Archivio per Russia

Vlad The Immortal

Posted in Stupor Mundi with tags , , , , , on 21 luglio 2019 by Sendivogius

Idolatrato dai sovranisti di tutto il mondo, uniti nelle fantasticherie nazistoidi di un mondo intruppato dietro ad una ritrovata tradizione neo-völkisch e sanificato dalla presenza di allogeni contaminanti, il compagno Vladimir Vladimirovič Putin, in arte “zar”, è assurto ormai ad icona pop della metafisica nazionalpopulista consacrata al Führerprinzip, massimamente venerato nel pantheon profano del nazileghismo.
Di fatto, è un personaggio dai tratti mitologici, sapientemente costruiti tramite un imbarazzante culto della personalità (come si conviene ad ogni dittatore travestito da antico romano), che trascende la realtà per farsi mitopoiesi, e con risultati peraltro grotteschi…
E che per giunta si presta ad ogni presa per il culo possibile, da parte di chi è immune a cotanto fascino marziale.
La verità è che lo zar Putin è soprattutto un brand commerciale, con un discreto ritorno politico tra gli affezionati cultori del genere nazi-fetish a prevalenza omoerotica, nel diafano machismo asessuato di una figura dai contorni quasi impersonali, nella glabra glacialità dello stesso, da alieno infiltrato con sembianze umanoidi…
O tanto da rasentare inquietanti somiglianze con l’immaginario vampirico di celebri serie come The Strain (vedasi Mr. Quinlan), o con perfidi villain come Eli Damaskinos in Blade II”.
A questo punto ci si chiede se non si tratti davvero di una sorta di ibrido surgelato in soluzione criogenica, custodito nei sotterranei del KGB e clonato a ripetizione su matrice genetica.
Sai?!? ‘Na roba ‘virale’ tipo the agent Smith
Ovvero un cyborg corazzato in grado di viaggiare a ritroso nel tempo… il soviet terminator delle glorie perdute.
Che sia vampiro, alieno, o androide, il compagno Vlad è in realtà un immortale.
Come il Conte di Saint-GermainNicolas FlamelAasvero l’ebreo errante… l’ombra di Vladimir Vladimirovič aleggia su di noi, aggirandosi nel nostro mondo da almeno mezzo millennio, anche se le tracce si perdono invero nella notte dei tempi.
Narra la leggenda che lo stesso Leonardo da Vinci si sia ispirato ad uno dei suoi molti avatar, il Giocondo, onde cercare di catturarne l’enigmatico sorriso nell’imperscrutabilità dei lineamenti…
Ma tracce della sua presenza si trovano un po’ in tutte le epoche per ogni dove in Europa, fino a tempi più recenti…
Dal generale Athanasios (Thanassoulas) Valtinos, eroe della guerra di indipendenza greca…
Fino al più tenebroso agente bolscevico Mordechai Blinchikov
Vlad l’Immortale è eterno e cammina in mezzo a noi.
E, come ogni “Maestro” che si rispetti, ha anch’esso i suoi fedeli Renfield

Basta stare loro alla larga.

Homepage

L’IMBUCATO

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , on 13 luglio 2019 by Sendivogius

Pecunia non olet. E la “politica”, com’è noto, ha i suoi costi… nonché i suoi prestigiatori: gente che ti fa sparire sull’unghia 49 milioni di euro, nel round the world di una immensa partita di giro del riciclaggio organizzato… un po’ alle Isole Cayman, qualche altro milione in transito per Cipro, o nel Granducato di Lussemburgo, o nella Repubblica di S.Marino…
È che i soldi (coma la patonza) devono girare… per poi (chissà?!) ricomparire in mazzi (mazzette?) separate: oggi una fiduciaria svizzera, domani una holding offshore, e magari dopodomani un’Anstalt in Liechtenstein… Oppure accreditati sul conto corrente di una barista di Clusone, meglio se per “promuovere le attività del gruppo della Lega al Senato sui canali social”, tra uno spritz e uno shottino; di certo è la scelta più consona alla dimensione pecoreccia del leghista di provincia, con movimentazioni bancarie a portata di cognata e di cassa.
Se scoperti col malloppo, te lo possono sempre restituire a rate mensili… 81 anni possono bastare. E siccome i quasi cinquanta milioni di finanziamento pubblico scomparsi nei rivoli occulti di privatissimi cazzi sembravano pochi, ci serviva giusto una bella iniezione di liquidità fresca con l’oro colante di Santa Madre Russia, per ravvivare la “Bestia” e tutto il resto dello zoo… Ammesso che altri 65 milioni di cresta possano bastare alla Lega di greppia e di governo, la quale (dai tempi in cui imboccò la tangente per ENIMONT) ha sempre dimostrato un debole per le funzioni trigonometriche, con le triangolazioni al posto dei triangoli. E tutto questo, senza che l’altra Banda degli Onesti nel Movimento di Puri se ne sia mai data troppa pena, nell’orgoglio che anima l’imbarazzante capetto politico al capezzale di governo e che si ispira direttamente alle tre scimmiette. Perché una poltrona al ministero fa miracoli; uno stipendio in parlamento anche di più.
Uno dei prestigiatori di (in)successo è Gianluca Savoini, da almeno trent’anni nella corrente di risacca post-nazista, che ha trovato nella Lega il suo alveo d’elezione. Classe 1963 da Alasso, si forma politicamente nei circolini dell’estrema destra nazionalsocialista e nel 1991 si iscrive alla Lega Nord, sotto la cappella dell’ordinovista Mario Borghezio. Nel 1997 entra nella redazione de La Padania, dove si fa subito notare per le nostalgie hitleriane. Lui si definisce ‘cattolico’, ‘conservatore’ e ovviamente identitario. I suoi ex colleghi lo ricordano come un “nazista mimetizzato da democristiano”, con una gran passione per Aleksandr Dugin, oltre alle solite paccottaglie evoliane.
Beccato a trescare (come pare d’abitudine) con un gruppo di faccendieri russi, per ritagliarsi una lucrosa stecca su una compravendita di idrocarburi coi soldi di ENI, nell’intenzione di finanziare coi milioni accantonati l’internazionale nera del fronte sovranista per costruire un grande “impero eurasiatico”, il camerata Savoini rischia di finire più miseramente come il Mariuolo di Bettino.
Giornalista, Presidente dell’Associazione culturale “Lombardia-Russia”, Direttore responsabile della rivista politico-culturale “Logos”, esperto di geopolitica (dice lui), Gianluca Savoini è il grande imbucato della relazioni internazionali: ovunque ci sia un incontro bilaterale con personaggi legati all’idolatrato Putin, o con esponenti del governo russo, Savoini c’è. Sempre.Per Giancarlo Giorgetti aspirante commissario UE è un “fanfarone”. Matteo Salvini fa finta di non conoscerlo, anche se Savoini l’ha accompagnato in tutte le sue trasferte russe degli ultimi 4 anni (è il suo promoter travel?). E proprio al Capitone compare avvinghiato in dozzine di foto, che li ritraggono insieme (a sua insaputa, è ovvio); salvo essere liquidato ora come un Gabriele Paolini qualunque.

Peraltro, lo stesso Salvini ha partecipato ripetutamente agli incontri organizzati dall’Associazione culturale di Savoini, che peraltro ha il suo domicilio nello stesso palazzo dove la Lega detiene la sua sede. Evidentemente, il “Capitano” doveva aver sbagliato ingresso. E di Matteo Salvini, il nazionalsocialista Savoini è stato anche portavoce, sempre ad insaputa del diretto interessato, dopo la nomina a segretario federale.
Pertanto, a che titolo e perché il Gianluca Savoini partecipasse ai vertici ufficiali con lo zar Vladimir Vladimirovič, il Capitano proprio non lo sa e non se ne capacita. LVI fa il Ministro dell’Interno e si occupa di cose serie…
Peccato solo che non ce ne fossimo mai accorti.
Ad ogni modo, LVI ha parlato. E perché dovremmo dubitare della sua parola?!?
La spiegazione è in realtà semplicissima: Savoini si trovava a passare lì per caso…
E già che c’era, ha pensato bene di prendere posto in prima fila al tavolo degli invitati, sfuggendo ad ogni controllo di sicurezza, ogni volta gli si presenti l’occasione. Forse voleva solo scroccare il buffet.

Nessuno, non il ministro delle interiora, non il bamboccio napoletano travestito da vicepremier, non il presidente del consiglio si sono minimamente chiesti chi fosse ‘sto tizio e perché diamine fosse onnipresente, con al collo il pass delle persone autorizzate dalla delegazione italiana. Il mistero regna ‘sovrano’, per l’ennesimo segreto di Pulcinella.

Homepage

SYRIANA (III)

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 aprile 2018 by Sendivogius

Quando le relazioni internazionali sono ridotte ad un tweet, allora capisci davvero che si è raschiato ben oltre il fondo del bidone dai percolanti liquami, dove sguazzano i cialtroni che governano il mondo.

“Io ho il missile più grande!”“Sì, ma il mio è più lungo del tuo”

Ormai il livello delle esternazioni è questo. Tutto il resto è conseguenza. Siamo di fronte a bulletti, che si provocano negli spogliatoi dopo la partita di calcetto, e che in genere si liquefanno davanti al primo che tiene loro testa.
Dopo le sue rodomontate, il cialtrone più grosso di tutti, Donald J. Trump, non poteva certo perdere troppo la faccia, per quanto da culo questa possa essere; con lo straordinario paradosso che stavolta sono propri i militari a tenere a freno il bullo presidenziale, invitandolo a maggior prudenza. Quindi qualche mortaretto sulla Siria doveva pur lanciarlo, stando ben attento a non fare troppi danni e così irritare oltre il dovuto l’orso russo, che per l’occasione ha minacciato di affondargli senza troppi complimenti i “lanciatori” dai quali sarebbero partiti i razzetti. E all’occorrenza scatenare la terza guerra mondiale, come leggero effetto collaterale.
Ormai è un copione collaudato: ogni qualvolta l’esercito siriano, grazie al fondamentale apporto russo, consolida le sue posizioni sul terreno contro le formazioni jihadiste dell’islamismo salafita, a battaglia ormai conclusa e miliziani in fuga, ecco che puntuale giunge il solito attacco chimico istantaneamente attribuito al “Regime di Assad”, onde cercare di annullare in qualche modo gli effetti della vittoria sul campo. E senza bisogno di altra dimostrazione se non la parola (sulla fiducia incondizionata) di quelli che eufemisticamente vengono definiti “ribelli moderati”. Seguono fiumi di indignazione telecomandata dai canali mediatici embedded e minacce di rappresaglie più o meno immediate, che di solito si traducono in una serie di sanzioni contro interessi russi, e all’occorrenza cinesi (tanto per non farsi mancare nulla), insieme a qualche operazione militare del tutto dimostrativa nel suo valore simbolico. La Siria è un pretesto come un altro, per una nuova guerra fredda che ha ben altre motivazioni.
 Il problema di Capello Pazzo, laggiù nel lontano Ovest, dalle parti della casa bianca nella prateria, è riassumibile in una sintesi di base:

a) Dopo il presunto (perché le prove non sono mai un optional) scandalo del cosiddetto “Russiagate”, Donald Trump deve dimostrare di non essere il manchurian candidate del Kremlino. Da lì, una politica particolarmente aggressiva nei confronti di Mosca, fatta più di minacce verbali che atti concreti, vista l’imprevedibilità delle conseguenze, onde cercare di fugare i dubbi di essere stato una marionetta eterodiretta.
b) Fin dai tempi dell’ammiraglio Thayer Mahan, gli Stati Uniti hanno sempre guardato al Pacifico come area primaria di interesse strategico. Il Medio Oriente (che deve il suo nome proprio ad A.T.Mahan), nella sua sponda mediterranea, non è mai davvero rientrato in questa sfera fondamentale, essendo l’attenzione statunitense concentrata soprattutto nel Golfo Persico a controllo delle grandi rotte petrolifere.
Sostanzialmente, l’agenda politica americana in Medio Oriente la detta Israele, che per ovvie ragioni ha tutto l’interesse affinché gli USA instaurino una forte presenza militare nella regione, a contrasto dell’espansionismo persiano. E, guarda caso, il ‘provvidenziale’ attacco chimico di Douma giunge proprio nel momento in cui l’Amministrazione Trump dice di voler alleggerire la sua presenza in Siria, alla ricerca di una rapida exit strategy.
c) La Gran Bretagna del catastrofico governo di Theresa May deve gestire i fallimenti di una Brexit condotta malissimo, dinanzi ad una opinione pubblica sempre più scontenta. In parole semplici, ha bisogno di un diversivo che storni l’attenzione altrove. E’ cose c’è di più funzionale se non catalizzare il rancore delle masse contro il classico nemico esterno?!? La Russia putiniana da questo punto di vista è un bersaglio perfetto. Dopo aver montato un caso internazionale sull’avvenelamento di un ex spione fellone del KGB, dai traffici poco chiari, senza prendersi il disturbo di produrre uno straccio di prova del coinvolgimento di Mosca, a Downing Street si cercava un pretesto come un altro per una qualche esibizione di forza. La farsesca strafexpedition siriana era il modo più semplice di colpire il ritrovato nemico russo per interposta procura, senza spiacevoli conseguenze, riconfermando peraltro il rapporto esclusivo ed incondizionato che lega la Gran Bretagna agli USA in nome della comune appartenenza anglosassone.
d) Sul ritrovato interventismo francese, ad opera della mezza checca all’Eliseo, Micron Le Frocion, ci sarebbe solo da ridere; a maggior ragione se la Francia dovesse davvero pensare di ripristinare una sorta di protettorato sulla Siria, in continuità con le sue politiche neo-coloniali in Africa. Come se non fossero già abbastanza i casini combinati in Libia.

