Archivio per Post-democrazia

IO PRETENDO!

Posted in Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , on 23 settembre 2018 by Sendivogius

Non si capisce bene perché gli 80 euri di Renzie erano una mancetta elettorale, mentre 800 euro distribuiti a pioggia ad una pletora di fancazzisti professionisti, non residenti inclusi, siano invece un fondamentale principio di civiltà e non la più grossa compravendita elettorale che si ricordi dai tempi della congiura di Catilina. Se poi mancano le coperture fiscali, se non ci sono i soldi, che problema c’è? Basta fabbricarli la notte, magari con la stampante 3D di Beppe Grillo; oppure invocare la moltiplicazione dei pani e dei pesci, aspettando il miracolo.
A ben vedere, Cetto La Qualunque è stato un precursore…

Pretendo che il ministro dell’Economia di un governo del cambiamento trovi i soldi per gli italiani che momentaneamente sono in grande difficoltà.”
Luigi Di Maio
(18/09/18)

In fondo si tratta solo di dieci miliardi, giusto l’importo di una manovra finanziaria. Che vuoi che siano mai?!? I ministri dell’economia che si sono succeduti negli ultimi 30 anni erano tutti coglioni. Pensa te! Sempre lì con quelle facce da funerale, a tirar di conto col pallottoliere, tagli su tagli, a far incazzare gli italiani, coi partiti politici impiccati all’albero del rigore, e perdendo milioni di voti, quando la soluzione era proprio dietro l’angolo, a portata di click.

Bastava “pretendere”. Perché se Giggino pretende, un “ministro serio” i soldi li trova. Anzi, ‘DEVE’ trovarli! E che ci vuole a mettere insieme un po’ di cucuzzoni, per comprarsi il voto degli Sdraiati?!? Cosa saranno poi mai dieci e passa miliardi?

“Facemo mille petecchioni, e contenti li sapienti e li minchioni!”

Ora, non sappiamo se il ministro Tria si sia armato di vanga e se ne vada in giro a scavare buche, insieme ai tecnici ed ai dirigenti del suo dicastero, sperando di trovare il Pozzo di San Patrizio, per una grande caccia organizzata al tesoro. Sennò Rocco Casalino li caccia via lui i “pezzi di merda” (giusto a proposito di equilibrio dei poteri e rispetto istituzionale). Poco importa se questi possiedono una laurea (vera) ed hanno superato un regolare concorso pubblico, al contrario del palestrato frocione venuto dal “Grande Fratello” (omen nomen).

Alludiamo al puparo della Casaleggio Associati inviato a controllare ed imboccare il pupazzo Conte: primo caso italiano di sockpuppet diventato premier (fantoccio) in un governo di portavoci.

Questo avviene quando Casalino non è troppo impegnato a lanciare messaggi di intimidazione para-mafiosa alla libera stampa. Intendiamoci: non c’è niente di fascista in tutto questo. Il fascismo storico i giornali non li chiuse mai del tutto; si “limitò” ad azzittirne le voci critiche, a censurarne gli articoli sgraditi, sequestrarne le copie, e devastare le tipografie. Quello che voleva era in realtà un coro ossequioso che declamasse all’unisono i peana di regime, intravedendo i vantaggi di un’orchestra allineata agli ukase di governo. Il M5S è oltre. Per la Setta digitale infatti non c’è spazio per i media: i giornali (tutti) devono sparire, preferibilmente entro il 2027 secondo le profezie dei Casaleggio. Bastano i meme sparsi in giro dagli AttiVisti (fate girare!) e le notizie filtrate dall’ufficio propaganda di una nota agenzia privata di Milano (no, non è la Stefani), per fare “informazione”… di regime.
Eppoi, se Giggino O’Sarracino pretende… allora pretendete pure voi. Non è forse sacra la volontà del popolo?!?
Io pretendo di avere diecimila euro al mese e starmene a casa a non fare un cazzo, invece di alzarmi alle 5,00 del mattino smazzandomi per una manciata di euro. In fondo, se un Rocco Casalino ne guadagna 170.000 all’anno per dire cazzate, non vedo perché non possano averne tutti.
Pretendo di trombarmi le più belle donne del pianeta. Mi sembra una richiesta legittima ed una giusta rivendicazione contro la discriminazione sessista.
Pretendo di rimanere sempre giovane e bello. Perché infatti uno dovrebbe accettare passivamente la tirannia del tempo che passa?
Pretendo che sia natale tutto l’anno. E dovete farmi il regalo. Lo pretendo!
Pretendo che il sole giri attorno alla Terra.
E non so… qualsiasi altra cosa mi passi per la testa… Io la PRETENDO!!!
Altrimenti l’è tutta una cospirazione della Ka$ta!!1!.
Un bambino viziato pretende. Batti i piedini. E strepita finché non ottiene per sfinimento ciò che sarebbe impossibile avere. Poi per fortuna si cresce, con l’eccezione di qualche egocentrico deficiente che crede davvero il mondo funzioni così e che tutto gli sia dovuto per grazia ricevuta.
A volte, la soluzione è rimanersene defilati, starsene dietro, aspettando pazientemente che il fiume faccia il suo corso…
Di solito certe attese non vanno mai deluse.

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Hic sunt leopoldi

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 ottobre 2014 by Sendivogius

ZEE Cast by Alexiuss - Longing

«Avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità, ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’affrontarlo, il valore nostro

 Umberto Eco
“Costruire il nemico”
(15/05/2008)

Giulio Andreotti Il Divo Giulio, che della materia se ne intendeva, era solito dire il potere logora chi non ce l’ha. E possiamo soltanto immaginare i tormenti del Giovane Renzi, fintanto che non ha potuto ottenere l’agognato giocattolo e ritagliarsi un corona di carta stagnola.
RenzusconiArrogante, indisponente, sferzante.. il Bambino Matteo mostra finalmente il suo vero volto, senza più finzioni. Adesso che ha ultimato la muta e raggiunto la maggior età, manovra saldamente il bastone del potere, rivelandosi per ciò che in fondo è sempre stato… Un capriccioso caudillo peronista col gusto del comando e ambizioni sconfinate, che per puntellare un potere personalistico quanto mai precario ha bisogno di inventare ogni giorno dei nemici, contro i quali convogliare le proprie inadeguatezze. E pazienza se li sceglie tutti a “sinistra”, con alleanze spostate interamente a “destra”, mostrando un furore ideologico che va ben oltre la Thatcher, ed esibendo un disprezzo sconosciuto persino all’Amicone di Arcore nei suoi tempi migliori.
Gianni e Pinotto (EDOARDO BARALDI)Per intenderci, è quello che, ad eccezione del padronato di Confindustria con cui la sintonia invece è totale, non tratta con le parti sociali (che al massimo possono essere convocate per prendere ordini dai suoi tirapiedi senza delega), perché prima devono farsi eleggere in parlamento. Esattamente come ha fatto Matteo Renzi e la sua cricca di speculatori.
E questo perché le leggi si fanno in parlamento, non nei tavoli per le trattative.
Peccato che poi, ridotto il Senato ad un simulacro di non eletti, il Parlamento rimanga più che altro aperto pro forma, dal momento che al suo interno tra voti di fiducia, deleghe in bianco al governo, e contingentamento dei tempi di discussione in aula tramite l’abuso della “ghigliottina” (più pratico mettere bavagli che tagliar teste), ormai non si parla né si discute più di nulla. In compenso, si ubbidisce a tutto ciò che un Presidente del Consiglio, rigorosamente non eletto, impone in ‘agenda’ (la sua), ricorrendo ai servigi di una corte di nominati in null’altro scelti se non per fedeltà e dipendenza diretta con le sorti del Capo, a cui sono indissolubilmente legati.
Alla “Leopolda”, più che una stella è nato un ducetto. Di quelli piccoli piccoli, come i borghesi dei quali si circonda, per puntellare il culto della sua egocrazia personalistica.
The-Walking-Dead-Companion-TV-Show-Series-AnnouncedEd è morto un partito, imbarazzante come le sue iniziali in richiamo della bestemmia che è stato, per lasciare il posto al “partito della nazione”, a vocazione più egemonica che maggioritaria; coi suoi ras e le sue squadre di chierichetti d’assalto, transumati dalle stalle della provincia fiorentina alla greppia del potere romano, confermando un vecchio aforisma:

“Nessun partito politico è di sinistra dopo che ha assunto il potere.”
Guido Morselli
“Diario”
Adelphi (1988)

