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La Nevrosi del Convertito

Posted in Kulturkampf, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 ottobre 2014 by Sendivogius

Irshad Manji

Per quanto il fenomeno rientri tra gli effetti collaterali di ogni proselitismo religioso, lo zelo esibito e fanatico del neofita, integralizzato nei fondamenti assoluti della sua nuova fede, da solo non basta a spiegare i fatti di Ottawa, o gli exploit fai-da-te del monomaniaco lobotomizzato a colpi di tecno-jihad.
Explain the DifferenceIn realtà, la religione (qualunque essa sia) non costituisce mai un fine, ma è sempre il mezzo col quale gli psicotici danno libero sfogo alle loro Gli Isl'Amici e la Democraziafrustrazioni. Che poi sia una certa interpretazione dell’Islam, degenerato in perversione della mente, ad alimentare le turbe ossessive del momento, questa rappresenta soltanto un riflesso del degrado dei tempi. E ciò avviene soprattutto dinanzi al proliferare di disadattati sociali, variamente disturbati, neo-convertiti alla religione della pace: a mal vedere, l’unica che fa della guerra santa un atto fondante del proprio culto, inserendola nei doveri religiosi del ‘vero’ credente.

islamic-radicalsSobria manifestazione di Isl’Amici, perfettamente integrati nei paesi europei cha hanno l’indubbio piacere di ospitarne la presenza

Nei casi patologicamente più aggravati, sono quelli che per dimostrare quant’è profondo il rapporto coi “fratelli” acquisiti in Allah rinnegano ogni Gli Isl'Amici e la Democrazia (1)legame con la propria vita precedente, rigettata come “impura”. E che magari si sentono in dovere di immolarsi pubblicamente in azioni suicide, in modo da entrare nell’agognato mondo dei morti della Janna e poter così giacere ogni notte con dozzine di compiacenti fanciulle dagli occhi neri (le Urì), che riacquisiscono la verginità al termine di ogni amplesso, per tornare ad essere nuovamente deflorate (un tormento!) dall’ingrifato mujaheddin trapassato a miglior vita.

Life after Beth

E per questo smaniano per aggregarsi alle orde barbute dell’Isis, ed essere ricordati come martire del giorno tra gli isl’amici, reputando un preciso atto di devozione schiavizzare le donne dei nemici abbattuti, brutalizzare le popolazioni asservite, lapidare le adultere o scannare i prigionieri, per piacere a dio.
Siria - Vita quotidiana a RaqqaPer descrivere lo stato di dissonanza cognitiva, che contraddistingue un simile stato di alterazione compulsiva, in una delle sue opere più famose (pubblicata nel 1998), Naipaul parlava di “nevrosi primaria del convertito”.

Fedeli a Oltranza  «L’Islam è originariamente una religione araba; tutti i musulmani non arabi sono convertiti.
L’Islam non è solamente una questione di coscienza o di fede personale: ha aspirazioni imperialistiche. Il convertito cambia la sua visione del mondo, perché i luoghi santi sono in terra araba, perché la lingua sacra è l’arabo. Cambia pure la sua idea della storia: il convertito rinuncia alla propria e diventa, che gli piaccia o no, parte della storia araba. Quindi deve voltare le spalle a tutto ciò che gli è proprio. Lo sconvolgimento sociale che ne deriva è enorme e può protrarsi anche per mille anni, mentre l’atto di “voltare le spalle” deve essere ripetuto in continuazione. Di conseguenza gli uomini si creano immagini fantasiose di chi sono e cosa sono e nell’Islam dei paesi convertiti si insinua un elemento di nevrosi e di nichilismo. Da qui la facilità di tali paesi a infiammarsi.
[…] Può anche darsi che le grandi conversioni, delle nazioni o delle culture…. avvengano quando gli uomini non hanno più un’idea di sé, e non hanno i mezzi per capire e recuperare il passato. La crudeltà del fondamentalismo islamico è che permette solo a un popolo – gli arabi, il popolo originario del Profeta – di avere un passato e luoghi sacri, pellegrinaggi e onoranze alla terra. Questi luoghi sacri arabi diventano i luoghi sacri di tutti i popoli convertiti. I convertiti devono sbarazzarsi del proprio passato; a loro non si chiede altro che una fede purissima (se è mai possibile una cosa simile): Islam, sottomissione. La forma più intransigente di imperialismo

  V.S. Naipaul
FEDELI A OLTRANZA.
  Un viaggio tra i popoli convertiti all’Islam
Adelphi (Milano, 2001)

