pesantemente imbrattati dagli schizzi di frattaglie e un uomo in particolare rimase stordito da un braccio divelto che lo aveva colpito in pieno!»

Evidentemente, deve trattarsi dell’applicazione pratica delle massime del gen. Charles J. Napier, che pure non mancava di un certo spirito:

“La mente umana non è mai disposta meglio alla gratitudine e all’affetto, come quando è ammorbidita dalla paura”

C’è da dire che la grande rivolta indiana del 1857-1858 e l’estrema brutalità con la quale venne schiacciata, non portò fortuna alla Compagnia ed anzi ne decretò il declino, a partire dall’estromissione della EIC nel governo dei territori indiani che passarono sotto il controllo diretto della Corona britannica.

«La rivolta del ’57 durò diciotto mesi e causò un numero elevatissimo di vittime; la scintilla che l’aveva accesa era stata, ufficialmente, l’eccessiva ingerenza inglese nelle pratiche religiose locali, tra le quali bisogna ricordare c’era anche quella intollerabile per una mentalità occidentale che la vedova fosse bruciata viva sulla pira funebre accanto al cadavere del marito. Nell’anno e mezzo che ci volle per sedare la rivolta fu fondalmentale l’aiuto delle truppe del Punjab rimaste fedeli all’Inghilterra. La repressione fu molto sanguinosa e da allora i rapporti tra inglesi e indiani non furono più gli stessi. Il “grande ammutinamento” pose per sempre fine alla luna di miele che tale era stata fuor di metafora, considerando l’alto numero di matrimoni misti tra gli inglesi, che arrivavano quasi sempre senza famiglia, e che si legavano a donne indiane.»

  Peter Kelly
“L’Ultimo Impero”
  Panorama Mese (Ottobre 1982)

Diciamo anche che le cause della rivolta furono anche un po’ più complesse: oltre alle frizioni religiose e le discriminazioni, c’erano le requisizioni forzate, le confische arbitrarie di beni ed il sistema di espropriazioni alla base della famigerata dottrina dell’estinzione, che contemplava la decadenza dei diritti di proprietà (altrui). Con questa norma, una compagnia privata (nella fattispecie la EIC) poteva espropriare discrezionalmente l’aristocrazia indiana dei suoi possedimenti fondiari. Si aggiunga infine una tassazione sempre più spropositata e destinata a mantenere un esercito d’occupazione. Invece, a far crescere il malumore tra le truppe dei nativi, contribuì non poco (vera o falsa che fosse la diceria) l’uso del grasso d’origine animale (suino o bovino, che aveva il formidabile pregio di far incazzare tanto gli indù quanto i musulmani) usato per impermeabilizzare l’involucro chiuso (la ‘cartuccia’) con la carica di polvere da sparo, che per essere aperto andava strappato coi denti. Si aggiunga la distruzione dell’economia locale (l’industria del cotone), con la politica monopolistica perseguita dalla compagnia.


La tensione tra funzionari della compagnia e nativi montò velocemente, finché la rivolta esplose violentissima e si espanse come una fiammata.
A Cawnpore, nell’estate del 1857 si consuma uno dei fatti più gravi, quando un gruppo di residenti europei presi in ostaggio viene letteralmente macellato. D’altra parte, l’osceno massacro di Cawnpore verrà presto compensato dalle efferatezze dei soldati britannici. Dopo l’eccidio di Cawnpore, il ten. col. James Neill fa terra bruciata di tutti i villaggi che incontra sul suo passaggio trucidando la popolazione, col risultato di aumentare le adesioni nel numero dei ribelli. Uno degli attendenti del comandante Neill, il maggiore Renaud, ha un sistema infallibile per riconoscere gli insorti: l’espressione del viso. E per una questione di smorfie fa impiccare tutti i contadini che incrocia per la via, durante la sua marcia, col risultato che gli abitanti dei villaggi circostanti si danno alla fuga portando con sé tutte le provviste e lasciando la truppa a corto di rifornimenti.