In quanto ai partiti della nazione, che nei casi più deleteri hanno l’inclinazione a degenerare in “partiti unici”, i precedenti non mancano e non sono dei migliori…
BalillaSinceramente non se ne sentiva la mancanza. Ma agli italiani piacciono. Che si tratti di una camicia nera, un distintivo cloisonne appuntato sul bavero, un tavolo prenotato negli scantinati della stazione di Firenze… li fa sentire importanti, alimenta in loro la presunzione di appartenere alla “razza padrona”. O quantomeno dona l’illusione di farsela amica, che poi sistemiamo tutto la famiglia!
Non esiste corte senza servi, né padrone senza cortigiani. E il machiavellismo del piccolo principe fiornentino non fa eccezione.
Il partito della nazione vive di assoluti e aspira alla totalità. Di riflesso, non ama la diversità; semmai la tollera, fintanto che è funzionale a mantenere l’illusione della pluralità al suo interno, purché le voci critiche siano anche impotenti e pronte ad allinearsi all’occorrenza.
I corpi sociali e le rappresentanze intermedie sono superflue. Se indipendenti, costituiscono un problema. E vengono vissute come un inutile impaccio, quando non speculari alla rappresentazione del potere ed alla costruzione del consenso nel e per il “partito” che si è fatto “nazione”; o meglio: a puntello del comitato d’affari che ne dirige il corso.
A maggior ragione, per tastare il polso della nazione basta un Capo, meglio se carismatico, che come gli antichi re taumaturghi instaura un rapporto diretto coi suoi sudditi, tramite il tocco salvifico della sua autorità.
renzi-berlusconi - opera di EDOARDO BARALDIOvviamente tutto il suo potere discende dal “popolo”, che non potendo essere consultato nella sua interezza può esprimersi solo attraverso il lavacro catartico delle elezioni, strutturate alla stregua di un plebiscito. Le votazioni sono concepite come ordalia elettorale a giustificazione trascendente di un esercizio personalizzato del potere, sempre più svincolato rispetto al primato della legge, o alla stessa architettura costituzionale da distruggere tassello dopo tassello con furia iconoclasta.
art 138In assenza di un consenso totale, ci si accontenta della maggioranza relativa, mistificata in investitura assoluta: 11 milioni di voti alle elezioni europee (Water Veltroni ne prese 13 milioni alle “politiche”. E perse), su una nazione di 60 milioni di abitanti, possono bastare.
In fondo, si tratta di un passaggio di consegne: la “sovranità del popolo” viene ceduta per delega (basta una crocetta su una scheda) a legittimazione di un potere esclusivo, accentrato nelle mani del nuovo sovrano, che lo esercita nelle forme che ritiene opportune, in deroga alle norme stesse e nella pretesa delle sue prerogative regali.
Spacciata per modernità al passo coi tempi di un mondo globalizzato, è in realtà una formula di potere antichissima; nelle sue varianti la si è chiamata oclocrazia, cesarismo (la definizione più appropriata), bonapartismo… ma tutte discendono da una medesima matrice: il feudalesimo.
Lo si può digitalizzare strusciando le dita unte sul display di un i-phone, cinguettando banalità via twitter e aggiornando il profilo facebook con la velocità di una connessione wi-fi, ma il risultato non cambia.
SELFIE-MAN (1)Col superamento dello “spirito delle leggi”, viene meno la divisione dei poteri e dunque dello “stato di diritto”. Semplicemente ci troviamo di fronte ad ‘altro’. Ma in fondo parliamo di Montesquieu: uno che per scrivere usava una piuma d’oca, attingendo l’inchiostro da un calamaio, facendosi luce con una candela di sego. E se si doveva fare un selfie, al massimo chiamava un ritrattista specializzato in bozzetti a carboncino su foglio di pergamena!
Altro che gettone telefonico e rullini fotografici!!

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Partito della Nazione

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 luglio 2014 by Sendivogius

frase-cuando-hay-un-gran-lider-un-gran-partido-y-una-genuina-patria-brilla-la-nacion-lo-mismo-que-el-kim-jong-ilUltimamente, si sente parlare sempre più spesso e con una certa leggerezza, in conformità con la faciloneria dei tempi che corrono, di “Partito della Nazione”. Si tratta di una scelta semantica funzionale a Alemanno - Partito della Nazionedefinire la catalizzazione del consenso. E di per se stessa si presta a interpretazioni quantomeno dubbiose: se la “nazione” vive politicamente in un partito che ne riflette le scelte e l’animus prevalente, come si dovrebbe definire ciò che ne resta al di fuori per incapacità di omologazione o intrinseca resilienza? Anti-nazionale, e dunque anti-italiano, ‘sovversivo’?!?
Se la scelta delle parole è importante, bisognerebbe saper cogliere anche il presupposto “totalitaristico” di simili definizioni…
JoinTeaPartyNationIl termine, recentemente evocato dal premier Renzi, è in realtà una vecchia trovata di Pier Ferdinando Casini [QUI]. E con ogni evidenza si ispira a quello che in Italia fu il “partito della nazione” per eccellenza: la Democrazia Cristiana. La riscoperta rende bene qual’è il modello ispiratore e l’approdo ultimo delle attuali fregole “riformiste”, soffritte in salsa liberista.
L'arrivo del partito della nazioneMa l’idea di un “partito della nazione” non è certo una novità nello spettro politico, visto che solletica perfino le simpatie di vecchi comunisti in disarmo come Alfredo Reichlin, in una ritrovata visione egemonica ai tempi della post-democrazia.
Partito della NazioneSostanzialmente, costituisce una variante rivista e corretta del cosiddetto catch-all party, il “partito pigliatutto”: invenzione non nuovissima, dal momento che il primo ad utilizzare l’espressione fu il prof. Otto Kirchheimer, che ne teorizzò la struttura già a metà degli anni ’60, considerando il fenomeno come la naturale evoluzione dei partiti di massa. Tramite l’adozione di un armamentario post-ideologico, assolutamente flessibile e trasversale, il “partito pigliatutto” si concentra sulla promozione elettorale di interessi specifici e quanto più variegati possibile. Ottimizza il consenso, tanto più condivise sono le tematiche promosse, quanto più è indefinita la visione ideologica d’insieme e liquido il suo elettorato di riferimento. Allargando l’offerta elettorale delle proposte, pesca suffragi nei bacini elettorali più diversi. Si direbbe che più che indirizzare l’elettore, focalizzando l’azione su specifici temi, ne insegua piuttosto gli umori, avvallandone le pulsioni e funzionando come perfette macchine elettorali, per la massimizzazione del consenso in termini di voti.
Il “partito pigliattutto” è stata l’entità prevalente dell’ultimo decennio, con la sua struttura su base personalistica, mutuata dal linguaggio pubblicitario e dal marketing avanzato. Pertanto, si è passati dal partito-azienda, inteso come emanazione proprietaria delle aziende Mediaset, al sedicente “movimento” che pesca a destra e a sinistra, fuori dai vincoli di appartenenza politica nel culto ossessivo del Capo politico di cui è la protuberanza, ma in quest’ultimo caso siamo fuori scala ed è come contare i coliformi in una fogna. Più ordinario è invece il caso di quell’ex contenitore di correnti l’un contro l’altra armate, che è stato fino a poco tempo il partitone democratico, ridotto oramai a coreografia scenica e filiale organizzativa del renzismo dilagante.
Soprattutto, nella loro offerta indifferenziata, i catch-all parties sono prodotti a forte contenuto mediatico, fondati sulla predominanza degli slogan, e costruiti attorno alla personalità eclettica di un leader di cui si mettono al servizio, essendo strumenti più funzionali che sostanziali. E questo ne costituisce anche il limite e la debolezza più evidente, dal momento che la vacuità ideologica, il personalismo verticistico, ed i trasformismi politici, possono degenerare nei casi peggiori, in culto della personalità, incentrato attorno ad un populismo reazionario e improntati alla massima ubiquità.
Emblema del Partido Colorado del Paraguay Come sempre, gli esempi più deleteri ci vengono dalla realtà latinoamericana, rotta a tutte le degenerazioni possibili. In tale ambito, un modello atipico quanto particolare sono i partidos colorados di Paraguay ed Uruguay, capaci delle involuzioni e dei contorcimenti politici il più eclatanti (e ripugnanti) possibile.
Tornando invece alla specificità italiana, sopravvalutare la portata dei propri successi (ancor più se elettorali per tornate minori) non è mai un buon metro di giudizio, esattamente come non giova all’azione la prudenza eccessiva.
DicaaaE questo bisognerebbe ricordarlo all’aspirante “Telemaco” in viaggio per l’Europa. Peraltro, ad essere pignoli, la scelta mitologica è davvero tra le più infelici: Telemaco nel suo girare a vuoto, è uno dei personaggi più inconcludenti dell’Odissea; tutta la sua vita è consacrata alla ricerca del padre assente (che se la spassa come meglio può, passando di letto in letto), al quale demandare la risoluzione di problemi (tipo i proci che gli hanno occupato casa e gli insidiano la madre) che è totalmente incapace di risolvere da Telemaco e Athena nell'aspetto di Mentoresolo. Che siano la dea Atena, che si manifesta con l’aspetto del vecchio Mentore, papà Ulisse (travestito da vecchio), la madre Penelope… Telemaco si appoggia totalmente agli altri, i “vecchi” per l’appunto, senza i quali è perduto. Quando per forza di cose decide da solo, affrancandosi finalmente dall’ombra paterna, inesorabilmente sbaglia e fa una gran brutta fine.
Ecco, parlare di “Generazione Telemaco” non è esattamente una metafora di buon auspicio. Fortunatamente, la gilda di mercanti riunita sotto la finzione di un europarlamento è troppo intenta a tirar di conto sulla pelle dei popoli, per perder tempo a leggere i Classici (non è stato detto che con la Cultura non si mangia?) e dunque non si corre il rischio possa cogliere l’incongruenza. In quanto agli apologeti di casa nostra, che sempre più numerosi si affollano alla destra del Figlio, riuscirebbero a far passare l’ottone per la pietra filosofale.
È curioso che ci si gingilli invece attorno a recipienti dal contenuto variabile come il “partito della nazione”, tanto da non capire quanto siano anacronistici sia l’uno (il “Partito”) che l’altra (la “Nazione”) in un contesto fortemente diversificato. A meno che non si intenda utilizzare il nuovo contenitore come un vaso di decantazione, dove marinare opinioni, divergenze e sensibilità differenti, lasciate in decantazione fino ad elidere ogni sfumatura contraria, nell’illusione di un unanimismo stretto attorno ad un leader che decide in splendida solitudine. Perché se in Italia c’è una cosa che non manca, sono i suoi aspiranti “salvatori”.