Naipaul Sir Vidiadhar Surajprasad Naipaul (questo il suo nome per intero!), “baronetto” di sua Maestà britannica (1990), Premio Nobel per la letteratura nel 2001, e un carattere impossibile, rientra a pieno titoli negli scrittori che si apprezzano per le proprie Luttwakopere (a noi capita la stesso con E.N.Luttwak), ma che mai si vorrebbero frequentare di persona.
Arrogante, indisponente, provocatoriamente altezzoso, sessista, insopportabile misantropo e rabbioso misogino, ma anche scrittore raffinatissimo e personaggio sofisticato, Naipaul è quanto di più prossimo alle parole che il regista Giuseppe Tornatore fa pronunciare ad Onoff/Depardieu, in uno dei suoi film più riusciti:

Una pura formalità«Non bisognerebbe mai incontrare i propri miti. Visti da vicino ti accorgi che hanno i foruncoli. Rischi di scoprire che le grandi opere che ti hanno fatto sognare tanto le hanno pensate stando seduti sul cesso, aspettando una scarica di diarrea

“Una pura formalità”
(1994)

Nonostante i difetti, Naipaul è una sorta di anemometro del vento fondamentalista, che ha saputo misurare con ampio anticipo, cogliendone la pressione laddove le correnti erano più forti ed il fenomeno meno investigato, nel sostanziale disinteresse di un Occidente, che evidentemente si reputava immune alla perturbazione integralista.
Gli Isl'Amici e la Democrazia (2)L’opera si struttura in quattro parti: Indonesia; Iran; Pakistan; Malesia. A suo modo, e con piglio quasi etnografico, Naipaul è tra i primi a mettere in luce il fuoco interiore che sembrano contraddistinguere società diverse, dalla struttura ancora feudale e frammentata nelle sue divisioni tribali. Tutte sono unite dalla comune ossessione per un ideale sempre più distorto e ancestrale di “purezza religiosa”, in una persistente nevrosi culturale e identitaria. A questa si accompagna un’incapacità cronica nel gestire le complessità della modernità, concepita dagli interessati più che altro come una crosta superficiale, a retaggio della colonizzazione britannica.
Oggi si tende, con una certa facilità, a liquidare il sedicente Stato islamico di Iraq e Levante come qualcosa di completamente estraneo alla tradizione musulmana, in quanto aberrazione della medesima. E se pessime sono le criminalizzazioni nella semplificazione generalizzata, nemmeno giovano le assoluzioni a priori, nella rimozione di peculiarità che, prima ancora che negate, andrebbero meglio confutate, onde prevenire i rischi.
I confini ideali del CaliffatoIn concomitanza con l’avvento dell’ISIS, vale la pena rileggere le pagine che Naipaul dedica al suo viaggio nel sub-condinente indiano e soprattutto al Pakistan (la Terra dei puri), che l’Autore dichiara evocativamente “fuori dalla mappa della storia”, e cogliere le differenze con l’ibrido mediorientale attualmente in fieri

British_soldiers_looting_Qaisar_Bagh_Lucknow«Il periodo britannico fu un periodo di rinascenza indù. Gli indù, soprattutto in Bengala, accolsero con favore la nuova scienza di stampo europeo e le istituzioni introdotte dai britannici. I musulmani, feriti dalla perdita del potere e in obbedienza a vecchi scrupoli religiosi, rimasero a guardare. Fra le due comunità si venne così a creare un divario intellettuale, che con l’indipendenza non ha fatto che approfondirsi. Ed è questo, ancor più della religione, che oggi, alla fine del ventesimo secolo, fa dell’India e del Pakistan due paesi decisamente diversi. L’India, con una classe intellettuale che cresce a passi da gigante, si espande in tutte le direzioni. Il Pakistan, che non fa altro che proclamare la fede e soltanto la fede, si ripiega sempre di più su se stesso.
hinduFu dall’insicurezza dei musulmani che nacque l’istanza di creare il Pakistan. E anche da un’idea della gloria passata, dall’immagine degli invasori che avevano fatto irruzione da nord-ovest, saccheggiando i templi dell’Indostan e imponendo la fede agli infedeli. Questa fantasia è tuttora viva, e per il musulmano convertito del subcontinente è l’origine della sua nevrosi, perché in tale fantasia dimentica ciò che è e diventa tutt’uno con l’invasore e il profanatore.
Riferendosi a un altro continente, è come se le popolazioni indigene del Messico e del Perù si schierassero con Cortés e Pizarro e gli spagnoli, in quanto portatori della vera fede.
Islamic invasion of indostan[…] Il nuovo Stato era nato in fretta e furia e non aveva un vero programma. Non poteva diventare la patria di tutti i musulmani del subcontinente; sarebbe stato impossibile. Di fatto, i musulmani destinati a rimanere in India erano più numerosi di quelli che avrebbero fatto parte del nuovo Stato islamico. Pareva piuttosto che, al di là e al di sopra di qualunque finalità politica, il nuovo Stato dovesse rappresentare il trionfo della fede, un paletto conficcato nel cuore del vecchio Indostan

 V.S. Naipaul
Fedeli a oltranza. Un viaggio tra i popoli convertiti all’Islam
Adelphi (Milano, 2001)

