Archivio per PSI

Balla con Lupi

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 marzo 2015 by Sendivogius

Balla coi Lupi - di Edoardo BaraldiFinalmente, a dodici mesi dall’insediamento abusivo del Bullo di Firenze tra gli arazzi di Palazzo Chigi, è diventato chiarissimo cosa questi intendesse per “rottamazione”… Finché era funzionale alla sua guerra di potere, per scalare i vertici del partito bestemmia, FUORI DAI COGLIONI‘asfaltare’ i rivali interni, e distribuire il maggior numero possibile di poltrone tra gli amichetti belli della parrocchietta, la rottamazione (o meglio: la rappresentazione mediatica della stessa) andava benissimo. Era il feticcio scenico del nuovo che avanzava a colpi di tweet, affinché il Bambino Matteo potesse ottenere il suo balocco di governo e giocare al grande statista. Ovviamente, il processo di demolizione selettiva non riguardava le legioni di cacicchi democristiani, i ras locali del vecchio craxismo rampante, le gang dei boiardi parastatali… tutti confluiti in massa alla corte del piccolo principe rignanese, dopo aver pagato il biglietto di ingresso a palazzo, versando l’obolo alla Leopolda.
Matteo Renzi a Leopolda 13Come uno spurgo fognario intasato per eccesso di riflussi solidi, certi avanzi di nuovo ritornano sempre a galla in tutta la loro inconfondibile fragranza (pura eau de merde). Si tratta dello stesso percolato tossico a prova di smaltimento, che cola fuori dai “salotti che contano” ed olia da sempre gli ingranaggi che muovono gli appalti all’ombra della peggiore politica di cosca e di governo.
In fondo bisognava “stabilizzare” il Paese all’insegna della continuità, in una repubblica fondata sul latrocinio e rassicurare Insaccato fiorentinogli azionisti di riferimento del nuovo esecutivo. Specialmente adesso che Renzi il Secco ha imbullonato il suo trasbordante deretano tra gli scranni di governo su mandato confindustriale, riportando il mondo del lavoro all’anno zero dei diritti con la riduzione crescente delle tutele; ha riabilitato il papi della patria ed insieme stuprato la Costituzione; ha umiliato la magistratura e varato norme ridicole sulla corruzione. Era il sogno proibito di una generazione di giovani vecchi cresciuti all’ombra del berlusconismo, che scalpitava per avere il suo posto a tavola.
AngelinoSarà per questo che l’abominevole “governo del cambiamento”, tra le nullità assortite della sua incompetenza, nel nome del più rivoluzionario ricambio generazionale, si regge su solidi pilastri dalla dirompente novità, come Angelino Alfano (il collezionista di figure di merda), Gaetano Quagliariello (integralista clericale del pensiero reazionario) Fabrizio Cicchitto (tessera P2 n.2232) Liberthalia - Suor CarlaMaurizio Sacconi, Carlo Giovanardi e tutti gli altri papiminkia trasmigrati in cerca di uno stabile ricollocamento, insieme alle bande assortite di ex-socialisti passati dal PSI di Bettino Craxi ai voraci elemosieri di CL (Corruzione e Lottizzazione) folgorati sulla via del capitale. E, dopo decenni di attività, tutti conservano la stessa freschezza di una mutanda usata, ma indossata come nuova. ToiletteA riguardo, deve rientrare nel processo di rinnovamento, all’insegna della più severa meritocrazia, affidare ad un Maurizio Lupi il ministero delle Infrastrutture e dei Lavori pubblici.
mariangela-lupiIl fatto poi che il gemello brutto di Mariangela Fantozzi basti da solo ad inceppare il grande gioco della house of cards renziana, la dice lunga sulla caratura politica del Bambinello di Rignano e sull’insipienza dei suoi presunti avversari.house-of-cards
Alitalia: Lupi, novità? 'C'è posta per te' La nomina di Lupi a ministro delle Infrastrutture è stata di sicuro una scelta tra le più felici: come affidare il pollaio ad un branco di faine, specialmente quando ci si avvale dell’indubbia esperienza di un Ercole Incalza (14 procedimenti penali a carico e una sequela di assoluzioni o archiviazioni per “intervenuta prescrizione”), che per la bisogna ricorre ad uno staff collaudato di La lobby di diofigli d’arte (Giovanni Paolo Gasperi, Pasquale Trane, Giovanni Li Calzi, Stefano Perotti), i genitori dei quali hanno fatto la storia della tangente nella Prima Repubblica, dalle Autostrade alla mitologica Cassa del Mezzogiorno. Per questo, come in una successione dinastica, hanno potuto continuare l’attività avita a carico delle casse erariali, potendo contare su una apposita “struttura di missione” confezionata alla scopo, in un connubio trasversale che unisce i compagni di merende agli integralisti del catto-capitalismo della Cosa Loro - Manifestolibrifamelica Compagnia delle Opere. Come ai bei tempi del Pentapartito, proprio come avveniva nella tradizione felice di democristiana memoria, dalle mazzette della TAV alla spartizione degli appalti gonfiati all’EXPO milanese, dallo scempio del Mose di Venezia agli scandali di “Mafia Capitale”, il partito bestemmia ha sempre un posto in prima fila, da condividere insieme ai suoi più navigati compari di greppia e di governo, raccattati alla propria destra per un pugno di voti al senato. Il processo di “normalizzazione” istituzionale può dunque definirsi completo. Rubano esattamente come e più degli altri, ma in grazia di dio.

