Archivio per Re

L’ambiguo Pigmalione

Posted in A volte ritornano, Masters of Universe, Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , , , on 25 Maggio 2009 by Sendivogius

lolita  “Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. LO.LI.TA. Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita”.
(Vladimir Vladimirovic Nabokov, “Lolita”. Adelphi, Milano 1993)

Su come il Papi nazionale abbia conosciuto la sua Lolita non è dato sapere… 
E questo è strano, visto che papi Silvio è sempre così prodigo di notizie, soprattutto per quel che riguarda la sua vita privata, che si è già premurato di illustrare al popolo, tramite l’invio di book personali con la sua “storia italiana” in carta patinata. Servizio completo: una soap opera dai tempi della prima comunione ad oggi. Ecce HomoAbbiamo le sue foto al mare in versione macho, ma anche la variante chansonnier quando ‘papi’ era l’ugola d’oro da Love Boat. Tuttavia, le nostre preferite sono le immagini edulcorate di Re Silvio, viola mammola nel suo giardino, mentre sceglie i fiori in tenuta da necroforo. Oppure quando, fresco di “Family Day” e nelle vesti candeggiate a freddo del cattolico devoto, papi rende omaggio al papa, riservando al teutonico pontefice il suo miglior baciamano per signore. berlusconi_papa
Ma Silvio, oltre che Re, è innanzitutto ‘uomo’. E come tale non disdegna la carne. Meglio se giovane. Se poi si pensa a quanto papi ami declamare ai quattro venti le sue avventure galanti, una simile reticenza è ancora più insolita. Al riguardo, qualcosa potete leggere su La Repubblica del 24 Maggio, dove si racconta degli strani soggiorni a Villa Certosa, residenza assurta a maison royale dove l’Imperatore consuma i suoi ritiri, sempre attorniato da ninfette che popolano il gineceo sardo e, probabilmente, le fantasie erotiche del padrone.
Nella sua investitura imperiale, papi Silvio rinvigorisce i fasti delle migliori corti, quando pochi autocrati coronati si contendevano il potere assoluto, senza inutili suddivisioni, liberi dai condizionamenti di “assemblee pletoriche e addirittura controproducenti”.
Corpo e sangue della nazione, il sovrano è abnorme negli appetiti come nelle sue ambizioni. La potenza regale vive e si trasfigura nella stessa potenza sessuale dei Re, incontenibile come le pulsioni che ne agitano gli istinti. In questo, Re Silvio non è da meno. Semplicemente, nella sua veste imperiale, ripercorre i passi consumati dei munificenti principi rinascimentali, lungo lo stesso solco tracciato da Enrico VIII d’Inghilterra e da Luigi XIV di Francia. Ogni sovrano ha le sue cortigiane e tra esse sceglie le predilette. E ogni favorita dura quanto i capricci del volubile protettore. Luigi_XIV-Enrico_VIII
Sulla potenza amatoria di padron Silvio costituiscono ‘mistero di Fede’ (Emilio garantendo) le incredibili performance virili, che infuocherebbero le sue notti insonni di monarca in calore. Ambiguo Pigmalione di fresche fanciulle nel fiore degli anni, papi Silvio insegue forse l’antico desiderio del fiore proibito da seguire nella maturazione e cogliere in esclusiva, riservando le sue mature attenzioni a giovani protette da accudire e da guidare nel loro percorso formativo. Un’ossessione tutta provinciale, e molto senile, che si alimenta attorno alle mitologie sulla purezza virginale. Ossessionato dalle minorenni, nella sua satiriasi cerca e vede veline dappertutto: da Giorgia Meloni ad Emma Marcegaglia. Come se non bastasse, le tempeste testosteroniche di primavera devono aver sconvolto la mente del povero papi, a tal punto da non sostenere neanche più la finzione democratica che fin qui aveva (a fatica) mantenuto. In attesa dell’incoronazione finale, l’ultimo Imperatore parla apertamente di stravolgere la Costituzione a suo piacimento, di imbavagliare l’Informazione (almeno quel poco che ne resta), di ridurre il Parlamento in una dependance personale ad uso privato, di eliminare la Magistratura inquirente, di istituire milizie di partito per la ‘sicurezza nazionale’ e chiudere i lavoratori stranieri in campi di concentramento. Sbrodola sondaggi nordcoreani, grida ai brogli se perde le elezioni, e delira di non poter governare, pur avendo la più vasta maggioranza parlamentare mai ottenuta in Italia. E ancor non è felice.
Ciò naturalmente ci preoccupa e ci rattrista, così come le condizioni mentali dell’afflitto latin lover in overdose da Cialis.