Per devoti e fanatici, unicamente preoccupati di non sembrare mai abbastanza “puri” e non compiacere a dovere l’iddio onninvadente, l’organizzazione delle strutture amministrative nella nuova entità religiosamente conforme è da sempre l’ultimo dei problemi…

«Nessuno aveva mai riflettuto davvero su cosa significasse amministrare il nuovo paese. Ci si aspettava che tutto discendesse naturalmente dal trionfo della fede.
[…] Le leggi procedurali ereditate dagli inglesi, i principali legislatori del subcontinente, furono modificate senza convinzione e con scarso senso pratico. Vennero aggiunte alcune appendici islamiche che spesso gli avvocati non riuscivano ad applicare in maniera coerente; e il sistema legale, già manipolato dai politici, diventò ancor più caotico. I diritti delle donne non furono più garantiti. L’adulterio divenne un delitto. Ciò significava che un uomo poteva sbarazzarsi della moglie accusandola di adulterio e mandandola in prigione.
[…] Sullo sfondo c’erano sempre i fondamentalisti che, nutriti prima dall’estasi della creazione del Pakistan e in seguito dalla parziale islamizzazione delle leggi, volevano riportare il paese sempre più indietro, al settimo secolo, al tempo del Profeta. La realizzazione di questo sogno era affidata a un programma fumoso quanto quello della creazione del Pakistan: soltanto una vaga visione di preghiere regolari e di punizioni coraniche, il taglio delle mani e dei piedi, l’imposizione del velo alle donne e, di fatto, la loro reclusione, la concessione agli uomini di diritti padronali su quattro donne alla volta, da usare e gettare a proprio piacimento. E in un modo o nell’altro, si credeva che, attraverso tutto questo, attraverso una società chiusa e devota in cui, secondo i dettami religiosi, avrebbero spadroneggiato uomini privi di istruzione, lo Stato si sarebbe legittimato e il potere si sarebbe affermato, come si era affermato agli albori dell’Islam.
Gli Isl'Amici e la Democrazia (3)La causa del Pakistan era stata sostenuta seriamente per la prima volta nel 1930 da un poeta, Muhammad Iqbal, in un discorso tenuto al convegno della Lega musulmana prima della divisione. Il tono del discorso è più civile e in apparenza più razionale degli slogan di strada del 1947, ma gli impulsi sono gli stessi. Iqbal apparteneva a una famiglia indù convertita di recente; e forse solo un neofita poteva esprimersi in quel modo.
L’Islam non è come il cristianesimo, afferma Iqbal. Non è una religione che coinvolge solo la coscienza individuale e la condotta privata. L’Islam comporta certi “princìpi legali” che, come tali, hanno “rilevanza civica” e creano un certo tipo di ordine sociale. L’«ideale religioso» non può essere disgiunto dall’ordine sociale. “Per un musulmano è impensabile la costituzione di un’entità politica su basi nazionali che comporti l’esclusione del principio islamico della solidarietà”. Nel 1930 un’entità politica nazionale significava uno Stato in tutto e per tutto indiano.
Muhammad Iqbal E’ stupefacente che un uomo dotato di ragione abbia fatto un discorso del genere nel Novecento. Ciò che Iqbal sostiene in maniera involuta è che i musulmani possono vivere soltanto insieme ad altri musulmani. A voler prendere alla lettera le sue parole, ciò implicherebbe che il mondo ideale, quello a cui bisogna aspirare, è un mondo puramente tribale, precisamente ripartito, con ciascuna tribù al suo posto. Un’idea del genere sarebbe stata giudicata stravagante

 V.S. Naipaul
“Fedeli a oltranza. Un viaggio tra i popoli convertiti all’Islam”
 Adelphi (Milano, 2001)

Come si può vedere, gli Isl’amici del Califfato levantino, e le loro intraprendenti matricole occidentali, folgorate sulla via di Raqqa, non hanno inventato proprio nulla.

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La Democrazia che non c’è

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 aprile 2013 by Sendivogius

SANDMANIn tempi non sospetti, quando la grande depressione economica sembrava un evento sepolto nei libri di scuola, i rigurgiti nazional-populistici parevano un’ipotesi capziosa, gli euroburocrati di Bruxelles promettevano un radioso avvenire di prosperità sotto l’egida della moneta unica, e Beppe Grillo muoveva i primi passi nella rete, la reversione post-democratica di un sistema rappresentativo in crisi profonda era più che evidente a chi avesse voluto vedere i sintomi di un’infezione già in atto…
Nel 2006, lo storico Paul Ginsborg si interroga sulla crisi di rappresentanza e nuove forme di partecipazione. E lo fa in un pamphlet dal titolo evocativo: La democrazia che non c’è (Einaudi), con la grande capacità divulgativa di una lucida intelligenza.

