Archivio per Robert Michels

La Legge ferrea delle Oligarchie

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 giugno 2013 by Sendivogius

La Fenice - Hokusai

Fin dalla sua fondazione, Liberthalia si è sempre interessata all’interpretazione delle dinamiche del “potere” in tutte le sue varianti, teoriche e pratiche, con particolare attenzione alle involuzioni oligarchiche della post-democrazia; denunciando l’incombenza di un nuovo “stato d’eccezione”, consacrato al “principio di necessità”, e ritornando più volte sulla tematiche in oggetto con singoli articoli e commenti dedicati. Per questo ci siamo concentrati spesso sulle forme e le degenerazioni del neo-elitismo, passando dai classici come Mosca-Michels-Pareto alle più moderne teorie del conflitto, nel tentativo di comprendere un fenomeno antico e quanto mai attuale nella sua pervasività, affidandoci spesso nelle risposte e nelle analisi al pensiero di Charles Wright Mills, che alla strutturazione delle elite nella società contemporanea dedicò gran parte della sua critica sociologica.
Superato ampiamente lo stato di incubazione embrionale, oggi la situazione italiana, paradigma sperimentale di una più ampia degenerazione globale, rappresenta il prodotto in fieri di un ritrovato consociativismo elitario, dove una ristretta oligarchia trasversale, e totalmente delegittimata, pensa di cambiare l’architettura costituzionale e le stesse istituzioni della rappresentanza democratica, per conformarle alle proprie esigenze, plasmarle secondo “necessità”, nella preservazione (e perpetuazione) di un assetto di potere e di controllo, funzionale alla sopravvivenza di un’oligarchia sempre più ristretta tra populismi mediatici e pulsioni autoritarie.
Attualmente, l’ultimo ostacolo ad una simile deriva è costituito dalla nostra Costituzione repubblicana, che non per niente è l’oggetto di un assalto inaudito e senza precedenti.
Per questo, in concomitanza con la Festa della Repubblica (ridotta oramai a semplice parata militare) riportiamo il manifesto di Libertà e Giustizia a salvaguardia della nostra Carta costituzionale, che condividiamo e sottoscriviamo in toto

Non è cosa vostra

NON È COSA VOSTRA
Altan Da anni, ormai, sotto la maschera della ricerca di efficienza si tenta di cambiare il senso della Costituzione: da strumento di democrazia a garanzia di oligarchie. Non dobbiamo perdere di vista questo, che è il punto essenziale. Non è in gioco solo una forma di governo che, per motivi tecnici, può piacere più di un’altra. L’uguaglianza, la giustizia sociale, la protezione dei deboli e di coloro che la crisi ha posto ai margini della società, la trasparenza del potere e la responsabilità dei governanti sono caratteri della democrazia, cioè del governo diffuso tra i molti. L’oligarchia è il regime della disuguaglianza, del privilegio, del potere nascosto e irresponsabile, cioè del governo concentrato tra i pochi che si difendono dal cambiamento, sempre gli stessi che si riproducono per connivenze e clientele. Parlando di oligarchie, non si deve pensare solo alla politica, ma al complesso d’interessi nazionali e internazionali, economico-finanziari e militari, che nella politica trovano la loro garanzia di perpetuità e i loro equilibri.
Ora, di fronte alle difficoltà di salvaguardare questi equilibri e alla volontà di rinnovamento che in molte recenti occasioni si è manifestata nella società italiana, è evidente la pulsione che si è impadronita di chi sta al vertice della politica: si vuole “razionalizzare” le istituzioni in senso oligarchico. Invece di aprirle alla democrazia, le si vuole chiudere o, almeno, congelare. L’incredibile decisione di confermare al suo posto il Presidente della Repubblica uscente è l’inequivoca rappresentazione d’un sistema di complicità che vuole sopravvivere senza cambiare. L’ancora più incredibile applauso, commosso e grato, che ha salutato quella rielezione – rielezione che a qualunque osservatore sarebbe dovuta apparire una disfatta – è la dimostrazione del sentimento di scampato pericolo. Ogni sistema di potere a rischio, o per incapacità di mediare le sue interne contraddizioni o per la pressione esterna da parte di chi ne è escluso, reagisce con l’istinto di sopravvivenza. Ma le riforme, in questo contesto, non possono essere altro che mosse ostili. Per questo, di fronte alla retorica riformista, noi diciamo: in queste condizioni, le vostre riforme non saranno che contro-riforme e il fossato che vi separa dalla democrazia si allargherà. Contro gli accordi che nascondono contro-riforme, noi, per parte nostra, useremo tutti gli strumenti per impedirle e chiediamo a coloro che siedono in Parlamento di prendere posizione con chiarezza e impegnativamente e di garantire comunque la possibilità per gli elettori di esprimersi con il referendum, se e quando fosse il momento.
Soprattutto, a chi si propone di cambiare la Costituzione si deve chiedere: qual è il mandato che vi autorizza? Il potere costituente non vi appartiene affatto. Siete stati eletti per stare sotto, non sopra la Costituzione. Se pretendete di stare sopra, mancate di legittimità, siete usurpatori. Se proprio non vogliamo usare parole grosse, diciamo che siete come la ranocchia che cerca di gonfiarsi per diventare bue. Non è la prima volta. E’ già accaduto. Ma ciò significa forse che ciò che è illegittimo sia perciò diventato legittimo?
Per questo, difenderemo la Costituzione come cosa di tutti e ci opporremo a coloro che la considerano cosa loro. La costituzione della democrazia è, per così dire, il vestito di tutta la società; non è l’armatura del potere di chi ne dispone. La mentalità dominante tra i tanti, finora velleitari, “costituenti” che si sono succeduti nel tempo nel nostro Paese, è stata questa: di fronte alle difficoltà incontrate e al discredito accumulato, invece di cambiare se stessi, mettere sotto accusa la Costituzione. La colpa è sua! Non sarà invece che la colpa è vostra o, meglio, della vostra concezione della politica e degli interessi che vi muovono?
Su un punto, poi, deve farsi chiarezza per evitare gli inganni. Chi vuol cambiare, normalmente, è un innovatore e le novità sono la linfa vitale della vita politica. Per questo, gli innovatori godono d’una posizione pregiudiziale di vantaggio. Ma, esiste anche un riformismo gattopardesco di segno contrario: si può voler cambiare le istituzioni per bloccare la vita politica e salvaguardare un sistema di potere in affanno. Allora, il movimentismo istituzionale equivale alla stasi politica. La stasi solo apparentemente è pace: è la quiete prima della tempesta.

