Archivio per Regio Esercito

IRON MEN

Posted in Kulturkampf, Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 settembre 2017 by Sendivogius

È rassicurante sapere che nei prossimi anni la presidenza Trump destinerà almeno 55 miliardi di dollari del bilancio federale in spese militari, per fare di nuovo grande l’America, preparandosi evidentemente a fronteggiare un’invasione aliena dallo spazio profondo. È infatti risaputo da tutti lo stato di profonda prostrazione e di drammatica arretratezza tecnologica in cui versano le forze armate statunitensi, soprattutto in considerazione delle nuove minacce globali, e massimamente se si considera il formidabile apparato bellico a disposizione dei mutandari salafiti del Daesh…
Si capisce bene che, dinanzi ad un branco di allucinati che combattono in sottana, meglio se armati con coltellacci da cucina, la risposta migliore sia la realizzazione di gingilli offensivi sempre più sofisticati e costosi. Com’è noto, il segreto della vittoria risiede nella preparazione…
A meno che l’obiettivo primario non sia inaugurare invece una nuova guerra fredda (di cui davvero si sentiva la mancanza) con la Russia e la Cina, in una corsa a perdere verso il riarmo globale, e spianare la strada ad un’altra mezza dozzina di conflitti.
 Ad ogni modo, a dispetto dei pregiudizi, i militari sono dotati in realtà di una fervida fantasia… amano giocare con la playstation nelle noiose ore trascorse in caserma… ed è lecito credere si esaltino con la serie completa di “Star Wars”, presumibilmente facendo il tifo per l’Impero galattico.
Per questo sono ormai una ventina di anni che fantasticano a colpi di milioni di dollari in progetti per la realizzazione di nuove tute da combattimento, esoscheletri potenziati e bio-armature, per rendere i “soldati del futuro” delle inarrestabili macchine individuali da guerra, nella presunzione tutta illusoria della invulnerabilità. Insomma, una specie di incrocio tra le armored suits già viste nei videogame di “Halo” e “Mass Effect”, sulla falsariga delle stormtroopers di Star Wars.
In pratica, si tratta di una masturbazione continuativa che va avanti almeno dal 1997, dai tempi infausti del vecchio PNAC (il progetto per il nuovo secolo americano); mai archiviato nelle stanzette del Pentagono.

Army of the Future: “Consider just the potential changes that might effect the infantryman. Future soldiers may operate in encapsulated, climate-controlled, powered fighting suits, laced with sensors, and boasting chameleon-like ‘active’ camouflage. ‘Skin-patch’ pharmaceuticals help regulate fears, focus concentration and enhance endurance and strength. A display mounted on a soldier’s helmet permits a comprehensive view of the battlefield – in effect to look around corners and over hills – and allows the soldier to access the entire combat information and intelligence system while filtering incoming data to prevent overload. Individual weapons are more lethal, and a soldier’s ability to call for highly precise and reliable indirect fires – not only from Army systems but those of other services – allows each individual to have great influence over huge spaces. Under the ‘Land Warrior’ program, some Army experts envision a ‘squad’ of seven soldiers able to dominate an area the size of the Gettysburg battlefield – where, in 1863, some 165,000 men fought”.