E la UE?!? Al di fuori dei saldi contabili che accomunano una sommatoria di statarelli ininfluenti, l’Europa non esiste. Probabilmente non esisterà mai. E di sicuro non conta nulla. A meno che non si voglia attribuire una qualche influenza a questa docile muta di ignavi cagnetti da salotto, subito accucciati ai piedi del padrone. Della gilda mercantile con l’ossessione per il rigore di bilancio, che pletoricamente si fa chiamare “Unione Europea”, altro non si scorge se non il tremolante ditino ammonitore, che dinanzi alla pulizia etnica di Afrin ed al massacro della popolazione curda, è rimasto ben ficcato nell’orifizio della sua ipocrita indignazione a targhe alterne.
Pertanto, se attacco chimico a Douma c’è stato, è abbastanza probabile che si sia trattato di una provocazione orchestrata ad hoc, onde tirare per la mimetica gli USA da sempre riluttanti a farsi trascinare oltre l’indispensabile nel pantano mediorientale.
Al regime siriano di Bashar al-Assad, nell’immancabile reductio ad Hitlerum che completa la demonizzazione del nemico, già accusato di utilizzare camere a gas e forni crematori (rivelatisi poi falsi), finora sono stati attribuiti una decina di attacchi con uso di armi chimiche e senza che mai siano stati forniti elementi inoppugnabili delle responsabilità, nonché della provenienza.

Per esempio, nel caso del presunto bombardamento di Khan Shaykhun (“presunto”, perché i testimoni oculari non hanno visto, ma ‘sentito’ quelli che sembravano essere elicotteri), avvenuto nel distretto di Idlib il 04/04/17, e che portò alla ritorsione americana, il dossier fornito a giustificazione del raid consta di poco più di tre (diconsi TRE!) paginette scarne [QUI], nelle quali si afferma:

«Abbiamo in nostro possesso un numero credibile di segnalazioni provenienti da fonti aperte, che ci forniscono una versione chiara e consistente. Non possiamo rendere pubbliche le informazioni a nostra disposizione, perché abbiamo la necessità di proteggere le nostre fonti ed i nostri metodi

Le “fonti aperte” (open source reporting) delle quali parla il dispaccio di agenzia, che nella sua stringata essenzialità priva di qualunque evidenza probatoria sembra aver sostituito l’imbarazzante “smoking gun” delle guerre umanitarie dei Bush, sono i messaggini e le foto (spesso farlocche) raccolte su quel formidabile strumento di solida inchiesta investigativa che è twitter. E per questo messe a verbale (che non è dato leggere per tutelare le fonti) come prove inoppugnabili, senza bisogno di verifica altrui tanto da fornire una “clear and consistent story”. E da dove provengono così incontrovertibili “informazioni” (intelligence) del tutto obiettive e disinteressate?!? Naturalmente, dalla pro-opposition social media reports; ovvero dai “ribelli moderati” che operano nelle zone controllate dai miliziani salafiti legati ad Hayat Tahrir al-Sham, già conosciuto come Jabath Fatah al Sham (“Fronte per la conquista del Levante”), e meglio noto come Fronte al-Nusra, alias al-Qaeda.
Poi per le esigenza di regia, onde rendere meglio presentabili i social media reports”, al posto dei truci cacciatori di teste con mannaia, è meglio affidarsi ai brogliacci del fantomatico Osservatorio siriano dei diritti umani, dietro al nome altisonante del quale si nasconde in realtà un’emanazione dell’MI6 britannico composta da un unico membro ufficiale: tal Rami Abdulrahman, che dal suo negozietto di Coventry in Inghilterra gestisce via internet le informazioni reperite dai suoi contatti in Siria. Eppoi ci sono gli immancabili “White Helmets”, i volontari disarmati e senza paura che salvano vite umane sotto i bombardamenti. Molto spendibili mediaticamente grazie ad una campagna promozionale ben strutturata, onnipresenti in tutte le aree controllate dalle formazioni jihadiste di Al-Nusra, salvo scomparire con esse a bonifica compiuta, i “Caschi Bianchi” operano esclusivamente nei territori occupati dalle bande armate dell’integralismo salafita, agendo indisturbati laddove nessun’altra organizzazione umanitaria può accedere.
E queste sono le principali “fonti di informazione”, insieme alle notizie fornite da altri non meglio precisati attivisti, che vengono utilizzate dalle cancellerie occidentali.
Ormai, non ci si prende neanche più il disturbo di dover produrre quello che un tempo non troppo remoto si chiamava “onere della prova” a fondamento dell’accusa, nell’evidenza dei fatti contestati. Questo perché le prove poi possono essere confutate, soprattutto verificate, e all’occorrenza smentite.

Dunque, tanto vale glissare sulla presentazione delle stesse, facendo invece affidamento sulla grancassa mediatica di una pletora di contriti pappagalli, che ripetono a comando ciò che la propaganda di guerra prescrive loro di recitare, secondo il velinario del giorno. L’effetto riesce meglio, se vengono utilizzati i bambini per ampliare l’impatto emotivo…
Poi certo si può scegliere se prendere per oro colato tutto ciò che passa per twitter, ed estensivamente per i ‘social’, con argomentazioni mai più lunghe di uno slogan, senza mai prendersi il disturbo di appurare le fonti. Quindi si può decidere se promuovere campagne e movimenti di opinione, specialmente se si è in calo di visibilità, ammantando il proprio narcisismo con nobili finalità. Quello di cui invece non si sentiva il bisogno e del quale si poteva anche fare a meno, francamente, è questo…
Perché poi tanta gente, più o meno nota, con un infantilismo che viene scambiato per “impegno”, senta questa intrattenibile impellenza di rendersi inesorabilmente ridicola, liquidando questioni serissime con un selfie imbarazzante, è qualcosa che risulta incomprensibile dai tempi degli “orgoglioni”
E da questo capisci tutto… Che sarebbe anche ora di crescere!

Homepage

L’addition, s’il vous plaît..!!

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , on 20 ottobre 2016 by Sendivogius

locandina-film-alberto-sordi-un-americano-a-roma

E adesso pure il condono tombale!
La (non) ultima ciliegina che ancora mancava sulla torta di fango del renzismo di cosca e di clientele, per il primo vero governo criminale nelle colonne della storia infame della seconda repubblica.
È l’ennesimo condono fiscale in meno di 18 mesi, al cui confronto le “sanatorie” tremontiane sembrano quasi pudiche operazioni da educande. Dalla finanza creativa al riciclaggio di capitali organizzato direttamente dallo Stato, che supera la connivenza di interessi con la mafia per farsi mafia esso stesso in un’unica soluzione di continuità. La chiamano “voluntary disclosure”, ma è la stessa merda di sempre, amplificata nelle forme e nella sostanza.
Rottamata definitivamente la “questione morale”, buona fintanto che torna utile per galvanizzare i nostalgici di “Quando c’era Berlinguer”, c’è da chiedersi cosa ne pensi il Cantone nazionale: la foglia di fico messa lì a coprire le vergogne di un esecutivo senza alcun pudore, e che già fa le prove da ministro per il prossimo rimpasto nella fogna di governo. Non sono pervenute invece rimostranze da parte di quella raggrumosa discarica di rifiuti umani della fu “Ditta”, per la quale una commissione dove chiacchierare a vuoto val bene una messa (in requiem!).
raffaele-cantoneÈ il colpo grosso della banda dei soliti noti al governo, che hanno capito come il modo migliore di incrementare il PIL (che non cresce più per vie regolari) consista nella legittimazione dell’economia criminale. Meglio se attraverso la monetarizzazione contabile dell’illegalità, per una ripresa che non arriva ed esiste unicamente nei dati immaginari di questa televendita elettorale permanente, seduta abusivamente al governo del Paese e pronta a tutto pur di restare attaccata al potere. Perché nel brodo della politica peggiore tutto fa voto. Ed il Piccolo Principe di Rignano ha un disperato bisogno di portare a casa il risultato al prossimo plebiscito referendario. E lo fa nel modo che a lui riesce più congeniale: comprare consensi attraverso la distribuzione di marchette ad oltranza. Tanto mica sono soldi suoi!
gli-amiconiÈ irresistibile mentre saltella più tronfio del solito alla cena di commiato di O’Banana The President, con scene che sembrano la-cadura-dellimpero-romanotratte direttamente da una parodia della “Caduta dell’Impero Romano”, in cui un bonario Marco Aurelio riceve i re clienti venuti a rendergli omaggio con corte (dei miracoli) al seguito. Per l’occorrenza il nostro si porta appresso pure il compiacente buffone di regime: quello della “Costituzione più bella del mondo” un tanto a cachet.
corte-dei-miracoliCosa chiede O’Banana al suo compiacente valvassino, in cambio di un piatto di verdure colte direttamente dall’orto della Casa Bianca (quello irrigato con acqua di fogna)?
Be’ innanzitutto il sostegno della comunità italo-americana all’elezione della moglie di Clinton, eppoi l’invio di truppe negli angoli più remoti dell’Impero americano, come nel caso della comparsata simbolica dei 140 soldatini mandati ai confini della Russia, su richiesta delle repubblichette fasciste del Baltico. Una provocazione a fini “difensivi” assolutamente inutile, ma tanto quanto basta per rompere i coglioni gratuitamente a quello che è uno dei maggiori mercati di esportazione dell’economia italiana. Guadagno?!? ZERO.
obananaMa vuoi mettere le verdurine grigliate di Michelle?!? In cambio O’Banana sponsorizzerà l’approvazione di una costituzione che non ha nemmeno letto. Immaginatevi a parti inverse un Renzi che chiede di cambiare la duecentenaria Costituzione degli Stati Uniti che, per inciso, contiene ancora riferimenti impliciti alla legalizzazione della schiavitù.
Scopriremo presto, a nostro spese, il costo di questa passerella mediatica, con tanto di genuflessione sull’inginocchiatoio americano.

Homepage

EMBEDDED

Posted in Kulturkampf, Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 agosto 2016 by Sendivogius

Titoli

In Siria i “ribelli moderati” stanno perdendo la guerra. O quantomeno le cose non vanno esattamente secondo le aspettative dei principali sponsor di questi fieri guerrieri della libertà, che giocano al medioevo in una pletora di formazioni monotematiche: da Jaysh al-Islam (“Esercito dell’Islam”) a Jaysh al-Jihad (“Esercito della Jihad”); dalla “Armata dei Mujahedeen” alla “Unione islamica dei combattenti del Levante” (Islami Ajnad al-Sham); da Fatah al Islam a Jabhat Ansar al-Islam; dal “Fronte islamico” a Sham al-Islam… convenuti in Siria (al-Sham appunto) sotto i bandieroni neri della sharia, finalmente ripristinata quale unica legge dello stato (islamico) e tutti generosamente finanziati da indefessi campioni della democrazia votati alla laicità, come le monarchie del Golfo arabico e la sempre prodiga Turchia di Erdogan che negli anni non ha certo lesinato le armi e la fornitura di ordigni chimici (a tutt’oggi gli unici ad essere stati usati). Ovviamente, tra i compagni di merende beneficiati da patenti democratiche, dispensate con estrema prodigalità, non vanno dimenticati i galantuomini di Jabhat Fatah al-Sham (“Fronte per la conquista del Levante”), meglio conosciuto come Fronte (Jabhat) al-Nusra, e già costola siriana di al-Qaeda, nella giostra di formazioni salafite che entrano ed escono dalla porta girevole del sedicente “califfato”, tramite il gioco trasversale delle alleanze di comodo. Evidentemente, il cambio di nome è funzionale alla ritrovata verginità “moderata” [QUI], nella fiducia di poter avere insospettabili protezioni sotto cui agire.

A sinistra, miliziano di Jabhat al-Nusra. Al centro, miliziano Isis. A destra, miliziano del Fronte IslamicoLa nuova Siria democratica:
A sinistra, miliziano di Jabhat al-Nusra.
Al centro, miliziano dell’Isis.
A destra, miliziano del Fronte Islamico.
Trova le differenze…

Trattasi di quella sincera opposizione democratica, mediaticamente impresentabile, e che quindi bisogna rilanciare in qualche modo presso il grande pubblico che giustamente ne diffida con ragioni più che fondate.

La libera opposizione siriana si batte per la democrazia, per i diritti delle donne, per la libertà e una società più laica.

Questo perché fortunatamente tra le opinioni occidentali esiste ancora una sana repulsione verso chi taglia teste, come neanche nella Francia di Robespierre, distrugge i monumenti islamicamente non conformi e devasta con gusto gli antichissimi monasteri cristiani; imburqa le donne nei territori ‘liberati’ e ostenta i cadaveri dei nemici maciullati in compiaciuta esibizione di sé.

