Archivio per Potere

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Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , on 21 gennaio 2018 by Sendivogius

Come tutti ben saprete, tra le piaghe più devastanti che sconvolgono il pianeta c’è sicuramente l’annoso problema delle “Fake News” (!). Sì, insomma: le bufale, le balle, le panzane, le boiate… che a vario titolo massimamente imperversano nella ‘rete’ dei nuovi imbecilli digitali. Adesso le cazzate si chiamano “fake”, nella moda anglicizzante che tutto reinventa a fenomeno globale, ma sono sempre esistite. Esattamente come i cazzari, che vi costruiscono sopra la loro fortuna.
Ora, ci sono vari modi per contrastare le “fake news”, ovvero le balle (ed i cacciaballe)… E non è detto che funzionino, perché le menzogne per essere efficaci si nutrono di mezze verità, distorcendo la realtà con la manipolazione dei fatti. E lo fanno tramite l’immissione di una serie di dati fallati, che insistono sull’aspetto emotivo; onde suscitare una reazione immediata, che si amplifica e si alimenta per effetto di massa.
Nei casi più riusciti, diventano propaganda e sono funzionali alla preservazione o alla conquista del potere, nutrendosi di promesse impossibili o decantando successi mirabolanti di governi inconsistenti. Insomma, basta seguire una qualunque campagna elettorale, con la sovraesposizione di cialtroni alla ribalta, per capire di cosa parliamo. Nell’inflazione di balle contrapposte che si alimentano a vicenda, le “fake news” sono uno strumento promozionale di lotta politica. E la mistificazione delle informazioni diventerà allora prassi ordinaria per il controllo delle opinioni.
Tanto poi chi è che va a verificare?!?

«Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l’ignoranza e scrivere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avere il coraggio di scrivere la verità, benché essa venga ovunque soffocata; l’accortezza di riconoscerla, benché venga ovunque travisata; l’arte di renderla maneggevole come un’arma; l’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l’astuzia di divulgarla fra questi ultimi. Tali difficoltà sono grandi per coloro che scrivono sotto il fascismo, ma esistono anche per coloro che sono stati cacciati o sono fuggiti, anzi addirittura per coloro che scrivono nei paesi della libertà borghese

Bertolt Brecht
“Scritti sulla letteratura e sull’arte”
Einaudi (Torino, 1973).

Il modo peggiore di affrontare la questione, ammesso e non concesso che questa sia poi così pregnante, come vorrebbe farci credere un circo mediatico a corto di non-notizie con le quali riempire i palinsesti, è affidare la soluzione ad altri imbecilli nella prevalenza del cretino contemporaneo Perché, come diceva Ennio Flaiano, “niente è più pericoloso di uno stupido che afferra un’idea, il che succede con una frequenza preoccupante. Se uno stupido afferra un’idea, è fatto: su quella costruirà un sistema e obbligherà gli altri a condividerlo”.
Capita così che i gestori di quell’immenso stupidario condiviso ad uso collettivo, meglio conosciuto come Facebook, per smascherare le notizie false elaborino un sistema di votazione che permetterà agli utenti di decidere quali contenuti siano da considerarsi credibili e quali invece no. L’unico requisito di attribuzione (e legittimazione) è il parere della maggioranza, per vox populi e senza bisogno di altra confutazione se non il numero di ‘like’ cumulati a colpi di clic. Prodigi della “democrazia diretta” ai tempi di internet.
Che è un po’ come se uno avesse chiesto ai bigotti fanatici di Salem, durante i tempi allegri della caccia alle streghe, se nel loro villaggio fossero state presenti adoratrici del demonio che operavano sortilegi maligni contro i devoti villici timorati di dio. E su questo decidere l’esecuzione o meno delle sospettate. Perché la maggioranza ha sempre ragione. E infatti…
Sfugge ai cretini di Menlo Park (succursale demente di South Park), che se riunisci cento idioti dentro una sala questi non cesseranno di produrre e condividere le medesime idiozie. Ed anzi usciranno rafforzati e rassicurati nelle loro convinzioni dalla preponderanza del numero. A livello virtuale, se possibile, il processo è ancora più virale. Ma appunto: mai affidarsi ad un cretino; soprattutto quando questo viene illuminato da lampi di imbecillità, che ovviamente scambia per idee geniali.
Il problema diventa reale, e preoccupante, quando l’imbecille viene investito di un’autorità superiore e decide di scindere il vero dal falso per sua infallibile volontà, in virtù del proprio insindacabile mandato. È il caso del sopravvalutatissimo ministro Marco Minniti, il servizievole Lothar prestato agli Interni, al quale evidentemente sfugge che se un problema legato alle “fake news” esiste davvero, questo è innanzitutto un problema culturale. E che la veridicità di una notizia non si stabilisce certo per decreto o per volontà della polizia, giusto per non aggiungere alle distorsioni cognitive di una massa anomica di creduloni, le deviazioni inquisitorie di un ministro imprigionato nella visione sbirresca della società. Non ci sono molte altre spiegazioni valide alla promulgazione del fantomatico “Primo Protocollo Operativo” contro le fake news, affidato al controllo delle autorità di Polizia. A parte gli imbarazzanti richiami al “Primo Ordine” che comanda le truppe imperiali della serie Star Wars, è quanto meno demenziale ancorché inquietante la pretesa di istituire una sorta di Grande Fratello che vigila sul webbé, per quello che assomiglia ad una specie di Ministero della Verità, dove un ministro (ed implicitamente il Governo) decide ciò che è giusto o sbagliato, attraverso un fantomatico comitato di “esperti” che funzionerebbe più come collegio censorio che di garanzia. Qualcosa di cui proprio non se ne sentiva bisogno oltre a creare un precedente pericoloso. E che la dice lunga sulla forma mentis del glabro ministro, che si balocca compiaciuto col suo bel bottone rosso, lucidato per l’occasione e che è ben deciso a premere…
Per certi tomi al governo (fortunatamente agli ultimi sgoccioli) deve costituire il nuovo Punto G in grado di stimolare gli orgasmi da onnipotenza, per questa caricatura pelata di un Noske resuscitato al Ministero degli Interni.

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Mediamente Progressista

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , on 13 gennaio 2018 by Sendivogius

Ritratto impietoso del travet nell’Italietta borghese ed impiegatizia degli Anni del Riflusso, mai avremmo immaginato di dover ritrovare nelle disavventure del ragionier Ugo Fantozzi, la rappresentazione più evocativa (e profetica) di una razza padrona che si sente investita di una missione universale ed ama esibire velleità progressiste, nell’ipocrisia che ne soffonde la volontà di dominio, staordinariamente incarnata dall’inquietante Duca Conte Maria Rita Vittorio Balabam: il “megadirettore galattico” che vive isolato nell’essenza immanente di un vuoto asettico nel nulla siderale del suo 28^ piano, lontano e irraggiungibile dai comuni mortali, tra le acquiescenze di un cetomediume declinante.