Ovviamente, negli ultimi decenni il progetto è proseguito, conoscendo nuovi sviluppi. E ora questa strana copula meccanica tra Robocop ed Iron Man, si chiama TALOS (Tactical Assault Light Operator Suit): una specie di robottone con dentro l’omino corazzato, che prevede sensori di posizione e sistemi di raffreddamento, con una pompa idraulica che si attorciglia per tre metri all’interno dell’armatura; o cose così… molto utili e soprattutto economiche. Ed i prototipi in circolazione iniziano ad essere parecchi…
L’efficacia in combattimento sui teatri di guerra è tutta da provare, ma insomma la speranza è anche l’ultima a morire.
 C’è da dire che l’idea, ancora a livello sperimentale, ha avuto successo un po’ in tutto il mondo… Anche l’Esercito italiano ne ha varato una sua versione improntata al massimo risparmio, rispetto agli ingenti investimenti americani. Nel nostro caso, il pezzo forte sono gli indispensabili “guanti termici”, che alla modica cifra di 650 euro a paio, costituiscono la dotazione più costosa (ed inutile) dell’intero kit di equipaggiamento. Si tratta dell’elemento che farà certamente la differenza sui nuovi campi di battaglia per il soldato del futuro!
Certo, a ben vedere, la Storia ci fornisce i riuscitissimi esempi del passato… E, visti i risultati, ci sarebbe da ridere se questi non fossero tragici. Insomma, la guerra può essere un’esperienza incredibilmente esaltante, soprattutto per chi non l’ha mai provata, come dicevano gli antichi. Perché dunque non cercare di farla in sicurezza?!? Non per niente, ogni aspirante guerriero ha sempre accarezzato l’idea di rendersi invulnerabile ai nemici, salvo scoprire quanto la realtà possa spesso essere assai diversa dalla fantasia.
Per dire, nel Tardo Antico, i Romani impararono presto a proprie spese, quanto le sofisticate armature dei loro comitatenses fossero inutili dinanzi alla potenza di penetrazione degli archi compositi, utilizzati dai pur infinitamente più arretrati popoli nomadi delle steppe.
Nel IX secolo d.C. gli anglo-sassoni affrontarono quasi con sufficienza i primi invasori vichinghi, nella certezza di ributtare a mare i feroci pagani giunti dalla Scandinavia. Almeno finché non scoprirono che le loro possenti armature venivano facilmente trapassate dalle frecce armate con punte di tipo bodkin, che affusolate e sottili, ma ben temprate, si infilavano negli anelli delle cotte di maglia, o sfondavano giubboni e corazze, pur nella loro letale semplicità.
Messe da parte per quasi tutta l’epoca moderna in seguito all’avvento delle armi da fuoco, le armature riscoprirono un inaspettato ritorno di fiamma in tempi assai più recenti, durante la prima guerra mondiale, che nella sua immane mattanza rappresentò pure una straordinaria occasione di innovazione militare. Certo gli esordi furono assai lenti… Per dire, al Comando francese (che per la sua straordinaria ottusità non aveva eguali) gli ci vollero mesi (e diverse migliaia di morti) per capire che pantaloni e kepì di un rosso sgargiante non erano esattamente del colore più indicato per passare inosservati ai tiratori nemici.
Ma vuoi mettere l’elàn guerriero, e scenografico, che i calzoni vermigli rappresentavano per una truppa lanciata a passo di carica sotto il fuoco nemico?!? E per giunta schierata come le vecchie fanterie di linea napoleoniche, per essere meglio falciata dalla fucileria avversaria?
Fortunatamente, non mancarono innovazioni importanti, tanto che per l’occasione l’Armée francese riscoprì pure l’uso della catapulta..!
Viste le perdite spaventose, e la riottosità crescente delle truppe a farsi macellare per la gloria dei generali nelle retrovie, verso la metà del conflitto, sui vari teatri di guerra cominciarono a fare la loro comparsa una notevole varietà di protezioni ed armature, che certo avrebbero reso invulnerabili i fantaccini alle pallottole.
Niente a che vedere con i khevsur della Georgia che ancora nel 1913 si presentavano in battaglia, bardati così…
Fu allora che l’ineguagliabile tecnologia teutonica mise a disposizione delle proprie fanterie la sua insuperabile corazza da combattimento…
Scenicamente imponente, la protezione si rivelò scomoda, ingombrante, e naturalmente inefficace, rendendo i fanti simili a gasteropodi, per una vaga somiglianza con le aragoste.
Va da sé che le nuove “sappenpanzer” non fecero mai la differenza in battaglia, ma almeno regalavano alla truppa la consolatoria illusione di essere immune ai proiettili.
Peccato che poi alla riprova dei fatti le cose non andassero esattamente per il verso sperato, dal momento che le corazze si rivelarono forabili eccome…
L’effetto palliativo però era assicurato, dal momento che divennero una preda di guerra ambitissima; soprattutto dalle truppe anglo-canadesi che combatterono alla Battaglia della Somme.
Certo, niente di paragonabile all’incredibile catafalco che per un certo periodo venne rifilato alle unità dell’esercito austro-ungarico. Una specie di kit componibile, che poteva fungere da corazza, parapetto, e casamatta portatile. E che con ogni probabilità veniva abbandonata dalla truppa, così camuffata da contrabbasso, alla prima occasione disponibile.

Ovviamente la cosa non passò inosservata agli alti comandi strategici dell’Intesa… E vista l’alta funzionalità di impiego dell’ultimo ritrovato bellico, ognuno si dette a fabbricarne di sue.
Tra i soldati britannici le corazze non ebbero molto successo… E certo gli inglesi preferirono di gran lunga continuare a riutilizzare quelle sottratte ai crucchi, finché non si resero conto che si trattava soltanto di un inutile ingombro da trascinarsi dietro.

Ma nessuno si dette più da fare dello USArmy. E lo straordinario risultato finale di tante fatiche furono le imbarazzanti armature Brewster..!
La Brewster Body Shield fece la sua comparsa nel 1918 sul fronte francese di Verdun. E si può solo immaginare l’incontenibile entusiasmo dei fortunati prescelti, che si trovarono costretti ad indossare un simile scafandro.
Realizzata in acciaio al nickel-cromo dalla Brewster Steel Company, l’armatura pesava oltre 40 kg ed è fin troppo facile intuire che fosse pure di rara scomodità.
Come si potesse correre su un terreno brullo e sconnesso, saltare tra una fossa e l’altra, e scavalcare trincee con una simile roba addosso, resta difficile da immaginare. Però si può ben supporre quale fosse l’esito finale…
Per proteggere le sentinelle, e soprattutto le vedette che costituivano il bersaglio preferito dei cecchini, vennero elaborate delle protezioni di rinforzo per gli elmetti. E le più funzionali furono probabilmente le placche d’acciaio che venivano applicate sugli stahlhelme tedeschi, i quali in alcuni casi vennero ridipinti in un primo esempio di mimetizzazione policroma.
I piastroni d’acciaio in forma trapezzoidale venivano agganciati ai chiodi ai lati dell’elmetto e fornivano così una protezione aggiuntiva, che però non garantiva la salvezza da un colpo frontale e diretto allo stirnpanzer.
Poi come al solito, si volle esagerare e cominciarono a circolare degli inquietanti mascheroni da saldatore di fonderia, a visibilità sempre più ridotta.

Siccome i cecchini più bravi miravano generalmente agli occhi, vennero realizzate fessure sempre più strette col risultato che la sentinella finiva per non vedere più un cazzo.
Gli americani, insuperabili come sempre, fecero un’eclatante invenzione ispirata direttamente al medioevo e mai (ri)messa in circolazione…

Sul fronte italiano, il Regio Esercito si dette da fare anch’esso e nel 1915 fecero la loro comparsa sul campo le mitiche corazze Farina, che avrebbero dovuto fornire un’impagabile protezione ai genieri inviati a tagliare i reticolati attorno alle trincee austriache.

Testate contro armi di medio e piccolo calibro, le corazze dimostravano una buona resistenza, a patto che ci si tenesse almeno a 150 metri (!) dal nemico.