ALERT

L’arrivo dell’ISIS nella città curda di Kobane

Pertanto, bisognava assolutamente rilanciare l’appeal di simili La libera la città di Idlibfiguri in seria crisi di immagine, confezionando per loro un qualche pedigree accettabile… operazione già disperata di suo… infine ammansire gli scettici che ne biasimano le gesta e magari giustificare la prossima “ingerenza umanitaria” (a suon di bombe) nel conflitto siriano, per sostituire il regime nazionalsocialista di Assad con uno persino peggiore, purché sia in funzione anti-russa, secondo le linee guida della nuova guerra fredda e che ha in quella Hillary Clinton in corsa alla Casa Bianca il suo alfiere più convinto.
Nell’attesa, c’è già chi parla di “intervento umanitario” come in Bosnia o in Kosovo… E peccato solo per il fatto che i due staterelli artificiali precocemente falliti si siano trasformati in campi di addestramento terroristici a cielo aperto, per la penetrazione salafita in Europa; ampiamente conosciuti e tollerati, nella sostanziale acquiescenza della NATO che pure dovrebbe presidiarne il territorio.
NATOChe l’ISIS non sia mai stato un vero problema dell’Amministrazione USA è reso evidente dalla leggerezza con cui il fenomeno è stato ampiamente sottovalutato e lasciato crescere a dismisura, fintanto che poteva tornare utile nel great game mediorientale e ridisegnare le sfere geopolitiche di influenza. Adesso che il Dipartimento di Stato sta approntando i preparativi per la prossima guerra, bisogna predisporre il terreno emotivo per rendere più digeribile il nuovo conflitto, presso un’opinione pubblica quanto mai perplessa, data la natura dei nuovi “alleati”.
CucùE quindi cosa c’è di meglio dell’uso strumentale dell’ennesimo infante flagellato dagli orrori della guerra?!?
Omran DaqneeshPerché va da sé che i bombardamenti non sono tutti uguali. Per esempio, quelli perpetrati sullo Yemen, meglio se contro scuole e ospedali eletti ad obiettivi privilegiati dell’aviazione saudita, opportunamente rifornita di bombe dalle grandi democrazie occidentali (Italia in primis), non fanno assolutamente notizia. bombe-sardegna-arabiaLo Yemen è lontano; scarseggiano le coperture mediatiche; non produce flussi di profughi a getto continuo (e dove mai potrebbero fuggire, chiusi come sono tra il deserto arabico e l’Oceano Indiano?). La sua popolazione poi è scarsamente fotogenica (forse) e non interessa agli specialisti del pietismo telecomandato.
YEMENL’attacco sistematico delle strutture sanitarie costituisce d’altronde l’ultima grande novità delle guerre asimmetriche del nuovo millennio. A tutt’oggi resta insuperata la distruzione dell’ospedale di Kunduz in Afghanistan, gestito da “Medici senza frontiere”, e spazzato via dalle bombe intelligenti della USAF che, compiuta la missione, ha subito assolto se stessa, salvo preoccuparsi dei raid russi in Siria e non perdendo mai occasione di denunciare i crimini di guerra (degli altri).
Edward LuttwakAl netto delle ipocrisie, l’ineffabile Edward Luttwak, con tutta la consueta simpatia che ne contraddistingue le apparizioni pubbliche, ha sciolto ogni equivoco ribadendo come un ospedale che cura tutti i feriti senza distinzioni di fronte si configura come un legittimo obiettivo militare, con buona pace degli ultimi duecento anni di convenzioni belliche comunemente accettate, che mai avevano messo in discussione il ruolo universale delle strutture sanitarie in zona di guerra.
Anno 1904. Il corpo medico militare della Croce Rossa giapponese soccorre i feriti russi dopo la battaglia di Port ArthurIl dio biblico degli eserciti benedica dunque quest’uomo, che ha la capacità di dire le più ciniche abnormità, senza che nulla sfiori mai la sua spietata imperturbabilità!
LuttwakPertanto, il cannoneggiamento degli ospedali si configura come crimine variabile, a seconda di chi distrugge cosa, della latitudine, e degli schieramenti di appartenenza, nell’ambito assai flessibile dei “danni collaterali”.
Anche l’uso di bombarde improvvisate da parte del “libero esercito siriano”, che sparano a casaccio bomboloni caricati a mitraglia nei quartieri alawiti (e cristiani) delle città siriane, rientra nell’alveo delle operazioni militari moralmente corrette e strategicamente ineccepibili.
syrian-rebels-fire-mortarCi sono inoltre immagini ‘crude’ che possono essere mostrate, sbattute in prima pagina su tutti i quotidiani, ed altre invece no. Altrimenti bisognerebbe gettare nel pastone mediatico anche i neonati seppelliti vivi sotto le macerie di Gaza, i bambini devastati dalle schegge, durante i “bombardamenti chirurgici” dell’esercito israeliano. Ma non sarebbe opportuno…

Palestinian Children killed by Israeli raids (1)

Luglio 2014. Operazione “Margine di protezione”.
Israele bombarda i ‘terroristi’ di Hamas.

ALERT  ALERT

ALERT  ALERT

Se volete vedere una vera galleria degli orrori, disgustarvi sarebbe fin troppo facile…

ALERT   ALERT

Ma è assai sconveniente per i media embedded proporre immagini non compatibili con le loro narrazioni funzionali.
In fondo, la strategia di propaganda aveva già ripagato nel caso del piccolo Aylan: il bimbo curdo adagiato cadavere tra i flutti del bagnasciuga dai solerti gendarmi turchi ad usum fotografi, appositamente fatti convenire sul luogo dello scempio.

ALERT

Il corpicino di Aylan sulla spiaggia di Bodrum

L’immagine, una volta introiettata in ‘Occidente’ e oltre, è stata subito trasformata da tragedia in farsa, che gli istrionici coglioni non mancano proprio mai…
coglionidatemi un bulldozer!A Moroccan man adopts the position of the lifeless body of Syrian three-year-old Aylan Kurdi, who drowned while fleeing the Syrian war, during a rally to pay tribute to the tiny boy on September 7, 2015 on a beach in the capital Rabat. Aylan's body was photographed lying face down in the sand with red and blue clothing on a Turkish beach, in a bleak image that rapidly went viral on social media. AFP PHOTO / FADEL SENNA

Datemi un cazzo di bulldozer!!

In compenso, accesi i riflettori sul caso, la cosa ha permesso al sultano di Ankara, tra le altre, di intascare a fondo perduto i miliardi di una UE supina ai ricatti di un infame dittatorello asiatico, che ormai usa la Germania come il suo personale parco giochi, mentre nei distretti orientali dell’Anatolia (gli stessi che un secolo fa videro il genocidio degli Armeni e degli Assiro-Caldei) continua indisturbata la spietata repressione delle popolazioni curde (come il piccolo Aylan e la sua famiglia).
Al contempo, notizie come questa QUI non conquistano la prima pagina dei giornali, sempre per quella questione di opportunità, alleanze, e presentabilità.
È la stampa bellezza. E tu puoi fare molto più di niente…

Homepage

Orange is a new Revolution

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 ottobre 2015 by Sendivogius

A Clockwork Orange by EvaHolder

C’era una volta un Presidente che (bontà sua!) credeva davvero le rivoluzioni nascessero su internet e si sviluppassero a colpi di tweet (o negli account di finti blogger dissidenti), per correre libere su verdi praterie di dollari fruscianti e sbocciare un po’ come i fiori, dai quali di volta in volta prendono il nome (tulipani, rose, gelsomini..). Peccato che poi il bouquet floreale sia destinato ad appassire in fretta, per lasciare il posto a ben altro…
clockwork_orange_by_splattedlotusTuttavia, almeno nella fase preliminare, basta scegliersi un colore (di preferenza l’arancione); confezionarsi in casa i movimenti, meglio se assemblati in serie presso la Pickle Factory di Langley; esportare il prodotto in un accattivante Strategia del colpo di statoinvolucro di velluto e allegare il Manuale universale di istruzioni pronto uso. Creati i “rivoluzionari digitali” da esportazione in franchising, una volta sul posto il lavoro viene generalmente appaltato in conto terzi specializzati nel settore.
Et voilà! Le coup d’etat c’est servi. Rapido, possibilmente indolore, sostanzialmente pulito.
yulia tymoshenkoCerto, non sempre tutte le ciambelle riescono col buco. E spesso bisogna accontentarsi di quello che offre il mercato locale, per assemblare produzioni non del tutto riuscite con pezzi scadenti…
Nazisti ucraini del Battaglione Azov

Nazisti liberati dell’Ucraina democratica

Ma in fondo i demiurghi non ci si sono mai preoccupati troppo della natura del referente finale, fintanto questi si è rivelato uno zelante esecutore delle loro direttive…
Il Cile di Pinochet

Cile 1973. Insediamento dell’amico Pinochet

Altre volte invece il risultato va persino contro le peggiori aspettative, per esiti catastrofici.
Ribelle moderato nella Siria liberata

Ribelle moderato nella Siria liberata

Succede; specialmente quando si gioca agli apprendisti stregoni con le rivoluzioni a primavera.
Soldati cileniPer fortuna, a presentare la mercanzia sotto la luce migliore, provvederanno i riflettori dei media reclutati per l’occasione, con servizi ritagliati su misura del travestimento, tramite la fabbricazione del consenso. Meglio se si tratta di “fondazioni no-profit” e ONG “indipendenti”, nell’illusione di non dare troppo nell’occhio se non fosse per l’indirizzo di riferimento: la USAID, il National Endowment for Democracy, l’International Republican Institute, il National Democratic Institute for International Affairs… Perché a ben vedere tutte le rivoluzioni (e massimamente l’iride colorata di quelle vellutate) portano a Washington…
Gli sponsor di vellutoDel mazzo fa parte anche la Freedom House, in Italia particolarmente nota per le pagelline sulla libertà di stampa che vengono fatte rimbalzare con furiosissimo sdegno dai vari giornalini anti-casta, trasmissioni-denuncia, e siti di “controinformazione alternativa”, senza che nessuno si interroghi mai su chi stila certe (improbabili) classifiche.

«Freedom House, la cui fondazione risale agli inizi degli Anni ’40, ha avuto collegamenti con la “World Anticommunist League”, Resistance International, con organismi del governo degli Stati Uniti come “Radio free Europe” e la CIA, ed ha a lungo servito come braccio di propaganda virtuale del governo e dell’ala destra internazionale…….
[Negli Anni ‘80] Ha speso notevoli risorse per criticare i media per l’insufficiente sostegno alla politica estera degli Stati Uniti e per le critiche troppo dure ai loro stati clienti. In questo ambito, la sua pubblicazione più significativa è stata “Big Story” di Peter Braestrup, in cui si sostiene che la presentazione negativa che i media hanno dato dell’offensiva del Tet ha contribuito a far perdere agli USA la guerra in Vietnam. L’opera è una parodia dell’opera di studio, ma la sua premessa è molto più interessante: che i mass media non solo devono sostenere ogni avventura del governo nazionale all’estero, ma devono farlo con entusiasmo giacché tali imprese sono nobili a prescindere

Edward S. Herman & Noam Chomsky
La Fabbrica del Consenso
(1988)

Nell’ambito della moderna Teoria dei Giochi, le rivoluzioni colorate, ed i loro cloni mediorientali pessimamente abortiti, costituiscono il miglior modo per rompere a gratis i coglioni alla Russia, col minimo dispendio di risorse applicato ad un’economia di forze nel perseguimento della strategia del massimo. E in tal modo ricordare chi è chi comanda agli altri bulli del cortile, con un occhio attento al resto del mondo; più come training autogeno per convinzione indotta su ruolo presunto, che per condizione effettiva alla riprova dei fatti.
clockwork-orangeA suo modo, nella variante odierna, l’intrapresa costituisce la via mercatista al trozkismo, inteso come espansione Tecnica del colpo di statorivoluzionaria permanente. Soprattutto, è un modo perfetto per proseguire la guerra (fredda) con altri mezzi, continuando l’opera di accerchiamento del vecchio nemico ex sovietico ed erodere dall’interno quelle che da sempre vengono considerate le sue storiche sfere di influenza, pensando che la cosa non abbia conseguenze, salvo poi strepitare contro la brutalità dell’orso russo, quando questi reagisce stuzzicato nella sua stessa tana.
Mao Mao Tse Tung, che sull’argomento ne sapeva qualcosa, sosteneva che le rivoluzioni non fossero affatto un pranzo di gala (meglio se tenuto tra gli attaché militari in qualche ambasciata), né un’opera letteraria (da seguire a puntate su qualche reportage di propaganda), non un disegno o un ricamo (di chirurgica esecuzione), e nemmeno una cosa elegante da fare con dolcezza e cortesia, ma come al contrario fossero sempre un atto di violenza.
E quindi dovrebbero sempre essere maneggiate con una certa cautela.

