Archivio per Regione Lazio

CARTA BIANCA

Posted in Roma mon amour, Stupor Mundi with tags , , , , , , , , on 15 novembre 2020 by Sendivogius

Ogni tanto capita di essere distratti dell’incessante chiacchiericcio a mezzo social e di dover interrompere attività infinitamente più interessanti, per soffermarsi (nostro malgrado) sulle amenità, le miserie, e ovviamente le legioni di imbecilli che fluttuano molesti nell’insostenibile inconsistenza del loro non essere. E lo fanno mentre dispensano in giro i loro ruttini, onde smuovere i facili consensi nelle fogne del nazileghismo, tanto è irresistibile per certuni l’attrazione per la merda; gente della cui insignificante esistenza priva di senso diversamente non ci saremmo mai accorti.
 È fresca di giornata la polemichetta fumante tra Nicola Zingaretti e tal Daniele Giannini, consigliere leghista alla regione Lazio: uno di quei tanti twittatori professionisti, che ha scambiato l’attività politica e amministrativa col rilascio compulsivo di battutine dal dubbio gusto e pensierini minimi, alla ricerca dei fatidici cinque minuti di notorietà in assenza di altro.
Ora, noi non entreremo assolutamente nel merito dei contributi letterari e culturali del molto onorevole Giannini, già transitato nel “Nuovo Centro Destra” del fu Angelino Alfano, prima di rimanere folgorato sulla via di Pontida, una carriera come “consigliere” in quel di Boccea, per quelle inconcludenti riunioni di quartiere istituzionalizzate che un tempo si chiamavano “Circorscizioni urbane” e che adesso vengono pomposamente denominati “Municipi”, per immutata inutilità.
Sono le suddivisioni amministrative delle quali la Capitale abbonda, e dove solitamente vengono parcheggiati dai partiti i talenti incompresi di quinta o sesta fila, in attesa di una stabile occupazione che li salvi dal cercarsi un lavoro vero, prima di transitare in qualche società partecipata della Regione o del Comune di Roma: scatole vuote dalla mission indefinita che funzionano sostanzialmente come uffici di collocamento politico.

LazioCrea supporta la Regione Lazio nella definizione delle strategie di crescita digitale, progettando e realizzando le attività connesse all’agenda digitale, e-government ed open government per offrire servizi ad alto contenuto tecnologico per cittadini ed imprese.”

Lazio Service S.p.A. è la società in house della Regione Lazio che progetta, realizza ed attua, attività e servizi aderenti alle esigenze istituzionali della stessa Amministrazione regionale. Lazio Service è impegnata nel più grande progetto di fornitura di servizi alla Regione Lazio mai compiuto prima, che realizza con circa 1.400 dipendenti qualificati e con alto valore professionale. Nata nel 2001 con una mission di responsabilità sociale d’impresa, Lazio Service la attua definitivamente con la felice conclusione (avvenuta nel dicembre 2007) del piano di stabilizzazione dei propri dipendenti già assunti con contratti di lavoro a termine. Oggi, con una formazione continua del personale e con ampia flessibilità d’impiego, la Società risponde con efficacia ed efficienza agli indirizzi impartiti dal Socio unico Regione Lazio, adattandosi con rapidità agli eventuali mutamenti delle esigenze regionali. La Società, interamente partecipata dalla Regione Lazio, opera in base agli indirizzi che l’Ente istituzionale indica.”

No, quello che ci ha colpito dell’onorevolissimo Daniele Giannini, più ancora della sua sfolgorante carriera politica ed indubbia competenza, prima di restituirlo al suo meritato anonimato e dimenticarci di lui, è il suo incredibile Curriculum Vitae (Cliccare per credere!).
Mai, e diciamo proprio MAI, ci era capitato di imbatterci in un curriculum totalmente in bianco! Uno in 54 anni di vita avrà lavorato per sbaglio almeno una volta, o potrà vantare una qualche esperienza politica di rilievo avendone fatta una professione a tempo pieno… E invece no, il risultato è questo:
Cioè, neanche lo sforzo di infilarci due dati in più, buttati lì per inerzia.
Dell’ottimo Daniele Giannini, circola anche un altro CV [QUI] da cui si può notare almeno l’evoluzione di passare al formato europeo, per identica sostanza: NIENTE.
Uno così sicuramente lo candideranno nel prossimo Parlamento.

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Posted in Muro del Pianto, Roma mon amour with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 22 novembre 2014 by Sendivogius

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Piaga antica, il Trasformismo è una costante della politica italiana di cui costituisce la norma, contrassegnando il degrado della vita pubblica: dai feudi elettivi su base ereditaria ai notabili locali, coi loro pacchetti di voti in dote al miglior offerente; dai corporativismi castali, ai cacicchi del trasversalismo consociativo; dai signori delle tessere, ai padrini delle clientele e delle cosche elettorali… È il gusto arcaico di un ‘potere’ dalle forme barcocche, inteso innanzitutto come arbitrio personale ed esercitato all’ombra degli ‘affari’, nella presunzione dell’impunità.
Boardwalk EmpireIl proliferare di certi figuri istituzionali misura l’intorbidamento di valori e prospettive ideali, progressivamente imputridite nelle acque di una politica tossica, impantanata nelle torbiere della grande palude centrista. Nessun corpo ne è immune. Una volta effettuato l’innesto per ibridazione democristiana, la contaminazione è irreversibile. Si diffonde come una neoplasia tumorale ed agisce alla stregua di un virus mutogeno, che rigenera le cellule dell’organismo ospite a propria immagine e somiglianza. In questa prospettiva, la trasformazione di un PD impollinato dalle spore della Margherita può ritenersi un processo ormai compiuto.
Luigi Lusi ed i milioni sparitiDopo il caso di Fracantonio Genovese, purosangue DC, stavolta è il turno dell’onorevole Marco Di Stefano, per una vicenda passata tutta in sordina e che invece vale la pena delineare nella sua valenza paradigmatica…
Marco-Di-StefanoApostolo del renzianesimo nei circoli della Capitale, mentre alla Leopolda si è occupato di coordinare il tavolo sui “pagamenti digitali”, il deputato Di Stefano è una sorta di emblema del trasformismo applicato a forma vincente di ascesa tutta personale, nel nuovo corso intrapreso da un “centrosinistra”, senza più aspirazioni né funzionalità storica che non sia mera transizione spartitoria.
MARCO DI STEFANOCinquantenne rampante (Roma, il 12/05/1964), Marco Di Stefano nasce politicamente a destra; attraversa tutto l’arco centrista e infine approda a ‘sinistra’, sotto l’illuminata leadership veltroniana, con una di quelle operazioni di mera cooptazione elettorale per acquisizione voti di cui Goffredo Bettini è sempre stato l’immaginifico deus ex machina.
Le sue evoluzioni acrobatiche nelle brughiere della politica romana, che ha fatto delle piroette trasformiste la prassi ordinaria di sottogoverno capitolino, rappresentano un certificato di garanzia.
riot controlEx poliziotto, è stato (manco a dirlo!) un ‘fascista’; bazzica gli ambienti della destra romana e nel 1989 aderisce ufficialmente al MSI. Nel 1993, conosce il MSIsuo primo esordio elettorale di successo, venendo eletto consigliere circoscrizionale, per l’immenso suburbio dell’Aurelio che accorpa i quartieri di Casalotti, Boccea, e Primavalle, nella periferia ovest della città. Sui banchi consiliari della XVIII Circoscrizione di Roma, fa la Stefano De Lilloconoscenza di un altro ras della politica capitolina: quello Stefano De Lillo che, insieme ai suoi fratelli, tanto si darà da fare nella Roma di Alemanno, piazzando mezzo parentado in ogni posto disponibile a carico pubblico. De Lillo, transumato nel “Nuovo Centrodestra” di Angelino Alfano, fa parte a pieno titolo dell’attuale maggioranza di governo di “centrosinistra”. Tornando a Di Stefano, nel corso di un ventennio, passa al CCD (Centro Cristiano Democratico) della triade D’Onofrio-Casini-Mastella, e Mario Baccininel 1997 diventa consigliere comunale. Si mette sotto l’ala protettiva di Mario Baccini, il ferale impresario di pompe funebri in stile anni ’30 recentemente passato anche lui al NCD di Alfano. Aderisce all’UDC di cui diviene segretario provinciale. Segue il grande balzo a ‘sinistra’, quando forte delle sue 14.000 preferenze viene eletto nella lista civica che sostiene la candidatura di Piero Marazzo alla Regione Lazio.
beating-a-dead-horse-call-me-maybeTra un incarico e l’altro, nel 2000 svolge anche le funzioni di sub-commissario governativo dell’UNIRE (Unione nazionale incremento razze equine), feudo personale di Franco Panzironi e della “destra sociale” di Gianni Alemanno, che schiantano l’ente sotto una cascata di debiti.
Goffredo Bettini - Er SeccoNel 2007 passa all’UDEUR di Clemente Mastella, che lo promuove vice-segretario nazionale. Ma nel Febbraio del 2008 molla tutto per entrare nel nuovo PD di Walter Veltroni in quota Fioroni (ex Margherita), per scoprirsi fan accanito di Letta (Enrico) e poi renziano di ferro.
Il governatore Marrazzo, prima di essere travolto dalla sordidissima storiaccia di ricatti, prostituzione transessuale e cocaina, lo nomina assessore al Demanio ed al Patrimonio, con un occhio di riguardo alla cassa ed alle potenzialità di investimento che la sua gestione comporta.
buco neroE qui cominciano i primi guai per il sanguigno Marco Di Stefano… Infatti, secondo la Procura di Roma, l’ex consigliere regionale nel 2008 avrebbe condotto una serie di trattative agevolate, in deroga ai regolamenti previsti dai bandi di gara, con i fratelli Pulcini, noti costruttori romani, assai attivi nel settore immobiliare, per l’affitto di due palazzi alla Regione Lazio (in deficit di bilancio e surplus di immobili), alla Lazio Servicemodica cifra di 7 milioni e 327 mila euro l’anno, per conto della Lazio Service (altra controllata regionale e noto carrozzone clientelare), nell’Agosto del 2008.
pulciniIl ‘bello’ (o il brutto) è che i Pulcini sembrano non detenere nemmeno la proprietà degli immobili interessati alla locazione, ma tramite la propria società di investimenti ne gestiscono l’assegnazione, ricavando lucrose plusvalenze.
Guardia di Finanza Secondo il nucleo di Polizia valutaria della Finanza, attraverso una serie di triangolazioni societarie (la Belgravia Invest srl e la Coedimo), Di Stefano avrebbe predisposto i contratti di locazione al solo fine di soddisfare gli interessi economici degli imprenditori Antonio e Daniele Pulcini a canoni esorbitanti e completamente fuori mercato. Per il disturbo, Di Stefano si sarebbe fatto pagare una ‘provvigione’ pari ad un milione e 800 mila euro, dei quali 300.000 sarebbero stati destinati al suo Lostsegretario e collaboratore personale, tale Alfredo Guagnelli di cui non si hanno più tracce dall’08/10/09 dopo un suo misterioso viaggio a Firenze. Una scomparsa provvidenziale, che priva gli inquirenti della procura romana di un tassello fondamentale dell’inchiesta in atto, insieme al corpo del reato (il denaro).
Alfredo Guagnelli Alfredo Guagnelli (classe 1972), viveur e fama di donnaiolo, è uno dei tanti faccendieri dei quali l’Italia abbonda, sempre a cavallo tra affari e politica. Con la sua Internazionale immobiliare e la Genco Srl gestisce compravendite di immobili ed intermediazioni di affari. È di casa in Costa Azzurra ed a Montecarlo, con un occhio sempre attento alla politica domestica per rapporti trasversali… Attraverso la propria concessionari di auto di lusso, World Rent Car si preoccupa di carrozzare Marco Di Stefano. È in ottimi rapporti con Paolo Bartolozzi, eurodeputato di Forza Italia, di cui sosteneva le campagne elettorali. Ed è grande amico di Michele Baldi, un altro specialista nel cambio multiplo di casacche: Alleanza Nazionale, poi Forza Italia, e infine capolista della “Lista Zingaretti” alle ultime elezioni regionali, folgorato anche lui sulla via del Nazareno. Ma Guagnelli in passato ha frequentato pure l’ex consigliere provinciale del Pdl Enrico Folgori e Giulio Gargano (ex DC, ex AN, ex FI, ex tutto), prima di volatizzarsi nel nulla diventando uccel di bosco.