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L’illusione populista

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 3 novembre 2013 by Sendivogius

Grillini si connettono al webbé

Noi parliamo alla pancia della gente. Siamo populisti veri. Non dobbiamo mica vergognarci. Quelli che ci giudicano hanno bisogno di situazioni chiare. Ad esempio prendete l’impeachment di Napolitano. Molti di voi forse non sono d’accordo, lo capisco. Ma è una finzione politica. E basta. Non possiamo dire che ha tradito la Costituzione. Però diamo una direttiva precisa contro una persona che non rappresenta più la totalità degli italiani. Noi siamo la pancia della gente. Abbiamo raddrizzato la situazione, siamo stati violenti per far capire alla gente.
Se andiamo verso una deriva a sinistra siamo rovinati.

  Beppe Grillo
  (30/10/13)

POPULIST PARTY Circoscritto alla sua dimensione premoderna, il “populismo” propriamente detto è stato un fenomeno limitato, ancorché velleitario, tipico di realtà preminentemente rurali: i narodniki della Russia zarista nella seconda metà del XIX secolo e, alle sue propaggini opposte, il People’s Party negli Stati Uniti di fine ‘800. Entrambi furono pervasi da confuse istanze progressiste, nella loro forma ibrida ancora in evoluzione.
Sostanzialmente, il populismo si configura come una forma di primitivismo politico, che si alimenta di suggestioni e pulsioni emotive.
Come reazione alla modernità, nel trionfo dell’irrazionalismo e nel culto dell’azione nutrito dal mito per la “rivoluzione”, si confonde spesso e volentieri col nazionalismo, contribuendo non poco a concimare il substrato ideologico dei fascismi europei.
In Sudamerica, il populismo si contraddistinguerà come il tratto distintivo dei vari caudillos latinoamericani, dal Brasile di Getulio Vargas al “Partito Giustizialista” nell’Argentina di Juan Domingo Peron. E, con tutte le sue varianti nazional-popolari, fornisce a tutt’oggi la forma di governo predominante nel continente.
Southpark peopleNei sistemi politici maturi, il “populismo” ha sempre costituito un fenomeno marginale, alimentato da insofferenze piccolo-borghesi e ribellismo fiscale. Con ondate regolari, si manifesta ad ogni vento di crisi, spinto dalla marea di un malcontento diffuso ma propositivamente effimero. Nella sua forma ricorrente, rappresenta una cesura polemica tra la rappresentanza elettorale ed il corpo votante, in cerca di rassicurazioni e soluzioni semplificate a problemi complessi. Si muove su una piattaforma trasversale, attingendo tra i delusi della politica tradizionale; oscilla a sinistra, ma quasi sempre finisce per collocarsi a destra lambendone le estreme.
Nell’Europa della post-democrazia, con la crisi della rappresentanza e lo svuotamento progressivo delle libertà costituzionali, il populismo è rapidamente assurto dalla sua posizione irrilevante, confinato com’era nella periferia del tribalismo protestatario, a espressione prevalente ed in rapida ascesa nell’asfittico panorama della politica tradizionale.

«Nati spesso dal nulla come movimenti di protesta, privi di strutture, di quadri e di organizzazione, mossi da un imprenditore politico, i partiti populisti – ma non solo – si identificano innanzi tutto con il loro leader. E nonostante la loro estrema varietà, tutti i populismi hanno almeno un elemento in comune: l’importanza della leadership, al punto che molti di questi movimenti mantengono la loro unità e sopravvivono solo finché perdura il carisma del fondatore.
[…] Il populismo non si riferisce al capo solo come incarnazione dell’autorità: il leader è anche colui che esprime attraverso la sua persona i valori di cui il “popolo” è portatore. Grazie al suo carisma è in grado di mobilitare le energie al servizio del popolo e della nazione.»

 Yves MENY e Yves SUREL
 “Populismo e Democrazia”
 Il Mulino (Bologna, 2001)

Per i limiti congeniti alla carica anti-sistemica, solitamente i movimenti populisti non riescono quasi mai ad “istituzionalizzarsi”, finendo con l’esaurire la loro spinta propulsiva per l’impossibilità intrinseca di realizzare la “missione” prefissata. Incentrati esclusivamente sulla figura carismatica del “capo politico”, al quale legano le sorti in un rapporto esclusivo, si dissolvono in fretta con l’eclisse politica del fondatore per difetto di organizzazione.
NSDAP poster - Free Saxony from Marxist trash In una comunità carismatica, l’unico ruolo riconosciuto è quello del leader, che individua e quindi distribuisce le mansioni all’interno del gruppo, avocando a sé la sostanza degli aspetti decisionali ed il controllo delle reti di finanziamento, decidendone le forme e l’indirizzo secondo propria discrezione.
La concentrazione dei poteri in un’unica figura, legittimata dal fascino totalizzante del suo carisma, presuppone una debolezza intrinseca delle strutture organizzative del movimento, funzionali all’esercizio del potere carismatico e non alla creazione di una struttura permanente. L’assenza di ruoli formali distinti da quelli del “Capo”, l’irregolarità del finanziamento, la mancata strutturazione di regole e procedure, con organismi interni di garanzia per la corretta applicazione delle norme, ne costituiscono una conseguenza endemica.
D’altronde un’organizzazione strutturata in forme più complesse è rifiutata a priori, in quanto identificata con l’aborrita forma-partito, e sostituita quindi con la leadership padronale ed il rapporto diretto, quasi messianico, tra il “capo politico” ed il “popolo”, inteso più che altro come collettore omogeneo di messaggi “contro”.
A partire dagli anni ’90 del XX secolo, le nuove paure legate all’immigrazione di massa ed alla globalizzazione selvaggia, hanno gonfiato il bacino elettorale di “movimenti” e partiti populisti, facendoli tracimare dal loro alveo tradizionale, tanto che la loro espansione sembra diventata una peculiarità nei Paesi dell’area mediterranea. In questo, ha trovato fertile terreno soprattutto in Italia, da sempre laboratorio ideale di tutte le degenerazioni politiche e gli avventurismi personalistici…
Nella sua Psicologia della folla (1895), Gustave Le Bon attribuiva la tendenza ad una naturale eccitabilità delle folle latine.

“Non essendo la folla impressionata che da sentimenti eccessivi, l’oratore che vuole sedurla deve abusare delle affermazioni violente. Esagerare, affermare, ripetere, e non mai tentare di nulla dimostrare con un ragionamento, sono i procedimenti di argomentazione familiari agli oratori di riunioni popolari.”

Un secolo dopo, in tempi non sospetti, dinanzi al preponderante affermarsi del fenomeno, il Taguieffsociologo francese Pierre-André Taguieff concentrò le sue attenzioni sull’insorgenza capillare dell’illusione populista, utilizzando come termine di riferimento per il suo studio: il Front National della famiglia Le Pen ed il FPO” austriaco del prematuramente scomparso Jörg Haider, nel rapporto tra nazional-populismo e nuova destra.
Nella sua ricerca, Taguieff distingue due tipi di populismo politico: il Protestario e l’Identitario.
E su questi delinea i tratti salienti del fenomeno analizzato nella sua complessità:

«Il populismo politico presuppone una dimensione polemica (essere populista significa innanzitutto “essere contro”). Occorre precisare che entrambe le forme di populismo possono collocarsi a destra o a sinistra, abbinarsi ad un orientamento liberale o ad una posizione conservatrice, mascherare un’ostentata posizione anticapitalista o un appello alla “libertà economica”, al “capitalismo popolare” ecc.
La retorica dei movimenti populisti di destra si caratterizza in particolare per il fatto di sfruttare quelli che alcuni politologi hanno chiamato i “sentimenti antipartitici”, tramite la denuncia del programma e dell’azione di altri partiti – dei “partiti di governo” prima di tutto – o dalla condanna del comportamento di questi ultimi. Questi partiti populisti, collocati a destra o all’estrema destra, si presentano non senza paradosso come “partiti antipartiti”. La traduzione in slogan di questa posizione paradossale è la denuncia del “sistema”, dell’establishment, della “classe politica”, del “sistema dei partiti”, e della “burocrazia”.»