Nella repressione vengono impiegati con successo i temibili gurkha nepalesi e le fedeli truppe dei Sikh. Ma nelle efferratezze si distinsero soprattutto i battaglioni europei e le unità di rinforzo inviate dalla Gran Bretagna. Né mancarono ufficiali che menarono pubblico vanto delle loro prodezze, inviando ai giornali inglesi dettagliate descrizioni delle loro atrocità o compiacendosi per quelle altrui. Vengono condotte rappresaglie indiscriminate contro la popolazione civile: monumenti, dimore patrizie, luoghi di culto… sono presi a cannonate per rappresaglia (una pratica che sarà riproposta anche in Cina). Le devastazioni raggiungeranno il culmine nel saccheggio di Dehli, dove la popolazione viene trucidata con cariche alla baionetta. Per ferocia e intraprendenza di saccheggiatore, si distingue il maggiore William Stephen Raikes Hodson, che diventerà famoso per il suo squadrone di cavalleria irregolare, gli Hodson’s Horse (o raiders), e la loro uniforme color kaki per meglio mimetizzarsi negli agguati.

Dopo la conquista di Dehli, l’antica capitale Moghul, il maggiore Hodson farà recapitare al vecchio sovrano la testa dei suoi figli, che ha ucciso personalmente e provveduto a far decapitare dopo la resa.

Tuttavia, nella prosa di alcuni storici britannici, tutto degrada dolcemente in una atmosfera quasi aulica, appena offuscata da qualche incomprensione…

 «Tutto era cominciato nella prima metà del XVII secolo. In quell’epoca gli Inglesi presenti in India erano soprattutto mercanti, ma c’era qualche soldato di ventura che poneva la sua capacità militare al servizio di qualche rajah, per garantirgli la vittoria nelle sue piccole guerre locali. In entrambi i casi, si trattasse cioè di mercanti o di soldati, questi inglesi erano dei professionisti che rimanevano in India fino a quando lo richiedeva il loro lavoro. Finito questo o trascorsi gli anni della vita in cui lo si poteva svolgere, rientravano in Inghilterra.
Questa rotazione ininterrotta, che si è mantenuta anche quando l’India è diventata un possesso della Corona, ha avuto due conseguenze principali: la prima è che in India non si è mai formato una vera classe di coloni residenti come invece è accaduto altrove (per esempio nelle colonie inglesi in Africa). La seconda è che questi mercanti e questi soldati, che rientravano in patria dopo venti o trenta anni di vita coloniale, hanno contribuito a trasformare il costume inglese quasi nella stessa misura in cui, con la loro presenza in quella colonia, avevano cambiato il costume indiano.
Per quasi un secolo e mezzo questo intricato rapporto ruotò attorno a un interesse commerciale prevalente, rappresentato dal cotone. Una fibra tessile a basso costo era allora in grado di modificare radicalmente le abitudini inglesi e, più in generale, europee. Quando si fu in grado di produrre e tessere cotone in abbondanza, ci si rese conto che la nuova fibra poteva sostituire la seta e il lino nella fabbricazione della biancheria e che, di conseguenza, la maggior parte delle persone avrebbe potuto cambiarsi con molta più frequenza di prima. Ai tempi del Re Sole e di Luigi XVI era stato necessario inventare complicati profumi, per poter sopravvivere ad una riunione di molte persone in un ambiente chiuso; l’arrivo del cotone rappresentava, anche da questo punto di vista, un’importante novità e anzi quasi una rivoluzione del costume.
Per la tessitura del cotone l’India disponeva di una fitta rete di piccoli laboratori artigiani, spesso a conduzione familiare. Purtroppo quei laboratori erano destinati a non durare molto. Quando in Inghilterra cominciò a svilupparsi quella che in seguito sarebbe stata definita “rivoluzione industriale”, gli imprenditori inglesi scoprirono in brevissimo tempo che era molto più conveniente importare il cotone dalle piantagioni degli Stati Uniti, dove il lavoro degli schiavi consentiva costi di partenza irrisori, tesserlo sui telai a vapore delle nascenti industrie del Lancashire e quindi spedire in India le pezze già tessute.
Nel giro di pochi anni l’India diventò così da esportatrice a importatrice di cotone. E questo rovesciamento della bilancia commerciale nel settore tessile soppiantò e distrusse la sua piccola industria cotoniera. Per dirla tutta, l’India si trasformò in un mercato monopolistico per i cotoni di fabbricazione inglese.
L’esempio del cotone mostra bene come per una quantità di anni il destino dell’India venne deciso non tanto dal Parlamento di Londra, quanto dalla Camera di Commercio di Manchester. Si può discutere a lungo se i mercanti siano peggiori o più oculati amministratori dei politici; quello che è certo è che i mercanti prediligono la stabilità amministrativa e la quiete politica. La conseguenza di questa predilezione fu che la Compagnia delle Indie cominciò ad arruolare sempre più apertamente un esercito, formato da milizie quasi interamente indiane, e con la forza di questo braccio armato, nonché di un controllo politico sempre più esteso, riuscì a far scomparire dall’India gli altri insediamenti coloniali: portoghesi, olandesi e francesi.
In definitiva, da Calcutta il dominio inglese si estese a tutto il subcontinente e nel 1849 anche l’ultima provincia, il Punjab, venne annessa al prezzo di considerevoli sacrifici; sia perché i guerrieri sikh erano fin da allora molto coraggiosi, sia perché potevano contare sulla consulenza di esperti artiglieri francesi, reduci della Grande Armée di Napoleone.»