«Nel 1989 la democrazia liberale trionfò senza riserve sul suo, ormai impresentabile, avversario. Ma, nel momento della vittoria globale, molte delle prassi fondamentali della democrazia liberale si sono rivelate carenti e molti dei suoi più orgogliosi vanti infondati. Oggi la democrazia liberale è, almeno in parte, un re nudo. Per vestirlo adeguatamente urgono dibattito teorico e innovazione pratica. Partendo da Marx e Mill e, a dire il vero, senza perderli mai di vista, questo saggio affronta alcune delle questioni più pressanti sorte nella storia della democrazia, rapportandole alle possibilità e ai pericoli dei nostri giorni. Ciò in riferimento alla democrazia in generale, ma con attenzione particolare alle democrazie europee e al destino dell’Unione Europea. E lo fa con un problema preciso in mente: la necessità di inventare nuove forme e prassi che ‘combinino’ la democrazia rappresentativa con quella partecipativa, al fine di migliorare la qualità della prima col contributo della seconda.
La democrazia ha molti nemici in attesa tra le quinte, politici e movimenti per il momento costretti a giocare secondo le sue regole ma il cui intento reale è tutt’altro: populista, di manipolazione mediatica, intollerante e autoritario. Conquisteranno molto spazio, se non riformeremo rapidamente le nostre democrazie. E non c’è ambito in cui questa riforma sia più necessaria che in seno alla stessa Unione Europea

Il prof. Ginsborg immagina l’incontro, in una sera primaverile del 1876, tra Karl Marx e John Stuart Mill, nella dimora londinese di quest’ultimo. L’espediente narrativo è funzionale al confronto analitico di idee antitetiche, volte alla costruzione di una sintesi comune per una visione d’insieme nel ripensamento del presente.
einaudi_GINSBORG Strutturata in tre parti, l’opera di Ginsborg prende in considerazione i paradossi della democrazia diretta (con un occhio alla Comune parigina del 1871 ed i soviet rivoluzionari nella Russia del 1905) e la dittatura comunista, insieme all’ossimoro della democrazia liberale che sembra entrare in una crisi irreversibile al momento del suo massimo trionfo. Non nasconde e anzi denuncia il preoccupante deficit democratico (oggi evidente) dell’Unione Europea.
Partendo dall’analisi del sistema politico, prende in considerazione il rilancio ed il rafforzamento dell’istituzione democratica, tramite nuove forme di rappresentanza e partecipazione attiva, nella realizzazione di una democrazia deliberativa con un coinvolgimento sempre più diretto della cosiddetta “società civile”, in rapporto sinergico.
Quindi, sposta l’attenzione sulle variabili di genere ed economiche, con le disuguaglianze sociali, che inficiano la tenuta di un sistema compiutamente democratico, con la strutturazione di tempi e scale di intervento.
Appurato come la democrazia sia un sistema tanto mutevole quanto vulnerabile, Paul Ginsborg reputa che questa vada rianimata, e aperta alla partecipazione diretta ed al coinvolgimento della cittadinanza attiva (e responsabilizzata), per inclusione e mai per esclusione.
Il cuore pulsante di un simile processo di rilancio democratico risiede in coloro che Ginsborg chiama soggetti attivi e dissenzienti, tramite un sistema di interconnessioni, con la creazione di reti sociali multiple (dall’associazionismo di base ai comitati pubblici), ripartite per specificità ed ambiti di coinvolgimento: famiglia; società civile; istituzioni politiche. Democrazia partecipata che sia oltre (e non contro) quella fondamentale sfera politica, attualmente separata e monopolizzata dal predominio degli apparati di partito.

«Le tre sfere sono tra loro interdipendenti. Non può esistete società civile senza il sostegno e l’incoraggiamento attivo dello stato democratico. Né la politica democratica può rinnovarsi senza il sostegno e il controllo attivo delle associazioni della società civile. […] Donna o uomo che sia, il moderno cittadino attivo e dissenziente non è un giacobino.»

Al contempo, il prof. Ginsborg dopo aver tessuto l’elogio della “società civile”, declinata nelle sue varie forme associative, ed esaltate le sue potenzialità intrinseche, ne avverte altresì i limiti:

«Le organizzazioni della società civile presentano numerose pecche. Spesso proprio il loro carattere fluido e informale, che tanto affascina e attrae su un certo piano, rappresenta un grave difetto sotto una diversa prospettiva. In assenza di regole formali, è facile per alcuni individui sfruttare la loro posizione di figure carismatiche fondatrici o simili, per cercare di controllare le organizzazioni o di porsi al di là delle critiche.
[…] In realtà un’organizzazione gerarchica prospera assai più facilmente di una votata ai principi delle solidarietà orizzontali e alla diffusione di potere…. Esiste poi il problema della rappresentazione. Chi rappresentano esattamente le organizzazioni della società civile? E in che modo è possibile accertarlo? Dietro denominazioni magniloquenti possono celarsi solo ambizioni individuali.»