Marco Biani 2005

Anche noi siamo per la pace; vediamo che il nostro Paese ha bisogno di pacificazione, pur se esitiamo a usare questa parola, corrotta ormai dall’abuso. Sappiamo però, anche, che la pace è esigente, molto esigente. Non può esistere senza condizioni. Dice la Saggezza Antica: “su tre cose si regge il mondo: la giustizia, la verità e la pace”. E commenta così: in realtà sono una cosa sola, perché la giustizia si appoggia sulla verità e alla giustizia e alla verità segue la pace. La pace è la conseguenza della verità e della giustizia. Altrimenti, pacificare significa solo zittire chi vuole verità e giustizia, per nascondere segreti, inganni e ingiustizie e continuare come prima. Non è questa la pace di cui il nostro Paese ha bisogno.
Non siamo né i velleitari né i giacobini che ci dipingono. Non crediamo affatto al regno perfetto della Verità e della Giustizia sulla terra. Sappiamo bene che la politica non si fa con i paternoster e temiamo i fanatici della virtù rigeneratrice. Ma da qui a tutto accettar tacendo, il passo è troppo lungo. Siamo disposti alla pacificazione, ma a condizione che, nelle forme e con i mezzi della democrazia, si abbia come fine la ricerca della verità e la promozione della giustizia. Altrimenti, pacificazione è parola al vento. La pacificazione non è un sentimento o una predica, ma è una politica. È, dunque, una cosa molto concreta, difficile e impegnativa, perché non significa stare tutti insieme in un patto di connivenza. Significa combattere le zone oscure del potere, le sue illegalità, i suoi privilegi e le sue immunità; significa operare per la giustizia in favore del riequilibrio delle posizioni sociali, della riduzione delle disuguaglianze, dei diritti dei più deboli, di coloro che la crisi economica ha ridotto allo stremo, spingendoli ai margini della società. Solo questa è pacificazione operosa e veritiera.
Si dice che le “riforme istituzionali e costituzionali” hanno questo scopo. Ma, noi temiamo che, dietro alcune riforme “neutre”, semplificatrici e razionalizzatrici (numero dei parlamentari, province, bicameralismo), ve ne siano altre, pronte a saltar fuori quando se ne presenti l’occasione propizia, le quali con la pacificazione non hanno a che vedere. Piuttosto, hanno a che vedere con ciò che si denomina “normalizzazione”.