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Il Divo Giulio

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 maggio 2013 by Sendivogius

Tracciare un profilo minimo ma esauriente sul fu Giulio Andreotti, brachiosauro della prima repubblica, sopravvissuto all’evoluzione della specie, dopo mezzo secolo di titanismo democristiano, non è semplicemente impossibile… È inutile. Perché il divo Giulio, che il potere più che viverlo lo ha incarnato nella sua stessa essenza, più che per i suoi motti di spirito con le sue battute salaci e l’eccezionale carriera politica, resterà per sempre famoso non per le sue parole, ma per i suoi silenzi. Più che i suoi motti di spirito dalla battuta salace, più che l’eccezionale carriera politica, ad essere ricordato sarà il silenzio assordante di mille parole non dette, i segreti mai svelati, le verità negate e sempre occultate, gli arcani di un sottobosco di potere occulto e pervasivo dove ogni mezzo giustificava il fine: la supremazia politica della DC (e soprattutto della sua corrente politica) identificata col bene supremo dello Stato.

Paradossalmente, la scomparsa del divino Giulio avviene in concomitanza con la rinascita di una nuova Democrazia Cristiana, o quantomeno con ciò che più le rassomiglia dopo due decadi di ibridazione, sulla scia di un nuovo compromesso che si vorrebbe “storico”, ma che è solo la squallida riedizione dell’antico trasformismo italico, ispirato alle liturgie curiali dei rituali neo-consociativi per la preservazione del potere nella sua spartizione allargata.
L’eredità di Andreotti, di quello che l’uomo (volente o nolente) rappresentato, oggi è più viva che mai. Come la fenice rinasce dalle ceneri e dalle sue miserie per incistarsi tra coloro che di quell’antico ordine precostituito furono gli eredi, le vittime, i complici, i carnefici…
In questa prospettiva, sulla scia di altre larghe intese: quelle cominciate nel 1976 (e delle quali il Governo Letta è un surrogato diretto) sotto il cosiddetto governo di solidarietà nazionale: monocolore democristiano, con Giulio Andreotti al suo terzo incarico come presidente del consiglio (1976-1978), che culminò con l’assassinio di Aldo Moro e l’inizio di una crisi inarrestabile della Sinistra italiana, con la scomparsa di una vera opposizione parlamentare.
Dunque, per un’epoca mai chiusa e che ogni volta ritorna vivificata sotto mutate forme nell’aspetto grottesco e mostruoso dei revenants, se si vuole davvero tracciare un ritratto politico di Andreotti e di una classe dirigente eterna nei suoi vizi (e le sue miserie), l’immobilismo scambiato per fermezza, la preservazione del ‘potere’ nella sua immutabilità, quale miglior necrologio delle lettere che Aldo Moro inviò dalla suaprigione del popolo, prima di essere assassinato dalle Brigate rosse?

Lettera al Partito della Democrazia Cristiana
  (recapitata il 28 aprile 1978)

Dopo la mia lettera comparsa in risposta ad alcune ambigue, disorganiche, ma sostanzialmente negative posizioni della D.C. sul mio caso, non è accaduto niente. Non che non ci fosse materia da discutere. Ce n’era tanta. Mancava invece al Partito, al suo segretario, ai suoi esponenti il coraggio civile di aprire un dibattito sul tema proposto che è quello della salvezza della mia vita e delle condizioni per conseguirla in un quadro equilibrato. E’ vero: io sono prigioniero e non sono in uno stato d’animo lieto. Ma non ho subito nessuna coercizione, non sono drogato, scrivo con il mio stile per brutto che sia, ho la mia solita calligrafia. Ma sono, si dice, un altro e non merito di essere preso sul serio. Allora ai miei argomenti neppure si risponde. E se io faccio l’onesta domanda che si riunisca la direzione o altro organo costituzionale del partito, perché sono in gioco la vita di un uomo e la sorte della sua famiglia, si continua invece in degradanti conciliaboli, che significano paura del dibattito, paura della verità, paura di firmare col proprio nome una condanna a morte.
[…]
E’ nella D.C. dove non si affrontano con coraggio i problemi. E, nel caso che mi riguarda, è la mia condanna a morte, sostanzialmente avvallata dalla D.C., la quale arroccata sui suoi discutibili principi, nulla fa per evitare che un uomo, chiunque egli sia, ma poi un suo esponente di prestigio, un militante fedele, sia condotto a morte. Un uomo che aveva chiuso la sua carriera con la sincera rinuncia a presiedere il governo, ed è stato letteralmente strappato da Zaccagnini (e dai suoi amici tanto abilmente calcolatori) dal suo posto di pura riflessione e di studio, per assumere l’equivoca veste di Presidente del Partito, per il quale non esisteva un adeguato ufficio nel contesto di Piazza del Gesù. Sono più volte che chiedo a Zaccagnini di collocarsi lui idealmente al posto ch’egli mi ha obbligato ad occupare. Ma egli si limita a dare assicurazioni al Presidente del Consiglio che tutto sarà fatto come egli desidera.
E che dire dell’On. Piccoli, il quale ha dichiarato, secondo quanto leggo da qualche parte, che se io mi trovassi al suo posto (per così dire libero, comodo, a Piazza ad esempio, del Gesù), direi le cose che egli dice e non quelle che dico stando qui. Se la situazione non fosse (e mi limito nel dire) così difficile, così drammatica quale essa è, vorrei ben vedere che cosa direbbe al mio posto l’On. Piccoli. Per parte sua ho detto e documentato che le cose che dico oggi le ho dette in passato in condizioni del tutto oggettive. E’ possibile che non vi sia una riunione statutaria e formale, quale che ne sia l’esito? Possibile che non vi siano dei coraggiosi che la chiedono, come io la chiedo con piena lucidità di mente? Centinaia di parlamentari volevano votare contro il Governo. Ed ora nessuno si pone un problema di coscienza? E ciò con la comoda scusa che io sono un prigioniero. Si deprecano i lager, ma come si tratta, civilmente, un prigioniero, che ha solo un vincolo esterno, ma l’intelletto lucido? Chiedo a Craxi, se questo è giusto. Chiedo al mio partito, ai tanti fedelissimi delle ore liete, se questo è ammissibile. Se altre riunioni formali non le si vuol fare, ebbene io ho il potere di convocare per data conveniente e urgente il Consiglio Nazionale avendo per oggetto il tema circa i modi per rimuovere gli impedimenti del suo Presidente. Così stabilendo, delego a presiederlo l’On. Riccardo Misasi.
E’ noto che i gravissimi problemi della mia famiglia sono la ragione fondamentale della mia lotta contro la morte. In tanti anni e in tante vicende i desideri sono caduti e lo spirito si è purificato. E, pur con le mie tante colpe, credo di aver vissuto con generosità nascoste e delicate intenzioni. Muoio, se così deciderà il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana e nell’amore immenso per una famiglia esemplare che io adoro e spero di vigilare dall’alto dei cieli. Proprio ieri ho letto la tenera lettera di amore di mia moglie, dei miei figli, dell’amatissimo nipotino, dell’altro che non vedrò. La pietà di chi mi recava la lettera ha escluso i contorni che dicevano la mia condanna, se non avverrà il miracolo del ritorno della D.C. a se stessa e la sua assunzione di responsabilità. Ma questo bagno di sangue non andrà bene né per Zaccagnini, né per Andreotti né per la D.C. né per il paese. Ciascuno porterà la sua responsabilità.
Io non desidero intorno a me, lo ripeto, gli uomini del potere. Voglio vicino a me coloro che mi hanno amato davvero e continueranno ad amarmi e pregare per me. Se tutto questo è deciso, sia fatta la volontà di Dio. Ma nessun responsabile si nasconda dietro l’adempimento di un presunto dovere. Le cose saranno chiare, saranno chiare presto.

