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LA BANCA DI TREMONTI

Posted in Business is Business with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 ottobre 2009 by Sendivogius

Liberthalia - G.TremontiCome rilanciare l’economia nel Paese della crisi che non c’è?
Quali iniziative promuovere per lo sviluppo del Meridione?
In che modo facilitare l’accesso al credito per le micro-imprese?
Tanto per cominciare, sarebbe bene NON istituire l’ennesimo ente inutile: una falsa gallina dalle uova d’oro, ingrassata con iniezioni di steroidi finanziari, da spennare in tempi di magra.
Da tempo siamo abituati agli artifici finanziari che hanno fatto la fortuna (personale) di Giulio Tremonti, fiscalista esperto in evasione fiscale, promosso per indubbi meriti sul campo a Tesoriere del Re, e divenuto sciagura collettiva. Eppure il pirotecnico ministro, che ha in puzza banchieri ed economisti, riesce sempre a stupire… E non in meglio! L’ultima creazione partorita dal pallottoliere di Tremonti ha l’odore dolciastro e stordente dei cadaveri sotto formaldeide, in omaggio alle più nefaste esperienze del passato. ‘Esperienze’ che devono piacere molto ai famuli della diaspora craxiana. Infatti, il progetto di Super-Giulio guarda lontano, nella pattumiera di famiglia, volto alla realizzazione di una struttura creditizia, a base territoriale, e sulla falsariga della sventurata “Cassa del Mezzogiorno” riesumata sotto le mentite spoglie (dal nome poco fantasioso) di “Banca del Mezzogiorno”.
È una questione di copyright, spiega il vulcanico Giulio: lui avrebbe voluto chiamarla “Banca del Sud”, ma il nome era già stato depositato.
Sulla necessità di un nuovo istituto bancario a vocazione sudista, il ministro spiega:

«Il mezzogiorno è l’unica parte d’Italia senza banche proprie. C’erano, ma sono venute meno»

Sì, in effetti i cari estinti erano venuti a mancare all’affetto dei loro cari, causa commissariamento per grave dissesto contabile a rischio fallimento. E con concreti sospetti di infiltrazioni mafiose. Ça va sans dire. Per esempio, “è venuto meno” il Banco di Sicilia, assorbito dall’Unicredit dopo decenni di sofferenza finanziaria. Emblematiche sono state le sorti del Banco di Napoli, acquisito dal gruppo Sanpaolo IMI nel 2002.
Carrettino siciliano - blog.alfemminile.comConfortati da tali precedenti, il ministro Tremonti ci assicura che la sua Banca del Mezzogiorno non sarà un “carrozzone”.
Tutt’al più, sarà un carrettino siciliano… Con la sua orchestrina, il pifferaio per i gonzi e la lupara nel cassone; i ciuchini coi paramenti della festa, sovraccarichi di nappe e nastrini, ma nutriti alla greppia pubblica.
Ma il Tremonti, improvvisatosi banchiere, insiste: “La nuova banca servirà a finanziare le piccole e medie imprese” secondo un “modello disegnato dallo Stato ma realizzato dai privati”. Con grande coerenza, The Amazing Julius specifica:

«Lo Stato non avrà un ruolo nella Banca del Mezzogiorno. Ne sarà promotore, sottoscriverà una quota simbolica di minoranza»

Infatti il grosso degli ‘oneri di partecipazione’ (chiamiamoli così) spetteranno a Poste Italiane S.p.A, per le quali è previsto “un ruolo importante”, e dunque ricadranno inevitabilmente sullo Stato che di fatto controlla le Poste.
È facile intuire che, a stretto giro di posta, il cerino (e soprattutto il cetriolo) ritorna sempre al punto di partenza. Ad accoglierlo ci saremo noi tutti, proni a subir tacendo.
Opportunamente supportata dalla solita favoletta degli investimenti privati e le fantasmatiche ‘cordate patriottiche’, è già pronta la cortina fumogena attorno ad un probabile collettore per finanziamenti clientelari e prebende assistenziali, come tradizione vuole.
darko Ma seguiamo pure il Bianco Coniglio nel Paese delle Meraviglie…