La procedura.
Costituzione Esiste, nella Costituzione (art. 138) una procedura prevista per la sua “revisione”. Ma oggi se ne immagina un’altra, farraginosa e facente capo a un’assemblea, chiamata “convenzione”. Si sta cercando la via per una spallata per la quale le procedure ordinarie, per la volontà impotente delle forze politiche, non sono sufficienti? Già il nome induce al dubbio che di ben altro che di una “revisione” si tratti. Le “convenzioni costituzionali” (a iniziare da quella di Filadelfia del 1787) possono essere convocate con limitati compiti riformatori, ma poi prendono la mano e pretendono di essere “costituenti”, cioè di scrivere nuove costituzioni. Il fatto poi che qualcuno abbia fatto riferimento a una “Commissione dei 75”, come la “Commissione per la Costituzione” che elaborò ex novo la vigente Costituzione del 1947, non fa che rafforzare questa supposizione, confermata dal fatto che ritorna il linguaggio e la mentalità della “grande riforma”. Par di capire che si voglia la riscrittura ex novo dell’architettura della politica. L’odierna procedura – da quel poco che si capisce e dal molto che non si capisce – è un miscuglio in cui sono messi insieme parlamentari ed “esperti”, scelti dai partiti, presumibilmente in proporzione alle forze che compongono il Parlamento. Il prodotto dovrebbe passare per le commissioni “affari costituzionali” e giungere alle Camere, separate o riunite (presumibilmente per superare l’ostilità del Senato), per concludersi con l’approvazione, non senza una concessione alla democrazia del web. Il voto finale dovrebbe essere un “prendere o lasciare” (su tutto il “pacchetto” o sulle singole parti, non si sa), senza possibilità di emendamento. Poiché un tale procedimento è totalmente estraneo alla Costituzione vigente, le è anzi contrario, s’immagina che poi, con una legge costituzionale si ratificherà l’accaduto. Non è nemmeno il caso di commentare in dettaglio questo pasticcio annunciato: la legge costituzionale di ratifica ex post non è Giorgio Napolitanoessa stessa la confessione che quel che intanto si fa è fuori della Costituzione? I “garanti della Costituzione” non hanno nulla da eccepire? La convenzione nascerebbe come proiezione di un parlamento eletto con una legge elettorale che, col premio di maggioranza, altera profondamente la rappresentanza, ma non s’è sempre detto che le assemblee con compiti costituenti devono essere “proporzionali”? Gli “esperti”, scelti dai partiti, saranno dei “fidelizzati”? Il loro compito non si ridurrà alla “copertura” delle posizioni di chi li ha scelti con quello scopo? come si esprimeranno: con una voce sola, che fa tacere i dissidenti, o con più voci? Se le opinioni saranno diverse – come necessariamente dovrà essere se gli “esperti” saranno scelti senza preclusioni – che cosa aggiungerà il loro lavoro a un dibattito che, tra gli esperti, dura già da più di trent’anni? Se saranno chiamati a votare, cioè a scegliere, non avremmo allora dei tecnici chiamati a esprimersi politicamente? Infine, come potrebbero i parlamentari degnamente accettare l’umiliazione del voto bloccato “sì-no” sulle proposte della Convenzione? Questi arzigogoli contraddittorii non sono forse il segno della confusione in cui si caccia la volontà, quando è impotente?

Il presidenzialismo.
Repubblica italianaNel merito della riforma, ancora una volta, dietro le quinte s’affaccia la volontà di presidenzialismo: “semi” o intero. L’argomento sul quale, da ultimo, si basano i presidenzialisti, è il seguente: i tempi della presidenza Napolitano hanno visto una trasformazione “di fatto” dell’ordinamento, in questo senso. Non è allora naturale che si costituzionalizzi, regolandolo, quanto è già avvenuto? A questo riguardo, però, occorre distinguere. Una cosa è l’espansione dell’azione presidenziale utile a preservare le istituzioni parlamentari previste dalla Costituzione, nel momento della loro difficoltà, in vista del ritorno alla normalità. Altra cosa è l’azione che prelude a trasformazioni per instaurare una diversa normalità. Queste contraddicono l’obbligo di fedeltà alla Costituzione che c’è, obbligo contratto da chi fa parte delle istituzioni. Aut, aut. Non sono rispettosi dei doveri costituzionali presidenziali, e del Presidente medesimo, i sostenitori dell’avvenuta trasformazione della “costituzione materiale”. Il “garante della Costituzione” agisce per preservarla o per trasformarla?
Noi temiamo che il presidenzialismo, quali che siano le sue formulazioni e i “modelli” di riferimento, nel nostro Paese non sarebbe una semplice variante della democrazia. Si risolverebbe in una misura non democratica, ma oligarchica. Sarebbe, anzi, la costituzionalizzazione, il coronamento della degenerazione oligarchica della nostra democrazia. Sarebbe la risposta controriformista alla domanda di partecipazione politica che si manifesta nella nostra società al tempo presente. L’investitura d’un uomo solo al potere, portatore e garante d’una costellazione d’interessi costituiti, non è precisamente l’idea di democrazia partecipativa che sta scritta nella Costituzione, alla quale siamo fedeli.