  [Testo integrale QUI]

Andreotti ed i notabili democristiani

Lettera a Giulio Andreotti,
Presidente del Consiglio dei Ministri
  (recapitata il 29 aprile)

Caro Presidente,
so bene che ormai il problema, nelle sue massime componenti, è nelle tue mani e tu ne porti altissima responsabilità. Non sto a descriverti la mia condizione e le mie prospettive. Posso solo dirti la mia certezza che questa nuova fase politica, se comincia con un bagno di sangue e specie in contraddizione con un chiaro orientamento umanitario dei socialisti, non è apportatrice di bene né per il Paese né per il Governo. La lacerazione ne resterà insanabile. Nessuna unità nella sequela delle azioni e reazioni sarà più ricomponibile. Con ciò vorrei invitarti a realizzare quel che si ha da fare nel poco tempo disponibile. Contare su un logoramento psicologico, perché son certo che tu, nella tua intelligenza, lo escludi, sarebbe un drammatico errore.
Quando ho concorso alla tua designazione e l’ho tenuta malgrado alcune opposizioni, speravo di darti un aiuto sostanzioso, onesto e sincero. Quel che posso fare, nelle presenti circostanze, è di beneaugurare al tuo sforzo e seguirlo con simpatia sulla base di una decisione che esprima il tuo spirito umanitario, il tuo animo fraterno, il tuo rispetto per la mia disgraziata famiglia.
Quanto ai timori di crisi, a parte la significativa posizione socialista cui non manca di guardare la D.C., è difficile pensare che il PCI voglia disperdere quello che ha raccolto con tante forzature.
Che Iddio ti illumini e ti benedica e ti faccia tramite dell’unica cosa che conti per me, non la carriera cioè, ma la famiglia.
Grazie e cordialmente tuo
Aldo Moro

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Quelle strane coincidenze…

Posted in A volte ritornano, Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 ottobre 2012 by Sendivogius