A voler essere perfidi, coi suoi modi curiali e paternalistici, il Megadirettore assomiglia ad una specie di papa Bergoglio magro, nell’ostensione di un pauperismo francescano di facciata, dietro al quale si nasconde la propensione gesuitica per il culto del potere per il potere.

Balabam: “Prego, si accomodi. Si sieda…”
Fantozzi: “Qui?! Al suo posto?
Balabam: “Ma certo… Un sorso d’acqua? Un tozzo di pane?”
Fantozzi: Ma… scusi Conte, io mangiare con Lei?!?
Balabam: “Ma certo. Che differenza c’è tra me e lei?”
Fantozzi: Ma abbia pazienza! Ma come che differenza c’è!? Non mi vorrà mica dire, Sig. Duca, che siamo uguali io e Lei? Voi siete i padroni… gli sfruttatori! Noi invece siamo gli schiavi, i morti di fame..!”
Balabam: “Ohh ma caro Fantozzi è solo questione di intendersi… Eh di terminologie: lei dice ‘padroni’ ed io ‘datori di lavoro’; lei dice ‘sfruttatori’ ed io dico ‘benestanti’; lei dice ‘morti di fame’ e io ‘classe meno abbiente’. Ma per il resto la penso esattamente come lei.
Io come lei sono un uomo illuminato e sono convinto che a questo mondo ci sono molte ingiustizie da sanare. La penso esattamente come lei….”
Fantozzi: “Ma… mi scusi… sire, ma non mi vorrà dire che Lei è, scusi il termine, comunista?!?
Balabam: “Be’ proprio comunista… no. Vede, io sono un medio progressista.”
Fantozzi: “Ahhh! Ma in merito a tutte queste rivendicazioni e a tutte le ingiustizie che ci sono, Lei che cosa consiglierebbe di fare, Maestà?”
Balabam: “Ecco, bisognerebbe che per ogni problema nuovo tutti gli uomini di buona volontà, come me… e come lei, caro Fantozzi… cominciassero ad incontrarsi senza violenze in una serie di civili e democratiche riunioni, fino a che non saremo tutti d’accordo…”
Fantozzi: “Ma, mi scusi santità! Ma in questo modo ci vorranno almeno mille anni!
Balabam: “Posso aspettare… IO.”

Il renzismo declinante è solo uno dei suoi ultimi stadi di incubazione, ma i prodromi di questa involuzione permanente c’erano già tutti…

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APPLAUDITE!

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , on 25 ottobre 2017 by Sendivogius

Può un intero parlamento essere piegato (e piagato) alle ambizioni di un uomo solo che vorrebbe il comando (meglio se assoluto), e che persegue il potere per il potere nel bulimico gusto dell’esercizio dello stesso? 
Può il senato della Repubblica essere trasformato nel docile giocattolo tra le mani dell’ennesimo guitto bonapartista, che questo sventurato paese non cessa di defecare nell’anomalia prevalente della sua dissenteria post-democratica?
Può un intero complesso istituzionale e democratico essere svuotato dal suo interno, nella sua costante deprivazione di senso, verso qualcosa che è altro da sé e da quello che vorrebbe sembrare, attraverso la costante forzature delle regole comuni fino al loro totale stravolgimento?
Può l’abuso diventare la regola di una maggioranza supina ai voleri del ‘capo’, nell’eccezione che si costituisce in stato, nel nome di un distorto principio di necessità che non conosce legge ma si fa esso stesso legge?
Evidentemente sì. E l’unica cosa divertente è che non sarà questo grottesco coso qui, l’obesa personificazione vivente del disturbo narcistico di personalità, a raccoglierne i risultati; a dispetto dell’incontenbile hybris che divora il suo ego smisurato e patologico…

E questo nonostante lo zelo dei suoi ubbidienti balilla, pronti a prostituire la democrazia per una ricandidatura in lista, nell’ossequiosa disperazione che precede l’ormai prossima disfatta.

Così muore la libertà, sotto gli scroscianti applausi di un parlamento addomesticato e morente, l’assenza di un presidente della repubblica fantasma, e la pusillanimità compiacente di un capo del governo fantoccio: il soporifero Quisling del renzismo d’accatto che si crede d’assalto. E che evidentemente trova la sua più compiuta realizzazione, nell’appagare lo spirito di rivalsa e soddisfare le capricciose pretese di un tronfio cialtrone obeso, frustrato nel suo orgoglio da trombato di lusso, in una repubblichetta marchettara delle mancette.

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R.I.P.

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 15 ottobre 2017 by Sendivogius

La ‘sinistra’, in tutte sue possibili varianti scaturite dalla scissione dell’atomo, è morta. Il decesso è su scala continentale. E certo pure quando era in vita non è che se la passasse benissimo. Difficile rimpiangerne la dipartita, dopo una lunga agonia imbarazzante per sé e funesta per tutti gli altri. Sostanzialmente era diventata più perniciosa che inutile, oramai ridotta alla stregua di un malato terminale (di quelli che si cagano addosso incapaci di controllare la peristalsi… che ti fanno vergognare mentre sbavano e delirano); consumata per consunzione interna dopo un inarrestabile processo di citolisi, ma non prima di aver rinnegato se stessa, tradendo tutti gli ideali coi quali a chiacchiere ha sempre amato ammantarsi. Non ne sentiremo la mancanza. A meno che non voglia intendersi per ‘sinistra’ quella poltiglia informe e melensa delle microformazioni di stracciaculi, che ancora si agitano attorno ad un Giuliano Pisapia: il nuovo Che Guevara de Noantri che tanto basta a stimolare le facili polluzioni di troppi sinistrati in cerca d’autore. Oppure (peggio ancora!) quella riedizione 2.0 della peggior DC di estrazione fanfaniana ed ispirazione dorotea che si fa chiamare PD, con l’aggiunta di qualche utile idiota a fare da testimonial (è fresca di giornata l’esumazione di un Walter Veltroni!), insieme all’immancabile contorno di ambiziosi balilla in carriera a svecchiare l’insieme, per il make-up della salma.
Ad involuzione compiuta, il partito bestemmia celebra i dieci anni del suo fumoso non essere, in un condensato di buone intenzioni dai risvolti pessimi, per quello che più che altro dovrebbe essere un funerale (della sinistra morta per suicidio) con tanto di resurrezione democristiana per ibridazione su osmosi inversa. Trasformato in un comitato elettorale permanente, personalizzato su misura del bullo di Rignano e della sua cosca fiorentina, nel partito sedicente ‘democratico’ ora si parla di “lotta corpo a corpo” (la definizione esatta sarebbe trippa contro trippa) con il centrodestra; se non fosse che, nell’impossibilità di distinguere le differenze, il PD è molto più a destra nell’intercambiabilità con la stessa e di gran lunga peggiore nella sua ipocrisia.