Controlli.
Altan - Costituzione Il senso concreto del presidenzialismo che viene proposto in questa fase della nostra vita politica si chiarisce minacciosamente anche con riguardo ad altri due temi all’ordine del giorno dei riformatori costituzionali: l’autonomia della magistratura e la libertà dell’informazione. Ogni oligarchia ha bisogno di organizzare e gestire il potere in maniera nascosta, segreta. Ma la democrazia è il regime in cui il potere pubblico è esercitato in pubblico. La pubblicità delle opere dei governanti, è la condizione della loro responsabilità. Il potere non responsabile è autocratico, non democratico. Qual è il rimedio contro la chiusura del potere politico su se stesso? È la conoscenza veritiera dei fatti. E quali sono gli strumenti di tale conoscenza? Le indagini giudiziarie e le inchieste giornalistiche. Per nulla sorprendente è che chiunque si trovi ad esercitare un potere oligarchico sia ostile alla libertà delle une e delle altre, quando forse, invece, trovandosi all’opposizione, l’aveva difesa a spada tratta. Nulla di sorprendente: non sorprendente, ma certamente inquietante la concomitanza di proposte restrittive dell’azione giudiziaria e giornalistica con i progetti di riforma del sistema di governo. Chi ha a cuore la democrazia non può ragionare secondo la logica contingente della convenienza, ma deve difendere la libertà della pubblica opinione, indipendentemente dal fatto che questa libertà possa giovare o nuocere a questa o quella parte, a questi o quegli interessi.

La legge elettorale.
Urne al macero La riforma della legge vigente è riconosciuta come emergenza democratica, da tutti e non da oggi. Dopo che la Corte costituzionale, con l’improvvida sentenza che aveva dichiarato inammissibile il referendum che avrebbe ripristinato la legge precedente (soluzione realisticamente prospettata, fin dall’inizio, da Libertà e Giustizia), tutti dissero in coro: riforma elettorale, fatta subito con legge. Si è visto. Anche oggi si ripete la stessa cosa, ma con quali prospettive? Esiste una convergenza di vedute in Parlamento? È difficile crederlo e già emergono le resistenze. I due maggiori aspetti critici della legge attuale, dal punto di vista della democrazia, sono l’abnorme premio di maggioranza e le liste bloccate. Ma il premio di maggioranza farà gola ai due raggruppamenti maggiori che, sondaggi alla mano, possono sperare di avvalersene. Le liste bloccate (i parlamentari “nominati”) sono nell’interesse delle oligarchie di partito e degli stessi membri attuali del Parlamento, che possono contare sulla ricandidatura facile, tanto più in mancanza d’una legge sulla democrazia nei partiti, anch’essa sempre invocata (subito la legge!) quando scoppia qualche scandalo. Dal punto di vista della funzionalità o governabilità del sistema, occorrere poi eliminare il diverso metodo di attribuzione del premio di maggioranza nelle due Camere, ciò che ha determinato la vittoria di un partito nell’una, e la sua sconfitta nell’altra. Il ritorno al voto con questa incongruenza sarebbe come correre verso il disastro, verso il suicidio della politica. Ma anche a questo proposito, non si può essere affatto sicuri che calcoli interessati, questa volta non a vincere ma impedire ad altri di vincere, non abbiano alla fine la meglio. Il Capo dello Stato ha minacciato le sue dimissioni, ove a una riforma non si addivenga. Altri immaginano una riforma imposta dal Governo con decreto-legge. Sono ipotesi realistiche? Possiamo davvero immaginare che un Presidente della Repubblica, che porti le responsabilità inerenti alla sua carica, al momento decisivo sarebbe pronto a sottrarvisi, precipitando nel caos? Quanto al Governo, possiamo credere ch’esso possa agire facendo tacere al suo interno le divisioni esistenti tra le forze parlamentari che lo sostengono, le quali sarebbero comunque chiamate a convertire in legge il decreto (senza contare – ma chi presta più attenzione a questi dettagli? – che la decretazione d’urgenza è vietata in materia elettorale).