Se c’è una cosa che col tempo abbiamo imparato ad apprezzare in Antonio Di Pietro, è lo straordinario intuito col quale seleziona i suoi candidati e lo conduce inesorabilmente a scegliere le persone sbagliate. In questo, pare che disponga di un talento tutto particolare, raffinato negli anni attraverso la pratica reiterata.
 Non sappiamo come andrà a finire (né ce ne potrebbe fregar di meno) la deprimente vicenda di Vincenzo Maruccio: l’enfant prodige alla Regione Lazio, lanciato in una carriera fulminante che sembrava aver bruciato tutte le tappe e conclusa nel peggiore dei modi.
Sarebbe piuttosto curioso conoscere i requisiti di valutazione, con i quali vengono scremati certi curricula. Sembra trattarsi di un problema comune a tutti i partiti (e ora ‘movimenti’) di natura proprietaria, dove il giudizio del ‘Capo’, prima ancora di essere insindacabile, è soprattutto insondabile.
Personaggi come Maruccio non vengono su dal nulla. Meno che mai in un paese immobile e gerontocratico come l’Italia, dove si diventa maggiorenni a cinquant’anni e si vive una seconda giovinezza a settanta. Un Paese dove dietro al rampantismo di ogni ‘giovane di successo’ c’è sempre un vecchio mentore, con le opportune entrature nei salotti giusti ed i fili del burattino in mano…
A 23 anni, fresco di laurea in giurisprudenza, conseguita presso la cattolicissima università LUMSA, il misconosciuto Vincenzino è già “dirigente” nazionale dell’Italia dei Valori.
Non ancora trentunenne, viene nominato Assessore alla Regione Lazio con delega alla Tutela dei Consumatori ed alla Semplificazione Amministrativa (13/02/09) nella giunta regionale di Piero Marrazzo, su indicazione diretta del partito per volontà di Antonio Di Pietro. Superfluo dire che il giovane avvocato calabrese non solo non è stato eletto, ma nemmeno si è presentato alle elezioni regionali (del Lazio). Tempo pochi mesi, viene promosso “Assessore ai Lavori Pubblici ed alle Infrastrutture”. Si tratta di un incarico delicatissimo, che richiederebbe un minimo di esperienza, in considerazione del mare di squali in cui si deve nuotare. Tanto per dire, è il periodo in cui Angelo Balducci, ricopre il ruolo di Presidente generale del Consiglio Superiore per i Lavori Pubblici, dopo essere stato Direttore Generale del Servizio Integrato Infrastrutture del Lazio, e dal 2006 Commissario Straordinario per i mondiali di nuoto “Roma 2009”.
Nel 2010, cambio di giunta regionale. Vincenzo Maruccio, coi suoi 8.000 voti, è il primo degli eletti in quota IdV. Diventa capogruppo dell’Italia dei Valori nel Consiglio Regionale del Lazio, tesoriere unico del partito e membro della Commissione Bilancio alla regione, quindi segretario generale dell’IdV per il Lazio, prima del catastrofico epilogo: indagato per peculato, sospettato di riciclaggio, costretto alle immediate dimissioni dal partito.

Dimmi con chi vai e ti dirò che sei
 Negli anni gloriosi della sua attività politica, l’on. Maruccio si distingue per una indefessa attività contro i furbetti di tutte le cricche. In concreto, di fatti se ne vedono assai pochini; in compenso, le parole e le promesse abbondano, con un premio alle buone intenzioni. Poi certo c’è l’immancabile discrepanza tra ciò che si predica e quello che si pratica, nell’incolmabile separazione tra pensiero e azione…
In merito alla scandalosa gestione dei fondi regionali per le spese di partito [QUI], alla fine di settembre ’12, quando finalmente si decide di correre ai ripari e chiudere le porte a stalle ormai vuote, il solerte Vincenzino rilascia insieme al suo collega Claudio Bucci una dichiarazione congiunta:

Accogliamo con grande piacere la proposta del presidente Abbruzzese, in merito ai tagli da operare sulle spese del consiglio regionale del Lazio. Si tratta di un atto di responsabilità nei confronti dei cittadini della regioni su cui, inevitabilmente, grava la spesa regionale.

Mario Abbruzzese (PdL) è il presidente dell’assemblea regionale, che ha moltiplicato i pani ed i pesci elevando a dismisura i rimborsi spese ed i finanziamenti pubblici ai partiti (da 500.000 a 15 milioni di euro), tramite un contestatissimo emendamento, introdotto in fretta e furia nelle legge di bilancio regionale del 2010.
Peccato che l’accoppiata moralizzatrice dei (porta)valori abbia ritenuto superfluo ricordare come l’aumento dei fondi sia passato anche grazie al voto favorevole di Vincenzo Maruccio (membro della Commissione Bilancio) ed il consigliere Claudio Bucci (membro dell’Ufficio di Presidenza), nonostante la direttiva ufficiale dell’IdV fosse quella di votare NO.
Claudio Bucci è un ex Forza Italia, transitato per le imperscrutabili vie della politica all’Italia dei Valori. Per rendere l’idea del personaggio, è uno che da almeno cinque anni riutilizza sempre la stessa foto, evidentemente buona per tutte le occasioni… Questioni di coerenza!

Vincenzo Maruccio sembra invece più fedele al primo amore. In concomitanza con la ascesa politica, entra nello studio dell’avv. Sergio Scicchitano, esperto in diritto societario e in particolare nel ramo fallimentare.
Calabrese pure lui (è nato a Isca sullo Ionio il 17/09/1955), Scicchitano è stato avvocato personale di Antonio Di Pietro e costituisce un pezzo pregiato dell’Italia dei Valori. Dopo aver tentato invano la carriera politica, senza riuscire mai ad essere eletto, si consola occupando ininterrottamente tutta una serie di incarichi amministrativi, preferibilmente in aziende a controllo pubblico, sotto i buoni auspici del partito.