Lo Stato, in qualità di “socio fondatore”, si pone come “facilitatore di processi e dell’iniziativa privata”. Con tale ruolo, deve pertanto “avviare l’iniziativa e favorire l’aggregazione di una maggioranza rappresentata da soggetti privati”.
In pratica, il Presidente del Consiglio (Silvio Berlusconi) su indicazione del suo sommo tesoriere (Giulio Tremonti) nomina un “comitato promotore” di 15 persone “in rappresentanza delle categorie economiche e sociali, di cui almeno cinque espressione di soggetti bancari e finanziari con sede legale in una delle regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sardegna e Sicilia) e uno di Poste Italiane”.
Ovvero: una conventicola d’affari, selezionata per appartenenza politica, con lauti stipendi a carico pubblico. A questi vanno poi aggiunti un’altra trentina di “consiglieri”, sui criteri di scelta dei quali non dubitiamo…
Al comitato è altresì demandata l’ardua impresa di
“individuare e selezionare i soci fondatori, diversi dallo Stato, tra istituti di credito operanti nel Mezzogiorno, imprenditori o associazioni di imprenditori, società a partecipazione pubblica, nonché tra altri soggetti che condividano le finalità della Banca”. L’obiettivo del nobile tentativo dovrebbe essere il sostegno a progetti di investimento nel Meridione, aprire il credito alla media e piccola impresa, creare nuovi sbocchi occupazionali e la nascita di nuove attività “anche con il supporto di intermediari finanziari con adeguato livello di patrimonializzazione”.
E chi meglio della mafia potrebbe fungere da intermediario, con l’opportuna copertura di capitale?
Fin qui niente di nuovo: il solito corollario di buone intenzioni, attorno a roba già vista con la fallimentare (e costosissima) Cassa del Mezzogiorno. Dispiace piuttosto che ad una simile farsa si presti un istituto serio come la BCC (Banca di Credito Cooperativo), probabilmente trascinata nell’avventura dall’onorevole Pdl  Denis Verdini, socio e dirigente BCC.
La vera novità dell’iniziativa consiste nell’emissione di titoli azionari e obbligazioni a “regime fiscale di favore”. Infatti, la Banca del Mezzogiorno si propone di agire:

“attraverso la rete di banche e delle istituzioni che aderiscono all’iniziativa con l’acquisto di azioni e può stipulare apposite convenzioni con Poste italiane
(…) favorire lo sviluppo di servizi e strumenti finanziari per il credito di medio-lungo termine nel Mezzogiorno
(…) offrire consulenza e assistenza alle piccole e medie imprese per l’utilizzo degli strumenti di agevolazione messi a disposizione da amministrazioni pubbliche, istituzioni multilaterali e organismi sopranazionali”.