“GRAZIE RAGAZZI!”

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 novembre 2008 by Sendivogius

 

90° Anniversario della Vittoria. L’ante-festival

 

mitraglieri-austriaci1 Pompata da una insolita grancassa mediatica nella sostanziale indifferenza generale, oggi si celebra la Giornata delle Forze Armate nonché il “90° Anniversario della Vittoria” dell’Italia monarchica e reazionaria alla I Guerra Mondiale.

Le celebrazioni, fortissimamente volute dal ministro La Russa, si trascineranno per ben tre giorni in una stucchevole sagra patriottarda di revanchismo nazionalista e di propaganda militare, annacquata (oltre che dalla pioggia) da una abbondante spruzzata di retorica istituzionale sulle virtù civiche e morali del buon soldato italiano. Ma la Grande Guerra non fu né popolare né condivisa se non nella coscrizione di massa e nella partecipazione coatta all’enorme mattanza.

A distanza di novant’anni ci si domanda che cosa sia diventata la memoria storica della Grande Guerra. Talora ridotta a pura commemorazione, col passare del tempo e con l’avvicendarsi delle generazioni essa rischia di svuotarsi e di tramandare al futuro soltanto un armamentario anacronistico di retorica, canzoni e miti controversi, spesso infondati storicamente.

  (Gianluca Cinelli, in Attualità della Grande Guerra. 2005 )

In un Paese che sembra impazzito, diamoli un po’ di numeri.

In tre anni e mezzo di guerra circa il 15% dei cittadini mobilitati vennero denunciati ai tribuni militari. Su circa 5 milioni e 200.000 italiani che furono mandati al fronte tra il 1915 e il 1918, ci furono 870.000 denunce:

§     470.000 Renitenti alla leva (in massima parte emigrati impossibilitati a rispondere alla precettazione di guerra)

L’ingente numero dei ricorsi e dei processi da doversi ancora tenere, a fronte di un esercito in via di smobilitazione, indusse a promulgare, il 2 settembre 1919, un’amnistia che interessò, oltre agli emigranti che man mano regolarizzarono la propria posizione presso le rispettive ambasciate, circa 370.000 persone. Furono 20.000 le persone non amnistiate perchè condannate per reati gravi o perchè giustiziate in precedenza.

§     189.425 Disertori

Alla rivolta i soldati erano indotti dalla profonda stanchezza per la guerra, dal senso della giustizia offeso e dalla disperazione. Soldati fuggiti dal fronte, una volta tratti in arresto e crollate le speranze di sfuggire a un destino di morte, diedero libero sfogo alla propria rabbia: «In trincea dovrebbero mandarci tutte le persone che vogliono la continuazione della guerra»

[Sentenza di morte emessa dal tribunale del VI corpo d’armata l’11 dicembre 1916] (B.Bianchi)

Si badi bene che per “diserzione” si intendeva anche l’allontanamento provvisorio, ma non autorizzato, del proprio reparto. “In maggioranza i soldati si allontanarono per ragioni familiari (oltre il 64%), le loro assenze furono brevi (il 52% si allontanò per non oltre 10 giorni), seguite da spontaneo rientro (61%). Si trattava quindi di soldati che non avevano intenzione di abbandonare definitivamente le file dell’esercito e che avevano fino ad allora tenuto buona e ottima condotta. Soprattutto tra i soldati settentrionali prevalsero le fughe brevissime (da 1 a 3 giorni), motivate dal desiderio di riabbracciare i congiunti prima di partire per il fronte.