Soprattutto, l’avv. Scicchitano è una presenza fissa nei collegi arbitrali, incaricati delle liquidazioni fallimentari per conto del Tribunale di Roma. Si tratta di incarichi eccezionalmente retribuiti e di solito appannaggio di una ‘casta’ di burocrati, ben inserita nei gangli della pubblica amministrazione. Una fonte di spesa che incide notevolmente sulle finanze dello Stato e mai lontanamente presa in considerazione dalle “riforme epocali” dei tecnocrati montiani, che tutto tagliano (ai redditi minimi) ma nulla tolgono agli appannaggi esclusivi di ‘classe’ (la loro). A suo tempo, ne parlò persino un accorato articolo del Corriere della Sera: QUI.
Per conto della IdV, è Presidente nazionale di Garanzia e, in quanto preposto all’Ufficio Esecutivo regionale, è l’uomo che sceglie e predispone la lista dei candidati da presentare alle elezioni nel Lazio.
Nel 2001 l’ex sindaco di Roma, Walter Veltroni, lo nomina Presidente della Commissione anti-usura per conto della “Federazione internazionale dei diritti dell’uomo” (?).
Nel 2002 diventa Delegato per la tutela dei Diritti dei Consumatori e degli Utenti, nell’ambito della quale si occupa anche di nuove tecnologie digitali e banda larga. Interpellato sulla pessima copertura ADSL della capitale d’Italia, a fronte di tariffe troppo care, l’avv. Scicchitano concentra le sue preoccupazioni sul “rischio del tecnoautismo e la dipendenza da web”, focalizzando subito l’attenzione sui veri problemi, insiti nell’occulta minaccia di un internet veloce e accessibile a tutti.
Nel Luglio del 2006, Antonio Di Pietro, all’epoca titolare del dicastero per i Lavori Pubblici nel Governo Prodi, se lo porta con sé al ministero e lo nomina consigliere d’amministrazione dell’ANAS, dove rimane per tre anni.
Contemporaneamente (Aprile 2006) Sergio Scicchitano è anche presidente della LazioService: controllata pubblica e società tuttofare che si occupa dei servizi regionali e inserimento lavorativo (portierato e servizi ausiliari). In pratica si tratta di un carrozzone clientelare di collocamento politico, istituita dalla giunta Storace nel 2001 e mantenuta da tutte le amministrazioni successive, lievitando fino a 1.400 dipendenti con mansioni tutt’altro che definite.
Le fortune dell’avv. Scicchitano conoscono una brusca battuta d’arresto nel Giugno 2011, quando suo malgrado viene costretto alle dimissioni, in occasione dello scandalo che coinvolge alcuni dei più ‘blasonati’ nomi dell’imprenditoria capitolina e che ruota attorno alla maxi truffa dell’ex presidente della Confcommercio di Roma: il commercialista Cesare Pambianchi [QUI]

Cesare Pambianchi, insieme al suo sodale Carlo Mazzieri, è accusato di aver messo insieme un’associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio ed all’evasione fiscale, attraverso il diffuso giochino dei falsi rimborsi sui crediti IVA e la costituzione di società cartiera alla base della collaudata “truffa carosello” (che trovate anche QUI), sottraendo al Fisco qualcosa come 600 milioni di euro.
Tra le società che sembrerebbero coinvolte nella maxi-evasione ci sono anche vari marchi storici dell’arredamento come la Emmelunga e la Emmecinque, società del gruppo Aiazzone a sua volta risucchiato in un gigantesco crack:

Il rilancio del marchio e la nuova caduta

«Nel 2008 il marchio “Aiazzone” viene totalmente rilevato dall’industriale pugliese Renato Semeraro, che, insieme a Mete SpA della famiglia Borsano (Gian Mauro Borsano), “resuscitano” il marchio aprendo dapprima alcuni punti vendita nelle province di Torino e Milano, poi convertendo a insegna Aiazzone nel corso del 2009 la rete PerSempre Arredamenti e una parte della rete Emmelunga (acquistata nel 2009), con una presenza in gran parte delle regioni italiane.
Il 2009 e il 2010 sono anche caratterizzati da grossi problemi economici, finanziari, fiscali e da insurrezioni sindacali, dovute alla nuova gestione delle due famiglie (Borsano e Semeraro riunite nella società B&S S.p.A.).
Nel luglio 2010 Emmelunga e Aiazzone, marchi detenuti da B&S, Holding dell’Arredamento, Emmedue ed Emmecinque, vengono ceduti in affitto alla società torinese Panmedia.
Nel 2011 Emmelunga ed Aiazzone attraversano una grave situazione finanziaria tanto da non riuscire a rispettare i contratti di vendita con i clienti e non riuscendo ad onorare gli emolumenti ai dipendenti.
Dal marzo del 2011 il mobilificio, le cui filiali risultano chiuse “per inventario sino a nuova comunicazione”, ha smesso di effettuare consegne e ne è stata presentata istanza di fallimento da parte di fornitori e clienti. La procura di Torino apre contestualmente un’inchiesta; viene iscritto nel registro degli indagati anche il legale della B&S (l’ipotesi di reato è truffa). 
Al 21 marzo 2011 anche il sito aiazzone.it risultava non più raggiungibile.
Il 28 marzo 2011 Gian Mauro Borsano, Renato Semeraro e Giuseppe Gallo sono stati arrestati dalla Guardia di Finanza su mandato del gip Giovanni De Donato, in seguito alla richiesta dei pm Francesco Ciardi e Maria Francesca Loy della Procura della Repubblica di Roma, accusati di bancarotta distruttiva, fraudolenta e documentale, riciclaggio, sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, falsa presentazione di documentazione per accedere al concordato preventivo.
Borsano, Semeraro e Gallo avrebbero usato le società del Gruppo B&S (indebitate con il fisco per decine di milioni di euro) per effettuare fittizie cessioni di immobili e partecipazioni societarie, prelievi in contanti ed emissioni di fatture false a beneficio di nuove società appositamente costituite. In seguito, gli stessi indagati avrebbero ceduto in modo fraudolento la rappresentanza delle società del gruppo B&S ormai in crisi e svuotate di ogni bene, a trasferire, tramite un prestanome, la rappresentanza delle società in Bulgaria da cui sarebbe derivata la conseguente cancellazione dal registro delle imprese italiano per evitare la procedura difallimento avanzata dai creditori. Inoltre gli arrestati avrebbero presentato a tre diversi tribunali competenti per conto di alcune società del Gruppo, l’ammissione al concordato preventivo, allo scopo di evitare il fallimento, fornendo garanzie patrimoniali inesistenti e presentando carte false. Infine, per diversi anni, risulterebbero non versate imposte per alcune decine di milioni di euro, l’occultamento o la distruzione dei libri contabili delle aziende coinvolte. L’inchiesta, che conta un altro gruppo di indagati, non è ancora conclusa. Successivamente si è proceduto all’arresto dei protagonisti.
Il 2 Giugno del 2011 all’incirca duecento persone, con un centinaio di automezzi, scassinano un magazzino di mobili di Aiazzone, portandosi via tutto, smontando perfino parti dell’edificio. Si pensa che molti di coloro che l’hanno svuotato fossero clienti che avevano pagato merce che non hanno mai ricevuto oppure dipendenti che hanno mesi di stipendi arretrati. L’assalto è avvenuto nel magazzino Aiazzone di Pognano, dove già dal mese precedente si verificavano dei furti saltuari. Le duecento persone (soprattutto immigrati che vivono nei paesi intorno, ma anche qualche decina di bergamaschi) si sono date appuntamento alla stessa ora e sono arrivati sul posto con auto, furgoni, camioncini, anche qualche tir (alcuni di qualche noto corriere ma con il logo coperto da teli), hanno forzato la serratura e poi hanno cominciato a caricare tutto quello che hanno trovato.»