Dopo il successone dei cosiddetti “Tremonti-bond”, rifiutati in blocco dai maggiori gruppi bancari, l’imperturbabile ministro ci riprova e crea per la bisogna una propria banca alla quale rifilare le sue securities senza mercato, a copertura di un bilancio disastrato, e rilanciare (se mai c’è stata) l’economia meridionale. Il tutto avviene di comune sinergia e in parallelo con le teorie monetariste, ormai note, applicate su scala nazionale.
Ciò che in paesi più fortunati del nostro viene considerato un’ipotesi parossistica, buona per una sceneggiatura da fumetto pulp ma difficilmente praticabile nel reale, da noi è la norma. Pertanto, ricorreremo ancora una volta alle illuminanti tavole di “AKUMETSU” (alle quali abbiamo dato un tocco di colore), che ben illustrano la manovra in atto con l’ingenuità dei semplici. Si tratta di un manga nipponico di  cui abbiamo già parlato qui.
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Siccome lo Stato sarebbe solo un promotore senza ruolo, coerentemente garantirà le obbligazioni emesse dalla Banca del Mezzogiorno: privata per statuto ma pubblica di fatto per quanto riguarda la copertura dei rischi di insolvenza. Infatti, “nei primi 2 anni dalla prima emissione la banca può essere assistita dalla garanzia dello Stato che copre il capitale e gli interessi”. A questa si aggiunge l’ulteriore copertura (sempre coi pubblici denari) di Poste Italiane, cooptate nello spaccio generalizzato di titoli al portatore.
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Gli istituti di credito che aderiscono al progetto potranno poi rifilare allo Stato i mutui stipulati a medio e lungo termine dalle imprese meridionali. È facile immaginare che la sedicente Banca del Mezzogiorno diverrà un deposito titoli per debitori insolventi a carico pubblico. Come ciò possa “creare portafogli efficienti in termini di diversificazione e riduzione del rischio” non è dato sapere.
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Stato e Poste dello Stato sono gli unici a metterci i quattrini veri. A fondo perduto. I soli a pagare in caso di perdita. Entrambi dovranno erogare gli stanziamenti per il credito reale e accollarsi le insolvenze, al contrario dei privati che incasseranno invece i dividendi di azioni e consulenze, riducendo al minimo i rischi di impresa. È la solita storia delle privatizzazioni all’italiana.
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06 - akumetsu_v02_141In particolare, la contropartita per la BCC è abbastanza ghiotta: la Banca del Mezzogiorno, avvalendosi dell’intermediazione della BCC, dovrà “stimolare e sostenere la nascita di nuove banche a vocazione territoriale nelle aree del Sud”, sviluppate secondo i meccanismi del credito cooperativo e dunque poste sotto controllo BCC (in probabile funzione anti INTESA-Sanpaolo e Unicredit che non hanno sottoscritto a loro tempo i bond tremontiani).
La nuova rete bancaria potrà emettere a sua volta, per il proprio sostegno e per i successivi 5 anni, altre
“azioni di finanziamento, sottoscrivibili solo da parte di fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo della cooperazione”.
E chi sottoscriverà i nuovi titoli, garantendo il loro valore tramite l’acquisto costante? Avete indovinato vero?!? Il Ministero dell’Economia, ovvero Tremonti, potrà emettere decreti propri per autorizzare (e soprattutto imporre) ad enti pubblici e società partecipate dello Stato, la sottoscrizione del capitale bancario e l’acquisto dei nuovi titoli, cooptando così nella struttura le partecipate pubbliche in qualità di “soci finanziatori”.
In altre parole, lo Stato si lega mani a piedi alle sorti della Banca. Però in caso di fallimento, che il ministro chiama eufemisticamente andamento non soddisfacente, dopo 5 anni di attività “l’intera partecipazione posseduta dallo Stato, salvo un’azione, è ridistribuita tra i soci fondatori privati. I soci fondatori prevedono nello Statuto le modalità per l’acquisizione delle azioni sottoscritte dallo Stato al momento della fondazione”. In pratica, lo Stato si ritroverà in mano carta straccia che nessun operatore dotato di buonsenso comprerebbe mai!

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Finanza Creativa (II)

Posted in Business is Business with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 marzo 2009 by Sendivogius

 

 “The Italian Job

 

ponzi1 Immaginate una sala scommesse, dove allibratori senza scrupoli vendono pacchetti differenziati a giocata multipla garantendo vincite sicure, ad alto rendimento, in cambio di puntate relativamente modeste purché continue.

Immaginate che le quote siano co-finanziate dagli stessi allibratori con la concessione di prestiti non garantiti che, attraverso un afflusso costante di nuovi scommettitori, spingono al rialzo il valore delle eventuali vincite.

Immaginate una sacca speculativa che, con nuovi azzardi e l’estensione condivisa del rischio, si autoalimenta tramite iniezioni fittizie di denaro, incrementa il debito, dilazionando il pagamento dei crediti. E la bolla continua a gonfiarsi, finché non giunge il momento di rifondere il prestito originario, spacchettato a sua volta in obbligazioni creditizie negoziabili, piazzate ad ignari portatori-investitori. Il loro valore solvibile è molto simile a quei bigliettini chiamati “pagherò”, che gli incalliti giocatori di poker sottoscrivono, pur nella consapevolezza di non essere nella condizione di saldare.

Il meccanismo, che per la sua creatività finanziaria è (impropriamente) ricollegabile alle cause dell’attuale crisi economica, continua ad essere riproposto con perversità ciclica nei mercati senza regole della finanza globalizzata.

Le modalità di applicazione rispondono, o quantomeno si ispirano, ad uno “schema” consolidato che dal suo ‘misconosciuto’ creatore, Charles Ponzi, prende il nome.