Homepage

SEPTEMBER-PROGRAMM

Posted in Kulturkampf, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 luglio 2015 by Sendivogius

Germany wallpaper by Vortigauntdpr

Nel 1961, con la pubblicazione del suo Assalto al potere mondiale, lo storico Fritz Fischer sollevava un putiferio negli ambienti accademici tedeschi, mettendo in discussione uno dei totem nazionali, che vuole la Germania come una vittima delle circostanze, nella declinazione di ogni responsabilità per costante auto-assoluzione, sottolineando invece l’esistenza di un filo conduttore che accomunerebbe la politica estera ed economica del Reich guglielmino con lo stato nazionalsocialista, il quale nella sua eccezionalità pure agì in sostanziale continuità ereditandone molte delle linee guida.
GermanysaimsinthefirstworldwarSecondo l’analisi di Fischer, al principio del XX secolo il Reich perseguiva con lucidità il consolidamento di una posizione egemonica a livello continentale, tramite la creazione di una grande sfera di influenza su scala globalizzata, col suo “power-core” in una Mittleuropa sotto la diretta direzione tedesca, ed al contempo con la costituzione di una serie di stati-vassalli a sovranità limitata, posti sotto il controllo germanico. E ciò sarebbe dovuto avvenire, attraverso la costituzione di una specifica area economica di scambio, a garanzia delle industrie tedesche ed a vantaggio esclusivo della propria bilancia commerciale.
Cover Contro rivoluzioniLa supremazia teutonica, garantita dalla preponderanza dell’elemento militare, sarebbe stata ulteriormente puntellata da una serie di annessioni ai propri confini, con la creazione di una cintura di stati-cuscinetto nell’Europa Orientale e l’annessione di ampie porzioni di territorio francese e belga ad Occidente.
Bundesarchiv_Bild_183-R52907,_Mannschaft_mit_Gasmasken_am_Fla-MGIl progetto di natura geopolitica a trazione economica avrebbe contato sul convinto appoggio della cancelleria imperiale e dei principali gruppi finanziari ed industriali del paese, potendo altresì contare sulla sponda di gran parte del mondo intellettuale tedesco. Lo scoppio della prima guerra mondiale sarebbe stato dunque solo la diretta conseguenza di una simile impostazione, costituendo a suo modo una “opportunità” per la realizzazione di un tale progetto.
Theobald von Bethmann-HollwegNel 1914, dopo l’offensiva della Marna, gli obiettivi di guerra tedeschi vengono condensati e ricapitolati in un controverso documento conosciuto come il “Programma di Settembre” (Septemberprogramm). Il capitolato, che costituiva una sorta di “lista della spesa” con le pretese e la raccolta di proposte informali, da parte dei vari gruppi di potere che si muovevano all’ombra dell’apparato politico-industriale e militare tedesco, raggiunge la sua stesura definitiva il 9 Settembre del 1914 (da lì il nome), ad opera del cancelliere Theobald von Bethmann-Hollweg. A compilare la stesura del programma provvede però Kurt Riezler, segretario generale del cancelliere.
septemberprogramA livello strettamente economico, una peculiarità piuttosto curiosa del piano consisteva nella creazione di una grande unione doganale, con la creazione di un’area di ‘libero’ scambio. Si tratta della “Mitteleuropäischer Wirtschaftsverband” (associazione economica mitteleuropea), che avrebbe dovuto comprendere la Francia, il Benelux (Belgio, Olanda e Lussumburgo), , l’Austria, l’Ungheria, l’Italia, i paesi Nazisti in Ucrainascandinavi (Danimarca, Svezia, Norvegia) ed i futuri stati cuscinetto dell’Europa Orientale: dai paesi baltici (Lituania, Lettonia, Estonia), passando per la Polonia e l’Ucraina, in funzione anti-russa.
In particolare, Kurt Riezler ipotizzava la creazione di una confederazione di stati, concepita come una società per azioni nelle quali l’azionista di maggioranza sarebbe stata la Germania, in grado di condizionare e determinare col suo peso egemonico le scelte e le condizioni di tutti gli altri.
NeinSilhouetteBLUEglassLo scopo di questa sorta di unione economica europea allo stato embrionale era quello di stabilizzare il dominio economico tedesco sull’Europa centrale. I partecipanti all’unione mittleuropea, nominalmente uguali sarebbero stati in realtà subordinati agli interessi tedeschi.
manifesto-propaganda-tedesco Nel caso della Francia era prevista poi l’annessione dei distretti minerari di Brey e della Lotaringia, la totale chiusura degli scambi commerciali con la Gran Bretagna e la trasformazione del territorio francese in un immenso mercato per le merci e gli investimenti tedeschi. Il Belgio sarebbe stato ridotto ad un protettorato tedesco, da tenere sotto occupazione militare.
È interessante notare come alcuni dei propositi contenuti all’interno del sedicente “programma” costituiscano una variabile costante della politica germanica: dalla creazione di una unione doganale per lo smercio delle proprie manifatture, alla creazione di un’area egemonica a trazione tedesca su base mitteleuropea, che abbia il suo punto di forza nell’area Baltica, puntando sul sostegno di Lituania ed Estonia per sottrarre l’Ucraina dalla sfera di influenza russa. In pratica è esattamente quanto sta accadendo oggi, col conflitto ucraino che oppone Berlino (e Washington) a Mosca per interposti contendenti.
Ucraina democraticaPertanto, Fritz Fischer individuava nelle aspirazioni egemoniche dell’espansionismo teutonico le cause che condussero l’Europa alla catastrofe della “Grande Guerra”, suscitando la stizzita reazione dei conservatori. Soprattutto, riaccendeva l’attenzione sull’anomalia tedesca, che nella sua specificità corre lungo le vie tortuose del “Sonderweg”, che in passato sono confluite in quel cocktail venefico ad alta gradazione tossica di intransigenza luterana ed ipocrisia moralista, autoritarismo prussiano ed elitismo reazionario, nazionalismo estremo e darwinismo sociale, che sono alle origini dello stato tedesco ed alla base di uno sviluppo patologico, di cui il nazismo non sarebbe che una “variante”; a tal punto da costituire un risultato storico inevitabile riflesso nei difetti unici del “carattere nazionale tedesco”, secondo l’analisi alquanto impietosa di certa storiografia britannica.
WW-I soldiersC’è da dire che il progetto economico di una Mitteleuropäischer Wirtschaftsverband non viene abbandonato con la fine della guerra, ma viene fatto proprio dai nazisti che riprendono l’idea conferendogli una dimensione prevalentemente economica, attraverso la costituzione di una “comunità europea” (Europäische Wirtschaftsgemeinschaft) d’impronta tedesca, attraverso l’istituzione di una moneta unica e la creazione di un grande spazio economico (Großwirtschaftsraums), da costruire sotto la guida della GEWG (Società per la programmazione economica europea).
Second_world_war_europe_1941-1942Nel Luglio del 1940, Walther Funk, ministro dell’Economia e presidente della Reichsbank, presenta il suo progetto per la “riorganizzazione economica dell’Europa”, meglio conosciuto come Piano Funk, finché nel Settembre del 1942 le fatiche di Funk confluiranno in un articolato documento dal titolo assai evocativo: “Comunità economica europea” (Europäische Wirtschaftsgemeinschaft). Alla stesura oltre allo stesso Walther Funk, partecipano: Gustav Koenigs, segretario di Stato; Philipp Beisiegel, ministro del Lavoro; Heinrich Hunke, presidente della Camera di commercio e industria di Berlino… Ma ci sono anche esponenti del mondo economico tedesco come Anton Reithinger, direttore del dipartimento economico della IG Farben, e Bernhard Benning, direttore del Reichs-Kredit-Gesellschaft.
Tedeschi ad AteneIn quanto circoscritti ad un periodo oscuro della storia recente, alla luce delle vicende del tempo presente, ci sarebbe da chiedersi quanto il “percorso solitario” dei popoli tedeschi verso la cosiddetta integrazione europea, sempre in bilico tra Est ed Ovest, pulsioni isolazioniste e sindrome da accerchiamento, sia davvero compiuto. E quanto il ritrovato orgoglio nazionale che sembra degenerato in una nuova arroganza totalitaria, che ha nell’ordoliberismo tedesco il suo punto di forza, sia del tutto scevro da pretese di superiorità culturale ed etnica, mentre pretende di dare lezioni di etica ad un intero continente.
NEU_GE2_01La differenza che intercorre tra una Germania europea ad un’Europa tedesca risiede nell’allucinante abnormità dello sciagurato caso ellenico, con l’imposizione di una serie di diktat che lungi dall’assomigliare ad una “trattativa” si configurano piuttosto come un ultimatum, fissato in 72 ore, finalizzato più che altro all’annientamento della Grecia a scopo intimidatorio, concepito come una sorta di atto di guerra attraverso la “conventrizzazione” di un intero paese per la sua capitolazione incondizionata.

Massacro di Distomo

L’ultimatum dell’Austria-Ungheria alla Serbia, che determinò lo scoppio della prima guerra mondiale, si reggeva su condizioni lungamente più sostenibili e meno umilianti di quelle che la Germania ‘democratica’ sta imponendo alla Grecia nell’ignavia del resto d’Europa, a vergogna perenne di una “Unione” utilizzata come arma di distruzione di massa e che ha interamente smarrito le ragioni del suo essere.

Homepage

Medz Yeghern – Il Grande Male

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 aprile 2015 by Sendivogius

Remember

Lo storico britannico Arnold J. Toynbee, a cui si deve Arnold J. Toynbeel’introduzione della ponderosa relazione intitolata “The Treatment of Armenians in the Ottoman Empire” e meglio conosciuta come “Blue Book”, dove sono raccolte gran parte delle testimonianze sul genocidio degli Armeni e degli Assiro-Caldei, individuò nella “distruttività del nazionalismo moderno” il Grande Male dell’epoca, all’origine della febbre ideologica che sembrava consumare tra i fuochi della sua follia omicida popoli ed identità in un’orgia di massacri.
Il “Medz Yeghern” costituisce a suo modo la prima applicazione su scala nazionale di quell’ideologia eliminazionista (per fare propria la definizione di Daniel J. Goldhagen) che, innestandosi sul ceppo ben più antico degli odi etnici e del fanatismo religioso, si svilupperà nei grandi genocidi del XX secolo; i quali non costituiscono affatto una specificità esclusiva di determinate entità nazionali (meno che mai turche o tedesche).

vidal-clave

Interludio
1915 - pendaison à Constantinople d'un Arménien Il genocidio degli Armeni (e degli Assiro-Caldei e dei Greci del Ponto), ancorché contestato, implica aspetti particolari che nella portata delle sue dinamiche dimostrano essenzialmente come le attività di sterminio, pur avendo peculiarità universali, non presuppongano necessariamente l’esistenza di una struttura totalitaria né un’infallibile volontà organizzativa finalizzata alla distruzione, come fu per esempio nel caso del nazismo.
Fifth Regiment, Imperial Ottoman Cavalry, 1890s-1900s.La Turchia di inizio ‘900 era uno stato costituzionale, dittatoriale nella sostanza ma democratico nella forma, dotato di organi rappresentativi ed un proprio Parlamento che, per quanto limitato nei poteri ed epurato nella composizione, non fu mai sciolto nemmeno durante la disastrosa condotta della prima guerra mondiale e che per inciso non varò mai una legge organica, che legittimasse in modo esplicito le stragi e le espropriazioni forzate.
Soprattutto, i massacri furono alimentati con estrema facilità, in una spirale perversa di odio, vendette e ritorsioni, innescate dalle espulsioni di massa e lo sradicamento violento delle comunità turcofone e musulmane dai territori balcanici, oggetto di una pulizia etnica feroce da parte dei nuovi conquistatori ‘cristiani’. E delle quali loro malgrado fanno le spese gli Armeni e le altre comunità cristiane, presenti nei distretti orientali dell’Impero ottomano.
Vilayet armeniTra il 1880 ed il 1915, affluiscono in Anatolia milioni di profughi, che i Turchi chiamano Muhajir. Sono albanesi, bosniaci, bulgari, circassi della Cecenia, turcomanni e tatari della Crimea… tutti cittadini ottomani espropriati di ogni bene e cacciati via dalle loro case, che si riversano in massa nell’Impero del sultano in cerca di protezione ed asilo, e che vengono reinsediati nei distretti popolati dagli Armeni. L’eliminazione di una minoranza indesiderata comporta per il governo nazionalista l’opportunità di risolvere la “questione armena” e provvedere alla sistemazione dei nuovi arrivati, utilizzando i beni saccheggiati.
L'arrivo dei Muhajir a Istanbul nel 1912Lo sterminio degli Armeni, seppur condiviso e partecipato da gran parte della popolazione soprattutto nelle campagne, e massimamente i Muhajir, nella sua ferocia selvaggia non conobbe mai le forme proprie del razzismo biologico (come avvenne invece nel caso degli ebrei in Germania). Né era la diretta conseguenza di una produzione legislativa, volta alla massima discriminazione in attesa della “soluzione finale”.

Armenians_marched_by_Turkish_soldiers,_1915

Ufficialmente, ed in linea puramente teorica, quello degli Armeni si configurava come una deportazione di massa, “militarmente necessaria” per ragioni di sicurezza in tempo di guerra, e portata avanti con modalità brutali “al fine di massimizzare il numero di morti lasciati per strada” (A.J.Toynbee).