la società dei magnaccioniLa truffa degli enti previdenziali
Gli enti previdenziali costituiscono da sempre la cuccagna per affaristi e politicanti senza scrupoli, che scambiano le casse pensionistiche (altrui) come una specie di bancomat personale a cui attingere liberamente.
Nel 2008, le palazzine già interessate dalla trattativa tra Di Stefano e Guagnelli e Pulcini sullo sfondo della Regione Lazio, tutte situate in Via del Serafico, nel quartiere Ardeatino dove il valore immobiliare di mercato si aggira attorno ai 4.000 € al m², sono oggetto di una seconda transazione…
Enpam Il 14 Ottobre del 2008, la commissione patrimoniale dell’ENPAM (l’Ente di Previdenza ed Assistenza di Medici e Odontoiatri) prende in esame l’acquisto del palazzo di via Serafico 107 già affittato alla Regione. A curare la trattativa è sempre la Belgravia Investimenti.
Il 21 Ottobre i fratelli Pulcini avviano la compravendita dell’immobile con prezzo fissato a 29 milioni di euro, firmando un contratto preliminare con versamento di 2 milioni di euro.
Il 22 Ottobre, la Belgravia Invest Srl, per gentile intercessione dell’assessore Di Stefano partecipa al bando regionale per l’affitto dei nuovi locali della “Lazio Service”.
A Marzo 2009, l’immobile viene venduto all’ENPAM per 58 milioni di euro, con una plusvalenza del 100%. Nel 2010 viene acquistato (tramite la Coedimo Srl) anche il secondo immobile per 31 milioni di euro e subito rivenduto all’ENPAM al costo di 59,7 milioni di euro.
Per una così lungimirante operazione immobiliare, soprattutto per la cassa previdenziale degli odontoiatri, la Procura di Roma ha disposto una indagine per truffa aggravata nei confronti dell’ex presidente dell’Ente Eolo Parodi, Maurizio Dallocchio, docente all’università Bocconi ed ex consigliere esperto dell’ente, l’ex direttore generale Leonardo Zongoli e l’ex responsabile degli investimenti finanziari Roberto Roseti. L’ex direttore del dipartimento immobiliare dell’ente, Luigi Antonio Caccamo è stato invece indagato, per la compravendita di un immobile di sei stanze a Trastevere, dismesso a prezzo particolarmente vantaggioso da parte dei Pulcini.
WackyRacesAntHill_MobLe gigantesche creste ai danni dei bilanci degli enti previdenziali, che oltre a salassare le categorie professionali di riferimento sono chiamati a corrispondere le future pensioni dei medici (tra cui giovani e precari che pagano contributi salatissimi) ed erogare quelle dell’oggi, vista la sostanziale impunità del reato con la restituzione del malloppo, passando per la (s)vendita degli immobili pubblici, tendono a ripetersi con modalità più o meno sempre uguali.
D’altronde, da Pietro Lunardi a Claudio Scajola, le case sono da sempre una grande passione della “politica”, con immobili di pregio che variano di prezzo tra una cessione ed una compravendita, a velocità della luce, dove a guadagnarci sono in pochissimi e quasi sempre gli stessi…
Enpapi È il caso dell’ENPAPI (l’ente previdenziale degli infermieri), con l’acquisto della sua nuova sede in Via Farnese capace di rivalutarsi del 25% in un solo giorno, con immobili che passano di mano nel giro di 24 ore…

«Una sede prestigiosa acquistata per un controvalore di 20 milioni di euro. È quanto ha fatto Enpapi, cassa previdenziale degli infermieri, il 29 aprile 2009 comprando la villa di via Farnese 3, in Roma (quartiere Prati), dalla società Dm Immobiliare. Villa che, nello stesso giorno, Dm Immobiliare aveva rilevato da Citec International (gruppo Citec, specializzato in soluzioni informatiche) per un corrispettivo di 16 milioni.»

Vitaliano D’Angerio
La villa che si rivaluta del 25% in un giorno
Il Sole 24 Ore – (02/02/2012)

Plusvalenza alla vendita: 4 milioni di euro. Tanto a pagare sono gli infermieri.
ENPAPMa niente batte l’incredibile vicenda dell’ENPAP (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza degli Psicologi), con un intero palazzo comprato e rivenduto in un solo giorno, con una cresta da 18 milioni di euro tutta a carico delle casse previdenziali dell’ente.
Il 31 gennaio 2011, l’immobiliare bresciana Estate due srl acquista dal Fondo Omega, un palazzo di oltre 3.000 mq (cinque piani con seminterrato) in pieno centro di Roma, in Via della Stamperia nello storico rione Trevi, al costo di 26 milioni e mezzo di euro e nello stesso giorno rivenduto all’Ente previdenziale degli psicologi per la modica cifra di 44 milioni e mezzo di euro.
Riccardo Conti Amministratore unico dell’immobiliare di Brescia (con un capitale sociale di 73.720 euro e nessuna struttura organizzativa) è Riccardo Conti, che all’occorrenza è anche senatore PdL e che per inciso in tutta la compravendita non sborsa un solo euro.
Il Fondo Omega che detiene la proprietà del palazzo a prezzo variabile è il fondo immobiliare della banca Intesa San Paolo, su gestione della Fimit. A presiedere Angelo Arcicasal’ENPAP e sottoscrivere l’acquisto è invece il lungimirante Angelo Arcicasa, al quale potevano vendere benissimo anche la fontana di Trevi data la sua disponibilità di spesa ed il valore che attribuisce al denaro, peraltro non suo.
In pratica, la nuova sede dell’Enpap viene pagata 14.000 euro a mq. E con IVA inclusa l’intera spesa arriva a sfiorare i 54 milioni di euro. Come invece il costo di un immobile possa aumentare di 18 milioni di euro in una sola giornata lavorativa, è mistero che non l’oculato Angelo Arcicasa, né la FIMIT di Massimo Caputi si sono mai dati la pena di spiegare per un ‘affare’ clamorosamente in perdita.
L’unico a guadagnarci (e parecchio pure!) è il senatore Conti, che non contento si guarda bene dal versare l’IVA dovuta. E si dimentica pure di pagare la ditta che effettua (da contratto) i lavori di ristrutturazione. Si tratta in fondo di una peculiarità distintiva per tutti i ladri che affollano la corte dei papiminkia.

Pappone costituente

En passant, la società immobiliare del senatore Conti si dimentica anche di fornire i certificati di agibilità e le planimetrie catastali del palazzo venduto all’ENPAP, senza che peraltro il presidente Arcicasa si sia mai preso il disturbo di richiederli, col risultato che in tal modo la proprietà risulta invendibile né cedibile a terzi.
Denis VerdiniCom’è, come non è, un milione di euro legato alla compravendita della sede ENPAP finiscono rigirati dal senatore Conti nelle tasche del senatore Denis Verdini, suo degno collega di partito, senza che si capisca bene a che titolo (la penale per un precedente prestito mai chiarito di 10 milioni di euro).
E d’altronde l’amico Denis non è nuovo a simili intrallazzi. Infatti, oltre ad illecito finanziamento (si sospetta la creazione di una provvista di fondi neri), l’intraprendente Verdini dovrà rispondere anche per gli appalti pilotati nella costruzione della nuova Scuola per la formazione dei marescialli dei Carabinieri a Firenze, nell’ambito della sua indefessa attività di “mediatore” al centro di alcuni dei più torbidi intrighi del ventennio berlusconiano nell’ambito della cosiddetta P3 (ne avevamo parlato QUI).
Renzi e VerdiniAttualmente, Denis Verdini è l’interlocutore privilegiato (e si può dire unico) del Telemaco trapiantato a Palazzo Chigi: quello che litiga tutti i giorni con ogni cosa sia collocabile vagamente a sinistra, insulta i sindacati, e odia i “professoroni” a meno che non gli diano sempre ragione. Però è pappa e ciccia con la Confindustria (che gli paga Leopolda e campagna elettorale) e riscrive la Costituzione col pappone di Arcore, di cui Verdini è il plenipotenziario di fiducia.
CUOREIn quanto a Marco Di Stefano, l’entità dell’affare e dell’aggravio di spesa ai danni della Regione Lazio, non hanno impedito al nostro eroe di essere ricandidato a tutte le tornate elettorali successive e maturare il suo bel vitalizio. Inserito nel listino bloccato alle ultime elezioni amministrative, in quota PD nella circoscrizione Lazio1, Marco Di Stefano è risultato essere il primo dei non eletti alla Camera, ed è potuto entrare in Parlamento solo ad agosto 2013, per la rinuncia di Marta Leonori entrata come assessore al Comune di Roma.
Shingeki no kyojinIn virtù delle sue passate e straordinarie esperienze gestionali, a Di Stefano è stato subito assegnato un posto come membro della Commissione Finanze del Parlamento. Attualmente (bontà sua!) si è autosospeso.
Boardwalk-EmpireSono i soliti avanzi di ‘nuovo’, che non passano mai.

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Quelle strane coincidenze…

Posted in A volte ritornano, Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 ottobre 2012 by Sendivogius

Se c’è una cosa che col tempo abbiamo imparato ad apprezzare in Antonio Di Pietro, è lo straordinario intuito col quale seleziona i suoi candidati e lo conduce inesorabilmente a scegliere le persone sbagliate. In questo, pare che disponga di un talento tutto particolare, raffinato negli anni attraverso la pratica reiterata.
 Non sappiamo come andrà a finire (né ce ne potrebbe fregar di meno) la deprimente vicenda di Vincenzo Maruccio: l’enfant prodige alla Regione Lazio, lanciato in una carriera fulminante che sembrava aver bruciato tutte le tappe e conclusa nel peggiore dei modi.
Sarebbe piuttosto curioso conoscere i requisiti di valutazione, con i quali vengono scremati certi curricula. Sembra trattarsi di un problema comune a tutti i partiti (e ora ‘movimenti’) di natura proprietaria, dove il giudizio del ‘Capo’, prima ancora di essere insindacabile, è soprattutto insondabile.
Personaggi come Maruccio non vengono su dal nulla. Meno che mai in un paese immobile e gerontocratico come l’Italia, dove si diventa maggiorenni a cinquant’anni e si vive una seconda giovinezza a settanta. Un Paese dove dietro al rampantismo di ogni ‘giovane di successo’ c’è sempre un vecchio mentore, con le opportune entrature nei salotti giusti ed i fili del burattino in mano…
A 23 anni, fresco di laurea in giurisprudenza, conseguita presso la cattolicissima università LUMSA, il misconosciuto Vincenzino è già “dirigente” nazionale dell’Italia dei Valori.
Non ancora trentunenne, viene nominato Assessore alla Regione Lazio con delega alla Tutela dei Consumatori ed alla Semplificazione Amministrativa (13/02/09) nella giunta regionale di Piero Marrazzo, su indicazione diretta del partito per volontà di Antonio Di Pietro. Superfluo dire che il giovane avvocato calabrese non solo non è stato eletto, ma nemmeno si è presentato alle elezioni regionali (del Lazio). Tempo pochi mesi, viene promosso “Assessore ai Lavori Pubblici ed alle Infrastrutture”. Si tratta di un incarico delicatissimo, che richiederebbe un minimo di esperienza, in considerazione del mare di squali in cui si deve nuotare. Tanto per dire, è il periodo in cui Angelo Balducci, ricopre il ruolo di Presidente generale del Consiglio Superiore per i Lavori Pubblici, dopo essere stato Direttore Generale del Servizio Integrato Infrastrutture del Lazio, e dal 2006 Commissario Straordinario per i mondiali di nuoto “Roma 2009”.
Nel 2010, cambio di giunta regionale. Vincenzo Maruccio, coi suoi 8.000 voti, è il primo degli eletti in quota IdV. Diventa capogruppo dell’Italia dei Valori nel Consiglio Regionale del Lazio, tesoriere unico del partito e membro della Commissione Bilancio alla regione, quindi segretario generale dell’IdV per il Lazio, prima del catastrofico epilogo: indagato per peculato, sospettato di riciclaggio, costretto alle immediate dimissioni dal partito.

Dimmi con chi vai e ti dirò che sei
 Negli anni gloriosi della sua attività politica, l’on. Maruccio si distingue per una indefessa attività contro i furbetti di tutte le cricche. In concreto, di fatti se ne vedono assai pochini; in compenso, le parole e le promesse abbondano, con un premio alle buone intenzioni. Poi certo c’è l’immancabile discrepanza tra ciò che si predica e quello che si pratica, nell’incolmabile separazione tra pensiero e azione…
In merito alla scandalosa gestione dei fondi regionali per le spese di partito [QUI], alla fine di settembre ’12, quando finalmente si decide di correre ai ripari e chiudere le porte a stalle ormai vuote, il solerte Vincenzino rilascia insieme al suo collega Claudio Bucci una dichiarazione congiunta:

Accogliamo con grande piacere la proposta del presidente Abbruzzese, in merito ai tagli da operare sulle spese del consiglio regionale del Lazio. Si tratta di un atto di responsabilità nei confronti dei cittadini della regioni su cui, inevitabilmente, grava la spesa regionale.

