Archivio per Riformismo

CAMERIERI

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , on 15 settembre 2014 by Sendivogius

Festa Unita': La sinistra europea in camicia bianca

Pantaloni neri, camicia bianca d’ordinanza, maniche accuratamente arrotolate…
Quando ci si imbatte in immagini come questa, superato lo sconcerto iniziale (ce li eravamo persi!), la prima impressione è quella di essere davanti ad una squadra di camerieri delle peggiori trattorie, in attesa di ordinazione. Sono quelli fintamente friendly, senza pavillon o strangolati dal cravattino, che fanno gli amiconi col cliente gonzo mentre gli servono gli avanzi riscaldati della sera prima, o la zuppa di pesce liofilizzata, con i gamberetti “freschissimi”, appena pescati (nel surgelatore). Sono quelli che accattivanti ti sventolano sotto il naso il menù turistico, t’arintontoniscono di chiacchiere , e una volta che vi siete seduti a tavola, con un sorriso a 36 denti e finto imbarazzo, ti dicono candidamente che i 2/3 delle portate promesse o sono esaurite, o non fanno più parte del piatto del giorno, finché quando ormai è troppo tardi scopri che tutto il servizio in pratica si riduce a cibi precotti da mensa aziendale in liquidazione fallimentare.
Perché non ci sono alternative e questo c’è; insieme al conto da saldare, meglio se scarabocchiato su un pezzo di carta, insieme al finto sconticino di consolazione.
Trattasi di realismo culinario, per un pranzo di merda.
E poco importa se così facendo il ristorante rischia il crack (col botto!).
È un po’ quanto succede nelle cucine brussellesi del premiato ricettario a marchio UE: stessa sbobba da trent’anni a questa parte, per pietanze indigeste a intossicazione collettiva.
Ricette preparate da altri, supervisionate dai soliti chef dell’Austerità che dettano istruzioni in cucine da incubo, con smorfie saccenti di disgusto per ogni deroga non prevista (e non ammessa). Il tutto rigorosamente servito dagli accondiscendenti camerieri del “riformismo” in salsa rancida, col compito ingrato di far inghiottire l’indigeribile ad una clientela stordita dai fumi di cottura.
Dinanzi al tracollo, ci si consola con le nomine dei Masterchef alla nomination degli sguatteri: insuperabile il francese Serge Moscovici, promosso a Supercommissariato per l’Economia, e Federica Mogherini, la figurina di bandiera agli Affari Esteri, al posto dell’invisibile Lady Ashton che finalmente potrà tornare a dedicarsi senza altre preoccupazioni ai suoi cocktail-party. Il contentino riservato alla servitù zelante, comprata con un piatto di tortellini, per l’elezione del mummificato Jean-Claude Juncker, ad una commissione immolata al brodetto germanico di fraulein Merkel.
La fuffa è servita.

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La Legge ferrea delle Oligarchie

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 giugno 2013 by Sendivogius

La Fenice - Hokusai

Fin dalla sua fondazione, Liberthalia si è sempre interessata all’interpretazione delle dinamiche del “potere” in tutte le sue varianti, teoriche e pratiche, con particolare attenzione alle involuzioni oligarchiche della post-democrazia; denunciando l’incombenza di un nuovo “stato d’eccezione”, consacrato al “principio di necessità”, e ritornando più volte sulla tematiche in oggetto con singoli articoli e commenti dedicati. Per questo ci siamo concentrati spesso sulle forme e le degenerazioni del neo-elitismo, passando dai classici come Mosca-Michels-Pareto alle più moderne teorie del conflitto, nel tentativo di comprendere un fenomeno antico e quanto mai attuale nella sua pervasività, affidandoci spesso nelle risposte e nelle analisi al pensiero di Charles Wright Mills, che alla strutturazione delle elite nella società contemporanea dedicò gran parte della sua critica sociologica.
Superato ampiamente lo stato di incubazione embrionale, oggi la situazione italiana, paradigma sperimentale di una più ampia degenerazione globale, rappresenta il prodotto in fieri di un ritrovato consociativismo elitario, dove una ristretta oligarchia trasversale, e totalmente delegittimata, pensa di cambiare l’architettura costituzionale e le stesse istituzioni della rappresentanza democratica, per conformarle alle proprie esigenze, plasmarle secondo “necessità”, nella preservazione (e perpetuazione) di un assetto di potere e di controllo, funzionale alla sopravvivenza di un’oligarchia sempre più ristretta tra populismi mediatici e pulsioni autoritarie.
Attualmente, l’ultimo ostacolo ad una simile deriva è costituito dalla nostra Costituzione repubblicana, che non per niente è l’oggetto di un assalto inaudito e senza precedenti.
Per questo, in concomitanza con la Festa della Repubblica (ridotta oramai a semplice parata militare) riportiamo il manifesto di Libertà e Giustizia a salvaguardia della nostra Carta costituzionale, che condividiamo e sottoscriviamo in toto

