Archivio per Profitto

INDIANA (1)

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 agosto 2012 by Sendivogius

The Company

In totale naturalezza, Carl von Clausewitz affermava che la guerra fosse una naturale prosecuzione della politica. E tuttavia la famosa frase del generale prussiano è perfettamente sovrapponibile anche al mondo degli affari che, in tempi non lontani, ha interpretato l’espressione alla lettera, rimettendo la conquista di nuovi mercati alla canna dei fucili…
Più spesso si dimentica invece come la ‘guerra’ abbia costituito la condizione ideale dello stato minimo, meglio se di matrice liberale, che delega scelte e indirizzi all’iniziativa privata, limitandosi a tutelarne gli interessi economici nella compressione delle istanze sociali, in nome di quella ideologia economica (e politica) chiamata mercantilismo.
E se la “Società non esiste”, se lo ‘Stato’ è ridotto a mero guardiano dei diritti di proprietà, ne consegue che il fulcro di ogni potere risiede nella realtà economica, strutturata in holding company alimentate dai flussi del capitale finanziario.
In un siffatto contesto, la forma tipo è la corporation, nella quale lo Stato confluisce e si annulla in sostanziale identificazione. Peccato che una tecnostruttura economica, slegata dai principi di rappresentanza e funzionalità sociale, solitamente è immune dagli scrupoli e dalle ottemperanze costituzionali di un ordinamento democratico. E tutto si riduce ad una variabile dipendente dai rischi d’impresa. In tal senso, anche la guerra diventa un’opzione praticabile, ‘utile’ e finanche ‘giusta’, se presuppone un ritorno economico.
 Attualmente, è in corso una evoluzione o, se si preferisce, una regressione della visione sociale, attraverso una destrutturazione costante del pensiero politico. In quella rigidità emotiva da alienato anaffettivo, e che i media scambiano per “sobrietà”, il prof. Mario Monti è l’alfiere di una destrutturazione democratica in ambito continentale, che sotto il Pornocrate sarebbe stata impossibile. E da un potenziale narciso psicopatico siamo passati ad un sospetto sociopatico in paresi facciale. Il malcelato fastidio contro gli organismi rappresentativi, l’incredibile invettiva contro l’istituzione parlamentare (accolta in Italia con la più ovina accondiscendenza) sono i prodromi di una metamorfosi ben più profonda… È una forma mentis che, da verbo accademico, comincia a farsi carne e sostanza, grazie alla complicità e all’inerzia di una classe pseudo-politica in stato confusionale e prossima al completo disfacimento, in un condominio prigione dove la convivenza forzata sta per implodere nel caos.
In certo qual modo, la situazione odierna, con il costante declino di un sistema consolidato di garanzie, il protestarismo sterile, la perdita progressiva di ogni coscienza civile, ricorda un inquietante romanzo di James G. Ballard, il cui titolo originale è High Rise.
A livello storico, la prevalenza del potere economico sulla società, lo svuotamento dei poteri pubblici con la delega delle competenze, ricorda invece le grandi compagnie commerciali che a partire dal XVII si spartirono il mondo (frazionato in mercati), trasformando Stati e Governi in propri domini personali. A tutt’oggi, per longevità e onnipotenza, la storia della ‘Compagnia britannica delle Indie Orientali’ costituisce il caso unico di una società privata per capitali che volle farsi impero e per la bisogna si creò un esercito e si comprò un intero parlamento (inglese).

Un regno privato.
Costituita nell’ultimo giorno del 1600 su autorizzazione regia, la British East India Company (EIC), per quasi tre secoli, dominerà i mercati asiatici controllando le rotte commerciali dallo Stretto di Magellano al Capo di Buona Speranza, fino alla Malesia e la Cina. Assumerà il controllo diretto dei territori occupati, governando su milioni di individui. Eserciterà l’amministrazione della giustizia. Batterà moneta in proprio. Sarà la causa di rivoluzioni e guerre di indipendenza, dettando l’agenda di politica estera della Gran Bretagna.

Giunti in India attorno al 1608, gli agenti della Compagnia si aprono la strada con i cannoni delle loro navi, soprattutto ai danni dei portoghesi che dalla loro piazzaforte di Goa tentano di sbarrare invano la strada ai navigli inglesi. Quindi, con un’abile diplomazia e guerre vittoriose, la Compagnia toglie di mezzo i concorrenti europei: portoghesi, olandesi e francesi.
 Stabilito un primo presidio a Surat, sulla costa del Gujarat, la Compagnia si accorda con l’impero islamico dei Moghul, ottenendo una cospicua serie di privilegi in cambio di armi e aiuto militare. Soprattutto gli inviati della Compagnia riescono ad estendere la propria penetrazione commerciale anche nei territori del Bengala, a discapito degli interessi francesi, nonché a danno delle compagnie danesi e olandesi. Tramite una serie di trattative diplomatiche con la monarchia portoghese ed i sovrani Moghul, all’inizio del 1690 la Compagnia ha esteso il suo controllo anche a Bombay, Madras e Calcutta (Kolkata); cosa che le permette di intercettare il transito delle merci dal Mar Arabico al Golfo del Bengala.
 Per la difesa delle loro filiali e dei presidi commerciali, gli inglesi arruolano guardiani indigeni e mercenari occidentali (i brutali old toughs) che costituiranno il fulcro originario del Presidency Army della Compagnia, insieme ad una notevole flotta con armamento da battaglia, che i ‘presidenti’ della EIC non esitano ad usare a scopo intimidatorio e di rappresaglia, in vere e proprie campagne di guerra.
A tal proposito, a sottolineare come dietro a solidi principi di teoria economica si nascondano quasi sempre incredibili facce da culo, sarà il caso di ricordare sir Josiah Child. Direttore commerciale della EIC e tra i principali azionisti della Compagnia, Child è un pioniere nelle sviluppo della dottrina del libero scambio e delle moderne teorie monetarie. Sostiene la libera concorrenza, criticando aspramente l’intervento statale nell’economia e ogni forma di regolamentazione nella finanza. Peccato non si accorga che la ‘sua’ Compagnia agisca in regime di assoluto monopolio e possa godere di una serie di diritti esclusivi su concessione regia, che le assicurano un posizione dominante sul mercato soffocando ogni concorrenza.