aAn_cCatBite Seppur auspicata e reputata parte integrante della soluzione, da rischi simili non è esente nemmeno la “democrazia deliberativa”, né Ginsborg si fa facili illusioni:

«Il periodo in cui viviamo presenta forti punti di contatto con gli anni ’70 del Novecento e dovremmo trarre dagli avvenimenti di quel decennio un monito per il futuro. All’epoca in tutta Europa, ma in particolare in Italia, si ebbero ampie mobilitazioni a favore dell’estensione della democrazia in varie sfere…. La spinta al cambiamento era così forte che Norberto Bobbio notava un “potere ascendente” che si estendeva “a varie sfere della società civile”.
[…] Sfortunatamente, non avvenne alcuna trasformazione del genere ed i risultati finali furono assai deludenti. La montagna partorì un topolino. L’insuccesso è in parte riconducibile al mutato equilibrio di forze alla fine degli anni Settanta: l’esaurimento dei movimenti sociali, la ripresa del controllo esclusivo da parte dei datori di lavoro nelle fabbriche e l’ascesa di una forte ideologia neo-conservatrice dal fascino universale.
[…] In tutta Europa è ora diffusa la retorica del “empowerment” che sottolinea la necessità di ascoltare la gente e coinvolgerla nei processi decisionali. La UE in vari comunicati e programmi non esita a enfatizzare espressioni come partenariato, coinvolgimento dei cittadini, partecipazione. Tuttavia, se la partecipazione non assume forme solide, realizzabili e costanti, tutto il gran parlare di “empowerment” resta poco più di una presa in giro.»

A distanza di sette anni, ne abbiamo la riprova con drammatica riconferma nella scandalosa gestione della crisi economica da parte della UE.
INCHIESTA-PANORAMA-La-Magna-Casta_h_partbNell’analisi di Paul Ginsborg non c’è posto né indulgenza per il populismo degenerato di un qualunquismo d’accatto che si nutre di furori anti-castali, opportunisticamente alimentati da una campagna di stampa interessata, che fa dell’indignazione uno strumento di pressione politica per la salvaguardia delle elite.
Fede ciecaSe si perdona la polemica, tra i campioni d’eccezione del fortunato filone di vendite ci sono conservatori neoliberisti di ispirazione reaganiana, con incondizionata ammirazione per le politiche economiche di Margaret la CastaThatcher, come Marco Travaglio (ipse dixit!) o l’accoppiata Rizzo-Stella della premiata ditta “Corriera della Sera, con accorati elenchi spese tutti concentrati sui “costi della politica” e mai su quelli dei potentati economici all’ombra della finanza globalizzata (delle quali “Il Corriere della Sera” è da sempre l’organo di stampa privilegiato). A questi, spiace constatare come non manchino mai, da ‘sinistra’, i vari corifei dell’indignazione mediatica a comando, che una vecchia volpe immorale come Lenin, nel suo cinico opportunismo politico, avrebbe definito “utili idioti”.

«La crescente concentrazione del capitale su scala mondiale, conseguente a continue fusioni e acquisizioni, un processo che Marx aveva previsto con grande chiarezza, ha prodotto nuove oligarchie straordinariamente potenti (…) Sono mastodonti estremamente dinamici e rapaci dal punto di vista economico, ma dinosauri in termini di democrazia. Animali non stanziali, battono il mondo a caccia di nuovi mercati e profitti. Il loro è un enorme potere che non risponde a nessuno, se non in forma parziale agli azionisti. Sono in grado di spostare vaste risorse, di decidere del destino di intere comunità e di dettare le loro regole “flessibili” in molte parti del mondo. Alla loro ombra i singoli cittadini si sentono impotenti e dipendenti al contempo. Sono queste le vere relazioni economiche del neo-liberismo e Mill inorridirebbe di fronte a qualsiasi uso del termine “liberalismo”, seppur preceduto da “neo”, in un contesto simile

Perciò, molto meglio concentrarsi sulla sedicente “casta dei politici”, gettando cortine fumogene che distorcono l’interesse sul costo di una “auto blu” o una “indennità parlamentare”, ma allontanano l’attenzione dalle oligarchie del capitale finanziario (e dalle loro rapine), all’origine della devastante recessione economica e principale minaccia a qualsivoglia sistema di diritti e tutele sociali in un ordinamento davvero democratico.

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RICORSI

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 agosto 2011 by Sendivogius


«Il capitalismo è sopravvissuto al comunismo. Bene, ora si divora da solo.»