«L’atto che sancisce l’ufficialità dell’operazione è una risoluzione del Consiglio dei Ministri, datato 27 Maggio 1915. È un documento brevissimo che afferma il dovere dello Stato di reprimere con estremo rigore ogni attentato alla sicurezza nazionale e all’ordine pubblico. E conferisce alle autorità militari dei vari distretti la facoltà “se le esigenze della guerra lo impongono di trasferire e installare in altre località, individualmente o per gruppi, le popolazioni delle città e dei villaggi sospettate di tradimento o di spionaggio”. La parola ‘armeno’ non figura nemmeno nel testo.
Il 30 Maggio segue un decreto-legge dello stesso tenore, che non sarà mai ratificato dal Parlamento ottomano. Poi il 10 Giugno arriva una legge che precisa le modalità da seguire per il trasferimento delle persone e per la sistemazione dei loro interessi e affari prima della partenza. Infine, a operazione conclusa, il 26/09/1915, un’ultima legge stabilisce la sorte dei beni abbandonati dai deportati. Sul piano della legislazione ufficiale non c’è altro. I riferimenti espliciti agli Armeni sono sporadici; nelle istruzioni operative si preferisce ricorrere a perifrasi come “le persone trasportate altrove”, “le persone note”, e così via

Sergio De Santis
“Il genocidio degli Armeni”
(Marzo, 1996)

Turkish Cavalry L’applicazione delle disposizioni viene affidata alle autorità militari che godono di una discrezionalità illimitata, secondo un mandato tanto vago quanto ambiguo. Per essere sicuri di ottenere l’effetto implicitamente desiderato, gendarmeria ed esercito, vengono affiancati da appositi commissari governativi e soprattutto dalle unità operative dell’Organizzazione speciale.
Peraltro, la normativa in oggetto che si componeva di una serie di decreti governativi, spesso e volentieri seguiva e non precedeva le direttive emanate dal comitato centrale del partito di governo: il CUP (Comitato per l’Unione ed il Progresso).
Ismail Enver PashaIl 25 Febbraio del 1915, per ordine del Ministro della Guerra e uomo forte del regime, Ismail Enver pascià, tutti gli Armeni Medz_Yeghern_exteffettivi nell’esercito ottomano vengono distaccati nei “battaglioni lavoro” del Genio militare e quindi fucilati, o passati per le armi dai boia dell’Organizzazione speciale.
Al contempo viene ordinato a tutti i villaggi armeni dell’interno di consegnare ogni tipo di arma in loro possesso e di fornire ogni uomo valido per la coscrizione di leva, o in alternativa il pagamento del “bedel”, la tassa di esenzione. Trasgressori e renitenti vengono sottoposti a tortura con tenaglie roventi.
jevdet-bey Di conseguenza, il 19 Febbraio, la provincia armena di Van si ribella alle ingiunzioni del governatore turco, Jevdet Bey, che in caso di rivolta promette di uccidere ogni cristiano, uomo, donna, o bambino in cui dovesse imbattersi. E sarà di parola.
A farne le spese saranno soprattutto le comunità cristiane degli Assiro-Caldei, che a torto si credono immuni alla rappresaglia e vengono invece investiti appieno dalla repressione, che puntualmente si abbatte su di loro… Da Ras-el Hadjar a Tel Mozilt, passando di villaggio in villaggio per tutto il vilayet di Van ed i monti dell’Hakkari, tutti i 52 villaggi cristiani tra Beyazit e Eleskirt vengono distrutti dai reggimenti di cavalleria curda degli Hamidiye.
REVIEW OF KURDISH CAVALRY BY THE GOVERNOR OF VAN, BAHRI PASHAGli Armeni della città di Van si organizzano in milizie volontarie e squadre di auto-difesa resistendo agli attacchi dell’esercito ottomano, fino all’arrivo in loro soccorso di un contingente Linea di difesa a Van presso la città vecchiarusso. E questo rafforza ulteriormente la convinzione tra i “Giovani Turchi” che gli Armeni siano una minaccia, da debellare al più presto ed in maniera definitiva. E che porteranno alla stesura, per l’appunto 27/05/1915, della cosiddetta “Legge Tehcir” sulle deportazioni che avrebbero dovuto avere carattere straordinario e provvisorio. In realtà, la legge giunge per fornire una qualche copertura legale ad una vasta operazione di repressione, già in atto ed innescata motu proprio, su impulso di settori governativi legati all’apparato militare nell’ambito del pacchetto di “misure speciali”. Ad ogni modo, è dopo la promulgazione della legge che si intensificano le esecuzioni di ostaggi e l’uccisione dei prigionieri politici.
Fanti russi nei pressi di VanIl 24 Aprile c’è la grande retata contro l’elite armena, con l’arresto in massa di tutti gli elementi di spicco della comunità che verranno successivamente assassinati.
E, sempre nell’Aprile del 1915, vengono predisposti le prime operazioni di evacuazione della popolazione civile armena ed il suo trasferimento in appositi campi di raccolta, predisposti in Mesopotamia e Siria.
Nell’opera ci si avvale, almeno nelle sue fasi iniziali, pure della comprovata efficienza dell’alleato germanico, che predispone i piani di deportazione in cui è previsto anche l’utilizzo dei treni merci della nuova linea ferroviaria per Baghdad, per il trasferimento dei deportati in appositi campi di raccolta nel deserto che gli uomini del Kaiser chiamano, senza falsi eufemismi, konzentrationslager: 25 campi della morte, dove i pochi superstiti vengono lasciati morire di fame e malattia.
Deportazione degli armeniD’altronde, il Reich germanico può già vantare una comprovata esperienza con lo sterminio degli Herero, nelle sue colonie sudafricane.
Le operazioni di ‘deportazione’ hanno l’avvallo del generale Hans von Seekt, che i turchi chiamano “la Sfinge”, e che dopo la guerra diverrà uno dei personaggi di maggior rilievo e tra i più affidabili referenti tra i ‘democratici’ della Repubblica di Weimar.

Armenians hanged in the street in Constantinople - Armin T. Wegner

Operazione Massacro
Gendarmi turchi (1)Nata ufficialmente come una serie di trasferimenti coatti su vasta scala, la deportazione degli Armeni si trasformò fin da subito in una gigantesca operazione di pulizia etnica. Che l’eccidio sistematico delle popolazioni armene rientrasse in un progetto più ampio di sterminio, che fosse pianificato o meno, secondo una precisa strategia “eliminazionista” premeditata a lungo e scientificamente messa in atto, oppure fosse la conseguenza incidentale, ancorché voluta, di un insieme di massacri deliberati, per annichilire una minoranza interna percepita come infida, l’estensione a livello capillare delle esecuzioni sommarie e dei linciaggi di massa, con la messa in atto di pogrom organizzati, assunse fin da subito le dimensioni e gli effetti di un vero e proprio genocidio, strutturato nelle forme rozze e feroci della rappresaglia tribale, esasperata dall’odio religioso, e fomentata da una cruda avidità di saccheggio. I trasferimenti sono in realtà marce della morte attraverso il deserto siriano, senza viveri né acqua, esposte agli attacchi continui di banditi e predoni, che uccidono i pochi uomini rimasti, mentre stuprano e rapiscono le donne.
Le deportazioniL’ordine di deportazione viene affisso nelle piazze delle città o annunciato da banditori che vanno di villaggio in villaggio. Agli Armeni vengono concessi da due a cinque giorni di tempo per radunare le proprie masserizie. Il governo si farà carico della custodia e della salvaguardia dei beni abbandonati, fino alla Talat pasciàloro restituzione. In seguito, il ministro agli interni Talaat arriverà a chiedere alle compagnie assicurative la liquidazione delle polizze stipulate dagli Armeni da lui assassinati, definendosi il naturale erede, giacché il ministero ha espropriato tutti loro beni. Con ogni evidenza, la natura del provvedimento è punitiva e colpevolizzante, ma al contempo si sforza di lasciar trasparire una cornice legalitaria, come si può evincere dalla natura del testo del bando:

ArmeniI nostri concittadini armeni, avendo adottato da anni per istigazione straniera molte perfide idee di natura tale da turbare l’ordine pubblico; avendo provocato conflitti sanguinosi; avendo tentato di turbare la pace e la sicurezza dell’impero oltre che la pace e gli interessi degli altri cittadini; avendo osato unirsi agli attuali nemici in guerra contro il nostro impero, il nostro governo si è visto obbligato a prendere delle misure straordinarie sia per garantire l’ordine che per la sicurezza del Paese, sia anche per il benessere e la conservazione della stessa comunità armena.
Di conseguenza, e come misura in vigore per la durata della guerra, gli armeni dovranno essere trasferiti a destinazioni che già sono state predisposte in alcuni vilayet; ed è rigorosamente prescritto a tutti gli ottomani di ubbidire nel modo più assoluto agli ordini presenti:
1. Tutti gli armeni ad eccezione dei malati dovranno partire entro cinque giorni sotto scorta di gendarmi.
2. Sebbene sia permesso loro di portarsi dietro per il viaggio i beni trasportabili, è vietato agli armeni di vendere le loro proprietà e gli altri beni, oppure di affidarli ad altri, perché il loro esilio è solo temporaneo.
3. Alloggi adeguati sono previsti lungo il percorso, onde assicurare ogni conforto. E sono state predisposte tutte le misure per proteggerli da ogni aggressione o attentato alla loro vita, affinché possano giungere sani e salvi ai rispettivi luoghi di deportazione provvisoria….”

In realtà di “predisposto” per l’accoglienza non v’è proprio nulla…
Di quale sia l’esatta natura dei trasferimenti, si renderanno subito conto gli ufficiali tedeschi di collegamento, che descrivono la situazione nei loro rapporti.
Armin Theophil Wegner (1890) Dove è possibile, come nel caso dell’ufficiale medico Armin T. Wegner, i massacri vengono documentati con testimonianze ed evidenze fotografiche. Documentazione fotografica a cui si accompagnano pure clamorose patacche (come se la mostruosità dei massacri avesse bisogno di effetti speciali!), ovviamente accreditate via web, dove circolano provocando i “sobbalzi” di un’utenza che verifica assai poco, ma indugia sui richiami perversi di certe nudità estreme, volte più che altro a stuzzicare le fantasie sado-masochiste di un erotismo malato…
Crocifissioni di donne (1) Crocifissioni di donnePresentate quasi ovunque come “immagini d’epoca”, con la pretesa di dimostrare la disumanità congenita del “turco e musulmano”, quale unica nel suo genere, si tratta in realtà di fotogrammi cinematografici tratti dalla pellicola “Auction of Souls” del 1919: uno dei primissimi film dedicati al genocidio degli Armeni, tratto dal libro Ravished Armenia di Aurora Mardiganian, che sopravvissuta ai massacri raccontò dell’uccisione di 16 ragazze cristiane (che avevano rifiutato di convertirsi) presso la città di Malatia nel vilayet di Karput (Mamuretül-Aziz).
Auction of Souls (1919)Invero, secondo altri testimoni dell’efferatezza, le ragazze vennero sì trucidate, ma non crocifisse: furono infatti impalate massacro-di-valdesi(per via vaginale), secondo una pratica che nell’Europa cristiana del XVI secolo veniva riservata ai valdesi. Ma in questo caso le ragazze erano tutte rigorosamente vestite, per non offendere la ‘morale’ islamica con sconce nudità esibite in pubblico. Quando la realtà supera la finzione!
Al contrario, durante la Guerra di Algeria (1954-1962) i soldati francesi non si ponevano di questi problemi…
Francesi in AlgeriaPer quei paradossi della storia, nel 1915 crocifissioni di donne in effetti ve ne furono…
Contadine serbe crocifisse dalle truppe austro-ungariche nel 1914Ma ad opera dell’esercito austro-ungarico, nelle sue rappresaglie contro i contadini serbi.
E ciò, se ve ne fosse bisogno, dimostra come la crudeltà sia universalmente diffusa, senza limiti di religione o di “razza”.