Mario Abbruzzese (PdL) è il presidente dell’assemblea regionale, che ha moltiplicato i pani ed i pesci elevando a dismisura i rimborsi spese ed i finanziamenti pubblici ai partiti (da 500.000 a 15 milioni di euro), tramite un contestatissimo emendamento, introdotto in fretta e furia nelle legge di bilancio regionale del 2010.
Peccato che l’accoppiata moralizzatrice dei (porta)valori abbia ritenuto superfluo ricordare come l’aumento dei fondi sia passato anche grazie al voto favorevole di Vincenzo Maruccio (membro della Commissione Bilancio) ed il consigliere Claudio Bucci (membro dell’Ufficio di Presidenza), nonostante la direttiva ufficiale dell’IdV fosse quella di votare NO.
Claudio Bucci è un ex Forza Italia, transitato per le imperscrutabili vie della politica all’Italia dei Valori. Per rendere l’idea del personaggio, è uno che da almeno cinque anni riutilizza sempre la stessa foto, evidentemente buona per tutte le occasioni… Questioni di coerenza!

Vincenzo Maruccio sembra invece più fedele al primo amore. In concomitanza con la ascesa politica, entra nello studio dell’avv. Sergio Scicchitano, esperto in diritto societario e in particolare nel ramo fallimentare.
Calabrese pure lui (è nato a Isca sullo Ionio il 17/09/1955), Scicchitano è stato avvocato personale di Antonio Di Pietro e costituisce un pezzo pregiato dell’Italia dei Valori. Dopo aver tentato invano la carriera politica, senza riuscire mai ad essere eletto, si consola occupando ininterrottamente tutta una serie di incarichi amministrativi, preferibilmente in aziende a controllo pubblico, sotto i buoni auspici del partito.

Soprattutto, l’avv. Scicchitano è una presenza fissa nei collegi arbitrali, incaricati delle liquidazioni fallimentari per conto del Tribunale di Roma. Si tratta di incarichi eccezionalmente retribuiti e di solito appannaggio di una ‘casta’ di burocrati, ben inserita nei gangli della pubblica amministrazione. Una fonte di spesa che incide notevolmente sulle finanze dello Stato e mai lontanamente presa in considerazione dalle “riforme epocali” dei tecnocrati montiani, che tutto tagliano (ai redditi minimi) ma nulla tolgono agli appannaggi esclusivi di ‘classe’ (la loro). A suo tempo, ne parlò persino un accorato articolo del Corriere della Sera: QUI.
Per conto della IdV, è Presidente nazionale di Garanzia e, in quanto preposto all’Ufficio Esecutivo regionale, è l’uomo che sceglie e predispone la lista dei candidati da presentare alle elezioni nel Lazio.
Nel 2001 l’ex sindaco di Roma, Walter Veltroni, lo nomina Presidente della Commissione anti-usura per conto della “Federazione internazionale dei diritti dell’uomo” (?).
Nel 2002 diventa Delegato per la tutela dei Diritti dei Consumatori e degli Utenti, nell’ambito della quale si occupa anche di nuove tecnologie digitali e banda larga. Interpellato sulla pessima copertura ADSL della capitale d’Italia, a fronte di tariffe troppo care, l’avv. Scicchitano concentra le sue preoccupazioni sul “rischio del tecnoautismo e la dipendenza da web”, focalizzando subito l’attenzione sui veri problemi, insiti nell’occulta minaccia di un internet veloce e accessibile a tutti.
Nel Luglio del 2006, Antonio Di Pietro, all’epoca titolare del dicastero per i Lavori Pubblici nel Governo Prodi, se lo porta con sé al ministero e lo nomina consigliere d’amministrazione dell’ANAS, dove rimane per tre anni.
Contemporaneamente (Aprile 2006) Sergio Scicchitano è anche presidente della LazioService: controllata pubblica e società tuttofare che si occupa dei servizi regionali e inserimento lavorativo (portierato e servizi ausiliari). In pratica si tratta di un carrozzone clientelare di collocamento politico, istituita dalla giunta Storace nel 2001 e mantenuta da tutte le amministrazioni successive, lievitando fino a 1.400 dipendenti con mansioni tutt’altro che definite.
Le fortune dell’avv. Scicchitano conoscono una brusca battuta d’arresto nel Giugno 2011, quando suo malgrado viene costretto alle dimissioni, in occasione dello scandalo che coinvolge alcuni dei più ‘blasonati’ nomi dell’imprenditoria capitolina e che ruota attorno alla maxi truffa dell’ex presidente della Confcommercio di Roma: il commercialista Cesare Pambianchi [QUI]

Cesare Pambianchi, insieme al suo sodale Carlo Mazzieri, è accusato di aver messo insieme un’associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio ed all’evasione fiscale, attraverso il diffuso giochino dei falsi rimborsi sui crediti IVA e la costituzione di società cartiera alla base della collaudata “truffa carosello” (che trovate anche QUI), sottraendo al Fisco qualcosa come 600 milioni di euro.
Tra le società che sembrerebbero coinvolte nella maxi-evasione ci sono anche vari marchi storici dell’arredamento come la Emmelunga e la Emmecinque, società del gruppo Aiazzone a sua volta risucchiato in un gigantesco crack:

Il rilancio del marchio e la nuova caduta

«Nel 2008 il marchio “Aiazzone” viene totalmente rilevato dall’industriale pugliese Renato Semeraro, che, insieme a Mete SpA della famiglia Borsano (Gian Mauro Borsano), “resuscitano” il marchio aprendo dapprima alcuni punti vendita nelle province di Torino e Milano, poi convertendo a insegna Aiazzone nel corso del 2009 la rete PerSempre Arredamenti e una parte della rete Emmelunga (acquistata nel 2009), con una presenza in gran parte delle regioni italiane.
Il 2009 e il 2010 sono anche caratterizzati da grossi problemi economici, finanziari, fiscali e da insurrezioni sindacali, dovute alla nuova gestione delle due famiglie (Borsano e Semeraro riunite nella società B&S S.p.A.).
Nel luglio 2010 Emmelunga e Aiazzone, marchi detenuti da B&S, Holding dell’Arredamento, Emmedue ed Emmecinque, vengono ceduti in affitto alla società torinese Panmedia.
Nel 2011 Emmelunga ed Aiazzone attraversano una grave situazione finanziaria tanto da non riuscire a rispettare i contratti di vendita con i clienti e non riuscendo ad onorare gli emolumenti ai dipendenti.
Dal marzo del 2011 il mobilificio, le cui filiali risultano chiuse “per inventario sino a nuova comunicazione”, ha smesso di effettuare consegne e ne è stata presentata istanza di fallimento da parte di fornitori e clienti. La procura di Torino apre contestualmente un’inchiesta; viene iscritto nel registro degli indagati anche il legale della B&S (l’ipotesi di reato è truffa). 
Al 21 marzo 2011 anche il sito aiazzone.it risultava non più raggiungibile.
Il 28 marzo 2011 Gian Mauro Borsano, Renato Semeraro e Giuseppe Gallo sono stati arrestati dalla Guardia di Finanza su mandato del gip Giovanni De Donato, in seguito alla richiesta dei pm Francesco Ciardi e Maria Francesca Loy della Procura della Repubblica di Roma, accusati di bancarotta distruttiva, fraudolenta e documentale, riciclaggio, sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, falsa presentazione di documentazione per accedere al concordato preventivo.
Borsano, Semeraro e Gallo avrebbero usato le società del Gruppo B&S (indebitate con il fisco per decine di milioni di euro) per effettuare fittizie cessioni di immobili e partecipazioni societarie, prelievi in contanti ed emissioni di fatture false a beneficio di nuove società appositamente costituite. In seguito, gli stessi indagati avrebbero ceduto in modo fraudolento la rappresentanza delle società del gruppo B&S ormai in crisi e svuotate di ogni bene, a trasferire, tramite un prestanome, la rappresentanza delle società in Bulgaria da cui sarebbe derivata la conseguente cancellazione dal registro delle imprese italiano per evitare la procedura difallimento avanzata dai creditori. Inoltre gli arrestati avrebbero presentato a tre diversi tribunali competenti per conto di alcune società del Gruppo, l’ammissione al concordato preventivo, allo scopo di evitare il fallimento, fornendo garanzie patrimoniali inesistenti e presentando carte false. Infine, per diversi anni, risulterebbero non versate imposte per alcune decine di milioni di euro, l’occultamento o la distruzione dei libri contabili delle aziende coinvolte. L’inchiesta, che conta un altro gruppo di indagati, non è ancora conclusa. Successivamente si è proceduto all’arresto dei protagonisti.
Il 2 Giugno del 2011 all’incirca duecento persone, con un centinaio di automezzi, scassinano un magazzino di mobili di Aiazzone, portandosi via tutto, smontando perfino parti dell’edificio. Si pensa che molti di coloro che l’hanno svuotato fossero clienti che avevano pagato merce che non hanno mai ricevuto oppure dipendenti che hanno mesi di stipendi arretrati. L’assalto è avvenuto nel magazzino Aiazzone di Pognano, dove già dal mese precedente si verificavano dei furti saltuari. Le duecento persone (soprattutto immigrati che vivono nei paesi intorno, ma anche qualche decina di bergamaschi) si sono date appuntamento alla stessa ora e sono arrivati sul posto con auto, furgoni, camioncini, anche qualche tir (alcuni di qualche noto corriere ma con il logo coperto da teli), hanno forzato la serratura e poi hanno cominciato a caricare tutto quello che hanno trovato.»

Curatore fallimentare della holding del Gruppo Aiazzone è (avete indovinato!) l’avv. Sergio Scicchitano il quale, minacciando querele contro tutto il mondo, improvvisamente si dimette da tutti gli incarichi, con una curiosa excusatio non petita:

«Non ho mai ricevuto alcun provvedimento di custodia cautelare. Sono stato coinvolto per una banale contestazione sulla mancata dichiarazione di un compenso relativo a una prestazione professionale, in merito alla quale ho fornito ampi chiarimenti documentali. Resto a disposizione per dare tutto il mio supporto per chiarire la mia posizione. Sono totalmente estraneo a qualunque tipo di “cricca”, non ho mai fatto l’imprenditore, essendo ciò incompatibile con la mia professione di avvocato, e non ho mai avuto rapporti professionali con Cesare Pambianchi e Carlo Mazzieri. Sono certo di dimostrare la mia estraneità

Nelle fattispecie, all’avv. Scicchitano viene contestata l’emissione di 6 fatture da 140.000 euro ciascuna, prodotte tra il Giugno ed il Nov. 2008 per conto della Società MINORal fine di evadere le imposte sul reddito e sull’IVA”. Come tengono a precisare i magistrati inquirenti.

«Non solo. Secondo gli atti depositati dalla Procura l’ex tesoriere dell’Idv, che sarà presto ascoltato dai pm dell’inchiesta su Maruccio, avrebbe versato sul conto corrente della madre di Scicchitano assegni per un importo complessivo di 1 milione e 100mila euro. Successivamente una cifra molto vicina, 1 milione e 52 mila euro, il 12 maggio 2010 è stata versato dalla donna su un altro conto “appositamente acceso” in favore del figlio.»