 Insoddisfatto dei diritti commerciali concessi per decreto dall’imperatore Aurangzeb in Bengala, e dagli arbitri di alcuni governatori locali, sir Child scatenerà una vera e propria guerra (dal 1686 al 1690) contro i Moghul, mobilitando le truppe private della compagnia, inviando le navi della flotta a bombardare le città della costa bengalese e attaccando i convogli dei pellegrini diretti alla Mecca. In risposta, Child riceverà dall’esercito moghul una batosta umiliante; la revoca di molti dei diritti commerciali ottenuti; il pagamento di una pesantissima indennità di guerra; e soprattutto la pubblica umiliazione dei funzionari della Compagnia, costretti a prostrarsi ai piedi dell’imperatore e davanti a ghignanti dignitari francesi.
Aurangzeb, che si fa pomposamente chiamare “conquistatore del mondo”, è un fanatico integralista che dissanguerà il suo regno in una serie di guerre infinite contro le popolazioni pathan (i pashtun) dell’Afghanistan e i principi indù della confederazione Maratha. Feroce persecutore della comunità sikh, ne farà torturare e decapitare a migliaia.
Alla morte del feroce Aurangzeb nel 1707, l’Impero Moghul inizia un declino irreversibile, dilaniato da un continuo attrito di forze centrifughe che ne paralizzano l’azione in un’esistenza puramente formale. Nell’India frazionata in una miriade di feudi e piccoli regni, divisa in rissose confederazioni tra principati minori e in assenza di un governo centralizzato, indebolita dalle guerre tra regoli locali, dalle forti tasse che quasi ovunque opprimevano le popolazioni, dai governi incapaci e dal rallentamento nel commercio, l’espansione europea ha facile gioco. Perciò sarà assai facile per l’ambiziosa Compagnia delle Indie Orientali conquistarvi il predominio.

Il diritto delle genti.
 Per quanto riguarda i rapporti con le colonie francesi (e con l’omologa Compagnie française des Indes orientales), il territorio indiano diventa una sorta di prosecuzione asiatica delle guerre che in Europa oppongono le corone di Francia e Inghilterra, l’una contro l’altra armate: dapprima, nella “Guerra di Successione austriaca” (1741-1748) e poi nella “Guerra dei sette anni” (1756-1763).
Gli eserciti privati assicureranno alla Compagnia la supremazia nel controllo dell’India a discapito dei francesi, contro i quali combatteranno quasi ininterrottamente dal 1744 al 1763 (Guerre del Carnatico). Dovunque i francesi sostengono un principe indiano, gli inglesi riforniscono il suo rivale di armi, denaro, truppe e centri per l’addestramento militare. In questo modo, ne seguiva sempre una guerra locale e il vincitore rimaneva indebitato con i suoi sostenitori europei. In seguito, se non riusciva a soddisfare le richieste di diritti commerciali o fiscali, questi lo sostituivano con un governatore a loro scelta.
Le cose però non vanno sempre bene…
Nel 1756, gli agenti della Compagnia presenti a Calcutta, in previsione di un possibile attacco francese, iniziano ad ampliare e rinsaldare le difese di Fort William, costruito al tempo della guerra di Child contro i Moghul. Il principe Siraj ud-Daulah, giovanissimo nawab del Bengala che governa la città indiana, ordina l’immediata cessazione dei lavori non autorizzati, reputando le iniziative militari degli europei un’intollerabile interferenza al suo dominio. John Z. Holwell, che comanda la piccola guarnigione del forte, ignorerà completamente l’ordine del nawab indiano, che indignato assedia il forte con le sue truppe e costringe il presidio armato della EIC alla resa.