 

IL RE DELLA TRUFFA

Quando Carlo Ponzi sbarcò a Boston, nel novembre del 1903, era solo l’ennesimo emigrato italiano, di belle speranze e pochi spiccioli, venuto a cercar fortuna in America.

charles-ponziOriginario di Lugo di Romagna (dove era nato il 3 marzo 1882), il giovane Ponzi aveva lasciato presto il suo impiego alle Poste, per inventarsi studente universitario a Roma e sperperare tutti risparmi in gozzoviglie e divertimenti, giocando alla bella vita. A corto di quattrini, decide di riparare negli Stati Uniti e durante la traversata perde gli ultimi denari in scommesse e gioco d’azzardo. Il ragazzo ragiona in grande, ma per il momento si deve accontentare di lavorare come sguattero e lavapiatti in un ristorante. Risparmia sull’alloggio perché dorme sul pavimento delle cucine. Però è accattivante, di bell’aspetto, parla bene l’inglese, e presto diventa cameriere. Impiego che non conserva a lungo, perché truffa i clienti sui resti e gratta i soldi dalla cassa.

Nel 1907, Ponzi si trasferisce in Canada, a Montreal, dove in qualche modo riesce a farsi assumere come aiuto-cassiere nella banca fondata da un altro italiano, Luigi Zarossi, che ha costruito la sua fortuna grazie alle rimesse degli emigranti garantendo tassi d’interesse del 6%, al doppio di quello vigente presso gli altri istituti canadesi. Probabilmente, prima di essere affinato, il futuro ‘sistema Ponzi’ trova ispirazione proprio nella disinvolta gestione della banca. Il “Banco Zarossi” versa infatti in gravi difficoltà finanziare, a causa di una serie di speculazioni sbagliate nel mercato immobiliare, e utilizza i fondi dei nuovi clienti per pagare gli interessi sul debito. Il giochino continua fino all’inevitabile fallimento della banca, quando il buon Louis scappa in Messico con gli ultimi soldi che i risparmiatori gli avevano affidato. Necessità fa virtù e Ponzi, di nuovo disoccupato, non si perde d’animo… Capisce che la sua fortuna è negli USA. Di nuovo a corto di quattrini, riesce a impossessarsi del libretto d’assegni di un ex correntista del ‘Banco’ e si intesta un assegno di $423.58  falsificando la firma di un direttore di filiale. Beccato, deve rimandare la sua partenza perché si fa tre anni di prigione a Montreal.

Nel 1911, Ponzi riesce finalmente a rientrare negli USA. Arriva fino ad Atlanta e subito trova ospitalità nelle carceri della Georgia, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (di italiani). La prigione federale, dove rimane per due anni, si rivela un’altra esperienza proficua: collabora come traduttore, facendo conoscenza con i boss corleonesi della Mano Nera. Soprattutto, entra in contatto con Charles W. Morse, il Re del Ghiaccio, speculatore e affarista di NY.  

Dopo la scarcerazione, Charles Ponzi si sposta nuovamente a Boston e nel 1918 si sposa con una ragazza di origini italiane. Non per questo rimane con le mani in mano dimostrandosi, a suo modo, un precursore… Si dedica infatti alla raccolta di annunci pubblicitari, con la realizzazione di un catalogo specializzato per imprese ed esercizi commerciali. Il progetto tuttavia non va in porto, a causa della cronica carenza di fondi. Ma ecco che tramontata un’idea, ne sorge subito un’altra più grandiosa. In risposta ad una sua precedente lettera indirizzata ad una società che lavora in Spagna, Ponzi riceve una richiesta di notizie dettagliate sulla potenziale rivista. Allegata alla missiva trova un IRC (International Reply Coupon), un ‘buono di risposta internazionale’, per l’affrancatura della lettera di ritorno. L’IRC è un buono prepagato con validità internazionale, che viene utilizzato in sostituzione dei normali francobolli. In pratica, permette di spedire lettere già affrancate all’estero. La validità del coupon è standardizzata a livello internazionale, ma il costo d’acquisto varia a seconda dei singoli stati. Questo vuol dire che, al momento della conversione in francobolli, lo stesso IRC acquistato negli USA al prezzo di un dollaro (in sostituzione di un francobollo da 1 $), in Italia potrebbe avere invece un valore equivalente a 30 centesimi di dollaro. In tal caso, il margine di profitto sarebbe del 70% qualora i coupon fossero acquistati in Italia e convertiti poi in francobolli americani. Basata essenzialmente sull’acquisto e sulla vendita dello stesso bene in due mercati diversi, si configura come una operazione di tipo finanziario, conosciuta dagli operatori di settore col nome di “arbitraggio”, che genera un profitto immediato lucrando sulle differenze di prezzo.