Utilissime contro le schegge di rimbalzo degli shrapnel (e grazie al cazzo!), venivano forate come il burro dai proiettili calibro 8 mm dei fucili Steyr-Mannlicher M1895 in dotazione all’esercito austro-ungarico.
Emilio Lussu, volontario nella Grande Guerra, ridicolizza le corazze ampiamente, avendo avuto modo di verificare sul campo la loro straordinaria efficacia di impiego:

«Le corazze ‘Farina’ erano armature spesse, in due o tre pezzi, che cingevano il collo, gli omeri, e coprivano il corpo quasi sino alle ginocchia. Non dovevano pesare meno di cinquanta chili. Ad ogni corazza corrispondeva un elmo, anch’esso a grande spessore. Il generale era ritto, di fronte alle corazze….. Ora parlava, scientifico: “Queste sono le famose corazze ‘Farina’…. che solo pochi conoscono. Sono specialmente celebri perché consentono, in pieno giorno, azioni di una audacia estrema. Peccato che siano così poche! In tutto il corpo d’armata non ve ne sono che diciotto. E sono nostre! Nostre!” […] “A noi soli” continuava il generale “è stato concesso il privilegio di averle. Il nemico può avere fucili, mitragliatrici, cannoni: con le corazze ‘Farina’ si passa dappertutto”.
“Dappertutto per modo di dire” osservò il colonnello, che quel giorno era in vena di eroismo…. “io ho conosciuto le corazze Farina – spiegò il colonnello – e non ne conservo un buon ricordo, ma forse queste sono migliori”.
“Certo, certo. Queste sono migliori – riprese il generale – con queste si passa dovunque. Gli austriaci…”
Il generale abbassò la voce sospettoso e dette un’occhiata alle trincee nemiche, per accertarsi che non fosse sentito.
“Gli austriaci hanno fatto delle spese enormi per carpirci il segreto, ma non ci sono riusciti. Il capitano del Genio che è stato fucilato a Bologna, pare fosse venduto al nemico per queste corazze. Ma è stato fucilato a tempo. Signor colonnello vuole avere la compiacenza che esca il reparto dei guastatori?”
Il reparto dei guastatori era stato preparato dal giorno prima e attendeva d’essere impiegato. Erano volontari del reparto zappatori, comandati da un sergente, anch’egli volontario. In pochi minuti furono in trincea, ciascuno con un paio di pinze. Essi indossarono le corazze in nostra presenza. Lo stesso generale si avvicinò a loro ed aiutò ad allacciare qualche fibbia. ‘Sembrano guerrieri medioevali’ osservò il generale. I volontari non sorridevano. Essi facevano in fretta e apparivano decisi. Gli altri soldati, dalla trincea, li guardavano con diffidenza. Accanto al cannone praticammo un’altra breccia, nella trincea. Il sergente volontario salutò il generale. Questi rispose solenne, dritto sull’attenti, la mano rigidamente tesa all’elmetto. Il sergente uscì per primo; seguirono gli altri, lenti per il carico d’acciaio, sicuri di sé, ma curvi fino a terra, perché l’elmetto copriva la testa, le tempie e la nuca, ma non la faccia. Il generale rimase sull’attenti finché non uscì l’ultimo volontario, e disse al colonnello, grave: “I romani vinsero per le corazze”.
Una mitragliatrice austriaca, da destra, tirò d’infilata. Immediatamente, un’altra, a sinistra, aprì il fuoco. I volti si deformarono in una contrazione di dolore. Essi capivano di che si trattava. ‘Avanti!’ gridò il sergente ai guastatori. Uno dopo l’altro, i guastatori corazzati caddero tutti. Nessuno arrivò ai reticolati nemici. ‘Avan…’ ripeteva la voce del sergente rimasto ferito di fronte ai reticolati. Il generale taceva. I soldati del battaglione si guardavano terrorizzati

Emilio Lussu
“Un anno sull’altipiano”
(1938)

Essendo disponibile in numero limitato, un così straordinario artefatto venne distribuito soprattutto tra gli Arditi volontari delle cosiddette “compagnie della morte”: nome quanto mai azzeccato per gli aspiranti suicidi, che venivano inviati armati di cesoie e guantoni a tagliare i reticolati nemici.
Le protezioni Farina non si rivelarono più utili dei loro omologhi impiegati sugli altri fronti di guerra, ma la propaganda bellica dei comandi italiani vi aggiunse quel tocco di minchioneria in più, che fa sempre la differenza…
Immaginate voi la praticità (e soprattutto l’utilità) di correre e saltare e strisciare nella terra di nessuno, stringendo una baionetta tra i denti, con mezzo quintale di ferraglia tintinnante addosso, mentre scoprite con sorpresa che le vostre cesoie non riescono a tagliare un filo spinato rinforzato con più di 5 cm di spessore. Senza considerare l’estensione dei campi da bonificare…
I carriarmati si sarebbero rivelati assolutamente più funzionali, ma vabbé! All’epoca venne considerata inizialmente come un’invenzione poco utile e di scarso impiego.

Eppoi vuoi mettere il fascino di una specie di cavaliere medievale schierato in trincea?!?
Assolutamente inutili come protezione, le armature avevano l’indiscutibile svantaggio di rendere subito individuabili i guastatori nel buio, giacché bastava aguzzare l’udito al rumore del ferro che cozzava sulle pietraie insieme al ticchettio delle cesoie. Una volta scoperti, l’esito era in genere assai scontato…
Né migliorò l’utilizzo di scudi protettivi, che a parte l’evidente ingombro non garantivano granché…
Pertanto, vista la loro collaudata efficacia, di corazze pettorali ed armature ne circolarono ancora parecchie fino al 1945.
Dalla Polonia…
Alla Russia sovietica, con le sue Stalnoi Nagrudnik, che forse tra tutti i modelli messi in circolazione si rivelarono tra i più resistenti e forse non tra i più comodi, visto che i due piastroni imbottiti, una volta legati tra loro comprimevano la cassa toracica rendendo difficile la respirazione in caso di affanno.
Stalnoi NagrudnikAnche l’esercito imperiale nipponico realizzò una propria versione, riservata ai signori ufficiali, ed utilizzata durante l’invasione della Cina.
Sull’efficacia del soldato corazzato del futuro non è dato ancora di sapere. Certo per i profitti delle aziende impegnate nella ricerca sarà un successo di sicuro.