Made in France

In merito allo sterminio degli Armeni, tra i numerosi testimoni dell’epoca, i soldati tedeschi presenti nell’Impero Ottomano furono tra i primi a rendersi conto dell’entità e della reale natura dei massacri…
Mappa del genocidio armenoIl tenente colonnello August Stange (Stanke Bey), che assiste agli sgomberi di Erzurum, riferisce:

«L’ordine di evacuazione è stato eseguito nel modo più brutale. La gente è stata buttata fuori di casa e ripartita in piccoli gruppi. La maggior parte non ha avuto neanche il tempo di prendere le cose più necessarie. Sotto gli occhi dei gendarmi, la popolazione locale si è impadronita dei beni abbandonati, di quelli rimasti nelle case, e spesso anche delle cose che gli armeni si volevano portare dietro. Il tempo era inclemente, ma i deportati hanno dovuto deportare all’addiaccio e si sono potuti procurare un po’ di cibo e di acqua solo distribuendo ricche mance ai gendarmi

Hans Freiherr von WangenheimIl 17/06/1915, il barone tedesco Hans von Wangenheim, ambasciatore a Costantinopoli e che pure ha sollecitato i militari tedeschi alla ‘collaborazione’, si vede comunque costretto a riferire a Berlino che avvalla tutta l’operazione:

«È evidente che l’espulsione degli armeni non è motivata solo da esigenze militari. Il ministro dell’interno, Talaat, ha infatti recentemente dichiarato che la Sublime Porta intende approfittare per farla finita in modo radicale [gründlich aufzuraümen] coi suoi nemici interni, senza essere disturbata da interventi diplomatici stranieri

Otto von LossowIl Gen. Otto von Lossow, plenipotenziario tedesco dell’Ambasciata germanica, che nel Novembre del 1923 sventerà il Putsch di Monaco aprendo il fuoco contro i nazisti, secondo un giudizio ampiamente condiviso dai suoi colleghi, ebbe a dire:

«Sulla base di tutti i rapporti e le notizie a me pervenute, non vi può essere alcun dubbio che i turchi stiano puntano al sistematico sterminio delle poche centinaia di migliaia di armeni ancora in vita

Liman von SandersIl Gen. Liman von Sanders si oppone fermamente alle deportazioni nelle città di Smirne e Costantinopoli, ma nelle province orientali la situazione è ben diversa…
Gli Armeni vengono rastrellati ovunque sia possibile e radunati nelle piazze delle città e dei villaggi, quindi incolonnati dalla gendarmeria ottomana lungo i sentieri che si inerpicano per gli altipiani, o attraverso il deserto, verso i centri di smistamento predisposti ad Aleppo che dista centinaia di chilometri, fino alla marcia finale in pieno deserto siriano verso Deir ez-Zor.
Oscar Heizer Oscar Heizer, console statunitense a  Trebisonda sul Mar Nero, non lascia adito a dubbi:

«L’ordine di deportazione è stato annunciato nelle strade il 26 Giugno e giovedì primo luglio è stato fatto eseguire dai gendarmi con le baionette inastate. Gruppi di vecchi, donne e bambini carichi di fagotti sono stati ammassati in una stradina laterale vicino al consolato. Non appena un gruppo raggiungeva il centinaio di persone, veniva avviato sulla strada di Erzerum, nel caldo torrido. Quelli che restavano, estenuati dalla fatica, venivano finiti a colpi di baionetta e gettati nel fiume. I corpi discendevano così fino alla foce, nei pressi della città, dove sono rimasti abbandonati sulle rocce e nella battigia, a imputridire sotto lo sguardo inorridito di chi passava nella zona

Morgenthau_telegram

E rapporti ancor più allarmati vengono stilati per il Henry MorgenthauDipartimento di Stato dall’ambasciatore Henry Morgenthau, che parla apertamente di una “campagna di sterminio razziale” e che sarà tra coloro che più si attiveranno concretamente per arginare la marea degli eccidi e tra i più implacabili nel denunciarli:

«Il vero scopo della deportazione fu rapina e distruzione; in realtà rappresentava un nuovo metodo di massacro. Quando le autorità turche hanno dato gli ordini per queste deportazioni, stavano semplicemente dando la condanna a morte ad una intera razza; hanno capito bene questo, e, nelle loro conversazioni con me, non hanno fatto particolari tentativi per nascondere il fatto

Henry Morgenthau
“Ambassador Morgenthau’s Story” (1918)

A sua volta, il rapporto di Morghenthau si basa sui dispacci dettagliatissimi che Leslie Davis, console statunitense a Karput, fa pervenire all’Ambasciata per tutta la metà del 1915.
Fiume Tigri - Le zattere della mortePer sfoltire il numero dei deportati, la gran parte della popolazione maschile armena viene trucidata subito, fin dai primi rastrellamenti. Nei distretti di Trebisonda, Erzurum, Bitlis, e nella piana di Muş, i prigionieri vengono rinchiusi nei fienili o nelle chiese e bruciati vivi, oppure vengono legati e caricati a forza su barconi che poi vengono affondati in mezzo ai fiumi. Per gli armenisterminatori si apre però il problema dei bambini e degli infanti abbandonati negli ospedali e negli orfanotrofi. A questi pare provveda una squadra di medici assai solerti, che somministrano iniezioni letali di morfina, secondo le istruzioni impartite dal dottor Nazim Bey, uno dei capi dell’Organizzazione speciale addetta allo sterminio.
L’opera di pulizia etnica e di soppressione è così solerte, che Giovanni Gorrini, console generale d’Italia, a proposito degli Armeni di Trebisonda già in estate (25/08/1915) scriverà:

«Degli oltre 14.000 armeni legalmente residenti a Trebisonda all’inizio del 1915 il 23 luglio dello stesso anno non ne rimanevano in vita che 90. Tutti gli altri, dopo essere stati spogliati di ogni avere, erano stati, infatti, deportati dalla polizia e dall’esercito ottomani in lande desolate o in vallate dell’entroterra e massacrati […] Il passaggio delle squadre degli armeni sotto le finestre e davanti la porta del consolato, le loro invocazioni al soccorso senza che né io né altri potessimo fare nulla per loro, la città essendo in stato d’assedio, guardata in ogni punto da 15mila soldati in pieno assetto di guerra, da migliaia di agenti di polizia, dalle bande dei volontari e dagli addetti del Comitato Unione e Progresso; i pianti, le lacrime, la desolazione, le imprecazioni, i numerosi suicidi, le morti subitanee per lo spavento, gli impazzimenti improvvisi, gli incendi, le fucilate in città, la caccia spietata nelle case e nelle campagne; i cadaveri a centinaia trovati ogni giorno sulla strada dell’internamento, le giovani donne ridotte a forza musulmane o internate come tutti gli altri, i bambini strappati alle loro famiglie o alle scuole cristiane e affidati per forza alle famiglie musulmane, ovvero posti a centinaia sulle barche con la sola camicia, poi capovolti e affogati nel mar Nero o nel fiume Dére Méndere, sono gli ultimi incancellabili ricordi di Trebisonda, ricordi che, ancora, a un mese di distanza, mi straziano l’anima, mi fanno fremere»

Cadaveri di Armeni buttati nell'Eufrate

La seconda ondata di deportazioni si abbatte invece sugli Armeni della Cilicia che vengono annientati nelle marce della morte, lontano da occhi indiscreti dopo le proteste tedesche e americane, tra i monti dell’Anatolia e nei deserti della Siria. Chi rimane indietro, viene ucciso dai gendarmi; tutti gli altri vengono lasciati in balia degli attacchi dei Muhajir, delle bande dei circassi, dei predoni arabi, delle unità di cavalleria irregolare curda, e soprattutto degli assassini a contratto (gli Tchettè) della Techkilat i Mahsousse, ovvero l’Organizzazione speciale del CUP (il partito di governo).
Imperial Army Cavalry LanceNelle sue memorie, l’ambasciatore Morgenthau traccia una descrizione efficace:

«Durante circa sei mesi, dall’aprile all’ottobre del 1915, quasi tutte le grandi vie dell’Asia Minore erano intasate da queste orde di esiliati. Si poteva vederle affollare le valli, o scalare i fianchi di quasi tutte le montagne, marciando e marciando sempre senza sapere dove, se non che ogni sentiero conduceva alla morte. Villaggi dopo villaggi, città dopo città, furono spogliati della loro popolazione armena, in condizioni simili. Durante questi sei mesi, da quanto si può sapere, circa 1.200.000 persone furono indirizzate verso il deserto della Siria.
deportazione armeni[…] Avevano appena abbandonato il suolo natale che i supplizi cominciavano; le strade che dovevano seguire non erano che dei sentieri per muli dove procedeva la processione, trasformata in una ressa informe e confusa. Le donne erano separate dai bambini, i mariti dalle mogli. I vecchi restavano indietro esausti, i piedi doloranti. I conduttori dei carri trainati dai buoi, dopo avere estorto ai loro clienti gli ultimi quattrini, li gettavano a terra, loro e i loro beni, facevano dietrofront e se ne tornavano ai villaggi, alla ricerca di nuove vittime. Cosí, in breve tempo, tutti, giovani e vecchi, si ritrovavano costretti a marciare a piedi; e i gendarmi che erano stati inviati, per cosí dire, per proteggere gli esiliati, si trasformavano in Kurdish Hamidiye officerveri carnefici. Li seguivano, baionetta in canna, pungolando chiunque facesse cenno di rallentare l’andatura. Coloro i quali cercavano di arrestarsi per riprendere fiato, o che cadevano sulla strada morti di fatica, erano brutalizzati e costretti a raggiungere al piú presto la massa ondeggiante. Maltrattavano anche le donne incinte e se qualcuna, e ciò avveniva spesso, si accovacciava ai lati della strada per partorire, l’obbligavano ad alzarsi immediatamente e a raggiungere la carovana. Inoltre, durante tutto il viaggio, bisognava incessantemente difendersi dagli attacchi dei musulmani. Distaccamenti di gendarmi in testa alle carovane partivano per annunciare alle tribú curde che le loro vittime si avvicinavano e ai paesani turchi che il loro desiderio finalmente si realizzava. Lo stesso governo aveva aperto le prigioni e rilasciato i criminali, a condizione che si comportassero da buoni maomettani all’arrivo degli armeni. Cosí ogni carovana doveva difendere la propria esistenza contro piú categorie di nemici: i gendarmi di scorta, i paesani dei villaggi turchi, le tribú curde e le bande di tchettè o briganti. Senza dimenticare che gli uomini che avrebbero potuto proteggere questi sfortunati erano stati tutti uccisi o erano stati arruolati come lavoratori, e che i malcapitati deportati erano stati sistematicamente spogliati delle armi.

Kurdish Cavalry Troops On Horse

A qualche ora di marcia dal punto di partenza, i curdi accorrevano dall’alto delle loro montagne, si precipitavano sulle ragazze giovani e, spogliandole, stupravano le piú belle, come pure i bambini che piacevano loro, e rapinavano senza pietà tutta la carovana, rubando il denaro e le provvigioni, abbandonando cosí gli sfortunati alla fame e allo sgomento

Gendarmi turchi

Nel vilayet di Bitlis opera Mustafa Abdülhalik, che è anche il cognato dello spietato Talaat pascià, il Ministro degli Interni. E siccome i massacri sono ormai una faccenda di famiglia all’interno del Triumvirato della morte, per sradicare la comunità armena, Abdülhalik si fa aiutare dal tenente colonnello Halil, che comanda il nucleo locale dell’Organizzazione speciale ed è imparentato con Enver pascià, il fanfaronesco Ministro della Guerra.

Il Grande Male

Nel vilayet di Diyarbekir e nell’Hakkari, i programmi di sterminio vengono estesi alle comunità cristiane degli Assiro-Caldei. Le deportazioni e gli eccidi si estendono ai distretti di Harput, Mardin, e Viranşehir, Midyat, Nisibi, Jazirah… secondo le solite modalità. Stessa sorte tocca ai villaggi assiri nei pressi della città di Diyarbekir, che vengono attaccati da bande di briganti curdi: Cherang, Hanewiye, Hassana, Kavel-Karre… Secondo le cifre riportate nel 1918 dal Patriarcato siro-ortodosso, nella sola provincia di Diyarbakir, sono 77.963 gli Assiro-Caldei trucidati nella repressione (molti dei quali bruciati vivi) e 278 i villaggi distrutti.
Distribuzione della popolazione Assiro-Caldea nel 1914Ad indirizzare ed aizzare i massacri ci sono i funzionari inviati dal Ministero dell’Interno, per conto di Talaat pascià che è tra i massimi pianificatori dello sterminio.
Mehmed ReshidSoprattutto, a guidare le operazioni sul luogo vi è il governatore Mehmed Reshid, meglio conosciuto come il Macellaio di Diyarbakir.
Come molti dei principali responsabili del genocidio, Reshid Bey è un medico ed ha partecipato alla fondazione del Comitato dell’Ittihad (CUP). Soprattutto, discende da una famiglia di profughi circassi fuggiti dalla Cecenia.
teste mozzate di armeni Durante il suo mandato Reshid Bey fa massacrare circa 150.000 persone, spazzando via il 95% della popolazione cristiana nella sua provincia più popolosa. Chi si oppone viene rimosso o peggio… Hilmi bey, prefetto di Mardin, viene rimpiazzato da Chefiq bey che verrà destituito quasi subito per le stesse ragioni (troppo ‘morbido’). Viene sospettato per l’omicidio di Hussein Nesimi Bey e Sabit Bey, sottoprefetti di Lice e Sabit, insieme a quello di Nadji bey sottoprefetto di Bechiri e originario di Baghdad, che disgustati dalla sua crudeltà avevano provato a porre un freno alle stragi. E per questo viene convocato a rendere conto al comitato centrale. Quando, Mithat Sukru Bleda, il segretario generale del partito, che nonostante tutto non condivide il massacro dei cristiani, gli domanda come un medico possa uccidere o giustificare l’entità di simili massacri e quale ricordo lascerà il suo nome nella storia, Reshid bey sembra abbia obiettato:

“Non è forse il dovere di un medico quello di uccidere i microbi? Lasciate che altre nazioni scrivano su di me qualunque storia vogliano, non me ne può fregare di meno.”