Siraj ud-Daulah, forse mal consigliato, fa rinchiudere tutti i prigionieri ed il personale occindentale presente in città dentro le famigerate prigioni del forte: una orrida fossa buia, conosciuta come “Black-Hole”. Non esistono misure certe sull’estensione della cella, né sul numero dei prigionieri rinchiusi. In proposito, circolano cifre assolutamente irrealistiche, con quasi 150 persone ammassate in circa 20 mq. Ad ogni modo, dopo neanche 24h di reclusione, a uscirne vivi furono solo in 23 su un numero di detenuti probabilmente vicino alle 64 unità.
Nel 1763 tutti i residenti britannici di Patna vengono giustiziati, per ordine del governatore moghul della città, Mir Qassim, che dopo essere stato estromesso dai commerci della Compagnia, pretendeva almeno il pagamento delle tasse dovute. Gli inglesi avevano pensato bene di introdurre clandestinamente carichi di armi in città, per armare una rivolta contro il governatore. Da qui la radicale soluzione al problema occidentale.
 Proprio questi “incidenti”, permetteranno alla Compagnia di consolidare il proprio dominio su tutto il Bengala ed estendere il proprio potere all’intero subcontinente indiano.
La conquista dell’India, ad opera di un esercito privato di dipendenti aziendali in armi, è in buona parte opera dei due generali-azionisti della compagnia, Hector Munro e Robert Clive: militari e manager a contratto per conto terzi. Entrambi contribuiranno ad organizzare e strutturare in maniera permanente l’esercito privato della EIC, perfettamente equipaggiato ed addestrato, che si rivelerà essere una formidabile macchina da guerra e di persuasione con migliaia di effettivi, arruolati tra gli indigeni (sepoy) ed europei di ogni nazione, regolarmente stipendiati dalla compagnia.
Robert Clive, con la vittoria alla Battaglia di Plassey (1757), ridurrà all’impotenza ogni velleità espansionistica dei non meno aggressivi francesi, alleati con i signorotti moghul del Bengala.
Hector Munro stroncherà l’ultima coalizione dei principi del Bengala alla Battaglia di Buxar (1764).


Ma a consolidare la supremazia britannica sui territori del Bengala, sarà la devastante carestia del 1770, sulla quale peraltro gli affaristi della EIC realizzarono enormi profitti, lucrando con i costi al rialzo sui generi alimentari di prima necessità.

Un’amministrazione equa.
 Sui metodi disciplinari e l’amministrazione della giustizia, gli ufficiali della EIC offrono subito un ottimo saggio sulla superiorità della civiltà occidentale, rispetto alla barbarie asiatica…
Tra le unità indigene (sepoy) di più antica formazione, inquadrate nell’esercito coloniale del Bengala, ci sono gli 820 fucilieri indiani del Lal Paltan, vestiti con la tipica giubba rossa (lal). Questa formazione costituirà il nucleo originario del futuro I° Bengal Native Infantry: i famosi fucilieri del Bengala. Arruolato nel 1757 dal maggiore-generale Robert Clive, è un reparto che si è fatto onore alla battaglia di Plassey.
Il 08/09/1764 nella località di Manji, i soldati bengalesi del Lal Paltan danno forse vita ad una delle prime rivendizioni salariali della storia militare moderna, chiedendo un aumento di paga attraverso l’attribuzione di una specie di bonus produttività (il batta). E nel farlo prendono in ostaggio i propri ufficiali, salvo ripensarci quasi subito. Il gen. Hector Munro spiccerà la faccenda a modo suo: fa afferrare una ventina di ammutinati, li lega alla bocca dei cannoni ed ordina ai suoi artiglieri di dar fuoco alle micce.


Questo originale metodo di esecuzione venne ampiamente impiegato durante la Grande Rivolta del 1857, quando nel maggio di quell’anno i sepoys dell’Armata del Bengala si rivoltarono contro i loro ufficiali europei.

«Il 12 Giugno [1857 n.d.r] a Peshawar, quaranta uomini sono stati processati, dichiarati colpevoli, e condannati ad essere giustiziati venendo dilaniati a cannonate. L’esecuzione è stata un terribile spettacolo. La truppa è stata schierata a formare i tre lati di un quadrato, al centro del quale sono state piazzate dieci batterie puntate verso l’esterno. In un silenzio mortale, è stata letta la sentenza del tribunale, e a conclusione della cerimonia, ad ogni cannone è stato legato un prigioniero con la schiena rivolta contro la bocca da fuoco e le braccia legate strettamente alle ruote del fusto.
Appena viene dato il segnale, la salva viene sparata. La scarica, come è ovvio, taglia il corpo in due; si possono vedere tronchi umani, teste, gambe e braccia volare via in un istante per tutte le direzioni. Siccome in questa occasione sono stati usati soltanto dieci cannoni, i resti umani sono stati rimossi per quattro volte. Dei quaranta condannati, tutti sono andati incontro al loro destino con fermezza, ad eccezione di due: al momento giusto, si sono lasciati scivolare a terra e le loro cervella sono state fatte schizzare via da una scarica di fucileria.
Un’altra esecuzione con modalità simili è avvenuta il 13 Giugno a Ferozepore, tutte le truppe disponibili ed i funzionari amministrativi sono convenuti per assistere alla scena. Alcuni degli ammutinati sono stati impiccati su delle forche erette durante la notte precedente e lasciati appesi. Gli ammutinanti sono stati portati nella piazza centrale, dove si è proceduto a leggere la sentenza della corte marziale.»

  Harper’s Weekly
  (15/02/1862)

Se però i condannati accettavano di diventare testimoni dell’accusa (Queen’s evidence), denunciando i nomi di presunti complici, potevano confidare nella benevolenza delle autorità, sperando in una dilazione di pena e vedersi commutata la condanna in impiccagione. È superfluo dire che in questo meccanismo, pur di sottrarsi al supplizio, i condannati snocciolavano nomi a caso coinvolgendo chiunque.