  TUTTI INSIEME DISASTROSAMENTE

«All’ultimo duello televisivo tra Angela Merkel e Martin Schulz, secondo un amico tedesco, l’unica differenza è che il secondo aveva la barba. Il lungo abbraccio nella Grosse Koalition degli antichi rivali, CDU e SPD, sembra aver stancato entrambe gli elettorati e i democristiani persino più dei socialisti. Ma la perdita di senso, prima che di consenso, della SPD, la secolare quercia del socialismo europeo, la madre ormai pallida di quella straordinaria creatura che fu lo Stato sociale, lascia senza parole. In Germania è accaduto in fondo quanto già visto in tutta Europa, ma soltanto il voto nel cuore dell’impero poteva chiarire il passaggio storico in atto. Non è finita la storia, è morta la sinistra. Non stanno vincendo le destre, scompare la socialdemocrazia. Del resto, spostando lo sguardo oltreoceano, era chiaro che non aveva vinto Donald Trump, ma perso Hillary Clinton. Tutto il resto è secondario, accessorio. La sopravvivenza di governi conservatori comunque in declino, l’avanzata dei populismi, il risorgere dei fanatismi nazionalisti e separatisti, la spettacolare meteora di movimenti “né di destra né di sinistra” come i 5 Stelle o En Marche, che potrebbero svanire con la stessa velocità con la quale si sono affermati. Sono soltanto turbolenze della politica che spaventano, ma non cambiano la rotta, provocate dal gigantesco vuoto d’aria a sinistra. In dieci anni i socialisti si sono dimezzati in Germania, Spagna e Austra, quasi estinti in Francia, Grecia, Ungheria e Polonia. Hanno perso elettori tra i ceti popolari e tra i giovani: una crisi irreversibile. Molti elettori rimasti votano più il ricordo di un passato glorioso che un presente insignificante. Sotto i trent’anni, moltissimi li considerano uguali ai conservatori: saranno tutti qualunquisti? In Germania, la SPD ha governato 17 degli ultimi venti anni, da sola o con la CDU, contribuendo ad un boom economico fondato tuttavia su bassi salari e demolizione dei contratti nazionali. In ultimo, perfino la BCE ha criticato la politica dei salari tedeschi più di quanto abbia fatto la SPD. E infatti Merkel, che vorrebbe togliersi al più presto di torno Draghi, corteggia Schulz per un’altra grande coalizione. La sinistra storica europea non sembra aver perso soltanto l’anima, il sogno o l’utopia, ma finanche una minima funzione critica, ossessionata dal governo per il governo, il potere per il potere, dal vincere ad ogni costo che poi si traduce in realtà nel perdere senza onore, dopo aver sposato le parole d’ordine dell’avversario. Nessuno oggi capisce il rifiuto di Schulz ad una nuova alleanza con la Merkel: perché rimanere all’opposizione se erano d’accordo su tutto?»

Curzio Maltese
(06/10/17)

Ad ogni buon conto, tumulare i cadaveri, prima ancora che un atto di pietà, è innanzitutto una norma di profilassi. Non foss’altro perché con la putrefazione cominciano a puzzare.

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Cronache dell’Altromondo (II)

Posted in Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , on 5 agosto 2017 by Sendivogius

Grande preoccupazione negli operatori del settore, dopo lo scoperchiamento del vaso di pandora delle cosiddette “organizzazioni non governative”, dinanzi al verminaio per lungo tempo nascosto ipocritamente sotto al tappeto dalla pusillanimità di governi succubi ad ogni ingerenza esterna.
 Valerio Neri, direttore generale per l’Italia di Save the Children, si è subito affrettato a rimarcare le distanze da qualsiasi ‘collusione’ (perché tale sembra essere considerata) con le istituzioni italiane, assicurando l’assoluta estraneità dell’organizzazione a qualunque indagine di polizia, nel certificare violazioni di normative che si considerano a sé estranee…

«Sono preoccupato soprattutto dal fatto che si possa pensare oggi ad una esagerata vicinanza, a una non vera indipendenza di Save the Children dal governo italiano, dopo la firma da parte nostra a differenza di altri del Codice di Condotta delle Ong. Temo che si possa pensare che abbiamo fatto la spia sul conto della nave Iuventa, e non è vero. Save the Children non c’entra niente. E’ stato il personale tecnico della nave, cioè gli addetti alla security, al salvataggio, a fare le segnalazioni […] Nessuno può escludere che anche sulle nostre navi possa esserci polizia sotto copertura. È importante fare attenzione nel reclutamento del personale, noi stiamo molto attenti

Alludendo alle “spie”, ci mancava solo che parlasse di “infami”, e di codici di “affiliazione”, e la metafora implicita sarebbe stata perfetta..!

Guardato a vista nella sua stanzetta blindata dalla quale oramai discetta di tutto dispensandoci le sue verità rivelate, l’immancabile Roberto Saviano, sempre più prigioniero del suo ruolo ed autopromosso esperto mondiale di mafie, si è subito sentito in dovere di farci sapere la sua opinione a contratto, nell’ennesimo e (ir)rinuncianbile editoriale, producendosi nella difesa d’ufficio ad oltranza di quello che, alla riprova dei fatti, si configura sempre di più come un “potere alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato”. E peccato che assomigli sempre di più ad un potere parallelo che spesso sembra agire in deroga a regole, che evidentemente non reputa vincolanti e che soffre come una forzatura indotta, misconoscendo le autorità pubbliche quasi queste fossero subordinate alle sue necessità private. Una entità separata, che rivendica la sua totale autonomia, salvo poi accollare gli oneri economici e sociali di una “accoglienza” coatta, che ovviamente non considera di sua competenza, ad una intera comunità messa a fatto compiuto ed esautorata da ogni voce in merito. Ennesima variante ideologica del benaltrismo nella sublimazione di ogni principio di realtà, che nella negazione di ogni pragmatismo lascia per reazione lo spazio agli istinti di pancia più beceri col demagogo di turno, il concetto è presto riassumibile in una espressione dalla volgarità congenita, ma pur sempre di rara efficacia nella sua valenza pratica:

«Fare i froci col culo degli altri è una pratica antichissima. Si annovera tra la moltitudine di espressioni falsamente omofobe, perché poggia sul presupposto che ricevere del sesso anale sia necessariamente doloroso. Il che è naturalmente falso.
Fare il frocio col culo degli altri significa, in parole spicce, fare quelli che sono pronti ad un atto giusto, eroico, ma doloroso, perché sai noi abbiamo l’animo nobile. Solo che poi quell’atto lo si fa fare a qualcun altro, che si becca tutto il bruciore di culo, mentre noi ci teniamo il merito delle chiacchiere e dei buoni propositi, senza aver fatto una beata bega.
Di froci col culo degli altri ce n’è in ogni angolo. A volte sono talmente bravi che pare lo stiano facendo col culo proprio, ma poi ti metti a guardare meglio e ti dici: “Oh! Aspetta un secondo, ma quello mica è il culo suo!”. Infatti non lo è. La maggior parte delle volte il culo è il nostro

Nell’articolo in questione [QUI], che prendiamo in prestito da Linkiesta, si parlava di tutt’altra cosa. Ma a ben vedere il concetto ha una sua estensibilità universale, nelle sue molte varianti d’uso…

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Aspettando Godot

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , on 25 luglio 2017 by Sendivogius

Pensavate fosse un cavallo e invece non era nemmanco un calesse..!!
 Al termine dei suoi sconclusionati giri di valzer, pare che l’Amleto della Milano da digerire abbia sciolto la riserva del suo non essere… Ha dormito (un lungo sonno), ha sognato (forse) e infine ha deciso cosa vuole essere: la gruccia ad un partito di centro(destra), votato in massima parte da democristiani che credono di essere di sinistra perché fanno volontariato in parrocchia, scambiano i due euri alle primarie per partecipazione civile, e confondono la dispensazione delle elemosine con l’emancipazione sociale.