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Relazioni di ricorrenza

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 marzo 2011 by Sendivogius

Deve essere davvero lo spirito dei tempi, uno zeitgeist cupo e desolante, se l’Italia è costretta a celebrare il 150° della sua unificazione tra flatulenze secessioniste e panzane federaliste, tra revanchismi borbonici e reazione sanfedista, alternate alla retorica ufficiale di circostanza, con i suoi stanchi rituali cerimoniali sempre più svuotati di senso.
Tra i miti assolutori “degli italiani brava gente”, le processioni pagane di santi, madonne e atei devoti, insieme a qualche mega-appalto patriottico a stuzzicare l’appetito dei soliti noti, si avviano ad esaurimento i festeggiamenti (ancor prima di cominciare) del peggior compleanno per una Italietta sempre più guelfa, rigurgitata in nuovo temporalismo pontificio e raggrumata attorno all’Unto della Provvidenza coi suoi inviti ossessivi al bunga-bunga.
Ed è una pessima coincidenza, dopo un decennio dall’inizio di una ‘missione’ nella quale ormai non crede più nessuno, dover accogliere le spoglie dell’ennesimo caduto nel pantano afgano, in concomitanza con un’altra guerra dimenticata, che proprio 115 anni fa raggiungeva il suo epilogo nella catastrofica Battaglia di Adua del 01/03/1896…  

Era il tempo in cui l’Italia esportava la civiltà sulla punta delle baionette, in nome di una più alta missione umanitaria e di sviluppo, favorendo le condizioni per nuovi investimenti economici riassumibili nella formula: oppressione e buoni affari.
Sono eventi storici lontani, dai quali è difficilissimo trarre analogie con la realtà attuale!
La disfatta di Adua, nell’ambito delle Guerre Abissine, risponde ad un’antica specialità tutta italiana nell’infognarsi in conflitti inutili e senza sbocco, onde compiacere l’ingombrante alleato di turno, per mera piaggeria diplomatica, o appagare velleità da “grande potenza”.
Si tratta di quelle ricorrenze, che i maestri di cerimonia non ricordano mai volentieri e sulle quali solitamente glissano. Eppure costituiscono episodi evocativi dell’identità di un Paese e della sua pseudo ‘classe dirigente’. Questo perché la Storia d’Italia è innanzitutto una storia di guerre, di restaurazioni e governi autoritari, mediocri politicanti e corruzione endemica, tra l’indifferenza di una plebe bovina beatamente assopita sul proprio status servile.

UN POSTO AL SOLE
 Il giorno quindici del mese di Novembre dell’anno 1869 secondo l’era degli europei, un distinto signore bianco, in abiti di lino, acquista per un pugno di talleri una piccola baia a ridosso del deserto della Dancalia, la Terra del Diavolo, per stabilire uno scalo commerciale in uno dei posti più inospitali del pianeta. Pertanto, su incarico della “Compagnia navale Rubattino”, già specializzata in missioni patriottiche come lo sbarco dei Mille (giusto qualche anno prima), il sig. Giuseppe Sapeto, missionario dell’Ordine di S.Lazzaro, rileva dal clan dei ben-Ahmad il porticciolo di Assab, agli attuali confini tra l’Eritrea e Gibuti.
Nel 1882, la proprietà viene ceduta al Regno d’Italia ed è destinata a diventare il primo possedimento italiano d’oltremare. Lo scalo di Assab è in realtà un grumo polveroso di capanne arroventate dal sole, con un livello record di umidità, e circondato dalle tribù ostili degli Afar, ma al governo italiano sembra un affarone da raddoppiare…
Nell’ultimo ventennio del XIX°sec. il Sudan orientale, all’epoca invaso dall’Egitto, è percorso dalla grande rivolta dei Dervisci, che non sono gli innocui ‘dervisci danzanti’ cari all’iconografia turca ma spietati tagliagole del deserto, esaltati dal verbo jihadista di Muhammad Ahmad che gli insorti chiamano al-Mahdi (Il Profeta). Gli inglesi imparano presto a loro spese la pericolosità dei guerrieri sudanesi, che spazzano via una dopo l’altra le deboli difese anglo-egiziane, fino alla conquista di Khartum e la morte di Charles George Gordon (Gordon pascià) neo-governatore del Sudan.
Per gli amanti del cinema, l’intera vicenda è raccontata nell’ottimo film agiografico del 1966, “Khartoum”, con Charlton Heston nei panni dell’eroico imperialista bianco; mentre, in tempi più recenti, per i palati meno raffinati, va sicuramente ricordato il film di Shekhar Kapur, con un Heath Ledger agli esordi (e ancora vivo): “Le quattro piume” (2002), tratto dall’omonimo romanzo di A.W.Mason (1902).

 Nel Febbraio 1885, approfittando del conflitto sudanese, le truppe italiane sbarcano nel porto di Massaua, presidiato da una piccola guarnigione egiziana che colta alla sprovvista subito si arrende. L’occupazione della regione circostante  da parte dell’Italia non colmava però un vuoto di potere: ai vari sultani locali, si aggiungevano le rivendicazioni di ben tre governi: turco (ufficialmente la zona era ancora parte dell’Impero Ottomano); egiziano ed etiopico.