Truppe del Re

E allora? C’è da arrendersi a questa condizione crepuscolare della democrazia? Al contrario. C’è invece da convocare tutte le energie disponibili, dovunque esse si possano trovare, proprio come abbiamo cercato di fare con questa pubblica manifestazione. Per raccogliere in un impegno e in un movimento comune la difesa e la promozione della democrazia costituzionale che, per tanti segni, ci pare pericolare. Dobbiamo crescere fino a costituire una massa critica di cui non sia possibile non tenere conto, da parte di chi cerca il consenso e chiede il nostro voto per entrare nelle istituzioni. Per questo dobbiamo riuscire a spiegare ai molti che la questione democratica è fondamentale; che non possiamo rassegnarci. Essa riguarda non problemi di fredda ingegneria costituzionale da lasciare agli esperti, ma la possibilità, da tenere ben stretta nelle nostre mani, di lavorare e cercare insieme le risposte ai problemi della nostra vita. Domandare pace, lavoro, uguaglianza e giustizia sociale, diritti individuali e collettivi, cultura, ambiente, salute, legalità, verità e trasparenza del potere, significa porre una domanda di democrazia. Non che la democrazia assicuri, di per sé, tutto questo. Ma, almeno consente che non si perda di vista la libertà e la giustizia nella società e che non ci si consegni inermi alla prepotenza dei più forti.

  Gustavo Zagrebelsky
(18/05/2013)

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L’UOMO DELLA FOLLA

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , on 14 aprile 2011 by Sendivogius

Nella notte più buia della repubblica, capita che un bivacco parlamentare di voraci macchiette in svendita, per compiacere l’Utilizzatore finale, sforni una delle più devastanti leggi della storia repubblicana e che, nel sollazzo di ogni buonsenso, trasformi il processo penale in un “tana libera tutti”, rapportato al censo di chi meglio gli avvocati può pagare.
Dai manipoli agli Scilipoti, dall’impunità allo Stato d’eccezione, sembra di trovarsi nella situazione demenziale di chi ascolta l’orchestrina del Titanic aggrappato alla balaustra di poppa, mentre la nave affonda
Dopo un ventennio di cure ad personam e massicce iniezioni di rincoglionimento mediatico, finalmente l’Italia è diventata una solida Pornocrazia, fondata sul meretricio e sulla devoluzione…delle coscienze!
Il principio cogente della Nazione rifondata risiede nel ‘fottere’ ad oltranza: vero momento di identificazione collettiva di chi, essendo incapace di dare, non può far altro che vendersi, nell’illusione di avere e nella certezza di ‘prenderlo’.
È la prostituzione infatti la condizione ideale di un paese accondiscendente attorno alla miserie umane del Pornonano, proiettate ben oltre gli squallidi siparietti postribolari del bunga-bunga per il sollazzo del satrapo in calore:
Prostituzione mentale di una plebe che tutto accetta con supina indifferenza, nel servaggio compiaciuto della questua generalizzata, e intanto “sugge” (senza champagne) accovacciata ai piedi del suo Sultano ridanciano…
 Prostituzione organica di un parlamento appecoronato di marchettari a contratto, di gaglioffi gorgoglioni che umiliano la ragione e la logica, in evidente assenza di dignità, perennemente in saldo e disponibili ad ogni ribasso. Senza vergogna perché totalmente privi di decenza, sono le truppe d’assalto in livrea al servizio dell’Imperatore.

È una simpatica Italietta, intimidita e vigliacca, frustrata nella sua irrilevanza internazionale, prostrata nella sua decadenza economica, abbrutita nella sua desolante insipienza culturale, e per questo continuamente in cerca di rassicurazioni. Fedele alla tradizione, non poteva che scegliere il peggio, ritrovando il suo omino della provvidenza nella variante ingrifata e miniaturizzata di una barzelletta ambulante, conforme allo spirito dei tempi, a immagine e somiglianza dei suoi devoti.
Tuttavia, come insegna il Belli nei suoi sonetti, bisognerebbe diffidare di chi sghignazza in continuazione; chi ride sempre, in fondo, non fa altro che “mostrare i denti”…

 Le risate del Papa

Er Papa ride? Male, amico! E’ segno
Ch’a momenti er zu popolo ha da piagne!
Le risatine de sto bon patrigno
Pe noi fijastri so’ sempre compagne.
 
Ste facciacce che porteno er triregno
S’assomijeno tutte ale castagne:
belle de fora, eppoi, peddìo de legno,
muffe de dentro e piene de magagne.
 
Er Papa ghigna?
Ce so guai per aria:
tanto più ch’er zù ride de sti tempi
nun me pare una cosa necessaria.
 
Fiji mii cari, state bene attenti.
Sovrani in allegria so brutti esempi.
Chi ride cosa fa? Mostra li denti.