A Ferozepore, gli ammutinati che decisero di diventare delatori, una decina, furono sottratti all’ultimo momento dal gruppo dei condannati e costretti ad assistere alla sentenza capitale, coperti dagli insulti dei loro commilitoni prossimi all’esecuzione…

«Racconta un testimone oculare: “La scena e il fetore furono insopportabili. Mi sentii terribilmente sconvolto e potei notare che i numerosi spettatori indigeni erano terrorizzati; non solo tremavano come foglie, ma avevano assunto un colorito innaturale. Non fu presa alcuna precauzione per ripulire la bocca dei cannoni dai resti umani; la conseguenza fu che gli spettatori vennero pesantemente imbrattati dagli schizzi di frattaglie e un uomo in particolare rimase stordito da un braccio divelto che lo aveva colpito in pieno!»

Evidentemente, deve trattarsi dell’applicazione pratica delle massime del gen. Charles J. Napier, che pure non mancava di un certo spirito:

“La mente umana non è mai disposta meglio alla gratitudine e all’affetto, come quando è ammorbidita dalla paura”

C’è da dire che la grande rivolta indiana del 1857-1858 e l’estrema brutalità con la quale venne schiacciata, non portò fortuna alla Compagnia ed anzi ne decretò il declino, a partire dall’estromissione della EIC nel governo dei territori indiani che passarono sotto il controllo diretto della Corona britannica.

«La rivolta del ’57 durò diciotto mesi e causò un numero elevatissimo di vittime; la scintilla che l’aveva accesa era stata, ufficialmente, l’eccessiva ingerenza inglese nelle pratiche religiose locali, tra le quali bisogna ricordare c’era anche quella intollerabile per una mentalità occidentale che la vedova fosse bruciata viva sulla pira funebre accanto al cadavere del marito. Nell’anno e mezzo che ci volle per sedare la rivolta fu fondalmentale l’aiuto delle truppe del Punjab rimaste fedeli all’Inghilterra. La repressione fu molto sanguinosa e da allora i rapporti tra inglesi e indiani non furono più gli stessi. Il “grande ammutinamento” pose per sempre fine alla luna di miele che tale era stata fuor di metafora, considerando l’alto numero di matrimoni misti tra gli inglesi, che arrivavano quasi sempre senza famiglia, e che si legavano a donne indiane.»

  Peter Kelly
“L’Ultimo Impero”
  Panorama Mese (Ottobre 1982)

Diciamo anche che le cause della rivolta furono anche un po’ più complesse: oltre alle frizioni religiose e le discriminazioni, c’erano le requisizioni forzate, le confische arbitrarie di beni ed il sistema di espropriazioni alla base della famigerata dottrina dell’estinzione, che contemplava la decadenza dei diritti di proprietà (altrui). Con questa norma, una compagnia privata (nella fattispecie la EIC) poteva espropriare discrezionalmente l’aristocrazia indiana dei suoi possedimenti fondiari. Si aggiunga infine una tassazione sempre più spropositata e destinata a mantenere un esercito d’occupazione. Invece, a far crescere il malumore tra le truppe dei nativi, contribuì non poco (vera o falsa che fosse la diceria) l’uso del grasso d’origine animale (suino o bovino, che aveva il formidabile pregio di far incazzare tanto gli indù quanto i musulmani) usato per impermeabilizzare l’involucro chiuso (la ‘cartuccia’) con la carica di polvere da sparo, che per essere aperto andava strappato coi denti. Si aggiunga la distruzione dell’economia locale (l’industria del cotone), con la politica monopolistica perseguita dalla compagnia.


La tensione tra funzionari della compagnia e nativi montò velocemente, finché la rivolta esplose violentissima e si espanse come una fiammata.
A Cawnpore, nell’estate del 1857 si consuma uno dei fatti più gravi, quando un gruppo di residenti europei presi in ostaggio viene letteralmente macellato. D’altra parte, l’osceno massacro di Cawnpore verrà presto compensato dalle efferatezze dei soldati britannici. Dopo l’eccidio di Cawnpore, il ten. col. James Neill fa terra bruciata di tutti i villaggi che incontra sul suo passaggio trucidando la popolazione, col risultato di aumentare le adesioni nel numero dei ribelli. Uno degli attendenti del comandante Neill, il maggiore Renaud, ha un sistema infallibile per riconoscere gli insorti: l’espressione del viso. E per una questione di smorfie fa impiccare tutti i contadini che incrocia per la via, durante la sua marcia, col risultato che gli abitanti dei villaggi circostanti si danno alla fuga portando con sé tutte le provviste e lasciando la truppa a corto di rifornimenti.