Paolo Broccacci
La Repubblica
(13/10/2012)

Sulla vicenda, e senza troppi peli sulla lingua, ci vanno giù in modo particolarmente duro i cronisti di Okroma.it, quotidiano on line, estrapolando dagli atti dell’inchiesta in corso, senza alcun beneficio del dubbio.
Noi ci limitiamo unicamente a riportare testuale:

«“Al fine di evadere le imposte, avvalendosi delle fatture false per operazioni insistenti emesse dalla società Minor spa, indicava nelle prescritte dichiarazioni annuali passivi fittizi per un importo di un milione e 120mila euro oltre Iva”. Il tutto, fino a ottobre 2009. Che più o meno è il periodo in cui incassò la nomina alla presidenza di Lazio Service (fino al 2012). Scrivono i pm che Sergio Scicchitano, “avvocato di successo del foro romano” come si legge nel suo curriculum istituzionale, avrebbe favorito con un sistema di false fatturazioni un pagamento in nero, sotto forma di immobile, effettuato dalla Citiesse allo studio Mazzieri&Pambianchi.
Un’operazione complessa, con decine e decine di assegni di importo “sotto soglia”, cioè da dodicimila euro (per sfuggire al controllo antiriciclaggio), che alla fine sarebbe servita a ristrutturare la società del gruppo Di Veroli. Un’operazione talmente irregolare che per nasconderla meglio Scicchitano decise persino di far transitare i soldi sul conto personale di sua madre, anche se per pochissimo tempo. E negli ambienti si parla pure di una certa predisposizione dell’avvocato per operazioni siffatte: Scicchitano ha già posto in essere negli anni precedenti per ulteriori 2 milioni e trecentomila euro con altre società dello studio Mazzieri&Pambianchi, denominate Delta e Libra, anch’esse trasferite in Bulgaria, su cui si sta ancora indagando

“Sergio Scicchitano, l’uomo delle false fatturazioni”
 di Massimo Martinelli
 15 giugno 2011 – OkRoma.it

 Tanto per dire, nell’inchiesta è coinvolto anche Norberto Spinucci, ex tesoriere regionale (Lazio) dell’Italia dei Valori, sospettato di aver preso parte alla frode fiscale e contribuito alle operazioni di riciclaggio.
Più che altro, nel caso dell’avv. Scicchitano sono gli inconvenienti nei quali si incorre quando si gestiscono decine di fallimenti aziendali, dalla Cirio alla Federconsorzi: un incredibile bubbone di eredità fascista, che si trascina da mezzo secolo risucchiando risorse e ricchezze.
L’avv. Scicchitano è stato, naturalmente, anche liquidatore fallimentare della Federconsorzi su incarico del Ministero delle Attività Agricole. L’attività giudiziale del professionista è stata omaggiata da un rovente articolo su Panorama.itCertamente, si tratta dei frutti perversi di malelingue invidiose e intrise di veleno.

La Profana Trinità
 Dove c’è Vincenzo Maruccio, c’è Sergio Scicchitano (suo protettore e mentore). E dove c’è l’avv. Scicchitano di solito non manca Oscar Tortosa.
In circolazione da almeno trent’anni di indefessa attività, Oscar Tortosa è un antico protagonista della politica istituzionalizzata all’ombra del Campidoglio.
Classe 1942, laureato in Sociologia, un impiego come funzionario USL (il nome antico delle attuali “aziende sanitarie”), nasce socialista ma confluisce presto nei ranghi dei socialdemocratici, entrando a far parte del Comitato centrale del PSDI nel 1969. Nel 1982 diventa Assessore al Tecnologico nella giunta tutta di sinistra del sindaco comunista Ugo Vetere.
Ci dura poco, perché nell’agosto del 1985, convertito a più moderati fumi, confluisce con tutto il PSDI nella nuova giunta del democristiano Nicola Signorello, esponente di spicco della corrente andreottiana, denunciando il fallimento dell’area laica e socialista. Giusto il tempo per ottenere un nuovo incarico come assessore al Decentramento.
Quindi transita nella catastrofica giunta di Pietro Giubilo (1988-1989): creatura personale di Vittorio Sbardella (soprannominato Pompeo Magno, ma comunemente conosciuto come Lo Squalo). Giubilo è ricordato come uno dei peggiori sindaci che la città abbia mai avuto (dopo Alemanno), attualmente riciclato nelle fila dell’UDC che l’ha prontamente ricollocato con un incarico dirigenziale alla Regione Lazio.
Nel maggio 1988 Oscar Tortosa ritorna agli antichi amori socialisti, aderisce al “movimento di unità socialista” in seno al PSDI, confluendo con armi e bagagli nel PSI craxiano:

Confluiamo nel PSI, convinti dalla scelta di Craxi nella strada del socialismo riformista.

Tanto basta per riciclarlo nella successiva giunta ‘socialista’ dell’immarcescibile Franco Carraro (1987-1991), ottenendo stavolta la poltrona dell’assessorato al Commercio. Negli anni allegri della giunta Carraro, finisce sotto inchiesta per il mega-scandalo del consorzio Census
Nell’aprile del 1991 la giunta decide di censire l’immenso patrimonio immobiliare di proprietà del Comune, giacché l’Amministrazione non sa quanti e quali siano gli immobili in suo possesso (!). Il censimento viene affidato al consorzio privato Census (nel quale confluisce la Fisia, una compartecipata FIAT), per assegnazione diretta e senza alcuna gara d’appalto, alla modica cifra di 90 miliardi di lire più IVA (e siamo nel 1991!), nonostante altre imprese avessero dato la loro disponibilità per metà del prezzo.
Nell’aprile del 1993 (giusto due anni dopo) viene indagato per un presunto giro di tangenti all’ACEA (una delle principali municipalizzate), è condannato in primo grado e quindi prosciolto. A seguire con interesse le indagini dei magistrati romani, volte a stabilire un filo conduttore col filone milanese nell’ambito del finanziamento illecito al PSI, è il pm Antonio Di Pietro che in concomitanza coi primi arresti esterna tutto il suo entusiasmo [QUI].
Evidentemente, col tempo, il Tonino nazionale deve essersi ricreduto…
Con gli anni, Oscar Tortosa (e siamo entrati nel XXI secolo) diventa il discusso presidente dell’ex Opera Pia Asilo Savoia. Quindi riprende l’attività politica in qualità di “Responsabile per la Politica Interna” nel Movimento Nazionale Italia dei Diritti: un’entità federata con l’Italia dei Valori, della quale Tortosa diventa vice-segretario regionale per il Lazio, al fianco di Vincenzo Maruccio.
Ed il cerchio si chiude: Tortosa-Scicchitano-Maruccio, fino all’attuale scandalo dei fondi della regione Lazio, che per modalità ricorda molto il reato di reciclaggio: prelievi in contanti, triangolazioni di pagamenti su più conti correnti, con importi al di sotto della soglia di tracciabilità e quindi con passaggi difficili da ricostruire, causali inesistenti o volutamente ambigue, operazioni di giroconto tramite continui trasferimenti… Proprio come nella truffa di Pambianchi.

Insomma, tutto come da manuale. Niente da eccepire, fino a prova contraria, sull’onorata rispettabilità dei personaggi. Ma qualche diffidenza sarà pure lecita?

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ONOREVOLI LADRONI

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , on 11 ottobre 2012 by Sendivogius

Vincenzo Maruccio (18/08/1978), avvocato calabrese, ex consigliere dell’Italia dei Valori alla Regione Lazio, una straordinaria somiglianza con Al Capone, è solo l’ultimo soldato di quell’esercito in rotta, coi suoi ‘amministratori’ palustri, pagati a peso d’oro, che come frutti troppo maturi e già marci stanno cadendo in massa per spiaccicarsi tra le maglie della magistratura.
Cresciuto sotto l’ala protettiva di Antonio Di Pietro, il giovane Maruccio sembrava essere protagonista di un’incredibile ascesa all’ombra del tribuno molisano. Dall’oscura Vibo Valentia arriva nella grande città, facendo di Roma la capitale delle sue fortune personali: a 31 anni è assessore ai Lavori Pubblici (senza essere mai stato eletto) nella Giunta Marrazzo, andata precocemente a puttane (per l’esattezza, a transettoni); diventa poi capogruppo IdV sotto la giunta Polverini, finita anch’essa a cagne e porci prima della scadenza naturale.
Faccino glabro da bambolotto furbo, l’ambizioso Vincenzino sembra la copia sputata di Franco Fiorito, il batman ciociaro al consiglio regionale del Lazio.
Ma, per favore, quando parlate dell’onorevole Maruccio, non chiamatelo Robin… Lungi dall’essere un comprimario, è coprotagonista a pieno titolo nella saga laziale, dilatata ormai su scala nazionale. Praticamente, Vincenzino e Francone condividono lo stesso capo d’imputazione: peculato. Entrambe i capigruppo sono accusati di essersi fregati i fondi dalle casse del partito per uso personale, per lo stesso importo certificato (a crescere): 750.000 euro, spicciolo più spicciolo meno.
E tutti appartengono al nutrito gruppo del tengo un mutuo da pagare, meglio se si tratta di mega-appartamenti nelle zone più prestigiose (e costose) della città.
È probabile che le due giovani promesse della politica professionalizzata si incontreranno presto sul fatidico gradino di Regina Coeli, per entrare finalmente nel novero dei veri ‘quiriti’, loro burini d’adozione, in ossequio al famoso motto che accompagna da sempre l’antico carcere capitolino: “chi nun salisce ‘sto gradino nun è romano”…!
Comunque vada, qualunque siano le sorti dei vari Maruccio d’Italia (che, siamo certi, chiariranno presto la loro posizione dimostrando la propria innocenza), dagli Appennini alle Alpi, dalla Padania alla Trinacria, si ruba che è una meraviglia tanto vasta è la cuccagna, mentre inamovibili restano inchiodati al seggiolone.
Dell’infinita serie di idrovore umane che prosciugano senza posa le ricchezze del Paese, ovunque ci sia qualcosa da arraffare, è emblematico constatare come gran parte delle locuste coinvolte abbia meno di 42 anni… Alla faccia del tanto strombazzato “ricambio generazionale”!

Da sudditi a ladrone, rivolgiamo un sommesso ringraziamento all’insaziabile banda di predoni:

Caro “onorevole”
Ad essere sincero non abbiamo mai compreso bene perché ti chiamino così…
Infatti, abbiamo sempre pensato che l’Onore fosse una cosa seria. Ingenuamente, abbiamo associato il termine alla reputazione personale, improntata a dignità morale e rispettabilità, se possibile fondata su una condotta irreprensibile. In merito, non si è mai capito cosa diamine ci fosse di tale nei tuoi comportamenti. E francamente ci è sempre risultato difficile riconoscere come “onorevole”, gente che grufola tra peripatetiche cosce a marchetta, travestiti da maiali ed il nasino infarinato di polvere bianca… Che reputa il saccheggio della cosa pubblica, come parte integrante del proprio mandato elettorale… Che reputa un suo “precipuo dovere” piazzare amici, amanti e parenti, in ogni posto disponibile, gestendo le finanze come una cassa personale dove attingere a man bassa… che faccia dell’ignoranza una bandiera e del ladrocinio una professione… con legulei che fanno del Diritto meretricio e delle regole sollazzo… Ma insomma tu queste cose già le sai ed è inutile ricordarle, giacché non te n’è mai fregato un cazzo!

E così ti abbiamo osservato in silenzio, tant’è che tutto è diventato più chiaro…
Abbiamo pensato ai bastardi in camicia nera, che dalle fogne del nazi-fascismo discettano da sempre di “onore” e “fedeltà” canina, mentre brandiscono svastiche e manganelli.
Abbiamo pensato agli “uomini d’onore” di (dis)onorate società: parassiti criminali che intossicano il tessuto produttivo, devastando il territorio; campano di “pizzo” e “protezioni”, trafficando in voto di scambio da rivendere con gli interessi a politicanti compiacenti.
Abbiamo pensato ai retaggi feudali di una oligarchia castale, che traffica in titoli e prebende e privilegi, come gli antichi notabili del Basso Impero, dove la corruzione regnava sovrana ed i ladroni più rapaci si fregiavano del titolo di “honestiores” (i più onesti).
E allora si può convenire che mai definizione, “onorevole”, è stata più appropriata per indicare una simile masnada di predoni.

E tu che li hai votati e probabilmente continuerai a farlo nel segreto dell’urna hai ben poco da sorridere, giacché ciò che vedi è la tua immagine riflessa in uno specchio deformato.
Mutato nomine, de te fabula narratur.

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(43) Cazzata o Stronzata?