Oltre alla punizione di disertori e fiancheggiatori (nel settembre 1917 a Stienta presso Rovigo la popolazione civile aggredì i Carabinieri delle compagnia di disciplina, a caccia di disertori, e li gettò nel canale), furono previste ritorsioni anche nei confronti dei famigliari, come la confisca dei beni e la privazione del sussidio per effetto della sola denuncia.

§     31.000 casi di “indisciplina”

In tempo di guerra […] soltanto le condanne capitali possono avere efficacia intimidatrice, ma nei processi contro molti imputati […] gli elementi di accusa sono spesso soltanto indiziari, e perciò i tribunali militari non possono – come sarebbe salutare – concludere con esemplari condanne a morte. E’ quindi vivamente da deplorare che l’attuale codice penale militare non conceda più, nei casi di gravi reati collettivi, la facoltà della decimazione dei reparti colpevoli, che era certamente il mezzo più efficace – in guerra – per tenere a freno i riottosi e salvaguardare la disciplina.

(Lettera del 14 gennaio 1916 del generale Cadorna, diretta a Salandra, il Presidente del Consiglio)

Bastava poco per finire davanti al plotone di esecuzione: un moto di rabbia, insubordinazione agli ordini, insulto ai superiori, ma anche un semplice atteggiamento di sfida, un tono irriverente o atteggiamenti scomposti (fumare in presenza di ufficiale; non salutare militarmente).

Alla fucilazione non si fece ricorso soltanto in situazioni estreme, ma anche per riaffermare i rapporti gerarchici: soldati indisciplinati e ribelli furono considerati elementi dannosi, da eliminare non soltanto dalle file dell’esercito, ma dalla convivenza sociale. Ne è un esempio il caso del soldato Paolo Arnoldi, fucilato il 22 agosto 1917. Dal rapporto informativo che accompagna la notifica della sua esecuzione si viene a sapere che era considerato indifferente, cinico, ribelle, privo di ogni sentimento e che «fu colta l’occasione per eliminarlo». Più volte ammonito, fu passato per le armi per essersi rifiutato di partecipare a una esercitazione e aver minacciato il suo superiore.

[“Relazione sulle decimazioni”, cit., all. 20. Invece di ricorrere alla denuncia a un tribunale militare, da parte del quale probabilmente si temeva un atto di clemenza, il soldato fu fucilato senza processo 48 ore dopo i fatti]  (B.Bianchi)

Le mancanze disciplinari dei soldati che furono freddati dai loro ufficiali non avevano un carattere di particolare gravità: «Non vado più avanti perché non ne posso più, non vado più avanti aspirante del cazzo», aveva gridato nel giugno 1917 un soldato durante una marcia verso le prime linee. Il soldato faceva parte di una pattuglia incaricata di un trasporto di cavalli di Frisia. Il cammino era faticoso e i cavalli si impigliavano continuamente nella vegetazione. All’altezza della terza linea di resistenza gli uomini in testa alla colonna si fermarono chiedendo qualche minuto di riposo. Al rifiuto dell’ufficiale esplose la rabbia del soldato, subito soffocata da un colpo partito dalla pistola dell’aspirante.

[“Relazione sulle decimazioni”, all. 13. Il soldato, Gregorio G., fu fucilato il 14 giugno 1917] (B.Bianchi)

la-grande-guerraNella migliore delle ipotesi, eventuali mancanze disciplinari come canzoni antimilitariste, lettere considerate disfattiste, o semplici atti di umana solidarietà col nemico, venivano considerate forme di follia. “In una ricognizione di pattuglia eseguita la notte della Vigilia di Natale potetti acciuffare una dozzina di austriaci che placidamente dormivano in una grotta […]. Ebbene detti soldati non erano uomini, ma scheletri, non mangiavano da due giorni per mancanza di pane. Intanto i miei soldati con sollecitudine offrirono loro delle pagnotte e alla vista di quel ben di Dio per loro, allegri presero la via delle nostre linee. Non dimenticherò mai in vita mia quei baci ricevuti dai nostri nemici. 