Nella repressione vengono impiegati con successo i temibili gurkha nepalesi e le fedeli truppe dei Sikh. Ma nelle efferratezze si distinsero soprattutto i battaglioni europei e le unità di rinforzo inviate dalla Gran Bretagna. Né mancarono ufficiali che menarono pubblico vanto delle loro prodezze, inviando ai giornali inglesi dettagliate descrizioni delle loro atrocità o compiacendosi per quelle altrui. Vengono condotte rappresaglie indiscriminate contro la popolazione civile: monumenti, dimore patrizie, luoghi di culto… sono presi a cannonate per rappresaglia (una pratica che sarà riproposta anche in Cina). Le devastazioni raggiungeranno il culmine nel saccheggio di Dehli, dove la popolazione viene trucidata con cariche alla baionetta. Per ferocia e intraprendenza di saccheggiatore, si distingue il maggiore William Stephen Raikes Hodson, che diventerà famoso per il suo squadrone di cavalleria irregolare, gli Hodson’s Horse (o raiders), e la loro uniforme color kaki per meglio mimetizzarsi negli agguati.

Dopo la conquista di Dehli, l’antica capitale Moghul, il maggiore Hodson farà recapitare al vecchio sovrano la testa dei suoi figli, che ha ucciso personalmente e provveduto a far decapitare dopo la resa.

Tuttavia, nella prosa di alcuni storici britannici, tutto degrada dolcemente in una atmosfera quasi aulica, appena offuscata da qualche incomprensione…

 «Tutto era cominciato nella prima metà del XVII secolo. In quell’epoca gli Inglesi presenti in India erano soprattutto mercanti, ma c’era qualche soldato di ventura che poneva la sua capacità militare al servizio di qualche rajah, per garantirgli la vittoria nelle sue piccole guerre locali. In entrambi i casi, si trattasse cioè di mercanti o di soldati, questi inglesi erano dei professionisti che rimanevano in India fino a quando lo richiedeva il loro lavoro. Finito questo o trascorsi gli anni della vita in cui lo si poteva svolgere, rientravano in Inghilterra.
Questa rotazione ininterrotta, che si è mantenuta anche quando l’India è diventata un possesso della Corona, ha avuto due conseguenze principali: la prima è che in India non si è mai formato una vera classe di coloni residenti come invece è accaduto altrove (per esempio nelle colonie inglesi in Africa). La seconda è che questi mercanti e questi soldati, che rientravano in patria dopo venti o trenta anni di vita coloniale, hanno contribuito a trasformare il costume inglese quasi nella stessa misura in cui, con la loro presenza in quella colonia, avevano cambiato il costume indiano.
Per quasi un secolo e mezzo questo intricato rapporto ruotò attorno a un interesse commerciale prevalente, rappresentato dal cotone. Una fibra tessile a basso costo era allora in grado di modificare radicalmente le abitudini inglesi e, più in generale, europee. Quando si fu in grado di produrre e tessere cotone in abbondanza, ci si rese conto che la nuova fibra poteva sostituire la seta e il lino nella fabbricazione della biancheria e che, di conseguenza, la maggior parte delle persone avrebbe potuto cambiarsi con molta più frequenza di prima. Ai tempi del Re Sole e di Luigi XVI era stato necessario inventare complicati profumi, per poter sopravvivere ad una riunione di molte persone in un ambiente chiuso; l’arrivo del cotone rappresentava, anche da questo punto di vista, un’importante novità e anzi quasi una rivoluzione del costume.
Per la tessitura del cotone l’India disponeva di una fitta rete di piccoli laboratori artigiani, spesso a conduzione familiare. Purtroppo quei laboratori erano destinati a non durare molto. Quando in Inghilterra cominciò a svilupparsi quella che in seguito sarebbe stata definita “rivoluzione industriale”, gli imprenditori inglesi scoprirono in brevissimo tempo che era molto più conveniente importare il cotone dalle piantagioni degli Stati Uniti, dove il lavoro degli schiavi consentiva costi di partenza irrisori, tesserlo sui telai a vapore delle nascenti industrie del Lancashire e quindi spedire in India le pezze già tessute.
Nel giro di pochi anni l’India diventò così da esportatrice a importatrice di cotone. E questo rovesciamento della bilancia commerciale nel settore tessile soppiantò e distrusse la sua piccola industria cotoniera. Per dirla tutta, l’India si trasformò in un mercato monopolistico per i cotoni di fabbricazione inglese.
L’esempio del cotone mostra bene come per una quantità di anni il destino dell’India venne deciso non tanto dal Parlamento di Londra, quanto dalla Camera di Commercio di Manchester. Si può discutere a lungo se i mercanti siano peggiori o più oculati amministratori dei politici; quello che è certo è che i mercanti prediligono la stabilità amministrativa e la quiete politica. La conseguenza di questa predilezione fu che la Compagnia delle Indie cominciò ad arruolare sempre più apertamente un esercito, formato da milizie quasi interamente indiane, e con la forza di questo braccio armato, nonché di un controllo politico sempre più esteso, riuscì a far scomparire dall’India gli altri insediamenti coloniali: portoghesi, olandesi e francesi.
In definitiva, da Calcutta il dominio inglese si estese a tutto il subcontinente e nel 1849 anche l’ultima provincia, il Punjab, venne annessa al prezzo di considerevoli sacrifici; sia perché i guerrieri sikh erano fin da allora molto coraggiosi, sia perché potevano contare sulla consulenza di esperti artiglieri francesi, reduci della Grande Armée di Napoleone.»