Inutile dire che il vulcanico Ponzi vede nella circostanza una incredibile fonte di guadagno.

 

LO ‘SCHEMA PONZI’

Charles Ponzi costituisce una nuova società: la Securities Exchange Co e gli IRC movimentati alla stregua di “titoli di cambio” pagabili al portatore: attraverso una rete di agenti mandatari in Italia, Ponzi acquista i coupon postali; gli IRC acquistati in Italia vengono trasferiti in USA e convertiti in francobolli americani, approfittando del cambio vantaggioso.

Per i capitali di investimento si ricorre a finanziatori terzi, ai quali Ponzi assicura rendimenti eccezionali a pronto termine, con tassi d’interesse del 50% e corresponsione del capitale entro 90 giorni dall’investimento iniziale.

Una seconda rete di agenti a provvigione, ben pagati, che agisce secondo i meccanismi del marketing multi-level, si preoccupa di procacciare clienti in territorio americano, specialmente tra la comunità degli emigrati italiani. Finché le quote di partecipazione affluiscono copiose, insieme ai nuovi investitori, la compagnia continua a corrispondere regolarmente i dividendi, contribuendo alla creazione di piccole fortune patrimoniali, che rendono Ponzi popolarissimo tra i molti beneficiati.

Dal Febbraio al Maggio del 1920, la “Securities Exchange” passa da un capitale di $5.000 a $420.000. A Luglio dello stesso anno, Ponzi ha raccolto fondi per svariati milioni di dollari e possiede il controllo di una banca: la Hanover Trust Bank.

In realtà, ad una più attenta analisi finanziaria, la Securities Exchange lavora in costante perdita, nonostante la società riesca a raccogliere fino a $250.000 al giorno. Il suo passivo cresce in parallelo con la liquidazione delle quote, senza che gli investimenti riescano a colmare un pauroso buco di bilancio (opportunamente occultato nei libri contabili). Innanzitutto, i tassi di cambio degli IRC, al netto delle spese di gestione e di commissione, non risultano così vantaggiosi come Ponzi credeva ed il saggio di profitto è notevolmente inferiore rispetto alle aspettative originarie. Gli stock di “buoni” (gli IRC) sono nettamente inferiori, in rapporto a quelli che dovrebbero essere necessari alla capitalizzazione finanziaria della compagnia. La maggiorazione delle quote investite dai clienti dovrebbe essere ulteriormente garantita da una serie di arzigogolate operazioni di ingegneria finanziaria che in realtà sono inesistenti.

Lo Schema Ponzi è un sistema a perdere in cui le rimesse degli ultimi arrivati pagano gli interessi maturati dai primi investitori. Se il flusso dei nuovi clienti si interrompe, la liquidazione delle quote promesse diventa impossibile a causa dell’inevitabile prosciugamento dei fondi in deposito in assenza di versamenti.

Il Boston Post, quotidiano che aveva inizialmente elogiato lo schema creato da Ponzi, inizia ora a criticarne aspramente i limiti e le ambiguità. Escono fuori i precedenti penali di Ponzi, insieme alla sua fedina non proprio immacolata. Le autorità federali iniziano una serie di indagini fiscali. Tra i risparmiatori inizia a diffondersi il panico con la corsa al ritiro. La società dell’intraprendente romagnolo inizia a scricchiolare paurosamente, prima dell’inevitabile collasso. Ma Ponzi fa una cosa ‘strana’… evidentemente convinto del suo ruolo di imprenditore, irretito dall’abito di filantropo che gli è stato cucito addosso, invece di scappare all’estero col malloppo (come già aveva fatto Zarossi) continua a pagare i premi ai suoi clienti che sempre più numerosi si presentano agli sportelli della banca, fino ad esaurimento fondi.

La parabola di Ponzi dura circa un anno. Arrestato nel novembre del 1920 per bancarotta e frode, viene condannato ad una pena complessiva di 13 anni: ai cinque anni iniziali se ne becca altri 9 durante il processo d’appello come “ladro comune e notorio”. Questo pure perché Ponzi, uscito su cauzione, ha pensato bene di “darsi alla macchia”. Infatti ricompare in Florida, dove si fa chiamare Charles Borelli, e subito organizza una nuova truffa fondiaria ai danni di sprovveduti farmers. Arrestato nuovamente, ancora una volta esce su cauzione e ripara in Texas dove cerca disperatamente un imbarco per l’Italia e l’impunità.