 Pierre-André Taguieff
 “L’illusione populista”
 Mondadori, 2003

Il segreto intrinseco per sciogliere la dicotomia di “partito-antipartito” sta nella scelta volksgemeinschaftsemantica del nome, declinato col termine di “movimento”. L’anti-parlamentarismo si traduce come critica alla “democrazia rappresentativa”, a favore di una democrazia “diretta”. Ovvero una democrazia plebiscitaria, dove di “diretto” c’è solo il costante appello al “popolo”, enumerato nel suo insieme come massa anonima ed omogenea.
Secondo Taguieff, la forma decisionale per eccellenza della democrazia populista è il referendum:

«..e più particolarmente il referendum di iniziativa popolare, che permette di aggirare le mediazioni politiche o amministrative, di scavalcare cioè il sistema rappresentativo, dato che sono gli stessi elettori, a certe condizioni, a prendere l’iniziativa della legge. Questa prima forma di populismo politico ha quindi la principale caratteristica di essere incentrata sulla contestazione o sulla critica del sistema di rappresentanza politica e sociale. Un tale tipo di populismo lo si incontra negli atteggiamenti, nei movimenti, o nelle ideologie protestatarie che mettono in atto una funzione “tribunizia”.
[…] L’appello al popolo implica la denuncia del sistema costituito della rappresentanza politica, simbolizzato nel discorso di Jorg Haider dai “vecchi partiti”…. La sua forma di legittimazione più efficace consiste nell’esigere una sempre maggior democrazia. Il 31/08/1994, Haider può così dichiarare: “Non ricostituiremo lo stato di diritto se prima non la faremo finita con il regno dei partiti costituiti. La democrazia rappresentativa è superata”.
[…] A questa domanda talvolta iperbolica di “democratizzazione” si aggiungono altre caratteristiche del discorso populista, che permettono globalmente di collocarlo a destra.
1) L’antintellettualismo, che implica l’esaltazione del sapere spontaneo o della saggezza ancestrale del popolo, il quale sa meglio dei suoi lontani dirigenti che cosa gli conviene.
2) L’iperpersonalizzazione del movimento, attraverso la figura carismatica del leader: Haider in Austria, Le Pen in Francia, Bossi nel Nord Italia, senza dimenticare Berlusconi. Nella maggior parte dei casi viene diffusa una leggenda oleografica ed edificante, che mette in evidenza la vita esemplare e la virilità del leader, il suo successo sociale e perfino la sua “onestà” o “sincerità”…. Del leader viene anche messa in rilievo l’esemplare capacità di contatto o di comunicazione con il popolo, qualità che gli permette di mostrarlo vicino “a chi sta in basso” e di distinguerlo dagli altri uomini politici, trattati come esemplari di un’unica e identica casta lontana dal popolo.
3) La difesa dei “valori del liberalismo economico”, indistinguibile da quella della piccola impresa e della proprietà privata; di qui anche la preferenza per certe categorie sociali: professioni liberali, piccoli e medi imprenditori, contadini ecc. (in realtà le classi definite medie a esclusione dei lavoratori dipendenti). Le altre categorie sociali tendono ad essere stigmatizzate come parassiti (gli impiegati pubblici in primo luogo) o come pericolosi deviati (gli artisti, tendenzialmente drogati e/o omosessuali). Si riconosce qui la tematica del “capitalismo popolare” (presente nel poujadismo ma anche nel lepenismo delle origini), che più o meno si avvicina al protezionismo economico ed è accompagnato da dichiarazioni antimondialiste o antiliberoscambiste. Questo populismo di difesa dei privilegiati specula sulla paura del declassamento sociale e si presenta, secondo l’espressione consueta, come “sciovinismo del benessere”, se non addirittura un “razzismo dei ricchi”.
[…] Un nuovo tipo ibrido è nato: il tribuno-proletario-miliardario.»

A maggior ragione, l’appello diretto al “popolo” del capo carismatico..

«implica non solo la sua intenzione di fare a meno delle mediazioni istituzionali e delle elite intermedie, ma anche di guarirlo contro queste ultime. In tale atto, che è anche l’espressione di un desiderio, si riconosce la dimensione anti-establishment, che può tradursi in una posizione anti-parititica, se non addirittura anti-politica. Di qui l’autodefinizione di una simile forza politica come “movimento”, come raggruppamento popolare incarnato dal leader carismatico e orientato contro il sistema politico, preso di mira nel suo insieme o solo in certe figure. Il Front National si colloca così sia tra i partiti antipartitici che in quelli antisistema.
[…] L’appello diretto al popolo corrisponde a due orientamenti: da una parte, il sogno di un ordine politico privo di mediazioni, liberato dagli astratti e complessi sistemi di rappresentanza, che apre uno spazio utopico in cui il principio della sovranità del popolo si ritraduce in un suo puro autogoverno (la “democrazia diretta”); dall’altra, la cristallizzazione dei sogni di fiducia, trasparenza, purezza e unità fusionale del faccia a faccia idealizzato tra il “capo” ed il “suo” popolo (la democrazia diretta illustra allora il tipo di autorità carismatica, diventando indistinguibile da una democrazia plebiscitaria). L’autenticità del popolo è così costruita attraverso una duplice denuncia di potenze ostili, più o meno invisibili…. Il sogno di trasparenza reso evidente dall’appello alla democrazia diretta (che si riduce a referendum di iniziativa popolare) ha come rovescio il ricorso alla “teoria del complotto”

 Pierre-André Taguieff
 “L’illusione populista”
 Mondadori, 2003

A soggetti inversi il prodotto non cambia. Si parla dei fascisti del Fronte Nazionale (ed altre deiezioni sparse), ma sembra la descrizione di qualcun altro…

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Quando c’era Lui…

Posted in A volte ritornano, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , on 24 luglio 2013 by Sendivogius

Why so serious - by Angela-T

Quando governava Lui
Silvio Berlusconi Fa piacere riscoprire (e proporvi), ad oltre tre anni dalla sua prima pubblicazione, l’editoriale dell’ottimo Giampaolo Carbonetto, sulla governabilità ed i suoi miti, tra i molti ed accorati appelli contro l’anomalia berlusconiana e le involuzioni di un sistema democratico minacciato da siffatta eccezione, che tanto copiosi si susseguirono ai tempi del Pornocrate regnante…

IL FALSO MITO DELLA GOVERNABILITÀ
di Gianpaolo Carbonetto
(08/12/09)

Giampaolo Carbonetto «Dieci minuti, seicento secondi, sono bastati per bocciare 150 emendamenti dell’opposizione durante l’esame della Finanziaria in commissione alla Camera: una media di 4 secondi a emendamento per respingere qualsiasi proposta di modifica evidentemente senza avere avuto neppure il tempo di leggerla. E adesso la storia si ripeterà in aula quando – hanno già annunciato – la maggioranza chiederà l’ennesima fiducia al Parlamento.
Davanti a un simile spettacolo non dobbiamo soltanto guardare inorriditi per quello che stanno facendo la maggioranza berlusconiana, ma anche recitare un profondo “mea culpa” per la miopia con la quale non ci siamo opposti alle leggi elettorali che sono passate nel nome della governabilità e che ci hanno portato al punto in cui siamo adesso.
Perché è proprio il mito della cosiddetta “governabilità” uno dei veleni più potenti ed efficaci nei confronti delle democrazie non particolarmente robuste, o che stanno attraversando un momento di spossatezza. Quello della governabilità può anche essere scelto come parametro fondamentale di progresso, ma si deve essere ben consci che, facendo così, si decide di mettere in un cassetto il concetto di democrazia, perché è evidente che il massimo di governabilità è costituito da una forte dittatura monocratica.
La forza dirompente e l’essenza della democrazia è costituita, invece, dalla sua perfettibilità. Se non si basa più su questo lento e discontinuo incedere comune verso il meglio, cessa di essere democrazia. E cessa di esserlo anche se non si rende conto di essere un mezzo e non un fine, se perde la coscienza del fatto che maggioranza non significa verità.
Ormai il danno è fatto e – anche per l’interesse interno di tutti i partiti – sarà molto difficile tornare indietro, ma questa esperienza deve servire a tutti a trovare la forza di opporsi e di resistere se e quando Berlusconi vorrà tentar di inserire la sua governabilità nella Costituzione. Perché non è questione di Berlusconi che, comunque, prima o dopo non ci sarà più, ma di Costituzione che dovrà servire a noi e ai nostri eredi per tantissimo altro tempo