 Peter Kelly
“L’Ultimo Impero”
 Panorama Mese (Ottobre 1982)

In realtà i consulenti d’artiglieria che offrirono i loro servigi ai vari principi indiani, in buona parte, non erano francesi, ma.. italiani! Tuttavia, la folla di personaggi incredibili e pittoreschi, ufficiali di ventura e avventurieri europei al servizio delle corti più esotiche, riserva sorprese davvero inaspettate e meriterà una trattazione a parte…

 Continua.

Homepage

RICORSI

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 agosto 2011 by Sendivogius


«Il capitalismo è sopravvissuto al comunismo. Bene, ora si divora da solo.»

Charles Bukowski
“Il capitano è fuori a pranzo”
Feltrinelli, 2003

Nei corsi e ricorsi della Storia, i processi regressivi sono una costante delle sequenze temporali, con la ciclica riproposizione di un passato-presente nell’ineluttabilità di un tempo sospeso. E non sempre è facile distinguere la tragedia dall’immanenza della farsa
In tempi di crisi economica, mentre gli arcani della finanza sembrano essere entrati a far parte nel lessico del linguaggio comune, a più di un secolo dalla sua pubblicazione, capita così di (ri)scoprire un classico del pensiero critico d’ispirazione liberal-democratica. Pubblicato nel 1902, “L’Imperialismo” di J.A.Hobson è un saggio fondamentale sulle storture economiche e le patologie sociali dell’imperialismo britannico, che l’Autore analizza nelle sue dinamiche e confuta attraverso una disanima sul capitale finanziario.
 John Atkinson Hobson (1858-1940), saggista d’avanguardia, studioso razionalista, editorialista di successo e autore prolifico (43 opere pubblicate), fu considerato un “eretico” per il suo approccio critico alla dottrina economica classica e per il suo talento polemico impegnato a smontare i miti dell’intera economia politica anglosassone, tanto da essere ostracizzato dagli ambienti accademici ortodossi, che mal digerivano la sua prospettiva umanistica, e sociologica, applicata in ambito scientifico.

Hobson non fu mai un economista nel senso stretto del termine: la teoria economica lo interessò soltanto in relazione al funzionamento del sistema economico reale che intendeva modificare; divenne economista perché aveva una ispirazione politica riformatrice e non viceversa.
(Luca Meldolesi; introduzione all’edizione italiana del 1996 per la Newton Compton)

In questa prospettiva, “L’Imperialismo” è probabilmente l’opera più famosa di Hobson che, nella sua impostazione liberale e non marxista, è destinata ad avere un’influenza enorme sull’articolazione del dibattito storiografico sulle politiche imperiali delle grandi potenze coloniali d’inizio ‘900 e sulle implicazioni economiche di una struttura politica.
Al riguardo, l’analisi di Hobson si articola in polemica con la nuova visione imperialista della Gran Bretagna, soprattutto in reazione al secondo conflitto anglo-boero in Sudafrica.
John A. Hobson interpretò l’imperialismo come un fenomeno di natura economica, ma dai risvolti fortemente politici, connesso ai cicli di produzione e di investimento su scala internazionale. Spogliato delle sue valenze psicologiche, della componente razzistico-sciovinista e delle implicazioni socio-politiche, l’imperialismo scaturisce da un eccesso di risparmio sul saggio dei profitti privati, ai quali non corrisponde un rilancio degli investimenti produttivi sul territorio nazionale, né una redistribuzione dei redditi con adeguamenti salariali per i lavoratori, volta ad incrementare i consumi interni.
L’accumulo di grandi ricchezze finanziarie, ulteriormente beneficiati da politiche fiscali agevolate, generano una eccedenza di capitali al risparmio che, sotto la spinta del potere finanziario, viene stornato verso i potenziali mercati esteri, con la creazione di una “finanza imperialista” ma transnazionale (cosmopolita). Sotto la pressione di gruppi industriali legati alle grandi commesse pubbliche, i governi nazionali attraverso un incremento di spesa (e del debito pubblico) favoriscono tali investimenti con politiche di sostegno e con interventi mirati di tipo militare, volti alla conquista armata di nuovi mercati di investimento insieme allo sfruttamento economico delle risorse naturali e della manodopera locale a bassissimo costo, correlata a fortissime sacche di disoccupazione.
Il sostegno, o il disinteresse, dell’opinione pubblica viene manipolato attraverso il sostanziale controllo dei mezzi di informazione da parte dei grandi gruppi economici; le posizioni dei politici vengono ammorbidite con l’erogazione di doni anche illeciti (ovvero ‘mazzette’), e le eventuali rimostranze etiche delle autorità religiose vengono ammansite tramite l’esenzione dalla tassazione e l’aumento degli aiuti alle scuole della Chiesa.

Hobson prende in esame il sistema britannico, ma le sue investigazioni sembrano dilatate all’intero mondo anglosassone con preveggente attenzione all’incipiente ascesa della superpotenza USA agli albori del ‘900. Le sue considerazioni tengono in debito conto le concentrazioni monopolistiche (con la costituzione dei grandi trust), le politiche protezionistiche e creditizie (coi relativi saldi commerciali) dell’epoca.