Orhan PamukNella vicina provincia di Van imperversa invece Djevdet Bey, cognato di Enver pascià, e detto anche “Il Maniscalco” per la sua abitudine di far ferrare le piante dei piedi dei prigionieri, come fossero gli zoccoli di un cavallo, e quindi costringerli a marciare. Djevdet organizza raid terroristici contro gli insediamenti armeni attorno al capoluogo eponimo e continue provocazioni ai danni della comunità urbana. Durante le fasi di repressione e deportazione, ordina che chiunque presti aiuto agli Armeni Djevet Beysia ucciso sul posto e la sua casa bruciata. Tra le sue disposizioni, c’è anche l’eliminazione di tutti i maschi al di sopra dei dodici anni, mentre le donne vengono ridotte in schiavitù e vendute come bottino di guerra. I villaggi cristiani distrutti sono oltre 800. I massacri si concentrano in 20 settimane, da Febbraio ad Aprile 1915. E questo prima ancora che vengano promulgati gli ordini di deportazione.
Rafael de Nogales MendezTra i testimoni delle stragi vi è pure Rafael de Nogales Mendez, un mercenario venezuelano e ufficiale di artiglieria, al comando di un distaccamento della gendarmeria ottomana, il quale raccoglierà le sue esperienze nella propria opera autobiografica: Quattro anni sotto la Mezzaluna.
Assyrian genocideLa repressione si estende anche oltre confine, con l’invasione della Persia dove molti dei profughi Armeni ed Assiro-Caldei hanno trovato rifugio e protezione. Ad Urmia e Tabriz la popolazione musulmana insieme alla gendarmeria persiana ed un pugno di consiglieri militari svedesi, supportata da una brigata di cosacchi, si unisce con determinazione ai profughi cristiani per respingere gli attacchi della III Armata ottomana.
Cosacchi russi 1904Dopo lo sgomento iniziale, ovunque possono, gli Armeni Les 40 jours du Musa Daghcombattono, come a Mussa Dagh, in Cilicia al confine tra Siria e Turchia, dove per quaranta giorni di assedio, asserragliati sui monti, in 5.000 riescono a resistere contro una forza turca preponderante, prima di essere portati in salvo via mare da una flottiglia francese giunta in soccorso.

Fortificazione armena a Van

Una macchina imperfetta
impiccati La macchina di sterminio avviata dal governo dei “Giovani Turchi” in realtà non fu mai quel perfetto meccanismo di distruzione di massa, che tendenzialmente si sarebbe portati a credere. La posizione dell’Ittihad (il Comitato per l’Unione e Progesso), da cui provenivano i principali pianificatori dei massacri, era tutt’altro che universalmente condivisa.
ImpiccagioniAllo stesso modo, l’esecuzione degli ordini e delle disposizioni ministeriali fu tutt’altro che unitaria ed unanimemente applicata. E ciò avveniva nonostante la minaccia di ritorsioni ed il deferimento ai tribunali militari, in caso di mancato ottemperamento. In alcuni settori, e specialmente nelle grandi città, i provvedimenti repressivi vennero ‘reinterpretati’, applicati blandamente, oppure bellamente ignorati. In molti casi, governatori militari e funzionari civili, messi alle strette dalle pressioni del governo, si dimisero in segno di protesta piuttosto che essere costretti ad eseguire ordini che non condividevano affatto e giudicavano inumani.
Aleppo1915 - Impiccagione di ArmeniInsieme alla disapplicazione delle normative, furibonde proteste ufficiali furono levate alla volta di Costantinopoli dal vali di Aleppo, Celal bey, che fintanto fu governatore della città si rifiutò sempre di perseguitare gli Armeni. La stessa ferma opposizione si ebbe ad opera di Hasan Mazhar bey, governatore di Ankara, e di Suleiman Nazif, governatore turco di Baghdad. Altri funzionari imperiali come Sabit bey e Nesim bey vennero per questo assassinati da sicari del ministro Talaat.
TalaatPer questo, per facilitare le operazioni, vengono inviati nelle province commissari ministeriali con funzioni ispettive ed ampio potere di delega, al fine di denunciare le infrazioni agli ordini impartiti dal governo. I funzionari più recalcitranti vengono costretti alle dimissioni e sostituiti con esponenti dei “Giovani Turchi” di comprovata fedeltà al partito.
La stessa politica di sterminio messa in atto dal CUP non ebbe affatto il consenso pieno della gente comune, specialmente quella più urbanizzata, che spesso ne era inorridita.
teste tagliateFurono tutt’altro che rari i casi in cui le famiglie musulmane offrivano nascondigli ai loro vicini armeni, prendendone in custodia i beni e opponendosi ai saccheggi. E soprattutto vengono nascosti i bambini. La cosa doveva essere piuttosto diffusa perché le autorità militari ebbero a lamentarsene.
1885Il 10/07/1915, dal suo quartier generale di Tartum nel vilayet di Erzurum, il generale Mahmud Kâmil stilò una nota ufficiale in cui deplorava il comportamento di parte della popolazione civile e dei suoi stessi soldati, rivolgendosi ai governatori dei vilayet interessati dalla deportazione:

Fanteria araba dell'esercito ottomano«Apprendiamo che in certe località, la cui popolazione viene mandata verso l’interno, certi elementi della popolazione musulmana offrono riparo presso di sé agli armeni. Essendo ciò contrario alle decisioni del governo, i capifamiglia che tengono presso di sé o proteggono armeni devono essere messi a morte davanti alle proprie case ed è indispensabile che queste siano incendiate. Quest’ordine dev’essere trasmesso come si conviene e comunicato a chi di competenza. Controllate che nessun armeno non deportato possa rimanere e informateci della vostra azione. Gli armeni convertiti dovranno ugualmente essere inviati. Se quelli che cercano di proteggerli o mantengono rapporti amicali con loro sono dei militari, dopo avere informato il loro comando bisogna immediatamente rompere i loro legami con l’esercito e portarli in giudizio. Se si tratta di civili, è necessario licenziarli dal loro lavoro e spedirli davanti alla corte marziale affinché siano processati

Le defezioni, che furono varie e numerose, non erano sempre dettate da motivi propriamente umanitari o ragioni disinteressate…
Negli ambienti di governo si discuteva sull’utilità dello sterminio. Molti esponenti politici, e soprattutto i notabili locali, facevano notare che una eliminazione indiscriminata degli Armeni privava l’impero di una preziosa classe media di professionisti, che nel caso delle province orientali dell’Asia Minore costituiva la quasi totalità dei medici, degli artigiani più esperti, e degli investitori commerciali.
cavalieri curdi nel 1915Le tribù curde, che pure ebbero un ruolo determinante nei massacri, finirono col venirne a noia o più semplicemente, nell’opera di assimilazione forzata all’elemento turco, incominciarono a sospettare di essere i prossimi. Alcuni capi tribali obiettarono cinicamente che lo sterminio degli Armeni li avrebbe privati di una vantaggiosa fonte di reddito, dal momento che nessuno avrebbe più corrisposto loro il tributo in termini di forniture di cereali e pagamento della ‘protezione’: aspetti molto più vantaggiosi sul lungo periodo, rispetto al saccheggio di una popolazione già duramente prostrata.
kurd_pcNel vilayet di Diyarbekir, dove spadroneggia Reshid bey e la sua “Brigata macellaia”, l’agha curdo di Sirnak, Rachid Osman pone la sua banda a difesa dei 500 Armeni di Harbol.
Kasap taburuE lo stesso fa un altro capo curdo, Murtula beg, che mette sotto la propria protezione armata tutti i villaggi che può difendere attorno a Mogkh nel vilayet di Van, schierandosi contro il governatore e contribuendo alla salvezza di quasi 5.000 armeni.

Hamidiye curdi

Spesso le sopravvivenza di singoli individui o comunità era rimessa ad un puro capriccio del caso, determinato dalla località di residenza, l’appartenenza sociale, il livello di istruzione e le doti intellettuali, il sesso e l’età, nonché la bellezza fisica.

Armena di Tiflis «Ragazzine o giovani donne istruite, che parlavano preferibilmente il francese o l’inglese, che suonavano il piano o il violino erano particolarmente concupite dai funzionari dei “Giovani Turchi”, che desideravano fondare con loro famiglie turche “moderne”. Questa categoria di armene, che ne conta qualche migliaio, forma un primo gruppo di superstiti, sposate Alì Samilcontro la loro volontà ai loro “salvatori”. Una seconda categoria di scampate, sempre collocata nel gruppo delle giovani femmine e che consiste questa volta in decine di migliaia di persone, è stata resa schiava da notabili locali, semplici soldati, funzionari civili, capi tribali di tutte le origini (turche, curde, arabe, beduine), anche contadini o più spesso ancora loro vicini: rapite o comprate sulla via delle deportazioni, senza motivo ideologico, esse avevano la vocazione di arricchire gli harem, a trasformarsi in oggetti sessuali, ad alimentare i bordelli organizzati dalle autorità ottomane. Non di meno sono state salvate. Certune hanno anche fondato delle famiglie con i loro aguzzini, dopo essersi convertite. Una parte di loro, alla fine della Prima guerra mondiale, è stata ritrovata nei rifugi creati per la loro riabilitazione. Molte, impregnate di un forte senso di colpa, hanno preferito rimanere con i loro “salvatori”.
cache_42075621I bambini, dei due sessi, di età inferiore ai 5 anni nel 1915 hanno formato la categoria più numerosa fra i superstiti. Il loro salvataggio dipende tuttavia da situazioni molto diverse fra loro. Coloro che erano considerati più “sani” sono stati fatti oggetto di un traffico diretto ad allargare la famiglia di coppie senza figli, soprattutto nelle città come a Costantinopoli o Aleppo, in maggioranza “turche”, di ceti sociali elevati – dell’orbita dei giovani turchi o dei notabili di provincia, talvolta divenendo i cocchi di queste famiglie.
Qajar_Armenian_WomenLa grande maggioranza di questi bambini tuttavia s’è ritrovata in ambiente rurale, in famiglie curde, arabe o beduine modeste, dove è vissuta in condizioni di ferahogluailesi60schiavitù venendo talvolta abusata sessualmente. Una piccola minoranza è stata perfino accolta negli orfanatrofi creati dallo Stato-Partito a fine di farne i “nuovi Turchi”. Non di meno sono stati salvati. Molti sono stati raccolti da gruppi di ricerca organizzati dalle istituzioni armene all’indomani dell’armistizio di Moudros.
armeni assassinatiGiovani donne e bambini molto piccoli di età formano le due categorie principali di armeni salvati, se così si può dire, da un aspetto ideologico del piano genocidario che consisteva nello schiavizzare una parte del gruppo vittima e integrarlo nel progetto di costruzione di una nazione turca

Raymond Kévorkian
“La resistenza ai genocidi.
Atti diversi di salvataggio”
(Parigi – Dicembre 2006)

Un tentativo di salvataggio riuscito con successo riguarda invece le studentesse armene del Collegio americano di Bitlis. Che riescono a sfuggire alla deportazione ed ai matrimoni forzati, grazie all’intervento di Mustafa bey, responsabile dell’ospedale militare. Mustafa è un medico arabo di origine siriana, che si è specializzato in Francia e Germania. Riesce a far passare le ragazzine armene come infermiere e personale specializzato, indispensabile per il buon funzionamento dell’ospedale, finché queste non vengono fatte espatriare in USA dagli insegnanti statunitensi della scuola.

«Più a ovest, in Anatolia, dove delle colonie armene fiorivano da secoli in ambiente turco, la situazione era molto meno tesa che all’Est. Il vilayet di Angora aveva inoltre la particolarità di ospitare una popolazione armena a stragrande maggioranza di rito cattolico, oltretutto turcofona (ma scrivente in caratteri armeni), la quale aveva una reputazione di essere troppo poco politicizzata e perfettamente inoffensiva. Il vali, Hasan Mazhar bey, in carica dal 18 giugno 1914, era per lo meno così convinto di quanto precede da resistere agli ordini di deportazione rivoltigli dal ministero degli Interni. La risposta di Istanbul è stata rivelatrice. A inizio del 1915, il Comitato centrale dei “Giovani Turchi” ha inviato ad Angora uno dei suoi membri più eminenti, Atıf bey, del quale conosciamo il ruolo ricoperto in seno alla direzione politica della Techkilat-ı Mahsusa [l’Organizzazione speciale] in qualità di delegato. Su suo intervento diretto, il ministro degli Interni pone immediatamente fine alle funzioni del vali Mazhar l’8 luglio 1915 e nomina vali ad interim il delegato del partito Atıf bey, che porrà in atto lo sterminio degli armeni della regione.
Nel sangiaccato di Ismit, vicino a Istanbul, tutti gli armeni sono stati deportati nell’agosto 1915 con l’eccezione di quelli di Geyve il cui sottoprefetto, Said bey (in carica dal 19 settembre 1913 al 21 agosto 1915) si è rifiutato di applicare gli ordini e di conseguenza è stato destituito e sostituito da Tahsin bey (in carica fino al 5 settembre 1916), un militante dei “Giovani Turchi”.
Eppure, tutti questi fatti evidenziano atti di coraggio che non hanno realmente permesso di salvare armeni. Diversamente è andata a Kütahya, una prefettura a ovest di Angora, la cui popolazione armena non è mai stata deportata. il mutesarif Faik Ali bey non ha eseguito gli ordini di deportazione senza tuttavia essere destituito. Secondo il giornalista Sébouh Agouni, che dopo la guerra gli ha personalmente domandato come fosse riuscito a mantenere gli armeni della regione nelle proprie case, sembra che la popolazione turca locale si sia fermamente opposta alla deportazione degli armeni, spinta da due famiglie di notabili, i Kermiyanzâde e gli Hocazâde Rasık Gli armeni dei sangiaccati vicini di Aydin e di Denizly hanno beneficiato dell’azione di un funzionario locale, il comandante della gendarmeria di Aydin Nuri bey.
Adana[…] Nel sud, a Adana, il vali Ismail Hakkı bey, un albanese considerato moderato, sembra aver resistito alle pressioni del CUP locale, che gli chiedeva di eseguire gli ordini di deportazione. Senza opporsi apertamente a essi, in qualche caso egli è riuscito a ritardare la partenza dei convogli o a farli tornare indietro.
Al nord del vilayet di Adana, nel sangiaccato di Hacın, la missionaria americana Edith Cold segnala che il mufti della città si è rifiutato di appoggiare le deportazioni e ha perfino preso possesso dei beni di uno dei suoi amici armeni affinché non siano depredati.
[…] Noi potremmo aggiungere, per completare il nostro studio del comportamento degli alti funzionari locali, che certi prefetti o sottoprefetti, soprattutto nelle regioni che ospitavano i campi di concentramento, hanno salvato armeni o li hanno risparmiati dalla deportazione in cambio di somme enorme, mentre altri riscuotevano effettivamente un riscatto continuando a inviare alla morte i “donatori”. La sfumatura fra questi due tipi di comportamento non si può negare. Con l’esperienza, certe famiglie in grado di pagare per avere salva la vita avevano del resto trovato una sorta di risposta a questi comportamenti cinici, utilizzando delle lettere di cambio che erano firmate dagli interessati solo ogni mese. Questo sistema di ripartizione mensile ha permesso ad alcuni di sopravvivere per più di un anno o almeno fino a esaurimento del budget