Non è cosa vostra

NON È COSA VOSTRA
Altan Da anni, ormai, sotto la maschera della ricerca di efficienza si tenta di cambiare il senso della Costituzione: da strumento di democrazia a garanzia di oligarchie. Non dobbiamo perdere di vista questo, che è il punto essenziale. Non è in gioco solo una forma di governo che, per motivi tecnici, può piacere più di un’altra. L’uguaglianza, la giustizia sociale, la protezione dei deboli e di coloro che la crisi ha posto ai margini della società, la trasparenza del potere e la responsabilità dei governanti sono caratteri della democrazia, cioè del governo diffuso tra i molti. L’oligarchia è il regime della disuguaglianza, del privilegio, del potere nascosto e irresponsabile, cioè del governo concentrato tra i pochi che si difendono dal cambiamento, sempre gli stessi che si riproducono per connivenze e clientele. Parlando di oligarchie, non si deve pensare solo alla politica, ma al complesso d’interessi nazionali e internazionali, economico-finanziari e militari, che nella politica trovano la loro garanzia di perpetuità e i loro equilibri.
Ora, di fronte alle difficoltà di salvaguardare questi equilibri e alla volontà di rinnovamento che in molte recenti occasioni si è manifestata nella società italiana, è evidente la pulsione che si è impadronita di chi sta al vertice della politica: si vuole “razionalizzare” le istituzioni in senso oligarchico. Invece di aprirle alla democrazia, le si vuole chiudere o, almeno, congelare. L’incredibile decisione di confermare al suo posto il Presidente della Repubblica uscente è l’inequivoca rappresentazione d’un sistema di complicità che vuole sopravvivere senza cambiare. L’ancora più incredibile applauso, commosso e grato, che ha salutato quella rielezione – rielezione che a qualunque osservatore sarebbe dovuta apparire una disfatta – è la dimostrazione del sentimento di scampato pericolo. Ogni sistema di potere a rischio, o per incapacità di mediare le sue interne contraddizioni o per la pressione esterna da parte di chi ne è escluso, reagisce con l’istinto di sopravvivenza. Ma le riforme, in questo contesto, non possono essere altro che mosse ostili. Per questo, di fronte alla retorica riformista, noi diciamo: in queste condizioni, le vostre riforme non saranno che contro-riforme e il fossato che vi separa dalla democrazia si allargherà. Contro gli accordi che nascondono contro-riforme, noi, per parte nostra, useremo tutti gli strumenti per impedirle e chiediamo a coloro che siedono in Parlamento di prendere posizione con chiarezza e impegnativamente e di garantire comunque la possibilità per gli elettori di esprimersi con il referendum, se e quando fosse il momento.
Soprattutto, a chi si propone di cambiare la Costituzione si deve chiedere: qual è il mandato che vi autorizza? Il potere costituente non vi appartiene affatto. Siete stati eletti per stare sotto, non sopra la Costituzione. Se pretendete di stare sopra, mancate di legittimità, siete usurpatori. Se proprio non vogliamo usare parole grosse, diciamo che siete come la ranocchia che cerca di gonfiarsi per diventare bue. Non è la prima volta. E’ già accaduto. Ma ciò significa forse che ciò che è illegittimo sia perciò diventato legittimo?
Per questo, difenderemo la Costituzione come cosa di tutti e ci opporremo a coloro che la considerano cosa loro. La costituzione della democrazia è, per così dire, il vestito di tutta la società; non è l’armatura del potere di chi ne dispone. La mentalità dominante tra i tanti, finora velleitari, “costituenti” che si sono succeduti nel tempo nel nostro Paese, è stata questa: di fronte alle difficoltà incontrate e al discredito accumulato, invece di cambiare se stessi, mettere sotto accusa la Costituzione. La colpa è sua! Non sarà invece che la colpa è vostra o, meglio, della vostra concezione della politica e degli interessi che vi muovono?
Su un punto, poi, deve farsi chiarezza per evitare gli inganni. Chi vuol cambiare, normalmente, è un innovatore e le novità sono la linfa vitale della vita politica. Per questo, gli innovatori godono d’una posizione pregiudiziale di vantaggio. Ma, esiste anche un riformismo gattopardesco di segno contrario: si può voler cambiare le istituzioni per bloccare la vita politica e salvaguardare un sistema di potere in affanno. Allora, il movimentismo istituzionale equivale alla stasi politica. La stasi solo apparentemente è pace: è la quiete prima della tempesta.