 [G.G.Belli 17/11/1833]

D’altronde, il Papi nazionale è il grimaldello da scasso che ha fatto saltare i tombini dalle fogne della storia: liberata da ogni inibizione o pudore residuo, una certa Italia può finalmente tirare fuori dalla naftalina la vecchia camicia nera del nonno per marcire marciando.
D’altra parte, il berlusconismo è sempre più psicologia collettiva ed identità condivisa, strutturato in movimento di massa destinato a sopravvivere alle declinanti fortune del suo logorato demiurgo. Per quanto pervasivo e forte economicamente, il potere berlusconiano infatti non potrebbe resistere tanto a lungo senza una vasta identificazione popolare, basata su di un radicato consenso, coniugata alla capacità di sollecitare l’immaginario del suo potenziale elettorato con l’afflusso costante di suggestioni condivise.

«La naturale sete di comando dei capi viene assecondata dal naturale bisogno della folla di venir guidata, nonché dalla sua indifferenza. Nelle masse vi è proprio un profondo impulso a venerare chi sta in alto. Nel loro primitivo idealismo, esse hanno bisogno di divinità terrestri, alle quali si attaccano di affetto tanto più cieco, quanto più aspramente la durezza della vita le afferra. Sovente questo bisogno di adorare è l’unico rocher de bronze che sopravviva alla metamorfosi delle loro convinzioni.»

 Robert Michels
Democrazia e legge ferrea dell’oligarchia (1909)

E forse, volendo fornire un vestito culturale per coprire le vergogne del berlusconismo, bisognerebbe ricorrere proprio ai teorici dell’Oligarchia, passando per la teologia politica di Karl Schmitt, in una riscoperta dei classici del pensiero conservatore.

[Si tratta di autori ai quali avevamo già avuto modo di accennare in passato nelle pagine riservate ai commenti. In particolare, vi avevamo fatto riferimento in almeno tre diverse occasioni: (1) (2)(3).]

Soprattutto, per spiegare i meccanismi di questa sorta di fascinazione collettiva, alla base della seduzione berlusconiana e della sua potenza ammaliatrice, si potrebbero persino rispolverare gli studi di Gustave Le Bon che nella sua opera più famosa, ‘Psicologia delle folle’ (1895), analizzava i comportamenti delle folle “da un punto di vista psicologico”, cercando di individuarne caratteristiche e orientamenti comuni da catalogare scientificamente. Tramite la classificazione delle folle e la definizione delle tecniche di persuasione più efficaci, Le Bon si propone di fornire i meccanismi di controllo e finanche di disinnesco del potenziale demagogico ed eversivo del quale una massa teleguidata è naturale vettore d’infezione.
Gustave Le Bon disprezza infatti le folle organizzate (eterogenee e non anonime) nella loro suggestionabilità irrazionale e nel “semplicismo” manipolabile delle loro opinioni a fini politici (folle elettorali). Nella sua visione sostanzialmente elitaria, Le Bon diffida profondamente della democrazia in quanto coinvolgimento popolare di massa, e che intimamente aborre, vedendo in essa una regressione distruttiva ed un potenziale pericolo sociale.
Liquidato tra i pensatori reazionari, la sua opera è stata assai apprezzata dai totalitarismi di ogni colore: da Mussolini a Lenin, passando per Hitler. In particolare, Benito Mussolini ne era affascinato ed utilizzava la “Psicologia delle Folle” alla stregua di un manuale pratico per la conquista indolore del consenso, mentre le violenze squadristiche del regime trovavano invece la loro giustificazione intellettuale nella ruminazione di Georges Sorel (‘Riflessioni sulla violenza‘).

La “Psicologia delle folle”, 116 anni ben portati, contiene aspetti curiosi che a tutt’oggi conservano una loro validità più che mai attuale. È illuminante constatare come certi principi, certe disamine culturali, si ripropongano con costanza nel tempo rimanendo sostanzialmente invariate nei loro condizionamenti psicologici. È sconcertante notare come il Pornocrate (che di sicuro non ha mai letto l’opera di Le Bon) ne conosca alla perfezione i meccanismi e gli umori, gestendoli a suo personale profitto con assoluta dimestichezza.
Nel Cap.II (parte I) Gustave Le Bon si propone di analizzare “sentimenti e moralità delle folle”, che sviluppa in punti analitici. Riportiamo alcuni estratti tra i più significativi:

1. – Impulsività, mobilità e irritabilità delle folle.
 La folla, alla mercé di tutti gli stimoli esterni, ne riflette le continue variazioni. Dunque é schiava degli impulsi che riceve.