Per fortuna, oggi al governo c’è il nipote di Gianni Letta (insieme a Brunetta, Alfano, Quagliarello, Lupi, Gasparri… e compagnia brutta!) sostenuto con la massima convinzione dal maggior partito d’opposizione dell’epoca (in nome del cambiamento) e saldamente tenuto per le palle dall’Innominato sul sagrato di Arcore, che lo tira un po’ dove gli pare a seconda di quanto gli conviene.
Per fortuna, oggi non c’è nemmeno bisogno di bocciarli gli emendamenti, dopo aver fatto finta di leggerli. Si legifera unicamente per decreto legge, con conversione blindata tramite voto di fiducia.
Per fortuna, sono stati brillantemente superati i rischi congeniti di una governabilità fondata su una forte dittatura monocratica. Infatti, è stato sostituito con successo da un centralismo unipolare a cooptazione oligarchica, sotto stretta supervisione di un presidente investito motu proprio di poteri monarchici, cassando anzitempo ogni iniziativa parlamentare per supervisione preventiva. Non per niente, il rispetto della volontà popolare ed i normali processi elettorali, vengono percepiti più come una minaccia che un’opportunità nell’ambito di una doverosa alternanza democratica.
Sarà per questo che l’attuale legge elettorale sembrerebbe profilarsi come la migliore delle leggi possibili, costituendo l’ultimo dei problemi di una maggioranza unipolare.
pillowsNon è un caso che Re Giorgio II consideri il frequente e facile ricorso a elezioni politiche anticipate come una delle più dannose patologie italiane, piuttosto che lo strumento fondamentale per la legittimazione di maggioranza certificate, basate sul costante confronto di proposte dialettiche.

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LETTA FOREVER

Posted in Kulturkampf, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 luglio 2013 by Sendivogius

LA PACIFICAZIONE

In un’orgia di scandali veri (il Caso Shalabayeva, con la moglie e la figlia del principale dissidente kazako deportate e ‘vendute’ al dittatore Nazarbaev) e presunti (le solite calderolate), c’è un’altra questione che dovrebbe preoccupare l’ambizioso premier del “governo di servizio”, fondato sul rinvio, e che mette a nudo la rete di relazioni trasversali su cui si basa il Gianni Lettapotere del Giovane Letta; in sinergia con l’ossidata immanenza di Gianni il Vecchio: il conte zio delle relazioni pericolose nel sottobosco delle intese allargate…
In tempi di post-democrazia, le decisioni (quelle che contano) ovunque passano fuorché nei parlamenti, rigorosamente “al riparo dal processo elettorale” e da tutti quei fastidiosi condizionamenti che un sistema democratico impone per potersi definire realmente tale.
Ovvio che i centri decisionali esulano dal loro tradizionale alveo istituzionale, per assurgere a dimensione privata come intreccio di rapporti particolari, progressivamente estromessi dai controlli della cittadinanza e sottratti alla sovranità popolare, trovando la loro legittimazione e ossatura nei circoli ristretti del nuovo potere oligarchico.
Umbrella Corporation by SuchtIl modello di riferimento è il think-tank di matrice anglosassone (nelle sue derivazioni “net”), declinato nelle forme e nelle modalità delle “fondazioni” private le quali hanno il duplice vantaggio di essere ottimi collettori di contatti coi grandi gruppi economico-finanziari e correnti di potere personale. Strutturate all’interno dei vecchi partiti, permettono altresì di costruire leadership politiche, convogliando finanziamenti privati e consensi clientelari a fini elettorali.
La creazione dei think-tank, col progressivo fiorire di fondazioni e centri studi omologhi ai loro corrispettivi statunitensi, è speculare alla cosiddetta “crisi della politica” ed al tracollo delle ideologie che, a livello di massa, hanno lasciato il passo a ‘movimenti’ populistici su base demagogica e nessuna prospettiva di lungo periodo.
La preghierina del buon democristo Sempre al passo coi tempi, anche l’intraprendente Enrico Letta (peraltro in copiosissima compagnia) non poteva non crearsi la sua bella fondazione personale ad uso politico, per la promozione in sordina delle sue smisurate ambizioni presso i salotti che contano davvero.
Il principale pensatoio di Enrico Letta si chiama “VeDrò – L’Italia al Futuro” e costituisce una tipica filiazione politica del nipote d’arte prestato alle Istituzioni. Per disinteressato “servizio”, s’intende!
Nata nel 2005, sotto i buoni auspici del tenero Enrico e dell’avv. Giulia Buongiorno (la finiana divenuta celebre per la difesa di Giulio Andreotti al processo per mafia), l’associazione riflette il cazzeggio fintamente giovanilista dei suoi promotori:

«VeDrò è un think-net nato per riflettere sulle declinazioni future dell’Italia e delineare scenari provocatori, ma possibili, per il nostro Paese.
Sulla scena dal 2005, la nostra è una rete di scambio di conoscenza formata da più di 4.000 persone: professori universitari, imprenditori, scienziati, liberi professionisti, politici, artisti, giornalisti, scrittori, registi, esponenti dell’associazionismo.
I vedroidi, oltre che dal dato generazionale, sono accomunati dalla disponibilità ad apprendere costantemente, a mettersi in discussione, ad analizzare temi e fenomeni senza barriere ideologiche o tesi precostituite, secondo una chiave interpretativa lungimirante che vada oltre la contingenza dei dibattiti in corso.
veDrò ha fatto dell’informalità la propria cifra e tutti gli eventi organizzati sono costruiti sull’interazione paritaria e de-gerarchizzata, dove l’ibridazione di competenze diverse diventa progetto e dove l’incontro è tra persone, non tra ruoli

Meno enfaticamente, VeDrò è una creatura personale a partecipazione trasversale, ripartito in 17 working group, per la cooptazione allargata: un po’ di berlusconiani e un po’ di ex democristiani confluiti nel PD, con un nutrito contorno di industriali e boiardi di Stato al gran completo. E con finalità che, ad essere maliziosi, è facile intuire…
L’associazione è inserita in un network molto più ampio di organizzazioni private, dove il minimo comun denominatore è sempre lui: Enrico Letta.
Tra aderenti, semplici sostenitori, partecipanti agli incontri, ad animare la struttura ci sono personaggi di tutte le tendenze e orientamenti, pescati nei settori che contano: dai Media allo Sport; dalla Politica all’Industria, dalla Cultura alla Magistratura (Raffaele Cantone, Nicola Gratteri, Stefano Dambruoso).
NuclearePer dire, del mazzo pare facciano parte anche il leghista Flavio Tosi e Adolfo Urso, presidente della fondazione FareFuturo, già viceministro allo Sviluppo economico nell’ultimo Governo Berlusconi e grande fautore del ritorno al nucleare.
Renata Polverini Tra gli altri, vi partecipano a vario titolo pure Mara Carfagna e Mariastella Gelimini (il ministro che ha smantellato la Scuola pubblica); Renata Polverini, dimenticabile governatore del Lazio costretta alle dimissione per lo scandalo dei rimborsi regionali [QUI]. Ci sono inoltre Angelino Alfano, Maurizio Lupi, e Josefa Idem, opportunamente messi agli Interni, alle Infrastrutture, e alla Pari Opportunità (dimissionata) dell’attuale “governo di servizio”, presieduto dall’ineffabile Enrico e contraddistinto dalle notevolissimi prestazioni.
C’è da chiedersi da quanto tempo fossero già in incubazione le “larghe intese”, prima che si consumasse il falso psicodramma della rielezione di Giorgio Napolitano a Presidente della Repubblica.
Da questo punto di vista, Enrico Letta è una sorta di precursore, mentre VeDrò è soltanto la naturale evoluzione di un lungo percorso cominciato altrove…
Nino AndreattaPer esempio nella AREL, Agenzia di Ricerche e Legislazione, fondata nel lontano 1976 da Beniamino Andreatta: grande protettore e sponsor politico di Letta junior, che infatti nel 1994 ne diventa il segretario generale.
E continuata successivamente presso la filiazione italiana dell’onnipresente Aspen Institute, di cui Enrico Letta è vicepresidente dal 2003, al fianco di Giulio Tremonti che ne detiene invece la presidenza. D’altronde, proprio alla struttura ed all’organizzazione dell’Aspen Institute il Letta nipote si ispira apertamente, mosso com’è da incondizionata ammirazione, tenendo i fili dei contatti con l’influente amico americano ed il suo imprescindibile patrimonio di relazioni trasversali con l’establishment finanziario d’Oltreoceano.
Aspen