Charles Bukowski
“Il capitano è fuori a pranzo”
Feltrinelli, 2003

Nei corsi e ricorsi della Storia, i processi regressivi sono una costante delle sequenze temporali, con la ciclica riproposizione di un passato-presente nell’ineluttabilità di un tempo sospeso. E non sempre è facile distinguere la tragedia dall’immanenza della farsa
In tempi di crisi economica, mentre gli arcani della finanza sembrano essere entrati a far parte nel lessico del linguaggio comune, a più di un secolo dalla sua pubblicazione, capita così di (ri)scoprire un classico del pensiero critico d’ispirazione liberal-democratica. Pubblicato nel 1902, “L’Imperialismo” di J.A.Hobson è un saggio fondamentale sulle storture economiche e le patologie sociali dell’imperialismo britannico, che l’Autore analizza nelle sue dinamiche e confuta attraverso una disanima sul capitale finanziario.
 John Atkinson Hobson (1858-1940), saggista d’avanguardia, studioso razionalista, editorialista di successo e autore prolifico (43 opere pubblicate), fu considerato un “eretico” per il suo approccio critico alla dottrina economica classica e per il suo talento polemico impegnato a smontare i miti dell’intera economia politica anglosassone, tanto da essere ostracizzato dagli ambienti accademici ortodossi, che mal digerivano la sua prospettiva umanistica, e sociologica, applicata in ambito scientifico.

Hobson non fu mai un economista nel senso stretto del termine: la teoria economica lo interessò soltanto in relazione al funzionamento del sistema economico reale che intendeva modificare; divenne economista perché aveva una ispirazione politica riformatrice e non viceversa.
(Luca Meldolesi; introduzione all’edizione italiana del 1996 per la Newton Compton)

In questa prospettiva, “L’Imperialismo” è probabilmente l’opera più famosa di Hobson che, nella sua impostazione liberale e non marxista, è destinata ad avere un’influenza enorme sull’articolazione del dibattito storiografico sulle politiche imperiali delle grandi potenze coloniali d’inizio ‘900 e sulle implicazioni economiche di una struttura politica.
Al riguardo, l’analisi di Hobson si articola in polemica con la nuova visione imperialista della Gran Bretagna, soprattutto in reazione al secondo conflitto anglo-boero in Sudafrica.
John A. Hobson interpretò l’imperialismo come un fenomeno di natura economica, ma dai risvolti fortemente politici, connesso ai cicli di produzione e di investimento su scala internazionale. Spogliato delle sue valenze psicologiche, della componente razzistico-sciovinista e delle implicazioni socio-politiche, l’imperialismo scaturisce da un eccesso di risparmio sul saggio dei profitti privati, ai quali non corrisponde un rilancio degli investimenti produttivi sul territorio nazionale, né una redistribuzione dei redditi con adeguamenti salariali per i lavoratori, volta ad incrementare i consumi interni.
L’accumulo di grandi ricchezze finanziarie, ulteriormente beneficiati da politiche fiscali agevolate, generano una eccedenza di capitali al risparmio che, sotto la spinta del potere finanziario, viene stornato verso i potenziali mercati esteri, con la creazione di una “finanza imperialista” ma transnazionale (cosmopolita). Sotto la pressione di gruppi industriali legati alle grandi commesse pubbliche, i governi nazionali attraverso un incremento di spesa (e del debito pubblico) favoriscono tali investimenti con politiche di sostegno e con interventi mirati di tipo militare, volti alla conquista armata di nuovi mercati di investimento insieme allo sfruttamento economico delle risorse naturali e della manodopera locale a bassissimo costo, correlata a fortissime sacche di disoccupazione.
Il sostegno, o il disinteresse, dell’opinione pubblica viene manipolato attraverso il sostanziale controllo dei mezzi di informazione da parte dei grandi gruppi economici; le posizioni dei politici vengono ammorbidite con l’erogazione di doni anche illeciti (ovvero ‘mazzette’), e le eventuali rimostranze etiche delle autorità religiose vengono ammansite tramite l’esenzione dalla tassazione e l’aumento degli aiuti alle scuole della Chiesa.

Hobson prende in esame il sistema britannico, ma le sue investigazioni sembrano dilatate all’intero mondo anglosassone con preveggente attenzione all’incipiente ascesa della superpotenza USA agli albori del ‘900. Le sue considerazioni tengono in debito conto le concentrazioni monopolistiche (con la costituzione dei grandi trust), le politiche protezionistiche e creditizie (coi relativi saldi commerciali) dell’epoca.

«La capacità produttiva di un paese come gli Stati Uniti può crescere così in fretta da eccedere la domanda del suo mercato interno.
[…] Fu chiaramente questa improvvisa domanda di mercati esteri per le merci e per gli investimenti la responsabile dell’adozione dell’imperialismo come politica e come pratica da parte del partito repubblicano, al quale appartenevano appunto i grandi capitani d’industria e i grandi finanzieri e che era da essi controllato.
[…] Essi avevano bisogno dell’imperialismo perché volevano usare le risorse nazionali del loro paese per trovare un utilizzo conveniente per i loro capitale che altrimenti sarebbe risultato superfluo. In realtà non è certo necessario possedere un paese per commerciare con esso o per investirvi dei capitali; e, senza dubbio, gli Stati Uniti avrebbero potuto trovare qualche sbocco per la loro produzione e per il loro capitale in sovrappiù nei paesi europei. Ma questi paesi erano per la maggior parte capaci di pensare a se stessi […] I grandi produttori e finanzieri americani dovevano così guardare alla Cina, al Pacifico e al Sudamerica per cercare occasioni più profittevoli; protezionisti per principio e per pratica, essi insistettero per procurarsi il più stretto monopolio possibile di questi mercati; e la concorrenza della Germania, dell’Inghilterra di altre nazioni commerciali li spinse a stabilire relazioni politiche speciali con i mercati a cui tenevano maggiormente.»