«Su tutto vegliava l’influenza della Gran Bretagna, che ovviamente era tutt’altro che super partes. Londra aveva negoziato o imposto nel 1884 un regolamento diplomatico, noto come Trattato di Hewett dal nome del funzionario inglese che lo formulò, riconoscendo all’Etiopia una specie di sovranità nella regione del Mar Rosso. Lo sbarco italiano a Massaua poté avvenire proprio perché la Gran Bretagna diede, più o meno di buon grado, il suo assenso, forse non immaginando che l’Italia, alleato improprio in quel momento nella spartizione dell’Africa Orientale per sottrarre quanto più territorio possibile alle mire espansionistiche di Francia e Germania, rivali ben più temibili, si sarebbe spinta fino ad impiegare le armi.»

«L’Eritrea fu creata con questo nome il 1° Gennaio 1890. Oltre che dalla compiacenza di Londra, le operazioni italiane furono facilitate dalle incursioni delle truppe mahadiste che arrivarono fino a Gondar, costringendo l’imperatore etiopico sulla difensiva.
[…] L’Eritrea nacque composita, ripetendo, in piccolo, la stessa pluralità dell’impero a cui in passato quelle terre, più o meno precariamente, erano appartenute. La denominazione di Eritrea, (fu) ideata da Ferdinando Martini riprendendo il nome greco e latino del Mar Rosso, (che) per certi versi rispecchiava l’identità di un popolo che nella versione locale era chiamato Bahri [gente del mare per distinguerla dalle popolazioni dell’altipiano].»

 Giampaolo Calchi Novati
 Da Assab alla Colonia Eritrea:
 formazione di una nazione o invenzione di un territorio?
 Roma 1994

Il testo è stato estrapolato da una relazione presentata ad un convegno del ‘Centro italiano per gli studi storico-geografici’ e riportata nel volume:  “Colonie africane e cultura italiana fra ‘800 e 900”, a cura di Claudio Cerretti; C.I.S.U. – Roma 1995.

Con l’occupazione di Massaua, l’Italia si affaccia da buon’ultima nel panorama delle potenze coloniali, accontentandosi degli scarti ancora disponibili sul tavolo dei grandi Imperi. E con la lungimiranza che ci è solita, si decide di andare a rompere le scatole all’unico territorio dell’Africa subsahariana con un minimo di organizzazione statale, governanti riconosciuti (e di religione cristiana in un arcipelago islamico), un forte esercito tribale di guerrieri organizzati e discretamente armati, almeno secondo gli standard africani dell’epoca.

Tuttavia, per i colonialisti contagiati dalle febbri allucinatorie del maldafrica, quella striscia sterile di terra rovente costituisce il miraggio di un Eden ritrovato, che si nutre di liriche appassionate e di struggenti peana che esaltano lo splendore esotico di luoghi benedetti dalla prosperità:

«Le eleganti piante, alte due volte la statura di un uomo, coll’ampio fogliame compongono gallerie ombrose sulle quali la luce filtra giallognola e verdiccia con effetti fantastici. Giganteschi grappoli di frutti pendono gravi fino a terra, fiori carnosi stragrandi si curvano al suolo gocciolando umori vischiosi. La terra, pregna d’umidità, morbida e attaccaticcia, rimane impressa di orme profonde, che si riempiono d’acqua, ed esala effluvi intensi e grassi, quasi a sprigionare l’esuberanza di feracità che custodiva da secoli nel suo grembo.»

 Renato Paoli. Nella Colonia Eritrea, Studi e Viaggi. Milano 1908

La maggior parte delle elegie sono all’insegna di un trasporto sensuale pervaso da una carica erotica che rasenta la fisicità carnale, da parte di chi l’Africa vorrebbe fotterla non solo metaforicamente, magari con la scusa di descrivere la danza delle baiadere sudanesi:

«La danzatrice lascia sfuggire grida appassionate a cui rispondono esclamazioni appassionate delle accompagnatrici […] Dei fremiti nervosi le agitano tutta la persona, il petto tondeggiante e abbondante le si solleva e si fa ansimante: la passione ha vinto.
[…] Con alcuni passi striscianti, la lasciva si avanza verso quello degli spettatori che ha scelto come oggetto della sua artistica passione, poi si arretra, poi si avanza ancora, resiste un’ultima volta e finalmente tutta palpitante, la bella Venere si abbandona nelle braccia dello spettatore, il cui eccitamento ha raggiunto il sommo orgasmo.»

 Gugliemo Godio.Vita africana. Ricordi di un viaggio in Sudan Orientale. Edizioni Vallardi; Milano 1885

Più realisticamente, il vercellese Augusto Franzoj, che nel Corno d’Africa ci va davvero e non compone auliche patacche, a consumo dei gonzi che sognano in Italia, così descrive la cittadina eritrea nelle sue “Aure africane”:

«Massaua è il più sgradito paese del Mar Rosso. Ai tempi di Mosè questo mare era il prediletto da Dio. Ma ora Dio l’ha proprio dimenticato. Tutte le sette piaghe d’Egitto sono venute a lasciare qui ciascuna una buona parte delle sue miserie.
A Massaua, specialmente per me, nuovo giunto dalle Alpi, la vita è insopportabile. Sebbene non si sia ancora in pieno estate – il termometro all’ombra s’arrampica già fino al 40° grado! Più tardi probabilmente darà la scalata al sole. L’afa intanto è opprimente. E’ fuoco quello che si respira. L’acqua che si beve – anziché dare refrigerio al corpo, vi apporta un incredibile malore poiché è caldissima, amara e salata; ed a noi, non avvezzi, dà il vomito. Aggiungasi a questa delizia le mosche, le zanzare, le formiche, le cimici con un’infinità di animaluzzi sconosciuti, microscopici che saltano, volano o strisciano ma che mordono tutti maledettamente senza lasciare un minuto di tregua […] Si cerca l’ombra ma invano. Dove non giungono i raggi del sole, ne arriva il riverbero che ci arroventa ugualmente il viso.
Attorno a Massaua non si scorge che mare e deserto – giacché essa è un’isola che solo fu unita al continente per mezzo d’una diga lunga 1200 metri.
Non il più piccolo filo d’erba nasce sotto questo cielo che pare maledetto. Non una pianta, non un arbusto cresce su quest’isola vulcanica che il governo egiziano con raffinatezza di crudeltà destina in esilio a coloro di cui vuole sbarazzarsi.
[…] Dall’alto del nostro terrazzo vediamo tutta Massaua, le cui misere capanne fatte di stuoie e di rami, a gruppi circondano le poche case in muratura bassa e pesante che sole esistano qui.»

Una voce quasi isolata, perché ciò che conta, e va per la maggiore, sono le trasfigurazioni esotiche nella prosa ispirata degli aedi della propaganda ufficiale: gli alfieri prezzolati di un giornalismo d’accatto che in Italia, salvo rare eccezioni, non ha mai saputo alzare il capo dalla mangiatoia dei loro interessati finanziatori.

ESPORTATORI DI CIVILTÀ
 Ansioso di valorizzare questo ‘paradiso’ in terra africana, il Regno d’Italia non lesina mezzi né sforzi con un’intraprendenza ben tollerata dai britannici, che vedono nelle truppe italiane e nelle loro mire espansionistiche un utile diversivo per tenere impegnati i dervisci del Sudan.
E inizialmente, nonostante l’Eccidio di Dogali (1887), la strategia sembra funzionare. Con la conquista di Asmara (1889), gli italiani assolvono alla loro funzione di contenimento (dal 1891 al 1895), respingono in dervisci ad Agorbat ed occupano la città ribelle di Cassala in territorio sudanese.

 «Massaua era stata solo l’inizio. Dalla costa ci si spinse verso il ciglione dell’Altopiano, dove sorge Asmara. Da Asmara si pensò ora al Sudan, allora in rivolta e apparentemente sfuggito di mano agli inglesi, ora all’Etiopia: ma fu quest’ultima la via intrapresa.
Si pensò di far facile leva sulle divisioni regionali e addirittura a girarle a proprio vantaggio, talora incautamente (come nel caso dell’aiuto dato al giovane ras scioano Menelik, aiutato a proclamarsi Negus ma poi rivelatosi un campione della difesa dell’autonomia anticoloniale dell’Etiopia, anche se a prezzo dell’abbandono dell’Eritrea).
Ma non ci si fermò; non si capì a fondo che Addis Abeba, Menelik, gli etiopici potevano tollerare una presenza italiana sulla costa o sull’altipiano sino al Mareb ma non potevano italiana nel Tigrè, dal quale in passato erano venuti principi ed imperatori o addirittura assistere inermi ad un’avanzata ancora più a sud.
In una parola, l’Italia si lasciò prendere dall’entusiasmo per le prime vittorie e sopravvalutò il successo del suo primo insediamento, sottovalutando sprezzantemente la forza etiopica.»

 Nicola Labanca
 “Un Colonialismo in ritardo”
 (Marzo 1996) 

Le operazioni vengono coordinate dalla reggenza militare della nuova colonia: il tenente generale Oreste Baratieri ed il suo vice Giuseppe Arimondi (ancora colonnello). L’esplorazione del territorio ed i rilievi geografici sono invece di pertinenza della “Società geografica italiana”, un istituto glorioso che vanta fior di studiosi. Nei confronti degli autoctoni, i resoconti etnografici mancano di ogni empatia che, se mai c’è stata, è destinata a scomparire presto sotto gli effluvi di un colonialismo straccione, ma non per questo meno borioso.
Sulla natura dell’occupazione e sulla missione civilizzatrice del colonialismo italiano sussistono pochi dubbi:

«Atteniamoci dunque una buona volta alla realtà; lasciamo in disparte le allucinazioni, gli entusiasmi, i racconti dei poeti, e conveniamo che per quei popoli, due solamente possono essere i fattori di civiltà: il cannone e le vere, estese, efficaci conquiste commerciali»

 G.Bianchi. “In Abissinia. Alla terra dei Galla”. Treves; Milano 1886

A quanto pare, Gustavo Bianchi, esploratore della “Società geografica italiana”, è uno con le idee chiare, immune ai lirismi che alimentano i quadretti bucolici in patria.
Coerentemente, finirà fatto a pezzi dalle tribù degli Oromo, durante una delle sue spedizioni scientifiche verso l’interno dell’Abissinia.

Ancora più esplicito è Ferdinando Martini, geografo e primo governatore non militare dell’Eritrea, della quale ha coniato il nome stesso:

«Chi dice s’ha da incivilire l’Etiopia dice una bugia o una sciocchezza. Bisogna sostituire razza a razza: o questo o niente […] All’opera nostra l’indigeno è un impiccio: bisogna rincorrerlo, aiutarlo a sparire, come altrove le Pelli Rosse, con tutti i mezzi che la civiltà, odiata da tutti per istinto, fornisce: il cannone intermittente e l’acquavite diuturna. I colonizzatori sentimentali si facciano coraggio: fata trahunt, noi abbiamo cominciato, le generazioni a venire seguiranno a spopolare l’Africa dei suoi abitatori fino al penultimo. L’ultimo no: lo addestreremo in collegio a lodarci in musica, dell’avere, distruggendo i negri, trovato finalmente il modo di abolire la tratta.»