Curatore fallimentare della holding del Gruppo Aiazzone è (avete indovinato!) l’avv. Sergio Scicchitano il quale, minacciando querele contro tutto il mondo, improvvisamente si dimette da tutti gli incarichi, con una curiosa excusatio non petita:

«Non ho mai ricevuto alcun provvedimento di custodia cautelare. Sono stato coinvolto per una banale contestazione sulla mancata dichiarazione di un compenso relativo a una prestazione professionale, in merito alla quale ho fornito ampi chiarimenti documentali. Resto a disposizione per dare tutto il mio supporto per chiarire la mia posizione. Sono totalmente estraneo a qualunque tipo di “cricca”, non ho mai fatto l’imprenditore, essendo ciò incompatibile con la mia professione di avvocato, e non ho mai avuto rapporti professionali con Cesare Pambianchi e Carlo Mazzieri. Sono certo di dimostrare la mia estraneità

Nelle fattispecie, all’avv. Scicchitano viene contestata l’emissione di 6 fatture da 140.000 euro ciascuna, prodotte tra il Giugno ed il Nov. 2008 per conto della Società MINORal fine di evadere le imposte sul reddito e sull’IVA”. Come tengono a precisare i magistrati inquirenti.

«Non solo. Secondo gli atti depositati dalla Procura l’ex tesoriere dell’Idv, che sarà presto ascoltato dai pm dell’inchiesta su Maruccio, avrebbe versato sul conto corrente della madre di Scicchitano assegni per un importo complessivo di 1 milione e 100mila euro. Successivamente una cifra molto vicina, 1 milione e 52 mila euro, il 12 maggio 2010 è stata versato dalla donna su un altro conto “appositamente acceso” in favore del figlio.»

Paolo Broccacci
La Repubblica
(13/10/2012)

Sulla vicenda, e senza troppi peli sulla lingua, ci vanno giù in modo particolarmente duro i cronisti di Okroma.it, quotidiano on line, estrapolando dagli atti dell’inchiesta in corso, senza alcun beneficio del dubbio.
Noi ci limitiamo unicamente a riportare testuale:

«“Al fine di evadere le imposte, avvalendosi delle fatture false per operazioni insistenti emesse dalla società Minor spa, indicava nelle prescritte dichiarazioni annuali passivi fittizi per un importo di un milione e 120mila euro oltre Iva”. Il tutto, fino a ottobre 2009. Che più o meno è il periodo in cui incassò la nomina alla presidenza di Lazio Service (fino al 2012). Scrivono i pm che Sergio Scicchitano, “avvocato di successo del foro romano” come si legge nel suo curriculum istituzionale, avrebbe favorito con un sistema di false fatturazioni un pagamento in nero, sotto forma di immobile, effettuato dalla Citiesse allo studio Mazzieri&Pambianchi.
Un’operazione complessa, con decine e decine di assegni di importo “sotto soglia”, cioè da dodicimila euro (per sfuggire al controllo antiriciclaggio), che alla fine sarebbe servita a ristrutturare la società del gruppo Di Veroli. Un’operazione talmente irregolare che per nasconderla meglio Scicchitano decise persino di far transitare i soldi sul conto personale di sua madre, anche se per pochissimo tempo. E negli ambienti si parla pure di una certa predisposizione dell’avvocato per operazioni siffatte: Scicchitano ha già posto in essere negli anni precedenti per ulteriori 2 milioni e trecentomila euro con altre società dello studio Mazzieri&Pambianchi, denominate Delta e Libra, anch’esse trasferite in Bulgaria, su cui si sta ancora indagando

“Sergio Scicchitano, l’uomo delle false fatturazioni”
 di Massimo Martinelli
 15 giugno 2011 – OkRoma.it

 Tanto per dire, nell’inchiesta è coinvolto anche Norberto Spinucci, ex tesoriere regionale (Lazio) dell’Italia dei Valori, sospettato di aver preso parte alla frode fiscale e contribuito alle operazioni di riciclaggio.
Più che altro, nel caso dell’avv. Scicchitano sono gli inconvenienti nei quali si incorre quando si gestiscono decine di fallimenti aziendali, dalla Cirio alla Federconsorzi: un incredibile bubbone di eredità fascista, che si trascina da mezzo secolo risucchiando risorse e ricchezze.
L’avv. Scicchitano è stato, naturalmente, anche liquidatore fallimentare della Federconsorzi su incarico del Ministero delle Attività Agricole. L’attività giudiziale del professionista è stata omaggiata da un rovente articolo su Panorama.itCertamente, si tratta dei frutti perversi di malelingue invidiose e intrise di veleno.