Il 28 Giugno del 1926, viene arrestato a New Orleans a bordo di un mercantile italiano.

Rilasciato nel 1934, viene immediatamente espulso dagli USA (Ponzi non aveva mai ottenuto la cittadinanza). Tornato in Italia, si guadagna da vivere come traduttore. Mussolini lo coopta nel suo governo, affidandogli incarichi di gestione finanziaria. E Ponzi dimostrerà di essere talmente incompetente in materia da venir trasferito come impiegato nella “Ala Littoria”, l’allora compagnia di bandiera, distaccato a Rio de Janeiro in Brazile dove lavora dal 1939 al 1942. Con la guerra, i voli vengono sospesi e Ponzi perde nuovamente l’impiego, ma rimane a Rio dove muore il 18 Gennaio 1949 in un ospedale per poveri.

Tuttavia, il “Ponzi-scheme” non muore col suo ideatore e gli emuli non mancano: dalle ‘finanziarie piramidali’ ai ‘banchieri di Dio’, che però meritano una trattazione a parte.

 

ANNO 2009

wall-street-1929 In tempi più che recenti, il famigerato schema è stato riproposto da businessman senza scrupoli come Nicholas Cosmo, che con la sua Agape World Inc ha rastrellato qualcosa come 400 milioni di dollari. Cosmo è stato arrestato a NY il 26 Gennaio di quest’anno.

Ma il più ‘famoso’ di tutti è sicuramente un ex bagnino di Long Island, passato dalle spiagge della Grande Mela alla presidenza del Nasdaq: Bernard Madoff il quale, con la sua Investement Securities, ha realizzato la più grande truffa finanziaria di tutti i tempi. Pare che la cifra si aggiri intorno alla modica cifra di 50 miliardi di dollari. Il caro Bernie, senza strafare, prometteva rendimenti sicuri ad un tasso ragionevole del 10% – 15%. Il fatto che gli hedge funds di Madoff fossero immuni dalle oscillazioni del mercato finanziario, garantendo un rendimento costante, con un saldo sempre in positivo, evidentemente non ha mai destato sospetti tra i suoi pur facoltosi clienti. Almeno fino al crollo dell’intero sistema, quando con le prime avvisaglie delle crisi economica gli investitori sono tornati a reclamare le loro quote.

Nella rete di Madoff sono confluiti fondi pensione, piccoli risparmiatori e grandi istituti finanziari, fondazioni ed enti di beneficenza collegati al bel mondo di Hollywood. Tutti molto convinti della solidità dei Jewish Bond emessi da Madoff, che ha truffato mezza comunità ebraica d’America. Tra le vittime dei salotti buoni che contanto, c’è anche il regista Steven Spielberg ed il premio nobel Elie Wiesel. Tra le banche (fonte: http://www.finansol.it/?p=1078) si registrano scoperti per svariati milioni di dollari:

– UNICREDIT, 75 milioni

– BANCA POPOLARE, 60 milioni
– BNP Paribas, 350 milioni
– Bbva , 300 milioni
– Hsbc, 1 miliardo
– Natixis, 450 milioni
– Rbs, 400 milioni di sterline
– Axa, 100 milioni di euro
– Man Group, 360 milioni di dollari
– Nomura, 302 milioni di usd
– Credit Agricole, 10 milioni

Naturalmente, tali perdite rischiano di coinvolgere, loro malgrado, i clienti degli istituti interessati ed i contribuenti tutti, arruolati a forza nei cosiddetti “piani di salvataggio”. Questo dopo che magari si è convinti i lavoratori ad affidare la gestione del proprio TFR ai fondi di categoria, tutti altamente sicuri e garantiti. Come quelli di Madoff.

 

P.SBuona parte delle informazioni presenti in questo articolo sono state desunte da wikipedia. Un particolare ringraziamento va invece rivolto ai lettori di Liberthalia: il post dedicato a “Il Mostro di Roma” ha raggiunto quasi 200 visualizzazioni nelle prime 56 ore dalla pubblicazione. Per chi scrive, sono piccole (grandi) soddisfazioni.