 Peter Kelly
“L’Ultimo Impero”
 Panorama Mese (Ottobre 1982)

In realtà i consulenti d’artiglieria che offrirono i loro servigi ai vari principi indiani, in buona parte, non erano francesi, ma.. italiani! Tuttavia, la folla di personaggi incredibili e pittoreschi, ufficiali di ventura e avventurieri europei al servizio delle corti più esotiche, riserva sorprese davvero inaspettate e meriterà una trattazione a parte…

 Continua.

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I PADRONI DELLE FERRIERE

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 agosto 2010 by Sendivogius

In tempi difficili di depressione economica, drammaticamente proiettati verso il concreto rischio di stagflazione, la cosa forse più insopportabile sono quei rampanti fighetti, che giocano a fare i grandi imprenditori con la fabbrichetta ereditata da papà. Quindi, dall’alto delle loro carriere artificiali,  ci vengono a parlare di sacrifici inderogabili e necessità contingenti, concionando di costi del lavoro e di salari, durante i cocktail party, tra una tartina ed una gita in yacht,  stretti nei loro gessati di sartoria da 5000 euro. È quella nefasta genia di quarantenni, che scambia il privilegio per merito e la cooptazione clanica per confronto.
 Nel familismo d’impresa, si sentiva davvero la mancanza del fondamentale contributo del vicentino Filippo Pavan Bernacchi (classe 1966), occupato in pianta stabile nella concessionaria di famiglia e presidente di
FEDERAUTO: l’associazione che riunisce i concessionari italiani.
Certa imprenditoria è piena di gente che concepisce gli affari come una guerra e dunque legge Clausewitz e Sun Tzu, pensando di applicarli all’economia. Un’altro esempio illustre del genere era
Antonio D’Amato (presidente di Confindustria dal 2000 al 2004): il pastasciuttaro napoletano che si credeva Napoleone, e sicuramente per l’altezza gli assomigliava.
Pavan Bernacchi, ex ufficiale degli Alpini, affronta la crisi dell’auto con cipiglio tutto militare, levando alto il suo verbo direttamente dalle pagine de La Repubblica.
E siccome a noi non piacciono i monologhi, ci permettiamo di aggiungere in calce qualche piccola  osservazione, riportando parte del testo della missiva, che per intero trovate QUI

In Europa Occidentale produrre non conviene più. Questo è la madre di tutti i problemi.

Però nell’Europa occidentale conviene vendere, giacché le ricariche rispetto ai costi di produzione, ed i conseguenti margini di profitto, sono enormemente più elevati.

I fattori sono molteplici. Prima di tutto vi è il costo del lavoro; se paragonato a quello di Cina e India, non c’è match. Battuti in partenza. Ma anche verso i paesi dell’Europa dell’Est, o della ex-Jugoslavia, c’è un abisso.”

Infatti, il costo della vita e dei prodotti al consumo è nettamente più basso, per venire incontro a salari da fame, ai limiti della sussistenza. Ne consegue che nessuno o quasi degli operai che producono vetture in Serbia, Cina, India… potrebbe mai permettersi di comprare le auto che costruisce. L’abisso c’è soprattutto nella capacità di acquisto, che viene compensata dal mercato occidentale: l’unico davvero in grado di assorbire le merci in vendita.