ANSA/GIUSEPPE LAMI

L’epopea di Pisapia non ha niente di epico; al contrario, si inserisce perfettamente nella commedia all’italiana ed il copione è sempre quello di Arlecchino servo di due padroni, rivisto e corretto, in una patchwork di personaggetti di quart’ordine tenuti assieme dall’autoreferenzialità della finta ritrosa a fare da collante. Adesso che il nostro Godot, in concomitanza col suo ingresso nella terza età, ha deciso cosa fare, forte della potenza oceanica dei 25 voti raccattati tra una tartina e l’altra nel suo salottino progressista, e meglio ancora al funerale de L’Unità ormai scomparsa (“qui mi sento a casa mia”), può dedicarsi al ruolo che evidentemente sente per lui più congeniale: essere la stampella di un potenziale governo del partito renziano con vocazione maggioritaria (totalitaria).

Il bello addormentato nei Boschi

Cioè, il Pisapia disvelato farà eleggere quattro stracciaculi di dubbia lealtà, nel listino blindato graziosamente offerto dal PD trasformato in una sorta di “Lista Renzi”. Quindi si auto-promuoverà a coscienza critica interna e rivendicherà la sua autonomia giudizio, che si esplicherà (forse) in roboanti dichiarazioni di principio (insomma siamo alla mitosi dei Cuperlo). E alla fine voterà qualsiasi provvedimento di un eventuale esecutivo (ammesso e non concesso vinca le elezioni), in replica dei precedenti. Lo stesso che ha già fatto dello smantellamento dei diritti sociali e delle più classiche politiche della destra neo-liberista il tratto fondamentale della sua azione di governo, tanto da estenderne la portata oltre le aspirazioni del modello originale, fino alla tentata riscrittura della Costituzione “più bella del mondo” (fintanto che paga). E che per questo continuerà a smantellare la Sanità pubblica. Al lordo di qualche altro miliardo regalato ai padroni delle ferriere per licenziare a piacimento in cambio di un grumo di contratti di assunzione, prenderà le direttive economiche direttamente da Confindustria e privatizzerà tutto il possibile, accollandosi però i debiti accumulati da banche e privati. Ovviamente, continueremo a non avere una politica estera, con l’aggravante di crogiolarsi nella più assoluta irrilevanza internazionale (l’agenda estera ormai la detta papa Bergoglio). L’appoggio di Pisapia sarà incondizionato, ma critico (le chiacchiere non costano nulla). E se sosterrà un programma sostanzialmente di destra, lo farà solo per fermare l’ascesa delle destre, nell’assoluta incapacità di percepire il paradosso.
Quando si dice spirito di sacrificio…

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Il verbo dei signori

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , on 29 maggio 2017 by Sendivogius

Di parole, quando se ne hanno di così fulminanti, non ne servono altre…

“BASTA LA PAROLA”
di Alessandra Daniele
(28/05/17)

«Dopo essersi scagliato varie volte contro i mercanti d’armi, Papa Bergoglio la settimana scorsa ha ricevuto in pompa magna il più grosso mercante d’armi del mondo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il quale, dopo aver piazzato 110 miliardi di dollari di armi ai principi sauditi, maggiori sponsor del terrorismo islamista, ha loro raccomandato con un solenne discorso ufficiale di combattere il terrorismo islamista.
Basta la parola.
Quello che s’è svolto in Vaticano è stato dal punto di vista mediatico una specie d’incontro fra materia e antimateria. Se Donald Trump è unanimemente disprezzato dai media mainstream, che tifano per il suo impeachment con una furia da ultras, Papa Bergoglio gode d’una estasiata idolatria indiscussa. Persino fra gli opinionisti atei solitamente mangiapreti è considerato un imprescindibile obbligo sociale adorarlo, e dichiararlo l’unico leader credibile del pianeta, l’unica speranza di riscatto per i poveri e i perseguitati.
Se Wojtyla era famoso ma controverso come una rockstar, Bergoglio in arte Francesco non è nemmeno in discussione. È santo subito. A prescindere.
Ma perché i media mainstream ci tengono tanto a santificare qualcuno che dice cose apparentemente così contrarie all’establishment? Perché le dice, ma non le fa.
Al netto di slogan e gadget tipo la Misericordina, quali sostanziali cambiamenti concreti il suo pontificato ha davvero portato finora?
La Chiesa ha rinunciato alle sue ricchezze terrene per devolverle ai poveri, aprendo i propri palazzi a profughi e rifugiati?
No.
Non ha nemmeno rinunciato all’otto per mille, né alle detrazioni fiscali.
La Chiesa ha abolito il malsano celibato obbligatorio per i consacrati, ha aperto al sacerdozio femminile, ha smesso di definire l’aborto un infanticidio?
Macché.
Non ha nemmeno smesso di fare pressioni indebite sul parlamento italiano, cercando di soffocare le poche già esili leggi sui diritti civili.
Forse però aspettarsi mutamenti così radicali è troppo. Bisogna accontentarsi d’un repulisti, una Mani Pulite oltretevere. Almeno quella c’è stata?
Figuriamoci.
La narrazione, come sempre in questi casi, è che Papa Bergoglio ci stia provando, ma non ci riesca perché bloccato dalle gerarchie, dalle burocrazie, dalle consorterie. Dal TAR. Dal CNEL.
Benché nessun autentico rinnovamento stia avvenendo, Bergoglio è quindi considerato comunque un grande rinnovatore, per quello che dice.
Basta la parola.
E così, con la sua fotogenia ruffiana, il gesuita Bergoglio restaura la maschera benevola del potere che Trump con la sua spudorata mostruosità ogni giorno distrugge.
In un mondo nel quale ormai le élite sono giustamente considerate il Nemico, un leader, anzi un sovrano assoluto che riesca a dare l’impressione che il potere non sia un male in sé, purché si trovi nelle mani “giuste”, è in realtà una benedizione per ‘tutti’ i potenti