Posted in Zì Baldone with tags , , , , , , , , , on 30 settembre 2012 by Sendivogius

Classifica SETTEMBRE 2012

Pressato dai tempi, l’affare s’ingrossa…
Si gonfiano i martirologi di certo giornalismo d’accatto, coi nuovi Edouard Drumont della libera parola.
Dopo il caso di Alessandro Sallusti, la versione vampiro del Conte di Montecristo, immolatosi (si fa per dire) per salvare le chiappe di Renato Farina, l’Infame (parola di Enrico Mentana) autore dell’editoriale incriminato e già spione prezzolato meglio conosciuto nell’ambiente come “Betulla”, si aggiunge alla lista dei perseguitati (udite! udite!) Giuliano Ferrara che, poverino, si reputa vittima di mobbing!! Parliamo dell’ultra-raccomandato, aviotrasportato su RAIUNO in prime time per ukase politico; l’Intoccabile strapagato con audience prossimo allo ZERO; il Modestissimo che ha preteso di occupare il posto di Enzo Biagi, a suo tempo cacciato via dai mandanti politici del Cicciopotamo craxiano; il Giubilante che, dopo l’allontanamento del telepredicatore Michele Santoro, gongolava come un Erode davanti alla testa del Battista. Il Giulianone nazionale è lo stesso che ora dichiara di essere mobbizzato e costretto a levare le tende (di occupazione), staccando le zampe cicciute dalle generose tette di mamma Rai.
Forse bisognerebbe aggiornare l’antico Liber Monstrorum, aggiungendo una nuova tipologia umanoide: il prolifico popolo dei “Panprosoprocti”, volgarmente conosciuti come facce da culo.
Se fosse possibile classificare l’attività giornalistica professionale, si potrebbe porre il “giornalismo d’assalto” (coi suoi cronisti d’inchiesta) all’apice della piramide e quello “d’accatto” ai livelli inferiori, coi suoi onesti pennivendoli da riporto: fedeli alla linea, conducono i buoi dove vuole l’Editore. In assenza di direttive, scrivono sempre ciò che è “opportuno”.
All’ultimo stadio c’è invece la sub-categoria dei giornalaidi: sono i mazzolatori a mezzo stampa; i corifei di regime, convinti che il culo del padrone sia il posto più morbido dove mettere la lingua.
Scegliete voi, secondo intuito e coscienza, dove collocare le direzioni interscambiabili del Giornale-Libero.
 Tra le insospettabili “vittime del sistema” c’è pure Renata Polverini: la Kociss alla Regione Lazio, insieme ad Ulisse e soprattutto i Porci. È la Madonnina che ha moltiplicato i pani e i pesci da distribuire ai discendenti dei proci, per soddisfare l’appetito delle bande di gargarozzoni che bivaccano alla regione, e adesso spunta col suo faccione da patata bollita dai manifesti abusivi (gigantografie ulteriormente pagate coi fondi pubblici) coi quali campeggia per ogni dove (“a casa li mando io”), mentre come una piovra rimane saldamente avvinghiata alla poltrona. A casa ci tornate tutti!
Ad altre latitudini, non potevano mancare i deliri del mascherone di cera; quello che se la Germania uscisse dall’euro non sarebbe un problema. Il poco di cervello che ancora rimaneva allo zombie di Arcore deve essergli andato completamente in marmellata, dopo l’ennesima overdose di botox e cialis!
Come dimenticare poi l’alieno Bersani, nell’insolubile dissociazione tra ciò che si dice e ciò che si pratica?!? Fa quasi tenerezza l’ectoplasmatico segretario PD, mentre a Lamezia Terme denuncia le politiche recessive e l’austerità monetarista del Governo Monti, dimenticandosi che l’esecutivo tecno-liberista esiste fondamentalmente grazie al sostegno parlamentare del suo partito.
Si preannuncia un autunno “caldo”, come quelle grosse torte marroni di letame bovino che lasciano le vacche al pascolo…

  Hit Parade del mese:

01. NON CHIAMATELO RAZZISTA

[12 Sett.] «Roma? Ci vado poco, ma quando ci vado puzza. E’ una città multirazziale che fa venire il vomito, senza per questo aderire a tesi razziste»
(Mario Borghezio, il Culo Parlante)

02. ESEMPIO DI VITA

[14 Sett.] «Per il bene del paese dico sì, Silvio deve assolutamente tornare a Palazzo Chigi…
Lo sa che la gente lo ferma, lo blocca, lo invoca? “Silvio, torna!”, gli dicono, manca il suo esempio di vita»
(Micaela Biancofiore, Velina politica)

03. NONNO RACCONTACI UNA FIABA…

[16 Sett.] «Da bambino andavo nei mercati vicino a casa mia il martedì e il sabato, raccogliendo i fogli di carta gialla che si usavano allora, li portavo a casa, li bagnavo nella vasca, poi li asciugavo e li vendevo per accendere le stufe … poi andavo a comprare chili di mais e li portavo a casa a piedi, dando a una vecchietta bisognosa i soldi che la mamma mi aveva dato per il tram»
(Silvio Berlusconi, il Cantastorie)

04. COMPETENZE INCOMPRESE

[19 Sett.] «Un consigliere parlamentare può arrivare a prendere 12 mila euro al mese: ma attenzione, parliamo di personale altamente qualificato!»
(Benedetto Adragna, l’Inqualificato)

05. NUOVE PERCEZIONI PSICOLOGICHE

[24 Sett.] «Nelle nostre previsioni l’andamento dell’economia sarà ascendente nel corso del 2013, per questo parliamo di crescita»
(Mario Monti, l’Ottimista)

06. TUTTO A LORO INSAPUTA

[14 Sett.] «Quanto prendo di finanziamento pubblico per il mio quotidiano, “Democrazia Cristiana”? E che ne so io?!?»
(Gianfranco Rotondi, l’Inconsapevole)

07. Il Partito degli Onesti (I)

[20 Sett.] «Il PdL è e resta un partito di gente onesta»
(Fabio Rampelli, il Garante)

08. Il Partito degli Onesti (II)

[20 Sett.] «Non possiamo passare per ladri, cialtroni, e ruba galline»
(Angelino Alfano, il Semplicissimo)

09. Il Partito degli Onesti (III)

[23 Sett.] «Non mi sento un ladro»
(Franco Fiorito, un ladro?)

10. RIFORMA EPOCALE

[15 Agosto] «La riforma del lavoro è fatta per rendere il lavoro più facile non più difficile. Non è contro i lavoratori e certo non è per facilitare i licenziamenti. Si tratta di una modifica, che vuole rendere il lavoro più inclusivo, non irrigidendo i posti di lavoro che oggi esistono»
(Elsa Fornero, la Filantropa)

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La Porcilaia

Posted in Roma mon amour with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 settembre 2012 by Sendivogius

Il porcile riguardava tutti
(Carlo Taormina – 18/09/2012)

C’è qualcosa di primitivo nelle fameliche orde di burini calati sulla ghiotta greppia romana, incistandosi sul fascismo pariolino della Roma borghese, e sullo squadrismo convertito agli intrallazzi affaristici dei giovani rampolli di borgata, portando in dote una fame atavica e primordiale.
Più che una “casta” di potere e di affari, sembra un’armata di straccioni ripuliti… È incredibile come, fuor di metafora, la loro azione si esplichi in un gigantesco assalto al buffet, con le abbuffate a sbafo di un’orda di arraffoni e scrocconi che ha fatto del “magnare” una prassi sfacciata di sub-governo.
E, mentre nel consiglio regionale del Lazio si consuma l’ennesimo psicodramma collettivo, con la camionista parcheggiata alla Regione che un giorno minaccia le dimissioni e l’indomani le rinvia, tra ex forza-italioti ed ex missini si è scatenata una faida tutta interna al Partito dei Ladri, con lancio di stracci e mutande sporche, rinfacciandosi le reciproche ruberie.
È l’orrido derby della destra laziale: Ciociaria vs Tuscia. Da una parte, i fascisti ciociari facenti capo a Gianni Alemanno (il podestà barese della Capitale) e alla sua cricca; dall’altra, i viterbesi sotto la protezione di Antonio Tajani (il vuoto cosmico in transito alla UE). Si attende con ansia l’intervento dei cugini poveri della Sabina.
Oggetto del contendere: la spartizione dei fondi regionali per le spese di partito.

Si tratta dei 15 milioni di euro che la giunta regionale del Lazio elargisce graziosamente ai 17 e passa gruppi consiliari, per le spesucce straordinarie dei consiglieri a finanziamento di indefinite “attività sul territorio”, che di solito consistono in grasse cene più o meno ‘elettorali’.
Peccato che gli eletti del popolo supino siano spesso incapaci di distinguere la differenza tra la promozione politica e l’utilizzo privatissimo dei fondi pubblici, che infatti vengono impiegati ad uso personale per le spese più svariate…
A gestire i fondi per conto del PdL, in qualità di capogruppo e tesoriere, era fino a poco tempo fa Franco Fiorito, detto Batman in virtù di una sua acrobatica caduta da una moto ferma. L’onesto Francone, dalla Ciociaria con fetore, proviene da un territorio storicamente famoso per i suoi briganti, per gli irriducibili nostalgici mussoliniani e per le clientele andreottiane. Uomo legato alla tradizione, sembra cogliere l’eredità realizzando una sintesi perfetta di sì fulgidi esempi…
A chi ancora crede che l’età anagrafica faccia la differenza, il 41enne federale abborracciato è un ex galoppino miracolato dalla politica per professione. Reclutato giovanissimo nelle fila del MSI, transita in AN e poi nel PdL per annessione. Si definisce “futurista”: la mistificazione lessicale dietro la quale si nasconde ogni fascista verace. Indimenticato sindaco di Anagni, si dedica alle celebrazioni littorie con commemorazioni della marcia su Roma ed altri commossi omaggi al duce buonanima. Infine, catapultato in Regione, gestisce i fondi che il presidente del consiglio, Mario Abbruzzese (ciociaro pure lui), gli mette in mano per conto del PdL, come fossero una cosa propria.
Infatti,

«Non esiste l’obbligo di pubblicare i bilanci dei gruppi consiliari del Lazio. I rendiconti sono approvati da un Comitato di controllo contabile che è presieduto da un consigliere del Partito Democratico che – ops! – non si è mai accorto di nulla. Poi vengono consegnati al presidente del Consiglio regionale, che si chiama Mario Abbruzzese e sua volta mantiene 18 collaboratori e spende 3,4 milioni per il personale, 8 milioni per consulenze, ha avuto una dotazione di un milione e mezzo di euro sia nel 2010 e sia nel 2011 e guadagna 23mila euro al mese, vale a dire più del presidente Obama. Il consiglio regionale del Lazio ha speso per “manutenzione e messa a norma degli immobili” trenta milioni di euro negli ultimi tre anni e quest’anno ne aveva in previsione altri dieci, bloccati dopo le denunzie alla magistratura dei due consiglieri radicali, Rocco Berardo e Giovanni Rossodivita. Ecco perché il sulfureo Fiorito dice: “me sento preso per culo”. Cresciuto a gassose e rosette e vendicato dal mollusco si considera il più onesto dei disonesti, e perciò il solo che andrà in galera.»

Francesco Merlo
Casta Ciociara
(14/09/2012)

Il bravo Francone non si smentisce ed usa i soldi pubblici per pagarsi le vacanze in Sardegna ed i cenoni al ristorante, regalandosi auto (BMW.. Smart) e moto di grossa cilindrata. Grazie ad una gestione oculata, ciccio-Fiorito riesce a mettere insieme un discreto tesoretto, certamente frutto dei sudati risparmi a fronte di una indefessa attività politica, che utilizza per incrementare un cospicuo patrimonio immobiliare. Per esempio, nel Novembre 2011 acquista un villone abusivo, in piena riserva naturale del Parco del Circeo, sborsando 800.000 euro in contanti. Ma le transumanze elettorali di Francone possono contare sulla logistica di 8 fabbricati e 5 terreni in quel di Anagni, più un altra casa con relativo terreno a Piglio, mentre a Roma vanta la disponibilità di almeno un paio di appartamenti.
In meno di due anni, dirotta sui suoi conti personali qualcosa come 750.000 euro, ad integrazione del magro stipendio da consigliere (solo 18.000 euro mensili), con almeno 109 bonifici sospetti e sempre dello stesso importo (4.190 euro e 8.380 euro), svuotando le casse del partito. E siccome è un altro che crede nel valore della famiglia, intesta i conti a tutto il parentado, tanto per non far torti a nessuno: mamma, papà e fratello.
Del resto Francone è uno dei tanti furbi dei quali l’Italia abbonda… Non per niente, come ci tiene a precisare mamma Anna: a tre anni leggeva già Topolino (!!) C’è da chiedersi se non si sia ispirato alla Banda Bassotti.
A sollevare il coperchio sull’allegra gestione finanziaria del Batman della Ciociaria, è il nuovo (e già dimissionario) presidente dei consiglieri regionali del PdL, tal Franco Battistoni da Montefiascone, in un insolito zelo legalitario. E infatti i vertici del partito hanno preteso le dimissioni di Battistoni più ancora di quelle di Fiorito, strenuamente difeso dalle centurie romane, tanto grande è stato lo choc per l’improvvisa ventata di legalità.
Colto in fallo a gozzovigliare nelle basse cucine della politica assistita, l’austero Francone ha subito adottato la linea vincente e di successo, inaugurata a suo tempo dal fu ministro Claudio Scajola (il Velociraptor del nucleare): i soldi gli venivano stornati sul conto “a sua insaputa” da maliziose manine amiche. Mal consigliato, ha affidato la sua difesa all’avv. Carlo Taormina, specialista in cause perse, ma profumatamente pagate e ben pubblicizzate, secondo una collaudata linea difensiva: così fan tutti. Convinto che la miglior strategia sia l’attacco, invece di spiegare gli ammanchi di cassa si è messo ad attaccare tutto e tutti, concentrando i colpi (bassi) contro i propri rivali di partito, facenti capo alla corrente viterbese di Tajani.
Tra le spese incongrue denunciate da Francone, novello castigatore, ci sono i gadget ed i piccoli sfizi di consiglieri a corto di liquidità: dall’acquisto di bottiglie di champagne alle cene luculliane nei migliori locali della Capitale; dalle immancabili cravatte Marinella ai soggiorni “per due” in resort extra-lusso… tutto rigorosamente a carico delle pubbliche casse della munifica regione Lazio.
In piccolo, sembra infatti che tutti vogliano emulare le gesta del Papi della Patria, elevato ad insuperabile modello, insieme alle varianti porcine delle “serate eleganti” e delle ineguagliabili “gare di burlesque” alle quali il Pornomane ci ha abituato negli anni scoperecci del bunga-bunga…
Tra i fondamentali preventivi di spesa del partito sembrano esserci la richiesta di 48.000 euro per il “noleggio del set di Roma antica e del teatro 10 di Cinecittà“, da parte del vicecapogruppo del Pdl, Carlo De Romanis, per celebrare alla grande il Natale di Roma: “una straordinaria occasione per rivivere il passato”, in concomitanza col “grande evento storico” .
 Carlo De Romanis, classe 1980, è uno dei protege di Antonio Tajani, che se l’è portato dietro fino a Bruxelles. Prontamente sistemato alla regione nel 2010, De Romanis (er Pupone) è nell’ordine:
– Vicepresidente Commissione Affari comunitari e internazionali;
– Vicepresidente Commissione Speciale Federalismo fiscale e Roma capitale;
Non contento, ed evidentemente munito del dono dell’ubiquità, è membro delle più svariate commissioni, percependo relativi emolumenti e indennità aggiuntive:
– Risorse umane;
– Demanio;
– Patrimonio;
– Affari istituzionali;
– Enti locali;
– Tutela dei consumatori e semplificazione amministrativa;
– Commissione speciale Sicurezza e Prevenzione degli infortuni sui luoghi di lavoro.