[Archivio ospedale psichiatrico di Treviso, cartella clinica 2865]

Persino il colonnello Douhet, capo del neonato spionaggio militare, fu condannato a un anno di reclusione per aver inviato una memoria critica al consiglio dei ministri circa l’operato dei generali. In pratica aveva comunicato con largo anticipo la preparazione dell’offensiva austriaca di Caporetto allo Stato Maggiore italiano, che semplicemente ignorò i dispacci.

§     15.000 denunce per autolesionismo o mutilazioni volontarie

Così alta era l’adesione e l’entusiasmo per questa “grande guerra patriottica sul campo del sacrificio e dell’onore” che gli autolesionisti si “sottoponevano alle torture più incredibili: gocce di acido muriatico nelle orecchie; iniezione di petrolio nella spina dorsale; timpani forati con chiodi; cecità procurate spalmandosi negli occhi secrezioni blenorragiche; ascessi ottenute con iniezioni sottocutanee di benzina, petrolio, piscio; mani mozzate con colpi di vanghetta o stritolate sotto grossi massi; colpi d’arma da fuoco sparati a bruciapelo sugli arti.  (Revelli)

§     8.500 denunce per “resa o sbandamento”

Cadorna “aveva fatto fucilare, nel corso delle decimazioni da lui ordinate, anche dei soldati che non si trovavano in zona di operazioni nei giorni in cui si erano verificati gli eventi per i quali erano stati condannati. Cadorna non aveva mai creduto doversi preoccupare troppo per le condizioni materiali dei suoi uomini.  (Mack Smith)

In condizioni normali, la truppa veniva stimolata all’assalto “con colpi di moschetto” alle spalle. I soldati italiani non avanzano contro il nemico allorché ne vien dato loro l’ordine dai superiori e occorre spingerli in avanti con il fucile e a ogni ostacolo si fermano e che egli dovette far fuoco sui soldati della sua compagnia.

[Tribunale supremo (ts), Atti diversi (ad), Processi ufficiali]

 1916-milizia-terrle-con-fucile-vetterli

Le condanne a morte furono 4028, quelle all’ergastolo più di 15 mila.

Per quanto riguarda le pene capitali emesse esse furono, secondo fonti dell’ufficio statistico del ministero della guerra, 1.066 più altre 3.000 in contumacia, ma non tutte fortunatamente vennero eseguite e quindi il numero delle fucilazioni scende a 750. Si tratta di dati ufficiali che non tengono conto però delle esecuzioni sommarie eseguite in zona di guerra dai graduati e dai Carabinieri, pertanto non si potrà mai giungere ad un computo definitivo degli uccisi: si pensi al barbaro metodo del sorteggio, tramite il quale venivano scelti i fucilandi per reprimere i reati di natura collettiva. (Forcella-Monticone)

L’Italia perse nella guerra oltre 600.000 uomini “in un enorme spreco di energie e di risorse naturali in cambio di poche soddisfazioni e molte amarezze (…) Un complotto tramato da Salandra con la complicità del re (…) avrebbe condotto l’Italia a 25 anni di rivoluzioni e tirannia.(Mack Smith)

 

Ministro La Russa, che cazzo c’è da ringraziare?!?

Bibliografia essenziale:

BIANCHI Bruna “La follia e la fuga. Nevrosi di guerra, diserzione e disobbedienza nell’esercito italiano 1915-1918. Bulzoni; Roma  2001.

FORCELLA Enzo, MONTICONE Alberto; “Plotone d’esecuzione. I processi della prima Guerra Mondiale”. Laterza; Bari 1968.

ISNENGHI Mario, “Il mito della Grande Guerra”. Il Mulino; Bologna 1979.

MACK SMITH Denis, “Storia d’Italia 1861-1969.  Laterza; Bari 1987.

REVELLI Nuto, “Il mondo dei vinti”. Einaudi; Torino 1977.