Con la creazione di VeDrò, il dinamico Letta mette a frutto un’esperienza a lungo meditata, in vista della sua investitura finale come candidato premier alle prossime elezioni politiche. E con buona pace di Matteo Renzi (pure lui dentro ‘VeDrò’), il quale infatti ha mangiato la foglia e ora scalpita irrequieto.
Il think-net lettiano agisce in sordina, ma ha entrature importanti…
Per i fondamentalisti “anti-casta” ossessionati dai rimborsi elettorali, c’è da dire che “VeDrò” non costa un centesimo alle casse pubbliche. Infatti si regge esclusivamente su finanziamenti e donativi privati, che ovviamente sarebbe ingenuo considerare a fondo perduto.
Tra gli sponsor privati che elargiscono i fondi sui quali si regge l’intera baracca, c’è infatti tutto il gotha industriale che conta: gli energetici ENEL ed ENI, ma anche Edison; i colossi delle tlc come Telecom Italia e Vodafone. Ci sono poi i giganti come Sky, ma anche Lottomatica e Sisal, Autostrade per l’Italia. Ci sono i colossi agro-alimentari come Nestlé ed il Gruppo Cremonini (quello della carne Montana). C’è il settore farmaceutico con l’intera associazione di categoria: Farmindustria.
Tra i nomi che spiccano, vale inoltre la pena ricordare: Ivan Lo Bello, vicepresidente di Confindustria; Luisa Todini (Costruzioni e Acciaio), già eurodeputata per Forza Italia. Nonché, Anna Maria Artoni, amministratrice unica dell’omonimo gruppo, con incarichi alla SAIPEM, alla PIRELLI, e nel gruppo RCS, nonché componente del comitato investimenti delle “Credem Private Equity” per la gestione del risparmio privato e membro del consiglio direttivo di Confindustria. 
E certamente non poteva mancare l’onnipresente Corrado Passera, già amministratore delegato del Gruppo Intesa-SanPaolo, nonché ministro ‘tecnico’ dell’ex esecutivo Monti. Nell’estate del 2010, in occasione del convegno di VeDrò sulla mobilità elettrica e le smart cities, organizzato presso la centrale idroelettrica di Fies di Dro (Trento), Passera fu tra i massimi finanziatori insieme ad ENEL. Oltre ad essere uno dei principali sponsor, ENEL è anche la protagonista del working group che VeDrò dedica al settore ‘Energie’. A dimostrazione che i sostenitori attivi non si limitano solo a finanziare le iniziative, ma altresì orientano anche l’indirizzo dei lavori.
Mose E, a conferma del vecchie detto secondo il quale il denaro non ha odore, tra i finanziatori di VeDrò giunge fresco dalla ribalta delle cronache il caso del Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico dei lavori per la realizzazione del contestatissimo (e costosissimo) sistema di dighe artificiali, chiamato Mose, per la salvaguardia (tutta da verificare) della Laguna di Venezia. L’ex presidente del Consorzio, l’ing. Giovanni Mazzacurati, è finito agli arresti insieme ad altre 14 persone tra imprenditori e amministratori per una presunta serie di illeciti che, come hanno avuto modo di circostanziare gli investigatori della Guardia di Finanza insieme al nucleo di Polizia tributaria, contemplano:

«..la distorsione del regolare andamento degli appalti di Giovanni Mazzacurati, che predeterminava la spartizione delle gare allo scopo di garantire il monopolio di alcune imprese sul territorio veneto, di tacitare i gruppi economici minori con il danaro pubblico proveniente da altre Pubbliche amministrazioni e quindi di conservare a favore delle imprese maggiori il fiume di danaro pubblico destinato al Consorzio Venezia Nuova

Con un simile intreccio di interessi, partecipazioni e (nel caso) collusioni opache, ci sarebbero tutti gli estremi per un colossale conflitto inerente la posizione di personaggi con ruoli istituzionali e di governo, che si trovano ad essere contemporaneamente controllori, controllati, e beneficiari di elargizioni liberali e donazioni da parte di gruppi imprenditoriali, ex monopoli dello Stato, coinvolti in appalti e concessioni pubbliche, di importanza strategica per miliardi di euro.
GodzillaÈ quantomeno discutibile che un premier ed esponente politico di punta si faccia alfiere delle privatizzazioni, al contempo incassando (legalmente) i finanziamenti privati per la sua associazione da quei settori (come ENI ed ENEL), che dovrebbero essere oggetto della (s)vendita, ed al contempo dai gruppi interessati all’acquisto del patrimonio pubblico, come se la cosa fosse esente da possibili ripercussioni o condizionamenti. Basterebbe una semplice dose di buonsenso, per comprendere l’inopportunità di simili legami.
Ma tutto questo non sembra certo turbare i sonni dell’imperturbabile Enrico e della sua “strana maggioranza”, nel silenzio reiterato del Monitore che dall’alto del Colle pare non abbia niente da dire, a partire dalla vergognosa rendition kazaka.
ERGO PROXYFortunatamente, a vigilare sulla regolarità dei conti di VeDrò c’è il tesoriere Riccardo Capecchi. A meno che non si tratti di una omonimia, Capecchi divenne famoso per essere il funzionario di Palazzo Chigi, immortalato nel 2007 mentre si accingeva a salire sull’aereo di Stato che conduceva il Mastella ministro e figlio al Gran Premio di Monza. Nella circostanza, ebbe il raro buongusto di dimettersi senza clamori né polemiche.
Com’è ovvio, Capecchi non si pone troppo domande circa i motivi e la provenienza dei finanziamenti. Lui, da bravo ragioniere, incassa e registra. Ma non domandategli dettagli sui benefattori perché, per motivi di riservatezza, non vi risponderà.

«Noi per ovvie ragioni di privacy non diffondiamo l’entità delle contribuzioni. Quello che posso dire, è che la contribuzione media è di circa 30 mila euro. Anche se poi, ovviamente c’è chi dà meno e chi dà molto di più»

Si è recentemente giustificato il gentile Riccardo. E d’altra parte, da Renzi a Grillo, il segreto su bilanci e finanziatori sembra essere una costante in comune a tutti.
Informalmente, pare che VeDrò disponga di un budget oscillante attorno al milione di euro. Di per sé, non è una grande cifra, mentre interessanti restano i sottoscrittori.
Benedetta RizzoInsieme a Capecchi, alla presidenza dell’organizzazione c’è la 44enne Benedetta Rizzo, mentre la 35enne MonicaMonica Nardi Nardi (soprannominata “la Letta di Letta”) si occupa delle relazioni coi media. Ma le cariche come le sedi sono interscambiabili, perché la VeDrò condivide lo stesso indirizzo romano (Via del Tritone 87) insieme all’associazione “Trecentosessanta” che, nata nel 2007, funziona un po’ come comitato elettorale permanente di Enrico Letta.
Boccia Soprattutto, tra i “vedroidi” c’è Francesco Boccia: altro bocconiano prestato al PD, rigorista alfiere ad oltranza dell’austerity contabile, convinto che gli F-35 siano elicotteri destinati allo spegnimento degli incendi boschivi (salvo smentita a posteriori); l’eterno rivale (perdente) di Vendola, ripetutamente candidato alla presidenza della Regione Puglia e sistematicamente sconfitto. Uomo d’apparato, e pretoriano del governissimo, Boccia è il presidente della commissione Bilancio della Camera. Una carica questa che gli permette di gestire per conto del Presidente del Consiglio (Enrico Letta) i rapporti con l’industria parastatale dei colossi energetici e della difesa: da Finmeccanica ad ENI, passando per ENEL.
Insieme a Letta, l’amico Boccia condivide la comune origine democristiana e la provenienza dall’AREL sotto l’ala protettiva di Andreatta e poi di Prodi, che si sospetta non abbia esitato a sacrificare sull’altare delle “larghe intese”. Peraltro, prima di convolare a felici nozze con Boccia, anche Nunzia De Girolamo (PdL) pare abbia frequentato a lungo la comunità dei “vedroidi”. E infatti, non si sa con quali competenze ma per sicure parentele, è diventata l’attuale ministro alle Politiche Agricole nell’accogliente governo dell’amico Letta (Enrico). Ça va sans dire!

Il giovane Enrichetto

Sono i primi passi di una nuova razza padrona, che certo non ci farà rimpiangere la vecchia ma al contempo non promette nulla di buono: Post-Democrazia, Oligarchie, Tecnocrazia, Liberismo spinto e Monetarismo rigorista. Ma in veste ggggiovane.
Allegria!!!