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AGITATO, NON MESCOLATO

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , on 13 maggio 2017 by Sendivogius

In Italia, le notizie hanno sempre lasciato il posto alle opinioni, nella libera reinterpretazione dei fatti; meglio se opportunisticamente reinterpretati ogni volta pro domo sua, per un processo inverso dove i fatti sono subordinati alle opinioni (facendo da contorno) e mai viceversa.
In tempi di post-verità, anche la “notizia” è superata, specialmente quando questa difetta di una funzionalità d’uso immediatamente fruibile in termini strumentali, nell’aleatorietà dei “fatti” che più che altro costituiscono un intralcio alle “opinioni”, a maggior ragione se implicano un approfondimento più complesso da essere ricompreso nello spazio di un tweet, e vengono usate come arma di lotta politica a dotazione delle rispettive partigianerie.
Rottamato il principio di realtà, oggi domina la non-notizia: un surrogato artificiale della manipolazione mediatica, costruita ad arte e fatta non per informare ma per condizionare; generare commenti nell’auto-alimentazione della stessa, per polemiche programmate su riproposizione ciclica. Per questo le notizie (insieme ai fatti che ne sono all’origine) vanno più che altro agitati e mai mescolati, perché l’amalgama presuppone il tempo naturale della sedimentazione, lascia spazio alla ponderazione e dunque della riflessione ragionata. E non è questo lo scopo per cui viene creata la non-notizia: il cugino buono della fake news.
Istruzioni per l’uso: prendete una serie di non-notizie. La quantità in eccesso da proporre ad un consumatore abulico serve a saturare l’etere con l’abbondanza dell’offerta, catalizzando l’attenzione attraverso una tensione costante. Sovrapponetele tra loro ed agitatele, senza mai mescolarle; perché se non funziona il primo stock, deve esserci sempre pronta un’altra dozzina di non-notizie di riserva, da proporre al pubblico onde sollecitare lo stimolo al consumo. Pertanto, ripetetele ad intervalli regolari, alternandole tra loro, come un carosello pubblicitario inteso a vendere sempre la stessa merce. Create una serie di stimoli ed aspettative. Confezionate per il pubblico un prodotto su misura di input condivisi, tramite un sistema di induzione, provocazione, e reazione. In tal modo innescherete un meccanismo comunicativo di condizionamento strumentale, che per certi versi ricalca l’effetto pavloviano.
Se rapportata allo scontro politico di un’epoca post-ideologica, che stenta a dare un senso a se stessa, in assenza di qualsivoglia programma o idea, la proposta politica è ridotta ad una guerriglia faziosa tra bande, che si consuma a due livelli ironicamente definibili come endogeno: le faide interne ad una medesima compagine. A cui si accompagna un livello esogeno: la contrapposizione totale tra due gruppi distinti, che trovano la loro ragion d’essere nell’irriducibilità dell’ostilità reciproca, come collante galvanizzante per la coesione interna di una tribù, altrimenti divisa dalle lotte intestine tra clan in competizione per la supremazia.
Esempio pratico: prendete il fenomeno eterodiretto su piattaforma digitale, che si fa chiamare M5S. In un condensato desolante di assurdità e paranoie complottiste, contraddizioni e slogan a buon mercato, nel sostanziale vuoto progettuale per eccesso di idee confuse, che si intrecciano attorno alla narrazione fantastica del “capo politico”, il noto movimento non potrebbe sopravvivere alla riprova dei fatti che svelerebbero tutta l’inconsistenza di un prodotto artificiale di web-marketing. Di conseguenza, così come ogni storia ha bisogno di alimentare il proprio pathos con la presenza di un villain convincente, che dia una ragion d’essere al titanismo eroico del protagonista, allo stesso modo il PD costituisce la nemesi perfetta del notorio “moVimento” e viceversa, come due elementi speculari ad una narrazione uguale e contrapposta che in assenza di credibilità si alimenta del mito del Nemico. Il copione è sempre lo stesso: ogni giorno qualcuno dei cloni selezionati nei casting della Casaleggio Associati, pesca a tema la non-notizia del momento da rilanciare a mezzo twitter su ogni agenzia di stampa disponibile, onde denunciare l’ennesimo scandalo vero o presunto della “casta”, di cui il partito bestemmia è ormai assurto ad emblema ed incarnazione data la sua permanenza di governo. Segue indignazione condivisa dei followers della setta. Processo pubblico in contumacia. Immancabile richiesta di dimissioni di questo o quel ministro…
 E la madonna dei Boschi resta indubbiamente il bersaglio ineguagliabile ed insuperato di ogni offensiva. Del resto è come sparare su un elefante a distanza ravvicinata con un fucile di precisione: non puoi sbagliare!
Segue reazione piccata delle cheerleaders del renzismo militante, che solitamente rispondono accendendo le polveri di un’altra non-notizia, da agitare onde galvanizzare la propria tifoseria, con scontro su ‘social’ con prosecuzione su ‘talk’. Non per niente, the show must go on! Si ravviva il fuocherello di paglia per due o tre giorni fino ad esaurimento. E poi si passa ad altro, in attesa di montare una nuova polemica, giusto per guadagnare le prime pagine delle edizioni on line. Da notare che il meccanismo è assolutamente interscambiabile. Noterete che nessuno dei due schieramenti vi risponderà nel merito dei fatti, stando anzi molto bene attenti a non entrare mai nel dettaglio, circostanziandone le fattispecie di riferimento.
L’ennesimo pretesto di scontro, è stata la pubblicazione dell’ultima opera dell’ottimo Ferruccio de Bortoli. Titolo appetitoso, Poteri forti (o quasi), per un librone di trecento pagine e passa che si pone ai lettori come una raccolta di “memorie di oltre quarant’anni di giornalismo”, per usare le stesse parole dell’Autore, dove si parla di tutto (e di niente in dettaglio). Al “renzismo”, De Bortoli dedica solo una manciata di pagine dal titolo eloquente e più che sufficiente a descrivere il fenomeno per ciò che è: Renzi, ovvero la bulimia del potere personale. C’è da dire che l’Autore ha scritto sul personaggio editoriali assai più fulminanti nella sua attività di giornalista. Qui il tono è più defilato, quasi bonario; parte da una recita di scuse che è quasi un atto di contrizione, con il quale Ferruccio de Bortoli finge di fare ammenda, salvo rincarare la dose col piccolo Napoleone di Rignano. Il tutto è intriso di un’ironia sottile, ma affilata, senza mai perdere il senso della misura. Alla fine il ritratto che viene fuori del putto fiorentino, attraverso un serie di aneddoti, è quella di un arrogante signorotto feudale piombato dalla provincia alla ribalta nazionale, un sostanziale cafone senza altra progettualità che non sia il consolidamento personalistico di un potere fine a se stesso. Niente che di Matteo Renzi non si fosse abbondantemente capito, o non si sia già scritto. Alla Maria Elena Boschi, viene dedicata una sola paginetta (pag.209) su 320 pagine, in un discorso più ampio (estrapolato da terzi), dove peraltro De Bortoli si interroga a mo’ di riflessione personale sul ruolo della massoneria (e massimamente quella toscana) nel consolidamento del potere renziano e le sue ramificazioni nel sistema bancario, riagganciandosi ad una tematica peraltro già affrontata in passato…