«La capacità produttiva di un paese come gli Stati Uniti può crescere così in fretta da eccedere la domanda del suo mercato interno.
[…] Fu chiaramente questa improvvisa domanda di mercati esteri per le merci e per gli investimenti la responsabile dell’adozione dell’imperialismo come politica e come pratica da parte del partito repubblicano, al quale appartenevano appunto i grandi capitani d’industria e i grandi finanzieri e che era da essi controllato.
[…] Essi avevano bisogno dell’imperialismo perché volevano usare le risorse nazionali del loro paese per trovare un utilizzo conveniente per i loro capitale che altrimenti sarebbe risultato superfluo. In realtà non è certo necessario possedere un paese per commerciare con esso o per investirvi dei capitali; e, senza dubbio, gli Stati Uniti avrebbero potuto trovare qualche sbocco per la loro produzione e per il loro capitale in sovrappiù nei paesi europei. Ma questi paesi erano per la maggior parte capaci di pensare a se stessi […] I grandi produttori e finanzieri americani dovevano così guardare alla Cina, al Pacifico e al Sudamerica per cercare occasioni più profittevoli; protezionisti per principio e per pratica, essi insistettero per procurarsi il più stretto monopolio possibile di questi mercati; e la concorrenza della Germania, dell’Inghilterra di altre nazioni commerciali li spinse a stabilire relazioni politiche speciali con i mercati a cui tenevano maggiormente.»

 J.A.Hobson
 L’Imperialismo
 Newton Compton; Roma, 1996.

L’analisi economica di Hobson, che non è affatto esente da debolezze teoriche (a partire dal cosiddetto “paradosso del risparmio”), presenta tuttavia una curiosa attinenza con certe situazioni attuali…
Come in una crime story d’antan, ricorrono tutti i personaggi tipici dell’intreccio classico, ma con i nomi aggiornati alle realtà odierne:
Provate a sostituire la parola “imperialismo”, col suo cosmopolitismo impersonale, al termine “globalizzazione” coi suoi mercati internazionali;
“guerre” con “missioni umanitarie” armate (dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Somalia alla Libia..);
“speculazioni dei mercati del denaro” con gli attuali strumenti della finanza derivata;
“magnati della borsa”, “i re della finanza” e “le grandi case finanziarie”, con le grandi banche d’affari e le società di intermediazione finanziaria specializzate in asset management, fino alle moderne agenzie di rating
Sono i nuovi dei del mercato unico globale, che decretano il fallimento degli stati e ne determinano le loro politiche sociali. Soprattutto, drenano le ricchezze concrete dei comparti produttivi, verso la fumosa volatilità di titoli speculativi nelle alchimie dei flussi d’interessi correlati, tra i micidiali arcani degli straddle ed il cappio letale degli strangle.

Nel corso del tempo, i protagonisti della speculazione borsistica si sono evoluti ed hanno affinato le tecniche della grande rapina globale, ma la sostanza con i rapaci antenati del passato è rimasta immutata. Nel suo saggio, J.A.Hobson attribuiva loro un nome assai evocativo quanto assolutamente calzante:

I PARASSITI ECONOMICI DELL’IMPERIALISMO
 Se è vero che l’imperialismo degli ultimi 60 anni è chiaramente da condannare come politica economica, perché, a prezzo di grandissime spese, ha procurato un aumento di mercati scarso, di cattiva qualità e insicuro, e perché ha messo in pericolo l’intera ricchezza nazionale suscitando un forte risentimento in altre nazioni, dobbiamo allora domandarci: «come mai la nazione britannica è spinta ad imbarcarsi in una politica così irragionevole?» L’unica risposta possibile è che gli interessi economici del Paese nel suo insieme sono subordinati a quelli di certi interessi particolari che usurpano il controllo delle risorse nazionale e le usano per il loro profitto privato. Questa non è un’accusa né strana né mostruosa: è la malattia più comune di tutte le forme di governo. Le famose parole di Sir Thomas More sono tanto vere ora, come quando le scrisse: «Ovunque vedo una cospirazione di uomini ricchi che cercano il proprio vantaggio sotto il pretesto ed il nome di bene comune».

Sebbene il nuovo imperialismo sia stato un cattivo affare per il nostro Paese, è stato un buon affare per certe classi e certi commerci all’interno della nazione. Le grandi spese per armamenti, le guerre costose, i gravi rischi e le difficoltà della politica estera, i freni imposti alle riforme sociali e politiche interne, benché abbiano portato grave danno alla nazione, sono servite molto bene ai concreti interessi economici di certe attività e professioni.


[…] Senza dubbio a ogni scoppio di guerra non solo l’uomo della strada ma anche l’uomo in divisa è spesso ingannato dall’astuzia con cui motivazioni aggressive e avidi propositi si vestono con abiti difensivi. Infatti si può affermare con sicurezza che non vi è una sola guerra che si ricordi che, per quanto scopertamente aggressiva possa apparire allo storico spassionato, non sia stata presentata alla gente che era chiamata a combattere come una necessaria politica di difesa. 

[…] Qual’è dunque il risultato economico dell’imperialismo? Un grande dispendio di denaro pubblico per equipaggiamenti e forniture militari, che cresce e produce enormi profitti quando ci si trova di fronte ad una nuova guerra o ad un allarme di guerra; nuovi prestiti pubblici e fluttuazioni significative nelle borse interne e in quelle estere.
[…] Così alcuni interessi economici e professionali specifici, che prosperano sulla spesa imperialistica o sulle conseguenze di tale spesa, si contrappongono all’interesse comune e convergono istintivamente su di una stessa meta.