 J.A.Hobson
 L’Imperialismo
 Newton Compton; Roma, 1996.

L’analisi economica di Hobson, che non è affatto esente da debolezze teoriche (a partire dal cosiddetto “paradosso del risparmio”), presenta tuttavia una curiosa attinenza con certe situazioni attuali…
Come in una crime story d’antan, ricorrono tutti i personaggi tipici dell’intreccio classico, ma con i nomi aggiornati alle realtà odierne:
Provate a sostituire la parola “imperialismo”, col suo cosmopolitismo impersonale, al termine “globalizzazione” coi suoi mercati internazionali;
“guerre” con “missioni umanitarie” armate (dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Somalia alla Libia..);
“speculazioni dei mercati del denaro” con gli attuali strumenti della finanza derivata;
“magnati della borsa”, “i re della finanza” e “le grandi case finanziarie”, con le grandi banche d’affari e le società di intermediazione finanziaria specializzate in asset management, fino alle moderne agenzie di rating
Sono i nuovi dei del mercato unico globale, che decretano il fallimento degli stati e ne determinano le loro politiche sociali. Soprattutto, drenano le ricchezze concrete dei comparti produttivi, verso la fumosa volatilità di titoli speculativi nelle alchimie dei flussi d’interessi correlati, tra i micidiali arcani degli straddle ed il cappio letale degli strangle.

Nel corso del tempo, i protagonisti della speculazione borsistica si sono evoluti ed hanno affinato le tecniche della grande rapina globale, ma la sostanza con i rapaci antenati del passato è rimasta immutata. Nel suo saggio, J.A.Hobson attribuiva loro un nome assai evocativo quanto assolutamente calzante:

I PARASSITI ECONOMICI DELL’IMPERIALISMO
 Se è vero che l’imperialismo degli ultimi 60 anni è chiaramente da condannare come politica economica, perché, a prezzo di grandissime spese, ha procurato un aumento di mercati scarso, di cattiva qualità e insicuro, e perché ha messo in pericolo l’intera ricchezza nazionale suscitando un forte risentimento in altre nazioni, dobbiamo allora domandarci: «come mai la nazione britannica è spinta ad imbarcarsi in una politica così irragionevole?» L’unica risposta possibile è che gli interessi economici del Paese nel suo insieme sono subordinati a quelli di certi interessi particolari che usurpano il controllo delle risorse nazionale e le usano per il loro profitto privato. Questa non è un’accusa né strana né mostruosa: è la malattia più comune di tutte le forme di governo. Le famose parole di Sir Thomas More sono tanto vere ora, come quando le scrisse: «Ovunque vedo una cospirazione di uomini ricchi che cercano il proprio vantaggio sotto il pretesto ed il nome di bene comune».

Sebbene il nuovo imperialismo sia stato un cattivo affare per il nostro Paese, è stato un buon affare per certe classi e certi commerci all’interno della nazione. Le grandi spese per armamenti, le guerre costose, i gravi rischi e le difficoltà della politica estera, i freni imposti alle riforme sociali e politiche interne, benché abbiano portato grave danno alla nazione, sono servite molto bene ai concreti interessi economici di certe attività e professioni.


[…] Senza dubbio a ogni scoppio di guerra non solo l’uomo della strada ma anche l’uomo in divisa è spesso ingannato dall’astuzia con cui motivazioni aggressive e avidi propositi si vestono con abiti difensivi. Infatti si può affermare con sicurezza che non vi è una sola guerra che si ricordi che, per quanto scopertamente aggressiva possa apparire allo storico spassionato, non sia stata presentata alla gente che era chiamata a combattere come una necessaria politica di difesa. 

[…] Qual’è dunque il risultato economico dell’imperialismo? Un grande dispendio di denaro pubblico per equipaggiamenti e forniture militari, che cresce e produce enormi profitti quando ci si trova di fronte ad una nuova guerra o ad un allarme di guerra; nuovi prestiti pubblici e fluttuazioni significative nelle borse interne e in quelle estere.
[…] Così alcuni interessi economici e professionali specifici, che prosperano sulla spesa imperialistica o sulle conseguenze di tale spesa, si contrappongono all’interesse comune e convergono istintivamente su di una stessa meta.