Marco Biani 2005

Anche noi siamo per la pace; vediamo che il nostro Paese ha bisogno di pacificazione, pur se esitiamo a usare questa parola, corrotta ormai dall’abuso. Sappiamo però, anche, che la pace è esigente, molto esigente. Non può esistere senza condizioni. Dice la Saggezza Antica: “su tre cose si regge il mondo: la giustizia, la verità e la pace”. E commenta così: in realtà sono una cosa sola, perché la giustizia si appoggia sulla verità e alla giustizia e alla verità segue la pace. La pace è la conseguenza della verità e della giustizia. Altrimenti, pacificare significa solo zittire chi vuole verità e giustizia, per nascondere segreti, inganni e ingiustizie e continuare come prima. Non è questa la pace di cui il nostro Paese ha bisogno.
Non siamo né i velleitari né i giacobini che ci dipingono. Non crediamo affatto al regno perfetto della Verità e della Giustizia sulla terra. Sappiamo bene che la politica non si fa con i paternoster e temiamo i fanatici della virtù rigeneratrice. Ma da qui a tutto accettar tacendo, il passo è troppo lungo. Siamo disposti alla pacificazione, ma a condizione che, nelle forme e con i mezzi della democrazia, si abbia come fine la ricerca della verità e la promozione della giustizia. Altrimenti, pacificazione è parola al vento. La pacificazione non è un sentimento o una predica, ma è una politica. È, dunque, una cosa molto concreta, difficile e impegnativa, perché non significa stare tutti insieme in un patto di connivenza. Significa combattere le zone oscure del potere, le sue illegalità, i suoi privilegi e le sue immunità; significa operare per la giustizia in favore del riequilibrio delle posizioni sociali, della riduzione delle disuguaglianze, dei diritti dei più deboli, di coloro che la crisi economica ha ridotto allo stremo, spingendoli ai margini della società. Solo questa è pacificazione operosa e veritiera.
Si dice che le “riforme istituzionali e costituzionali” hanno questo scopo. Ma, noi temiamo che, dietro alcune riforme “neutre”, semplificatrici e razionalizzatrici (numero dei parlamentari, province, bicameralismo), ve ne siano altre, pronte a saltar fuori quando se ne presenti l’occasione propizia, le quali con la pacificazione non hanno a che vedere. Piuttosto, hanno a che vedere con ciò che si denomina “normalizzazione”.

La procedura.
Costituzione Esiste, nella Costituzione (art. 138) una procedura prevista per la sua “revisione”. Ma oggi se ne immagina un’altra, farraginosa e facente capo a un’assemblea, chiamata “convenzione”. Si sta cercando la via per una spallata per la quale le procedure ordinarie, per la volontà impotente delle forze politiche, non sono sufficienti? Già il nome induce al dubbio che di ben altro che di una “revisione” si tratti. Le “convenzioni costituzionali” (a iniziare da quella di Filadelfia del 1787) possono essere convocate con limitati compiti riformatori, ma poi prendono la mano e pretendono di essere “costituenti”, cioè di scrivere nuove costituzioni. Il fatto poi che qualcuno abbia fatto riferimento a una “Commissione dei 75”, come la “Commissione per la Costituzione” che elaborò ex novo la vigente Costituzione del 1947, non fa che rafforzare questa supposizione, confermata dal fatto che ritorna il linguaggio e la mentalità della “grande riforma”. Par di capire che si voglia la riscrittura ex novo dell’architettura della politica. L’odierna procedura – da quel poco che si capisce e dal molto che non si capisce – è un miscuglio in cui sono messi insieme parlamentari ed “esperti”, scelti dai partiti, presumibilmente in proporzione alle forze che compongono il Parlamento. Il prodotto dovrebbe passare per le commissioni “affari costituzionali” e giungere alle Camere, separate o riunite (presumibilmente per superare l’ostilità del Senato), per concludersi con l’approvazione, non senza una concessione alla democrazia del web. Il voto finale dovrebbe essere un “prendere o lasciare” (su tutto il “pacchetto” o sulle singole parti, non si sa), senza possibilità di emendamento. Poiché un tale procedimento è totalmente estraneo alla Costituzione vigente, le è anzi contrario, s’immagina che poi, con una legge costituzionale si ratificherà l’accaduto. Non è nemmeno il caso di commentare in dettaglio questo pasticcio annunciato: la legge costituzionale di ratifica ex post non è Giorgio Napolitanoessa stessa la confessione che quel che intanto si fa è fuori della Costituzione? I “garanti della Costituzione” non hanno nulla da eccepire? La convenzione nascerebbe come proiezione di un parlamento eletto con una legge elettorale che, col premio di maggioranza, altera profondamente la rappresentanza, ma non s’è sempre detto che le assemblee con compiti costituenti devono essere “proporzionali”? Gli “esperti”, scelti dai partiti, saranno dei “fidelizzati”? Il loro compito non si ridurrà alla “copertura” delle posizioni di chi li ha scelti con quello scopo? come si esprimeranno: con una voce sola, che fa tacere i dissidenti, o con più voci? Se le opinioni saranno diverse – come necessariamente dovrà essere se gli “esperti” saranno scelti senza preclusioni – che cosa aggiungerà il loro lavoro a un dibattito che, tra gli esperti, dura già da più di trent’anni? Se saranno chiamati a votare, cioè a scegliere, non avremmo allora dei tecnici chiamati a esprimersi politicamente? Infine, come potrebbero i parlamentari degnamente accettare l’umiliazione del voto bloccato “sì-no” sulle proposte della Convenzione? Questi arzigogoli contraddittorii non sono forse il segno della confusione in cui si caccia la volontà, quando è impotente?