Poi c’è l’aspetto della produttività. Quei popoli hanno fame, anche di lavorare, per cui nel lavoro ci mettono l’anima e sono disponibili a sacrifici su turni notturni o festivi. Come noi nel dopoguerra, per intenderci.

Il famoso “dopoguerra” era caratterizzato da una forte crescita economica, con retribuzioni in continua espansione e non indicizzati al costante ribasso come invece avviene attualmente. Ciò detto, uno stipendio medio in Italia si aggira attorno ai 900 euro (scarsi), con un’incidenza sui costi di produzione inferiore al 9%. Se vi sembrano cifre insostenibili…

Si passa poi agli aspetti sindacali. I sindacati, da noi, sono stati importantissimi in passato per tutelare i lavoratori che non beneficiavano neppure dei diritti elementari. Ora però si invertito il rapporto di forza. I lavoratori sono iper-tutelati e licenziare qualcuno quando l’azienda naviga in cattive acque, o che: rema contro, non produce, si dà malato strumentalmente… è quasi impossibile. E se un imprenditore ci prova il giudice del lavoro, molto spesso, reintegra il dipendente nel suo ruolo comminando all’azienda pesanti sanzioni. Si aggiunga l’estrema facilità con cui si può venire in possesso di un certificato medico che esime il beneficiario dal presentarsi al lavoro e il gioco è fatto.”

Circa il 45% dell’attuale forza lavoro viene assunta a tempo con contratti “atipici”, ed individualizzati, che già prevedono garanzie minime e nessuna forza contrattuale. La sottoscrizione di tali contratti implica retribuzioni al minimo sindacale, piani orari non negoziabili, iper-flessibilità coatta dei lavoratori precari e parasubordinati, ricorso esasperato agli straordinari, generale esclusione dai cosiddetti ammortizzatori sociali e, nei casi più estremi, assenza di liquidazione per i lavoratori “in uscita”. Da ricordare che, nell’Italia del presunto lavoro blindato e ultra-tutelato, esistono ben 31 tipologie contrattuali flessibili, senza contare i nuovi schiavi impiegati nella gran parte delle pseudo cooperative di servizi. E in questo caso, le buste paga (oltre ad essere erogate con intollerabile irregolarità) difficilmente superano i 500 euro mensili, con retribuzioni per 1h/lavoro di 3,75 euro. 

D’altronde questo è il Paese dei falsi invalidi.”

E soprattutto del capitalismo straccione ed assistito dei capitani senza capitali. Delle truffe sui crediti IVA; dei falsi rimborsi comunitari e del falso in bilancio depenalizzato; delle bancarotte fraudolente; del lavoro nero e dell’evasione fiscale, strutturalizzata in prassi ordinaria di impresa. Ma è anche il Paese dei consigli di amministrazione milionari e degli amministratori delegati da 500 mila euro all’anno, con liquidazioni stratosferiche a prescindere dal rendimento aziendale.
È pure il Paese dove il divario tra lo stipendio di un management (spesso incapace quanto e più dei suoi subordinati) e lavoratori ordinari può raggiungere il 320%.
Naturalmente, se il taglio delle retribuzioni delle maestranze sembra essere diventato un imperativo categorico, resta rigorosamente tabù ogni ipotesi di porre un freno alle mega-retribuzioni dei manager, che invece sono protese verso un costante rialzo.
E sulla questione troverete agguerrite legioni di economisti, politici, editorialisti prezzolati, che incensando la magnifica perfezione di un siffatto Mercato, vi parleranno di ottimizzazione dei costi e di flessibilità, spiegandovi quanto sia ‘moderno’ e ‘coraggioso’ cancellare tutte le conquiste sociali degli ultimi 50 anni, in nome di una non meglio precisata “meritocrazia”.
La situazione in oggetto può essere riassunta con un detto scurrile ma efficace, piuttosto in voga a Roma: è facile fare il frocio col culo degli altri.