Per festeggiare l’insperata cuccagna in concomitanza del suo insediamento regionale, il fantasioso Carletto non trova di meglio che organizzare una “festa carinissima”, all’insegna della sobrietà che il ruolo istituzionale ed i tempi austeri richiedono…
Bambinone mai cresciuto, il suo ideale è il toga-party.
Il 10/09/2010, l’on. De Romanis organizza al Foro Italico (già Foro Mussolini) una sobria festicciola in costume per il suo ritorno a Roma; titolo della celebrazione: “Olympus – Ulisse torna a casa e sfida i nemici”; al modico costo di 20.000 euro che invano Carletto ha tentato di accollare al partito.
Alla festa esclusiva, solo su invito personalizzato, che più che altro assomiglia ad un baccanale, partecipa anche la governatora Renata Polverini.
È sconsolante notare come nella destra di greppia e di governo trapiantata nelle stanza del potere capitolino, non si riesca ad andare oltre i clichè dell’antico minchione romano, delle patetiche carnevalate con elmi di cartapesta e sandaloni ai piedi, in una sagra pecoreccia e scollacciata che è quanto di meglio i rampolli del post-fascismo sdoganato sembrano in grado di produrre, quando non brandiscono il manganello o si fanno tatuare farseschi legionari sui bicipidi anabolizzati.
 Convertiti ad una insospettabile morigeratezza, i Fioriti ciociari gli rimproverano il festino orgiastico “con donne semisvestite”; oppure tuonano con la grazia signorile di un Taormina, che reprobo dichiara: “Pensano di riuscire a far credere che il porcile in cui sono stati, in cui i soldi del partito venivano spesi da qualcuno per andare a puttane, sia una faccenda che riguarda solo Fiorito.
A difesa dei suoi ospiti è fortunatamente intervenuto il diretto interessato, Carlo De Romanis, alias Ulisse, che con classe risponde: mai frequentate squillo, ho una fidanzata di 25 anni. E poraccia!
È sempre festa (o farsa) nel bordello delle libertà…

     

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Sarà il caso di rammentare come la Regione Lazio abbia un debito monstre di oltre 10 miliardi di euro, cumulato in massima parte nel quadriennio 2001-2005 durante l’oculata gestione di Francesco Storace: il fascistissimo governatore, calamitato alla Regione negli anni allegri della grande cuccagna sanitaria da smerciare ai privati amici. A fronte di un piano di rientro che prevede un drastico taglio delle strutture ospedaliere e della spesa pubblica (dall’Istruzione ai Trasporti), accompagnati però da un incremento delle tasse regionali a dispetto di minori e più costosi servizi, i consiglieri della Regione Lazio non lesinano i contributi a loro stessi, auto-erogandosi fiumi di denaro pubblico, attraverso un flusso costante che non conosce crisi, né remore, né pudori.
Tra i primi atti della Giunta Polverini, vale la pena ricordare il fondamentale emendamento apposto alla legge di bilancio e approvato in fretta e furia nel dicembre del 2011, che permise il ripescaggio dei ‘trombati’ del PdL, riciclati come assessori “esterni” nel ruolo di ‘tecnici di settore’. Competenze zero. Ma i 14 miracolati avevano l’indiscutibile pregio di vantare cospicue clientele elettorali con un utile ritorno in pacchetto di voti. Dunque, in qualche modo, andavano premiati e comodamente accompagnati alla pensione [QUI].
E d’altra parte sono all’incirca 180 gli ex consiglieri che accedono al vitalizio per un totale di 16.200.000 euro all’anno, graziosamente erogati dalla Regione e dai contribuenti tutti.
Sempre nel 2010, ad opera del fondamentale contributo di Mario Abbruzzese, presidente del consiglio regionale, viene modificata la norma sui finanziamenti ai vari gruppi consiliari della Regione, per un totale di 15 milioni di euro, che in tal modo vengono distribuiti direttamente ai singoli gruppi, in proporzione al numero dei consiglieri e senza obbligo di motivare la richiesta dei fondi o di mettere le spese a bilancio.
Forse è per questo che la Regione Lazio vanta la bellezza di 17 gruppi consiliari, otto dei quali composti da un unico consigliere, che da solo può percepire fino a 210.000 euro all’anno per ogni onorevole pancia. Poi c’è, chiaramente, l’imprescindibile rimborso elettorale per i partiti (un euro e mezzo per ogni voto valido).
Ricapitolando, un consigliere regionale del Lazio percepisce ogni mese:
9.062,62 euro lordi, come indennità di carica
3.503,11 euro lordi, come indennità di diaria
4.190,00 euro netti, come contributo per il rapporto (sadomaso) tra elettore ed eletto.
Poi, naturalmente, ci sono i rimborsi chilometrici per gli spostamenti in auto (40 centesimi a Km) e le indennità previsti per i doppi e tripli incarichi nell’ambito delle commissioni regionali, che nel Lazio sono 19 e tutte insieme costano quasi 20 milioni di euro all’anno. È superfluo dire che ogni consigliere ha almeno un paio di incarichi e tutti sono presidenti o vice-presidenti di una qualche commissione, cumulando relative prebende ed indennità. Si tratta di ulteriori 7.211 euro netti al mese.
A fronte di una così imponente mole di lavoro, è ovvio che i consiglieri debbano in qualche modo essere supportati da un valido aiuto nelle loro attività, ed abbiano ognuno un proprio staff personale, oltre all’organico assunto in pianta stabile alla Regione ed evidentemente giudicato insufficiente ai fini dell’amministrazione ordinaria.
È la cuccagna infinita ai tempi della crisi di chi fa bisboccia e poi rigira il conto agli italiani, sussurrando contrito: “ce lo chiede l’Europa”..!

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ONORE AL MERITO!

Posted in Masters of Universe, Roma mon amour with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 agosto 2012 by Sendivogius

«In linea di principio potrei anche assumere mia madre, non mi pare inopportuno»

 È quanto ha dichiarato Sveva Belviso (il 31/07/12), vicesindaco di Roma già assessore alla Politiche Sociali, in merito all’assunzione della… cognata!
Ormai, è quasi impossibile tenere il conto dell’infornata di assunzioni al Campidoglio e “chiamate dirette” nelle aziende municipalizzate del Comune. Del resto, il vero fondamento della Repubblica italiana non risiede certo nel ‘Lavoro’, bensì nella ‘Famiglia’ alla quale gli italiani (politicanti inclusi) sono estremamente legati. Per questo non se ne separano mai.
La parola magica si chiama intuitu personae; è la formula prediletta per la pronta sistemazione di parenti, famigli e sodali, nell’accogliente greppia capitolina, a prescindere da titoli e competenze e fedina penale.
Per il resto dei comuni mortali, che protettori non ne hanno o non ne cercano, le cose funzionano molto diversamente…
Per esempio, è prevista:

a) L’immunità da condanne penali o procedimenti penali in corso che impediscano la costituzione di un rapporto di lavoro con la Pubblica Amministrazione.
b) L’idoneità allo svolgimento delle mansioni relative al posto da ricoprire.

Tali prescrizioni costituiscono soltanto una parte dei requisiti di ammissione, per le “procedure di selezione pubblica per titoli ed esami”, in teoria obbligatorie, per l’assunzione (tramite concorso) al Comune di Roma. E in ogni caso:

“Non possono partecipare alla procedura selettiva coloro che siano dichiarati decaduti dall’impiego per aver conseguito dolosamente la nomina, mediante la produzione di documenti falsi o viziati da invalidità insanabile [per esempio, una laurea falsa] o che abbia riportato condanne penali con sentenza passata in giudicato.”

Le disposizioni sono contenute nella delibera comunale n.424 del 22/12/2009, a cura della giunta Alemanno la quale, con ogni evidenza, applica sulla carta i principi che bellamente ignora al proprio riguardo. Mentre il Civetta e la sua cricca piazzava vecchi squadristi e avanzi di galera, cubiste e semianalfabeti, ad incarichi di responsabilità, con infornate di masse e lauti stipendi, è divertente notare la scrupolosa attenzione con la quale vengono selezionati i travet comunali…

I principi che devono orientare l’azione amministrativa della P.A. nell’espletamento della funzione amministrativa sono riconducibili a tre tipologie di fonti normative (comunitarie, costituzionali, l.241/1990). Quale tra quelli indicati è individuato nel capo I della legge n. 241/1990?
A) Principio di semplificazione.
B) Principio del decentramento amministrativo.
C) Principio democratico.
D) Nessuna delle altre risposte è corretta.

Con riferimento alla realtà australiana, una delle seguenti non è tra le ragioni individuate da Savage nel 2006 per spiegare la scarsa attenzione degli operatori museali riguardo alle ricerche sul pubblico:
A) Convinzione che la missione del museo non è il pubblico ma la conservazione delle opere.
B) Convinzione di conoscere il proprio pubblico.
C) Convinzione di non poter sostenere le spese per un’indagine appropriata.
D) Mancanza di fiducia in qualsiasi tipo di ricerca sociale.

Secondo la definizione di Simona Bodo, i modelli di policy per il “museo relazionale” sono:
A) 3.
B) 4.
C) 5.
D) 6.

Con riferimento ai principi e/o criteri individuati nel Capo I della legge n. 241/1990 indicare quale affermazione sul principio della semplificazione del procedimento è corretta.
A) Per semplificazione si intende l’organizzazione del procedimento amministrativo che tende a valorizzare le esigenze di trasparenza e concentrazione dell’azione amministrativa, unitamente a quelle del giusto procedimento, attraverso l’introduzione di istituti e regole operative a tutti i livelli del procedimento.
B) Comporta che l’azione amministrativa deve svolgersi nei limiti dell’autorizzazione legislativa e nel rispetto dei principi che presiedono all’esercizio della funzione amministrativa.
C) Comporta l’obbligo per le P.A. di concludere il procedimento con l’adozione di un provvedimento espresso sia quando il procedimento è iniziato ad istanza di parte sia quando è iniziato d’ufficio.
D) Comporta per la P.A. l’obbligo di esporre le ragioni di fatto e di diritto (giustificazione), nonché delle ragioni che stanno alla base della determinazione assunta.

Sono alcuni dei quesiti (neanche tra i più difficili), contemplati nella prova preselettiva per il posto di Istruttore Servizi Culturali, Turistici e Sportivi al Comune di Roma, durante l’ultimo grande concorso pubblico. Sono domandine semplici, che presuppongono una certa preparazione giurisprudenziale, per un profilo professionale riservato a candidati con diploma di maturità liceale.