 Ferdinando Martini. “Nell’Africa italiana. Impressioni e ricordi”. Treves; Milano 1895

Stranamente, le popolazioni etiopiche dell’Abissinia non sono dello stesso parere e, chissà perché, oppongono una strenua resistenza alla penetrazione italiana ed ai suoi corpi armati di spedizione, irriducibilmente ostili ai benefici di tanta civilizzazione.
A tal proposito, la firma del Trattato di Uccialli (1889) costituisce uno di quei capolavori insuperati della nostra diplomazia, e ancora oggi rimane tra le pietre miliari di certi ‘trattati bilaterali di amicizia’

 Il Ras Maconnen, cugino di Menelik e vicerè della regione dell’Harraz, venne invitato in Italia dopo la firma del Trattato di Uccialli. La delegazione etiope sbarcò a Napoli e sulle prime non venne ricevuta bene dalla folla, memore del massacro di Dogali del 1887, dove una colonna dell’esercito italiano era stata annientata da Ras Alula. Maconnen non aveva preso parte a quella battaglia, ma l’opinione pubblica non era in grado di fare sottili distizioni fra i vari Ras. Le autorità italiane, preoccupate di rendere più solido il trattato con l’Etiopia, soffocarono prontamente l’incidente.
Ras Macconnen venne condotto in visita alle acciaierie di Terni, dove si fabbricavano le paratie delle corazzate, e poi su a Milano, per l’ esatezza nella zona dell’ attuale aeroporto di Malpensa. Qui in campo nebbioso, lo fecero assistere alle manovre di 30 squadroni di cavalleria. Infine venne accompagnato a Roma, dal Re in persona, e la delegazione trovò ad attenderla un imponente schieramento militare. si voleva chiaramente impressionare il giovane Ras con un esibizione di potenza. […] Ma l’esotismo del Ras e i suoi discorsi avevano finito per attirare le simpatie dell’opinione pubblica. La delegazione etiope si presentò con mantelli ricamati d’oro e d’ argento, spade e scudi tempestati di pietre preziose. Maconnen portava un turbante decorato con ottocento piume dorate. E aveva con se ricchissimi doni per il Re. tra i quali una decina di zanne d’elefante. Di fronte a tanto splendore, gli italiani restarono senza fiato. il Re Umberto stesso, stando alle cronache, si ritrovò imbarazzato ed impacciato. Maconnen ne approfittò, ottenendo un prestito di 10 milioni (destinanto a spese militari) e ordinando 4 milioni di cartucce! In seguito, più volte nel corso della guerra, gli italiani cercarono di mettere Maconnen contro Menelik, ma lui restò sempre fedele al suo sovrano, rivelando formidabili attitudini sia militari che diplomatiche.

 Gianfranco Manfredi
 (Aprile 2008)

Con i fondi generosamente concessi dal governo italiano, il buon Makonnen fa incetta di armi, soprattutto di nuovissimi fucili Vetterli-Vitali per non deludere le aziende produttrici italiane. Quindi le collauderà pochi anni dopo contro gli stessi italiani, e con ottimi risultati, prima nella battaglia dell’Amba Alagi (07/12/1895), poi nella conquista del forte di Macallé (Gennaio 1896), e infine ad Adua.

UN UOMO DEL FARE
 Anno 1895. Al governo c’è Francesco Crispi, ex repubblicano e garibaldino della prima ora; uomo di spregiudicato cinismo e dalle ambizioni smisurate, come la storia italiana ne ha conosciuti tanti. Crispi  è quello che ha convertito i latifondisti siciliani alla causa unitaria, guidando l’assalto dei picciotti a Palermo, a sostegno della (resistibile) avanzata dei Mille, prima di convertirsi alla causa dei ‘moderati’ più oltranzisti.
Per descrivere il personaggio viene persino coniato un nuovo neologismo: megalomane.
Il gabinetto Crispi rappresenta il primo, vero, governo autoritario con venature dittatoriali, dietro la facciata della finzione democratica di un Parlamento esautorato da ogni potere.
Invece, per rinsaldare il proprio di potere, minato dagli scandali bancari e dalle vicende boccaccesche della sua vita privata, Crispi preme sul povero generale e governatore Baratieri (altro reduce dei Mille di Garibaldi) per una vittoriosa offensiva contro l’impero etiopico, da sventolare a personale uso politico. Con un profluvio di telegrammi schizoidi, Crispi invita il generale all’attacco raccomandando però cautela.

 
 Oreste Baratieri, trentino, esponente della Destra storica, militare di professione, colonialista convinto, pubblicista africanista è tenuto in gran conto come geografo dai suoi contemporanei, come dimostra il suo ruolo di rilievo nella “Società geografica italiana”. Infatti, per la sua avanzata militare usa mappe completamente sballate, non solo nelle distanze e nella disposizione dei vari monti che costellano l’altipiano etiopico, ma persino nella definizione dei punti cardinali (l’Ovest al posto dell’Est).