«Non ho mai scritto e nemmeno pensato che Renzi sia un massone in una regione nella quale un po’ tutta la classe dirigente lo è. Mi chiedevo soltanto se, parlando del Patto del Nazareno…. le vicinanze tra esponenti dei due schieramenti in terra toscana, fossero spiegabili anche con quell’appartenenza. Una domanda legittima. Una richiesta di trasparenza dal momento in cui si metteva mano addirittura alla Costituzione.
Non c’è nulla di male ad essere iscritti. Non nego i meriti storici della massoneria, anche se ho visto da vicino le sue deviazioni…. In altri paesi la massoneria è un soggetto pubblico. Trasparente. Da noi pare non esistere. Misteriosa. Sembrava addirittura scomparsa, dopo il caso P2 di Licio Gelli, al di là delle apparizioni pubbliche dei vari riti che hanno spesso una valenza un po’ caricaturale e folcloristica. Da noi è un tabù. Si sussurra non si dice, si sospetta non si dichiara, si allude. Ho esagerato, forse, ma nulla mi toglie dalla testa che nel dedalo di rapporti di quella che Ernesto Galli della Loggia ha chiamato “consorteria toscana”, le appartenenza massoniche un ruolo lo abbiano giocato e continuino a giocarlo.»

Questa è una non-notizia che nulla aggiunge al dibattito, ma introduce il pezzo più goloso che De Bertoli infila en passant, chiamando in causa la donna di denari nell’intreccio che unisce a doppio filo governo, renzismo, e potere bancario, lasciando sottintendere la presenza di una longa manus massonica, nella fratellanza acquisita all’ombra di grembiulini e compassi. E lo fa in riferimento ad un articolo di “Libero” dove venivano svelati le frequentazioni tra il faccendiere piduista Flavio Carboni con papà Boschi…

 «Il vicepresidente della banca aretina Pierluigi Boschi, padre di Maria Elena, aveva incontrato il faccendiere sardo in un paio di occasioni durante le quali avrebbe chiesto consigli su chi mettere alla direzione generale dell’istituto. L’allora ministra delle Riforme, nel 2015, non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit. Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione della Banca Etruria. La domanda era inusuale da parte di un membro del governo all’amministratore delegato di una banca quotata. Ghizzoni comunque incaricò un suo collaboratore di fare le opportune valutazioni patrimoniali, poi decise di lasciar perdere. L’industriale delle scarpe Rossano Soldini mi ha raccontato di aver avuto molti sospetti sul ruolo della massoneria locale nella gestione dell’istituto. Elio Faralli, che ne fu fu padre-padrone per circa trent’anni, fino al momento in cui fu costretto a lasciare il timone a Giuseppe Fornasari, era notoriamente un massone. Soldini fece molte domande scomode, in particolare sul ruolo del consigliere Alberto Rigotti, il cui voto, probabilmente invalido, fu decisivo per eleggere Fornasari. Rigotti ebbe prestiti dalla banca mai rientrati, e finì in bancarotta col suo gruppo editoriale. I consiglieri dell’Etruria godettero di affidamenti per un totale di 220 milioni di euro. Gli organi statutari erano del tutto ornamentali. Non sarebbe il caso di chiedersi se anche legami massonici o di altra natura non trasparente siano stati all’origine della concessione di troppi crediti facili e della distruzione di molti piccoli risparmi? A maggior ragione ora che alcuni istituti di credito vengono salvati coi soldi dei contribuenti?»

Ferruccio de Bortoli
“Poteri forti (o quasi)”
La nave di Teseo
Milano, 2017

Ecco, queste sono le righe dello scandalo che è buono per l’ennesima polemica strumentale M5S vs PD. E francamente hanno stancato entrambi! Ci si concentra sulle responsabilità (presunte in assenza di conferma o di fonte certa, fintanto che Ghizzoni tace) della Maria Elena Boschi, chiedendosi se abbia travalicato il suo ruolo di ministro, interessandosi in modo assai più che “inusuale” alle sorti di un istituto di credito privato con evidenti interessi familiari. Ma, al di là dell’opportunità, nulla che presupponga una qualche fattispecie concreta di reato (e questo ci si guarda bene dal dirlo). E non si spende una parola per confutare la domanda che si pone circa le ipotetiche influenze di un’organizzazione ‘segreta’ che controlla per filiazione interna l’istituto aretino, con finalità non chiare e ramificazioni consolidate in ambito istituzionale, come si trattasse di una sorta di potere parallelo.
Insomma, una non-notizia che presuppone una seconda non-notizia (siamo nell’ambito delle pure supposizioni), per una non-risposta, visto che tutti gli occhi guardano il dito e non la luna. 
Agitare, non mescolare.

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METAFORE

Posted in Stupor Mundi with tags , , , , , , , , on 28 marzo 2017 by Sendivogius

Se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo! Chissà cosa faremmo mai senza il ministro Giuliano Poletti, la salamella emiliana messa a stagionare al dicastero del “Lavoro”, come viatico in conto LegaCoop, senza altri requisiti che non siano la sua mostruosa dabbenaggine, con le raffinate metafore di ispirazione calcistica, a misura dell’infimo livello culturale del “governo del fare”. Con tutta la ruspante sincerità che contraddistingue il personaggio, nella reiterata esibizione della propria minchioneria siderale, il sedicente ministro Poletti, non pago delle precedenti figure di merda delle quali è esperto assoluto, dispensa l’ennesima perla della sua saggezza porcina, svelando un altro degli italici segreti di Pulcinella; ovvero, in Italia il curriculum vitae non conta nulla, perché in realtà un’occupazione professionale la si ottiene tramite le conoscenze giuste attingendo alla rete delle relazioni amicali, foss’anche giocando una partita a calcetto con la gente che conta. Che dopo si fa spogliatoio, e tra una ‘frociata’ e l’altra magari si rimedia anche la raccomandazione utile. E di questo noi non avevamo il benché minimo dubbio; altrimenti non si spiegherebbe come un analfabeta integrale, ma con fondamentale diploma da perito agrario, sia riuscito a diventare prima “dirigente d’azienda” e poi “ministro del lavoro”, senza aver mai lavorato un solo giorno in vita sua.

Del resto il Governo Gentiloni, nato come fotocopia del Governo Renzi (altro specialista in materia), abbonda di simili fenomeni d’asporto… dalla ministra Marianna Madia (che a suo tempo vantava la sua straordinaria incompentenza come requisito fondamentale), all’imperturbabile Angelino Alfano (ed il di lui fratello piazzato in carico alle Poste) planato dagli Interni agli Esteri con la leggerezza di un clistere. Per non parlare di Valeria Fedeli, diploma di terza media, e per questo elevata a ministro dell’Istruzione e dell’Università.