FOGNA SENZA FONDO
 L’incompetenza genera sempre costi supplementari. Il vantaggio di una giunta bulimica, che non riesce a controllare gli appetiti dei troppi gerarchi, è quello di poter addebitare le spese sul conto della cittadinanza. Infatti, oltre allo spropositato aumento della seconda rata dell’IMU (la più cara d’Italia), i Romani si sono visti aumentare il prezzo del biglietto di autobus e metropolitane, a fronte di un servizio trasporti che, con un pietoso eufemismo, si potrebbe definire ‘carente’. Va inoltre aggiunto l’aumento della tassa sulla (pessima) raccolta rifiuti, in una città oramai assediata dalle sue stesse immondizie. E non andrebbero dimenticati i continui disservizi di ACEA (acqua ed elettricità), che sembra sempre più incapace di emettere bollette con gli importi al consumo esatti.
E questo nonostante le migliaia di assunzioni clientelari nelle municipalizzate (tutte con i bilanci pesantemente in passivo): 1.400 assunzioni in AMA (raccolta rifiuti); 854 in ATAC (trasporto urbano), 600 assunzioni in ACEA (gestione idrica). L’aggravante risiede nel fatto che ACEA è una società quotata in borsa, che ha visto crollare in poco più di una anno i rendimenti azionari a seguito di una gestione a dir poco indecente.

Dopo aver infilato raccomandati ovunque e posto cialtroni incompetenti ai vertici aziendali, prosciugando le casse, la giunta fascista (hic et nunc e tutt’altro che post) ha provato inutilmente di svendere ACEA ai privati (leggi: Gruppo Caltagirone) e privatizzare la rete idrica nonostante l’esito del referendum sull’acqua pubblica. I palazzinari a Roma hanno sempre prosperato con le giunte di qualsiasi colore. Il loro sostegno è imprescindibile. Pertanto, coccolati i Caltagirone (e P.F.Casini, parente acquisito) non poteva certo mancare una lauta contropartita per il Gruppo Parnasi, a carico stavolta dell’ATAC. Si tratta di una delle tante sorprese lasciate in eredità dalla catastrofica gestione di Adalberto Bertucci [QUI] e che la nuova governance aziendale sta cercando disperatamente di contenere, limitando i danni fin dove possibile:

«L’ATAC ha un bilancio in rosso fisso. Eppure, l’azienda che gestisce la mobilità della Capitale, pensa a comprare una nuova sede da 24mila metri quadrati (che ancora deve essere costruita) sborsando 119 milioni di euro. Ma non solo. Decide di farlo con una modalità di pagamento che è estremamente vantaggiosa per il venditore (il fondo Sgr di BNP Baripas che ha come soggetto attuatore il gruppo di costruzioni Parnasi) e ad alto rischio per l’acquirente: un anticipo di 20 milioni e il resto in base all’avanzamento dei lavori. Un’operazione pericolosa fermata, solo per il momento, dalla nuova governance dell’Atac che è riuscita a trasformare il contratto di compravendita in un contratto di affitto. Ma il rischio resta.
[…] Decorsi 30 mesi dalla data di efficacia del contratto di affitto, infatti, il fondo che gestisce l’immobile vicino al Grande raccordo anulare può tornare a chiedere ad Atac di acquistare il complesso a 94 milioni di euro (pari alla differenza tra il nuovo prezzo ribassato e i 20 milioni versati per il canone) utilizzando anche come pagamento un’eventuale permuta. Magari proprio una delle attuali sedi, come quella strategica in via Tiburtina rimasta deserta per via del trasferimento del personale nel nuovo immobile. Operazioni finanziare ad altissimo rischio, effettuate con i soldi dei cittadini.»

Davide Desario
Il Messaggero – 03/08/2012
(Articolo integrale QUI)

Inoltre, trasformare il Campidoglio e le sue aziende in una enorme ‘casa del fascio’, per il collocamento dei camerati in disarmo e dei democristiani in transumanza, con la creazione di nuovi bacini di voto clientelare, non ha portato fortuna al podestà barese subissata da una sequenza di scandali a ciclo continuo, con cadenza settimanale.

Nell’indecente farsa senza fine della parentopoli romana, non poteva certo mancare il classico siparietto assenteista, con gli impiegati che timbrano il cartellino per poi dileguarsi. Palcoscenico di turno: ACEA.
Peccato che i due furbacchioni colti sul fatto non siano dipendenti qualsiasi… Si tratta infatti di Enrico De Castro (classe 1965) e Alessandro Causi (classe 1963), rispettivamente capo della sicurezza informatica e responsabile della vigilanza il secondo. I due utilizzavano le ore d’ufficio per dedicarsi all’autosalone di famiglia, facendosi rimborsare peraltro le “spese di trasferta” direttamente dall’ACEA.
Nel 2010 la loro assunzione, naturalmente con chiamata diretta su segnalazione (pare) del Campidoglio, a suo tempo aveva suscitato più di un mugugno scandalizzato. Il loro primo ingresso nella partecipata pubblica risale al 2008, quando imboccano entrambi con un contratto di consulenza a cinque mesi (rinnovabili), come ‘esperti della sicurezza’ per conto della “Security Service”. Di rinnovo in rinnovo, il contratto originario si trasforma in assunzione diretta a tempo indeterminato, non prima di aver intascato quasi 150.000 euro in consulenze e nonostante in Acea esistesse già una più che avviata divisione per la sicurezza. E se Enrico De Castro ha esperienze lavorative alla Ericsson ed alla British Telecom, Alessandro Causi può vantare una laurea in “Scienze Investigative” conseguita presso la famosissima Constantinian University, ateneo cattolico con sede nel Rhode Island (USA).
La prestigiosa istituzione viene costituita nel lontano agosto del 1966, da mons. Eugenio Tissarant, arcivescovo di Ostia, come Università degli Studi Costantiniana. La sede originale si trova alla Giustiniana (oscillando ai due estremi della periferia romana), ma la vocazione è internazionale e il trasferimento negli USA a partire dal 2000 solleva il presunto ateneo da fastidiose verifiche ministeriali.
Una curiosità: il ‘senato accademico’ della sedicente università vanta tra le sue “autorità” anche il gen. Amos Spiazzi. Il vecchio generale monarchico è stato un anello delle trame eversive, attraverso il quale sono passati i fili della sottile linea nera del golpismo italiano, dalla Rosa dei Venti al Golpe Borghese, dalla Strage di Piazza Fontana all’adesione alla Loggia P2 di Licio Gelli, contraddistinto da un’ambiguità di fondo mai dissolta.

Il Business delle Sicurezza
 La furbissima accoppiata Causi e De Castro, i due consulenti diventati dirigenti ma venditori d’auto a tempo pieno, sembra si avvalesse pure dei servigi degli (ex) colleghi della Security Service, ovvero l’istituto di vigilanza che ha in appalto la sicurezza di Acea.
Nella selva dei nomi più improbabili, per un’inflazione delle sigle più disparate, quello delle agenzie private per la vigilanza e per la sicurezza è un business tutto particolare, pompato da commesse quasi sempre pubbliche, quasi sempre su assegnazione politica, per stipendi miserrimi e assunzioni su ‘segnalazione’. Insieme alle cooperative di facchinaggio e di pulizie, costituiscono una riserva strategica di assunzioni clientelari. Specialmente per quanto riguarda i servizi di portierato e reception, tali agenzie costituiscono un pratico supplemento occupazionale, per la creazione di personali bacini di ritorno elettorale. È questa a Roma una pratica soprattutto ad uso UDC, come si conviene ad una specialità d’origine democristiana.
È un intreccio di rapporti sotterranei e commistioni politiche tutt’altro che limpido e con interessi non sempre leciti, nel suo impianto dalla facciata legalitaria e dall’impronta fascistoide.
La “Security Service”, dalla quale Alessandro Causi proviene e deve le sue fortune nel pubblico impiego, non è affatto sconosciuta alla cronaca recente, essendosi guadagnata una certa notorietà in ambito giudiziario…

LA CUCCAGNA SANITARIA
 Forse pochi ricordano come l’agenzia privata sia stata coinvolta nel mega-scandalo della Sanità laziale, ai tempi allegri della giunta regionale del fascistissimo Francesco Storace, che molto ha contribuito alla voragine contabile della Regione Lazio: questo nero deretano al centro della Penisola, capace di defecare da 70 anni e senza vergogna alcuni dei peggiori politicanti nazionali.
Nel corso del 2007, il NAS dei Carabinieri smantella un sistema di corruzione scientifica, che gravita attorno ad un pugno di manager pubblici e imprenditori privati, fondato sulla manipolazione delle gare d’appalto, il sovrapprezzo delle forniture ospedaliere, l’assegnazione dei servizi di vigilanza privata per i presidi ospedalieri, e i rimborsi truccati della cosiddetta sanità convenzionata.
Al centro della truffa c’è la Asl RM/C. Tra gli ospedali invischiati nello scandalo c’è il presidio dell’Addolorata (interno all’Ospedale S.Giovanni), il Sant’Eugenio, l’Istituto Zooprofilattico del Lazio, il Presidio ospedalierio Sant’Anna…
Si falsifica tutto: dai numero dei pasti forniti ai conti della lavanderia, dai rimborsi spese alla contabilità ordinaria, fino al numero dei ricoverati e delle prestazioni fornite… Dal 2002 al 2006, verranno conteggiati 280.000 degenti fantasma per ricoveri mai avvenuti.
Sono coinvolti dirigenti sanitari, imprenditori, ma anche grossi esponenti politici. Per esempio, c’è Marco Buttarelli, ex capo di gabinetto di Storace; Giulio Gargano, ex assessore ai Trasporti. Soprattutto, c’è Marco Verzaschi, transfuga democristiano specialista in riciclaggio presso il vincitore del momento: candidato in “Forza Italia” (1995), assessore alla Sanità del Lazio nella giunta regionale di Francesco Storace, eppoi riciclato nell’UDEUR di Clemente Mastella (2005), pronto per diventare sottosegretario alla Difesa nel Governo Prodi.
Tra le personalità di rilievo della truffa, c’è Anna Giuseppina Iannuzzi, soprannominata Lady Asl. Figlia di un ambulante dell’avellinese, fa la sua fortuna a Roma e insieme al marito, l’ing. Andrea Cappelli, gestisce il “Centro Romano San Michele”.
Secondo le accuse, Marco Verzaschi si sarebbe fatto versare 200.000 euro, per l’accreditamento della struttura in convenzione. Il condizionale è d’obbligo visto che non c’è una sentenza definitiva e Verzaschi ha sempre respinto ogni addebito.
Altri 200.000 euro l’onorevole se li sarebbe fatti dare, tra il 2004 ed il 2005, da Renato Mongillo, titolare della Security Service, per l’assegnazione della vigilanza privata all’Ospedale S.Giovanni. Altri 20.000 euro Mongillo li avrebbe dati a Franco Cerretti, il direttore amministrativo del S.Maria Addolorata.

Nel sistema, secondo i carabinieri, c’era anche Luigi Moriccioli, il ciclista ucciso sulla pista ciclabile nell’estate del 2007, dipendente del San Giovanni, che avrebbe collaborato con Cerretti. Altre irregolarità sarebbero emerse anche in alcuni appalti della società “Innova” presso gli ospedali Sant’Eugenio e Cto che fanno capo alla Asl RmC.

Cecilia Cirinei
L’Espresso – 10/06/2009

Luigi Moriccioli è il ciclista massacrato a Tor Di Valle, da due balordi rumeni il 17/08/2009.
Il delitto verrà poi strumentalizzato oltre ogni decenza (pareva l’avesse ammazzato Veltroni), durante la campagna elettorale di Gianni Alemanno, insieme ad qualsiasi altro fatto di cronaca nera. Salvo poi glissare ogni responsabilità per l’escalation criminale a elezione avvenuta. La figlia di Moriccioli, aveva trovato pronta candidatura nelle file di AN, come una dei “garanti per la sicurezza”. E d’altra parte le preoccupazioni securitarie del sindachetto barese sono ridotte ormai a propagandistici raid notturni contro il meretricio da marciapiede (peraltro dilagante).

SECURITY SERVICE & dintorni
Renato Mongillo è il grande accusatore. Arrestato nel Luglio del 2007 è colui che permette di scoperchiare i gangli del sistema, rivelando le corruttele politiche.

Il direttore amministrativo del S.Giovanni [Franco Cerretti] è stato incastrato da Renato Mongillo, titolare della Security Service, arrestato a luglio 2007 in uno dei filoni dell’inchiesta su Lady Asl: l’imprenditore ha rivelato di aver dato 20 mila euro a Cerretti in cambio dell’aiuto che avrebbe avuto per vincere l’appalto per la sicurezza del San Giovanni. Dopo la confessione, sono iniziate le intercettazioni telefoniche e ambientali. In quella del 2 dicembre 2007 un’impiegata spiega a una collega: «Loro li alteravano i conteggi, sia Cerretti che Moriccioli. Li alteravano perché consideravano sempre che su un letto mangiavano due persone, quello che usciva e quello che entrava. L’aggiustavano a modo loro. Carta vince e carta perde». Sarebbero stati 283.896, tra il 2002 e il 2006, i pazienti fantasma, conteggiati solo per far lievitare il costo di pasti e lenzuola.