Poi ci sono le regole per la sicurezza sul lavoro e contro l’inquinamento. Sono sacrosante, ma in un mondo globalizzato o le adottano tutti i paesi, affrontandone i costi – che poi fanno salire i prezzi dei prodotti – oppure chi le applica è tagliato fuori dal Mercato. E quindi molte leggi dovrebbero essere paradossalmente adottate a livello mondiale: tutela lavoratori, tutela ambiente, orario settimanale, straordinari, cuneo fiscale, lavoro minorile, donne e maternità. Solo così si potrebbe competere ad armi pari. Utopia, certo, ma così stanno le cose.

I dividenti degli azionisti di maggioranza sono sacri. Tutto il resto è relativo. Ne consegue che tutto ciò che può abbattere i costi, incrementando i profitti, è lecito: smaltimento clandestino di rifiuti tossici; sfruttamento del lavoro minorile; totale assenza di sicurezza sul posto di lavoro; discriminazione dei lavoratori; assoluta mancanza di tutele e diritti.
Secondo questo punto di vista, anche il lavoro servile risulterebbe troppo costoso poiché, se è vero che uno schiavo lavora a salario zero, costituisce comunque un investimento che per essere sfruttato al meglio richiede vestiario, vitto, alloggio, ed un minimo di cure mediche.
Paradossalmente, la ricetta considerata vincente dai nostri pasciuti padroni (ad ogni cosa il suo nome), che non resisterebbero mezz’ora in una linea di montaggio, è il ripristino delle condizioni lavorative della Seconda Rivoluzione industriale, con il ritorno a quelle realtà di degrado umano e di pauperismo dilagante, che molti di noi hanno imparato a conoscere leggendo i romanzi di Charles Dickens.
Invece di minacciare licenziamenti di massa, e scappare col malloppo degli aiuti di Stato, mentre si fanno tintinnare le catene sotto il naso dei lavoratori, c’è da chiedersi a cosa Pavan Bernacchi ed i suoi voraci soci in affari siano mai disposti a rinunciare…

Io continuo ad avere la mia macchina, il mio autista, il mio elicottero e la mia villa…tutto uguale e loro non ce l’hanno un lavoro…punto…questa è la storia

Antonangelo Liori, manager di Agile, parlando dei lavoratori di Eutelia gettati sul lastrico.

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A buon intenditor…

Posted in Muro del Pianto, Ossessioni Securitarie with tags , , , , , , , , , , , , , , on 9 gennaio 2010 by Sendivogius

 
A Rosarno c’è una situazione difficile come in altre realtà, perchè in tutti questi anni c’è stata troppa tolleranza, senza fare nulla di efficace, che ha alimentato da una parte la criminalità e dall’altra ha generato una situazione di forte degrado

 (Roberto Maroni, Ministo dell’Interno)

 Un po’ come la ‘munnezza’ in Campania… Ricordate?
“Napoli, aveva un problema non stiamo a riparlarne, noi sappiamo quale”.
La Calabria pure… Fortuna che i maroni non mancano mai!
Ed è chiaro che, per l’Himmler padano prestato al Viminale, l’intollerabile problema che affligge il territorio calabrese siano i NEGRI.
Invece, non sembra destare alcuna preoccupazione nei Cattivik di governo la presenza, dominante nella regione, di una delle mafie più potenti del pianeta. La ‘Ndrangheta (così si chiama), notoriamente, è un’invenzione dei comunisti. Infatti, come tutti sanno, il vero problema sono le famigerate bande di negri che scorrazzano impunite per le amene contrade calabre, da sempre consacrate alla più stretta legalità finché non è giunta l’orda barbarica.
Sono i negri che controllano la grande criminalità. E negri sono i capi delle ‘ndrine locali.
Sono sempre i negri che condizionano il mercato degli appalti, organizzano le grandi truffe per accaparrarsi i finanziamenti pubblici, controllano il ‘voto di scambio’, impongono il pizzo alle poche attività autonome e impermeano col loro sistema criminale un intero tessuto economico.
Interamente composte da negri stranieri sono pure le cosche che gestiscono il traffico internazionale di stupefacenti, insieme al riciclaggio di denaro sporco (da oggi ancora più facile, grazie allo ‘scudo fiscale’ governativo).
Questi negri maledetti! Che per decenni hanno contaminato le coste calabresi con l’affondamento delle “navi dei veleni”, nella totale indifferenza di autorità e abitanti, tramite il lucroso smaltimento clandestino dei rifiuti tossico-radioattivi.
Negri sono pure i clan che organizzano rapimenti, eseguono omicidi, infettano il territorio con faide tribali che si consumano per decenni.
Sporchi NEGRI DI MERDA sono gli Strangio, i Mammoliti, i Piromalli, i Molè, i Tripodo, i Macrì, i Morabito, i Pelle, i Condello, i Bellocco… e gli oltre 150 gruppi criminali organizzati della regione a più alta densità mafiosa d’Italia.
Tuttavia, ciò che preoccupa il ministro Maroni ed i placidi abitanti di Rosarno (che di null’altro si preoccupano) sono i raccoglitori stagionali di origine africana. Sono, per l’appunto, i soliti ‘negri puzzolenti’… I nuovi Balotelli d’Italia! Gli alieni venuti dalla Luna…