Il presidenzialismo.
Repubblica italianaNel merito della riforma, ancora una volta, dietro le quinte s’affaccia la volontà di presidenzialismo: “semi” o intero. L’argomento sul quale, da ultimo, si basano i presidenzialisti, è il seguente: i tempi della presidenza Napolitano hanno visto una trasformazione “di fatto” dell’ordinamento, in questo senso. Non è allora naturale che si costituzionalizzi, regolandolo, quanto è già avvenuto? A questo riguardo, però, occorre distinguere. Una cosa è l’espansione dell’azione presidenziale utile a preservare le istituzioni parlamentari previste dalla Costituzione, nel momento della loro difficoltà, in vista del ritorno alla normalità. Altra cosa è l’azione che prelude a trasformazioni per instaurare una diversa normalità. Queste contraddicono l’obbligo di fedeltà alla Costituzione che c’è, obbligo contratto da chi fa parte delle istituzioni. Aut, aut. Non sono rispettosi dei doveri costituzionali presidenziali, e del Presidente medesimo, i sostenitori dell’avvenuta trasformazione della “costituzione materiale”. Il “garante della Costituzione” agisce per preservarla o per trasformarla?
Noi temiamo che il presidenzialismo, quali che siano le sue formulazioni e i “modelli” di riferimento, nel nostro Paese non sarebbe una semplice variante della democrazia. Si risolverebbe in una misura non democratica, ma oligarchica. Sarebbe, anzi, la costituzionalizzazione, il coronamento della degenerazione oligarchica della nostra democrazia. Sarebbe la risposta controriformista alla domanda di partecipazione politica che si manifesta nella nostra società al tempo presente. L’investitura d’un uomo solo al potere, portatore e garante d’una costellazione d’interessi costituiti, non è precisamente l’idea di democrazia partecipativa che sta scritta nella Costituzione, alla quale siamo fedeli.

Controlli.
Altan - Costituzione Il senso concreto del presidenzialismo che viene proposto in questa fase della nostra vita politica si chiarisce minacciosamente anche con riguardo ad altri due temi all’ordine del giorno dei riformatori costituzionali: l’autonomia della magistratura e la libertà dell’informazione. Ogni oligarchia ha bisogno di organizzare e gestire il potere in maniera nascosta, segreta. Ma la democrazia è il regime in cui il potere pubblico è esercitato in pubblico. La pubblicità delle opere dei governanti, è la condizione della loro responsabilità. Il potere non responsabile è autocratico, non democratico. Qual è il rimedio contro la chiusura del potere politico su se stesso? È la conoscenza veritiera dei fatti. E quali sono gli strumenti di tale conoscenza? Le indagini giudiziarie e le inchieste giornalistiche. Per nulla sorprendente è che chiunque si trovi ad esercitare un potere oligarchico sia ostile alla libertà delle une e delle altre, quando forse, invece, trovandosi all’opposizione, l’aveva difesa a spada tratta. Nulla di sorprendente: non sorprendente, ma certamente inquietante la concomitanza di proposte restrittive dell’azione giudiziaria e giornalistica con i progetti di riforma del sistema di governo. Chi ha a cuore la democrazia non può ragionare secondo la logica contingente della convenienza, ma deve difendere la libertà della pubblica opinione, indipendentemente dal fatto che questa libertà possa giovare o nuocere a questa o quella parte, a questi o quegli interessi.

La legge elettorale.
Urne al macero La riforma della legge vigente è riconosciuta come emergenza democratica, da tutti e non da oggi. Dopo che la Corte costituzionale, con l’improvvida sentenza che aveva dichiarato inammissibile il referendum che avrebbe ripristinato la legge precedente (soluzione realisticamente prospettata, fin dall’inizio, da Libertà e Giustizia), tutti dissero in coro: riforma elettorale, fatta subito con legge. Si è visto. Anche oggi si ripete la stessa cosa, ma con quali prospettive? Esiste una convergenza di vedute in Parlamento? È difficile crederlo e già emergono le resistenze. I due maggiori aspetti critici della legge attuale, dal punto di vista della democrazia, sono l’abnorme premio di maggioranza e le liste bloccate. Ma il premio di maggioranza farà gola ai due raggruppamenti maggiori che, sondaggi alla mano, possono sperare di avvalersene. Le liste bloccate (i parlamentari “nominati”) sono nell’interesse delle oligarchie di partito e degli stessi membri attuali del Parlamento, che possono contare sulla ricandidatura facile, tanto più in mancanza d’una legge sulla democrazia nei partiti, anch’essa sempre invocata (subito la legge!) quando scoppia qualche scandalo. Dal punto di vista della funzionalità o governabilità del sistema, occorrere poi eliminare il diverso metodo di attribuzione del premio di maggioranza nelle due Camere, ciò che ha determinato la vittoria di un partito nell’una, e la sua sconfitta nell’altra. Il ritorno al voto con questa incongruenza sarebbe come correre verso il disastro, verso il suicidio della politica. Ma anche a questo proposito, non si può essere affatto sicuri che calcoli interessati, questa volta non a vincere ma impedire ad altri di vincere, non abbiano alla fine la meglio. Il Capo dello Stato ha minacciato le sue dimissioni, ove a una riforma non si addivenga. Altri immaginano una riforma imposta dal Governo con decreto-legge. Sono ipotesi realistiche? Possiamo davvero immaginare che un Presidente della Repubblica, che porti le responsabilità inerenti alla sua carica, al momento decisivo sarebbe pronto a sottrarvisi, precipitando nel caos? Quanto al Governo, possiamo credere ch’esso possa agire facendo tacere al suo interno le divisioni esistenti tra le forze parlamentari che lo sostengono, le quali sarebbero comunque chiamate a convertire in legge il decreto (senza contare – ma chi presta più attenzione a questi dettagli? – che la decretazione d’urgenza è vietata in materia elettorale).