Alessandro Fulloni e Ilaria Sacchettoni
“Tangenti in ospedale”
Corriere della Sera del 10 Giugno 2009

La collaborazione però non gli risparmia il rinvio a giudizio e una condanna di risarcimento erariale, da parte della Corte dei Conti (Sent. N.775/2011).
In pratica, la Security Service, per i suoi servizi di vigilanza, incassa dalla Asl Roma/C pagamenti non dovuti per 1.142.000 euro.

“trattandosi di interessi legali e fatture non ancora liquidate o liquidate solo parzialmente, per le quali erano stati commessi grossolani errori di calcolo, oltre che basati solo sulla documentazione presentata dalla società, senza alcun riscontro con quanto risultante agli atti della A.S.L.”

Inoltre, si legge nella sentenza che:

“gli accertamenti condotti nell’ambito di altro procedimento penale avevano riscontrato diversi episodi di corruzione in cui erano stati coinvolti gli amministratori della ASL RM/B (alcuniimprenditori mediante la corresponsione di tangenti, miravano ad ottenere l’aggiudicazione di appalti o il rinnovo di contratti per la fornitura di beni e servizi); considerato che la medesima società aveva svolto servizi di vigilanza anche per la ASL RM/C, venivano svolti accertamenti che permettevano l’emersione di ulteriori irregolarità consistenti nella emissione di falsi mandati di pagamento, formalmente registrati in favore di società contraenti con la medesima ASL, mentre di fatto le somme di denaro venivano accreditate su c/c intestati ad altre società di comodo riconducibili ai componenti del sodalizio criminale; le informazioni acquisite dai titolari delle società destinatarie dei mandati di pagamento consentivano di accertare che le loro ditte non vantavano i crediti riportati nei mandati e non avevano mai delegato per la riscossione le società sui conti delle quali erano state effettivamente versate le somme di denaro.”

La vicenda, assai poco edificante, non ha impedito alla filiazione meridionale della ‘Security Service’ (la Security Service Sud) di aggiudicarsi nel 2010 un mega-appalto da 45 milioni di euro in tre anni, per i servizi di vigilanza presso la Asl di Napoli 1. La gara al ribasso è stata vinta per un solo centesimo di differenza (sul pagamento ogni singola ora di lavoro), rispetto alle offerte delle concorrenti.
A Roma invece, in un afflato di rigorismo legalista senza precedenti, con raffiche di ricorsi al TAR contro le assegnazioni di appalti pubblici (dall’Acea alle Asl regionali) alla Security Service, si è distinta una battagliera alleanza di alcune delle principali agenzie della Capitale, capitanate dall’Istituto di Vigilanza Nuova Città di Roma

Montali & Friends
 L’Istituto di Vigilanza Nuova Città di Roma, insieme alla Securitas Metronotte, la Roma Union Security (che fa capo a Claudio Lotito), Italpol, Capitalpol… costituiscono un’associazione temporanea d’impresa (ATI); al contempo, non mancano partnariati anche con la SIPRO di Salvatore Di Gangi. In pratica, si spartiscono la quasi totalità delle commesse pubbliche a Roma e per conto della Regione Lazio. Di fatto, anche se non è lecito dirlo, secondo i malevoli, costituirebbero quasi una sorta di cartello, rimpallandosi a turno gli appalti più ghiotti: i depositi dell’ATAC; il centro RAI di Saxa Rubra; la vigilanza nelle stazioni della metropolitana; il portierato nelle sedi ministeriali, non ultimo, il ministero dei Beni Culturali.
Il responsabile per lo “Sviluppo Partecipazioni e Controllo Gestione” per conto della Nuova Città di Roma è Fabrizio Montali. Figlio di un ex esponente socialista di epoca craxiana: Sebastiano Montali, siciliano trapiantato a Roma, presidente della Regione Lazio (1985-1987), sottosegratario alle partecipazioni statali (il regno degli appalti pubblici), invischiato nel caso della maxi tangente Enimont, e (manco a dirlo!) approdato in “Forza Italia”.
Montali junior, quello che tanto si è indignato per le fortune della rivale Security Service, non sembrerebbe essere esattamente un immacolato…
Nel 2010 viene denunciato da Mauro Brinati, segretario territoriale della Fisacat Cisal di Roma, per tentata corruzione, nell’ambito di una presunta truffa e falsificazione dei bilanci aziendali per 32 milioni di euro.
Ma le prime indagini sul suo conto risalgono al 2003, nell’ambito del cosiddetto “Vip-Gate”, una delle prime inchieste condotte da Henry John Woodcock, per conto della Procura di Potenza.

“[L’inchiesta] nota come «Vip-gate» nel dicembre del 2003 portò all’iscrizione nel registro degli indagati di 78 persone tra cui politici, due ministri, personaggi dello spettacolo e del giornalismo, funzionari di Ministeri, Comuni, enti pubblici per una serie di reati che andavano dall’associazione per delinquere per la turbativa di appalti all’estorsione, alla corruzione, al millantato credito ed al favoreggiamento. Un’inchiesta che si concluse con l’archiviazione degli indagati più noti ma alcuni fascicoli sono ancora aperti in altre Procure. Il Vip gate era un filone di una precedente indagine incentrata sulle «tangenti Inail» e sulle «tangenti del petrolio» del maggio dell’anno precedente che aveva decapitato i vertici nazionali dell’Inail e coinvolto anche politici lucani di primo piano.

Il Tempo – 17/06/2006

Nel 2006 invece è coinvolto in una storiaccia di estorsioni e minacce con l’intramontabile Enrico Nicoletti, il cassiere della Banda della Magliana, per conto del quale pare faccia il prestanome per l’intestazione fittizia dei beni. L’intera vicenda la trovata riassunta QUI.
Per questo,

«E’ indagato per tentata estorsione dal pm Lucia Lotti della Procura di Roma che ne ha già chiesto il rinvio a giudizio per riciclaggio, corruzione e intestazione fittizia di beni con l’aggravante di mafia. Montali sarebbe stato il prestanome di Enrico Nicoletti, accusato di essere il cassiere della banda della Magliana

Paolo Forcellini
“I boss della vigilanza”
L’Espresso (09/10/2006)

Pertanto, nell’autunno del 2006, tramite il Consorzio Pegaso di cui è presidente, Montali rileva dal fallimento l’Istituto Urbe.

«Nel consorzio Pegaso è presente anche Salvatore Di Gangi, il re della vigilanza privata al vertice di un impero di 5 mila vigilantes. Anche lui in passato si è incrociato con Nicoletti: è stato socio al 50 per cento di un’immobiliare che, per l’altra metà, è stata sequestrata a don Enrico. Nonostante tutto, la politica asseconda il consorzio Pegaso. Montali ha partecipato alle riunioni convocate dal ministero dello Sviluppo in qualità di salvatore dell’Urbe.»

Paolo Forcellini
“I boss della vigilanza”
L’Espresso (09/10/2006)

Salvatore Di Gangi, gran patronus di un colosso della vigilanza privata come la SIPRO, è uno di quei personaggi che meriterebbe una trattazione a parte…

«Salvatore Di Gangi, siciliano, inquisito per una lunga serie di reati. E ciò nonostante dominus di una delle più emergenti tra le aziende che si occupano di sicurezza privata in Italia. L’azienda di Di Gangi si chiama Sipro, e nasce nel segno della P2. A fondarla, infatti, è Antonino Li Causi, tessera 526 della loggia guidata da Licio Gelli, un siciliano trapiantato a Roma. Nel 1994 la Sipro viene rilevata da un altro isolano di stanza nella capitale: è lui, Di Gangi, nato nel 1946 a Canicattì. Quando rileva la Sipro, Di Gangi a Roma si è gia ben ambientato, ha amici politici e rapporti d’affari. E anche frequentazioni oscure: suo fratello Vittorio detto Er Nasca bazzica gli ambienti della Banda della Magliana, l’altro fratello Aldo detto Buscetta inanella denunce. Ma ciò non impedisce alla Sipro, sotto la guida dell’ energico siciliano, di crescere, espandersi, conquistare appalti privati e pubblici: questi ultimi soprattutto nelle Poste e nella Difesa, da anni feudo della destra. Per allargarsi, Di Gangi non disdegna metodi sbrigativi, come truccare gli appalti mettendosi d’accordo con i concorrenti. Ed è così che entra nella indagine da cui, filiando come amebe, scaturiscono quasi tutte le inchieste successive, compresa quella che oggi colpisce Storace. L’inchiesta-madre è quella sull’Ivri, il più grosso istituto di vigilanza privata italiano, accusato di comprare appalti a suon di tangenti. Di Gangi finisce inquisito per avere addomesticato in combutta con Ivri una gara per la vigilanza sulle caserme dell’esercito.
[…] Ma di certo l’imprenditore della Sipro ha amicizie che portano dritto nel cuore del mondo delle intercettazioni: è lui stesso a vantarsi di avere un “contatto” ai vertici di Telecom, i suoi rapporti con alcuni alti ufficiali della Guardia di finanza sono notori. Meno notorie, e ormai ingiallite dal tempo, sono le tracce che lo legavano, anche se meno direttamente del fratello Vittorio, ad ambienti criminali dell’ estrema destra romana: in via Magliano Sabina 22, dove hanno sede le società di Di Gangi, risultava anche la Immobiliare Generale Sarda, una società controllata da Enrico Nicoletti, che della Banda della Magliana era accusato di essere il cassiere. Vicende remote e vicende recenti, insomma, sembrano incrociarsi intorno a questo sessantenne riservato e alacre. Oggi Di Gangi è un imprenditore talmente rispettabile che il 27 aprile dell’anno scorso l’Unione Industriali di Roma lo ha designato alla guida della nuova associazione di settore dedicata al mondo della security aziendale, la Sezione Sicurezza. E, a dispetto dei dispiaceri giudiziari, la Sipro sta allargando a vista d’ occhio il suo giro d’affari. A Milano, per esempio, ha ottenuto un contratto per la sicurezza della Fiera, andando ad occupare lo spazio lasciato libero dai rivali di Ivri: gli stessi con cui, secondo la Procura milanese, si accordava per taroccare le gare d’appalto.»

“Segreti e appalti milionari gli affari del re dei vigilantes”
Luca Fazzo La Repubblica (13/03/2006)

Secondo le ricostruzioni giornalistiche, Salvatore Di Gangi avrebbe le mani in pasta ovunque, dai depuratori calabresi al mondo delle intercettazioni illegali; bazzica i servizi segreti militari di Niccolò Pollari e gli spioni del Caso Telecom.
Sempre nell’ambito del Consorzio Pegaso, ritornando invece a Fabrizio Montali, nel 2006 a perorare il salvataggio dell’Istituto Urbe, facendosi sponsor politico dell’operazione, c’è il Sergio De Gregorio… Il senatore napoletano è un altro di quei fenomeni da baraccone che solo Antonio Di Pietro (con raro intuito) riesce a raccattare tra i suoi candidati, a imperitura vergogna. De Gregorio in pratica attraversa tutto l’arco istituzionale: prima il PSI, poi Forza Italia, poi gli Autonomisti di Gianfranco Rotondi… Nel 2000 fonda l’associazione “Italiani nel mondo”, insieme a Nicola Di Girolamo (un altro bel tomo la cui storia abbiamo raccontato QUI); nel 2005 entra nelle fila dell’IdV, poi è di nuovo in Forza Italia e quindi nel PdL. Recentemente salvato dall’arresto con la negazione parlamentare della richiesta a procedere, tra il 2007 ed il 2009, De Gregorio è nell’ordine indagato dalla Procura di Napoli per riciclaggio e favoreggiamento della camorra; stesso reato gli viene ascritto dalla Procura di Reggio Calabria, insieme al concorso esterno di associazione a delinquere di stampo mafioso. Dalla Procura di Roma invece è indagato per corruzione.
 Nel febbraio 2012, concludendo in bellezza, Sergio De Gregorio viene indagato per truffa e false fatturazioni insieme al faccendiere Valter Lavitola (quello della Casa di Fini a Montecarlo), per appropriazione indebita dei finanziamenti (23 milioni di euro) destinati a L’Avanti! il quotidiano di cui Lavitola è direttore.

Poi ci si meraviglia che a Roma la giunta comunale abbia reclutato il povero Maurizio Lattarulo.
Ci si chiede piuttosto perché mai non venga riabilitata l’intera Banda della Magliana, appaltando la sicurezza dello Stato direttamente ai picciotti di mafia, in perfetta sinergia.

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