«In Africa la guerra coloniale, dopo i primi successi che avevano suscitato entusiasmi, andava a rilento. Le truppe del generale Baratieri conobbero anzi qualche umiliante sconfitta. Anche nelle fila dell’ampio ma eterogeneo schieramento parlamentare che sosteneva il governo cominciarono a levarsi voci critiche, segni di malumore. Per eliminare quel fastidio, Crispi ricorse al già collaudato sistema di richiedere al re una proroga della sessione parlamentare, mettendo in quarantena il parlamento.
Ma stavolta lo stratagemma autoritario non poteva reggere a lungo. Crispi inviò al generale Baratieri un brusco messaggio di esortazione a darsi da fare per risolvere vittoriosamente la guerra. Timoroso di essere sostituito, Baratieri forzò la situazione per obbedire a Crispi e portò le truppe italiane alla clamorosa sconfitta di Adua.
Crollava in quel disastro militare il sogno di grande potenza cullato dalla borghesia italiana. Un’opinione pubblica delusa – che aveva perdonato a Crispi il saccheggio di pubblico denaro ed era stata indulgente sui suoi deplorevoli comportamenti umani (persino, caso eccezionale, sulle sue corna) – non gli perdonò l’umiliazione di Adua. L’improvvisa frustrazione originata nel ceto medio italiano da quell’episodio inatteso fu probabilmente una di quelle ragioni che, a livello psicologico, spianarono la strada alle esasperazioni scioviniste in cui vent’anni dopo avrebbe trovato humus favorevole il fascismo.»

 Sergio Turone. “Corrotti e Corruttori”. Laterza, Bari 1984.

Movimenti delle brigate italiane in marcia verso Adua 

La mappa con la posizione ravvicinata (ed errata) delle colline

La mappa originale e totalmente inesatta fornita dal Comando ufficiale

Basandosi su una topografia inesatta e alcuni schizzi geografici tracciati a mano su un pezzo di carta, Baratieri divide la sua armata in quattro colonne, comandate dai generali Matteo Albertone, Giuseppe Arimondi, Vittorio Dabormida, Giuseppe Ellena che muove affiancato da Baratieri, divisi su tutto: nella marcia come nelle reciproche rivalità. Le colonne si muovono separatamente, seguendo coordinate sbagliate, si attestano su posizioni troppo distanti l’una dall’altra, e vengono attaccate singolarmente dagli abissini che a decine di migliaia sciamano sui reparti sparpagliati tra le colline intorno ad Adua.

Il generale Albertone mette il turbo ai suoi 4.000 uomini, pensando forse di partecipare ad una maratona, e stacca completamente le altre colonne di rinforzo, rimanendo coi fianchi scoperti e completamente isolato sull’Enda Chidane Meret, finché non viene investito da un assalto frontale di 30.000 guerrieri, che travolgono i suoi ascari dopo una valorosissima resistenza.
Il generale Dabormida viene sorpreso dall’attacco mentre fa colazione. Nel tentativo di soccorrere la brigata di Albertone, si infila in un vallone e viene massacrato insieme ai suoi soldati, sui quali si abbatte dall’alto una pioggia di piombo e zagaglie.
Il generale Arimondi resiste disperatamente con la sola copertura delle sue artiglierie fra il colle Rabbi Arienni ed il Monte Rajo. Nessuno dal comando di Baratieri si preoccupa di informarlo sul destino delle altre brigate, né di predisporre un qualche piano di ripiegamento con un minimo di copertura. Annientate le brigate Dabormida e Albertone, le armate del Negus travolgono gli uomini di Arimondi su ogni lato.
I generali Ellena e Baratieri, che pure guidano la riserva e sono attestati non troppo lontani dal Monte Rajo, dormono sette sonni da piedi e si rendono troppo tardi conto della catastrofe. Spezzettano ulteriormente i loro reparti in singole compagnie spedite a tappare le falle dello schieramento, ritrovandosi loro stessi accerchiati sul Rajo e riuscendo a stento a salvare la pelle.

Naturalmente, dinanzi alla sconfitta di Adua, non mancano le tesi complottiste… La vulgata assolutoria vuole che ci siano stati consiglieri militari francesi e strateghi russi (il fantomatico conte Leontieff) a guidare gli scioani del Negus Menelik II e a coordinare le manovre dei cavalieri Galla, inondati di armi modernissime (manco fosse il Giappone della Restaurazione Meiji) da sedicenti mercanti armeni, tali Sarkis e Terzian, e niente popò di meno che Arthur Rimbaud..!

Spesso la realtà è molto più semplice, specialmente se si considerano quali fulmini di guerra abbiano sempre rivestito gli alti comandi del Regio Esercito.
Ma noi, afflitti dalla Sindrome di Calimero, preferiamo giocare al solito vittimismo. E ci balocchiamo compiaciuti con le menate eroiche, costruite appositamente negli uffici della propaganda di guerra, a consolazione degli impettiti imbecilli che si commuovono giocando ai soldatini sulla poltrona di casa, convinti che una guerra sia la variante disordinata di una parata militare… e non uniformi lerce, latrine infette, rancio infame, tanfo di merda e sudore.

E così c’è chi, in attesa di nuove ed eroiche gesta, si consola con gli episodi edificanti:

C’è il tenente colonnello Merini, che pur ferito a morte, continua a spronare il suo battaglione di Alpini nel furore della battaglia.

Il sergente Pannocchia che muore aggrappato al suo pezzo d’artiglieria, trasformato in una sorta di feticcio erotico in anticipo sul cyberpunk, dal quale il povero sottufficiale mai e giammai vorrebbe separarsi, in pieno amplesso, pur invitato al distacco da un serafico ufficiale agghindato a parata che si aggira tra mucchi di cadaveri.

E il tenente Sacconi, con la divisa immacolata e perfettamente stirata, rigido e statico come un manichino, che in evidente paralisi cerca di brandire il suo fucile contro l’orda nera.

 Quello che mancano sono le fotografie reali della battaglia. Immagini vere. Questo perché in ogni tempo e luogo i soldati si mandano a calci verso il macello; disprezzati da vivi, si celabrano da morti giacché il rispetto è dovuto prima alla divisa e poi all’uomo.

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