Almeno il ministro per scherzo Poletti ha la decenza di non millantare lauree che non ha mai conseguito. Lui alla sua ignoranza ci tiene, dal momento che non contano i titoli, e meno che mai le competenze. Bastano gli “amici”. La “politica” poi fa il resto. Dunque di che cosa indignarsi?!? Suvvìa, non siate ipocriti. Questo governo è il più monumentale tributo alla raccomandazione ed all’incompetenza, elevati a straordinari requisiti di potere dal fondo di una cialtroneria senza precedenti. Tutto si può rimproverare ad un Poletti, tranne di non essere coerente con se stesso.

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DEMOLIZIONI ALTERNATE

Posted in Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , on 6 marzo 2017 by Sendivogius

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Un cialtrone è per sempre. Nella sua infima mediocrità, qualunque siano le situazioni nelle quali si troverà a concionare nella sua inesauribile logorrea, il cialtrone si muoverà imperturbabile, con l’immutata faccia da culo, buona per tutte le circostanze e sempre pronta per l’esibizione di scena, nella garrula evanescenza del suo impettito non-essere che non conosce pudore, semplicemente perché non sa cosa sia la vergogna. Ovviamente il cialtrone ha una grandissima reputazione di sé medesimo. E peccato che quasi mai questa corrisponda alla percezione comune. Immune ad ogni critica, e dunque impermeabile ai fallimenti, è incrollabile nella persistenza con cui ripropone se stesso, variabile nella forma, immutabile nella sostanza, cialtrone sempre.
matteo-renzi-il-cazzaroDi conseguenza, il cialtronismo non è una semplice manifestazione provvisoria, ma una condizione dello spirito, che per alcuni diventa ragione cogente di vita, tanto da essere elevata a professione a tempo pieno, prima ancora che a presupposto esistenziale. In questo, la “politica” con la sua aleatorietà disgiunta dai risultati, l’inconcludenza nella libera reinterpretazione dei fatti, l’assoluta ininfluenza di qualunque competenza, offre prospettive inimmaginabili per il cialtrone che in essa trova la sua definizione ideale. E, proprio come una droga, della “politica” (o meglio: della vetrina che questa gli offre e dell’illusione di poter gestire un potere che è solo apparenza), il cialtrone non potrà fare più a meno. Anche perché, proiettato al di fuori di un simile alveo ideale, non saprebbe fare altro, nell’impossibilità di riciclarsi altrove.
renzi-nascita-di-un-cazzaro Matteo Renzi è così: un condensato gassoso di fuffa con il nulla intorno; uno di quei perdenti di successo che, esaurito il pur copioso campionario di panzane con cui ha imbonito gli elettori più irriducibili del partito bestemmia (ma con quelli ci vuole poco) e una parte degli italiani che ora si vergognano ad ammettere di averlo mai votato, cerca in ogni modo di rilanciare la propria immagine sempre più abborracciata in una pinguedine crescente, nonostante la catastrofe in cui ha lasciato il suo partito (e chissenefrega!), ma soprattutto l’intero Paese. Da cazzaro matricolato quale è, persiste nella sua narrazione fantastica di banalità senza fine, finendo col perdersi negli stucchevoli sbrodolamenti, sui quali galleggia il suo narcisismo nell’abnormità di un ego incontenibile. E non si rende conto di essere ormai un format scaduto, mentre si ostina ad incensare i mirabolanti successi del ‘suo’ governo; insistendo a magnificare proprio quei punti che più fanno incazzare i “giovani” (che infatti non lo votano) e quella che un tempo avrebbe dovuto essere la base elettorale del suo partito (la “sinistra”, che infatti lo schifa peggio di una merda). Scaduto il tagliando con largo anticipo, il Rottamatore sa che non supererà la revisione, essendo lui stesso un rottame politico ormai prossimo allo smaltimento per rifiuti solidi ingombranti (di quelli dove non si ricicla nulla, ma si butta via tutto). Adesso non twitta più, ha anche lui il suo bloghetto (col faccione di cartapesta in bella vista ed altrettanto finto come l’originale), dove ci delucida delle sue gesta come un Ecce Bombo qualunque: “faccio cose, vedo gente”, mentre se ne vola per le vacanze in America, come un personaggio dei film dei Vanzina; meglio se a scrocco (tirchio com’è) dell’amico Carrai.

il-blog-di-matteo-renzi

Sono gli ultimi rantoli di un renzismo di Affari & Famiglia, lievitato all’ombra degli Amici che contano, meglio se cresciuti sotto la loggia giusta, e concentrato in un’area che non supera i 20 kmq, a misura del suo piccolissimo mondo di provincia; poco più di un acquario, dove nuota il vorace squaletto democristiano coi suoi pesci pilota attorno.
lobby-fondazioni-e-renziE in quel sottobosco provinciale, fatto di relazioni sottobanco, raccomandazioni, clientelismi, camarille ed intrallazzi, familismo amorale e cupole affaristiche (che manco nella Sicilia romanzata di don Vito Corleone!), l’ambizioso putto di Rignano troverà probabilmente la conclusione della sua resistibilissima ascesa, meglio se insieme all’intraprendente babbo Tiziano, che per le sue irrinunciabili consulenza pare si accontentasse di soli 30.000 euro. Non s’è capito bene se pagati al nero o in voucher…!

tiziano-renzi

Nella saga del renzismo di greppia e di poltrona, i padri sembrano costituire la nemesi costante dei prodighi figliuoli in carriera, per una bulimia di potere e denaro, prossima ad un girone dantesco.
boschi-maria-elenaAltri tempi, quando il Rottamatore cavalcava la tigre del populismo e preparava la sua scalata al cielo… Ve lo ricordate?!? Un cialtrone onnipresente, capace di sostenere tutto ed il contrario di tutto, perché funzionale alla conquista del potere (meglio se assoluto), ed elevato ad ultima speranza di una “elite” più demente che disperata. All’epoca l’ex lobby-continuasindachetto di Firenze doveva conquistarsi il suo posto al sole, forte del sostegno (e dei quattrini) degli amici che contano. C’era un partito da occupare ed un paese da fottere. E quindi bisognava accreditarsi come l’inflessibile castigatore della rottamazione incipiente, in qualità di ennesimo avanzo di nuovo contro i vecchi arnesi della politica, ma soprattutto contro i propri rivali.
Governando infelicemente il Letta nipote, ogni pretesto era buono per invocare dimissioni e sollevare “questioni morali” un tanto al chilo, secondo la convenienza del momento, per asfaltare i propri avversari. E’ uno spasso rileggere gli anatemi di questo moralizzatore a corrente alternata, nell’ansia di piacere e piacersi, mentre prendeva già le misure della poltrona da occupare a Palazzo Chigi…