La Profana Trinità
 Dove c’è Vincenzo Maruccio, c’è Sergio Scicchitano (suo protettore e mentore). E dove c’è l’avv. Scicchitano di solito non manca Oscar Tortosa.
In circolazione da almeno trent’anni di indefessa attività, Oscar Tortosa è un antico protagonista della politica istituzionalizzata all’ombra del Campidoglio.
Classe 1942, laureato in Sociologia, un impiego come funzionario USL (il nome antico delle attuali “aziende sanitarie”), nasce socialista ma confluisce presto nei ranghi dei socialdemocratici, entrando a far parte del Comitato centrale del PSDI nel 1969. Nel 1982 diventa Assessore al Tecnologico nella giunta tutta di sinistra del sindaco comunista Ugo Vetere.
Ci dura poco, perché nell’agosto del 1985, convertito a più moderati fumi, confluisce con tutto il PSDI nella nuova giunta del democristiano Nicola Signorello, esponente di spicco della corrente andreottiana, denunciando il fallimento dell’area laica e socialista. Giusto il tempo per ottenere un nuovo incarico come assessore al Decentramento.
Quindi transita nella catastrofica giunta di Pietro Giubilo (1988-1989): creatura personale di Vittorio Sbardella (soprannominato Pompeo Magno, ma comunemente conosciuto come Lo Squalo). Giubilo è ricordato come uno dei peggiori sindaci che la città abbia mai avuto (dopo Alemanno), attualmente riciclato nelle fila dell’UDC che l’ha prontamente ricollocato con un incarico dirigenziale alla Regione Lazio.
Nel maggio 1988 Oscar Tortosa ritorna agli antichi amori socialisti, aderisce al “movimento di unità socialista” in seno al PSDI, confluendo con armi e bagagli nel PSI craxiano:

Confluiamo nel PSI, convinti dalla scelta di Craxi nella strada del socialismo riformista.

Tanto basta per riciclarlo nella successiva giunta ‘socialista’ dell’immarcescibile Franco Carraro (1987-1991), ottenendo stavolta la poltrona dell’assessorato al Commercio. Negli anni allegri della giunta Carraro, finisce sotto inchiesta per il mega-scandalo del consorzio Census
Nell’aprile del 1991 la giunta decide di censire l’immenso patrimonio immobiliare di proprietà del Comune, giacché l’Amministrazione non sa quanti e quali siano gli immobili in suo possesso (!). Il censimento viene affidato al consorzio privato Census (nel quale confluisce la Fisia, una compartecipata FIAT), per assegnazione diretta e senza alcuna gara d’appalto, alla modica cifra di 90 miliardi di lire più IVA (e siamo nel 1991!), nonostante altre imprese avessero dato la loro disponibilità per metà del prezzo.
Nell’aprile del 1993 (giusto due anni dopo) viene indagato per un presunto giro di tangenti all’ACEA (una delle principali municipalizzate), è condannato in primo grado e quindi prosciolto. A seguire con interesse le indagini dei magistrati romani, volte a stabilire un filo conduttore col filone milanese nell’ambito del finanziamento illecito al PSI, è il pm Antonio Di Pietro che in concomitanza coi primi arresti esterna tutto il suo entusiasmo [QUI].
Evidentemente, col tempo, il Tonino nazionale deve essersi ricreduto…
Con gli anni, Oscar Tortosa (e siamo entrati nel XXI secolo) diventa il discusso presidente dell’ex Opera Pia Asilo Savoia. Quindi riprende l’attività politica in qualità di “Responsabile per la Politica Interna” nel Movimento Nazionale Italia dei Diritti: un’entità federata con l’Italia dei Valori, della quale Tortosa diventa vice-segretario regionale per il Lazio, al fianco di Vincenzo Maruccio.
Ed il cerchio si chiude: Tortosa-Scicchitano-Maruccio, fino all’attuale scandalo dei fondi della regione Lazio, che per modalità ricorda molto il reato di reciclaggio: prelievi in contanti, triangolazioni di pagamenti su più conti correnti, con importi al di sotto della soglia di tracciabilità e quindi con passaggi difficili da ricostruire, causali inesistenti o volutamente ambigue, operazioni di giroconto tramite continui trasferimenti… Proprio come nella truffa di Pambianchi.

Insomma, tutto come da manuale. Niente da eccepire, fino a prova contraria, sull’onorata rispettabilità dei personaggi. Ma qualche diffidenza sarà pure lecita?