Per quella sorta di entità criminofila chiamata “Stato italiano” è assolutamente normale ciò che avviene nelle campagne italiane, e non solo… È prassi comune che i braccianti agricoli vengano impiegati, rigorosamente al nero, nella raccolta stagionale da moderni negrieri che pagano loro 25 euro, per 12-14 ore di lavoro nei campi, incoraggiando con bastonate (quando la circostanza lo richiede) la produttività degli schiavi a giornata, e lesinando persino sull’acqua (mezzo litro al giorno). Inoltre, è cosa buona è giusta che i caporali che smistano il bestiame umano nei campi, pretendano ‘per il disturbo’ 5 euro da ogni lavorante.
Se poi qualcuno di questi animali bipedi si sente male, basta portarlo via e abbandonarlo a crepare da qualche parte lontano dal campo. Se qualcuno protesta, eliminalo! E che sia di lezione agli altri [qui].
Questo non preoccupa minimamente i vari maroni di governo… Non il Ministero del Welfare (per un popolo che non spiccica una parola di inglese ma ama i termini anglofoni). E meno che mai allerta gli ispettori degli “Uffici provinciali del lavoro”.
Certamente, gli standard di vita sub-umani e la grave situazione di sfruttamento illegale non interessano il Ministero delle Politiche sociali, quasi la cosa non lo riguardasse.
E tanto meno se ne sente coinvolta la Regione Calabria dell’incredibile governatore Loiero. Uno che per inviare saltuariamente un presidio mobile sanitario per normale (e doverosa) profilassi, montare qualche doccia da campo o svuotare un paio di cessi chimici, si aspetta forse di essere finanziato con qualche altro centinaio di milione di euro a fondo perduto.
Meno di tutti sembrano indignarsi i bravi abitanti di Rosarno e della Piana di Gioia Tauro, che invece non trovano niente di meglio che giocare al tiro a segno coi negri di ritorno dai campi. E guai se all’ennesima provocazione, che coincide con tentato omicidio, gli schiavi osano ribellarsi dando prova di un senso di comunità e di solidarietà collettiva, assolutamente sconosciuta da queste parti.
Rosarno, amministrazione sciolta per infiltrazione mafiosa, mica insorge contro lo strapotere della ‘ndrangheta. Noooo, sia mai! Presidia il territorio contro l’invasione dei negri, che si ribellano alla prepotenza dei picciotti affiliati alle cosche. E lo fa insieme ad Antonio Bellocco, compaesano benemerito e rampollo della ‘ndrina locale.
In fondo, sparare agli schiavi negri mica è reato! Dove sarebbe il problema?!?
Andate su un qualsiasi motore di ricerca; scrivete “omicidio a Rosarno” e fatevi una ‘cultura’… Oppure cliccate direttamente qui e gustatevi il resto del riepilogo. Su questo, specialmente a Rosarno, non hanno niente da dire… non risultano occupazioni del Municipio, o manifestazioni di pubblica condanna o blocchi stradali di protesta. No, i solerti cittadini di Rosarno e dintorni si fanno prendere dalle convulsioni securitarie solo quando il negraccio ingrato osa ribellarsi alla schiavitù, sfuggendo al naturale ordine delle gerarchie razziali.

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