 Né Hobson, nel sottolineare la natura strettamente parassitaria di un simile potere finanziario, perdeva occasione di ribadire il distacco tra produttori e speculatori, tralasciando il ruolo della finanza organizzata e dei mercati globalizzati:

II. Il fattore economico di gran lunga più importante per spiegare l’imperialismo riguarda gli investimenti. Il crescente cosmopolitismo del capitale è stato il principale cambiamento economico degli ultimi decenni. Ogni nazione industrialmente avanzata ha puntato a collocare una parte sempre maggiore dei suoi capitali al di fuori della sua area politica, in paesi stranieri, o nelle colonie, e a ricavare un reddito crescente da queste fonti. […] Mentre le classi dei produttori e dei commercianti ricavano poco dai nuovi mercanti e pagano, forse senza nemmeno saperlo, molto più in tasse di quanto non guadagnino col commercio, per gli investitori è tutta un’altra cosa….

III. Se è probabile che gi interessi particolari dell’investitore si scontrino con l’interesse pubblico e portino ad una politica rovinosa, ancor più pericolosi sono a questo riguardo gli interessi particolari del finanziere, cioè di chi compra e vende i titoli di investimento. Infatti un gran numero di piccoli investitori, per ragioni di affari e per politica, si comportano in larga misura come pedine delle grandi case finanziarie, che usano titoli e azioni non tanto come investimenti per ricavarne un interesse, quanto come strumenti di speculazione nel mercato del denaro. I magnati della borsa trovano il loro guadagno nel maneggiare grandi quantità di titoli e azioni, nel lanciare nuove società, nel manipolare le fluttuazioni dei valori dei titoli. Questi grandi interessi finanziari – le operazioni bancarie, quelle di intermediazione, il risconto, il lancio dei prestiti, la promozione di nuove società – formano il nucleo centrale del capitalismo internazionale. Uniti dai più forti legami organizzativi, sempre nel più stretto contatto l’uno con l’altro e pronti ad ogni rapida consultazione, situati nel cuore della capitale economica di ogni Stato, […] questi grandi interessi finanziari sono in una posizione unica per manipolare la politica delle nazioni. Non è possibile utilizzare rapidamente una grande quantità di capitale se non con il loro consenso, tramite le loro agenzie finanziarie.

[…] Ogni grande atto politico che implica un nuovo flusso di capitali, o un grande fluttuazione nei valori degli investimenti esistenti, deve ricevere il benestare e l’aiuto concreto di questo piccolo gruppo di re della finanza. Questi uomini, che tengono la loro ricchezza e il loro capitale di esercizio prevalentemente in titoli e azioni, hanno un duplice interesse da un lato come investitori, dall’altro, ed è questo l’interesse prevalente, come finanzieri.
[…] Come speculatori o finanzieri, esso costituiscono il più grave fattore specifico dell’economia dell’imperialismo. Creare nuovi debiti pubblici, lanciare nuove società, provocare costantemente notevoli fluttuazioni del valore dei titoli, sono tre condizioni necessarie per svolgere la loro profittevole attività. Ciascuna di queste condizioni li spinge verso la politica e li getta dalla parte dell’imperialismo.
[…] La politica di questi uomini non porta necessariamente alla guerra; quando la guerra porterebbe un danno troppo grande e duraturo alla struttura industriale, che rappresenta il fondamento ultimo ed essenziale di ogni attività speculativa, essi usano la loro influenza in favore della pace…
Ma, a parte ciò, ogni aumento della spesa pubblica, ogni oscillazione del credito pubblico, ogni impresa rischiosa in cui risorse nazionali possano diventare la garanzia di speculazioni private, è vantaggiosa per chi presta grandi quantità di denaro e per lo speculatore. La ricchezza di queste aziende finanziarie, l’ampiezza delle loro operazioni e l’organizzazione cosmopolita, fa di loro i principali determinanti della politica imperialista. Essi hanno gli interessi maggiori negli affari economici dell’imperialismo e hanno anche i mezzi per piegare al proprio volere la politica delle nazioni.

In tale contesto, la tassazione, con i meccanismi di prelievo fiscale da parte dello Stato, svolge un ruolo importante nella strutturazione indiretta di quella che Hobson chiama “finanza imperialista”:

Le classi industriali, finanziarie, o professionali, che formano il nucleo principale dell’imperialismo, hanno usato il loro potere politico per estorcere ingenti somme alla nazione in modo da migliorare i loro investimenti all’estero e aprire nuovi campi di impiego del loro capitale e trovare mercati più convenienti.
[…] L’imperialismo tende ovunque ad aumentare la tassazione indiretta: non tanto per ragioni di convenienza, quanto per nascondere le cose.
[…] È raro che un governo, anche nel mezzo di gravi fatti di emergenza, sia in grado di imporre un’imposta sui redditi; d’altra parte, anche le imposte sulla proprietà sono generalmente evase quando riguardano la proprietà mobiliare; e sono generalmente impopolari.

Naturalmente, il riferimento a persone e fatti reali è assolutamente intenzionale.

Homepage