Caso Shalabayeva

«Se si è sbagliato qualcuno si assuma la sua responsabilità. Se Alfano sapeva, ha mentito e questo è un piccolo problema. Se non sapeva è anche peggio. In ogni caso dovrebbe dimettersi

(17/07/2013)

Per i maliziosi che insinuavano come le intemerate del Rottamatore, fossero soltanto squallide manovre per logorare l’esecutivo del rivale Letta e sostituirsi ad esso. Il machiavellico cialtrone si profondeva in una di quelle esibizioni di vibrante indignazione nelle quali è maestro consumato, come si conviene ad un bugiardo intemerato. Il piccolo Iago fiorentino non riusciva proprio a contenere lo sdegno:

matteo-renzi-il-cazzaro-1«Da qualche ora le redazioni dei giornali sono invase da agenzie di stampa di parlamentari del PDL e di qualche statista del PD che continuano a spiegare come la mozione di sfiducia contro Angelino Alfano, presentata da CinqueStelle e Sel in Senato sia una mossa del perfido Renzi per “pugnalare il Governo Letta”.
[…] Da cittadino sono umiliato rispetto all’atteggiamento che larga parte della classe dirigente del PDL e del PD ha avuto, cercando di usare questa vicenda per attaccare me. Dicono che tutta questa vicenda nasca dalla mia ansia di far cadere il Governo. Ma la realtà dei fatti è che io non ho alcun interesse a far saltare il Governo Letta. E il bello è che lo sanno tutti!
[…] Ma se non credete agli ideali, credete alla convenienza, perché c’è una ragione persino utilitaristica, per cui non ho alcun interesse a far cadere il Governo, specie adesso.
[…] E se anche si formasse un nuovo Governo non sarei io candidabile avendo più volte detto che se andrò a Palazzo Chigi un giorno, ci andrò forte del consenso popolare non di manovre di Palazzo. Dunque, di che cosa stiamo parlando?»

il-solito-cazzaro

Di cosa si parlasse, gli italiani lo hanno capito poi benissimo. Eliminato Letta (il Serenissimo), col patrocinio di Re Giorgio, il ducetto di Rignano si infeudava col la sua corte alla Presidenza del Consiglio, senza che per questo si andasse alle elezioni (su questo è stato di parola!). Salvo poi riprendersi quello stesso Alfano nel ‘suo’ governo, riconfermandolo al Ministero degli Interni. Evidentemente, certi problemi hanno una scadenza più ravvicinata di quella di uno yogurt, così come la parola data.

 

la-coerenza-di-renzi

Caso Cancellieri

«Il ministro Cancellieri deve dimettersi. In questa vicenda Io sono convinto che prima della mozione di sfiducia dovrebbe fare un passo indietro lei. Il punto è che in questa vicenda si intrecciano fin dalla prima telefonata…. una serie di messaggi in cui sembra che la legge non sia uguale per tutti; che se conosci qualcuno riesci a svicolare, è un meccanismo atroce.
Non è un problema giudiziario, ma politico. Purtroppo, dico purtroppo questa vicenda ha minato l’autorevolezza istituzionale e l’idea di imparzialità del Ministro della Giustizia. Talleyrand diceva: ‘è peggio di un crimine, è un errore’. Il Ministro non ha fatto niente di criminale, sia chiaro: ha sbagliato. Prima lo ammette, meglio è, innanzitutto per lei. Ecco perché secondo me dovrebbe dimettersi.
[…] Sono per le dimissioni di Cancellieri, indipendentemente dall’avviso di garanzia o meno. L’idea che ci siamo fatti dell’intera vicenda Ligresti è che la legge non sia uguale per tutti e che se conosci qualcuno di importante te la cavi meglio. È la Repubblica degli amici degli amici: questo atteggiamento è insopportabile.
[…] Il governo deve stare in piedi non su alchimie, ma per fare le cose che deve fare. Credo che la gente che sta a casa, dal Pd non si aspetta l’ultima posizione sulla presa di posizione del ministro, siamo fatti per qualcosa di più grande del destino della Cancellieri

  (18/11/2013)

Caso De Girolamo

«Nessuno fa processi politici in contumacia, alla luce di quello che dirà il PD prenderà sua posizione che sarà unitaria. Comunque sia, la Idem si dimise dal governo, dimostrando uno stile molto diverso.»
(14/01/2014)

Poi ad un certo punto, il “giustizialismo” di questo intrigante bugiardo matricolato conosce un virata di 360°, facendosi prima peloso ed ambiguo…

Caso Lupi

«La scelta di Maurizio di rassegnare le dimissioni è una scelta saggia, per sè, per Ncd, per il governo.»

(20/03/2015)

…E con l’ennesimo triplo salto carpiato approdare nuovamente al “garantismo” ad oltranza, quando le inchieste toccano i pretoriani del suo “Giglio Magico”, come nel caso dell’inamovibile Luca Lotti: un’altro di quegli irrinunciabili talenti su cui si regge il renzismo di consorteria e di loggia…

«Se deve dimettersi? A mio giudizio assolutamente no. Conosco Lotti da anni ed è una persona straordinariamente onesta, lo devono sapere sua moglie e i suoi figli. Io non scarico mai gli altri: non l’ho fatto con Del Rio, Boschi e ora Lotti. Non accetto processi sommari. Luca Lotti è indagato insieme al comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Tullio Del Sette. Sono pronto a scommettere che Lotti e Del Sette, cui va la mia stima, non hanno commesso niente. C’è un disegno evidente in queste ore di tentare di mettere insieme cose vecchie di mesi. L’indagine su Lotti e Del Sette è una cosa di tre mesi fa. Sulla vicenda Lotti non è cambiato niente in due mesi, stiamo costruendo le cose più incredibili.
[…] Se la buttiamo sulla questione processuale e penale devo dire con molta forza, a tutela della comunità di persone che ho rappresentato, a iniziare dal Pd, che si aspetta la sentenza sempre, si è garantisti e si rispetta la presunzione di innocenza

(03/03/2017)

Che cosa è cambiato nel frattempo?!? Be’ è semplice… Nel frattempo Renzi è diventato prima segretario del PD e poi presidente del consiglio, al posto di quell’Enrico Letta pugnalato appunto alle spalle in una di quelle congiure di palazzo che più di ogni altra cosa qualifica il personaggio.

Firenze, Matteo Renzi ed Enrico Letta a Palazzo Vecchio

Luca Lotti poi è roba sua e gli serve, tanto per tornare a ridiventare segretario e possibilmente premier. Per dire, Lotti è quello che tiene i fili della relazioni amorosa con quell’altro galantuomo recentemente condannato a 9 anni per bancarotta fraudolenta: quel Denis Verdini, senza il quale “non avremmo mai potuto realizzare le riforme” (!) e già aspirante padrino costituente.  Trombati i rivali, questa è una cosca elettorale che non s’ha da toccare!

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