 Né Hobson, nel sottolineare la natura strettamente parassitaria di un simile potere finanziario, perdeva occasione di ribadire il distacco tra produttori e speculatori, tralasciando il ruolo della finanza organizzata e dei mercati globalizzati:

II. Il fattore economico di gran lunga più importante per spiegare l’imperialismo riguarda gli investimenti. Il crescente cosmopolitismo del capitale è stato il principale cambiamento economico degli ultimi decenni. Ogni nazione industrialmente avanzata ha puntato a collocare una parte sempre maggiore dei suoi capitali al di fuori della sua area politica, in paesi stranieri, o nelle colonie, e a ricavare un reddito crescente da queste fonti. […] Mentre le classi dei produttori e dei commercianti ricavano poco dai nuovi mercanti e pagano, forse senza nemmeno saperlo, molto più in tasse di quanto non guadagnino col commercio, per gli investitori è tutta un’altra cosa….

III. Se è probabile che gi interessi particolari dell’investitore si scontrino con l’interesse pubblico e portino ad una politica rovinosa, ancor più pericolosi sono a questo riguardo gli interessi particolari del finanziere, cioè di chi compra e vende i titoli di investimento. Infatti un gran numero di piccoli investitori, per ragioni di affari e per politica, si comportano in larga misura come pedine delle grandi case finanziarie, che usano titoli e azioni non tanto come investimenti per ricavarne un interesse, quanto come strumenti di speculazione nel mercato del denaro. I magnati della borsa trovano il loro guadagno nel maneggiare grandi quantità di titoli e azioni, nel lanciare nuove società, nel manipolare le fluttuazioni dei valori dei titoli. Questi grandi interessi finanziari – le operazioni bancarie, quelle di intermediazione, il risconto, il lancio dei prestiti, la promozione di nuove società – formano il nucleo centrale del capitalismo internazionale. Uniti dai più forti legami organizzativi, sempre nel più stretto contatto l’uno con l’altro e pronti ad ogni rapida consultazione, situati nel cuore della capitale economica di ogni Stato, […] questi grandi interessi finanziari sono in una posizione unica per manipolare la politica delle nazioni. Non è possibile utilizzare rapidamente una grande quantità di capitale se non con il loro consenso, tramite le loro agenzie finanziarie.

[…] Ogni grande atto politico che implica un nuovo flusso di capitali, o un grande fluttuazione nei valori degli investimenti esistenti, deve ricevere il benestare e l’aiuto concreto di questo piccolo gruppo di re della finanza. Questi uomini, che tengono la loro ricchezza e il loro capitale di esercizio prevalentemente in titoli e azioni, hanno un duplice interesse da un lato come investitori, dall’altro, ed è questo l’interesse prevalente, come finanzieri.
[…] Come speculatori o finanzieri, esso costituiscono il più grave fattore specifico dell’economia dell’imperialismo. Creare nuovi debiti pubblici, lanciare nuove società, provocare costantemente notevoli fluttuazioni del valore dei titoli, sono tre condizioni necessarie per svolgere la loro profittevole attività. Ciascuna di queste condizioni li spinge verso la politica e li getta dalla parte dell’imperialismo.
[…] La politica di questi uomini non porta necessariamente alla guerra; quando la guerra porterebbe un danno troppo grande e duraturo alla struttura industriale, che rappresenta il fondamento ultimo ed essenziale di ogni attività speculativa, essi usano la loro influenza in favore della pace…
Ma, a parte ciò, ogni aumento della spesa pubblica, ogni oscillazione del credito pubblico, ogni impresa rischiosa in cui risorse nazionali possano diventare la garanzia di speculazioni private, è vantaggiosa per chi presta grandi quantità di denaro e per lo speculatore. La ricchezza di queste aziende finanziarie, l’ampiezza delle loro operazioni e l’organizzazione cosmopolita, fa di loro i principali determinanti della politica imperialista. Essi hanno gli interessi maggiori negli affari economici dell’imperialismo e hanno anche i mezzi per piegare al proprio volere la politica delle nazioni.

In tale contesto, la tassazione, con i meccanismi di prelievo fiscale da parte dello Stato, svolge un ruolo importante nella strutturazione indiretta di quella che Hobson chiama “finanza imperialista”:

Le classi industriali, finanziarie, o professionali, che formano il nucleo principale dell’imperialismo, hanno usato il loro potere politico per estorcere ingenti somme alla nazione in modo da migliorare i loro investimenti all’estero e aprire nuovi campi di impiego del loro capitale e trovare mercati più convenienti.
[…] L’imperialismo tende ovunque ad aumentare la tassazione indiretta: non tanto per ragioni di convenienza, quanto per nascondere le cose.
[…] È raro che un governo, anche nel mezzo di gravi fatti di emergenza, sia in grado di imporre un’imposta sui redditi; d’altra parte, anche le imposte sulla proprietà sono generalmente evase quando riguardano la proprietà mobiliare; e sono generalmente impopolari.

Naturalmente, il riferimento a persone e fatti reali è assolutamente intenzionale.

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