2. – Suggestionabilità e credulità delle folle.
La folla pensa per immagini, e l’immagine evocata ne evoca essa stessa molte altre che non hanno nessun nesso logico con la prima. Si capisce facilmente questo stato pensando alle bizzarre successioni d’idee a cui ci porta qualche volta l’evocazione di un fatto qualsiasi. La ragione ci fa vedere l’incoerenza di simili immagini, ma la folla non la vede; e confonderà con l’avvenimento stesso tutto quello che la sua immaginazione vi aggiunge, deformandolo. Incapace di separare il soggettivo dall’obiettivo, la folla ammette come reali le immagini evocate nel suo spirito, e che, il più delle volte, non hanno nessuna parentela col fatto osservato.
[…] La qualità mentale degli individui di cui si compone la folla non smentisce questo principio. Questa qualità non ha importanza. Dal momento che sono in folla, l’ignorante e il dotto diventano egualmente incapaci di fare osservazioni.

3.° – Esagerazione e semplicismo dei sentimenti delle folle.
La semplicità e l’esagerazione dei sentimenti delle folle le preservano dal dubbio e dall’incertezza. Come le donne, esse vanno subito agli estremi. La supposizione si trasforma senz’altro in evidenza indiscutibile. Un principio di antipatia e di disapprovazione, che nell’individuo isolato rimarrebbe poco accentuato, diventa subito un odio feroce nell’individuo della folla.
[…] Nelle folle, l’imbecille, l’ignorante e l’invidioso sono liberati dal sentimento della loro nullità e impotenza, che é sostituita dalla nozione di una forza brutale, passeggera, ma immensa.
[…] Non essendo la folla impressionata che da sentimenti eccessivi, l’oratore che vuole sedurla deve abusare delle affermazioni violente. Esagerare, affermare, ripetere, e non mai tentare di nulla dimostrare con un ragionamento, sono i procedimenti di argomentazione familiari agli oratori di riunioni popolari.

4.° – Intolleranza, autoritarismo e conservatorismo delle folle.
Le folle, non conoscendo che i sentimenti semplici ed estremi, accettano e rifiutano in blocco le opinioni, le idee, le credenze che vengono suggerite loro, e le considerano come verità assolute o come errori non meno assoluti. Quante sono le credenze nate dalla suggestione, invece d’essere state generate dal ragionamento! Tutti sanno quanto siano intolleranti le credenze religiose, e che impero dispotico esercitino sulle anime. La folla, non avendo nessun dubbio su ciò che per lei é verità o errore, e avendo d’altra parte la nozione chiara della propria forza, é autoritaria quanto intollerante. L’individuo può accettare la contraddizione e la discussione, ma la folla non le ammette mai. Nelle riunioni pubbliche, la più piccola contraddizione da parte di un oratore é accolta con urli di collera e violenti invettive, seguite ben presto da vie di fatto e dall’espulsione se l’oratore insiste un poco. Se non fossero presenti gli agenti dell’autorità, il contraddittore sarebbe spesso linciato. L’autoritarismo e l’intolleranza sono caratteristiche di tutti i generi di folle, ma vi si trovano in gradi diversi, e qui ancora riappare l’importanza fondamentale della razza, dominatrice dei sentimenti e dei pensieri umani. L’autoritarismo e l’intolleranza sono più forti nelle folle latine.
[…] L’autoritarismo e l’intolleranza sono per le folle sentimenti molto chiari, che esse sostengono tanto facilmente quanto facilmente li praticano. Le folle rispettano la forza e sono mediocremente impressionate dalla bontà, che é facilmente considerata come una forma di debolezza. Le loro simpatie non sono mai state per i padroni miti, bensì per i tiranni, che le hanno dominate con energia. Ad essi vengono innalzate le statue più imponenti. Se esse volentieri calpestano il despota detronizzato, si é perché avendo questi perduto la sua forza, rientra nella categoria dei deboli che si disprezzano e non si temono. Il tipo dell’eroe caro alle folle avrà sempre la struttura di un Cesare. Il suo pennacchio le seduce, la sua autorità si impone e la sua sciabola fa loro paura. Sempre pronta a sollevarsi contro un’autorità debole, la folla si curva servilmente dinanzi a un’autorità forte.
[…] (Le folle) hanno istinti conservatori irriducibili e, come tutti i primitivi, un rispetto feticista per le tradizioni, un orrore incosciente per le novità capaci di modificare le loro condizioni reali di vita.