Truppe del Re

E allora? C’è da arrendersi a questa condizione crepuscolare della democrazia? Al contrario. C’è invece da convocare tutte le energie disponibili, dovunque esse si possano trovare, proprio come abbiamo cercato di fare con questa pubblica manifestazione. Per raccogliere in un impegno e in un movimento comune la difesa e la promozione della democrazia costituzionale che, per tanti segni, ci pare pericolare. Dobbiamo crescere fino a costituire una massa critica di cui non sia possibile non tenere conto, da parte di chi cerca il consenso e chiede il nostro voto per entrare nelle istituzioni. Per questo dobbiamo riuscire a spiegare ai molti che la questione democratica è fondamentale; che non possiamo rassegnarci. Essa riguarda non problemi di fredda ingegneria costituzionale da lasciare agli esperti, ma la possibilità, da tenere ben stretta nelle nostre mani, di lavorare e cercare insieme le risposte ai problemi della nostra vita. Domandare pace, lavoro, uguaglianza e giustizia sociale, diritti individuali e collettivi, cultura, ambiente, salute, legalità, verità e trasparenza del potere, significa porre una domanda di democrazia. Non che la democrazia assicuri, di per sé, tutto questo. Ma, almeno consente che non si perda di vista la libertà e la giustizia nella società e che non ci si consegni inermi alla prepotenza dei più forti.

  Gustavo Zagrebelsky
(18/05/2013)

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LA FARAONA

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 marzo 2012 by Sendivogius

Solo un paese intrinsecamente reazionario come l’Italia poteva passare dal fascismo populista dell’oclocrazia berlusconiana al direttorio tecnocratico di una destra elitaria da fine ‘800, con la benedizione di un ex comunista alla Presidenza della Repubblica e l’avvallo incondizionato dei principali partiti della (ex) opposizione: dai dorotei della UDC, a quello zombie in decomposizione chiamato PD… Sulla perniciosa inutilità del partito bestemmia è inutile infierire ancora, poiché l’operazione rasenterebbe la necrofilia, con vilipendio di cadavere. Di questo non-morto politico in passato avevamo già abbozzato una diagnosi terminale [QUI]; bisogna dire che col tempo la prognosi si è ulteriormente aggravata. Aggiungiamo che la dipartita di questo ibrido senza identità sarebbe la naturale conclusione di una imbarazzante agonia.

D’altro lato, come in un ingiallito album di figurine d’antan, l’esecutivo Monti non si fa mancare nulla: banchieri, ammiragli, arcigni funzionari di polizia, un’agguerrita delegazione di baroni accademici, qualche arnese clericale e una folta rappresentanza di blasonati aristocratici dal sangue blu. Definirlo governo di “classe” è quasi un eufemismo e nella sua evidenza farebbe impallidire anche il più irriducibile dei marxisti.
Eppur tuttavia, le compassate cariatidi che affiancano il prof. Monti nella sua neo-giunta di salvezza nazionale sono in realtà figure opache, sostanzialmente irrilevanti. Oltre i temi economici, le iniziative dei singoli dicasteri sono praticamente inesistenti. E, nei fatti, il Governissimo sembra non andare oltre la soglia delle istituzioni bancarie e dei grandi interessi privati che apertamente rappresenta. La sua azione consiste nello svolgere diligentemente i compitini dettati dalle tecno-oligarchie di Strasburgo; proseguire come un rullo compressore nella demolizione delle politiche sociali, in atto da almeno trenta anni; correre ad incassare i complimenti degli euro-burocrati. Le eventuali voci critiche vanno ammutolite con lo spettro dell’apocalisse economica, opportunamente evocato e pompato da una stampa sostanzialmente omologata. Quando ciò non basta, il nuovo ‘messia’ può sempre fornire il calamaio alla penna giusta e, in alternanza con l’altro golden boy della finanza globalizzata prestato alla BCE, dettare il prossimo editoriale ai redattori del WSJ.
Parliamo naturalmente del ‘Wall Street Journal’:

«…ovvero TWMIP, “the world’s most important pubblication”, come si autodefinisce, beatamente ignaro di quanto sconosciuto questo allegro quotidiano neofascista sia alla maggioranza degli americani, per tacere degli svariati miliardi di persone che vivono nelle tenebre dove i bagliori sulfurei del giornalino di Wall Street non sono che vapori acquitrinosi dalle più remote marche del folle impero

Gore Vidal: “I nuovi teocrati”; pubblicato su The Nation il 21/07/1997.