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I Risolutori

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , on 9 ottobre 2011 by Sendivogius

Lungi dall’attenuare i suoi morsi, la crisi economica e finanziaria continua a serrare le zanne nella carne viva di un corpo sociale già martoriato, tra la sostanziale indifferenza di un ceto politico sempre più distante ed apatico.
La cosiddetta “ripresa”, tanto evocata e mai decollata, assomiglia con ogni evidenza ad un miraggio lontano. Tutti gli indicatori di crescita viaggiano su stime presunte, drammaticamente proiettate al di sotto dell’1%. I consumi ristagnano, compressi da una politica dei redditi che blocca al ribasso i salari dei lavoratori dipendenti e restringe il potere d’acquisto delle retribuzioni medio-basse, con un mercato dei prezzi invariato quando non in rialzo.
In compenso, proprio sui ceti più deboli, e più esposti ai rigori della crisi, grava la quasi totalità degli oneri delle raffazzonate ‘manovre correttive’, che inefficaci si susseguono ormai a cadenza quindicinale.
In aggiunta, il crollo della produzione industriale e dei consumi, aggravate da un’assoluta assenza di prospettive e dalle speculazioni predatorie dei mercati finanziari, ha inciso sulla crescita della disoccupazione, con sacche fisiologiche di senza lavoro furbescamente definite (con un espediente tutto italiano) “inoccupati”, per non pesare sulle statistiche della disoccupazione che diversamente porrebbero l’Italia in cima alle peggiori stime europee.
Risultato inevitabile e naturale è la drastica diminuzione della domanda al consumo, con conseguente contrazione dell’offerta.
Ormai, anche nei settori che contano, si parla apertamente di “recessione” e di rischio stagflazione, con un copione che sembra ricalcare fedelmente i catastrofici passaggi che condussero alla cosiddetta Seconda Recessione del 1937: l’annus horribilis dell’economia globale, dopo la Grande Depressione del 1929.
Ogni paese ha fatto la sua (pessima) parte, con il suo buon carico di responsabilità.
Da noi, la storia parte da lontano e, con una peculiarità tutta italica, ha sempre gli stessi protagonisti perché, se gli anni passano, le facce restano. E non si sa bene se definirle di tolla o di altra più friabile consistenza, dall’inconfondibile odore…
Sostanzialmente, è colpa dei governi precedenti e si tratta di una pesante eredità che ci portiamo indietro dal passato, come non perde occasione di ricordare lo spocchioso minusterume berlusconiano insieme alla muta di pennivendoli da riporto…
Poiché non parliamo delle saghe sumeriche o dell’amministrazione hittita, sarà bene dare qualche riferimento ed un volto ad alcuni dei principali responsabili. Il pensiero corre inevitabile agli spensierati Anni ’80: l’era del craxismo e delle spese allegre; della finanza pubblica fuori controllo e delle assunzioni di massa nella P.A.
Sono gli anni felici che videro crescere il debito pubblico dal 70% al 118% (per inciso, lo stiamo pagando ancor oggi!) quando la stabilità di bilancio e la quadratura dei conti erano l’ultimo dei problemi… i tempi magici (e ripetibili) della “Milano da bere” e delle mazzette nelle mutande…
Nel 1983 il compianto “esule di Hammamet”, lo statista Bettino Craxi (grande sponsor e amico di papi Silvio) diventa presidente del consiglio, mentre un oscuro imprenditore brianzolo comincia la sua parabola ascendente all’ombra del garofano socialista…
 Con una serie di azzeccate manovre finanziarie, in quegli anni il debito pubblico schizza dai 234.000 miliardi di lire del 1984 ai 336.000 miliardi di lire nel 1985. Il principale relatore delle leggi di bilancio era Maurizio Sacconi, sottosegretario al Tesoro dal 28 luglio 1987 al 10 maggio 1994.
 Fortunatamente, ad affiancare Sacconi, in qualità di austero guardiano della stabilità di bilancio, c’è l’inflessibile Giulio Tremonti: collaboratore e consigliere economico presso il Ministero delle Finanze, nei vari governi susseguitisi dal 1979 al 1990. Nel 1994 diventa direttamente Ministro delle Finanze nel primo governo Berlusconi. E proprio nel decennio d’oro del berlusconismo di governo (2001-2011), ad eccezione delle parentesi virtuose dei famigerati governi Prodi, la spesa pubblica è aumentata del 45%, passando da 542 a 786 miliardi di euro nel 2009. Con un simile andazzo, nel mese di Luglio 2011 il debito pubblico dell’Italia ha infine raggiunto la cifra monstre di 1.911,807 miliardi di euro! I dati sono della Banca d’Italia
 Invece, a vagliare sulle assunzioni clientelari di massa nel pubblico impiego e vigilare sulla copertura economica c’è Renato Brunetta: anche lui consigliere economico di governo (fino al 1994) e responsabile delle strategie occupazionali e politica dei redditi presso il Ministero del Lavoro (dal 1983 al 1987). Non per niente, per il piccolino diventato col tempo ministro, i precari della P.A. sono l’Italia peggiore. Su tutti gli altri assunti garantisce lui.
Oggi li ritrovate tutti nella pornocrazia berlusconiana con posti di rilievo, insieme al resto della vecchia banda socialista (il piduista Cicchitto; Gaetano Quagliariello; Margherita Boniver; Gianni De Michelis…), mentre lievitano sopra uno strato di spocchia boriosa, vantandosi delle loro incredibili competenze. Quelli che “avevo previsto la crisi”… quelli che “vigilo sui conti”… quelli che “sono il terrore dei fannulloni”… quelli che “il mercato fa la selezione”… quelli che, se davvero esistesse la meritocrazia con cui vanno riempendosi la bocca, sarebbero già dovuti sprofondare seppelliti sotto tre metri di merda, invece di esibirsi come pavoni nel livore vendicativo che li corrode, verso un’umanità che si ostina a non riconoscerne la grandezza.
È singolare notare come a questi eccelsi figurini sia stata affidata la conduzione dell’attuale politica economica italiana, col compito di guidare il Paese fuori dalla crisi. Visti i precedenti, si può star certi che sarà un successo.

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