Sono considerazioni dalle quali possono scaturire spunti interessanti…
a) La reiterazione della menzogna politica col ricorso all’iperbole, fatta per stupire più che per convincere, studiata per solleticare l’immaginazione piuttosto che la ragione, sovrapponendosi al ragionamento logico nella sua totale sostituzione, quasi in funzione mitopoietica.
b) Il bisogno di mostrarsi “cattivi”, insieme alle esibizioni muscolari, per assicurarsi il favore di certo elettorato (soprattutto quello in camicia verde), particolarmente sensibile alle seduzioni dell’uomo forte, capace di galvanizzarne gli istinti più beceri e retrivi, nel disprezzo del “debole” (sia esso povero, diverso, immigrato).
c) La predisposizione naturale delle “folle latine” verso il cesarismo e la loro intrinseca natura reazionaria.

Né Gustave Le Bon perde occasione per ribadire l’impermeabilità delle folle al ragionamento razionale, che quanto più è complesso tanto più sfugge alla loro comprensione logica.
L’elemento predominante nella costruzione delle opinioni risiede nell’associazione di “immagini”. Se si considera che all’epoca in cui Le Bon scriveva la TV non esisteva, si può capire quale sia l’impatto del medium televisivo su una platea sostanzialmente amorfa che si attiva unicamente per etorodirezione…

 – I ragionamenti delle folle –
«Si può dire in modo assoluto che le folle non sono influenzabili con ragionamenti. Ma gli argomenti che esse impiegano e quelli che agiscono su di esse appariscono, dal punto di vista logico, di un ordine talmente inferiore che solo per via di analogia si può qualificarli come ragionamenti. I ragionamenti inferiori delle folle sono, come i ragionamenti elevati, basati su associazioni: ma le idee associate delle folle non hanno tra di loro che legami apparenti di rassomiglianza e di successione. […] Gli oratori che sanno maneggiare le folle, presentano sempre loro associazioni di questo genere che sole possono influenzarle. Una serie di ragionamenti stringati, sarebbe totalmente incomprensibile alle folle, e perciò é permesso dire che esse non ragionano o fanno ragionamenti falsi, e non sono influenzabili con un ragionamento. La leggerezza di certi discorsi che hanno esercitato un’influenza enorme sugli uditori, talvolta stupisce alla lettura; ma si dimentica che essi furono fatti per trascinare delle collettività, e non per essere letti da filosofi. L’oratore, in intima comunione con la folla, sa evocare le immagini che la seducono. Se egli riesce, il suo scopo é stato raggiunto; e un volume di arringhe non vale le poche frasi che sono riuscite a sedurre gli animi che bisognava convincere. Inutile aggiungere che l’importanza delle folle a ragionare giustamente le priva di ogni spirito critico, vale a dire dell’attitudine di discernere la verità dall’errore, e a formulare un giudizio preciso. I giudizi che esse accettano non sono che quelli imposti e mai quelli discussi. Sotto questo punto di vista, numerosi sono gli individui che non si elevano sopra le folle. La facilità con la quale certe opinioni diventano generali deriva specialmente dalla impossibilità della gran parte degli uomini di formarsi un’opinione particolare basata sui propri ragionamenti.
[…] Le folle sono un po’ come un dormiente, in cui la ragione é momentaneamente annullata, e vede sorgere nel suo spirito delle immagini d’una intensità estrema, ma che si dissipano subito appena vengono a contatto con la riflessione. Le folle, essendo incapaci di riflettere e di ragionare, non conoscono l’inverosimile; ora, le cose più inverosimili sono generalmente quelle che colpiscono di più. Per questo le folle sono impressionate maggiormente da ciò che c’é di meraviglioso e di leggendario negli avvenimenti. Il meraviglioso e il leggendario sono in realtà i veri sostegni delle civiltà. Nella storia l’apparenza ha sempre avuto più importanza della realtà. L’irreale predomina sul reale.
[…] Le folle, non potendo pensare che per immagini, non si lasciano impressionare che dalle immagini. Soltanto queste ultime le spaventano o le entusiasmano e regolano i loro atti

 “Psicologia della folla”
CAP.III – Parte I 
(Idee, ragionamenti, e immaginazione delle folle)

Per questo gran parte degli italiani crede che il Pornocrate abbia costruito il suo impero economico, investendo la liquidazione paterna. E se sono disposti ad accettare che Ruby sia la nipote di Mubarak… Se sono disposti a credere che gli Scilipoti, i Razzi e munnizza varia siano un gruppo di “responsabili”… Se sono convinti che l’ultima schifezza appena sfornata da un parlamento di dipendenti Publitalia e di avvocati (la legge ammazza-processi), inerente la prescrizione breve, sia una norma fondamentale a tutela di tutti i cittadini e che ora i processi saranno più rapidi….
Allora l’Italietta delle folle plaudenti non può che vedersi confermata nel suo intrinseco ruolo di paese di merda.

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