Lungi dall’essere una struttura collegiale, il Governo Monti agisce però in splendida solitudine, con l’eccezione dell’intraprendente ministro Elsa Fornero: la spocchiosa professorina sabauda che pensa di “rieducare” il popolino dai suo vizi, per ricondurlo all’ortodossia dei mercati (finanziari).
Come il professorone, esperto in aumento dell’IVA e delle accise sui carburanti, abbia scoperto questo inquietante incrocio tra la Fata Turchina e Mary Poppins con l’elmetto resta un mistero. Si ha l’impressione di trovarsi dinanzi a personaggi surreali, usciti da un film di fantascienza degli anni ’50… o da una sessione di esami universitari… con la ministra che dispensa pagelline di merito, bacchetta gli alunni indisciplinati, e non ammette repliche ai suoi piani di battaglia. Più che un direttivo tecnico, sembra una giunta militare.
Impersonali, ingessati, ieratici, i ministri tecnici assomigliano ad una cucciolata aliena, particolarmente stagionata, da “invasione degli ultracorpi”. Conducono le trattative con le aborrite ‘parti sociali’, sfoggiando la stessa grazia diplomatica di un Klaatu in “Ultimatum alla Terra”.
 La trattativa sulla riforma del lavoro va chiusa in fretta, non oltre il 23 Marzo.
È già partito il countdown. Così Marione potrà bullarsi del risultato nella prossima trasferta asiatica.
 O mangiate questa minestra o saltate dalla finestra.
Evidentemente, la Fornero è convinta di parlare ancora dalla cattedra al ricevimento studenti.

«Noi proponiamo qualcosa e mi sono impegnata a che le risorse non vengano tolte dall’assistenza. Mi sembra che questo sia un buon impegno. Anzi avrei voluto sentire anche una piccola parola di apprezzamento per questo impegno, che vuol dire non togliere, non sottrarre risorse all’assistenza. Mi sembra una buona cosa. Ma non ho sentito neanche mezza parola di apprezzamento»

La ministra non spiega dove reperirà i fondi, per finanziare la riforma. Da pessima economista, si guarda bene dal fornire la copertura fiscale. Ma diamine! Ha dato la sua parola e mica vorrete metterla in dubbio?!? Firmate il contratto in bianco. E arriverà una paccata di soldi. Quanti e come non è dato saperlo. Un po’ come è avvenuto con la riforma delle pensioni: i risparmi dovevano servire a sostenere l’occupazione giovanile e consolidare la “solidarietà generazionale” (era da egoisti opporsi!)… Poi però i soldi sono andati a rifinanziare il fondo salva-banca e il pagamento degli interessi, alla faccia delle promesse originarie!
Ma la professoressa Fornero lamenta:

non ho sentito neanche una mezza parola di apprezzamento

Ehm.. signora Ministro?!?
Con licenza parlando….
Ma VAFFANCULO!!!

Per chi ha amato le serie animate dei robottoni giapponesi, questo artificiale ‘governo dei tecnici’ ricorda vagamente i Meganoidi [QUI] del mitico Daitarn 3.
In particolare, la strana coppia Monti-Fornero presenta inquietanti analogie con i due principali cattivoni della serie: Koros e Don Zauker.
 Koros, il glaciale comandante supremo dei meganoidi, che interpreta il volere dell’incomprensibile Don Zaucker e agisce per suo tramite.
Elsa Fornero, il ministro zelante che ci mette la faccia e porta avanti i piani segreti dell’imperscrutabile robo-Monti.
O, forse, più funzionale alla dimensione cibernetica del nuovo ministro allo smantellamento sociale, che rischia di far rimpiangere persino il suo predecessore Maurizio Sacconi e che è riuscito a stizzire persino il Gatto e la Volpe dei due sindacati gialli, è la figura del faraone. Per l’esattezza, la FARAONA.

«Ma io indurirò il cuore del faraone e moltiplicherò i miei segni e i miei prodigi nel paese d’Egitto. Il faraone non vi ascolterà e io porrò la mano contro l’Egitto e farò così uscire dal paese d’Egitto le mie schiere, il mio popolo degli Israeliti, con l’intervento di grandi castighi. Allora gli Egiziani sapranno che io sono il Signore, quando stenderò la mano contro l’Egitto e farò uscire di mezzo a loro gli Israeliti!»

  Esodo 7,4-5

E il Faraone, com’è noto, dovette piegare la sua intransigenza a più miti consigli, dopo lo scatenamento delle bibliche “dieci piaghe”.
Bisogna dire che, per una compagine governativa che ha in orrore e demonizza le tensioni sociali, il risultato di certe iniziative sembra abbastanza scontato…

 «Il popolo italiano non è ancora un branco di schiavi, non è materia morta. Ma non è neppure un popolo uso a libertà e di libertà geloso. Non è l’asino paziente, ma non è il leone incatenato. La rivolta non sarà morale. Sarà lo scoppio di un generale malcontento egoistico, di un’esasperazione di ventri vuoti.»