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La Legge ferrea delle Oligarchie

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 giugno 2013 by Sendivogius

La Fenice - Hokusai

Fin dalla sua fondazione, Liberthalia si è sempre interessata all’interpretazione delle dinamiche del “potere” in tutte le sue varianti, teoriche e pratiche, con particolare attenzione alle involuzioni oligarchiche della post-democrazia; denunciando l’incombenza di un nuovo “stato d’eccezione”, consacrato al “principio di necessità”, e ritornando più volte sulla tematiche in oggetto con singoli articoli e commenti dedicati. Per questo ci siamo concentrati spesso sulle forme e le degenerazioni del neo-elitismo, passando dai classici come Mosca-Michels-Pareto alle più moderne teorie del conflitto, nel tentativo di comprendere un fenomeno antico e quanto mai attuale nella sua pervasività, affidandoci spesso nelle risposte e nelle analisi al pensiero di Charles Wright Mills, che alla strutturazione delle elite nella società contemporanea dedicò gran parte della sua critica sociologica.
Superato ampiamente lo stato di incubazione embrionale, oggi la situazione italiana, paradigma sperimentale di una più ampia degenerazione globale, rappresenta il prodotto in fieri di un ritrovato consociativismo elitario, dove una ristretta oligarchia trasversale, e totalmente delegittimata, pensa di cambiare l’architettura costituzionale e le stesse istituzioni della rappresentanza democratica, per conformarle alle proprie esigenze, plasmarle secondo “necessità”, nella preservazione (e perpetuazione) di un assetto di potere e di controllo, funzionale alla sopravvivenza di un’oligarchia sempre più ristretta tra populismi mediatici e pulsioni autoritarie.
Attualmente, l’ultimo ostacolo ad una simile deriva è costituito dalla nostra Costituzione repubblicana, che non per niente è l’oggetto di un assalto inaudito e senza precedenti.
Per questo, in concomitanza con la Festa della Repubblica (ridotta oramai a semplice parata militare) riportiamo il manifesto di Libertà e Giustizia a salvaguardia della nostra Carta costituzionale, che condividiamo e sottoscriviamo in toto

Non è cosa vostra

NON È COSA VOSTRA
Altan Da anni, ormai, sotto la maschera della ricerca di efficienza si tenta di cambiare il senso della Costituzione: da strumento di democrazia a garanzia di oligarchie. Non dobbiamo perdere di vista questo, che è il punto essenziale. Non è in gioco solo una forma di governo che, per motivi tecnici, può piacere più di un’altra. L’uguaglianza, la giustizia sociale, la protezione dei deboli e di coloro che la crisi ha posto ai margini della società, la trasparenza del potere e la responsabilità dei governanti sono caratteri della democrazia, cioè del governo diffuso tra i molti. L’oligarchia è il regime della disuguaglianza, del privilegio, del potere nascosto e irresponsabile, cioè del governo concentrato tra i pochi che si difendono dal cambiamento, sempre gli stessi che si riproducono per connivenze e clientele. Parlando di oligarchie, non si deve pensare solo alla politica, ma al complesso d’interessi nazionali e internazionali, economico-finanziari e militari, che nella politica trovano la loro garanzia di perpetuità e i loro equilibri.
Ora, di fronte alle difficoltà di salvaguardare questi equilibri e alla volontà di rinnovamento che in molte recenti occasioni si è manifestata nella società italiana, è evidente la pulsione che si è impadronita di chi sta al vertice della politica: si vuole “razionalizzare” le istituzioni in senso oligarchico. Invece di aprirle alla democrazia, le si vuole chiudere o, almeno, congelare. L’incredibile decisione di confermare al suo posto il Presidente della Repubblica uscente è l’inequivoca rappresentazione d’un sistema di complicità che vuole sopravvivere senza cambiare. L’ancora più incredibile applauso, commosso e grato, che ha salutato quella rielezione – rielezione che a qualunque osservatore sarebbe dovuta apparire una disfatta – è la dimostrazione del sentimento di scampato pericolo. Ogni sistema di potere a rischio, o per incapacità di mediare le sue interne contraddizioni o per la pressione esterna da parte di chi ne è escluso, reagisce con l’istinto di sopravvivenza. Ma le riforme, in questo contesto, non possono essere altro che mosse ostili. Per questo, di fronte alla retorica riformista, noi diciamo: in queste condizioni, le vostre riforme non saranno che contro-riforme e il fossato che vi separa dalla democrazia si allargherà. Contro gli accordi che nascondono contro-riforme, noi, per parte nostra, useremo tutti gli strumenti per impedirle e chiediamo a coloro che siedono in Parlamento di prendere posizione con chiarezza e impegnativamente e di garantire comunque la possibilità per gli elettori di esprimersi con il referendum, se e quando fosse il momento.
Soprattutto, a chi si propone di cambiare la Costituzione si deve chiedere: qual è il mandato che vi autorizza? Il potere costituente non vi appartiene affatto. Siete stati eletti per stare sotto, non sopra la Costituzione. Se pretendete di stare sopra, mancate di legittimità, siete usurpatori. Se proprio non vogliamo usare parole grosse, diciamo che siete come la ranocchia che cerca di gonfiarsi per diventare bue. Non è la prima volta. E’ già accaduto. Ma ciò significa forse che ciò che è illegittimo sia perciò diventato legittimo?
Per questo, difenderemo la Costituzione come cosa di tutti e ci opporremo a coloro che la considerano cosa loro. La costituzione della democrazia è, per così dire, il vestito di tutta la società; non è l’armatura del potere di chi ne dispone. La mentalità dominante tra i tanti, finora velleitari, “costituenti” che si sono succeduti nel tempo nel nostro Paese, è stata questa: di fronte alle difficoltà incontrate e al discredito accumulato, invece di cambiare se stessi, mettere sotto accusa la Costituzione. La colpa è sua! Non sarà invece che la colpa è vostra o, meglio, della vostra concezione della politica e degli interessi che vi muovono?
Su un punto, poi, deve farsi chiarezza per evitare gli inganni. Chi vuol cambiare, normalmente, è un innovatore e le novità sono la linfa vitale della vita politica. Per questo, gli innovatori godono d’una posizione pregiudiziale di vantaggio. Ma, esiste anche un riformismo gattopardesco di segno contrario: si può voler cambiare le istituzioni per bloccare la vita politica e salvaguardare un sistema di potere in affanno. Allora, il movimentismo istituzionale equivale alla stasi politica. La stasi solo apparentemente è pace: è la quiete prima della tempesta.

Marco Biani 2005

Anche noi siamo per la pace; vediamo che il nostro Paese ha bisogno di pacificazione, pur se esitiamo a usare questa parola, corrotta ormai dall’abuso. Sappiamo però, anche, che la pace è esigente, molto esigente. Non può esistere senza condizioni. Dice la Saggezza Antica: “su tre cose si regge il mondo: la giustizia, la verità e la pace”. E commenta così: in realtà sono una cosa sola, perché la giustizia si appoggia sulla verità e alla giustizia e alla verità segue la pace. La pace è la conseguenza della verità e della giustizia. Altrimenti, pacificare significa solo zittire chi vuole verità e giustizia, per nascondere segreti, inganni e ingiustizie e continuare come prima. Non è questa la pace di cui il nostro Paese ha bisogno.
Non siamo né i velleitari né i giacobini che ci dipingono. Non crediamo affatto al regno perfetto della Verità e della Giustizia sulla terra. Sappiamo bene che la politica non si fa con i paternoster e temiamo i fanatici della virtù rigeneratrice. Ma da qui a tutto accettar tacendo, il passo è troppo lungo. Siamo disposti alla pacificazione, ma a condizione che, nelle forme e con i mezzi della democrazia, si abbia come fine la ricerca della verità e la promozione della giustizia. Altrimenti, pacificazione è parola al vento. La pacificazione non è un sentimento o una predica, ma è una politica. È, dunque, una cosa molto concreta, difficile e impegnativa, perché non significa stare tutti insieme in un patto di connivenza. Significa combattere le zone oscure del potere, le sue illegalità, i suoi privilegi e le sue immunità; significa operare per la giustizia in favore del riequilibrio delle posizioni sociali, della riduzione delle disuguaglianze, dei diritti dei più deboli, di coloro che la crisi economica ha ridotto allo stremo, spingendoli ai margini della società. Solo questa è pacificazione operosa e veritiera.
Si dice che le “riforme istituzionali e costituzionali” hanno questo scopo. Ma, noi temiamo che, dietro alcune riforme “neutre”, semplificatrici e razionalizzatrici (numero dei parlamentari, province, bicameralismo), ve ne siano altre, pronte a saltar fuori quando se ne presenti l’occasione propizia, le quali con la pacificazione non hanno a che vedere. Piuttosto, hanno a che vedere con ciò che si denomina “normalizzazione”.