Raymond Kévorkian
“La resistenza ai genocidi.
Atti diversi di salvataggio”
(Parigi – Dicembre 2006)

Squadrone di cavalleggeri

Operazione Nemesi
A shameful actCon la fine della prima guerra mondiale e la catastrofica sconfitta della Turchia che vede dissolversi il suo impero, i responsabili del genocidio, avvenuto tra l’altro sotto gli occhi di tutti ed alla luce del giorno, vengono messi sotto processo e condannati in contumacia, poiché nel frattempo hanno avuto modo di riparare all’estero, soprattutto in Germania che rifiuta ogni richiesta di estradizione.
Pertanto, in risposta alla cappa di impunità che si è andata condensando attorno agli sterminatori, la “Federazione rivoluzionaria armena” del Dashnak organizza la cosiddetta “Operazione Nemesi”, affidata a squadre di giustizieri che hanno il compito di colpire i colpevoli ovunque si nascondano.
In pochi anni, tra il 1921 ed il 1922 vengono colpiti i principali pianificatori del genocidio, a partire dal “Triumvirato della morte”, il direttorio che ha guidato con pugno di ferro la Turchia durante gli anni della guerra.
Mehmed Taalat pascià, l’ex ministro dell’Interno e poi Gran Vizir, viene ucciso a Berlino il 15 marzo del 1921. Stessa sorte tocca a Jemal pascià, ministro della Marina; all’ex primo ministro Said Halim, tra i massimi dirigenti dei “Giovani Turchi”; al dott. Behaeddin Chakir, responsabile dell’Organizzazione Speciale, a Gemal Azmi, prefetto di Trebisonda…
Molti altri esponenti dei “Giovani Turchi” provarono a riciclarsi nel nuovo governo nazionalista di Mustafà Kemal Ataturk, finendo successivamente giustiziati per aver tentato un nuovo colpo di stato.
greek_cavalry_1921Ovviamente i massacri non cessarono, ma si estesero dilatati ad una nuova dimensione che avrebbe riguardato le popolazioni elleniche presenti in territorio turco, in una delle più grandi pulizie etniche della storia moderna, estesa dall’Albania al Caucaso, nel corso del devastante conflitto che oppose la Grecia e la Turchia tra il 1919 ed il 1922: la più tragica dimostrazione di quali livelli di brutalità e ferocia può raggiungere l’idiozia della febbre sciovinista.

Fine 3/3

Riepilogo delle pubblicazioni precedenti:
1) Profondo rosso
2) Medz Yeghern

Homepage

La Signora delle Mosche

Posted in Masters of Universe, Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 7 febbraio 2015 by Sendivogius

Lord of the Flies by Greyflea«Perfino le farfalle lasciarono la radura dove quella cosa oscena ghignava e sgocciolava. Simone abbassò il capo, tenendo gli occhi ben chiusi, poi li riparò ancora con la mano.
Lord of the Flies[…] Il mucchio di budella era un grumo nero di mosche che ronzavano come una sega. Dopo un po’ le mosche scoprirono Simone e, ormai sazie, si posarono lungo i suoi rivoletti di sudore, a bere. Gli fecero il solletico sulle narici, gli saltellarono sulle cosce. Erano innumerevoli, nere, e d’un verde iridescente; e di fronte a Simone il “Signore delle mosche” ghignava, infilzato sul bastone. Alla fine Simone cedette e riaprì gli occhi: vide i denti bianchi, gli occhi velati, il sangue… e restò affascinato, riconoscendo qualcosa di antico, di inevitabile

Il signore delle moscheWilliam Golding
“Il Signore delle Mosche”
Mondadori, 1980

   Piccole, insignificanti, irrilevanti… sono le mosche che ronzano nel putrescente carnaio di un’Europa ridotta a squallida propaggine bancaria per esazione debiti, tra i bigattini impupati nelle ooteche di robotiche tecnocrazie consacrate alle divinità immutabili ed austere di un mercato divinizzato.
Il nulla che avanzaÈ la danza funebre di uno sciame avvitato attorno alla nera signora del Rigore, nella contemplazione estatica delle budella putrescenti di un capitalismo finanziario che si nutre di punizioni collettive e sacrifici di massa. Nella sua evanescenza pervasiva, costituisce l’idolo assurto a sommo feticcio di riti profani, nell’oscenità macabra di un’oligarchia mercatista che prostituisce le aspirazioni e la dignità di un intero continente, agli appetiti di una Troi(k)a specializzata nelle perversioni dell’austerità espansiva: ossimoro perdente di una stupidità reiterata a prassi di governo.
Troika PartyÈ una congregazione di elite schizofreniche, chiuse nell’autismo della loro autoreferenzialità dissociata. Sono monumenti all’inutile, stagliati verso il nulla siderale, nell’incapacità congenita di ritagliarsi un ruolo internazionale, di affrontare i problemi interni, e di risolvere qualsiasi situazione che non sia circoscritta alla fiscalità generale.
Angela MerkelSi umilia la Grecia (culla della civiltà europea) e si martirizza il popolo ellenico, ma si garantiscono sostegni economici ed aiuti militari ai nazisti dell’Ucraina, coi quali invece ci si intende benissimo. Evidentemente, ognuno si sceglie gli ‘amici’ a sé più affini.
Nazi UkesCi si piega docilmente alle ingerenze geopolitiche ed alle pressioni strategiche degli USA. Si scatena una guerra commerciale senza senso con la Russia. Si ventila con demenziale faciloneria la minaccia di risoluzioni militari, rischiando la deflagrazione di un conflitto armato su scala continentale nel bel mezzo dell’Europa. E al contempo si sottovalutano i rischi di una guerra, che le cancellerie europee non saprebbero minimamente come gestire. E con che alleati poi!
Nazisti ucraini del Battaglione AzovEsattamente, come non si possiede la più pallida idea su come affrontare la minaccia terroristica di matrice salafita; la pressione dei profughi provenienti dalle coste del Nord-Africa; il collasso della Libia, dopo la scalcinata avventura militare anglo-francese, e le infiltrazioni di gruppi armati sempre più radicali, ispirati ai simpaticoni dell’ISIS che imperversano indisturbati tra Siria e Iraq.
ISIS-Japanese-HostagesMa nemmeno si sa bene come gestire problemi più ordinari e di natura economica, come l’uscita dalla grande depressione europea ed il rilancio dell’occupazione.
Manifesto di propaganda nazistaÈ il modello neo-coloniale di una sedicente “unione”, mera pluralità di egoismi nazionali, sempre più simile ad una immensa zollverein per il libero transito delle merci tedesche, attraverso l’Europa La germania vi invitagermanizzata in una nuova confederazione anseatica, oggi come allora alla ricerca di manodopera a buon mercato. Per sopravvivere, un simile moloch ha bisogno di cannibalizzare gli anelli periferici, nell’espiazione del debito come peccato capitale, attraverso la riduzione della colpa su pagamento regolare e senza dilazioni. Perché i popoli vanno prima estromessi dai processi decisionali e poi rieducati, nello spirito propedeutico di un “rigore” elevato a immanenza metafisica. Si tratta di un potere effimero che si inebria degli effluvi mefitici del Deutschen Wesen: lo “spirito tedesco” che non ha mai guarito il mondo, ma che ogni volta l’ha trascinato verso gli orrori dell’eugenetica.
Archivio ANPI di Lissone In questa distopia mercantilista, ciò che più conta è la preservazione della purezza dei mercati santificati da ogni intervento regolatore, nell’illibatezza della quadratura contabile di bilanci purgati da ogni spesa sociale e dirottati verso le funzionalità di un mercato ‘liberalizzato’. Sullo sfondo, resta un continente diviso; dilaniato da una crisi sempre più irreversibile delle democrazie rappresentative.
Lord of the flies (fire-detail)È facile temere che non tarderanno a farsi sentire gli effetti di una simile cancrena, se questa non verrà curata per tempo…

Homepage

Tutti giù per terra

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , on 11 novembre 2014 by Sendivogius

At- at-walker

25 anni dalla caduta del Muro di Berlino e altrettanti giorni trascorsi pigramente dai media, a menarcela con ‘celebrazioni’ che non interessano a nessuno, tra uno sbadiglio e l’altro di spettatori sempre più annoiati.
A tirar le somme, dopo cinque lustri dalla riunificazione della Germania, in Europa gli unici a passarsela bene sono i tedeschi, nella loro ritrovata egemonia continentale come ai bei tempi del Reich, ma senza bisogno delle panzer-division accompagnate dalla “Cavalcata delle Valchirie” di Wagner. Oggi basta occupare i posti giusti in ‘Commissione’, imporre le proprie regole, e dettare i compiti a casa degli altri, che un aspirante gauleiter pronto ad obbedire si trova sempre…
Dall’altra parte del muro, la Russia continua ad essere un’autocrazia. Le ex province dell’impero sovietico hanno solo cambiato padrone. Non ingurgita vodka fino a stordirsi, ma mastica chewingum e beve Budweiser; in apparenza è più lontano, ma non meno invadente e arrogante. Per il resto, rimangono colonie di produzione con manodopera in condizione di semi-schiavitù, ma razionalizzate secondo le regole del ‘mercato’. In compenso, ogni quattro o cinque anni, con elezioni-farsa la popolazione è libera di legittimare oligarchie paramafiose di miliardari arricchitisi a velocità della luce e gruppi di nostalgici neo-nazisti.
Jobbik - UngheriaRigurgiti di ‘900… Lo chiamano il “secolo breve”. Tuttavia, a ben vedere, il suo transito è assai più lento di quanto non si creda, bloccati in un continuum spazio-temporale dove la realtà non scorre ma si sovrappone in strati concentrici e irregolari. O piuttosto si tratta di una gabbia con in mezzo una ruota per criceti, su cui correre per avere la sensazione di andare veloci, in un tempo ripiegato su se stesso…

time_loop

Libro  «Verso la fine degli anni Ottanta, il mondo pareva proprio sul punto di cascare e io nell’attesa mi limitavo a girare in tondo, giorno dopo giorno. Facevo sempre più o meno lo stesso percorso. Senza una meta. Ogni giorno le stesse vie. Le stesse vetrine. Le stesse facce. I commessi guardavano la gente fuori dai negozi come gli animali allo zoo guardavano i turisti. Rispetto a loro mi sentivo in libertà. Ma ero solo libero di non far niente.
[…] Quindi arrivarono le elezioni. Come sempre al governo non cambiò nulla. L’opposizione si era frantumata così docilmente da non esistere praticamente più. Le leghe invece misero insieme un bel mucchio di voti. L’italiano medio temeva che qualche negro si sposasse sua figlia o gli rubasse il portafogli. Evidentemente a molti era sfuggito che una cosetta come la mafia in America l’avevamo esportata noi, il popolo di santi, poeti e navigatori. Quanto alla sana imprenditoria lombarda pareva che di Seveso non si ricordasse più nessuno. Se avessi chiesto a un qualsiasi consumatore di musica una sera in discoteca che cos’era la diossina, questo mi avrebbe risposto mah, boh, non so, chissà, una nuova droga? Il dio denaro aveva vinto su tutti i fronti. Quelli dell’Est passavano all’Ovest in cerca di pornoshop e supermercati, finalmente liberi di comprarsi cazzi di gomma da mettersi nel culo e ritrovarsi disoccupati pure loro. Ma questo era il migliore dei mondi possibili, o comunque stava per diventarlo. Aumentavano i morti di AIDS e i deserti, il prezzo della benzina e l’uso di eroina, il debito pubblico e i topi nelle corsie degli ospedali, aumentava il divario tra i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, eppure avevamo il campionato di calcio più bello del mondo, perchè preoccuparsi?»

Giuseppe Culicchia
“Tutti giù per terra”
Garzanti, 1994

Per fortuna, oggi è tutto completamente diverso…

Homepage