  Camillo Berneri
  (1929)

Fedelmente al nuovo corso liberale, dobbiamo attenderci le cannonate di un prossimo Bava Beccaris?

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L’ANTISTATO

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , on 5 maggio 2011 by Sendivogius

Nello sfogliare i classici del pensiero politico, addentrandosi nella prosa dei protagonisti e dei commentatori di inizio ‘900, nell’ennesima riprova non resta che confermare  quanto forti siano le analogie con l’Italia attuale, continuamente alle prese coi nodi irrisolti della sua storia, in crisi periodica se non perenne. Sembra quasi di essere immersi in una sorta di ciclo vichiano, con la riproposizione costante di circostanze e peculiarità lungo una sostanziale linea di continuità, dove a mancare non sono le analisi ma le soluzioni:
Questione meridionale e unità incompiuta nel tradimento delle speranze risorgimentali; federalismo e statalismo; autonomie regionali e centralismo; avventurismo autoritario e consapevolezza democratica; rivoluzione e restaurazione… tutto ritorna in un complesso gioco di specchi, dove l’immagine riflessa in forme sempre diverse è in realtà sempre la stessa, deformata da una differente prospettiva.
Nella nostra oramai consueta selezione di pagine dimenticate, stavolta proponiamo la riscoperta dell’ANTISTATO: articolo scritto da Lelio Basso, pubblicato sulla rivista “Rivoluzione liberale” il 2 Gennaio 1925, e firmato dall’autore con lo pseudonimo di Prometeo Filodemo.
È divertente constatare come questi autori, accompagnati sempre da fotografie barbute, di accigliati vegliardi in bianco e nero, in realtà abbiano realizzato le loro analisi migliori quand’erano poco più che 30enni oppure, come nel caso specifico qui riportato, all’età di 22 anni.
Dimostrazione pratica che se l’Italia è sempre stato un Paese per vecchi, oggi molti giovani hanno rinunciato anche alla libertà di parola…
Nella riflessione di Lelio Basso c’è molto dell’Italia presente. Depurata dall’impostazione marxista e dai rimandi alle specificità ‘rivoluzionaria’ del partito socialista di inizio ‘900, questa considerazione sulla crisi dello Stato e sull’avvento del totalitarismo fascista potrebbe quasi essere stata scritta oggi.
Con qualche forzatura, sostituite “giolittismo” con Democrazia Cristiana, “fascismo” con berlusconismo, e troverete almeno un’altra mezza dozzina di analogie dalla sconcertante attualità:

  «Inserirsi decisamente nel processo di disfacimento dello Stato, io credo sia compito necessario di quanti, come noi, desiderano un salutare rinnovamento della vita pubblica d’Italia, e per esso lavorano. Perché la crisi che da lunghi anni ci travaglia e che sta toccando ora il parossismo, è crisi che involge tutte le istituzioni statuali, è anzi principalmente crisi di Stato, manifestatesi nella forma dello Stato-partito.
[…] Lo Stato fascista non si limita a tutelare l’ordine costituito con un ordinamento giuridico all’uopo adatto, e nell’ambito del quale sia concesso alle forze contrarie di preparare il terreno per una nuova forma di convivenza sociale; esso rappresenta l’universo popolo, esclude che possa esservi un movimento a sé contrario o comunque diverso, e se qualcuno pur timidamente si mostra, tenta distruggerlo irrimediabilmente. Quando siam giunti a questo punto, quando tutti gli organi statuali, la Corona, il Parlamento, la Magistratura, che nella teoria tradizionale incarnano i tre poteri, e la forza armata che ne attua le volontà, diventano strumenti di un solo partito che si fa interprete dell’unanime volere, del totalitarismo indistinto e come tale escludente ogni ulteriore progresso, noi possiamo ben asserire che la crisi dello Stato ha toccato il suo estremo e ch’essa deve risolversi o precipitare.
 Lo Stato fascista è precisamente lo sbocco d’un lungo processo di decomposizione che ha le sue origini remote forse nell’epoca dei Comuni, magari anche più in su, ma che certo si riattacca direttamente al Risorgimento e all’unificazione d’Italia. La quale fu conseguita, come ognun sa, non per diretta volontà ed azione del popolo, come augurava Mazzini, ma colle arti e colle armi della monarchia piemontese, divenuta in capo a pochi anni e senza modificazioni sostanziali, il Regno d’Italia. Unità dunque, ma fusione no: gli Italiani costituivano uno Stato solo, ma non ancora un popolo solo. Il centralismo diventava in tal guisa una necessità per mantenere unite le singole parti, ma noceva al libero sviluppo di esse, e sopratutto a quelle fra esse che si trovavano in condizioni più arretrate. Lo Stato soffocava le libere iniziative e toglieva la possibilità di una seria lotta politica. In queste condizioni la Monarchia e il trasformismo erano davvero i segni della nostra minorità, ché in una situazione simile non potevano certo attecchire le iniziative autonome e le correnti intransigenti.
[…] Il giolittismo fu l’arma migliore che lo Stato monarchico potesse trovare per assorbire le nuove forze che sarebbero state altrimenti minacciose.
In altre parole, in luogo dell’intransigenza nell’affermazione di sé stesso e nello sforzo della lotta, si preferivano l’accomodantismo e i1 compromesso, questi due fiori squisitamente italici. Ma è certo nondimeno che lo Stato monarchico-giolittiano pagava la complicità del socialismo ufficiale con un paternalismo riformistico che giungeva sino al suffragio universale.
[…] Divenuto il socialismo partito di conservazione riformistica, le classi possidenti ed agrarie divennero alla lor volta partito di sovversione reazionaria. E così sorse nel radioso Maggio 1915 il fenomeno fascista come insurrezione della piazza contro il Parlamento uscito dal suffragio universale, da quelle elezioni che i retori del nazionalfascismo avean così spesso e volentieri battezzato analfabetiche.
 Il giolittismo era caratterizzato dalla mancanza di forze antistatali, cioè dall’assorbimento di tutte le forze realmente efficienti nell’ambito dell’azione giolittiana poggiante quindi sul consenso di una strabocchevole maggioranza. Il fascismo invece è caratterizzato dalla soppressione delle forze antistatali. Strappando con la violenza il potere al giolittismo, esso spezzava in pari tempo l’alleanza di questo col socialismo, il quale diventava per ciò stesso libero di agire su un terreno proprio.
[…] Non essendo in grado di agire d’iniziativa propria, le classi medie appoggiavano il fascismo, sperando, a vittoria conseguita, una mancia competente.
    Ma più che dal loro appoggio passivo, il fascismo traeva la sua forza dalla propria massa di manovra. Era anche questa una classe, confusa ed amorfa fin che si vuole, la classe degli spostati, che trovavano finalmente la loro professione. Spostati per natura loro, come i pazzoidi, gli esaltati, i futuristi, i poetastri o gli artisti falliti, i mediocri aspiranti alla celebrità; spostati per circostanze d’ambiente, come i disoccupati e i miserabili: tutta gente che in altri tempi e in altre circostanze, sotto la pressione degli stessi bisogni, aveva dato vita al brigantaggio o alla camorra, ed ora trovava comodo d’inquadrarsi nel movimento fascista. Era, esso, anche una forma di reazione alla miseria e alla disoccupazione in Italia.
[…] L’ibrida artificiosità della sua formazione toglie al fascismo la possibilità di vivere in un ambiente risanato in cui contrastino in forme civili interessi reali e vitali armati di potenza economica e intellettuale; ma ad evitare che un tale ambiente si formasse.
[…] Il fascismo ha così posto tutti i suoi principi: soppressione di ogni contrasto per il bene superiore della Nazione identificata collo Stato, il quale si identifica a sua volta cogli uomini che detengono il potere (Stato fascista). Questo Stato è il Verbo, e il suo Capo è l’uomo mandato da Dio per salvare l’Italia; esso rappresenta l’Assoluto, l’Infallibile.
[…] Una volta posti questi principi, lo Stato può tutto: ogni opposizione al fascismo è veramente tradimento della Nazione, ogni delitto fascista si giustifica (fine nazionale).»

   “L’Antistato”
 Prometeo Filodemo (Lelio Basso)
 Rivoluzione liberale – 02/01/1925

P.S. Proprio in nome di questa “conservazione riformistica”, che trova nel patteggiamento consociativo il suo vangelo, il nostro Presidente della Repubblica, parlando di un altro Giolitti, ha pensato bene di rompere il suo consueto riserbo, in piena campagna elettorale, per rimbrottare l’opposizione parlamentare e lanciare la sua scomunica contro tutti quei movimenti politici che una rappresentanza istituzionale nemmeno ce l’hanno. Sommo ostensore di una sorta di Teologia della Pacificazione, il presidente Napolitano pensa di contenere gli abusi del Pornocrate comprimendo le rimostranza dei suoi detrattori. Un’originale strategia nel merito della quale non entriamo per puro spirito di carità.
Tuttavia, sorvolando su certe iniziative pronto firma, quotidianamente organizzate in più ministeriale sede, e sui silenzi che accompagnano lo scempio attuale, sarebbe gradita dal sopente Presidente anche qualche altra parolina… Non tanto sullo spasmodico moltiplicarsi di sottosegretari e sullo sfacciato valzer di poltrone nei CdA delle controllate pubbliche, per accontentare le voraci pattuglie di “reclutabili” sparse da Colleferro in giù, quanto per esempio sulla questione dei referendum sui quali è scesa la cortina del silenzio e che si cerca di cancellare per decreto: prassi anomala che oltre a mancare di ogni requisito d’urgenza è stata configurata come un abuso di potere da non pochi costituzionalisti… Così, tanto per ricordare.

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