La procedura.
Costituzione Esiste, nella Costituzione (art. 138) una procedura prevista per la sua “revisione”. Ma oggi se ne immagina un’altra, farraginosa e facente capo a un’assemblea, chiamata “convenzione”. Si sta cercando la via per una spallata per la quale le procedure ordinarie, per la volontà impotente delle forze politiche, non sono sufficienti? Già il nome induce al dubbio che di ben altro che di una “revisione” si tratti. Le “convenzioni costituzionali” (a iniziare da quella di Filadelfia del 1787) possono essere convocate con limitati compiti riformatori, ma poi prendono la mano e pretendono di essere “costituenti”, cioè di scrivere nuove costituzioni. Il fatto poi che qualcuno abbia fatto riferimento a una “Commissione dei 75”, come la “Commissione per la Costituzione” che elaborò ex novo la vigente Costituzione del 1947, non fa che rafforzare questa supposizione, confermata dal fatto che ritorna il linguaggio e la mentalità della “grande riforma”. Par di capire che si voglia la riscrittura ex novo dell’architettura della politica. L’odierna procedura – da quel poco che si capisce e dal molto che non si capisce – è un miscuglio in cui sono messi insieme parlamentari ed “esperti”, scelti dai partiti, presumibilmente in proporzione alle forze che compongono il Parlamento. Il prodotto dovrebbe passare per le commissioni “affari costituzionali” e giungere alle Camere, separate o riunite (presumibilmente per superare l’ostilità del Senato), per concludersi con l’approvazione, non senza una concessione alla democrazia del web. Il voto finale dovrebbe essere un “prendere o lasciare” (su tutto il “pacchetto” o sulle singole parti, non si sa), senza possibilità di emendamento. Poiché un tale procedimento è totalmente estraneo alla Costituzione vigente, le è anzi contrario, s’immagina che poi, con una legge costituzionale si ratificherà l’accaduto. Non è nemmeno il caso di commentare in dettaglio questo pasticcio annunciato: la legge costituzionale di ratifica ex post non è Giorgio Napolitanoessa stessa la confessione che quel che intanto si fa è fuori della Costituzione? I “garanti della Costituzione” non hanno nulla da eccepire? La convenzione nascerebbe come proiezione di un parlamento eletto con una legge elettorale che, col premio di maggioranza, altera profondamente la rappresentanza, ma non s’è sempre detto che le assemblee con compiti costituenti devono essere “proporzionali”? Gli “esperti”, scelti dai partiti, saranno dei “fidelizzati”? Il loro compito non si ridurrà alla “copertura” delle posizioni di chi li ha scelti con quello scopo? come si esprimeranno: con una voce sola, che fa tacere i dissidenti, o con più voci? Se le opinioni saranno diverse – come necessariamente dovrà essere se gli “esperti” saranno scelti senza preclusioni – che cosa aggiungerà il loro lavoro a un dibattito che, tra gli esperti, dura già da più di trent’anni? Se saranno chiamati a votare, cioè a scegliere, non avremmo allora dei tecnici chiamati a esprimersi politicamente? Infine, come potrebbero i parlamentari degnamente accettare l’umiliazione del voto bloccato “sì-no” sulle proposte della Convenzione? Questi arzigogoli contraddittorii non sono forse il segno della confusione in cui si caccia la volontà, quando è impotente?

Il presidenzialismo.
Repubblica italianaNel merito della riforma, ancora una volta, dietro le quinte s’affaccia la volontà di presidenzialismo: “semi” o intero. L’argomento sul quale, da ultimo, si basano i presidenzialisti, è il seguente: i tempi della presidenza Napolitano hanno visto una trasformazione “di fatto” dell’ordinamento, in questo senso. Non è allora naturale che si costituzionalizzi, regolandolo, quanto è già avvenuto? A questo riguardo, però, occorre distinguere. Una cosa è l’espansione dell’azione presidenziale utile a preservare le istituzioni parlamentari previste dalla Costituzione, nel momento della loro difficoltà, in vista del ritorno alla normalità. Altra cosa è l’azione che prelude a trasformazioni per instaurare una diversa normalità. Queste contraddicono l’obbligo di fedeltà alla Costituzione che c’è, obbligo contratto da chi fa parte delle istituzioni. Aut, aut. Non sono rispettosi dei doveri costituzionali presidenziali, e del Presidente medesimo, i sostenitori dell’avvenuta trasformazione della “costituzione materiale”. Il “garante della Costituzione” agisce per preservarla o per trasformarla?
Noi temiamo che il presidenzialismo, quali che siano le sue formulazioni e i “modelli” di riferimento, nel nostro Paese non sarebbe una semplice variante della democrazia. Si risolverebbe in una misura non democratica, ma oligarchica. Sarebbe, anzi, la costituzionalizzazione, il coronamento della degenerazione oligarchica della nostra democrazia. Sarebbe la risposta controriformista alla domanda di partecipazione politica che si manifesta nella nostra società al tempo presente. L’investitura d’un uomo solo al potere, portatore e garante d’una costellazione d’interessi costituiti, non è precisamente l’idea di democrazia partecipativa che sta scritta nella Costituzione, alla quale siamo fedeli.

Controlli.
Altan - Costituzione Il senso concreto del presidenzialismo che viene proposto in questa fase della nostra vita politica si chiarisce minacciosamente anche con riguardo ad altri due temi all’ordine del giorno dei riformatori costituzionali: l’autonomia della magistratura e la libertà dell’informazione. Ogni oligarchia ha bisogno di organizzare e gestire il potere in maniera nascosta, segreta. Ma la democrazia è il regime in cui il potere pubblico è esercitato in pubblico. La pubblicità delle opere dei governanti, è la condizione della loro responsabilità. Il potere non responsabile è autocratico, non democratico. Qual è il rimedio contro la chiusura del potere politico su se stesso? È la conoscenza veritiera dei fatti. E quali sono gli strumenti di tale conoscenza? Le indagini giudiziarie e le inchieste giornalistiche. Per nulla sorprendente è che chiunque si trovi ad esercitare un potere oligarchico sia ostile alla libertà delle une e delle altre, quando forse, invece, trovandosi all’opposizione, l’aveva difesa a spada tratta. Nulla di sorprendente: non sorprendente, ma certamente inquietante la concomitanza di proposte restrittive dell’azione giudiziaria e giornalistica con i progetti di riforma del sistema di governo. Chi ha a cuore la democrazia non può ragionare secondo la logica contingente della convenienza, ma deve difendere la libertà della pubblica opinione, indipendentemente dal fatto che questa libertà possa giovare o nuocere a questa o quella parte, a questi o quegli interessi.

La legge elettorale.
Urne al macero La riforma della legge vigente è riconosciuta come emergenza democratica, da tutti e non da oggi. Dopo che la Corte costituzionale, con l’improvvida sentenza che aveva dichiarato inammissibile il referendum che avrebbe ripristinato la legge precedente (soluzione realisticamente prospettata, fin dall’inizio, da Libertà e Giustizia), tutti dissero in coro: riforma elettorale, fatta subito con legge. Si è visto. Anche oggi si ripete la stessa cosa, ma con quali prospettive? Esiste una convergenza di vedute in Parlamento? È difficile crederlo e già emergono le resistenze. I due maggiori aspetti critici della legge attuale, dal punto di vista della democrazia, sono l’abnorme premio di maggioranza e le liste bloccate. Ma il premio di maggioranza farà gola ai due raggruppamenti maggiori che, sondaggi alla mano, possono sperare di avvalersene. Le liste bloccate (i parlamentari “nominati”) sono nell’interesse delle oligarchie di partito e degli stessi membri attuali del Parlamento, che possono contare sulla ricandidatura facile, tanto più in mancanza d’una legge sulla democrazia nei partiti, anch’essa sempre invocata (subito la legge!) quando scoppia qualche scandalo. Dal punto di vista della funzionalità o governabilità del sistema, occorrere poi eliminare il diverso metodo di attribuzione del premio di maggioranza nelle due Camere, ciò che ha determinato la vittoria di un partito nell’una, e la sua sconfitta nell’altra. Il ritorno al voto con questa incongruenza sarebbe come correre verso il disastro, verso il suicidio della politica. Ma anche a questo proposito, non si può essere affatto sicuri che calcoli interessati, questa volta non a vincere ma impedire ad altri di vincere, non abbiano alla fine la meglio. Il Capo dello Stato ha minacciato le sue dimissioni, ove a una riforma non si addivenga. Altri immaginano una riforma imposta dal Governo con decreto-legge. Sono ipotesi realistiche? Possiamo davvero immaginare che un Presidente della Repubblica, che porti le responsabilità inerenti alla sua carica, al momento decisivo sarebbe pronto a sottrarvisi, precipitando nel caos? Quanto al Governo, possiamo credere ch’esso possa agire facendo tacere al suo interno le divisioni esistenti tra le forze parlamentari che lo sostengono, le quali sarebbero comunque chiamate a convertire in legge il decreto (senza contare – ma chi presta più attenzione a questi dettagli? – che la decretazione d’urgenza è vietata in materia elettorale).

Truppe del Re

E allora? C’è da arrendersi a questa condizione crepuscolare della democrazia? Al contrario. C’è invece da convocare tutte le energie disponibili, dovunque esse si possano trovare, proprio come abbiamo cercato di fare con questa pubblica manifestazione. Per raccogliere in un impegno e in un movimento comune la difesa e la promozione della democrazia costituzionale che, per tanti segni, ci pare pericolare. Dobbiamo crescere fino a costituire una massa critica di cui non sia possibile non tenere conto, da parte di chi cerca il consenso e chiede il nostro voto per entrare nelle istituzioni. Per questo dobbiamo riuscire a spiegare ai molti che la questione democratica è fondamentale; che non possiamo rassegnarci. Essa riguarda non problemi di fredda ingegneria costituzionale da lasciare agli esperti, ma la possibilità, da tenere ben stretta nelle nostre mani, di lavorare e cercare insieme le risposte ai problemi della nostra vita. Domandare pace, lavoro, uguaglianza e giustizia sociale, diritti individuali e collettivi, cultura, ambiente, salute, legalità, verità e trasparenza del potere, significa porre una domanda di democrazia. Non che la democrazia assicuri, di per sé, tutto questo. Ma, almeno consente che non si perda di vista la libertà e la giustizia nella società e che non ci si consegni inermi alla prepotenza dei più forti.

  Gustavo Zagrebelsky
(18/05/2013)

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